P.O.D. La clausola da non accettare mai

The Printing of Books
Agli inizi dell’anno scorso è capitato a mia figlia di dover stampare due o tre copie di un suo lavoro scientifico e poiché sapeva di siti americani che offrono questo servizio per una cifra molto ragionevole, se ne è interessata. La stampa della sua tesi infatti era stata piuttosto costosa e non aveva senso spendere di nuovo quei soldi. Abbiamo valutato siti come Lulu che si presentano come POD (Print on Demand), cioè stampa su richiesta, o su necessità stampano anche una sola copia per pochi euro e rilasciano un codice ISBN.

Questo tipo di stampa digitale infatti è molto più conveniente, rispetto all’offset, se si ha necessità di un numero molto limitato di copie, diciamo quattro o cinque, o anche di una sola. All’estero è usato diffusamente per pubblicare opere accademiche o persino da editori che non desiderano tenere troppe copie in magazzino di opere magari di pregio ma di non grande diffusione e dunque a bassa tiratura. Nulla di strano quindi.
Poi ci siamo accorte che esisteva una versione italiana di questi siti americani e che la spedizione sarebbe stata più rapida. Parlo de ilmiolibro.it.

Me ne sono interessata, perché anche io avevo necessità di stampare qualche copia di un mio lavoro e ho scoperto un intero mondo. Il sito, che appartiene al gruppo L’Espresso, e ha come slogan la massima “Se l’hai scritto va stampato”, offriva questo servizio di stampa, ma con una serie di servizi editoriali supplementari, sia gratuiti che a pagamento.

Gratuiti erano un profilo con tanto di foto e telegrafico curriculum, una sinossi dell’opera, un certo numero di pagine di anteprima della stessa leggibili pubblicamente e la possibilità di recensire e votare opere altrui. In questo ultimo caso, la recensione veniva inserita in homepage con il profilo del recensore e l’accesso diretto alle sue opere. Dunque un modo di offrire visibilità sia al recensore che al recensito. Inoltre, sulla homepage comparivano continuamente i nuovi autori iscritti e le nuove opere.
A pagamento invece era il servizio di vendita dell’opera, nel senso che l’autore poteva, oltre a ordinare anche solo una copia del testo per sé, metterlo in vendita pubblicamente sul sito. In questo caso il sito versava all’autore una cifra che è il prezzo di copertina fissato dall’autore meno il prezzo di stampa e una percentuale trattenuta per ogni copia venduta che mi pare vada da 0,8 a 0,36 centesimi. A pagamento  era l’inserimento dell’opera in Feltrinelli.it, dove dunque si poteva vendere il libro o si poteva anche ordinarlo di persona presso una libreria Feltrinelli. A pagamento (non pochi spiccioli) anche la pubblicità dell’opera presso i siti del Gruppo Editoriale L’Espresso.Ovviamente, per stampare (e non pubblicare, come qualcuno, dato l’impianto dell’intera operazione, potrebbe erroneamente intendere) un testo qualunque, tutto il lavoro di impaginazione va fatto dall’autore usando un template da loro offerto. Ma se non si è esperti di questo tipo di cose, il risultato è orripilante e illeggibile. Inoltre è necessario fare l’editing da sé e tutto questo può andar bene se uno è del mestiere (come nel mio caso), ma non se non si ha la più pallida idea di cosa sia un editing e una correzione di bozze. Motivo per cui  si può leggere di tutto  nelle anteprime delle opere in vetrina. Errori grammaticali e sintattici, storie assurde, struttura e stile assenti… ma, a dire la verità, anche alcune buone cose, in particolare se gli autori sono comunque già del mestiere. Insomma, di tutto. Al contempo sono presenti molti testi di taglio accademico o tecnico che vengono messi in vendita da docenti per i loro corsi, sia universitari che di vario altro tipo e in genere sono ben fatti.

C’è da dire che non vedo nulla di male nello stamparsi da soli cose che si sono scritte, se si ha la consapevolezza che solo di stampa si tratta e non di pubblicazione con un editore. Il sito gioca un po’ con questa ambiguità.

Dunque, chi è già un autore, con esperienza e capacità di scrittura, stamperà per pochi euro anche solo una copia del proprio lavoro, e potrà metterlo in vendita, se lo vuole mettere in vendita,  come meglio crede senza investire nulla di più, perché non avrà problemi di copie da acquistare e lasciare invendute. Diverso è il caso di chi ritenga di poter diventare o essere scrittore solo vedendo stampato ciò che ha scritto senza alcuna competenza o esperienza.
Dunque, qualcosa di  ben lontano dal “se l’hai scritto va stampato”.
Visto però lo sviluppo che una tale cosa può avere nel nostro paese di santi, navigatori e poeti, nell’operazione entra anche la Scuola Holden, come si legge dal seguente annuncio del sito:«Tanti strumenti che rendono la tua opera sempre più qualificata: corsi di scrittura e valutazione testi in collaborazione con Scuola Holden, oltre 10.000 foto dall’archivio fotografico Corbis per rendere la tua copertina ancora più bella, preziosi suggerimenti per promuovere il tuo libro. E in più, la possibilità di aggiornare la tua opera in tempo reale, perché il tuo libro cambia con te.»

La Scuola Holden ha scoperto una miniera d’oro dunque, poiché offre alla pletora di gente, convinta che basti il “Se l’hai scritto va stampato” a diventare scrittori (magari con risultati improponibili), corsi di scrittura che potranno aprirsi a un mercato assai maggiore di potenziali “scrittori”, oltre a servizi di editing e valutazione. Tutte cose che esulerebbero da un semplice servizio di POD e si avvicinerebbero di più a quelle agenzie che pullulano sul web, che offrono servizi di lettura, editing, valutazione testi e contatti con editori, mascherate da agenzie letterarie.

Per incentivare l’affluenza, sono stati organizzati dei concorsi e una serie di iniziative con la pubblicazione come premio o la segnalazione della Holden.

C’è da dire che ilmiolibro.it non offriva fino a poco tempo fa il codice ISBN (particolare di cui mi sono resa conto più tardi) e dunque in teoria non sarebbe stato  possibile mettere in vendita il libro stampato, né sul sito, né su altri siti del Gruppo L’Espresso, come loro dicevano. Ma questo, sul sito, si guardavano bene dal fartelo sapere! Evidentemente di recente si sono accorti che questa cosa non era sfuggita a molti e di recente si sono attrezzati a offrire a pagamento, ovviamente, un codice ISBN. Tuttavia, chi volesse acquistare tale codice (che chiunque  può acquistare a sole €45 più IVA sul sito ISBN stesso) e non è iscritto (a pagamento) al servizio di inclusione sul sito de LaFeltrinelli, deve pagare  per entrambi. Il costo è di €79 più IVA.  Non si può scegliere di acquistare solo il codice ISBN.

