Congedi – viatico in undici stazioni. Francesca Diano

Le Sorti de Marcolini Frontispiece

Le Sorti, Francesco  Marcolini – Giuseppe Porta inc. Venezia 1540

  CONGEDI

 Viatico  in undici  stazioni

un inedito di Francesca Diano

I

L’ESCLUSA

Andavo per strade coperte di polvere

L’orlo della mia gonna sfilacciato

Non si curava di fango o sterco

I piedi scalzi – segnati dal rifiuto persino della terra.

Signori o plebei – non facevo alcuna differenza

Nessuna presenza era presenza

Ed ogni assenza – assenza.

Mi dolevano le ossa – ero una casa diroccata

Disabitata persino da me stessa

Preda di predatori e depredata di me.

Ero povera – di quella povertà che non conosce

Nemmeno il nome di miseria

Perché al mondo non c’era creatura

Che mi guardasse se non come sgualdrina.

Sospesa in una terra di nessuno

Dove il giorno non vira nella luce e le notti

Sono  il delirio di  un lebbroso.

Il loro sguardo mi sfiorava col disgusto

Di chi è avvezzo soltanto alla bellezza

Delicata che si rispetta perché consacrata

Dalla legge di Dio e degli uomini.

Io ero buona solo per sfogare la rabbia

L’istinto che si tace nel letto coniugale.

Con la  rabbia impotente di uomini malati

D’onnipotenza – sapienti o rozzi contadini

Signori o poveracci – io ero buona per voi

Ma non per me. Non abbastanza

Da avere casa nel vostro cuore.

Avevate forse cuore per me?

Cagna reietta nell’istante stesso

In cui mi possedeva la vostra carne.

Ogni volta eravate  assassini

Ogni volta morivo un po’ di più

Finché il mio corpo si disfece

– me viva ancora –

Non vi perdono la disperazione

Vostra sola elemosina per me

Il solo soldo con cui mi pagavate.

Poi venne lui. Mentre stavo morendo.

Lo sguardo dei suoi occhi

non lo dimentico nemmeno ora.

Quel corpo martoriato dalla vita

Lui me lo fece amare

Donandomi  il perdono per me stessa.

Sul pagliericcio fetido – che accoglieva la morte

Scintillò  la bellezza luminosa

Che lessi nei suoi occhi

Capaci  di vedere oltre le piaghe.

E mi diede la pace.

 

II

STEPPA

Non ero che un bambino e tu un adulto.

Ti temevo. Temevo il tuo sorriso

Come una lama sfoderata a colpire

Senza guardarti in faccia.

La tua jurta era grande e molto solida

Però  a te non bastava. Eri feroce

Nella tua sete di potere.

Quell’anno fu gelido l’inverno

Più dei passati e il fuoco non bastava.

La nostra gente – gente guerriera

Soffriva il freddo.

Predatori eravamo e predavamo.

Tu più di tutti.

Io non potei evitare che mio padre

Mi abbandonasse nella steppa

Lasciandomi bambino a sostenere

Il peso di un potere non voluto.

Mi piegava le spalle e mi schiantava.

Lo  subivo il potere e con che gioia

A  te lo avrei ceduto.

Dunque – quando quel giorno con un’ascia

Mi aggredisti alle spalle e mi spezzasti

Le vertebre e la vita – senza guardarmi in faccia

– non eri coraggioso – io non potei capire.

Ma avresti visto – per sempre congelata

Nei miei occhi la sorpresa e l’orrore.

Cadendo altro non  vidi che terra congelata

E i licheni – come ricami di trine verdegrigie

A riempire lo spazio breve del mio viso.

I tuoi occhi una steppa – morta – immota.

Non ero che un bambino e tu un adulto.

III

LA PROMESSA

Vent’anni. Solamente vent’anni

E  mai avevo odiato.

Tu eri il mio signore.

Ero nato nella tua casa.

A mio padre facesti la promessa

Che  m’avresti protetto.

Morì sereno per la tua promessa.

Venne la guerra – aspra come l’aconito.

Case e campagne devastò e la miseria

E la fame tra la gente – sedute in trono –

reggevano lo scettro  di regine gemelle.

Mi  volesti al tuo fianco.

Così tu mi dicesti – al mio fianco,

Mi farai da scudiero e sarai il mio protetto.

Nulla di male ti potrà accadere –

Così tu mi dicesti. E ti credei

E  ti seguii sul campo di battaglia

Di una guerra non mia e tua nemmeno.

Ma poi il saccheggio t’avrebbe fatto ricco.

Perché – mentre morivo trafitto da una lancia

Con il petto squarciato ed il dolore

Rovente e vivo come brace viva

Steso a terra tra corpi devastati –

Perché – mentre passavi fiero a cavallo

Tra rantoli e lamenti – col tuo morrione in testa

Ageminato d’argento e d’oro

Lo sguardo compiaciuto  crudele e prepotente

del vincitore che sa d’esser temuto –

Non ti fermasti nemmeno accanto a me

Che ti chiamavo con l’ultimo respiro?

Aiutami – dicevo – sono qui, non mi vedi?

Ma alle tue  orecchie la mia voce era muta

Ed ai tuoi occhi  non ero che un’ombra.

Non mi guardasti e mi passasti accanto.

Ed io morendo imparai cos’è l’odio.

IV

ATTIS

Volgevo la mente alla speculazione astratta

E non volli sapere della vita

Che imbratta l’animo –

Non  lasciai che irrompesse

Dentro di me – fui sordo al suo richiamo.

La nobiltà del pensiero

Non  mi salvò dal contagio.

Vissi come in un sogno

Ricercando il segreto della vita

Non nelle azioni quotidiane

Non nella gioia o nella sofferenza

Ma perso nella mistica  bellezza

Nel senso di ciò che non vivevo.

Guardavo da lontano – coltivavo il distacco

Con sguardo aristocratico.

Ed ero bello e nobile e vestivo

La tunica di lino della mia condizione

La vita cinta dalla fascia gialla

E il nastro giallo legato sulla fronte.

Portavo al collo il gioiello sacro

Forgiato nel metallo il cui segreto

Custodiva la mia stirpe e m’avrebbe donato

Chiarità di visione.

Credetti in vita  che la conoscenza

Sgorgasse dalla mente – non dal cuore

E non amai nessuno – se non me stesso

Senza dare a me stesso

Amore per la vita.

Così, quando a trent’anni, venne il morbo

Che decimò la mia gente

E mi tolse la vita

Compresi – ma era tardi.

Amai la vita solo nell’istante

In cui divenni un’ombra

Incorporea – non un’orma

Lasciai di me – segnato dalla sete.

V

LA COPPA

Stretta la lama di luce che filtrando

Dalla finestra stretta

Si piega lieve a seguire in un barbaglio

La  luce delle gemme

Traendone riflessi come un fuoco

Azzurro e verde tinto di rubino.

