Anita Nair, Cuore di Malabar e altre poesie. Tradotte da Francesca Diano

Anita Nair, Malabar Mind, Harper Collins India

 

Anita Nair, oltre ad essere una grande narratrice nota in tutto il mondo, tradotta in 28 lingue, è anche autrice di testi poetici, che sono stati raccolti e pubblicati per la prima volta nel 2002 col titolo di Malabar Mind (Cuore di Malabar) e l’anno scorso in una nuova edizione per i tipi di Harper Collins India.

Perché questo titolo? Nel testo Anita Nair lo spiega con queste parole: “Un tempo il Malabar era un distretto britannico. Dopo l’Indipendenza, il Malabar non venne più riconosciuto come distretto e la regione venne divisa a formare la parte settentrionale dell’attuale Kerala. Anche se il Malabar non ha dei confini geografici, ne’ compare sulle carte geografiche dell’India, esiste comunque tuttora come uno stato d’animo.” Dunque ho scelto di tradurre mind con cuore e non con mente, poiché quella che celebra Anita è la dimensione non duale della mente/cuore.

I quaranta testi, scritti nell’arco di una decina d’anni, esplorano un mondo che per l’autrice è stato, fin dagli inizi, un potente serbatoio di ispirazione, immaginazione, ricordo e amore, miscelati e cucinati sapientemente nella sua fucina/cucina. Il Kerala è la sua terra natale, dove torna spesso per ritrovare il legame profondo con una continuità mitica e storica a livello personale e non. Il Kerala, stato indiano tra i più alfabetizzati e socialmente progrediti, è però anche un luogo dove vige tuttora una tradizione matriarcale, dove il mito e le divinità prevediche parlano una lingua udibile.

La voce delle poetesse in India, sia in inglese che nelle lingue indiane, è molto presente e non smentisce una tradizione antica. Negli ultimi decenni nomi come quelli di Kamala Das (da me presentata in un precedente post), Eunice De Souza, Imtiaz Dharker, Sujatha Bhatt, Tara Patel, sono divenuti ben noti. I loro versi sono spesso ispirati alla poesia occidentale del ‘900, con un’attenzione radicale al ruolo e al sentire della donna e della donna indiana oggi.

I testi della Nair hanno essi pure, è vero, questo sapore naturalista, postmoderno, ma con qualcosa di diverso e di più. Anita Nair non dimentica mai, nemmeno per un istante, la sua origine, il suo legame con la terra natale, gli odori, i colori, i suoni, i racconti antichi. Ed è questo che fa la differenza.

NOTA: Ringrazio di tutto cuore Anita per aver dato un assenso entusiasta alla mia richiesta di pubblicare alcune mie traduzioni delle sue poesie per il lettore italiano. Il suo affetto e la sua ormai ultradecennale amicizia sono per me un dono prezioso.

Cuore di Malabar

Nei suoi occhi il lampo del folle.

“Ciao  Madras, ciao  demoni infernali

Tenetevi le vostre politicanti e le mosche malate.”

Il treno del Malabar ansa e ridacchia.

Guarda questa ragazza, il pazzo guarda,

Le sue curve son meloni maturi

Mi scusi, non so quello che penso,

Posso sfiorarle i piedi?

Per piacere

La mia follia svanirà

Con la tenera brezza.

Lasciatemi andare, non sono matto

Solo deprivato

Perché ho lasciato la grotta di smeraldo?

Il fiume Nila

Rive alte di ghiaia giallastra

Un tempo fioriva il triangolo d’odio

Chi adorava la vacca, chi odiava il maiale

Chi – capelli di sole – la vacca la mangiava.

Nessuno sa come accadde.

Mille uomini pigiati in un vagone

Trasportati e sballottati, soffocavano.

Quando apriron le porte,

Per il puzzo, dicono

La  gente vomitò  per miglia intorno.

In Malabar ancora non dimenticano.

Talvolta la brezza ha il lezzo del sangue.

Lo Zamorin[1] vide il proprio volto

In una scheggia di vetro.

Aprì le porte all’avidità coloniale.

Abbiamo tanto pepe,

Così tante le spezie.

Datele  in cambio per avere  specchi

Deve vivere l’uomo ignaro del suo volto?

Ora i nostri uomini percorrono i mari

Oltre la baia verso Speranza deserta

Su acque stagnanti salpano le donne

Zattere solitarie, filando fibre di cocco, tessendo sogni.

Zubeida, nata in una sudicia capanna

Ora è regina di un palazzo verde

Ogni giorno rivoli di succhi

Di frutta le scorrono sul mento

Che altro si vuole dalla vita? Chiede.

Geeta ha la voce del marito su cassetta

I bambini ogni tanto l’ascoltano

Venu, lontano cugino

Fa l’amore con lei mercoledì e venerdì

Saziando il desiderio e il bisogno di coccole

Le carezza la pelle.

Lei gli lecca le palpebre  e lo incita

A possederla in un’estasi ritmata.

Soltanto finché “lui” non torna a casa,

dice a Dio.

Malibar

Manibar

Mulibar

Munibar

Melibar

Minibar

Milibar

Minubar

Melibaria

Malabria *

Dove la pioggia sibila

L’eco di mille passi

Ciascuno a misurare un cerchio d’umidore.