Insomma, l’atteggiamento poco chiaro che fa credere come un semplice lavoro di stampa trasformi chi scrive in uno scrittore, nasce da tutta una serie ricchissima di eventi, iniziative, offerte, dichiarazioni, appelli, tra cui questa dichiarazione che si commenta da sé:

«Ilmiolibro è uno strumento per pubblicare un libro alternativo e rivoluzionario rispetto al ricorso ad un editore. Permette ad un autore di pubblicare un libro, restando titolare del copyright ed averne il pieno controllo creativo. Permette margini di guadagno ampiamente al di sopra della media del mercato editoriale. Permette a un autore di confrontarsi con i lettori come quasi mai accade nell’editoria tradizionale. Riteniamo che sia molto raro che un editore tradizionale possa rispondere alle esigenze di un autore meglio di quanto faccia ilmiolibro.it. Tuttavia ilmiolibro non è a priori contrario ai sistemi di pubblicazione tradizionali, a patto che siano vantaggiosi per gli autori che li scelgono. Crediamo che ci siano alcuni casi in cui un editore possa dare ad un libro una distribuzione più ampia e valorizzare un titolo e per questo motivo in alcuni casi possiamo decidere di esercitare azioni ed interventi per favorire il contatto tra gli autori ed editori interessati ad investire in modo serio, e senza costi per l’autore, nella valorizzazione di un’opera nata e scoperta sul sito. Ilmiolibro vuole essere il principale punto di riferimento italiano per gli scrittori, dando loro possibilità di emergere sul sito attraverso una pluralità di percorsi, strumenti e progetti.»

Io, lo sapete, non ho simpatia per il sistema editoriale italiano, non per presa di posizione, che sarebbe stupido, ma per i miei 30 anni di esperienza concreta in questo campo. Devo anche aggiungere che negli ultimi anni l’industria editoriale italiana è peggiorata in modo inimmaginabile, seguendo del resto gli altri mutamenti del paese. Ignoranza, arroganza, faziosità, poca educazione dilagano. Né mi verrebbe mai in mente di dire che un libro pubblicato da un editore, pur importante, abbia un qualunque valore solo per questo. Anzi. Visto cosa si pubblica e perché. Però, quando leggo parole come quelle succitate, dopo la risata mi viene anche il nervoso: “Ilmiolibro non è a priori contrario ai sistemi di pubblicazione tradizionale”… E ci mancherebbe pure! Per non parlare del fatto che loro eserciteranno in alcuni casi “azioni e interventi per favorire il contatto tra autori e editori interessati”. Il che farebbe pensare che questo si presenta come qualcosa di ben altro che un semplice servizio di POD.

Un altro aspetto antipatico del funzionamento di questo sito, è che si è subissati da messaggi di altri utenti che ti chiedono, senza mezzi termini e spesso nemmeno per favore, di scrivere una recensione al loro capolavoro e di dare il tuo voto, convinti che più numerosi saranno i commenti al loro libro, maggiore sarà la sua visibilità. Perché questo viene loro detto, ma la visibilità è solo all’interno del sito, dove il 99% degli utenti va per stampare il proprio libro, non per acquistare quelli degli altri, se non in rarissime eccezioni. Non è il caso di dire che in genere non rispondo nemmeno. Ma la curiosità mi ha spinta qualche volta a dare un’occhiata all’anteprima di queste opere e invariabilmente erano cose grottesche, spesso infarcite di grossolani errori di ortografia e peggio impaginate. Ed è purtroppo in persone così che si fomentano le maggiori illusioni.

Da parecchio tempo non andavo più sul sito, ma alcuni giorni fa mi arriva una mail in cui mi si dice che qualcuno ha lasciato un commento al mio testo. Ovviamente il mio profilo è sempre lì. Così mi sono incuriosita e sono andata a vedere. Ma mi attendeva una sorpresa:ora non posso più accedere al mio profilo o ad alcuno dei servizi (stampa delle copie ecc.) se prima non firmo questo:

https://login.kataweb.it/registrazione/libri/TerminiContratto.pdf
Vale a dire che nel frattempo il semplice servizio di stampa si è trasformato in una vera e propria impresa che obbliga anche chi in passato si è iscritto senza firmare il tipo di contratto che ora viene proposto (ovvio, si presenta come un servizio di semplice stampa in cui io pago quello che tu mi stampi previa accettazione di alcune regole) a sottoscrivere un contratto-fiume di 23 pagine le cui norme sono imposte unilateralmente. Il che non sarebbe molto corretto né simpatico. Nessuno dovrebbe impedirmi di accedere a un mio account modificando le regole iniziali. Nella loro definizione di “Vetrina personale” (l’account) al punto 1, si parla di “Utente Registrato partecipante alla Comunità Virtuale del sito”. E se io non volessi partecipare alla comunità virtuale?

«Per gli Utenti già registrati il presente Contratto si applicherà all’Area Personale Utente, al Contenuto Utente, al Contenuto Utente Messaggi, al Materiale Utente, inclusi i Volumi, e ai Dati Utente, già acquisiti e presenti sulla Piattaforma.»
Ecco dunque come è stato risolto il problema. Con valore retroattivo.

Inoltre si dichiara successivamente che la società potrà modificare in qualunque momento le condizioni, i termini e le modalità di fruizione dei servizi, salvo il diritto di recesso dell’Utente. È probabile che questa clausola fosse già presente all’atto dell’iscrizione, ma ora non posso provarlo.

In genere, quando clicchiamo su “accetto”, nell’iscriverci a un qualche sito sul web, tendiamo a non leggere con attenzione i termini di quello che stiamo accettando. Anche perché è davvero molto raro che ci si trovi nella situazione in cui mi sono trovata io – e probabilmente altri utenti – nel non poter accedere al mio account, perché in genere le modifiche a un eventuale nuovo contratto non sono mai così radicali da vietare di accedere al sito se non si sottoscrive un nuovo accordo. Devo dire che è la prima volta che questo mi accade in 10 anni dacché uso il web.

Tuttavia, a questo punto, è di vitale importanza che chiunque si iscriva a ilmiolibro.it legga con attenzione il contratto e lo valuti molto bene, per non trovarsi poi a dover accettare norme con cui non concorda.

Questi sono i punti, nelle attuali condizioni di iscrizione, in cui la Società ilmiolibro.it precisa che potrà limitare o impedire l’accesso al proprio account o modificare i termini dell’accordo sottoscritto in ogni momento e in modo (neretto e sottolineature sono miei):


«7. MODIFICA DELLE CONDIZIONI E DEI TERMINI DEL CONTRATTO – MODIFICA DELL’OFFERTA

7.1 – La Società potrà modificare ovvero variare in qualsiasi momento le condizioni, i termini e le modalità di fruizione e di utilizzo di ciascun Servizio, per ragioni tecniche, commerciali e/o aziendali, fermo restando il diritto di recesso dell’Utente previsto al successivo art. 7.2.

7.2 – Le eventuali modifiche delle condizioni e termini del Contratto, ovvero della composizione dell’offerta dei servizi, che comportino variazione sostanziale del presente accordo in termini di limitazione o diminuzione dei diritti dell’Utente, verranno tempestivamente comunicate mediante pubblicazione di avviso all’interno del Sito ovvero mediante messaggio di posta elettronica inviato dalla Società all’Utente con ragionevole preavviso, e ciò al fine di consentire all’Utente di poterne prendere visione e di esprimere il proprio consenso mediante espressa accettazione, a mezzo di posta elettronica o altro mezzo, ovvero di fatto, mediante l’uso del Servizio successivamente alla avvenuta comunicazione delle modifiche ovvero delle integrazioni. L’Utente che non accetterà le modifiche avrà il diritto di recedere dal Contratto. Le modifiche che non abbiano gli effetti sopra descritti potranno essere liberamente apportate dalla Società in forza di un diritto che in virtù del presente Contratto le viene conferito.