La mano sfiora la coppa d’oro

Si ritrae poi la sfiora

Esitando e poi ancora

Si sofferma sull’orlo.

Da una fiala riversa

Nel liquore un  filo breve liquido

Di tetro rosso  – denso come sangue.

La vedo ancora e ancora

La mano di mia figlia

L’orrore che si compie

Il suo esitare ed io

Stesa sul letto – con la mente persa.

Non avevo pace da darle

Solo paura di me e di se stessa.

E fu questa paura che la perse.

Come fiori mostruosi – parole

Di giusquiamo le fiorirono in bocca

In urla oscene – intessute di fiele

Quando con il suo complice

Mi forzò nella gola la morte liquida.

Quali lampi di tenebra oscurarono il sole

Riflesso dalla coppa stretta dalle sue mani.

Per terre e per ricchezze mi tolsero la vita –

Per il castello e il titolo e i gioielli.

Povere cose che il tempo disperde

Che nulla sono se non polvere

Ombre, apparenze, inganni della mente

E in cenere si sfanno – come il tempo.

 

VI

IL CAVALIERE NERO

Attendo. Arriverai. Il villaggio è deserto.

Così appare. Ma tutti sono chiusi nelle case.

Così povere le nostre case. Poco più che capanne.

Mi hanno preparata. La veste lunga

Di tela grezza e la cuffietta in testa.

Solo il terrore sanno. Temono la tua ira

E il tuo potere di padrone di queste terre.

Noi non siamo che  servi. Solo cose.

E io – una cosa poco più che  bambina.

Mia madre mi ha pettinata e mi ha lavato il viso.

Verrai. Da  me tu torni sempre.

È questo il mio destino. Non ho scelta.

O te, o la morte di tutto il mio villaggio.

Attendo immobile e m’aggrappo

Per non cadere alla staccionata

Che divide la terra fangosa del villaggio

Dal grande prato e in fondo è la foresta.

Sento il rimbombo del tuo cavallo

Prima  che tu compaia laggiù in fondo

Emergendo dal bosco fitto e scuro.

Trema la terra e trema la mia bocca.

So che ci sono. Sono tutti dietro

Le porte chiuse ed il silenzio è un maglio

Che picchia sul mio cuore e lo fa in pezzi.

Non verranno a salvarmi. Non verranno.

Si schianta il cuore nell’attesa

Buia come la notte quando la luna è nera.

Nero è il tuo viso e nera la tua veste

È nero il tuo cavallo e la tua barba

Nera come la terra che copre i nostri morti.

Sento l’odore del tuo cavallo

Che m’insegue e tu ridi

Della mia fuga inutile che per te è come un gioco.

Un balzo e mi sei sopra. Non ti guardo.

Gocciola il tuo sudore acre sulla mia pelle.

Come fuoco rovente la perfora.

La tua spada di carne che mi uccide

Ed il corpo mi squarcia.

Il tuo peso mi schiaccia e come morta

Crollo a terra. Non  vedo altro che il cielo.

Non sento. Non sono viva più

Ed esco da me stessa.

Tutto s’è fatto immobile. Sospeso.

Vitrei i miei occhi. Persi dilatati.

Le  nuvole – lontane – come angeli

Fuggono via nel cielo. Me ne riempio gli occhi.

Se io fossi un uccello dalle  ali di vetro

Perforerei  le nuvole veloci.

Ti rialzi. Ti giri. Ti allontani.

Non uno sguardo per me.

Non  vuoi lasciare che ti legga negli occhi

Il vuoto buio che ti azzanna l’anima.

Chi di noi due è la vittima?

Questo è il nostro destino. Non c’è scelta.

VII

LA LEGGE

Tra il borgo e il bosco, solamente una striscia

Di terra spoglia, e di erba giallastra.

In questa terra  erano venuti

I nostri padri traversando il mare

Su  vascelli di legno e le case del borgo

Son  fatte del fasciame delle navi

A  ricordare che un mare ci separa

Dal passato – che in  una terra nuova

Il nostro cuore sarebbe salpato

Solcando nuove rotte – nuove vite.

Ma non intero il cuore e l’anima divisa

Tra passato e futuro. Tra borgo e selva

Inesplorata – dove  potente sussurra

Un richiamo che io sola intendevo.

Ed eccovi schierati – come tanti birilli

Come un muro di cinta da cui tenermi fuori.

Autorevoli, onesti cittadini

Le vesti nere, il cappello e le scarpe

Con  le fibbie d’argento bene ornato.

Tutti in fila – con lo sguardo severo

Ed io la peccatrice – giudicata da voi.

Le vesti lacere – i capelli selvaggi.

Ma era per la fame. Avevo fame

E nulla da mangiare.

Tu mi guardavi, dall’alto del tuo rango

Di borgomastro ed io, la tua serva

Giovane e bella – mi dicevi allora.

Ma la bellezza non mi dava cibo.

Anche tu avevi fame. Un’altra fame.

Segreta, inconfessabile, ossessiva

Che attirava i tuoi sguardi

Su di me. Ma  tua moglie,

La signora, padrona della casa,

Degnamente il tuo rango rispecchiava

Nella sua veste nera e con la cuffia bianca

Ornata di merletti, i gioielli preziosi.

Ma lei non ti sfamava.

Il corpo inaridito dalla dura virtù

Di donna onesta. Lo sguardo austero

E le labbra tirate – una fessura amara.

Come potevi sperare che il segreto

Non ti esplodesse in mano

Devastando quell’ordine e la legge

Dietro cui nascondevi i tuoi terrori

Le tue incertezze di senzapatria?

Avevo  fame e il mio sguardo di selvaggia

Che ti accendeva dentro

No, non era per te – ma per il pane

Che poi mi avresti dato.

Io provavo ribrezzo del tuo corpo

Delle tue mani bianche – senza segni.

Non avevi vergogna di accoppiarti

Quando  la tua di fame t’accecava.

Mai vidi compassione nei tuoi occhi

Ma avida follia. E quando un giorno

Il  tuo peccato gridò la sua presenza

Perché non c’era legge che valesse

A tacere il crescendo della fame

Che ti mordeva l’anima

Io sola fui accusata. Io t’avevo stregato –

Dicesti. T’avevo preso l’anima

Con malefici e inganni – e mi scacciaste.

Votata a morte certa in quella selva

Vasta come l’oceano. Ma non avevo nave

Su cui salpare. O un porto.

Tu – il borgomastro – tu eri la legge.

Tutti mi giudicaste. Per non vedere

La trave che accecava i vostri occhi.

Con il dito puntato mi scacciaste.

Tu – nel vedermi andare –

Piegata in due per la disperazione

Provasti del sollievo.

Se ne andava a morire

Con me la tua vergogna.

Io la selva – voi il borgo

Io la strega e voi tutti la legge.