Dalle grondaie stillano infiniti pensieri derelitti

Lo strombo delle tegole rivela travi a cosce spalancate.

La politica è uno stile di vita

Iscriviti a un partito

Per un’identità

Al Congresso o all’RSS

Ai comunisti o alla Lega Musulmana.

Qui vita ce n’è ancora

Un’aria quieta di serenità.

Nayadi dentro al fango che arriva alle ginocchia

Trattori e bufali a fargli da compagni.

Insieme osservano il tempo passar lento.

E come  si può essere appagati

Sapendo i tuoi diritti?

Militanti si vestono con vesti di insegnanti

La foresta nasconde cuori disincantati

Ad ogni istante incombe la pazzia.

Stesa nella  piscina verde e limpida

A bocca aperta a bere la rugiada,

La concubina del nonno ieri è morta.

Chi gli accenderà la lanterna? mi domando.

Mio padre è ritornato dai suoi vasti giri

Ha costruito una casa e ci ha messo i suoi libri.

Mia madre ama non pensare a nulla.

La grotta di smeraldo ti avvolge consolante.

L’uccello-diavolo piange: puh-ah, puh-ah.

Bacio il mio talismano di peli d’elefante.

Le palme da cocco fan frusciare le dita.

Dicono che il coraggio e la tenera brezza

Curino la pazzia.

Un tempo il Malabar era un distretto britannico. Dopo l’Indipendenza, il Malabar non venne più riconosciuto come distretto e la regione venne divisa a formare la parte settentrionale dell’attuale Kerala. Anche se il Malabar non ha dei confini geografici, ne’ compare sulle carte geografiche dell’India, esiste comunque tuttora come uno stato d’animo.

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[1] Saamoothiri, anglicizzato in Zamorin, era l’appellativo dei  Signori di etnia Nair che governavano il regno di Kozhikode (attuale Calicut, da non confondersi con Calcutta) che fu capitale del Distretto del Malabar. Nel 1498 lo Zamorin  Manavikraman Raja accolse l’esploratore portoghese  Vasco da Gama (N.d.T.)

*  Dal 522 d.C fino all’XI o XII secolo, il Malabar era chiamato anche con questi nomi

 

Malabar Mind

In his eyes, the lunatic gleam.
“Ta ta Madras, ta ta fiends of hell
Keep your lady politicians and diseased flies.”
The Malabar mail wheezes and chuckles,
Look at this girl, the lunatic stares,
Her curves are ripe melons
Pardon me, I know not what I think,
May I touch your feet?
Please
My madness will vanish
With the soft breeze.
Let me go, I am not mad
Only deprived
Why did I leave the emerald cave?

The River Nila
Sand banks rising yellow and gritty
Once flourished triangular hate
The cow worshippers, the pig haters
And the sunshine-haired cow eaters.
No one knows how it came about.
A thousand men piled into a carriage
Trundled and truckled, gasping for life.
When they opened the doors,
The stench, they say
Made people gag a mile away.
In Malabar, they cannot forget,
Sometimes the soft breeze smells of blood.

The Zamorin saw his face
On a piece of glass
Opened doors to colonial greed.
We have so much pepper,
So many spices.
Give it to them for mirrors
Should man live a stranger to his face?
Our men now sail the seas
Across the bay to the desert Hope
In the backwaters, women sail
Lonely rafts, spinning coir, weaving dreams.

Zubeida, creature of the grimy hovel
Queen now of a green mansion
Fish juices trickle down her chin every day
Is there more to life?  She asks.
Geeta has her husband’s voice on tape
The children listen to it now and then
Venu, distant cousin
Loves her on Wednesdays and Fridays
Satiating lust and a need to be held
He caresses her skin.
She licks his eyes and wills him
To take her in rhythmic ecstasy
It is only till ‘he’ comes home,
She tells God.

Malibar
Manibar
Mulibar
Munibar
Malibar
Melibar
Minibar
Milibar
Minubar
Melibaria
Malabria*
Where the rain hisses
Echoes of a thousand footsteps.
Each seeking to measure the girth of wetness.
Eaves drip countless forsaken thoughts
Tiles splay revealing parted rafter thighs.

Politics is a way of life
Belong to a party
For an identity
The Congress or the RSS
The Muslim League or the Communists.
There is still about life here
A quiet air of restfulness.
Nayadi knee deep in slush
Tractors and buffaloes his companions.
Together they watch time amble by.
How can man be content
When he knows his rights?
Militants dress in school teacher guises.
The forest hides disenchanted hearts
Madness threatens to erupt at any time.

Lying in the limpid green pool
Mouth open to catch the first dew drop.
Grandfather’s concubine died yesterday.
Who will light his lantern at night? I wonder.
Father came back from roaming the plains,
Built a home and settled his books.
Mother likes to think of nothing.
The emerald cave has a soothing clutch.
The devil bird weeps: Poo-ah, Poo-ah.
I kiss my elephant hair talisman.
Coconut palms rustle their fingers.
Courage and the soft breeze
Will cure madness, they say.

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Solitamente  un uomo, a volte un dio

 

Sappilo, donna

Mille soli s’avvolgono al mio braccio.

Marchio  di chi io sono

Solitamente un uomo, a volte un Dio.

Striscianti, predatori

Sento i tuoi occhi

Tracciare segni di tintura vermiglia, di curcuma e di riso

Squarciando la seta bruna della mia pelle.