7.3 – E’ facoltà della Società inserire nell’offerta di Servizi regolata dal presente Contratto ulteriori e diversi servizi rispetto a quelli sopra elencati. Gli Utenti riceveranno comunicazione degli eventuali servizi aggiuntivi mediante pubblicazione di avviso all’interno del Sito, ovvero eventualmente anche tramite messaggio di posta elettronica, ove saranno resi accessibili e disponibili i nuovi servizi.

8. MODIFICA, SOSPENSIONE O INTERRUZIONE DEI SERVIZI

8.1 – L’Utente prende atto e riconosce che ciascun Servizio è reso accessibile ed offerto dalla Società “as is” e “as-available” e, in generale, senza garanzia di compatibilità ad uno scopo – particolare e non – dell’Utente e, inoltre, senza alcuna garanzia in merito al fatto che ciascun Servizio corrisponda ai requisiti di altri analoghi servizi resi da altre imprese sul mercato e/o alle aspettative dell’Utente, nei limiti in cui ciò non contrasti con le vigenti disposizioni di legge.

8.2 – La Società si riserva il diritto di attivare, modificare, sospendere o interrompere in qualsiasi momento, per ragioni organizzative e/o commerciali, tutti e ciascuno dei Servizi e/o parte di essi, ovvero, comunque, di non autorizzare – a propria insindacabile discrezione e giudizio – l’utilizzo dell’account e/o della password, e ciò senza riconoscimento di alcun rimborso, indennizzo e/o risarcimento all’Utente e senza altresì che ciò produca effetti e/o conseguenze sulla esecuzione e sulla remunerazione dei Servizi di Hosting e di Stampa Personalizzata relativi a Transazioni concluse antecedentemente la modifica, la sospensione o l’interruzione dei Servizi.

8.3 – Resta inteso che la Società non sarà in alcun caso e per alcun motivo considerata responsabile nei confronti dell’Utente ovvero di terzi per la avvenuta modifica, sospensione, interruzione e/o cessazione dei Servizi.»

Dunque, a parte che io non ricordo di aver ricevuto alcuna comunicazione via e-mail in proposito e che da un po’ di tempo non accedevo al mio account, mi sono ritrovata a non aver più controllo sui miei dati personali. E per averlo sono costretta a sottoscrivere un contratto di 23 pagine che mi impegna a fare cose che mi rifiuto di fare. E che, soprattutto, non potevo prevedere – dato che sono state introdotte di recente – al momento della mia iscrizione.

Si ha un’alternativa: disattivare l’account mandando loro una mail.
Non sarebbe stato più ragionevole prevedere due tipi di contratto? Uno, più semplificato, con cui si possano richiedere solo i servizi di POD, e per chi volesse, a pagamento, un secondo tipo di contratto che offra servizi più numerosi e articolati.
Mi chiedo però, come mai per sottoscrivere il nuovo contratto, si ritiene di dover arrivare addirittura a impedire l’accesso al proprio account? D’accordo, la clausola che riguarda la libertà di ogni tipo di modifiche sarà stata presente anche al momento dell’iniziale sottoscrizione, ma se le modifiche fossero ragionevoli e fatte per favorire l’utente più che la Società, perché arrivare a questo?

Ma quello che mi ha lasciata basita è stata la Sezione IV DIRITTO DI OPZIONE (p.22-23 del complicatissimo contratto che ora sono costretta a firmare se voglio accedere al mio account e continuare a usufruire dei servizi):

«DIRITTO DI OPZIONE

17.1 – Per effetto del presente accordo, l’Utente attribuisce alla Società un diritto di opzione sui diritti di agenzia per la pubblicazione del Volume, attraverso qualsiasi canale, che sarà esercitato dalla medesima Società alle condizioni ed entro i termini di cui al comma che segue. La Società intende esercitare tale diritto esclusivamente al fine di promuovere gli autori maggiormente dotati e talentuosi in modo da favorire, per quanto possibile, la distribuzione e la diffusione dei loro Volumi attraverso canali diversi e ulteriori rispetto a quelli 22 di 23 previsti dal presente accordo e coltivare tale opportunità. In ogni caso, anche nel caso in cui la Società dovesse esercitare, alle condizioni di cui al comma 17.2, il diritto di opzione, gli Utenti saranno liberi di negoziare autonomamente contratti di edizione con gli editori di loro gradimento.

17.2 – All’interno della community si svolgono iniziative, rubriche e concorsi che si pongono l’obiettivo di segnalare opere rilevanti anche utilizzando i dati di vendita, i commenti, le recensioni e altre informazioni relative all’interesse della community verso una determinata opera. Nel caso in cui il Volume dell’Utente dovesse essere segnalato come rilevante all’interno di queste iniziative o dovesse essere oggetto di interessamento da parte di terzi nella prospettiva di una possibile pubblicazione, la Società potrà esercitare un diritto di opzione per le attività di agenzia in esclusiva che saranno, comunque, rese in favore dell’Utente a titolo gratuito.

17.3 – Il diritto di opzione sarà esercitato dalla Società entro 6 (sei) mesi dall’avverarsi delle condizioni indicate al precedente comma 17.2.

17.4 – Le attività di agenzia saranno in esclusiva della Società per la durata di 6 (sei) mesi dal momento in cui l’opzione sarà stata esercitata.»

Qui poi siamo ormai nell’assurdo:

«15.20 – Nel caso in cui l’Utente dovesse acquistare i Servizi di cui al presente articolo, egli accetta quale prestazione accessoria al Servizio di Hosting che, al fine di favorire la diffusione dei Volumi e dei contenuti ospitati nel Sito, siano rese disponibili gratuitamente alla Comunità Virtuale, fino a 30 copie del Volume in versione digitale integrale. La Società adotterà ogni ordinaria cautela ed accorgimento tecnico diretto ad impedire la disseminazione di copie oltre quelle previste dalla presente disposizione. Resta ferma l’applicazione dell’art. 10 del presente Contratto. Analogamente, per le stesse finalità, sarà resa costantemente disponibile a tutti gli Utenti, per l’esercizio della sola facoltà di lettura, una porzione del Volume in versione digitale pari al 15%».

Questa clausola è molto interessante, perché affermare che si tratta di una “prestazione accessoria al servizio di Hosting” dà di fatto loro il potere di disporre della mia opera e di diffonderla presso terzi che non conosco, pur non detenendone i diritti (cosa affermataovviamente più volte nel contratto) e mi impone di accettarla, dando ad intendere che si tratta di un favore che io non avevo chiesto.

Dunque, in queste parole si ravvisa già un chiaro superamento del confine tra POD e pubblicazione a pagamento. Giacché nessuno fa nulla per nulla e se la Società si attiva tanto per favorire la diffusione dei volumi ospitati nel Sito, chiaramente gli scopi non possono essere solo a favore dell’utente, visto che nel contratto stesso si afferma che ciascun Servizio è offerto dalla Società “as is” e “as-available” e, in generale, senza garanzia di compatibilità ad uno scopo – particolare e non – dell’Utente” e di seguito “senza garanzia che ciascun Servizio corrisponda alle aspettative dell’Utente”.

