Lo stupore – di Francesca Diano

Massimiliana Bettiol - Marina - Olio su tela

Massimiliana Bettiol – Marina – Olio su tela

LO STUPORE

Lava che ribollendo brucia ustiona

Non cauterio salvifico ma piaghe

Salnitro amaro che s’incista

A mezzo dentro il ventre

A scisti a scavare latomie

Tenebrosi cunicoli di rabbia

Rauca cacofonia dall’occhio insonne –

Contemplo la rovina col distacco

Del perdono – che è un bel vincer di guerra

E’ l’aurea regola che nutre

Pianure late immemori orizzonti –

Le pietre gridano nomi dalle tombe

Il suono stride nella coclea

Erode immagini vacilla –

E’ lo stupore il segno che delimita

La corrosione – sanatore munifico –

Sottrae la grevità dissolve zolle

Tettoniche s’infiltra come vento

Tra le lenzuola stese

Cancellando il corrotto fetore dell’assenza

Di anime perdute

E lo metamorfizza in vapori vibratili

Lievi e veloci come sguardo angelico

Come pulviscolo di ali di farfalla –

Benedetto sia tu stupore aereo

Per la tua leggerezza di guerriero

Fedele baluardo alla morte seconda –

(C)2014 by Francesca Diano TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Qui letta su youtube da Valter Zanardi

Giorgio Linguaglossa. Su Francesca Diano da “Dopo il Novecento”

Giorgio Linguaglossa. Dopo il Novecento.  2013 Società Editrice Fiorentina

Giorgio Linguaglossa. Dopo il Novecento. 2013 Società Editrice Fiorentina

 

Ringrazio Giorgio Linguaglossa, critico militante fra i più noti in Italia, per avermi voluta includere fra le voci degne di nota nella poesia italiana contemporanea, nel suo nuovissimo saggio Dopo il Novecento (2013, Società Editrice Fiorentina) che fa seguito ai precedenti saggi, La nuova poesia modernista italiana. Edilazio (2010) e nel 2011 Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) Edilazio. Da Antonella Anedda ad Andrea Zanzotto, passando, tra gli altri,  per Attilio Bertolucci, Franco Buffoni, Laura Canciani, Giorgio Caproni, Patrizia Cavalli e poi Milo De Angelis, Franco Fortini, Mario Luzi, Dante Maffìa, Aldo Nove, Cesare Ruffato, Vittorio Sereni e Patrizia Valduga (per non nominarne che alcuni da lui analizzati. Linguaglossa traccia un quadro vastissimo e acutissimo della poesia italiana del XXI secolo.

Per avermi inclusa nella sua analisi, sono estremamente grata a Giorgio Linguaglossa, che non ho ancora avuto la fortuna di conoscere di persona. Per questo desidero riportare parte di quanto dice a proposito della mia poesia.

 

“In un’altra poetessa, Francesca Diano, si rinnova una ricostruzione di vicende mitiche e di personaggi emblematici, indagati nel momento della decisione anticipatrice della morte. La Diano scava paesaggi nel mito che sono un Um-Weg, una via indiretta, contorta; percorrere un Umweg per raggiungere un luogo non significa girarvi intorno, l’Umweg non è un Irrweg (falsa strada) e nemmeno un Holzweg (sentiero che si interrompe nel bosco), ma occorre compiere tutte le traiettorie necessarie perché la “dritta via” è non più percorribile; come dice Wittgenstein, è “permanentemente chiusa”. Non c’è più alcuna strada maestosa e tranquilla, costellata dai cipressi della speculazione e del poetato, che indichi la via che possa condurre alla “cosa stessa”. Quella cosa  da sempre nascosta alla vista ed è soltanto con lo scavare cunicoli sotterranei che noi contemporanei possiamo giungere a una diversa ricostruzione del significato delle “cose”. Nella poesia della Diano non c’è più la purezza dello sguardo restaurativo, ma è un guardare dis-locante dentro le cose e dal di fuori.” Op. cit. p 24  

 

“In quella (la poesia) di Francesca Diano invece il discorso poetico parte da un atto di allontanamento dal “reale”. Ne Il Minotauro e in Congedi, apparsi su Moltinpoesia nel 2012, il “soggetto” ha cessato di funzionare come il legislatore dell’atto poetico: è invece centrale l’atto dello straniamento dall’ “io”, dagli oggetti e dalla Storia. E’ mutata la topologia del simbolico e dell’immaginario. Il Minotauro segna uno dei punti di maggiore complessificazione del discorso poetico dell’ultimo decennio ottenuta mediante un ribaltamento dell’ermeneutica del mito del Minotauro. Il discorso poetico viene costruito come intreccio e sovrapposizione tra il discorso segreto e il discorso manifesto, capovolgimento ermeneutico tra il significato tramandatoci dalla tradizione e il nuovo significato nato da un atto di riflessione critica.” Op. cit pp27-28

 

(C) 2013 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Dante Maffìa. Io. Poema totale della dissolvenza. Una nota di Giorgio Linguaglossa

IO POEMA TOTALE MAFFIA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dante Maffìa ha appena pubblicato per i tipi di EdiLet  un testo monumentale, Io. Poema totale della dissolvenza.  Qui Un poema dunque, di circa 30.000 versi e 712 pagine. Sufficiente a collocare il nome di Maffìa, il poeta italiano vivente davvero più originale e rilevante, tra i grandi della letteratura contemporanea. Un testo poetico che non ha eguali dal Novecento ad oggi, non solo in Italia.  E monumentale non per il numero di versi, o per quello delle pagine, o perché si tratta di un poema (chi ha la forza – in tutti i sensi – di scrivere più un poema oggi?) ma davvero perché questo è un monumentum, uno mnomeìon di questa epoca, l’avvolge e la contiene nella sua totalità.

Ospito, come guida per il lettore, un testo limpidissimo e folgorante di Giorgio Linguaglossa, critico militante e poeta egli stesso, che conosce come nessuno l’opera di Maffìa ed è uno strumento prezioso per avvicinarsi a quest’opera.

F.D.

*

Giorgio Linguaglossa

L’UNIVERSO ATOPICO DELLA DISSOLVENZA

 

«Fair is foul and foul is fair: il bello è brutto, il brutto è bello, cantano le tre streghe all’inizio del Macbeth. È il ritornello che governa gli eventi. Sono le parole che accompagnano Macbeth al potere e lo trascinano alla rovina. La tragedia del potere e della follia, dove «la vita non è che un’ombra in cammino; un povero attore che si agita e pavoneggia per un’ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla. Il racconto raccontato da un idiota, pieno di strepito e furore, ma che non significa niente». La loro eco e la loro danza macabra arrivano fino a noi. Nell’epoca della borghesia, come spiegano ancora efficacemente Marx ed Engels nel Manifesto del partito comunista, tutto è volatile, istantaneo e rapidissimo, sottoposto a un inarrestabile processo di rivoluzionamento. Le vecchie idee sono state disintegrate in migliaia di frammenti, le idee nuove diventano vecchie prima ancora di fissarsi e consolidarsi. Ogni cosa sacra è profanata e le cose profane vengono consacrate. La conoscenza si certifica con la falsificazione (Popper)», scrive Rinaldo Caddeo in un recente articolo riproposto sul blog moltinpoesia.wordpress.com.