Donna, sento il tuo tocco.

Macerie di luce:

Densità di una notte senza stelle.

Il mio indice divenuto pennello,

Lampada scintillante oscuro il mio colore.

Quando il tuo sguardo incontra il mio

Nell’arena d’amore ch’è lo specchio,

Mi tremano le mani,

I contorni si sfumano.

Donna, non sai quel che mi fai.

Donna, ho abbandonato la mia pelle.

Ho assaporato l’eternità.

Ed ora cesserò di essere.

Ma prima che tu scemi nel nulla,

Assaporo la linfa della palma da cocco.

Stringo la tazza di terracotta come fosse il tuo mento.

M’inumidisco le labbra alla tua bocca.

Bevo profondamente di questo desiderio proibito e mortale.

La  mia corona è intrecciata d’erba e divinità.

Labbra carnose, labbra bianche, lanugine nasconde la mia bocca d’adultero.

Tendo   l’arco di bambù.

E sollevo la lama scintillante.

Vibrano i tamburi a ridestare  il dio che s’è assopito.

Tremor di cavigliere  mentre l’uomo ch’è in me si ritrae.

Non sono più chi tu hai desiderato.

Sono il tuo protettore.

Il fiero dio Muthappan.[1]

Parla Muthappan:

Io sono il signore della giungla, il figlio dei vitigni torturati

Lesto di piede, leale sino in fondo.

Il cane m’accompagna,

Il cieco Thiruvappan è il mio compagno.

E  nei momenti oscuri di questo tempo

Sarò con te.

A  darti aiuto e consolazione.

A  proteggerti ed a sostentarti.

Guarda, con questa freccia

Che perfora l’occhio del cocco

Io distruggo ogni male

Che ti turbina intorno.

Spicco dal serto della speranza,

Frammenti  perché tu vi costruisca

Tutti i tuoi sogni.

Premo la mano sulla tua testa;

Che i tuoi nervi trasmettano il messaggio

Che mai io t’abbandonerò.

Tutto questo e altro ancora

Farò per te.

Ma prima dentro di me la sete

Spegnerò con latte ancora tepido.

Con il vino di palma che ribolle

Senza fermare il tempo.

Succhio dalla lunga canna di bronzo

Mastico un pezzo di pesce secco

Muthappan è soddisfatto;

Muthappan è felice.

Muthappan ha parlato.

Più non gli sono necessario.

La mia corona del potere è fatta d’erba vizza.

Scorre sulla mia fronte il sale del sudore.

Con dita che un tempo cercarono  perfezione,

Di dosso mi rimuovo la maschera del dio.

Donna, sono di nuovo chi io ero,

Un uomo con la pelle ed occhi

Che cercano i tuoi.

Donna, che al tuo desiderio il mio s’unisca.

Che la mia bocca  sia sigillo alla tua.

Che la mia fame bruci la tua pelle.

Perché ora mi sfuggi?

Perché senti l’odore di selvaggio?

Temi colui che fui?

Ascolta donna,

Io sono un uomo;

Solo talvolta un dio.

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[1] Muthappan, il cui nome letteralmente significa “zio maggiore del padre”, è il benevolo  Dio Cacciatore del Kerala. Il suo culto antichissimo  risale all’India prevedica. Il dio viene fisicamente  impersonato ogni giorno da un uomo che ne indossa i coloratissimi panni e i pesanti ornamenti, che ricordano i più antichi personaggi della danza Kathakali.. In quel momento l’uomo perde la sua natura umana e diventa il dio. Muthappan racchiude la doppia natura di Vishnu e Shiva. Il cane è il suo animale sacro. (N.d.T.)

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Possa tu dormire un milione di anni, Shiva

 

 I

Padrone dell’universo

Signore della distruzione,

Sono di fronte a te

Ma non ti temo.

Hai mai avvertito

Le ossa di tuo figlio pungerti il palmo?

Hai mai sentito

Il pianto perforante della fame?

II

Ho placato

Ormai le  richieste e il mio richiamo.

Ho cantato il tuo nome

Per milioni  di volte.

E tuttavia, certo ritorneranno i miei avi

Vampiri avidi dei resti della mia colpa.

Ché sanno che rinunziando a te

Rinunzio a loro.

III

Più non raccoglierò fiori di campo

A nascondere la tua nera tumescenza

Coi rossi petali della speranza

Che sbocciano, fioriscono e poi muoiono dentro questi cortili.

Non arderanno lampade, tuo occhio che tutto vede.

Non il tuo fiato di canfora strinerà le pareti.

Mai più io fingerò che tu esista.

I tuoi doni, soltanto cenere che mi strozza la gola.

IV

Per un’ultima volta

Mi sono immerso nella piscina verde.

Le lacrime degli uomini prescelti, come fui io, insozzate dal fango.

Per un’ultima volta ho retto il filo che a te mi lega.

E che nel dirti addio così  ti maledica:

Possa tu vivere prigioniero del tuo sonno.

E, quando sarò andato, nessuno ti risvegli

Mai più per te richiamo di campana.

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Un’impronta di Baga[1]

 

I

Fiammeggiante

una linea di giallo

dardeggiò.

Inquisendo

saggiando

l’abisso fiammeggiante.

I fianchi doloranti

le labbra gonfie.