A questo punto è importante rilevare che la clausola “as is” (letteralmente: “così com’è”) e “as available” (letteralmente: “nello stato in cui si trova”) ad esclusione cioè di qualunque forma di garanzia, si riallaccia alla normativa europea sulla compravendita fra privati, secondo la quale, includendo tale formula, si esclude ogni garanzia e anche il diritto di recesso. Difatti la legislazione vigente nell’Unione Europea prevede che anche i privati siano tenuti a dare delle garanzie sulla merce venduta, a meno che tale garanzia non sia esplicitamente esclusa al momento della vendita. L’esclusione di garanzia avviene tramite la formula “as is”. Come qui si legge. Ma, appunto, tale norma europea prevede un rapporto tra privati, che io sappia. Questa non è una Società?

Dunque: se non volessi che il mio volume fosse distribuito fra gli utenti? Se non fossi d’accordo? Non ho potere contrattuale e non posso depennare questa, come nessuna altra clausola.

La clausola successiva poi è ancora più assurda:

«15.21 – Indipendentemente da qualsiasi altro e diverso accordo che l’Utente dovesse stipulare con terzi, egli si impegna a mantenere sul Sito, per tutte le finalità previste dal presente Contratto (lettura, commenti, vendita) il Volume per un termine minimo di 10 mesi dall’avvio dal caricamento del Volume sulla Vetrina.»

In sostanza mi obbligano “indipendentemente da qualsiasi diverso accordo con terzi” (mettiamo che un editore acquisti i diritti della mia opera e dunque non è il caso di tenerla sul sito, anzi, non potrei) a tenere sul sito l’opera per 10 mesi? Va contro i miei interessi se nel frattempo un editore si dimostra interessato a pubblicarmi l’opera.

Ora, mi chiedo: questo è ancora un semplice servizio di POD? Sono libero di scegliere solo un servizio di POD, o devo accettare tutto il pacchetto? O qui stiamo parlando di un vero e proprio contratto con clausole che hanno tutta l’aria di essere vessatorie? Passibile di chissà quante altre modifiche? Quanti di quegli sprovveduti che ora sono o andranno sul sito se ne renderanno conto? Io immagino che la Società in questione, data la mole immane di futuri scrittori che si è trovata a gestire e che probabilmente aumentano, si sia non solo messa al riparo da qualunque contestazione, ma abbia visto delle magnifiche opportunità di crescita imprenditoriale, con la “collaborazione” della Holden. In questo caso, tanto di cappello! Forse però è il caso di stare molto, ma molto attenti.

Non sono un legale e non riesco ancora a vedere fino in fondo tutte le implicazioni di questo contratto di 23 pagine (23 pagine?!). Un normale contratto con un editore è di 5-10 pagine al massimo. Qui ce ne sono 23 e tutte fitte.

La cosa non mi piace e mi è parso doveroso segnalare la trasformazione de ilmiolibro da innocua POD a vero e proprio editore a pagamento, con la differenza che prima si pagava solo per stampare le proprie copie sulla base dell’accettazione di alcune semplici (o così potevano apparire) regole, ma da un po’ di tempo a questa parte si è costretti invece a firmare un accordo vincolante e capestro se si vuole accedere a qualunque servizio o seguitare a usufruirne.

(C) 2011 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Il presente articolo è stato precedentemente  pubblicato sul sito di Scrittori in Causa

 

 

Politica editoriale italiana: fiabe e leggende sono out

T.C.Croker Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland 1825

Se esiste un patrimonio dell’umanità che, nonostante i tempi e gli avvenimenti, si è conservato intatto e intatto rimane il suo fascino, questo è l’immenso corpus delle fiabe, delle leggende, dei miti e della tradizione orale che ogni paese civile conserva con amore.

La tradizione orale, che a partire dal 19° sec. ha iniziato a scomparire nelle sue forme popolari, è il serbatoio della nostra identità, è il tesoro che custodisce le origini di chi siamo. Ed è stato il Nord Europa ad insegnarcelo.
Paesi in cui l’amore per la cultura e la tradizione sono la pietra angolare su cui fondare il futuro, lo sanno bene e spendono notevoli risorse per diffondere e conservare il loro prezioso patrimonio.
La mia esperienza di insegnamento all’università di Cork mi ha rivelato qualcosa sui giovani irlandesi che non avrei immaginato: la conoscenza che hanno dei miti e delle leggende della loro terra non è solo parte della loro cultura, ma è parte di loro stessi, vi si riconoscono.
L’amore che da sempre ho per il mito e le fiabe, per le leggende e i racconti orali, mi ha spinto a occuparmene ormai da decenni e non intendo smettere. Tanta è la gioia che ne traggo.
Per questo motivo, agli inizi degli anni ’80, proposi quella che era la raccolta di leggende irlandesi più importante, più antica e famosa. Non da noi. Da noi era sconosciuta, come il suo famosissimo autore. E questo molto prima che l’Irlanda divenisse “di moda”.
Ma, proprio perché l’editoria italiana non è interessata a ciò che non conosce, o è interessata solo a ciò che è “di moda”, mi ci vollero 15 anni per trovare l’editore che finalmente si decidesse a pubblicare questa meraviglia di libro. Quell’editore poi, ne ha fatte moltissime ristampe e ne ha vendute decine di migliaia di copie. Questo perché, nel frattempo, l’Irlanda era diventata “di moda”.
 