Con questo poema di Dante Maffìa entriamo nell’età della Crisi irreversibile della forma-poesia, nell’epoca della recessione spirituale, politica e stilistica del Dopo il Moderno, della «dissolvenza» incessante e progressiva, della transvalutazione, del mondo come volontà e rappresentazione, della volontà di potenza dispiegata del capitalismo e della crisi di un Modello unico di rappresentazione che ha la «fede» per antonomasia alla base del suo progetto totale di dominio sugli uomini: il capitalismo con la sua religione laica della fede come «credito» in Altro e col suo potere di trasformare il Tutto in Altro, secondo una deformazione immonda e turpe del pensiero teologico secolarizzato. «Tutti i mondi possibili esistono davvero», scrive un filosofo contemporaneo, David Lewis; nulla svanisce, tutto si trasforma: questa è la natura per Linneo; nulla  si trasforma e tutto svanisce: questo è il principio dimostrativo del cosmo di Maffìa, al contrario della legge base della relatività di Einstein: nulla si crea e nulla si distrugge: tutto resta sempre eguale a se stesso: l’eterno ritorno ha un cuore antico che conia la sempre uguale legge della «dissolvenza». Il fondamento della realtà è la «dissolvenza» dell’«io» e del «cosmo», e la poiesis non è un arbitro in posizione di terzietà in questo processo ma è un «ente» in dissoluzione come tutti gli altri «enti»: la forma-poesia precipita in «dissolvenza»  anch’essa, come tutte le forme ereditate dal Novecento: quello che resta è una forma-fluviale, una cascata Niagara, una forma-valanga che travolge lungo il suo percorso ogni cosa che trova; una forma-detrito che si nutre di detriti; una forma-processo in continuo divenire, una formidabile transvalutazione di tutti gli «enti», una metamorfosi perpetua dell’«ente» per eccellenza: la «parola»: la sua profonda degenerazione, la sua infingardaggine, la falsa coscienza della «parola», di quella di tutti i giorni e di quella che impiega il poeta; parola politica anch’essa, e quindi figurata (e sfigurata), infingarda e deforme. Ecco la ragione dei «bruttismi», dei «cacofonismi», delle parole-detrito, delle parole telefonate: i «telefonismi», delle parole dissimmetriche: i «dissimmetrismi», delle parole anomiche: gli «anomismi», i «distopismi», delle parole distopiche; i «disformismi», quelle parole che non corrispondono più che a dei concetti-stereotipi, falsificati anch’essi dalla procedura scientifica della verificazione: il Vuoto, il Nulla, il Sempre Eguale, l’Eterno Ritorno («tutto cadrà nel vuoto», «balbuzie della dissolvenza»). C’è un ritornello che ritorna ab aeterno e ab initio in questo mare primordiale che è questo smisurato poema: l’«io» che ruota (e si svuota) attorno all’apice di un cono rovesciato come una trottola lanciata in una folle corsa-rotazione in un universo indirezionale e atopico. Transvalutazione e degenerazione della materia, de-materializzazione della materia per eccellenza qual è la «parola» poetica (e non), la sua falsificazione; transvalutazione del movimento in dialettica dell’immobilità del movimento per eccellenza qual è la Storia degli uomini, un tutt’uno che diventa «dissolvenza» della «parola» e della Storia. Etica, estetica, scienza, principi morali, giudizi a priori, giudizi a posteriori, gusti, categorie, usi e costumi, fedi  scompaiono nel buco super massiccio della «dissolvenza»; vengono risucchiati, emulsionati in un maelstrom dove vengono risputati fuori, con segno negativo, in un cupio dissolvi, vendette e buoni propositi, olocausti e misericordia, azioni positive e azioni immonde, tutto viene commutato in segno negativo: incattiviti, deformati, abbrutiti, gobbi, deformi, sono gli specchi dell’«io» che pullulano in questa «totale dissolvenza». Anche la poiesis è sottoposta alla legge paradossale della «dissolvenza», dove ogni mutazione segna una de-generazione secondo una forma di pensiero gnostico e adialettico. Anche la poiesis è un «fare» ma in negativo: è esplosione, implosione, erosione, deformazione soggetta alla legge della morte termica con la quale finirà anche il nostro universo, salendo e ricadendo da nuvole di polvere cosmica; il discorso poetico di Maffìa si nutre della civiltà del Novecento come un buco supermassiccio si nutre della polvere cosmica. Alla fine, anche la «parola» maffiana si raffredderà e si disperderà nelle infinite periferie del megastore del nostro universo in vetrina e in vendita, anzi, in svendita (in tempi di recessione) qual è il poema della «dissolvenza». Una immensa, colossale apocatastasi. Anche la poiesis è diventata un’araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa, nasce dal fuoco eterno della «dissolvenza» e ritorna nel mare magnum della «dissolvenza». È un Eterno Ritorno, un eterno girare a vuoto della «trottola» dell’«io». La polvere cosmica nasce e muore, si spegne e si riaccende, viene raccolta da una parte e trasportata da un’altra da venti solari e da energie oscure come il turbine infernale entro il quale stanno i lussuriosi della Commedia dantesca. La legge di gravitazione universale di Newton, che faceva danzare elegantemente, come in un minuetto, tutti i corpi celesti e terrestri tra loro, è diventata una spiegazione infantile delle universe cose. La posta in gioco è ben altra: c’è da prima dell’inizio un Brama, un super spazio a dieci dimensioni più il Tempo dal quale si diramano gli universi: entrano in gioco le «particelle maledette», le «particelle di dio», movimenti, vibrazioni di energia cosmica, deformazioni dello spazio-tempo, deformazioni dell’energia e della luce, spostamenti nel tempo/spazio in altro tempo e in altro spazio. Dio non è mai morto: non è mai nato; è un universo ateo e bastardo quello di Maffìa, sottoposto alla legislazione della «dissolvenza», ultimo baluardo dell’«io» che stenta ad accettare il proprio declassamento a «io» infingardo e deturpato, a falso «io». Per Maffìa non si può non vivere che nell’ossimoro permanente (Montale) che è verificato dalla presenza della «parola della poesia», il peggior tradimento (la parola-usura); l’«io» è usuraio che impiega le parole come il capitale contante che presta a strozzo; la «parola poetica» è diventata una mostruosa deformazione e denegazione di una falsa parola divina che non è mai stata pronunciata: non esistono più né bene né male, né follia né ragione, né bello né brutto, tutto è volontà di potenza che sfocerà nella «dissolvenza»: Dante, Shakespeare, Galilei, papa Francesco, comunismo, capitalismo, dollaro, euro, Europa, Asia, America, Amore…

E = mc2 massa ed energia si equivalgono, sono le due parti di una semplicissima equazione. Anche l’universo si può indicare come la prima parte di una semplicissima equazione: xxx = yyy; dall’altra parte c’è l’altra metà dell’equazione della «dissolvenza» universale. La  poiesis è sottoposta alla medesima legge della «dissolvenza» che governa l’universo: la fisica dei quanti, la materia e l’antimateria, l’energia visibile e quella invisibile, la materia oscura e quella visibile dove siamo noi in un puntino infinitesimale dell’universo, Auschwitz e l’Olocausto, le bombe di Hiroshima e Nagasaki che hanno raso a suolo in un istante due città, che hanno vaporizzato decine di migliaia di uomini e hanno liquefatto per sempre ogni solidità della «materia». Non c’è più differenza tra Terra e Cielo. In cielo non cantano né gli angeli né i dèmoni ma tutto si muove verso l’esterno, si allontana dal centro in un vorticoso movimento a velocità allucinante. Al centro della nostra galassia (di cui noi e il nostro sole abitiamo un angolino periferico), come probabilmente al centro di tutte le altre migliaia di miliardi di galassie, c’è un buco nero supermassiccio che divora e ingurgita materia, luce, spazio e tempo, fa ruotare stelle e pianeti intorno a sé come il buco di scarico di un lavandino fa girare in un risucchio vorticoso l’acqua che sprofonda. Il cosmo in cui viviamo non è più abitato, protetto e nobilitato da serafini, cherubini, troni e dominazioni, ma è una cosa chiamata inflazione e noi esistiamo grazie a questa inflazione: l’ossimoro grottesco e gaglioffo della nostra nascita e della nostra vita senza senso; o meglio, con una pluralità di sensi secondo cui ciascuno adotta il senso ciò che più gli aggrada, secondo la legge universale della «dissolvenza».

Secondo una concezione recentissima, in un miliardesimo di secondo l’Universo è sbucato fuori da un altro universo e si è espanso alle attuali dimensioni; gli scienziati  hanno chiamato questo processo inflazione, una corsa accelerata della materia dello spazio e del tempo verso la periferia dell’universo. L’empireo di platonica memoria, è stato sostituito dal frusciante rottamaio di questa mega deflagrazione che si consuma nel silenzio cosmico: quella ondulazione magnetica che è la zattera che ci riporterà indietro nell’altro universo che ci ha preceduti, simile a quello scricchiolio o miagolio che sentiamo quando si passa da un canale a un altro della radio, il rumore ondulatorio di fondo, la debolissima traccia magnetica della radiazione sottostante dell’universo che ci ha preceduti. Impero della degenerazione e della «dissolvenza», dell’ossimoro, della cacofonia, del miagolio di fondo e della risonanza della inflazione di questo universo-magma dell’«io» di Maffìa, definisce al meglio la situazione in cui ci troviamo: di desertificazione spirituale e di nascita di falsi fondamentalismi, degli dèi falsi e bugiardi. Non saprei in quale altro modo descrivere questo smisurato poema dell’inflazione permanente, dove tutto si allontana da tutto, dove non c’è più un centro e l’«io» è deflagrato in una miriade di puntini luminosi come le luminarie dei fuochi d’artificio che si spengono nel mentre che si raffreddano nella loro dispersione nello spazio infinito.