VIII

IL NULLA

La gola trema delle parole che s’avvitano

Come convolvoli alla tua fronte lunata.

Con te – dico – con te oltre le vette.

Niente più conta. Di tutto il resto

– e ti porsi la mano.

E quando uscii dalla mia casa che guarda il mare

Tacendo la tempesta del segreto –  il cuore un lago inquieto –

Era per sempre. Non sarei mai tornata.

–         Sali sulla mia nave – questo dici

Con un sorriso irrequieto a cui fui cieca.

Ed io salii. Per  volare oltre me stessa

Per  adattare il mondo alla tua sorte

Che diviene la mia contro la morte.

La morte t’è sbocciata tra le mani

Pervasa dal languore dell’assenzio

Che fu l’assenza dell’una parola mai détta.

Dètta dentro il tuo spazio limitato

Da cortei virginali di promesse

La legge degli opposti – la sinergia

Di feroci dolcezze che  lambiscono il corpo

Con lingua di predone. Come radici malate

Fitte nelle midolla.

Umidore e rossore – rivoli come serpi

Sanguigne sulla pelle a fiotti da voragini

Slabbrate urlanti erompono in sorgenti.

Via se ne fugge la vita verso cui son fuggita

Resta sulle tue mani ormai svuotate

L’odore del mio sangue.

 

 

IX

LA PROFEZIA

Non mi voleste credere

Quando con il rigore della logica

Vi annunciavo il pericolo

La fine che incombeva su noi tutti.

Non ero un sacerdote né un veggente

Ma la mia mente seguiva i meandri

Della  realtà che cela il suo disegno

Finale in ingannevoli apparenze.

La gente ch’era giunta da oltremare

Era contaminata. La purezza

Del cuore non era in loro e germinava

Soltanto il seme  della distruzione.

Non mi voleste credere

Quando – leggendo i segni delle azioni –

Vi indicavo la falsità – l’opportunismo

Degli stranieri dalle lunghe barbe.

Sapevo calcolare riflettere e dedurre

Pur nel terrore di quello che vedevo

Quel che svelavano le relazioni

Dei messaggeri inviati alla scoperta.

Vi supplicavo invano di ascoltarmi

Di capire con me che il salvatore

Annunciato da tempi immemorabili

Che quel Santo che il mare avrebbe reso

Non era giunto. Non era lì tra loro

Il Dio Serpente  – lì tra quella gente

Che si fingeva amica e ci avrebbe annientati.

Erano umani – come tutti noi

Ma avidi e bugiardi. Abili nella guerra

E nell’inganno. Voi non voleste credermi.

Avrebbero travolto e devastato

Distrutto e cancellato millenni di sapere.

E fui un vigliacco. Non seppi sostenere

L’orrore preannunciato – la morte d’ogni cosa.

Non la seppi affrontare con voi la fine.

Ero un aristocratico e il mio mondo

Era fatto di studio e di bellezza.

Ma la mia logica – la mia conoscenza

Non furono sorgenti di coraggio.

Quando salii sulla scogliera alta

Guardai le rocce aguzze e il mare ribollente.

Nel mio ultimo volo – a braccia aperte

Come un uccello dalle ali d’oro

Scorsi  la libertà dalla paura.

Non percepii la fine. Non la morte.

Solo il mio corpo – disteso sulle rocce

Vidi dall’alto. Libero

Libero ormai – compresi.

Il mio posto era lì – con la mia gente.

Tolsi a me stesso e a voi la mia presenza.

Non mi voleste credere

Perché a me stesso io pure non credetti.

X

RITORNO

Percorro il sentiero di terra battuta

Tra le querce del bosco. Filtra il cielo

Tra le piante l’azzurro in mille occhi

Che accompagnano i passi.

Ombre come merletti disegnano le foglie

Sul bronzo del sentiero.

Sono felice – sto tornando a casa.

Il mio villaggio dove la mia gente

Mi attende. Sento già i rumori farsi

Più intensi. È così dolce e familiare

Il suono delle voci che mi giunge.

Un suono che mi avvolge in un abbraccio.

Ma quando arrivo alle siepi alte

La macchia che divide il bosco dal villaggio

Circolare che s’apre alla radura

La gioia si sframmenta e si contrae.

Soltanto il vuoto – solamente case

Vedo ed oggetti ed attrezzi – ma non voi –

La  mia gente.

Non vedo i vostri volti o i vostri corpi

E solo avverto le voci e le risate.

Non posso valicare la barriera

Invisibile che da voi tutti mi esclude.

Non c’è ritorno dal buio e dal freddo.

Mi esplode allora crudo dentro il petto

E disperato un urlo d’abbandono

Come dicono facciano i vulcani

Che vomitano lava ribollente.

E quella pena si gonfia e s’accresce

Fino a serrare l’anima in un gorgo

Che mi squassa e mi schianta e mi travolge.

E allora – solo allora – ecco, ti vedo.

Alto solenne con la barba bianca

La testa fiera e il  nobile profilo

Tu padre mio – nella  tua veste bianca

Di  veggente e di saggio. Ancora vigoroso.

Tu solo ti riveli alla mia ombra

Ch’è tornata dal freddo e dal silenzio

Perché sia certa dell’immenso amore.

E la pena si placa e si dilata

Sciogliendosi  in dolcezza e compassione.

Non ci siamo mai persi – perché amore

È una potenza che non ha confini

Nel tempo e nello spazio ed è collante

Tra gli esseri che amano donando

Se stessi agli altri al di là d’ogni tempo.

XI

LA BAIA

Piatta si allarga nella sera dolce

Di fine estate e l’oro verdazzurro

Si liquefa nell’acqua e vi si fonde

Col violetto rosato del tramonto.

Piatta la baia incurva le sue braccia

Accogliendo nel cerchio ampio del  seno

Mille isole verdi. Le grida dei gabbiani

Solcano il cielo alto dove nubi

Vive  come vascelli dalle vele spiegate

Veleggiano per lidi liquescenti.

Sciabordio spumeggiando si trasforma

In un canto corale che si scioglie

Nell’aria nella terra e nelle acque

Fatte di luce che il tempo ha trafilato.

Piccole barche doppiano sull’acqua

Il volo dei gabbiani ed il salmastro

Ricolma le narici – inebriante.

In un luogo lontano – in un Nord indistinto

E  in un tempo lontano da ogni tempo

Ti  guardavo nascosta tra le piante

Alte di querce. Tu che scivolavi

Davanti a me sulla tua barca bianca.

Anima amante e amata cui l’amore

Mi ha pur saldata per la vita e oltre.

Ci siamo amati – ma da te divisa

Dalla meschinità dall’ignoranza

Del fanatismo che separa in caste.

Casto l’amore e puro come il mare

Che come ventre cercavi consolante

Alla  tua pena. Solo – nel silenzio.

Il mare madre il mare confortante

Rifugio alla mia assenza.