Bene, ho provato a proporre in questi giorni un altro testo, di uno degli autori più famosi al mondo (e anche da noi) di fiabe e leggende, ma un testo che, pur famosissimo in Europa e in America, è inedito da noi e aggiungerebbe molto alla conoscenza dell’argomento, anche perché è un testo rivoluzionario e, anche se dei primi dell’ ‘800,  batte una strada ancora poco esplorata. Un testo di una bellezza e piacevolezza uniche.
La mia esperienza trentennale di traduttrice, consulente editoriale e saggista dovrebbe essere una garanzia di serietà per chiunque. E non sono proprio una sconosciuta. Credo.
Il direttore editoriale dell’importantissimo editore a cui l’ho proposto, uno degli editori che ha fatto la storia della cultura italiana, dopo un mese che aveva ricevuto la mia mail e dopo alcune sollecitazioni, si è  degnato di rispondere.
Cosa ha risposto? Queste sono le sue parole:
” E’ un filone che abbiamo battuto per decenni, come ben sa, ma che poi abbiamo considerato esaurito o in esaurimento, anche in base al riscontro dei lettori.”
Dunque, questo signore, che si suppone debba possedere la cultura sufficiente per dirigere un settore molto importante di una casa editrice importantissima e storica, considera che il filone dei miti e delle leggende, che seguita tra l’altro a vendere moltissimo, non importa se ancora sconosciuto – dunque una grandissima novità editoriale –  e non importa se legato a un nome che ha fatto, anzi fondato la storia del folklore europeo, sia un “filone esaurito o in esaurimento”……
Tanto di cappello alla cultura di cui è rappresentante!
Quando, agli inizi degli anni 70, proponevo di tradurre una meravigliosa poetessa inglese, di nome Sylvia Plath, mi fu detto che non era interessante. Chi la conosceva?
Quando, negli anni 80, proposi di tradurre l’opera più misteriosa, più grande e geniale di Edgar Allan Poe, che nessuno da noi conosceva, “Eureka”, dissero che era troppo astrusa.
Quando, sempre negli anni 80, proposi Croker, mi dissero che le leggende irlandesi non avrebbero venduto (mai tradotto nulla del genere prima da noi).
Di recente mi sono sentita dire, nel proporre un grandissimo poeta irlandese vivente, più grande di Seamus Heaney, famoso e carico di premi ma mai tradotto da noi, che “è sconosciuto e la poesia non vende”.
Quando ho proposto un capolavoro della scrittura femminile indiana, ritenuto in India l’esempio più perfetto e bello di inglese letterario scritto da un autore indiano, oltre che assolutamente divertente, mi è stato risposto, essendo l’autrice morta qualche anno fa, “che è morta, dunque non può più scrivere altro”….
Ecco qual è la politica editoriale italiana. Che importa se tutto ciò che ho proposto poi ha venduto moltissimo? Che importa se alcuni di quegli autori poi sono diventati famosissimi? Che importa se uno ha “naso”? Che importa se si è dei traduttori che più volte hanno ricevuto menzioni d’onore in premi nazionali? Non sei nella cricca di “quelli che contano”.
Questa gente ottusa ti fa sentire una Cassandra a rovescio. Uno annuncia la fortuna e loro non ti danno alcun credito, a dispetto del fatto che numerosi esempi confermino da sempre che tu hai ragione. E, nonostante poi siano costantemente sbugiardati, seguitano a dire: “il filone è esaurito, non ci sono lettori, l’autore è morto, l’autore è vivo”.
(C) RIPRODUZIONE RISERVATA 
 

Scrittori in Causa Contratto Editoriale

Ecco un’altra bellissima iniziativa – e assolutamente meritoria – dei responsabili del blog Scrittori in causa. La redazione di una bozza di possibile contratto editoriale che tenga conto degli interessi dell’autore, oltre che dell’editore.

Questo è il link

http://scrittorincausa.splinder.com/post/24330398/il-contratto-lavori-in-corso

Come si può vedere è un contratto che prevede delle clausole in genere non presenti nei contratti standard che gli editori amano tanto e che li tutela a scapito spesso degli autori. Tra cui una percentuale più decente sul prezzo di vendita, indicizzata al numero progressivo delle copie vendute, la scelta sui diritti di stampa che non è necessario cedere in blocco e non in modo cumulativo, un numero di anni minore rispetto allo standard dei 20 anni di cessione dei diritti all’editore e così via.

E’ bene far circolare questo tipo di contratto quanto più è possibile, in modo da creare in ogni autore la consapevolezza che si può contrattare con un editore e non è necessario accettare passivamente le clausole imposte.

Aggiungo anche che sarebbe tempo di caldeggiare contratti a royalties anche per i traduttori in particolare letterari e che traducono grandi autori, perché come mi capita, se di un libro vengono vendute 900.000 copie anche per il mio lavoro di traduttrice, che lo rende in una traduzione letteraria degna di questo nome, in quanto tradotta da chi è anche autore, permettete che anche solo 50 centesimi a copia è meglio di un compenso una tantum…. ed è per questo che gli editori non ci sentono in questo campo.  

Un plauso a Scrittori in causa per il loro lavoro e per l’attenzione e l’aiuto che offrono a tutti noi!

Anoressia. La nuova frontiera della misoginia

Rileggendo ancora una volta quel magnifico libro che è L’amore e l’Occidente di Denis de Rougemont, una delle più profonde analisi mai scritte del concetto di amore che l’Occidente ha interiorizzato, mi sono resa conto di qualcosa che non avevo mai davvero considerato.

Muovendo dal mito di Tristano e Isotta, de Rougemont analizza il concetto che dell’amore è giunto sino e noi e che ormai la nostra società ha assorbito. Dalla vicenda dell’amore infelice di Tristano e Isotta nasce quello che de Rougemont definisce il mito della passione, cioé  quella forma malata di amore, amore NON per la persona, MA per l’amore stesso, che ha riempito migliaia di pagine di letteratura, ma le nostre stesse anime. E’ una forma di amore che celebra l’amore infelice, che salda il concetto di amore con la morte. Passione, appunto, nel suo senso originario di sofferenza.

L’amore cantato dai poeti provenzali, dai trovatori, successivamente dagli stilnovisti, l’amour de loin, l’amore lontano, l’amore per la donna angelicata è la celebrazione di un’assenza non di una presenza. E’ il desiderio per ciò che NON si vuole possedere, è l’apoteosi del desiderio fine a se stesso e che rifiuta ogni appagamento.

E’, di fatto, la celebrazione della morte. de Rougemont collega, con un’intuizione geniale, questo improvviso cambiamento del concetto dell’amore che si affaccia in Europa verso gli inizi del XII sec. nel sud della Francia, con il diffondersi dell’eresia catara e vede nei poeti provenzali, nel loro linguaggio criptico e misterioso, nel loro trobar clus, una sorta di codice tra appartenenti a una setta segreta o iniziatica. I catari rifiutavano con forza ogni forma e manifestazione di amore sensuale in favore di un amore puro, idealizzato. Insomma, la Beatrice dantesca.

Gli amanti non possono che bruciare di una passione che nega il corpo ma accende l’anima. Tuttavia, mentre colui che ama, l’uomo, è la parte attiva, la donna è colei che è amata. Che si nega, ma si lascia amare.

L’analisi di de Rougemont è ricchissima, complessa e affascinante e molto convincente e non è questa la sede per parlarne troppo a lungo (vi invito a leggere questo libro illuminante e unico), ma prosegue fino ai giorni nostri.

Il mito della passione, che da Tristano e Isotta in poi è dilagato nella letteratura fino a dominarla, è stato, proprio attraverso la potenza del racconto letterario, interiorizzato al punto da divenire il concetto d’amore che ha l’Occidente e ciascuno di noi. L’amore romantico, o romance, secondo il termine inglese.

Eppure, quella visione così alta, idealizzata, angelicata ed eterea della donna nella letteratura e nella poesia medievale (una figura Anima, secondo la visione di Jung) era in stridente contrasto con la condizione REALE della donna nel quotidiano. Mai come nel Medio Evo dell’Occidente cristiano la donna è stata oggetto di maltrattamenti, disprezzo, odio, misoginia, paura, persecuzione. Mai la donna ha contato tanto poco nella società, in casa, a livello legislativo. E allora, come si spiega questo dualismo esasperato, per cui il corpo della donna è negato e violato mentre la sua essenza pura è esaltata fino a farne una creatura angelica?

de Rougemont ipotizza una sorta di oscuro senso di colpa, di ricerca di un bilanciamento, per quanto inconscio. Ma tutto questo, che prosegue a fasi alterne da allora, non è altro che il segno della paura della donna. E più una società cova e nutre questa paura, più il dualismo si estremizza.

Perché ho parlato così a lungo del saggio di de Rougemont? Perché mi ha illuminata su un aspetto della nostra società che ha raggiunto livelli ormai drammatici e che, alla luce di questo, mi si è improvvisamente chiarito.