Il demone della poesia come poeticus furor, poetic frenzy, ultima zattera alla deriva in questo processo inflattivo dell’universo: continua eruzione di fuoco, sabbia, acqua, veleno, gas cosmici; funebre immobilità del Mare della Tranquillità della Luna, frastornante marasma di quella polvere cosmica che sono gli uomini sul pianeta Terra scandito da un rullo continuo di tamburi come la superficie in tempesta perenne del pianeta di Saturno, Enceladon, frusciante come un incendio o stridente come il requiem di Penderecki, divagante e sussultorio come un concerto di Shostakovich, allucinato come un ready-made di  Duchamp, perturbante come un quadro con tritoni lussuriosi di Böcklin o allucinato come gli sgorbi contadini di Bosch o angoscioso e feroce come un dripping di Pollock, lucido e straniante come le bottiglie di Morandi. Poema straniante e drammatico, abitato dalla serenità della tragica «dissolvenza» di ogni cosa, inquietante come le piazze d’Italia di De Chirico. Il poema di Maffìa è duro come meteorite, e molle come calcestruzzo prima di rattrappirsi, candido come ghiaccio, fragile come vetro di Murano, o sughero che galleggia, feroce come l’artiglio di una tigre, idillica come una coppia di daini che bruca l’erba di una montagna; la parola assenza che fa rima con dissolvenza; fiore, la rima più falsa, con cuore, perché non c’è più una rima felice e la rima è già divenuta la tomba della gioia delle vocali.

La poesia nasce e muore nel linguaggio e con il linguaggio, non può risalire la china del «niente». Non c’è più un senso sotto le cose e le parole; se si scava dentro le parole e dentro le cose troveremo il «vuoto», un nulla fatto di cose senza senso. Ed è inutile cercare un senso, una direzione di marcia: né un senso, né una profondità, né un non-senso nel senso che sia un altro senso del non-senso, o del senso che ci consegni un altro sguardo; non c’è  altro senso che non sia la medesima cosa del non-senso in cui ci troviamo da sempre. Nessun senso, né recondito, estraneo a se stesso, né paradossale, è un senso che equivale a miliardi di altri sensi che nascono e muoiono nelle discariche della catastrofe permanente della «dissolvenza» in cui e per cui non possiamo recuperare alcun senso: non c’è alcuna bellezza nella natura, né nell’arte, nell’amore: falsità, fatuità che gli uomini continuano ad aggiudicarsi a vicenda, secondo falsa coscienza e impero del male.

(C)by Giorgio Linguaglossa 2013. RIPRODUZIONE RISERVATA

Simone Gambacorta intervista Francesca Diano

Fra i miei due padri e Maestri, Sergio Bettini (a sinistra), Sergio Bettini e Carlo Diano. Università di Padova il giorno della mia laurea

Fra i miei due padri e Maestri, Sergio Bettini (a sinistra), Sergio Bettini e Carlo Diano. Università di Padova il giorno della mia laurea

Riporto qui la bellissima intervista che gentilmente mi ha voluto fare Simone Gambacorta per il blog della Galaad Edizioni da lui curato. Ho conosciuto Gambacorta in occasione del Premio Teramo, che la Giuria ha generosamente voluto assegnarmi e  per il quale svolge l’oneroso e complesso ruolo di segretario (vedi organizzatore, coordinatore, angelo alla cui vista nulla sfugge). Lo ringrazio per la sensibilità con cui ha saputo  scegliere le domande, per nulla ovvie e per lo spazio che mi ha concesso.
http://www.galaadedizioni.com/dblog/articolo.asp?articolo=471 
Francesca Diano ha vinto nel novembre 2012 la XLII edizione del Premio Teramo con il racconto “Le libellule”. Nata a Roma, si è trasferita a Padova quando ancora era piccolissima, aveva infatti appena due anni, a seguito del padre, il celebre grecista, filologo e filosofo Carlo Diano, che era stato chiamato a ricoprire la cattedra di Letteratura greca di Manara Valgimigli all’Università. Quando aveva dieci anni, Diego Valeri, colpito dalla sua scrittura, volle farle pubblicare delle poesie nella rivista «Padova e il suo territorio». Laureata in Storia della critica d’arte con Sergio Bettini, ha vissuto a Londra, dove ha lavorato al Courtauld Insitute e ha tenuto corsi di Storia dell’arte italiana all’Istituto Italiano di Cultura. In Irlanda ha invece insegnato all’University College di Cork. Ha anche tenuto corsi estivi in lingua inglese di Storia dell’arte Italiana all’Università per Stranieri di Perugia. Ha curato la prima traduzione in italiano, dal tedesco, della “Grammatica storica delle arti figurative” di Alois Riegl ed è stata la prima a tradurre in italiano “Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland”, di Thomas Crofton Croker, il primo testo di leggende orali sulle isole britanniche. È la traduttrice italiana delle opere della scrittrice indiana Anita Nair. In questa intervista Francesca Diano, che è anche autrice del romanzo “La Strega Bianca”, parla della traduzione, ma soprattutto racconta la sua storia, il suo percorso professionale, il suo amore per la cultura e per tutto ciò che è pensiero.Penso a suo padre, il grecista Carlo Diano, e le chiedo: che cosa significa nascere e vivere in un ambiente familare di per sé intriso di cultura? Che tipo di porosità comporta, tutto questo? E in che modo indirizza o ispira le scelte che, più avanti, si compiranno?
«È una domanda a cui non saprei dare una risposta precisa, perché è come chiedere a un pesce cosa significhi nuotare nel mare, o a un uccello volare. Una cosa del tutto naturale. Se sei un pesce o un uccello, ovviamente. Ecco, il punto è questo. Si può essere immersi in un elemento che risponde alla tua natura – e questo è un dono della vita – oppure che non ti è congeniale e in questo caso l’ambiente non inciderà, oppure inciderà in senso negativo, per una sorta di rigetto. Per me è stato un grande privilegio – me ne sono resa conto solo quando tutto questo è finito – nascere figlia di quel padre, e ancora più fortunata mi ritengo per aver ereditato, assorbito. la sua sete di conoscenza. Il mondo in cui vivevo non era solo un ambiente intriso di letteratura ma – l’ho capito in seguito, confrontandomi con altre esperienze – una sorta di aristocrazia del pensiero, del meglio che il ‘900 abbia visto. E non solo in Italia, perché nella nostra casa arrivava un po’ tutto il mondo. Studiosi, filosofi, poeti, artisti, letterati, storici delle religioni, musicisti. Oltre a italiani, anche francesi, tedeschi, inglesi, svedesi, americani. La bambina che ero li guardava e li ascoltava con immensa curiosità. Ho avuto come padrino e madrina di battesimo Ettore Paratore e la sua bellissima moglie Augusta, nipote del grande Buonaiuti, che non è un cattivo esordio. Nella prima parte della mia vita sono vissuta in un mondo privilegiato, che a me pareva l’unico e in seguito l’impatto con altre realtà non è stato facile. Mi rendo conto che sono vissuta in un mondo scomparso, che se da una parte mi ha dato degli strumenti unici di approccio alla vita, dall’altra ora mi fa sentire come in esilio da una patria perduta. È un mondo che riesco a ritrovare però nei libri, nella gioia dello studio e della scrittura. E, forse perché ormai ho accumulato molti anni e molte vite, nel custodire quei ricordi. La stessa università di Padova raccoglieva contemporaneamente cervelli come mio padre, Sergio Bettini, Carlo Anti, Giuseppe Fiocco, dei Maestri che davvero hanno aperto nuove strade. Personalità come queste hanno lasciato un vuoto non più colmato. Poi c’era la sterminata biblioteca di mio padre, da cui mi hanno parlato secoli di sapere, da cui attingevo in modo disordinato e vorace. Ho letto libri come “Vita di Don Chisciotte” di Miguel de Unamuno, o “Delitto e castigo”, o “Iperione” di Hölderlin a undici, dodici anni. Capivo la metà di quello che leggevo, ma era proprio quello che non capivo che mi affascinava. In quella biblioteca di oltre 10.000 volumi, c’erano le letterature di tutti i tempi e di tutti i luoghi, e libri di filosofia, di arte, di critica, di scienze matematiche e naturali, di storia delle religioni, di teatro e molto altro e insomma era lo specchio della mente e del sapere di mio padre, che non è stato solo filosofo, grecista e filologo, ma anche pittore, scultore, poeta e compositore di musica. È stata la sua ecletticità che mi ha insegnato a essere curiosa di tutto, a non temere di esplorare campi non miei (se mai ho avuto dei campi miei), a inoltrarmi lungo vie ignote. Insomma, proprio come per le parti dei libri che non capivo, mi ha sempre attratto quello che non so. Non ho una mente accademica – e vedendo molti cosiddetti accademici di oggi la ritengo una cosa positiva – ma più di una curiosa, di un’innamorata del sapere. E questo è quello che di me più mi piace. Eppure, immersa in tutta questa sapienza e conoscenza, la lezione più grande che ho tratto da mio padre è stata di aver visto come tutto questo suo sterminato sapere non abbia mai soffocato in lui un’umanità traboccante, una generosità impetuosa e un’innocenza del cuore che ben pochi intellettuali possiedono. Spesso una mente cui si dà eccessivo spazio invade ogni altro campo della vita e soffoca e inaridisce il cuore. La sua mente era mossa dal cuore e non l’opposto. Sì, direi che è stato questo l’insegnamento più grande. Mio padre si è sposato piuttosto tardi e quando è morto avevo ventisei anni e già da tempo vivevo lontana. Spesso mi chiedo quanto sarebbe stato importante averlo accanto più a lungo, quanto ancora avrei imparato – ormai adulta – da lui, che dialoghi ricchissimi avremmo potuto fare. E quanto mi sarebbe stato preziosa la sua presenza in momenti difficili della mia vita. Ma ci sono le sue opere e, leggendo i suoi scritti e le sue carte, anche inedite, quel dialogo e quella vicinanza esistono comunque, pur se in modo diverso»