Onde si sollevarono

prosciugano le fiamme

inghiottono il calore,

il seme tumultuoso.

Speranza.

Un desiderio muto

di creare

nutrire

un essere dorato

per un istante breve.

II

Polvere d’ossa calcinate

di qualche antico abisso.

Orlano  l’occhio dell’oceano

arginando le grandi lacrime di sale.

Non scompaiono

nemmeno se inondate

ed a volte sommerse

dalle onde.

Che mai cessano di tentare

la fuga.

Imprigionate

dentro insensati accoppiamenti,

chicco e chicco

e chicco e chicco

ciascuno separato

ciascuno indistinguibile

dall’altro.

Non ricordi.

Non sogni.

Non paure.

Non desideri.

Non pena.

Se gettati

pestati

o trascinati

da un’onda negligente

ancora sono intatti

ancora paghi.

III

Il sole in ritirata

lasciò che il panneggio

del letto dell’oceano

si levasse sempre più in alto

finché ciò

che rimase

fu una chiazza

a macchiare i cieli;

alcune nubi illividite

ricordi alla deriva

di una presenza

persa

ed uno strano vuoto

insopportabile.

Poi

dalle onde

un ponte emerse

tra la terra dei vivi

e la città dei morti.

Incrostato di corallo

di raggi d’oro

racchiuso tra le perle

e sotto pesci a fare serenate

e delfini a danzare.

Dal punto

in cui il sole stillava sangue

dilagava

fino alla punta dei tuoi piedi.

Calpestalo

se osi

dove  vivi e i morti s’uniscono.

Segreti che s’intrecciano

sogni

saggezza

speranza.

Sfiora una guancia

tocca un dito.

Cammina

in un tunnel del tempo.

Solo per un momento

un battito di palpebra

e poi non resta nulla.

IV

Olio d’anacardio.

Barche annerite.

Ricci di mare aculeati.

Ascelle rasate.

Orme sulla sabbia.

Panchine copulanti.

Cozze al vino bianco. Cozze masala. Coppa di conchiglia.

Moto. Vichinghi.

Hippy fatti plutocrati.

Cani addormentati.

Ombre lunghe.

Bambini nudi.

Potenza del vento.

Sale marino. Brezza marina. Mare che azzitta l’orizzonte.

Ascelle pelose.

Cani chiassosi.

Teste ondulanti.

Teli solitari.

Reti da pesca annodate.

Vecchi con voglia di morire.

Onde battenti. Onde arretranti. Onde volventi dal ventre d’oro.

Corvi in picchiata.

Ombelichi perfetti.

Ciabatte di plastica.

Venditori di ananas.

Pescatori che pescano la sabbia.

Sirene in sarong.

Sole stanco. Sole calante. Sole a sognare il mattino.

Due uomini su una roccia.

Scogliere incombenti.

Baia ricurva.

Nube che esplode.

Macchie di sale.

Oceano in una conchiglia intrappolato.

Spiaggia in ombra. Spiaggia coperta di salsedine. Spiaggia addormentata.

Mezzaluna del pube del cocco.

Faro sfavillante.

Mozziconi piegati.

Grugnir di maiale.

Nave fantasma.

Giocolieri.

Sospiro di mare. Sospiro di sabbia. Sospiro di sole.

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Salve lascivia

 

L’avrei dovuta vedere la lascivia quand’è arrivata

Avrei dovuto saperlo a questo punto.

Poiché viene a trovarti

Scuotendo campanelle sulla porta

Profumata di sole, d’erba, di astuti desideri.

Poiché ti striscia una piuma sull’anima

e sommuove il tuo cuore catatonico

ed invia al tuo cervello piccole note ritmiche.

Poiché ti stringe fra le braccia

e soffoca le incertezze quotidiane.

E poi ti fissa negli occhi e ci si pianta.

Poiché nulla promette

e poi ti lascia andare alla deriva

a calcolare il tempo con un mucchietto crescente di “perché”.

Poiché in seguito finge di non esserci stata

e che tutto ciò ch’è accaduto altro non era che uno stato d’animo

che va dimenticato e gettato alle spalle.

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[1] Baga è una città di mare nello stato di Goa, famosa per  la sua spiaggia dalla sabbia bruna. (N.d.T.)

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Maschera  di bellezza

Con polvere di sandalo e di curcuma

Con yogurt inacidito

E gocce di speranza annaffiate d’acqua di rose

Preparo un volto nuovo e risplendente

Per  questa nuova me.

Con questa maschera esfolierò

 Il passato maculato di  “forse” giallastri

Penetrerò a raccogliere residui di rifiuto

Spianerò vecchi sentieri inutili

E asporterò ogni traccia di deboli elogi devastanti.

Traduzione di  Francesca Diano (C) 2012 Riproduzione Riservata 

(C) 2002 by Anita Nair per i testi originali.

Kamala Das – La danza degli eunuchi e altre poesie. Traduzione di Francesca Diano

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Kamala Das

Kamala Das,   nata Kamala Madhavikutty successivamente Kamala Surayya, (Punnayurkulam, Kerala, 31/3/1934 – Pune 31/5/2009) è considerata in India “poeta laureato”, la voce più incisiva e autorevole della moderna poesia indiana in lingua inglese e allo stesso tempo uno degli autori più determinanti in lingua malayalam, in particolare per i suoi numerosi racconti e l’autobiografia, My Life, che scrisse in questa sua lingua d’origine e poi tradusse in inglese. Una figura coraggiosa, controversa per i temi forti affrontati nella sua poesia e per le scelte di vita, così controcorrente.