Mi sono spesso chiesta se fosse davvero possibile che un disturbo come l’anoressia, che è di fatto un lento suicidio, e che sta assumendo proporzioni allarmanti in tutto l’Occidente, e si sta estendendo anche a paesi che si stanno occidentalizzando, diffusa soprattutto fra le adolescenti, ma non solo, si possa attribuire solo al fatto che la moda impone modelli di “bellezza” che nulla hanno da invidiare ai poveri corpi ritrovati nei campi di concentramento. Modelli imposti con la complicità dei designer di moda.

Certo, riviste, catwalks, sfilate, televisione, cinema, sono pieni di scheletri femminili ambulanti spacciati per belle ragazze. E’ vero che le forme dolcemente arrotondate di una donna normale sono bollate come orribile obesità, è vero che le uniche curve ammesse e anzi ricercate sono quelle FINTE, siliconate, gonfiate artificialmente e NON naturali, è vero che  soprattutto in Italia molti uomini rifiutano come brutte ragazze e donne bellissime ma morbide in favore  di altre magari orrende ma magre. Che la magrezza eccessiva è considerata segno di bellezza e non di poca salute. Ed è vero che, attorno a tutto questo, gira un business – fra moda, integratori, chirurgia plastica, cosmesi ecc. – di miliardi sulla pelle delle donne.

Ma tutto questo non è sufficiente a spiegare il fenomeno che dilaga e uccide. No.

Perché tutto questo è solo un EFFETTO, non una CAUSA. Non mi convinceva la spiegazione che ne viene data. Non è sufficiente, come non è sufficiente addossare tutto al rapporto madre – figlia.

No. Non è sufficiente.

Invece, se noi pensiamo che alla sua origine ci sia una vera e propria recrudescenza di paura e odio verso la donna e tutto ciò che rappresenta, soprattutto dopo le lotte femministe degli anni 60 e 70, se noi pensiamo che sono aumentate le violenze sulle donne, gli assassinii di donne, che la parità sociale ed economica – tranne rare eccezioni – è ancora una chimera, dunque che la donna si trova di nuovo in una sorta di moderno Medio Evo, ecco che allora sarà molto più chiaro ed evidente perché una creatura priva di ogni connotazione femminile, che non ha mestruazioni, che riduce se stessa a un soffio, che non ricorda nulla di una donna se non l’idea astratta, è celebrata e imposta di fatto come ideale di donna. Di fatto una donna privata della sua concretezza e carnalità, che non fa paura, che non è in grado di generare. Che nega quella vita di cui è portatrice naturale.

Poiché i miti agiscono soprattutto a livello inconscio tanto più quanto sono potenti, ecco che il mito della donna-angelo imposto dall’Occidente cristiano e misogino come misogina è la Chiesa, molti secoli fa, rispunta oggi più potente e pericoloso che mai. Il dualismo tra corpo e anima, tra materia e spirito in una società che, come la nostra, disconosce l’anima e lo spirito, è radicato al punto ancora oggi che, di fronte al pericolo di una rinascita del potere del femminino, si è risvegliato in tutta la sua virulenza.

Così sono le stesse donne che assorbono questo veleno e, tra loro, ancor di più le donne adolescenti, quelle con meno difese. Bombardate dalle immagini di morte spacciate per bellezza e fascino sensuale (mentre li negano apertamente), alla ricerca dell’approvazione di maschi insicuri e spaventati, si macerano, si affamano, si annullano negandosi la vita. Negano il proprio corpo e con esso la propria femminilità.

Basti pensare agli orrori, alle torture a cui si sottopongono molte donne violando e violentando il proprio corpo nelle sale operatorie dei chirurghi plastici, veri esecutori di un tribunale dell’Inquisizione che, invisibile, condanna le donne a mutilarsi, squartarsi, farsi infilzare nelle carni cannule per estrarre litri di “osceno grasso”, farsi tagliare seni, pance, pelle, nasi, farsi tirare lineamenti e iniettare veleni. O, ultima moda caldamente consigliata dai chirurghi, la chirurgia bariatrica, vera e propria mutilazione irreversibile, i cui effetti nel tempo non sono ancora noti. Col pericolo magari, di morire sotto i ferri o risultarne sfregiate.  Cosa ha di diverso tutto questo dalle camere di tortura in cui le streghe venivano maciullate, se non il fatto, ancora più orribile, che ora lo fanno volontariamente?

Ma insieme alle donne, anche gli uomini assorbono un veleno che li ammorba a livello inconscio.

Ma anche Con tutto il rispetto per la libertà di vivere la propria sessualità come meglio si crede, è un fenomeno ben strano che migliaia (le cifre statistiche parlano chiaro) e migliaia di uomini sposati, fidanzati e apparentemente senza problemi, frequentino abitualmente uomini che assumono l’aspetto spesso esasperato di donne.

Sono a contatto quotidiano con adolescenti e ho sotto gli occhi tutto questo. Solo le ragazze con una personalità molto forte sfuggono seppure con fatica a questo incantesimo mortifero.

E vorrei anche aggiungere che la portata di questa distorta visione dell’amore per sè e per l’altro che sfocia nella negazione del proprio corpo, è molto, ma molto maggiore di quanto si creda. Le cifre della diffusione dell’anoressia vanno lette per difetto.

Alcuni giorni fa Dacia Maraini ha scritto un breve articolo sul Corriere della Sera, in cui si poneva questa stessa  questione, avendo osservato nella vita di Caterina da Siena, di cui si è occupata per un bellissimo testo teatrale, che questo stesso rifiuto del cibo fino allo sfinimento era originato da una ricerca furiosa di ascesi e da un misticismo esasperato. Ha dunque giustamente collegato questa stessa ricerca di una spiritualità che l’Occidente ha cancellato, nei comportamenti di chi si priva del cibo fino alla morte.

La sua analisi è frutto di grande intuizione e della sensibilità che contraddistingue tutta la sua scrittura, ma, imboccata la via maestra,  si spinge solo fino a un certo punto. La privazione del cibo, i digiuni, sono sempre stati associati all’ascesi e nel Medio Evo cristiano non era solo Caterina da Siena a praticarlo. Certo, lei si spingeva fino agli estremi, ma non era un’eccezione. Tuttavia l’esempio della Maraini conferma quanto dicevo in precedenza sul concetto cataro del corpo e della materia e sulla visione idealizzata della donna in quel tempo.

Io credo si debba scavare ancora, fino a trovare il seme originario. Credo che potrebbe essere quello da me proposto.

E’ un’ipotesi e un’intuizione sorretta dall’analisi.

Ecco, potrebbe essere questa  l’origine di questa epidemia dilagante di  anoressia. Non è altro che l’ennesima forma, in vesti moderne, di caccia alle streghe. Come si riconosce oggi una strega? Cosa la denuncia? Cosa la rende un orribile essere da perseguire? Quelli che, con la complicità di medici, nutrizionisti, mass media, stilisti, industria dello spettacolo e della moda, sono definiti “chili in più”. Cioé quelli che costituiscono i caratteri secondari sessuali del sesso femminile e sono lì a testimonianza del potenziale che ha la donna di dare la vita, di detenere quel potere arcaico e misterioso che per 25.000 anni ha visto l’esistenza di una società matriarcale, pacifica, negatrice della violenza, il cui essere speriore era configurato nel culto di una Grande Dea Madre e che fu annientata dall’avvento di una società patriarcale, guerriera, basata sul potere del più forte.

