DINO CAMPANA

Da  “CANTI ORFICI”
La Notte
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E allora figurazioni di un’antichissima libera vita, di enormi miti solari, di stragi di orgie si crearono avanti al mio spirito. Rividi un’antica immagine, una forma scheletrica vivente per la forza misteriosa di un mito barbaro, gli occhi gorghi cangianti vividi di linfe oscure, nella tortura del sogno scoprire il corpo vulcanizzato, due chiazze due fori di palle di moschetto sulle sue mammelle estinte. Credetti di udire fremere le chitarre là nella capanna d’assi e di zingo sui terreni vaghi della città, mentre una candela schiariva il terreno nudo. In faccia a me una matrona selvaggia mi fissava senza batter ciglio. La luce era scarsa sul terreno nudo nel fremere delle chitarre. A lato sul tesoro fiorente di una fanciulla in sogno la vecchia stava ora aggrappata come un ragno mentre pareva sussurrare all’orecchio parole che non udivo, dolci come il vento senza parole della Pampa che sommerge. La matrona selvaggia mi aveva preso: il mio sangue tiepido era certo bevuto dalla terra: ora la luce era più scarsa sul terreno nudo nell’alito metalizzato delle chitarre. A un tratto la fanciulla liberata esalò la sua giovinezza, languida nella sua grazia selvaggia, gli occhi dolci e acuti come un gorgo. Sulle spalle della bella selvaggia si illanguidì la grazia all’ombra dei capelli fluidi e la chioma augusta dell’albero della vita si tramò nella sosta sul terreno nudo invitando le chitarre il lontano sonno. Dalla Pampa si udì chiaramente un balzare uno scalpitare di cavalli selvaggi, il vento si udì chiaramente levarsi, lo scalpitare parve perdersi sordo nell’infinito. Nel quadro della porta aperta le stelle brillarono rosse e calde nella lontananza: l’ombra delle selvaggie nell’ombra.
                                                                                                             
Dino Campana

Questi versi sulfurei di una delle cose più belle e mai eguagliate nella nostra angusta poesia del ‘900, che è quel poemetto in prosa, Canti Orfici, (Campana ha precisato che non I Canti Orfici, ma Canti Orfici ne era il titolo) sono pura bellezza. Intensi, tracimanti vita, fuoco, visioni.

Quello che nelle vicende umane di Dino Campana mi sempre sconvolta è stata la superficialità, la “volgarità” umana e la supponenza di Papini e Soffici, in  cui Campana aveva creduto e a cui aveva affidato – mioddio che ingenuità! – l’unica copia del suo manoscritto. Quelli lo persero… e poco se ne curarono anche. Non ci sono parole per dire cosa significa per uno scrittore sapere che tutto ciò che hai costruito, meditato, sofferto per mettere sulla carta è perso. E’ una sofferenza che non si comprende se non si prova. Il manoscritto, dal titolo “Il più lungo giorno”, che era la prima versione di Canti Orfici, venne poi ritrovato in casa Soffici nel 1971. E pur essendo quella che Campana definì “la premiata ditta Papini & Soffici” composta da due intellettuali, artisti e scrittori entrambi, la cosa non li toccò più di tanto. In fondo Campana era “un matto”…

Ma anche i parenti di Campana abbandonarono in soffitta il manoscritto dei Canti Orfici, che aveva ricomposto e di fatto modificato rispetto al Più lungo Giorno, senza minimamente preoccuparsi o porsi il problema di farne qualcosa, tanto l’avevano amato e compreso. 

Era stato proprio suo padre a farlo rinchiudere ancora giovanissimo in manicomio, perché aveva comportamenti da lui giudicati inaccettabili, ma in realtà dettati solo da un’anima viva.