.Nella sua vita la poesia è arrivata molto presto, e nel nome di Diego Valeri…
«Per me la poesia è arrivata assai prima della prosa. Mi dicevano che da molto piccola parlavo in rima, quando ancora non sapevo leggere e scrivere. In effetti la poesia per me è sempre stata una questione di musica, di ritmo. All’inizio emerge da non so che recesso, fino a un istante prima silenzioso, una sorta di musica, una sequenza ritmica, priva di suoni e quella musica si traduce poi in due o tre parole o in un verso. E’ come uno spiraglio che si apre su qualcosa che vuole essere detto. È sempre stato così. Poi però arriva il lavoro più duro, quello di decodificare in un discorso poetico l’idea che a livello inconscio è molto chiara, ma deve affiorare alla coscienza e trovare la sua forma. Valeri, insieme alla sua compagna di affetti e di vita, Ninì Oreffice, è stato fra i primi amici di mio padre a Padova, insieme a Sergio Bettini, Carlo Anti, Giuseppe Fiocco e, come tutti questi uomini eccezionali, mi voleva molto bene. Gli piacevo perché, anche a quattro o cinque anni, ero capace di rimanere ad ascoltare questi adulti che parlavano di cose che non capivo affatto ma che mi affascinavano, anche se poi, in realtà, nel quotidiano ero una specie di Gianburrasca. Quando sono nata mio padre, che è stato anche un grande poeta, scrisse per me una bellissima poesia in greco con la sua traduzione italiana e poi componeva molte filastrocche che mi cantava per farmi addormentare. Insomma, la poesia l’ho respirata. Tra i molti poeti che frequentavano casa nostra c’era Quasimodo, di cui ho ricordi bizzarri. Lui e mio padre erano molto legati; si erano conosciuti da giovani ed entrambi avevano avuto un padre capostazione e un inizio della vita difficile. Dunque, la poesia è stata per me un primo linguaggio, che mi pareva molto naturale e così, quando avevo dieci anni, Valeri volle far pubblicare tre delle mie poesie in rivista»

.Come storica dell’arte – il suo maestro è stato appunto Sergio Bettini – ha insegnato in Inghilterra e in Irlanda. Se non sbaglio, è nella storia dell’arte che trova inizio la sua attività di traduttrice: penso infatti alla traduzione dal tedesco della “Grammatica storica delle arti figurative” di Alois Riegl, che lei ha realizzato nel 1983 per l’editore Cappelli, firmando anche le pagine introduttive e gli apparati di note. A proposito di quella traduzione, che le valse anche una menzione speciale al Premio Monselice, vorrei porle due domande. Cominciamo dalla prima: che cosa ha significato, e che lavoro ha richiesto, affrontare un’opera così complessa e tecnica?
«Sì, a Londra tenevo dei corsi di storia dell’arte italiana all’Istituto Italiano di Cultura, poi un corso estivo a docenti americani all’Università per Stranieri di Perugia e un corso pubblico di arte italiana contemporanea all’University College di Cork. Mi sono molto divertita. «In effetti è vero, ho iniziato a tradurre nel “modo duro”, per così dire, perché tradurre Alois Riegl è un lavoro difficilissimo e di alta specializzazione, che non si può certo affrontare se non si hanno degli strumenti adeguati. Non so pensare a un modo più “brutale” di trovarmi a iniziare quella che poi sarebbe diventata, dopo molti anni, una delle mie attività. Ma Riegl è stata un’ottima scuola. Un Maestro come Sergio Bettini è la seconda grande fortuna che ho avuto nella vita. Lui e mio padre erano legati più che se fossero stati fratelli, erano l’uno per l’altro quel che in Irlanda si chiama «anam cara», spiriti, anime affini ed è stato proprio nel corso di una passeggiata in montagna, sopra Bressanone, dove alla fine degli anni ’50 mio padre aveva contribuito a fondare dei corsi estivi dell’Università di Padova, che negli intenti avrebbe dovuto essere una sorta di piccola università europea, che loro due si misero a discutere su quale argomento avrei dovuto scrivere la mia tesi. Era da poco stata pubblicata in Austria, a cura di Karl Swoboda e Otto Pächt, l’edizione postuma di alcune lezioni che Riegl aveva tenuto per gli studenti dei suoi corsi e l’argomento era interessantissimo: una grammatica storica delle arti figurative. Io avevo studiato tedesco, sia a scuola che con mio padre e così fu deciso che quello sarebbe stato l’oggetto della mia tesi. È per questo che la mia traduzione, pubblicata da Cappelli nel 1983, la prima traduzione italiana, è dedicata a Sergio Bettini e Carlo Diano. Riegl ha sempre posto dei grandi problemi ai suoi traduttori, motivo per cui le sue opere sono state tradotte parcamente e solo a partire dagli anni ’50 in italiano. In inglese addirittura molto dopo. Bettini era il maggior conoscitore italiano di Riegl e in un certo senso un diretto allievo della Scuola viennese di Storia dell’Arte. Anche mio padre conosceva il pensiero di Riegl e ha scritto splendide pagine, in “Linee per una fenomenologia dell’arte”, sul senso del “Kunstwollen”. I problemi posti dai testi di Riegl sono essenzialmente di due ordini: il primo è semantico e lessicale e il secondo ermeneutico. Il tedesco di Riegl è una lingua di una logica stringente, dall’architettura rigorosa e tuttavia estremamente complessa. Spesso però ci si trova di fronte a termini che lui stesso conia ex novo – come appunto “Kunstwollen” – e allora è necessario trovare un termine nuovo anche nella lingua di arrivo, ma che sia filologicamente corretto e preciso. Il che implica la conoscenza del suo pensiero, delle sue opere, dell’epoca e di quanto accadeva allora nel campo degli studi storico-artistici della Vienna del tempo. Ecco, non è un lavoro che chiunque possa fare, né tanto meno in tempo brevi, poiché richiede competenze tecniche, storiche, filologiche non indifferenti e, ovviamente, un’ottima conoscenza del tedesco. Per la mia tesi, all’inizio mi limitai a una lettura approfondita della “Historische Grammatik der bildenden Künste” e ne discussi a lungo con Bettini, che mi offrì delle chiavi interpretative fondamentali. Sicuramente senza il suo sostegno e aiuto non mi sarebbe stato possibile nemmeno il faticosissimo lavoro di traduzione. Solo in seguito iniziai la traduzione sistematica, che in tutto mi richiese oltre un anno e mezzo di lavoro e il saggio introduttivo, lavoro che poi fu pubblicato da Cappelli appunto nel 1983 e che fu presentato al Premio Monselice di traduzione, dove ricevette una menzione d’onore. Il testo fu poi adottato in molte università ed ebbi bellissime lettere di apprezzamento non solo dagli stessi Swoboda e Pächt, ma anche, tra gli altri, da Giulio Carlo Argan, Rodolfo Pallucchini, Cesare Brandi e Filiberto Menna. Insomma, non ci si improvvisa traduttori di Riegl, magari sfornando una traduzione in pochi mesi avvalendosi di traduzioni già esistenti».