Allora non riuscisti ad ignorare

Il marchio dell’infamia e rinunciasti.

Ma nulla è perso – tu che mi sei giunto

Da lidi dolci e amari  – da terre che nell’acqua

Si frammentano in isole virenti

Anima amante e amata tu percorri

Il sentiero che solo porta a casa.

******

Anima amante e amata cui l’amore

Mi ha pur saldata per la vita e oltre.

A te che da altro tempo mi sei giunta

Sia lume la parola che ci lega.

 

Padova, febbraio 2007

(C) 2007 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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Lamentazione di Felix McCarthy per la morte dei figli (XVII sec.) Traduzione di Francesca Diano

Una veglia funebre irlandese (incisione acquarellata XIX sec.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le tradizioni funebri irlandesi, che sono da molti anni un mio oggetto di studio, all’interno dello studio specialistico del folklore irlandese, sono un campo  vastissimo e di interesse unico in Europa, perché, come più volte ho scritto, l’Irlanda ha mantenuto la più ricca tradizione folklorica europea.

Le tradizioni funebri  culminano essenzialmente in due momenti fondamentali: la veglia funebre (wake) e la lamentazione funebre ritualizzata (keen – irl. caoineadh) . Tali tradizioni erano entrambe assai vive  ancora fino agli inizi del ‘900, anche se la seconda si andava affievolendo e rimaneva soprattutto in aree rurali o sulle isole.

Entrambe si sono sviluppate nel corso dei secoli, quando il dominio inglese, dopo la conquista di Elisabetta I, aveva vietato lo svolgimento di riti cattolici (battesimi, messe, funerali, matrimoni), ma in realtà gli irlandesi hanno semplicemente enfatizzato e riversato nelle antiche tradizioni precristiane il sentimento antiprotestante e la volontà di preservare la loro identità culturale e religiosa. Dunque, le messe si svolgevano all’aperto, usando dei massi come altare, e la sepoltura era solo l’atto conclusivo di una serie complessissima di riti, che iniziavano con la veglia funebre.

La lamentazione funebre ritualizzata veniva recitata da donne, le keeners, che in parte conoscevano a memoria un’enorme numero di versi, ( gli antichi keen tramandati a memoria nei secoli) e in parte improvvisavano. La lamentazione funebre, a volte recitata da una prefica, a volte, per le famiglie più ricche, da più prefiche, celebrava il defunto, ne illustrava le virtù e le imprese, ne piangeva amaramente la perdita. Ma non con semplici formule stereotipate, bensì in forme poetiche raffinatissime ed elaborate, in cui versi aulici si succedevano in decine di strofe.

Il keen che qui presento, nella mia traduzione, risale alla fine del XVII sec. è uno dei più famosi ed è attribuito allo stesso Felix McCarthy. La tradizione vuole che Felix fosse uno di quei seguaci di Giacomo II, il re inglese che appoggiava i cattolici, nel corso delle lotte contro Guglielmo III d’Orange, quando re Giacomo sbarcò in Irlanda per tentare di ritornare in Inghilterra. Come si sa, le forze giacobite furono sconfitte nel corso della Battaglia del Boyne (1689) e Giacomo tornò poi in esilio in Francia.

Nel corso di quei disordini, Felix, del clan dei McCarthy, si rifugiò in una regione montagnosa del Munster, nella zona del West Cork, con la moglie e i quattro figli ma, durante un’assenza sua e di sua moglie, la capanna di legno che aveva costruito come rifugio per la sua famiglia, crollò seppellendo i bambini.

La lamentazione, terribile e disperata, in cui la ferocia del dolore è durissima, segue tuttavia lo schema classico e codificato.  Inizia con la manifestazione della sofferenza della perdita, prosegue con l’elogio delle qualità dei figli, di cui ricorda le nobili ascendenze, inserendo la loro nascita nella genealogia di stirpe  regale.  La chiusa, che precede il Ceangal (il tradizionale Commiato o  Ripresa) consiste in una terribile maledizione (l’interdetto druidico), pronunciata in modo solenne all’interno della lamentazione e dunque di efficacia spaventosa, contro la valle e contro tutta la natura che ha condannato a morte precoce i suoi piccoli,  nei secoli a venire.

Come si vedrà, il metro, che nelle strofe è incalzante e che, nella mia traduzione, ho cercato di rendere tale da mantenere il ritmo ondulante e ipnotico, tipico della recitazione classica del keen, nel Ceangal cambia e si fa più disteso. Anche questo rientra nella struttura della lamentazione funebre ritualizzata.

La grande tradizione poetica che il keen rappresenta in Irlanda, fu da sempre osteggiato sia dalla Chiesa, perché vi si credeva di scorgere (e in fondo con ragione) una forma di paganesimo, sia dagli inglesi, che, non comprendendo il gaelico e sentendo solo i suoni gutturali, tipici della recitazione del caoineadh, bollavano tanta bellezza come una manifestazione di ignoranza e arretratezza. Questo è il motivo per cui la tradizione si è andata spegnendo.  Ma non la sua memoria e il suo studio.

Nota di Traduzione

Questa mia traduzione poetica è stata condotta non sull’antico testo in gaelico, ma su una bellissima e fedele traduzione in inglese della prima metà dell’ 800. Lo preciso perché trovo estremamente scorretti quei traduttori (e ce ne sono molti anche notissimi) che traducono dall’inglese o dal francese testi in altre lingue ma non lo dicono, anzi appoggiati in questo dai loro altrettanto scorretti editori. Poiché la ritengo una truffa nei confronti del lettore, desidero sia chiaro. In questo senso, le ineffabili sfumature e raffinatezze stilistiche dell’originale saranno certo in parte perse, ma mi sono attenuta il più possibile alla bellissima versione inglese, cercando allo stesso tempo si creare una lingua poetica che si avvicinasse il più possibile all’anima poetica irlandese come io la conosco e amo.

 

LAMENTAZIONE DI FELIX MAC CARTHY PER LA PERDITA DEI SUOI QUATTRO FIGLI (XVII sec.)

 

Pur strozzato dal pianto – tenterò di cantare

I miei cari adorati, con profondo dolore –

Mia la perdita dura a cui corre il pensiero

E la piena del cuore porterà a traboccare.

Oggi, giorno di Pasqua, io non ho più sostegni

Questo giorno crudele che squarcia il mio petto!

Lontano da amici e da ciò che più amo

Solitario mi tocca vagare nell’ovest.

Sospinto a parlare da atroci ferite

Lasciate ch’io pianga il mio lutto infinito:

La testa sconnessa, fiaccato da pena

E il cuore mi scoppia e non trova sollievo.

 

Dolore di vedova mai è quanto il mio

O dello sposo per il suo letto vuoto.

Solo io sono col gelo d’inverno

Vuoto è il mio nido – i miei piccoli morti.

Così, come il cigno su onde in tempesta,

Sia dolce il mio canto, funebre e cupo.