Nata nella casta aristocratica Nair, da un padre noto giornalista e da una madre famosa poetessa in lingua malayalam, passò l’infanzia e la giovinezza tra Calcutta e  il Kerala, uno stato che all’epoca era parte di una zona dell’India chiamata Malabar e fin da sempre manifestò un fortissimo amore per la poesia e la scrittura, sia per la propria natura di scrittrice, che per l’influenza della madre e del prozio materno, Nalapatt Narayana Menon, famoso scrittore. Dunque non c’è dubbio che l’ambiente aristocraticamente letterario e l’alta tradizione culturale    in cui il suo talento si radica, la pone tra quegli scrittori indiani che rappresentano una continuità letteraria di profilo alto.  A differenza della pletora di autori indiani, romanzieri e poeti  in lingua inglese che, spuntati dal nulla, stanno facendo la loro fortuna fuori dall’India, solo perché in occidente l’India è ora di moda, pur  mancano ai loro lettori occidentali  i riferimenti per poter distinguere il talento da un’esotica  mediocrità, Kamala Das, che è il frutto diretto di una tradizione letteraria antica e raffinata,  ha questa potenza nel rompere proprio quella tradizione, perché ne è portatrice .

A 15 anni fu data in sposa a Madhava Das, dirigente di banca molto più grande di lei, che tuttavia la incoraggiò a scrivere ed è sintomatico che, pur scrivendo indistintamente in inglese, hindi e malayalam, Kamala Das non abbia mai rinnegato letterariamente la sua lingua madre. Proprio perché è in quella che si radicavano le sue robuste radici, quelle che le permisero di lanciarsi oltre le convenzioni e le limitazioni di una condizione femminile per lei troppo angusta e soffocante.

La scelta dell’inglese per la poesia ha un motivo – io ritengo – preciso. I temi che la sua poesia tratta infatti, sono fin dall’inizio scottanti e mai affrontati da una donna indiana: la sessualità femminile, l’educazione, la politica, l’indipendenza e l’autonomia della donna ecc. E per temi così esplosivi all’epoca in India, l’inglese era la lingua adatta, poiché lingua degli invasori ma anche veicolo di quelle idee sovversive.

La prima raccolta, Summer in Calcutta,  pubblicata nel 1965, tratta temi d’amore, d’abbandono e di tradimento, ma senza il romanticismo e il sentimentalismo della contemporanea poesia amorosa. La seconda raccolta, The Descendants (1967) è da questo punto di vista ancora più esplicita.

Nel 1976 pubblica un’autobiografia, che è la traduzione in inglese dell’originale in malayalam, ma successivamente rivela che buona parte dei fatti, alcuni dei quali scioccanti per l’esplicita libertà sessuale e mentale,  sono romanzati e non reali. Nei suoi romanzi, nei racconti, nelle raccolte di poesia, negli articoli, nei saggi e nelle seguitissime colonne che teneva su quotidiani e riviste, Das si pone come una vera e propria innovatrice nella voce indiana femminile e non a caso è stata definita sulle pagine del Times “la madre della poesia indiana moderna in lingua inglese.” Non a caso, perché si può dire che molte delle poetesse indiane più recenti, che scrivono in inglese, hanno attinto e attingono da lei temi e ispirazione, raramente raggiungendo la stessa qualità letteraria e la stessa potenza dirompente.

Di famiglia strettamente hindu di  antica tradizione conservatrice, a  65 anni, dopo la morte del marito,  abbandona la religione hindu per convertirsi all’Islam, religione del suo più giovane nuovo compagno Sadiq Ali e assume il nome di Kamala Surayya, anche se poi riterrà un errore quella scelta.  La sua fama la porta in tutto il mondo, a tenere corsi e conferenze in università, festival letterari, istituzioni culturali. Fondò anche un partito, il Lok Seva Party, in favore di madri single e orfani. Alla sua morte il corpo tornò in Kerala e le  furono tributati i funerali di Stato.

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Presento qui alcune  sue poesie, nella mia traduzione. La prima si riferisce a quelli che in India sono chiamati hijra, o eunuchs, non veri e propri eunuchi, ma uomini che si vestono da donna e che delle donne assumono atteggiamenti e gusti. Hanno nella società indiana un’antichissima tradizione, al punto da costituire una sorta di casta.  Non hanno molto a che fare con i nostri travestiti o transgender, proprio per il ruolo che da tempi immemorabili viene loro riconosciuto. Se da una parte sono emarginati, dall’altra, riunendo in sé la doppia natura di femminile e maschile, sono considerati di buon auspicio e di buona fortuna nelle feste, ai matrimoni, nelle celebrazioni e vengono pagati per  la loro presenza. Ma molti sono poveri, chiedono la carità con molta insistenza ai semafori e alcuni si prostituiscono. Il che non toglie che alcuni abbiano fatto fortuna e siano imprenditori o, come in un caso, un’acclamata attrice di Bollywood.  Hanno un loro culto, una Dea Madre di origini prevediche e in genere vivono in comunità, sorta di case madri, in cui un hijra più anziano ha un ruolo di rilievo.