L’altra domanda è invece questa: qual è il valore culturale, nell’ambito della storia dell’arte, dell’opera di Riegl?
«È necessario dire che Riegl è stato un rivoluzionario, nonostante questa definizione poco sembri attagliarsi al suo carattere di rigoroso e metodico studioso dalla forma mentis squisitamente austro-ungarica. Eppure, dotato di una monumentale conoscenza dei materiali e delle tecniche, delle arti applicate – fu Curatore del reparto dei tessuti presso l’ Österreichischen Museum für Kunst und Industrie di Vienna – e di una solidissima formazione di storico dell’arte, esponente di spicco di quella che divenne nota come Scuola viennese di Storia dell’Arte, Riegl si incammina lungo una via nuova: la via che lo porterà alla creazione di una nuova estetica. Ciò che distingue Riegl dai suoi contemporanei, oltre alla necessità, per lui essenziale, di scoprire – scoprire, forse più che formulare – una teoria universale, oserei dire unificatrice, delle dinamiche artistiche, quale strumento di comprensione del farsi dell’arte dal suo stesso interno, delle sue origini e dei suoi «principia», è il coraggio di essersi avventurato su un terreno oscuro, scivoloso, incerto e sconosciuto: nelle sabbie mobili della ricerca di una chiave di lettura che abbia valore universale, ma allo stesso tempo non rigida o fissa, dei fenomeni artistici nel loro alterno manifestarsi nel flusso del tempo e dello spazio. Non rigida, ma fondante. Dunque il suo non può essere che un proceder cauto, come chi cammini su terreno tanto pericoloso e ignoto. Dei pericoli, Riegl è ben conscio. Questa è cosa che s’ha da aver chiara. E per questa ricerca egli crea di volta in volta delle categorie duttili e direi quasi plastiche. Questa chiave di lettura così unica, proprio perché elastica, capace di trasformazioni e mutamenti, direi prismatica, altro non è che ciò per cui Riegl conia il termine di «Kunstwollen». Il «fattore direttivo» appunto, come Riegl stesso lo definisce, tradotto da me, sulla scia di Bettini, con l’espressione «volontà d’arte», (e non un fuorviante «volere artistico», come da altri è tradotto). Una direzione. Una volontà appunto, come la direbbe con Schopenhauer. Un filosofo che Riegl non aveva affatto cancellato dal suo paesaggio. Ma anche un vettore. Capace di convogliare forze e proiezioni. Ed è per analizzare come di volta in volta, di civiltà in civiltà, questo motore della creazione artistica si sia manifestato, che Riegl scrive questa Grammatica storica. La «volontà d’arte» non è che una necessità profonda di espressione dell’uomo, che si concretizza in opere d’arte, non meno di quanto la necessità di espressione del pensiero si concretizzi nelle forme della lingua. Ho poi ritrovato, nella grammatica generativa di Noam Chomsky delle analogie sorprendenti. Alcuni anni fa tradussi poi per Neri Pozza un testo molto importante, “Vasari, le tecniche artistiche”, di Gerard Baldwin Brown, a cui premisi un mio saggio introduttivo. Il testo, pubblicato nel 1907, comprende la prima traduzione in inglese dei capitoli sulle tecniche artistiche delle “Vite” del Vasari, capitoli che non erano mai stati inclusi nelle versioni inglesi dell’opera, ma soprattutto è arricchito da un commentario vastissimo di Baldwin Brown, che è un’opera in sé. Dunque è vero che la mia anima di storica dell’arte è filtrata anche attraverso quella di traduttrice. Ma l’origine è più antica. L’arte della traduzione l’ho respirata fin da bambina, quando sentivo mio padre “cantare” a bassa voce i versi della sua traduzione delle tragedie greche che andava facendo. Magari durante una passeggiata, o mentre guidava, o mentre aveva le mani impegnate in un lavoro pratico. Gli piaceva moltissimo aggiustare le cose, anche se poi poco ci riusciva».

Uno dei suoi campi di studio è quello delle folklore e della tradizione orale irlandese. Com’è nato questo amore?
«Questa è una storia molto affascinante, perfino per me che l’ho vissuta, perché tutto nacque a Londra, in una libreria di libri antichi e usati. Proprio insomma come in un film o in una fiaba. E difatti, di fiabe si trattava. Fu in questa libreria che “fui trovata” – dire che lo trovai io è riduttivo, dato il destino che a quel libro mi lega – da un delizioso piccolo volume di autore anonimo, datato 1825 e pubblicato da John Murray, all’epoca il più importante editore inglese, che pubblicò anche il nostro Ugo Foscolo in esilio a Londra. Il titolo recitava “Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland” ed era costellato di bellissime piccole incisioni. Il libraio antiquario, di cui ero diventata ormai amica perché ci passavo quotidianamente, me lo vendette a un prezzo irrisorio, 3 sterline e 6 scellini. A quell’epoca ignoravo tutto del folklore irlandese e, pur amando moltissimo le fiabe, le leggende e i miti, non mi ero mai interessata in modo specifico di folklore. Quel libro ebbe subito su di me una presa molto speciale e, nel leggerlo, mi rendevo conto che l’autore anonimo non doveva essere stata una persona qualunque, perché la cultura davvero enciclopedica che dispiegava nelle note poste alla fine di ogni leggenda era fuori del comune. Era un erudito ma allo stesso tempo uno scrittore pieno di ironia, fantasia, ampiezza di visione. E ancora più sorprendente era la struttura stessa dell’opera. Le varie leggende erano presentate più o meno così come evidentemente gli erano state narrate dalla gente contadina e l’intervento del Compilatore (così si autodefiniva nel testo l’autore anonimo) era limitato solo e unicamente ai ricchissimi commenti alla fine di ogni leggenda. Questa struttura mi colpì subito, perché la trovai molto moderna, anche per l’idea di commentare alla fine ogni leggenda. Evidentemente l’autore aveva voluto lasciare il massimo della spontaneità ai suoi racconti, soprattutto se paragonata alla raccolta dei fratelli Grimm, pubblicata tredici anni prima. Si sa che i Grimm infatti rielaborarono pesantemente le storie che avevano raccolto dalla bocca di signorine della buona società e soprattutto di Dorothea Viehmann, una donna dalla straordinaria capacità di narratrice e l’unica che avesse tratto le sue storie dalla bocca popolare. Una volta tornata in Italia decisi di tradurre per mio conto quel libro meraviglioso, anche per leggerle la sera ai miei bambini, a cui per anni ho raccontato e letto favole prima di dormire. Il modo più efficace per conoscere e capire veramente un’opera è tradurla, perché nel tradurre si entra dentro la sua struttura più profonda e si stabilisce un legame intimo con l’autore. E difatti fu soprattutto traducendolo che mi resi conto sempre di più dell’eccezionalità di quel libro e della sua struttura. Un’opera che nel 1825 era così moderna. Dunque mi pareva impossibile non sapere chi ne fosse l’autore. E perché quell’anonimato? Come mai un testo di leggende irlandesi era stato pubblicato a Londra e per di più dal maggiore editore del tempo? Così, spinta da tutte queste curiosità, che stuzzicavano la mia anima segreta di detective, mi misi alla ricerca delle risposte. Ma vivevo ormai in Italia e all’epoca non esisteva internet. In Italia l’opera era del tutto sconosciuta e all’epoca l’Irlanda non era ancora diventata di moda, come poi fu. Così mi ci volle molto tempo e ricerche e pomeriggi in biblioteca finché, un giorno, durante un breve soggiorno a Londra, trovai l’antologia di fiabe irlandesi pubblicata da W.B.Yeats nel 1888 ed ecco, tra quelle, due delle leggende della mia raccolta, ma…con il nome dell’autore: Thomas Crofton Croker! Che sorpresa e che emozione fu per me! Come scoprire la tomba di un faraone sconosciuto. Avevo il nome del mio autore. Da quel momento tutto fu più facile. Cominciai a trovare molto materiale, ovviamente in Inghilterra, attraverso i prestiti internazionali e le ricerche proseguirono per altri due anni. In tutto erano passati molti anni da quel pomeriggio nella libreria antiquaria, ma quello che accadde dentro di me fu qualcosa di inaspettato. L’amore, la passione che quel libro mi avevano acceso dentro, mi avevano sospinta lungo una strada di ricerca che pian piano mi aveva fatto scoprire l’Irlanda, il suo folklore, la sua storia, la sua cultura e la storia del mio amatissimo autore. Dunque è stato davvero un percorso interiore, una sorta di iniziazione, alla fine della quale ho trovato il mio tesoro. Una nuova vita, che poi mi ha portata anche in Irlanda, dove ho trovato ancor più di quanto mai mi potessi aspettare. Qualcosa di così unico che ne è nato un romanzo, “La Strega Bianca”».