Il canto di morte che onora i morenti

E sussurra la musica oltre l’abisso.

 

Mio piccolo Callaghan – o crollo funesto;

E Charles dalla pelle di tenera seta

Mary – e Ann, che di tutti eri più amata

Che un ammasso di pietre tutti ha sepolti.

Miei quattro bambini – puri come la luce

Di alto lignaggio – in un giorno soltanto

Tutti morti vi ho visti – o visione fatale

Che rende il mio cuore triste e riarso.

Rami del nobile albero d’Heber

Nel fior della vita – tutti verità e amore –

Miei figli! Via siete andati da me

Nell’alba gioiosa della prima età vostra.

Pur di stirpe più fiera – tuttavia essi pure

Col re della Scozia si potevan legare –

E i sovrani di Spagna, riccamente adornati

Poiché quello era il ceppo dei loro natali.

Con molti audaci di sangue milesio

Potevan vantare uno stretto legame

E da cronache antiche potevan provare

Con i re sassoni un legame di sangue.

 

La loro voce era dolce al mio orecchio

Quando indulgevano in giochi infantili,

ma ora non suono allegro mi giunge –

muto è il loro labbro, come la terra.

E chi potrà dire quanto soffre la madre?

Per i figli che amava con amore di fuoco

Nutriti alla fonte del suo stesso cuore –

Suo sarà tutto il dolore che resta.

Le bianche mani ha tutte infiammate

Per lo strofinarle in disperazione

Grosse lacrime versano gli occhi. Incessanti

È folle il suo cuore, scomposti i capelli.

Ma strano sarebbe se meno soffrisse

Ché ha perso il sostegno della sua intera vita;

Né in Innisfail vi è chi inchiodata

Più alla sua croce sia e piegata.

 

 

Su quella valle triste e tetra

Dove quasi di senno è uscito il mio cuore

Possa Iddio apporre il Suo suggello

In memoria del mio greve fardello.

Valle del Massacro, da questo momento

Battezzo quel luogo nei tempi a venire;

Sia ricoperta del veleno più nero

E cancellata dalle inondazioni.

Non la illumini più la luce del sole

Né vi brilli una stella né raggio di luna;

Foglie, fiori e boccioli bruciati e appassiti,

Non uccelli né insetti vi facciano il nido.

E mai risvegli una voce trionfante

L’eco di quella maledetta vallata

Ma angoscia di morte e di carestia

Per sempre e per tutti il suo nome sia.

 

Ceangal (Commiato)

Causa della mia disperazione e fiaccante dolore

Tal che morte mi appare una benedizione

È la perdita dei miei figli, chiusi in un unico avello

Ann, Mary, il mio bel Charles e Callaghan, mio fiore novello.

 

(C)2007 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

La notte che il satellite cadde sulla terra

Caduta satellite: la corsa è finita nel Pacifico

Satellite UARS (Fonte NASA)

La notte che il satellite cadde sulla terra

Un racconto inedito di Francesca Diano

(C) Copyright by Francesca Diano – Tutti i diritti riservati.

Così, seguendo una sua traiettoria bizzarra, a vite – dissero – a spirale – dissero ancora – il vecchio satellite tornò a casa.

La nostalgia lo aveva macerato per tempi resi intollerabili dalla solitudine. Gli aveva corroso le giunture, i tessuti metallici, i circuiti elettronici, nelle cui pulsazioni nessuno avrebbe sospettato l’attività del pensiero. Nel cuore di berillio e titanio, che batteva con fatica sempre crescente,  palpitava però il desiderio di tornare alle origini. Era partito tanto tempo prima – quanto? Non ricordava – e del resto, che importanza aveva il tempo?  E, in ogni modo,  cos’era il tempo?

La sola misura che ne conosceva era una quantità compresa tra  due cesure: il momento in cui  s’era ritrovato a volare in uno spazio allagato di un’oscurità luminosa, dove non v’era linea d’orizzonte, né limiti segnati, né direzioni, in cui gli impulsi intelligenti delle sinapsi elettroniche lo avevano indotto a un corteggiamento perenne della curva terrestre e l’altro momento, quando il suo cuore – un ordinato aggroviglio di circuiti – aveva cessato di battere e il suo dialogo con casa, fatto di impulsi elettronici e numeri, s’era spento nel silenzio.

Era stato felice di comunicare ai Costruttori l’incantamento di quella vastità infinita, l’ebbrezza dell’esplorazione, lo slancio inarrestabile del percorso.  Ma i mutamenti della cupola invisibile che fasciava il pianeta natale erano, per i Costruttori,  oggetto di interesse puramente  meccanico. Lo aveva capito perché le raffiche di dati che trasmetteva, invece di suscitare esclamazioni di entusiasmo- così gli era sembrato  che i Costruttori manifestassero le loro emozioni  – venivano passati ad altri circuiti. “Elaborati”, dicevano. Ma i numeri che inviava loro non avrebbero potuto trasmettere quello che andava osservando con una meraviglia che s’era trasformata  prima in amore e poi  corrosiva nostalgia.

Sotto i suoi occhi attenti si volgeva la rotondità del pianeta azzurro, i vortici delle sue nubi e gli occhi maligni dei tornadi, i colori sempre mutanti della sua atmosfera, l’alternarsi di azzurri, ocra, bruni, verdi, bianchi spumosi. Il sorgere e il tramontare del sole, che tingeva di un pulviscolo multicolore la curva del pianeta, per poi sfumare in un’oscurità alleggerita dagli astri.

Cercava – ogni volta che nel suo volo  rotondo vi passava sopra – il punto da cui era partito. Casa.  Col tempo gli era stato sempre più difficile ritrovarlo. Col tempo le sue membra metalliche avevano perso il vigore degli inizi, e così i riflessi dei suoi circuiti.

Non era solo nel suo percorso perenne. Altri oggetti, molti altri oggetti, galleggiavano nello spazio sorretti dalla fedeltà dell’orbitare. Alcuni erano nuovi e pulsanti, altri ormai privi di vita, altri lasciavano intravvedere dagli oblò delle forme immobili. Forme che somigliavano a quelle dei Costruttori. Ma con quegli oggetti non aveva contatti. Tutto il suo dialogo avveniva con casa.

Quando il suo cuore e la sua mente elettronica si spensero, dopo gli ultimi impulsi debolissimi, seppe che i Costruttori lo avevano abbandonato. Dismesso come una cosa ormai inutile.  Per loro  era diventato uno di quegli oggetti morti e inservibili, catturati per sempre dall’orbita. Che mai sarebbero tornati a casa.

Da loro, dalla grande casa dei Costruttori,  non gli giungeva più nessun messaggio, né fu in grado di inviare alcun impulso.  Non riusciva a comunicare la sua nostalgia,  la sua preghiera di farlo tornare.  Quell’isolamento, quella solitudine lo terrorizzavano.