 

LA DANZA DEGLI EUNUCHI

(Da Summer in Calcutta 1965)

Era caldo, così caldo prima che gli eunuchi venissero

A danzare, le ampie gonne volteggianti, il clangore

Intenso dei  cimbali e cavigliere tinnanti, tinnanti

Tinnanti… sotto il fiammante albero di fuoco, con

Volar di lunghe trecce, lampi degli occhi scuri, danzarono e

Danzarono, oh danzarono fino a sanguinare…sulle guance

Tatuaggi verdi, gelsomini tra i capelli, alcuni

Erano scuri ed altri quasi bianchi. La loro voce

Aspra, melanconici i canti; cantavano di

Amanti morenti e o bambini non nati…

Alcuni battevano i tamburi; e altri il seno afflitto

E gemevano, torcendosi in estasi vacanti.

Sottili le membra e rinsecchite; come ceppi semiarsi di

Pire funebri, aridità e marciume

V’era in ciascuno. Persino i corvi stavano così

Silenti sui rami, ed i bambini immobili, ad occhi dilatati;

Tutti a guardar le convulsioni di quei poveri esseri

Poi il cielo crepitò, e venne il tuono e il fulmine

E la pioggia, una misera pioggia che sapeva di polvere nelle

Soffitte e di urina di topo e di lucertola….


 

THE DANCE OF THE EUNUCHS

It was hot, so hot, before the eunuchs came
To dance, wide skirts going round and round, cymbals
Richly clashing, and anklets jingling, jingling
Jingling… Beneath the fiery gulmohur, with
Long braids flying, dark eyes flashing, they danced and
They dance, oh, they danced till they bled… There were green
Tattoos on their cheeks, jasmines in their hair, some
Were dark and some were almost fair. Their voices
Were harsh, their songs melancholy; they sang of
Lovers dying and or children left unborn….
Some beat their drums; others beat their sorry breasts
And wailed, and writhed in vacant ecstasy. They
Were thin in limbs and dry; like half-burnt logs from
Funeral pyres, a drought and a rottenness
Were in each of them. Even the crows were so
Silent on trees, and the children wide-eyed, still;
All were watching these poor creatures’ convulsions
The sky crackled then, thunder came, and lightning
And rain, a meager rain that smelt of dust in
Attics and the urine of lizards and mice….

 

PRESENTAZIONE

da Summer in Calcutta

Non so di politica ma conosco i nomi

Di chi è al potere, e li posso ripetere come

I giorni della settimana, o i nomi dei mesi, a partire da Nehru.

Sono indiana, molto scura, nata nel Malabar,

Parlo tre lingue, scrivo in

Due, sogno in una.

Non scrivere in inglese, m’hanno detto, l’inglese non

È la tua lingua madre. Perché non mi lasciate

In pace, critici, amici, cugini in visita,

Tutti voi quanti siete? Perché non lasciarmi parlare

Qualunque lingua voglia? La lingua in cui io parlo,

Diviene mia, le sue distorsioni, le sue bizzarrie

Tutte mie, solo mie.

È mezza inglese, mezza indiana, forse buffa, ma onesta.

È umana poiché umana sono, non

Capite? Dà voce alla mia gioia, ai miei desideri, alle

Speranze, e poi mi è utile come il gracchiare

Al corvo o il ruggito al leone, è

Una parlata umana, la parlata della mente che

C’è e non c’è, di una mente che vede e sente e

È consapevole. Non il linguaggio sordo e muto

Degli alberi nella tempesta o di nubi monsoniche o della pioggia o

Il balbettio incoerente della pira

Funebre fiammeggiante. Ero bambina e poi

Mi dissero ch’ero cresciuta, perché mi feci alta, le membra

S’ingrossarono e in uno o due punti spuntarono dei peli.

Quando chiesi l’amore, non sapendo che altro poter chiedere

Egli condusse una ragazza sedicenne nella

Stanza da letto e poi chiuse la porta. Non mi batteva

Ma il mio triste corpo di donna si sentiva battuto.

Il peso dei miei seni e del mio ventre m’opprimeva.

Mi rimpicciolii. Penosamente.

Poi…indossai una camicia e

I pantaloni di mio fratello, mi tagliai i capelli ed ignorai

Il mio essere donna. Metti la sari, sii ragazza

Sii moglie, dissero. Ricama, cucina,

Litiga con la servitù. Adeguati. Oh,

Stai al tuo posto, gridarono i categorizzatori. Non sedere

Sui muri e non sbirciare nelle nostre finestre con tendine di pizzo.

Sii Amy, o sii Kamala. O meglio

Ancora, sii Madhavukutty. È tempo di

Scegliere un nome, un ruolo. Non giocare a far finta.

Non giocare a far la schizofrenica o a fare

La ninfomane. Non piangere in modo imbarazzante quando

L’amore ti abbandona…ho incontrato un uomo, l’ho amato. Non chiamatelo

Con un nome quale che sia, è ciascun uomo.