Che rapporto ha stabilito con “quella” copia di Croker?
«Quella copia che è in mio possesso e che per me non è un libro, ma una parte della mia vita, oserei dire un essere che parla e respira, è una delle 600 pubblicate nel maggio del 1825 in forma anonima e che andarono esaurite in una sola settimana. Era la prima raccolta di leggende orali mai pubblicata nelle Isole Britanniche e per di più irlandesi. Croker è stato un personaggio straordinario. Nato a Cork, che allora era chiamata l’Atene d’Irlanda per l’intensità della sua vita culturale e per la ricchezza della sua economia, apparteneva all’Ascendency, cioé la classe dominante sia politicamente che economicamente in Irlanda, costituita dai discendenti degli “invasori” inglesi che vi giunsero durante il regno di Elisabetta I e, come tale, ancora oggi odiata. Fin da bambino dimostrò una passione molto singolare per tutto ciò che era antico o strano e a quindici anni si mise a girare le campagne del Munster per raccogliere dalla voce dei contadini racconti e leggende. A quella stessa età fondò, insieme ad alcuni amici, una società antiquaria e in seguitò contribuì a crearne molte altre. Era un ottimo disegnatore e incisore ed espose in mostre d’arte. A diciotto anni però rimase orfano di padre e andò a Londra, dove trovò impiego come cartografo all’Ammiragliato. A Londra conobbe il meglio dell’intellighentia del tempo e, dopo un primo libro sull’Irlanda, decise di tornare in patria per un breve periodo per raccogliere altro materiale. Da poco era stata pubblicata la traduzione inglese delle fiabe dei Grimm, da cui Croker era stato molto colpito, soprattutto dall’idea di preservare una tradizione che si andava perdendo e che invece costituiva lo spirito del popolo. Così, nel 1825 pubblicò questa raccolta, che ebbe un successo strepitoso, ebbe molte nuove edizioni e gli diede la fama. Fama che crebbe negli anni e ne fece uno dei maggiori protagonisti della vita culturale nella Londra vittoriana. Ma la prima edizione, quella del 1825, uscì in forma anonima perché, per varie circostanze, Croker aveva perso il manoscritto e dovette rimetterlo insieme in breve tempo. Così si fece aiutare da alcuni amici di Cork nel ricostruire vari testi e, per onestà intellettuale, non volle firmare questa edizione. I fratelli Grimm, che non lo conoscevano ma che l’anno precedente avevano letto la sua prima opera, ricevettero in dono da un amico di ritorno dall’Inghilterra questo testo e ne furono così colpiti da volerlo tradurre in tedesco e scrivere un importantissimo saggio introduttivo. Si può capire quanto si sentì onorato il giovane Croker nel vedere che i famosissimi fratelli avevano ritenuta degna della loro attenzione la sua opera e si mise subito in contatto con loro, svelando il proprio nome. Iniziò così una lunga amicizia e una collaborazione che prevedeva anche il progetto di una storia comparata del folklore europeo. Tuttavia questo progetto non andò mai in porto, almeno non nella forma che i tre avevano auspicato, né si incontrarono mai di persona. Le “Fairy Legends” comunque, non sono importanti solo per essere stata la prima raccolta di racconti orali mai pubblicata sulle Isole Britanniche, ma per il metodo di ricerca che ha fatto di Croker un pioniere della ricerca folklorica. E’ un metodo sul campo, per così dire, in cui massimo è il rispetto per gli informanti e per il sapore spontaneo della loro narrazione. Così pionieristico è questo metodo, che solo nel ‘900 esso è stato capito appieno e ripreso. L’opera di Croker però non si limitò a questo. Per tutta la sua vita – morì a 56 anni nel 1854 – seguitò a raccogliere e pubblicare materiale preziosissimo, sia sulle leggende che sulle canzoni popolari, che sulle tradizioni, tra cui quella della lamentazione funebre irlandese. Pur angloirlandese, fu proprio lui a far conoscere fuori dell’Irlanda l’immenso patrimonio orale per cui questa nazione è ancora oggi tra le più importanti al mondo. Nessun inglese, o angloirlandese, aveva mai ritenuto di prestare alcuna attenzione a una cultura che riteneva inferiore, come allora si pensava».

Ma che cosa è “diventato” per lei Thomas Crofton Croker?
«Croker è diventato un caro amico, direi un membro della mia famiglia, certo della mia vita e in effetti ancora oggi lavoro alle sue opere, che sono ancora tutte da scoprire qui da noi. Alcune di esse, in qualche modo offuscate dalla fama delle Leggende, note e amate in tutto il mondo e dal 1998 anche da noi, non sono ancora state abbastanza studiate. Devo così tanto al mio “Crofty” – così avevo preso a chiamarlo e poi rimasi allibita nello scoprire che proprio così lo chiamavano i suoi amici più intimi! – che vorrei ripagarlo almeno di una parte dei tesori e delle gioie che mi ha dato».

La traduzione italiana dell’opera ha avuto molto successo…
«Anche se mi ci sono voluti degli anni per trovare alle “Leggende” un editore – come ho detto, quando le proponevo l’Irlanda non era ancora di moda – poi l’opera fu pubblicata una prima volta da Corbo&Fiore e in seguito, in diversa edizione, nel 1998 da Neri Pozza, con cui all’epoca collaboravo attivamente come traduttrice e consulente editoriale. L’opera ha avuto numerose edizioni ed è ancora in stampa. Cosa rara oggi, che i libri hanno vita tanto breve. Ma, ovviamente, si tratta di un’opera immortale! Ho potuto verificare nel tempo di avere un certo “naso” per autori e opere da proporre. Ogni volta che l’ho fatto sono sempre stati dei successi editoriali».