Certo, loro non immaginavano che, una volta cessato il suo compito di esploratore, una volta spenti il suo cuore e la sua mente, lui fosse ancora in grado di sentire, di vedere.  Ma, quello che per tanto tempo gli era parso meraviglioso, ora gli appariva temibile e minaccioso.  E dai Costruttori, capì, non sarebbe arrivato alcun segnale di ritorno. Capì anche che non lo avrebbero voluto il suo ritorno.

Poi accadde  un evento che non avrebbe mai nemmeno immaginato. Un piccolo frammento di asteroide lo urtò. E, nell’urtarlo, lo scalzò dal percorso obbligato che era stato fin dall’inizio il suo tracciato nello spazio.  Uscì dall’orbita. Il corpo fragile smembrato in molti frammenti. Eppure, anche ridotto in pezzi, il pensiero era unico. Comune ad ogni frammento.

Il pianeta, più compassionevole e più grato dei Costruttori, lo attrasse a sé. Con potenza sempre maggiore lo chiamava  verso il proprio centro. Ora vedeva più distintamente i profili dei continenti, i rilievi che percorrevano la terra di vene brune, i colori cangianti dei mari e degli oceani.

Ma nella felicità del ritorno non aveva previsto che la morte dei circuiti non gli avrebbe permesso di ritrovare il punto di partenza.  La sua caduta era scomposta, avvitata, deviata dai venti  solari e dalle correnti.  Non riusciva a capire dove si trovasse, come tornare a casa.

Fu allora che avvertì la paura. Non la propria, ma quella dei Costruttori. La paura che il suo ritorno imprevisto, non voluto, incontrollato, potesse danneggiarli, causare distruzione  e devastazione.

Eppure li aveva serviti fedelmente, con dedizione assoluta. E ora lo temevano. Una creatura nata dalle loro stesse mani.  Tutti i Costruttori e i loro simili parevano impazziti. Ora gli prestavano attenzione. Ora erano interessati al suo destino. Ma non con gratitudine.  Non nell’attesa di dargli il benvenuto a casa. Avrebbero preferito che il ritorno lo ardesse come mille piccoli soli e lo dissolvesse nell’atmosfera. Avrebbero voluto saperlo sospeso per sempre nello spazio vuoto e gelido.

E allora capì che sarebbe stato meglio non tornare.  Non sarebbe tornato a casa. Meglio far perdere ogni traccia, meglio lasciarsi inghiottire dalle profondità dell’abisso liquido , dove nessuno l’avrebbe più trovato.

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Le nausee di Darwin di Giordano Boscolo

Giordano Boscolo, Le nausee di Darwin, Autodafé Edizioni

Quando Darwin, dopo il ritorno in Inghilterra dal suo lungo  viaggio esplorativo per mare sul Beagle, durato cinque anni e affrontato con una tempra e una salute invidiabili, sviluppò una serie di sintomi strani e allarmanti, tra cui vomito violento, nausea, fatica cronica, attacchi di panico, depressione  e malesseri di ogni tipo, non ci fu medico in grado di capire che tipo di malattia lo affliggesse. Darwin divenne un invalido per i successivi 36 anni, fino alla sua morte.

Giordano Boscolo ha scelto questo titolo per il suo primo romanzo, (ma non prima pubblicazione) perché la sua narrazione è in fondo un apologo amaro e feroce di come, nell’Italia di oggi, ci si possa trovare, dopo la laurea, a vomitare  su un peschereccio tra pescatori chioggiotti sballottato dai marosi, per un’improbabile ricerca sulle tartarughe marine, le Carretta carretta, commissionata da un fantomatico centro di ricerche, che non ha uffici, non paga, non si manifesta se non attraverso un tizio sfuggente e laconico.

Boscolo è uno scrittore nato. Scrive bene. Conosce i trucchi per legare il lettore alla pagina e, probabilmente per il suo carattere, ha scelto la cifra dell’ironia. Lui non ama questo termine, preferisce “umorismo”. Ma, mentre l’umorismo ha sempre, in qualche modo,  una componente bonaria e sorridente, l’ironia è distruttiva, corrosiva, graffiante. E’ il mezzo più sottile ed efficace per mostrare la tragedia che si cela dietro la commedia. Non sorride. Ghigna.  Rivela senza pietà la sofferenza.

E, come si diceva, la storia, molto ben strutturata, di cui Luca Visentin, col suo compagno di sventure Davide, è protagonista, è una storia tragica. Quella di moltissimi ragazzi che, in un’Italia dove millantatori, grassatori, mafiosi, politici corrotti ed escort fanno soldi a palate, non hanno lavoro, non hanno futuro, nonostante le lauree, le specializzazioni, la sete di costruirsi una vita.

La tragedia è nell’assassinio della speranza, nell’uccisione del futuro.

Luca è la voce narrante, ma questa è una storia corale. Sullo sfondo della vicenda si avverte la presenza invisibile di molti che non hanno voce. Fantasmi, come Alessandro, alla fine, che si aggira esangue tra le vasche dell’allevamento di branzini.

Poi ci sono le pagine epiche dei viaggi sul peschereccio. I pescatori hanno qualcosa di conradiano e questa ricerca della tartaruga marina ricorda l’inseguimento della  balena bianca. Esiste ma non si sa dove sia. E’ quasi un’entità soprannaturale. Con la differenza che una tartaruga viene pescata. L’unica probabilmente di tutto il Mediterraneo. E, come si conviene a un Leviathan degno di questo nome, mozza il dito del povero Davide.

Ma la tragedia si sfiora davvero e non riveleremo come.  La fine è terribile. Perché l’unico sentimento che emerge è la rassegnazione. Ed è il sentimento più terribile di tutti, perché è come morire da vivi.

L’intelligenza dell’autore – l’ironia è propria solo delle menti intelligenti – sta nel narrare questa Italia sommersa, grigia, priva di luce, senza un solo piagnisteo, senza autocompatimenti, ma in modo secco e quasi distaccato.

Distaccato al punto che si ride fino alle lacrime.  Come quando Luca, per ammazzare il tempo prima di iniziare il suo ultimo lavoro, che consiste nell’aggirarsi da solo in piena notte in uno sconfinato capannone immerso nel buio, tra le vasche di branzini (pare che poi i guardiani inizino a sentire le voci), si immerge nella lettura di La mia pipì è gialla. La tua, di che colore è? istruttivo  libretto per l’infanzia. Ma, a dire il vero, metafora di una forzata regressione, o meglio costrizione, a uno stadio arcaico dell’evoluzione dell’individuo.

E poi ci sono momenti di scrittura che fanno di questo romanzo un’opera davvero speciale.