Che vuole una donna, come io sono ciascuna

Donna che cerca amore. In lui… l’affamata urgenza

Dei fiumi, in me… l’instancabile

Attesa dell’oceano. Chi sei, chiedo a tutti e ad ognuno,

La risposta è, sono io. Ovunque e

In ogni luogo, vedo colui che chiama Io se stesso

In questo mondo, è avvolto strettamente come

La spada nel suo fodero. Sono io a bere solitaria

A mezzogiorno, a mezzanotte, in hotel o in città estranee,

Son io che rido, che faccio l’amore

E poi provo vergogna, son io che giaccio morente

Con un rantolo in gola. Sono una peccatrice,

Sono una santa. Sono l’amata e la

Tradita. Non ho gioie che le tue non siano, non

Dolori che non siano tuoi. Anch’io chiamo me stessa Io.

 

AN INTRODUCTION

I don’t know politics but I know the names
Of those in power, and can repeat them like
Days of week, or names of months, beginning with Nehru.
I amIndian, very brown, born inMalabar,
I speak three languages, write in
Two, dream in one.
Don’t write in English, they said, English is
Not your mother-tongue. Why not leave
Me alone, critics, friends, visiting cousins,
Every one of you? Why not let me speak in
Any language I like? The language I speak,
Becomes mine, its distortions, its queernesses
All mine, mine alone.
It is half English, halfIndian, funny perhaps, but it is honest,
It is as human as I am human, don’t
You see? It voices my joys, my longings, my
Hopes, and it is useful to me as cawing
Is to crows or roaring to the lions, it
Is human speech, the speech of the mind that is
Here and not there, a mind that sees and hears and
Is aware. Not the deaf, blind speech
Of trees in storm or of monsoon clouds or of rain or the
Incoherent mutterings of the blazing
Funeral pyre. I was child, and later they
Told me I grew, for I became tall, my limbs
Swelled and one or two places sprouted hair.
WhenI asked for love, not knowing what else to ask
For, he drew a youth of sixteen into the
Bedroom and closed the door, He did not beat me
But my sad woman-body felt so beaten.
The weight of my breasts and womb crushed me.
I shrank Pitifully.
Then … I wore a shirt and my
Brother’s trousers, cut my hair short and ignored
My womanliness. Dress in sarees, be girl
Be wife, they said. Be embroiderer, be cook,
Be a quarreller with servants. Fit in. Oh,
Belong, cried the categorizers. Don’t sit
On walls or peep in through our lace-draped windows.
Be Amy, or be Kamala. Or, better
Still, be Madhavikutty. It is time to
Choose a name, a role. Don’t play pretending games.
Don’t play at schizophrenia or be a
Nympho. Don’t cry embarrassingly loud when
Jilted in love … I met a man, loved him. Call
Him not by any name, he is every man
Who wants. a woman, just as I am every
Woman who seeks love. In him . . . the hungry haste
Of rivers, in me . . . the oceans’ tireless
Waiting. Who are you, I ask each and everyone,
The answer is, it is I. Anywhere and,
Everywhere, I see the one who calls himself I
In this world, he is tightly packed like the
Sword in its sheath. It is I who drink lonely
Drinks at twelve, midnight, in hotels of strange towns,
It is I who laugh, it is I who make love
And then, feel shame, it is I who lie dying
With a rattle in my throat. I am sinner,
I am saint. I am the beloved and the
Betrayed. I have no joys that are not yours, no
Aches which are not yours. I too call myself I.

 

 

I VERMI
(da The Descendants 1967)

Al tramonto, sulla riva del fiume, Krishna
L’amò per l’ultima volta e se ne andò…

Quella notte tra le braccia del marito, Radha si sentì
Così morta che lui chiese: che hai?
Ti spiacciono i miei baci, amore? E lei rispose,
No, affatto, ma pensò, Che cosa importa
Al  cadavere se lo mordono i vermi?

THE MAGGOTS

At sunset, on the river ban, Krishna
Loved her for the last time and left…
That night in her husband’s arms, Radha felt
So dead that he asked, What is wrong,
Do you mind my kisses, love? And she said,
No, not at all, but thought, What is
It to the corpse if the maggots nip?

ETA’ DELLA PIETRA
(da The Old Playhouse and Other Poems, 1973)

Tenero sposo, antico colono della mente,
Vecchio ragno pingue, che tessi ragnatele di sconcerto,
Sii gentile. Tu mi trasformi in un uccello di pietra, in una
Colomba di granito, mi costruisci attorno una misera stanza,
E mi accarezzi distratto il viso butterato mentre
Leggi. Parlando ad alta voce frantumi il mio sonno antelucano,
Ficchi un dito nel mio occhio sognante. E
Tuttavia, sognando ad occhi aperti, uomini forti proiettano un’ombra, sprofondano
Come bianchi soli nei flutti del mio sangue dravidico,
Segretamente scorrono le fogne sotto le città sacre.
Quando vai via, con la mia auto azzurra scassata guido
Lungo il mare più azzurro. Salgo di corsa i quaranta
Gradini rumorosi per picchiare all’altrui porta.
Attraverso lo spioncino osservano i vicini,
Mi osservano arrivare
E andare come la pioggia. Chiedetemi, tutti, chiedetemi
Cosa ci veda in me, chiedetemi perché lo chiamino leone,
Libertino, chiedetemi perché oscillino le mani come un cobra
Prima che il pube m’afferri. Chiedetemi perché come
Un grande albero, abbattuto, s’accasci sui miei seni,
E dorma. Chiedetemi perché la vita sia breve e l’amore sia
Più breve ancora, chiedetemi cosa sia l’estasi e quale sia il suo prezzo…

