La Strega Bianca di Francesca Diano

La mia storia d’amore con l’Irlanda inizia molti anni fa, a Londra, negli anni 70, con quello che io ormai ritengo uno di quei miracoli con cui la vita ci sorprende. Quando, cioè, il libraio antiquario che era divenuto un amico – passavo nella sua misteriosa caverna delle meraviglie quasi tutti i giorni – mi consigliò di acquistare un piccolo volume anonimo intitolato  Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland, pubblicato da John Murray nel 1825. Bellissima edizione originale, costellata di preziose incisioni.

Ciò che mi venne da quel libro, il valore e significato di quel libro e quello che vi scoprii è narrato nel post che potete leggere su questo blog, Thomas Crofton Croker, Leggende di fate e tradizioni irlandesi.

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Quel libro, una preziosa rarità antiquaria, iniziò a fin da subito parlarmi e mi spinse – direi, mi costrinse –  a scoprire un mondo che mi era ignoto e che mi avrebbe aperto le porte di una nuova fase della mia vita ma, soprattutto, mi avrebbe fatto trovare una patria che inconsapevolmente cercavo da sempre. L’Irlanda mi stava chiamando e mi apriva le braccia.

Ma prima di arrivare in Irlanda, molti anni sarebbero passati e molte cose sarebbero accadute. Tra queste la pubblicazione del libro di Croker in italiano, per cui mi ci vollero molti anni, perché i vari editori a cui lo proponevo non parevano essere interessati a quel tesoro, che era stato nientemeno che il primo libro di leggende orali mai pubblicato sulle Isole Britanniche, tradotto dai fratelli Grimm in tedesco e di un autore che era stato il pioniere del folklore irlandese. L’Irlanda, quando io agli inizi degli anni 80 proponevo quel libro, non era ancora di moda nel nostro paese provinciale e i nostri editori, provinciali quanto la nostra cultura, non pensarono avesse un qualche interesse. Finalmente, nel 1998 e con l’Irlanda ormai protagonista culturale anche da noi, il libro venne pubblicato da Neri Pozza.

Ma nel frattempo io ero ormai diventata una studiosa di folklore irlandese e venni chiamata in Irlanda ad insegnare all’Università di Cork.

Ed è da tutto questo che è nato il mio primo romanzo, La strega bianca.

Quando andai in Irlanda per insegnare, ma  soprattutto per approfondire le mie ricerche e i miei studi sul folklore irlandese, mi sono trovata di fronte a una realtà che superava di molto la mia immaginazione e le mie conoscenze  sulle bellezze e sulla magia di quest’isola meravigliosa.

La gente, i paesaggi, l’amore per i miti e la persistenza di una ricchissima tradizione folklorica mi hanno spinta a scrivere un romanzo che unisse tutti questi aspetti e che rendesse la magia, il mistero che si respira ovunque. In cui respirasse la bellezza, la dimensione onirica, la potenza della natura e delle sue energie.

Di che narra? Di un  viaggio in Irlanda alla ricerca di un mistero da scoprire. Di una storia d’amore che appartiene a un’altra vita. Di una donna che è strega e veggente. Della bellezza e della magia dell’isola, della potenza del femminile come agente di trasformazione. Un viaggio nel tempo e nello spazio, doppiato da un viaggio interiore. Attraverso l’incontro con la bellezza di una natura  intatta, con la ricchezza di una tradizione di miti e di leggende, con la dimensione magica e fiabesca, Sofia ritrova una parte di sé che non conosceva se non per lampi.

            Sofia arriva in Irlanda mentre ancora sta vivendo una storia d’amore tormentata e nebulosa. Si lascia alle spalle un mondo fatto di sofferenza e incomprensioni. Come bagaglio si porta dentro l’amore incondizionato per questa terra e la capacità di vedere.

            Gli avvenimenti del presente si intrecciano con flash back di un lontano passato, seguendo un percorso a spirale, come parti di un puzzle che deve essere ricomposto.

            I moti del cuore sono un’eco dei paesaggi magici  e delle varie voci che alla sua si intrecciano e si sovrappongono. Una storia in cui la dimensione del femminile ha un ruolo centrale. Così come la terra madre che la genera. Ed è in questa isola magica che si rivela il volto guaritore della Grande Dea.

            L’Irlanda e i suoi abitanti, i suoi miti e i suoi paesaggi, si fanno mezzo di guarigione e rinascita. La struttura circolare del racconto si snoda seguendo la visione del tempo propria degli antichi Celti così che la fine della storia è anche il suo inizio.

Ma soprattutto questa è una ricerca delle radici profonde del femminile, della consapevolezza, del potere trasformatore che il principio creatore femminile possiede. E’ un percorso interiore alla ricerca di se stesse che, come ogni percorso interiore, richiede di superare delle prove, di affrontare le ombre, il dolore sepolto per poi rinascere.

Allo stesso tempo ho cercato, perché questo era per me importante, di costruire il romanzo in modo da riprodurre il senso del tempo e dello spazio che era proprio degli antichi Celti. Un tempo che non è lineare, ma circolare, e uno spazio  “il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo”. Dunque la struttura è quella di una sorta di puzzle, in cui tempo e spazio di eventi e luoghi del passato si intrecciano a quelli del presente, di fatto annullando il confine tra visibile e invisibile, tra presente e passato.