“In notti, o prealbe, come questa, il tempo si manifesta nella sua vera natura di entità informe, ti appare nella sua nudità, tutt’altro che inerme, evocato dall’oscillazione dello scafo, dal rumore regolare del motore, dal fiato caldo che ti esce dalla bocca in sbuffi di vapore. E’ come il tempo delle sale d’aspetto nelle piccole stazioni di provincia, quando il treno non arriva mai e non c’è nessun altro passeggero con cui chiacchierare; il tempo delle code in autostrada, della mamma che ritarda più del solito e tu hai solo cinque anni, del telefono che non squilla anche se Lei ha promesso di chiamarti. E’ il tempo un minuto prima di essere impiccati. Il tempo dei manicomi.

Solo i filosofi possono permettersi il lusso di dire che il tempo non esiste.” ecc.

In questa riflessione filosofica sul tempo, perché filosofica lo è, sta tutto il senso del romanzo. Il tempo che fugge e sfugge eppure che ti acciuffa, un tempo grigio e compatto su cui non si ha potere se non quello di esserne vittime.

E’ amaro che sia un giovane a percepirlo così. Quasi tremendo. E’ il tempo di Aspettando Godot.

Questo romanzo filosofico, questo apologo, questa storia di illusioni perdute di un’intera generazione (e forse più di una) è costruito con una struttura che mi è molto piaciuta. I capitoli si alternano secondo una temporalità diversa, passato e presente storico, l’inizio della storia e un passato recente che diviene presente, per confluire poi nella contemporaneità della narrazione.

E tutta la storia, il modo in cui è narrata, il distacco fatto di presa di distanza da una disillusione troppo cocente per poterla trasformare in lacrime, l’uso del chioggiotto (che non è il veneziano di Goldoni, come è stato detto) per la parlata dei pescatori (finalmente un testo di narrativa in cui i personaggi non parlino in siciliano o romanesco), lo stile asciutto e sapiente, tutta la storia dicevo, è ciò che oggi, nella nostra Italia alla deriva,  solo può essere un romanzo di formazione: cercare la leggendaria tartaruga di Darwin in un mare tempestoso, può significare ritrovarsi senza un dito o senza vita.

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Anoressia. La nuova frontiera della misoginia

Rileggendo ancora una volta quel magnifico libro che è L’amore e l’Occidente di Denis de Rougemont, una delle più profonde analisi mai scritte del concetto di amore che l’Occidente ha interiorizzato, mi sono resa conto di qualcosa che non avevo mai davvero considerato.

Muovendo dal mito di Tristano e Isotta, de Rougemont analizza il concetto che dell’amore è giunto sino e noi e che ormai la nostra società ha assorbito. Dalla vicenda dell’amore infelice di Tristano e Isotta nasce quello che de Rougemont definisce il mito della passione, cioé  quella forma malata di amore, amore NON per la persona, MA per l’amore stesso, che ha riempito migliaia di pagine di letteratura, ma le nostre stesse anime. E’ una forma di amore che celebra l’amore infelice, che salda il concetto di amore con la morte. Passione, appunto, nel suo senso originario di sofferenza.

L’amore cantato dai poeti provenzali, dai trovatori, successivamente dagli stilnovisti, l’amour de loin, l’amore lontano, l’amore per la donna angelicata è la celebrazione di un’assenza non di una presenza. E’ il desiderio per ciò che NON si vuole possedere, è l’apoteosi del desiderio fine a se stesso e che rifiuta ogni appagamento.

E’, di fatto, la celebrazione della morte. de Rougemont collega, con un’intuizione geniale, questo improvviso cambiamento del concetto dell’amore che si affaccia in Europa verso gli inizi del XII sec. nel sud della Francia, con il diffondersi dell’eresia catara e vede nei poeti provenzali, nel loro linguaggio criptico e misterioso, nel loro trobar clus, una sorta di codice tra appartenenti a una setta segreta o iniziatica. I catari rifiutavano con forza ogni forma e manifestazione di amore sensuale in favore di un amore puro, idealizzato. Insomma, la Beatrice dantesca.

Gli amanti non possono che bruciare di una passione che nega il corpo ma accende l’anima. Tuttavia, mentre colui che ama, l’uomo, è la parte attiva, la donna è colei che è amata. Che si nega, ma si lascia amare.

L’analisi di de Rougemont è ricchissima, complessa e affascinante e molto convincente e non è questa la sede per parlarne troppo a lungo (vi invito a leggere questo libro illuminante e unico), ma prosegue fino ai giorni nostri.

Il mito della passione, che da Tristano e Isotta in poi è dilagato nella letteratura fino a dominarla, è stato, proprio attarverso la potenza del racconto letterario, interiorizzato al punto da divenire il concetto d’amore che ha l’Occidente e ciascuno di noi. L’amore romantico, o romance, secondo il termine inglese.

Eppure, quella visione così alta, idealizzata, angelicata ed eterea della donna nella letteratura e nella poesia medievale era in stridente contrasto con la condizione REALE della donna nel quotidiano. Mai come nel Medio Evo dell’Occidente cristiano la donna è stata oggetto di maltrattamenti, disprezzo, odio, misoginia, paura, persecuzione. Mai la donna ha contato tanto poco nella società, in casa, a livello legislativo. E allora, come si spiega questo dualismo esaperato, per cui il corpo della donna è negato e violato mentre la sua essenza pura è esaltata fino a farne una creatura angelica?

de Rougemont ipotizza una sorta di oscuro senso di colpa, di ricerca di un bilanciamento, per quanto inconscio. Ma tutto questo, che prosegue a fasi alterne da allora, non è altro che il segno della paura della donna. E più una società cova e nutre questa paura, più il dualismo si estremizza.

Perché ho parlato così a lungo del saggio di de Rougemont? Perché mi ha illuminata su un aspetto della nostra società che ha raggiunto livelli ormai drammatici e che, alla luce di questo, mi si è improvvisamente chiarito.

Mi sono spesso chiesta se fosse davvero possibile che un disturbo come l’anoressia, che è di fatto un lento suicidio, e che sta assumendo proporzioni allarmanti in tutto l’Occidente, diffusa soprattutto fra le adolescenti, ma non solo, si possa attribuire solo al fatto che la moda impone modelli di “bellezza” che nulla hanno da invidiare ai poveri corpi ritrovati nei campi di concentramento.

Certo, riviste, catwalks, sfilate, televisione, cinema, sono pieni di scheletri femminili ambulanti spacciati per belle ragazze. E’ vero che le forme dolcemente arrotondate di una donna normale sono bollate come orribile obesità, è vero che le uniche curve ammesse e anzi ricercate sono quelle FINTE, siliconate, gonfiate artificialmente e NON naturali, è vero che  soprattutto in Italia molti uomini rifiutano come brutte ragazze e donne bellissime ma morbide in favore  di altre magari orrende ma magre. Che la magrezza è segno di bellezza e non di poca salute.

Ma tutto questo non è sufficiente a spiegare il fenomeno che dilaga e uccide. No.