THE STONE AGE

Fond husband, ancient settler in the mind,
Old fat spider, weaving webs of bewilderment,
Be kind. You turn me into a bird of stone, a granite
Dove, you build round me a shabby room,
And stroke my pitted face absent-mindedly while
You read. With loud talk you bruise my pre-morning sleep,
You stick a finger into my dreaming eye. And
Yet, on daydreams, strong men cast their shadows, they sink
Like white suns in the swell of my Dravidian blood,
Secretly flow the drains beneath sacred cities.
When you leave, I drive my blue battered car
Along the bluer sea. I run up the forty
Noisy steps to knock at another’s door.
Though peep-holes, the neighbours watch,
they watch me come
And go like rain. Ask me, everybody, ask me
What he sees in me, ask me why he is called a lion,
A libertine, ask me why his hand sways like a hooded snake
Before it clasps my pubis. Ask me why like
A great tree, felled, he slumps against my breasts,
And sleeps. Ask me why life is short and love is
Shorter still, ask me what is bliss and what its price…

LO SPECCHIO

Farsi amare da un uomo è facile
Solo sii onesta sulle tue esigenze di
Donna. Sta nuda con lui di fronte allo specchio
Così che possa vedersi più forte
E che lo creda, e te molto più
Morbida, più giovane e graziosa. Ammetti la tua
Ammirazione. Nota la perfezione
Delle sue membra, i suoi occhi arrossati sotto
La doccia, il cauto camminare sul pavimento del bagno,
Seminando asciugamani e il modo a scatti
In cui urina. Tutti i dettagli teneri che lo rendono
Maschio e il tuo unico uomo. Donagli tutto,
Donagli quel che ti rende donna, il profumo
Dei capelli lunghi, il muschio del sudore tra i seni,
Il caldo shock del sangue mestruale, e tutti i tuoi
Infiniti appetiti di femmina. Oh sì, farsi
Amare da un uomo è facile, ma vivere
Poi senza di lui potrebbe essere
Qualcosa da affrontare. Un vivere senza vita quando ti
Muovi, incontri degli estranei, con occhi che
Hanno rinunciato a ricercare, con orecchie che sentono solo
La sua ultima voce chiamare il tuo nome e il tuo
Corpo che un tempo sotto il suo tocco scintillava
Come ottone brunito, ora misero e privo di colore.

THE LOOKING GLASS

Getting a man to love you is easy
Only be honest about your wants as
Woman. Stand nude before the glass with him
So that he sees himself the stronger one
And believes it so, and you so much more
Softer, younger, lovelier. Admit your
Admiration. Notice the perfection
Of his limbs, his eyes reddening under
The shower, the shy walk across the bathroom floor,
Dropping towels, and the jerky way he
Urinates. All the fond details that make
Him male and your only man. Gift him all,
Gift him what makes you woman, the scent of
Long hair, the musk of sweat between the breasts,
The warm shock of menstrual blood, and all your
Endless female hungers. Oh yes, getting
A man to love is easy, but living
Without him afterwards may have to be
Faced. A living without life when you move
Around, meeting strangers, with your eyes that
Gave up their search, with ears that hear only
His last voice calling out your name and your
Body which once under his touch had gleamed
Like burnished brass, now drab and destitute.

LA PIOGGIA
(Da Only The Soul Knows How To Sing 1996)

Lasciammo quella casa sgraziata e vecchia
Quando morì lì il mio cane, dopo
Il funerale, dopo che la rosa
Fiorì due volte, sradicandola
E portandocela via coi nostri libri,
Con gli abiti e le sedie di gran fretta.
Ora viviamo in una nuova casa,
Ed i tetti non perdono, ma, quando
Qui piove, vedo la pioggia inzuppare
Quella casa vuota. La sento cadere
Dove ora giace il mio cagnetto,
Solo.

THE RAIN

We left that old ungainly house
When my dog died there, after
The burial, after the rose
Flowered twice, pulling it by its
Roots and carting it with our books,
Clothes and chairs in a hurry.
We live in a new house now,
And, the roofs do not leak, but, when
It rains here, I see the rain drench
That empty house, I hear it fall
Where my puppy now lies,
Alone..

INVERNO
Da Summer in Calcutta.

Sapeva di nuove piogge e di teneri
Germogli di piante – e il suo calore era il calore
Della terra in cerca di radici…perfino la mia
Anima, pensavo, dovrà inviare le sue radici da qualche parte
E, amavo il suo corpo senza vergogna,
Nelle sere d’inverno mentre gelidi venti
Ridacchiavano contro i vetri bianchi.

WINTER

It smelt of new rains and of tender
Shoots of plants- and its warmth was the warmth
Of earth groping for roots… even my
Soul, I thought, must send its roots somewhere
And, I loved his body without shame,
On winter evenings as cold winds
Chuckled against the white window-panes.

KRISHNA
Da Only The Soul Knows How To Sing

Il tuo corpo è la mia prigione, Krishna,
Oltre esso non vedo.
Mi acceca la tua tenebra,
Le tue parole d’amore escludono il fragore del mondo saggio.

KRISHNA

Your body is my prison, Krishna,
I cannot see beyond it.
Your darkness blinds me,
Your love words shut out the wise world’s din.

Traduzioni di Francesca Diano (C)2012  RIPRODUZIONE RISERVATA