Una società che voglia imporsi tende ad annientare la società precedente e questo è avvenuto. Eppure le vestigia di quella lontanissima società non sono mai del tutto sparite. Una sapienza femminile si è conservata nei secoli, tramandata di madre in figlia. Conoscenze legate al mondo della natura e dei suoi cicli, a cui la donna è fisiologicamente legata, alle terapie naturali. E di quando in quando tutto questo è stato osteggiato e combattuto con forza feroce. Come nei 4 secoli di persecuzione delle “streghe”, semplici depositarie di quella sapienza arcaica.

Del resto, anche oggi il ritorno alle terapie naturali rivela il perdurare millenario di questa sapienza. Ecco come allora la nostra società, se da una parte ricerca l’antica sapienza ed esalta, secondo le forme che sono proprie di questa società, cioè visive ed esteriori, l’essenza più astratta del femminino, dall’altra dimostra una misoginia sinistra nei confronti della donna e dell’infanzia ed è di fatto scissa in un dualismo manicheo, malsano e generatore di sofferenza.

(C) RIPRODUZIONE RISERVATA

Scrittori in Causa

E’ recente la creazione di un fantastico blog, Scrittori in Causa

http://scrittorincausa.splinder.com/

che in modo molto generoso e attivissimo si occupa di dare una mano a chi scrive, per muoversi senza farsi troppo male nel ginepraio del mondo dell’editoria.

Cito dal blog stesso:
“Un organismo indipendente di informazione e confronto sulle convenzioni contrattuali nel campo editoriale. Per scrittori e scrittrici che vogliono eliminare le cattive maniere e diffondere le buone prassi.”

a cura di Alessandra Amitrano, Simona Baldanzi, Carolina Cutolo, Sergio Nazzaro.

Da poco il blog offre anche un servizio di consulenza legale gratuito e propone una ricchezza di articoli, consigli, guide e informazioni davvero unica. Dunque, chiunque voglia muovere i primi (o anche i successivi) passi nel mondo della pubblicazione, degli editori e di tutte le problematiche che vi sono connesse, è caldamente invitato a leggere gli interessantissimi post, gli articoli e a dare la propria adesione.

Già moltissimi l’hanno fatto, me compresa.

Un grazie di cuore agli efficientissimi autori!

 

Traduttificio Italia

Come tutti sanno, la maggior parte dei libri pubblicati e venduti in Italia è composta da narrativa straniera. In buona parte originariamente in lingua inglese. La stessa narrativa indiana, che oggi è il vero boom da noi, è quasi esclusivamente anglo-indiana. Si tratta cioé di scrittori indiani che, pur vivendo in India, hanno capito che è molto conveniente economicamente scrivere in inglese, sia perché questo apre un enorme mercato mondiale anglofono, sia perché quasi nessuno conosce l’hindi, o l’urdu, o il bengali, o il malayalam, o il kannada o altre lingue indiane. Il che dà una visione molto parziale e molto angusta dell’immenso campo della letteratura indiana.

Questi scrittori difatti in genere, proprio tenendo un occhio al mercato, trattano i temi che immaginano possano stuzzicare e attirare i lettori occidentali. Ma la letteratura indiana in hindi o in bengali, ad esempio, è molto più interessante e molto più “indiana”, e ha caratteristiche molto diverse da quelle che noi conosciamo come “narrativa indiana”, che di fatto rispecchia – e in questo è interessantissima e preziosa – il difficile passaggio dalla tradizione alla modernità. Però, appunto, è una visione molto parziale della letteratura prodotta in India. Per non parlare della grande letteratura indiana del 19° sec. e della prima metà del 20° sec. che non è certo scritta in inglese – fenomeno abbastanza recente. Di quella nulla da noi giunge, se non qualche cosa che è stato tradotto in inglese. E allora è tradotto dalla traduzione inglese.

Ogni tanto compare infatti qualche testo che era stato scritto originariamente in una delle lingue indiane, ma solo dopo la sua traduzione in inglese, da cui quindi il traduttore traduce.

E’ uscito di recente in italiano un meraviglioso romanzo hindi, pubblicato negli anni ’50 ma tradotto in inglese solo due o tre anni fa. Ebbene, l’editore e il traduttore, che non conosce ovviamente l’hindi, si sono ben guardati dallo specificare nel testo che si tratta di una traduzione della traduzione inglese!

Per non parlare poi di traduttori che “fingono” di tradurre da una lingua indiana e mentono persino all’editore (che tanto non ha mezzi per controllare, poiché non ha a sua disposizione o non si avvale di chi conosca quella lingua per controllare) e invece traducono dalla traduzione inglese di quelle opere. La prova è che, pur affermando di conoscere quella lingua indiana o il sanscrito da cui affermano di tradurre, si limitano a tradurre SOLO opere di cui esiste una traduzione in inglese. Se conoscessero davvero quella lingua, come mai non traducono NULLA di tutto quello che esiste e NON è stato tradotto in inglese? Questo è barare! Questo non si fa. perché in fondo è un inganno, una truffa  ai danni del lettore.

Non è difficile capire che questo tipo di traduttori si sono basati sul testo inglese e non su quello originale, perché ci sono degli indicatori. Un esempio molto comune è di lasciare la s finale a termini al plurale che magari sono stati lasciati nel testo inglese nella lingua originale ma vi è stata aggiunta la s finale all’uso inglese. In hindi, ma anche in bengali, non si fa il plurale con la s finale e dunque, vedere termini di questo tipo denuncia l’inganno.  Cioé l’ignoranza del traduttore arriva persino a non capire che la s finale è un anglicismo!

A dire il vero ho letto spesso lo stesso errore anche in testi scritti direttamente in inglese ma contenenti parole in hindi o malayalam o bengali, come accade spesso, dato che gli stessi indiani, quando parlano in inglese, usano termini nella loro lingua e accade anche l’opposto. Parlando in hindi, usano mescolare termini inglesi.

Cosa significa? Che gli editori affidano le traduzioni non a persone specializzate ma a gente poco preparata, che tira via per fretta, che si guarda bene dall’informarsi ecc. E questo non accade solo con la narrativa indiana.

Ho visto di recente delle traduzioni di un grande poeta svedese fatte da chi non conosce una parola di svedese e, avendo chiesto, pro forma, al notissimo traduttore, se appunto avesse tradotto dall’originale, ho ricevuto una risposta talmente evasiva da rasentare il ridicolo. Il fatto è che questo poeta svedese è il più tradotto in inglese. Ergo….  Insomma, è la cosa meno corretta che un traduttore possa fare, perché non solo tradurre da una traduzione è come guardare un’immagine in uno specchio e farla passare per realtà tridimensionale, ma è anche un imbroglio nei confronti del lettore, che crede di leggere qualcosa di realmente mediato dall’originale. Significa affidarsi all’eventuale fedeltà del primo traduttore e alla sua capacità interpretativa.  Inoltre, chi fa operazioni di questo tipo, spera che il lettore non lo scopra. Che la truffa non venga alla luce. Ma che cosa penosa! Che mancanza di etica.