Perché tutto questo è solo un EFFETTO, non una CAUSA. Non mi convinceva la spiegazione che ne viene data. Non è sufficiente, come non è sufficiente addossare tutto al rapporto madre – figlia.

No. Non è sufficiente.

Invece, se noi pensiamo che alla sua origine ci sia una vera e propria recrudescenza di paura e odio verso la donna e tutto ciò che rappresenta, soprattutto dopo le lotte femministe degli anni 60 e 70, se noi pensiamo che sono aumentate le violenze sulle donne, gli assassinii di donne, che la parità sociale ed economica – tranne rar eccezioni – è ancora una chimera, dunque che la donna si trova di nuovo in una sorta di moderno Medio Evo, ecco che allora sarà molto più chiaro ed evidente perché una creatura priva di ogni connotazione femminile, che non ha mestruazioni, che riduce se stessa a un soffio, che non ricorda nulla di una donna se non l’idea astratta, è celebrata e imposta di fatto come ideale di donna. Di fatto una donna privata della sua concretezza e carnalità, che non fa paura, che non è in grado di generare. Che nega quella vita di cui è portatrice naturale.

Poiché i miti agiscono soprattutto a livello inconscio tanto più quanto sono potenti, ecco che il mito della donna-angelo imposto dall’Occidente cristiano e misogino come misogina è la Chiesa, molti secoli fa, rispunta più potente e pericoloso che mai. Il dualismo tra corpo e anima, tra materia e spirito in una società che, come la nostra, disconosce l’anima e lo spirito, è radicato al punto ancora oggi che, di fronte al pericolo di una rinascita del potere del femminino, si è risvegliato in tutta la sua virulenza.

Così sono le stesse donne che assorbono questo veleno e, tra loro, le donne adolescenti, quelle con meno difese. Bombardate dalle immagini di morte spacciate per bellezza e fascino sensuale (mentre li negano apertamente), alla ricerca dell’approvazione di maschi insicuri e spaventati, si macerano, si affamano, si annullano negandosi la vita. Negano il proprio corpo e con esso la propria femminilità.

Basti pensare agli orrori, alle torture a cui si sottopongono molte donne violando e violentando il proprio corpo nelle sale operatorie dei chirurghi plastici, veri esecutori di un tribunale dell’Inquisizione che, invisibile, condanna le donne a mutilarsi, squartarsi, farsi infilzare nelle carni cannule per estrarre litri di “osceno grasso”, farsi tagliare seni, pance, pelle, nasi, farsi tirare lineamenti e iniettare veleni. Magari morire sotto i ferri.  Cosa ha di diverso tutto questo dalle camere di tortura in cui le streghe venivano maciullate, se non il fatto, ancora più orribile, che ora lo fanno volontariamente?

Ma insieme alle donne, anche gli uomini assorbono un veleno che li ammorba a livello incoscio. E certo spiega anche il successo che hanno i transessuali e  i travestiti. Con tutto il rispetto per la libertà di vivere la propria sessualità come meglio si crede, però è un fenomeno ben strano che migliaia (le cifre statistiche parlano chiaro) e migliaia di uomini sposati, fidanzati e apparentemente senza problemi, frequentino abitualmente uomini che assumono l’aspetto spesso esasperato di donne. 

Sono a contatto quotidiano con adolescenti e ho sotto gli occhi tutto questo. Solo le ragazze con una personalità molto forte sfuggono seppure con fatica a questo incantesimo mortifero.

E vorrei anche aggiungere che la portata di questa distorta visione dell’amore per sè e per l’altro che sfocia nella negazione del proprio corpo, è molto, ma molto maggiore di quanto si creda. Le cifre della diffusione dell’anoressia vanno lette per difetto.

Alcuni giorni fa Dacia Maraini ha scritto un breve articolo sul Corriere della Sera, in cui si poneva questa stessa  questione, avendo osservato nella vita di Caterina da Siena, di cui si è occupata per un bellissimo testo teatrale, che questo stesso rifiuto del cibo fino allo sfinimento era originato da una ricerca furiosa di ascesi e da un misticismo esasperato. Ha dunque giustamente collegato questa stessa ricerca di una spiritualità che l’Occidente ha cancellato, nei comportamenti di chi si priva del cibo fino alla morte.

La sua analisi è frutto di grande intuizione e della sensibilità che contraddistingue tutta la sua scrittura, ma, imboccata la via maestra,  si spinge solo fino a un certo punto. La privazione del cibo, i digiuni, sono sempre stati associati all’ascesi e nel Medio Evo cristiano non era solo Caterina da Siena a praticarlo. Certo, lei si spingeva fino agli estremi, ma non era un’eccezione. Tuttavia l’esempio della Maraini conferma quanto dicevo in precedenza sul concetto cataro del corpo e della materia e sulla visione idealizzata della donna in quel tempo.

Io credo si debba scavare ancora, fino a trovare il seme originario. Credo che potrebbe essere quello da me proposto.

E’ un’ipotesi e un’intuizione sorretta dall’analisi.   

Ecco, potrebbe essere questa  l’origine di questa epidemia dilagante di  anoressia. Non è altro che l’ennesima forma, in vesti moderne, di caccia alle streghe. Come si riconosce oggi una strega? Cosa la denuncia? Cosa la rende un orribile essere da perseguire? Quelli che, con la complicità di medici, nutrizionisti, mass media, stilisti, industria dello spettacolo e della moda, sono definiti “chili in più”. Cioé quelli che costituiscono i caratteri secondari sessuali del sesso femminile e sono lì a testimonianza del potenziale che ha la donna di dare la vita, di detenere quel potere arcaico e misterioso che per 25.000 anni ha visto l’esistenza di una società matriarcale, pacifica, negatrice della violenza, il cui essere speriore era configurato nel culto di una Grande Dea Madre e che fu annientata dall’avvento di una società patriarcale, guerriera, basata sul potere del più forte.

Una società che voglia imporsi tende ad annientare la società precedente e questo è avvenuto. Eppure le vestigia di quella lontanissima società non sono mai del tutto sparite. Una sapienza femminile si è conservata nei secoli, tramandata di madre in figlia. Conoscenze legate al mondo della natura e dei suoi cicli, a cui la donna è fisiologicamente legata, alle terapie naturali. E di quando in quando tutto questo è stato osteggiato e combattuto con forza feroce. Come nei 4 secoli di persecuzione delle “streghe”, semplici depositarie di quella sapienza arcaica.

Del resto, anche oggi il ritorno alle terapie naturali rivela il perdurare millenario di questa sapienza. Ecco come allora la nostra società, se da una parte ricerca l’antica sapienza ed esalta, secondo le forme che sono proprie di questa società, cioè visive ed esteriori, l’essenza più astratta del femminino, dall’altra dimostra una misoginia sinistra nei confronti della donna e dell’infanzia ed è di fatto scissa in un dualismo manicheo, malsano e generatore di sofferenza.

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