E’ questa la sostanza del romanzo, che può leggersi come un romanzo di viaggio, come un viaggio interiore, come un’esperienza iniziatica, come un romanzo di formazione o, se si vuole, come un fantasy. Tutti questi generi si uniscono a formare una storia  in cui ho voluto riprodurre il senso del magico e del sogno che è proprio della cultura irlandese e che emerge dalle leggende, dalle fiabe e dal folklore.

(C)2011 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Viaggio in Irlanda

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Ho vissuto in Irlanda per un anno. A Cork. Sento da sempre l’Irlanda la mia patria spirituale.

E’ una terra meravigliosa, ricca di spiritualità, rigogliosa, intensa, dove l’incredibile mutevolezza del paesaggio, la sua bellezza, ti spingono a guardarti dentro, a conoscerti. Non a caso nell’antico mondo celtico questa grande isola era considerata l’Isola Sacra per eccellenza, in cui i druidi di tutto il variegato mondo dei Celti d’Europa andavano ad apprendere la parte più complessa ed esoterica della loro conoscenza.

Era una sorta di terra-santuario, in cui immergersi e rinascere.

E di fatto l’Irlanda, ancora oggi fa questo per il visitatore non veloce e non distratto dal folklore turistico.

A chi voglia fare un viaggio in Irlanda darei il consiglio, se possibile, di non avere fretta. Questa terra non ama la fretta e la velocità. Non solo perché c’è così tanto da vedere, e va visto più con gli occhi dell’anima che con quelli fisici, ma anche e soprattutto perché gli irlandesi di oggi, non diversamente dai loro padri Celti, hanno una diversa concezione del tempo. Ce l’hanno proprio nel DNA. Se un irlandese ti dice: ci vediamo alle 3, intende qualunque ora tra le 3 e le 5 e non per maleducazione, ma proprio perché qui non si è mai dimenticato che il tempo non esiste. E’ solo una convenzione.

Certo, se si tratta di un appuntamento di affari la cosa cambia, ma solo in quel caso. In fondo l’Irlanda è oggi uno dei pochi paesi in Europa in cui la crescita economica sia così costante, anche se sta  lievemente rallentando rispetto allo scorso decennio.

E questo atteggiamento si unisce a una capacità di ironia e di affabulazione e di pazienza davvero uniche, che hanno permesso agli irlandesi di non solo sopravvivere alla violenza e alla prevaricazione degli invasori britannici, ma di conservare intatta la tradizione e il sogno.

E’, l’Irlanda, l’unica terra oggi in Europa che abbia conservato intatto il suo immenso patrimonio di leggende e tradizioni, e anzi esiste a Dublino il più grande archivio europeo di documenti in questo senso. 

Io non vi darò i consigli di viaggio che potete trovare in moltissime agenzie o su internet. Ma posso dirvi con quale stato d’animo si può visitare questa terra in cui domina ancora lo spirito del passato.

Uno dei luoghi più belli, se mai è possibile fare una simile classifica di ciò che è tutto bello, è la visione che offrono le Blasket Islands, che si trovano di fronte alla penisola di Dingle, nel Kerry. Sono sette isole che si protendono verso l’Atlantico, anzi, sono la propaggine più occidentale d’Europa, oltre la quale c’è la vastità dell’oceano.

L’isola maggiore, Inish Mòr, che significa appunto Grande Isola, è stata la sola abitata, ma dagli anni 50 fu evacuata e ora è meta di turismo. Sulla terra ferma c’è un piccolo museo, bellissimo, in cui sono conservati gli oggetti della vita quotidiana dei suoi abitanti.

La popolazione di Inish Mòr era composta da poche decine di individui, che vivevano di pesca e di quel poco che dava la terra scoscesa dell’isola: patate, rape, un po’ di verdura e nulla più. Non c’era elettricità, nè telefono, solo a un certo punto, negli anni 40, un telegrafo. I giovani iniziarono a emigrare, per cercare una vita meno faticosa e più adatta, e così alla fine il governo decise di evacuare gli abitanti rimasti.

Eppure, su questa isola aspra e meravigliosa, si conservava la parlata gaelica più aulica e pura d’Irlanda e un patrimonio di leggende e tradizioni talmente ricco, che nei primi decenni del 900 iniziarono ad arrivare gli studiosi di folklore per raccogliere dalla viva voce di questi seanchaì (pronuncia scianachì, il termine gaelico che designa i narratori di storie della comunità), l’immenso patrimonio orale che alcuni individui speciali conservavano.

Studiosi inglesi, americani, svedesi rimasero ammaliati e affascinati da tanta arte narrativa e iniziarono a registrare queste voci.

Racconterò di più. E racconterò delle fonti sacre e del culto che ancora sussiste. E della Grande Dea Madre, Anu, dei circoli di pietre, non meno belli e suggestivi di Stonehenge e meno ricostruiti dall’uomo moderno.

Ma se qualcuno intanto volesse riempirsi l’anima di bellezza, vada a vedere il Kerry e le Blasket. Qui non c’è che il mare con le sue infinite sfumature, gli innumerevoli verdi e bruni del paesaggio, le coste ritagliate da un dio, come un merletto, il cielo continuamente mutevole.

Tutto qui muta, tutto è in costante mutamento, eppure tutto è sempre uguale a se stesso.

Così è difatti l’universo.

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