Ribadisco allora chi è un traduttore letterario. Un traduttore letterario è una persona che conosce perfettamente la lingua di origine e di arrivo del testo, MA anche e soprattutto la CULTURA in senso globale che ha prodotto il testo da tradurre. Conoscere anche le altre opere dello scrittore sarebbe auspicabile. Se queste competenze non sono presenti, il traduttore è solo un principiante della domenica. Eppure purtroppo è pieno di “traduttori” di questo tipo.

Non posso tradurre un testo sui miti indiani se non conosco nè la cultura indiana, nè la mitologia indiana, nè la geografia indiana. Quello che ne risulta è grottesco! E risibile. Ma la cosa più grave è che questo tipo di traduttori, proprio per il pressapochismo che li contraddistingue, fidano poi sul lavoro di revisione fatto in casa editrice. Io penso invece che la revisione dovrebbe limitarsi a un controllo per evitare la presenza di sviste, ripetizioni ecc. NON a correggere errori di traduzione o dettati dall’incompetenza. Ho letto in rete un’intervista rilasciata da una di queste persone. Una traduttrice che traduce per noto editore, la quale dichiara di sbrigarsi a tradurre senza farsi problemi se la traduzione sia corretta o meno e senza rivederla, “tanto poi la rivedono e la correggono in casa editrice”…. E a questa tizia si affidano autori di gran peso letterario e nome.

Quando consegno una traduzione, a parte qualche svista che può accadere a chiunque e dunque sono grata a chi si assume l’ingrato compito di revisione del testo, so che tutto quello che ho scritto ha un suo perché. E posso sostenere e difendere le mie scelte, sia dal punto di vista stilistico che linguistico che  filologico. Ci mancherebbe altro!

Da sempre ad esempio, uso l’articolo femminile per il termine indiano sari, perché la sari in hindi è femminile.  L’uso diffuso da noi invece è di usare l’articolo maschile (probabilmente perché non termina in a?), il sari.

E’ come se dicessimo il gonna, il camicetta ecc.

Ebbene, di recente, nella revisione di una traduzione per un editore, mi sono ritrovata che era stato corretto in tutto il testo con il sari! Ma se il termine compare al femminile in TUTTO il testo, un motivo ci sarà? Dunque ho spiegato e siamo tornati al mio originale. Ma nessuno mi ha chiesto: come mai usi il femminile? No, “corretto” e basta. Il che non è una mancanza da parte del revisore, che fa il suo lavoro, ma il fatto che si è talmente  abituati a ricevere traduzioni che vanno riviste e non per sviste, ma perché zeppe di errori da dare per scontato che quello che non si sa sia dovuto a un errore del traduttore.

In Italia, è bene dirlo, ci sono traduttori ottimi, di grande esperienza e grande capacità.  Ci sono traduttori specializzati in un campo preciso o in alcuni autori che seguono da sempre. Poi ci sono quelli che  guai a mettersi sulla loro strada. Sono i traduttori pigliatutto. Quelli che fanno il bello e il cattivo tempo e formano – tanto per cambiare – una cricca potentissima.

Un’unica volta ho avuto la curiosità di andare a uno di questi convegni di traduttori e ho giurato di non rimetterci più piede. Quello che ho visto e sentito mi ha talmente nauseata da togliermi per sempre la curiosità.

(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Stampa e suicidio: l’irresponsabilità trionfa

Alcuni anni fa, l’AFIPS (Associazione Famiglie Italiane per la Prevenzione del Suicidio “Carlo Trumper”), con il sostegno di alcuni psichiatri, tra cui Diego De Leo, organizzò una tavola rotonda con direttori di testate giornalistiche e organi di stampa per presentare un “decalogo” da seguire nel dare notizie di persone decedute a causa di un suicidio.

Alcuni dei punti erano:

Non mettere mai la notizia in prima pagina

Non dare troppo spazio alla notizia

Non mettere nome e cognome ma solo le iniziali

Non fornire particolari nè sulle modalità della messa in atto del gesto né sulla vita della persona

Non avanzare ipotesi, o peggio ancora stilare giudizi e conclusioni sulle cause.

Perché tutto questo? Perché ben si conosce in psichiatria l’effetto imitativo, detto anche effetto Werther, della irresponsabile romanticizzazione o della suggestione imitativa  di un atto suicidario. Dopo la pubblicazione de “I dolori del giovane Werther” difatti, tutta Europa fu percorsa da un’ondata di suicidi ispirati dal personaggio di Goethe. Goethe stesso fece numerosi appelli perchè questo cessasse.

Non è di molti anni fa l’ondata di suicidi (11 in pochi mesi) tutti messi in atto con lo scappamento dell’auto, grazie all’accurata descrizione di questa modalità da parte dei mass media. Un modo che, se non fosse stato descritto tanto bene, non sarebbe venuto certo in mente.

Il ruolo della stampa in questi casi è quello di istigazione al suicidio, che è penalmente perseguibile.

I direttori e i giornalsisti illuminati che avevano partecipato a quell’incontro si impegnarono a rispettare queste semplici regole. E lo fecero. Purtroppo i direttori di quei giornali sono cambiati e quegli stessi quotidiani sguinzagliano oggi i loro scribacchini come belve a caccia. Come vengono a sapere di un suicidio ci si gettano sopra famelici, assetati di sangue. Giornalisti (?)  ignoranti e presuntuosi, veri squali, ci fanno “il pezzo” non risparmaindo niente e nessuno.

“Si è suicidato/a per amore! Si è suicidato/a per una bocciatura! Si è suicidato/a per problemi economici, la perdita del lavoro, un brutto voto ecc ecc   E’ ovvio che questa gente non sa nulla sull’argomento, non ha mai avuto a che fare con un suicidio, non ha anima. Ma che ne sanno del perché? Anzi, DEI perché, dato che non è mai unica la causa.

Oggi, su un quotidiano regionale a discreta tiratura ecco l’ennesima notizia del suicidio di un giovane uomo, sbattuta in prima pagina, con tanto di foto, foto della casa, nome e cognome, modalità, interviste ai vicini, e giudizio finale: si è suicidato per amore! Un lettore di anguste capacità mentali ha commentato: ma che bello, è un gesto romantico…..

Ora basta!!! Capisco la libertà di informazione, capisco il diritto di cronaca, ma non sarebbe ora di imparare?

Togliersi la vita è un gesto talmente contrario alla natura umana, alla pulsione alla vita e alla sopravvivenza che è parte essenziale dell’uomo, e ancora di più in età giovanile, da implicare la presenza di una forza di negazione ancora più potente che la sovrasta.

Un suicidio NON E’ MAI un gesto lucido, mai una scelta libera.

Questo sia chiaro.

La cosa terribile è che, mentre chi si sente devastato dal dolore pensa a farlo cessare solo con un gesto di questo tipo e intorno si trova sempre e solo il vuoto e il silenzio di chi dovrebbe e potrebbe aiutare, DOPO il chiasso è insopportabile. Tutti compiangono, tutti commentano, tutti danno giudizi, tutti concionano.

Ascoltiamo e parliamo PRIMA. Tacciamo e rispettiamo POI