Quali sono le differenze tra la traduzione di un’opera saggistica e la traduzione di un’opera letteraria?
«Questo è un problema che non mi sono mai posta in realtà, poiché non ho alcuna teoria della traduzione da seguire, mi sento forse più un’artigiana della traduzione. Proprio nel senso di arte applicata. Forse potrei desumere delle considerazioni a posteriori. Tradurre è un’arte, non vi sono dubbi, ma soprattutto una pratica, non teoria. Le teorie le lascio volentieri ai teorici. In quanto pratica, la si apprende col tempo e con l’eperienza, ma credo sia necessaria una predisposizione, come per tutte le cose. La predisposizione di cui parlo è forse il desiderio di condividere con gli altri il piacere o la gioia di una scoperta. Il mettere a disposizione di altri la conoscenza che da un’opera ci è giunta, ma anche una certa plasticità lingusitica e mentale. Ma, riflettendo sulla sua domanda, mi rendo conto che forse tutta questa differenza non c’è, se non per un aspetto. Sia nell’un caso che nell’altro è importante che il traduttore abbia il polso dell’autore e dell’argomento. Che conosca cioé l’oggetto di cui si tratta e la visione che vi sta dietro. Che abbia una conoscenza approfondita della lingua e della cultura che ha prodotto quel testo e, ovviamente, del suo autore. Questo, se non altro, per non incorrere in fraintendimenti pacchiani o per non trovarsi nell’impossibilità di capire il contesto, cosa che accade più spesso di quanto si creda. Tuttavia, quando si tratta di un’opera letteraria, credo che nessun bravo traduttore letterario possa non essere anche uno scrittore e, a maggior ragione, chi traduce poesia deve anche essere un poeta. Non tutti sono d’accordo su questo, soprattutto chi non è di suo scrittore o poeta, ma io invece sono convinta che sia fondamentale. Perché in un’opera letteraria uno degli aspetti essenziali è lo stile. Ogni autore ha il suo, un suo, per così dire, DNA dello scrivere, che lo caratterizza e che è parte inscindibile della sua poetica. Ora, se non si riconosce questo e se non ci si sforza di ricreare, pur nei limiti del possibile, quella specialissima “voce” nella propria lingua, si reca un enorme danno all’opera e al suo autore e se ne vanifica in buona parte il senso. Tutti sappiamo che la letteratura non è tanto e solo quel che si dice, ma come lo si dice. Ed è questa forse la maggiore difficoltà per ogni buon traduttore. Del resto, quel che è sempre emerso dal Premio Monselice e che Mengaldo ha anche sottolineato, è che i maggiori traduttori di poeti sono stati altri poeti. Ma, come dice il buon Schopenhauer, per andare lontano si deve avere qualcosa da scrivere. E che quel qualcosa ti stia a cuore. Ci sono opere la cui grandezza sta soprattutto nello stile, nella sonorità, nella luminosità della lingua. Penso, un esempio per tutti, a Kerouac e a quel suo inglese ora vellutato ora duro ora fumigante, non affatto prescindibile dalla sua scrittura. Ovviamente qui parlo di letteratura e non di semplice fiction o narrativa. Per quello è sufficiente essere buoni conoscitori della lingua, la propria e quella dell’autore. Farei invece una distinzione fra tradurre prosa e tradurre poesia. Che si tratti di versi ancorati al rigore della metrica o di versi liberi, il linguaggio poetico ha comunque in sé una musicalità, un’armonia intrinseca, una timbricità, che sono legati alle specifiche sonorità della lingua e che chiedono al traduttore un orecchio musicale o, per lo meno, un orecchio capace di percepirli. Ora, nel passaggio da una lingua romanza all’altra è ancora possibile conservare o ricreare quella sonorità originale, o almeno ci si può provare, ma da una lingua germanica a una romanza questo è più difficile, per non parlare poi di altre lingue dalla nostra ancora più lontane o di strutture metriche estranee all’italiano. Allora, in questi casi, sarà necessario trovare comunque una soluzione che in qualche modo sia eco del significato del testo. Un po’ come musicare un libretto d’opera insomma. Ma in realtà non saprei dire come poi emergano da dentro di noi certe soluzioni, certe risposte – sì, risposte – alla voce dell’autore che ci sussurra. Forse ci guida. Credo che si debba ascoltare. Tutto nasce dall’interazione fra chi siamo noi, di cosa siamo fatti, quanto sappiamo ascoltare e chi è l’autore. Un dialogo costante e uno scambio. Questo è il motivo per cui uno stesso testo, tradotto da uno, sarà diverso se tradotto da un altro. Ogni traduttore trova ciò che sa trovare».

Lei è anche la traduttrice della scrittrice indiana Anita Nair. Che cosa significa attraversare e ricreare le pagine di un’autrice che appartiene a un’area culturale completamente diversa? Torniamo a quanto abbiamo detto: dietro le quinte di una traduzione c’è un vero e proprio percorso di studio…
«È proprio così, è in parte quello che dicevo in precedenza. Tradurre è un modo profondo di conoscere, ma è anche una forte spinta alla conoscenza. Mi sono trovata a tradurre le opere di vari scrittori indiani, in realtà angloindiani, cioé autori indiani che hanno scelto di scrivere in inglese. In India, come si sa, l’inglese è non solo una lingua franca, ma anche il veicolo di quella cultura postcoloniale che ha dei complessi meccanismi ed esiti. Dunque, gli scrittori che in India scelgono di scrivere in inglese compiono una scelta precisa e cioé quella di scrivere per un mercato internazionale. Allora, anche i contenuti delle loro opere, in un certo senso, tengono d’occhio quello che, a loro avviso, a un pubblico occidentale può interessare dell’India. In un certo senso è un principio d’esclusione. La letteratura indiana moderna e contemporanea che si avvale di lingue diverse dall’inglese, è assai differente da quella che arriva in Occidente, sia nello stile che nei contenuti. Perché proprio diversa è la forma mentis. Lo stesso si può dire per i poeti indiani. Oggi molti, soprattutto i più giovani, scrivono in inglese e imitano in modo marcato poeti americani e inglesi, in una sorta di minimalismo o realismo che non è nelle corde della poesia indiana tradizionale. In ogni caso tutto questo lo so non perché conosca l’hindi, o il bengali, o il malayalam, o l’urdu ecc. ma perché mia figlia Marged è un’indologa che parla hindi correntemente, conosce urdu e bengali, dunque conosce molto bene e direttamente la situazione culturale, politica e sociale dell’India. È soprattutto a lei che devo molte delle informazioni che ho in proposito, oltre naturalmente a quanto ho voluto approfondire e oltre a quello che della cultura indiana classica consoscevo attraverso le opere presenti nella famosa biblioteca. Tuttavia il mio impatto con le scritrici indiane moderne è avvenuto molto presto. Nel 1957 era uscito “Altro mondo”, un libro di Sonali Dasgupta, la moglie indiana di Roberto Rossellini e quel punto di vista di una donna indiana sull’Occidente mi aveva colpita moltissimo. A parte Rabindranath Tagore, che mio padre amava molto e mi pare avesse conosciuto attraverso Giuseppe Tucci, era la prima opera di una scrittrice indiana che incontravo. Poi, a Londra, negli anni ‘70, acquistai un libro bellissimo, “Nectar in a sieve” – tradotto anche in italiano solo di recente – di Kamala Markandaya, scritto negli anni ’50 e ambientato nell’India rurale. Un grande classico della letteratura indiana femminile moderna. Mi affascinò a tal punto, che mi ripromisi di tradurlo, ma poi non trovai un editore a cui interessasse. Per quanto riguarda Anita, si tratta di una storia molto bella, perché quando ancora era una scrittrice esordiente, poco nota anche in India e del tutto sconosciuta fuori, mi fu dato da leggere il suo primo romanzo, quello che poi fu pubblicato col titolo “Un uomo migliore”. Mi piacque, mi commosse, mi colpì la conoscenza che della natura umana aveva questa giovane autrice e volli che fosse pubblicato e che fossi io a tradurlo. Da questo suo primo meraviglioso libro è nata poi una vera e duratura amicizia, che si è approfondita negli anni e che è stata preziosissima anche per capire in modo privilegiato la sua opera. È bellissimo poter seguire un autore fin dai suoi esordi e discorrere della sua opera, capirla nel profondo. Anche questo mi ha permesso di avvicinare l’India contemporanea in modo privilegiato e diretto e dunque di avvicinare altri scrittori e poeti – o meglio poetesse – indiani che poi ho tradotto».

Fra gli altri, lei ha tradotto Kushwant Singh, Themina Durrani, Pico Iyer, Susan Vreeland, Sudhir Kakar, Uzma Khan. Quali sono gli autori, fra quelli che ha tradotto, che sente più suoi?
«Da quello che ho detto, è chiaro che il mio autore è Thomas Crofton Croker. Ça va sans dire! Ma poi devo anche aggiungere Sudhir Kakar, un grandissimo scrittore, tra i più grandi che io abbia incontrato, psichiatra e saggista di fama internazionale, oltre che uomo di grande generosità e umanità, che negli anni ’90 ha iniziato a scrivere narrativa. Ho avuto la fortuna di poter tradurre quasi tutti i suoi romanzi, il più grande dei quali è senz’altro “L’ascesi del desiderio”, una biografia immaginaria di Vatsyayana, il misterioso autore del Kamasutra, narrata da un giovane kavi, uno studioso poeta. L’affresco dell’India d’oro della dinastia Gupta, la descrizione del mondo raffinato delle cortigiane, la scrittura elegantissima e colta, lo stile aristocratico e austero ne fanno un vero capolavoro. Poi devo aggiungere la poesia di Edgar Allan Poe, con cui mi sono misurata per l’amore sconfinato che ho per questo autore e soprattutto per la sua poesia, che, essendo anche pura musica, è davvero una sfida per un traduttore. Tradurre i testi poetici di Poe mi ha aperto prospettive nuovissime sul resto della sua opera».

Quando deve tradurre un libro, quali sono le fasi che scandiscono il suo lavoro?
«Forse sarò banale, ma in genere parto dalla sua lettura. A meno che non si tratti di un testo che già conosco. In quel caso traduco e basta. Nel corso della traduzione però non stacco mai, nemmeno quando non traduco. Mi ronzano in testa le parole, le frasi, la soluzione a un problema che pareva di difficile scioglimento e che balena all’improvviso. Ecco, è un’immersione totale. Una sorta di viaggio a due, in cui ci si conosce sempre più a fondo. Ho notato che in genere all’inizio la traduzione è più lenta, poi diviene quasi un processo naturale, come se fossi ormai entrata nel meccanismo della scrittura e la traduzione fluisse in modo naturale. Mi piace molto anche la fase della ricerca, perché comunque, traducendo s’imparano moltissime cose».

Giorgio Caproni diceva che tradurre equivale a «doppiare». Lei che cosa ne pensa?
«Caproni è stato un grande traduttore e sono completamente d’accordo con lui quando, in un suo discorso in occasione della vincita del premio Monselice, nel 1973, dichiara: «Non ho mai fatto differenza, o posto gerarchie di nobiltà, tra il mio scrivere in proprio e quell’atto che, comunemente, vien chiamato il tradurre. In entrambi i casi, per quanto mi concerne, si tratta soltanto di cercar di esprimere me stesso nel modo migliore: nel cercar di far bene qualcosa che valga a esprimere quanto ho in animo. L’impegno per me resta, in entrambi i casi, il medesimo e di egual natura, e di diverso non vedo in essi che l’impulso, il movente». Mi pare che proprio in questo discorso egli si dichiari lontano «dal sognare una traduzione quale perfetto double dell’originale». Non so, tradurre è in fondo un procedimento bizzarro. Da un lato ti chiede un abbandono totale al testo e all’autore, quasi un atto di resa, uno svuotamento di sé; dall’altro esige tutto te stesso, la totalità delle tue capacità, delle tue competenze, delle tue risorse. È come svuotarsi e riempirsi di nuovo, ma con un atto di consapevolezza assoluta. In realtà tradurre è un percorso di conoscenza di se stessi».

Un autore che vorrebbe tradurre?
«Sono due o tre, ma non ne dico il nome per non dare dei suggerimenti».

Un traduttore che ammira?
«Solo uno? Foscolo, Leopardi, Pavese, Fortini, mio padre».

Un traduttore o una traduzione che considera sopravvalutati?
«Fernanda Pivano».

Senta, ma se lei dovesse spiegare in parole estremamente semplici che cosa vuol dire tradurre, che cosa direbbe?
«Che è un atto d’amore».

E se dovesse spiegare qual è il bello del lavoro del traduttore? 
«L’emozione travolgente della scoperta di se stessi».

(C)2012 by Simone Gambacorta e Francesca Diano TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Dante Maffìa o del participio presente.

Nel leggere l’Opera di Maffìa, volendo avere una visione d’insieme e iniziando dal principio, si prova innanzitutto sgomento.  E però è uno sgomento felice, perché  ci si affonda immediatamente come in uno di quei piumoni soffici e rigonfi che a premerli con la mano le si gonfiano subito tutt’attorno in uno sbuffo e la mano non la vedi più. Poi però t’accorgi che quella morbidezza in realtà ha dell’inquietante, perché ricorda vagamente le sabbie mobili. Il fatto è che te ne risenti risucchiato e trattenuto.

Questa consistenza semisolida è solo la superficie, perché sotto tutta l’Opera di Maffìa c’è la roccia. Scrivo Opera, con la O maiuscola, perché da Il leone non mangia all’ancora in fieri Poema totale, Maffìa ha scritto un’unica e sola opera che si articola in prologhi, parodoi, episodi, stasimi ed esodi sempre rinnovantisi, secondo insomma una struttura ben solida e antica che si autogenera sempre di nuovo e continuamente e si delinea sempre di più come una struttura che fonde azione drammatica, satira e poema allegorico in un’unità proteiforme. 

La prima cosa che mi ha colpito è stato l’uso frequente del termine “lievito”, che ho notato spesso e me ne sono chiesta il perché. Leggendo tuttavia pur in modo disorganico, come mi piace fare, e spesso iniziando dalla fine, m’è parso che questo termine così spesso affiorante potesse avere valore di sigillo o sfraghìs. E allora ho capito che Maffìa scrive come il lievito fa crescere l’impasto, come lo fa fermentare, essendo la scrittura la sua pasta madre.  Perché mi pare che tutto quello che ha fatto e fa sia non una serie di opere in versi e prosa, ma un’unica opera iniziata molto tempo fa e che si gonfia e, appunto, lievita, crescendo a dismisura a occupare ogni angolo e intersizio del dicibile e ogni mezzo espressivo,  soffice fino a inglobare tutto quello che lo circonda perché fermenti e maturi e sappia di quell’odore un po’ dolce e un po’ acido prima della cottura.
La seconda cosa che mi ha colpito – a parte tutte le cose belle e dotte e profonde che hanno già scritto i suoi critici e prefatori e che diamo per già note e date – è questo ghigno irridente di fondo, che a volte finisce in singhiozzo a volte in riso a volte in sogno. Che mi è piaciuto cogliere nella foto che ho scelto.
 E in questa sofficità lievitante che nasconde un continente roccioso sommerso,  ci sono dentro tutti i secoli che si porta addosso, i picari e gli aedi, Bukowski e Plotino e i poeti morti suoi amici e la Calabria e la Grecia e Roma e l’America e  insomma…. questo io lievitante e lievitato che, come dice il suo nome, participio presente del verbo dare, partecipa di sé nel suo dare, si rovescia in una piena elegantissima e travolgente – a volte anche pericolosa – che travolge ma non esce dagli argini. Quasi un ossimoro.
Questo atto del dare, costantemente in essere,  è talmente oceanico, che da io s’è fatto noi e voi e anzi ha rotto ogni argine d’individualità tanto da non poter più distinguere quella che è una biografia poetica registrata quasi ossessivamente in ogni sua atomizzata minuzia, attingendo ad un archivio che registra con memoria prodigiosa, da non poterla dunque distinguere dalla storia di un novello Everyman che, come nella morality play dell’Anonimo inglese, è allegoria dell’umanità tutta nel suo cammino che, alla fine, ha da tirar le somme delle azioni. Ma non inganni questa dissipatio del Sé, perché questa pasta lievitante che si effonde nello spazio e nel tempo, sì, con plotiniana effusione, si risolidifica poi sempre attorno al nucleo. Quell’Io agente e dante.
(C)2012 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA
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Da SCORCI DALLE FESSURE
da La strada sconnessa, Passigli 2011
1
Potrei, a mio piacere,
girarmi attorno, ma mi chiedo a che vale,
a che vale rivedere le azioni
compiute e incompiute,
le speranze e le cadute.
In fondo di me resta, se resta,
una briciola poggiata
in una tazza che appena lavata
si perderà nel lavandino.
E poi…chi mi ha conosciuto
sa che avrei potuto
fare altro e altro ancora:
la prospettiva da cui guardavamo
era sempre falsa e poco illuminata.
2
Se io sono l’albero fiorito
c’è qualcuno che è terra e sangue,
altri che sono muffa e cenere.
Ma quella luce diffusa
da dove sarà venuta
la caparbia avventurosa.
3
Ho trovato la fiamma oscura e tenera
della parola, era nascosta
nell’effimero d’un ricordo, e in parte,
sopra il piano polveroso
d’un vecchio armadio in cantina.
Avrei dovuto prendere a volo
la rivelazione perfetta
del gelo e del calore,
ma ero così assonnato
che mi rimisi a letto.
4
Fare paragoni e inventare metafore
sembra essere l’esercizio da realizzare
dai poeti, i nullafacenti.
Ma tutto si arena
su un vecchio carrarmato abbandonato
alla periferia del paese.
6
E non continuate a domandarmi chi sono.
Possibile che pensiate che io sia stato
una lunga linea retta
che va da questo punto a quello?
Se non ci fossero stati i mille crocevia
e le salite e le discese, forse…,
invece montagne russe e tempeste sono fiorite
per ammaliarmi e stringermi a me stesso.
E la lontananza si è fatta spessore
d’un quotidiano rimuginare di povere mete
tese al pane e al conforto.
Non mi ero reso conto d’essere morto
da secoli e di errare con un permesso
con la scadenza stampigliata
a lettere cubitali perfino sulla fronte
delle mie bambine.
(C) by Dante Maffìa 2011 RIPRODUZIONE RISERVATA