Inno alla Dea di Francesca Diano

La Dea iberno-celtica Maeve  – Calderone di Gundestrup sbalzo su argento

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INNO ALLA DEA

                   O Madre delle quattro parti del mondo
                   Risveglio della coscienza e dei misteri
                   Che la terra implora per il vento
                   Cosmico del tuo respiro.
                   Madre, Grande Dea dalle dita di arcobaleno
                  Il tuo volto impregna tutto l’universo.
                   Tu Est, tu Sud, tu Nord, tu Ovest
                   Tu fiume di oscurità e di morte
                   Rendi viva la vita e vivo il mio sentiero.
                   Madre dalle bianche braccia e dall’occhio di  smeraldo.
                   Tu fonte di luce che genera l’Uno.
                   Da te tutto procede e in te ritorna
                   A te s’inchina l’arco immortale della via
                   Che sola conduce alla salvezza.
                   Nel mistero d’ogni seme è racchiuso il tuo sorriso
                   Cosmico, che emana la solvenza della materia.
                   Tutto in te si genera e in te si distrugge.
                   Nel suo eterno fluire – senza sosta –
                   E’ il suono della tua parola immortale.
                   Dal tuo ventre zampilla l’acqua
                   Che spegne ogni sete.
                   Tu, Madre Dolorosa, ferita nel ventre
                    Dalla  morte del Figlio
                   Distruggi il tuo corpo immenso
                   Fatto di stelle e di comete.
                   Tuo è l’immenso vuoto che riempie lo spazio
                   Animato dal tuo respiro.
                   Vieni Madre. Accogli nel passaggio,
                    Fra le tue braccia – arco balenante di energia –
                    Vento, foglia, pioggia, tuono
                   Abisso e oceano, roccia e luna.
                   Sciogli il mio essere tra i meandri a spirale
                   Del tuo sorriso di fanciulla immortale.
Cork 1997

Nota

Questo testo è parte del mio romanzo La Strega Bianca – una storia irlandese (2011)

(C) Francesca Diano 2012 TUTTI I DIRITTI RISERVATI

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Un cuore irlandese

Celtic Missionaries Starting on a Voyage

Missionari irlandesi all’inizio del loro viaggio. Acquaforte  (1901)

Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio si dilatano fino a mutare la loro qualità, che è quella del continuo, di uno scorrere ininterrotto che dà loro il carattere del provvisorio. Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio escono dal fiume eracliteo dell’eterno  fluire, per separare la loro natura in essenza puntiforme. Questa qualità del discreto, dell’infinitamente separato, sospende tempo e spazio, così che ogni istante/punto diviene un’entità a sé stante: diviene eternità., o meglio, assenza della provvisorietà.

Luoghi come questi sono in genere aree circoscritte e limitate; non solo luoghi geografici, come Olimpia, Capo Sunion, Pompei, alcune calli veneziane lontane dalle greggi di turisti, Machu Picchu, i circoli di pietre (tranne Stonehenge che è stato completamente ricostruito) e altri che a ciascuno verranno in mente.

Ma esiste un’intera isola in cui questo avviene e quell’isola è l’Irlanda. Non è tanto per la presenza così forte del passato, ma all’opposto.  La presenza del passato, di un passato che non è fluire del tempo, ma sospensione puntiforme del tempo,  è così potente, perché l’isola ha una qualità che la pone al di fuori dello scorrere del tempo.  Difatti, quel passato è la sostanza di cui è intessuto il presente. Ovunque si vada, che sia nel mezzo del traffico di Dublino, lungo le strade animate di Cork, lungo le coste frastagliate, nelle foreste, nelle brughiere, sulle colline o sui monti, lungo le stradine di campagna, dietro e dentro il paesaggio esiste un altro paesaggio, simile a quello visibile, ma di consistenza e sostanza  diverse. L’uno è composto di materia, l’altro di energia eterica. Il primo è l’emanazione del secondo. Come se la sostanza eterica si rapprendesse in una proiezione materiale della propria forma.

E’ il suo volto immutabile. Ed è per questo che l’Irlanda parla al cuore di chi vi arriva come pellegrino del cuore. Forse anche i turisti frettolosi, che vanno a visitare le distillerie, i pub, i negozi di souvenir, i monumenti megalitici davanti ai quali si fanno fotografare avvertono quel respiro primordiale e, pur ignorandolo con la mente, se ne sentono avvolti in modo inspiegabile. Provano forse, dentro, una nostalgia a cui non sanno dare nome né spiegazione, di cui non comprendono il significato. Ma è lì, rannicchiata in un angolino segreto.

Che cos’è un cuore irlandese? E’ un cuore che sussurra il canto che sente salire dalla terra, dalle acque, dalle rocce e lo trasforma in parole udibili.

La narrazione degli antichi miti diventa la narrazione bardica e poi tradizione orale di leggende e storie, e poi diventa la  preghiera degli antichi primi anacoreti dell’isola e  diventa un canto gregoriano con caratteristiche molto speciali  e poi diventa lamentazione funebre ritualizzata e  la poesia dei grandi poeti irlandesi della nostra epoca e poi  storytelling dei moderni seanchaì, non affatto diversi dai loro antenati e discorsi che animano il quotidiano.

Il suono e la parola sono la stessa cosa e il suono e l’immagine sono la stessa cosa. Dunque è all’origine del mondo che si deve guardare, quando l’energia non era ancora materia e la materia era già nell’energia. Quando tempo e spazio non erano separati ma l’uno era l’altro.

Fonte sacra- acquaforte

Nelle migliaia di fonti sacre disseminate sul suo suolo, l’Irlanda riversa il cristallo liquido che la nutre e l’attribuzione di qualità taumaturgiche a queste acque trasparenti, che sgorgano silenziose dal sottosuolo, meta di pellegrinaggi e offerte, altro non è che il tributo a questa verità invisibile. I fiumi in Irlanda sono vene in cui scorre la linfa che alimenta il sogno. Le fonti sacre sono uteri che riversano quella linfa vitale e come tali, in passato e ancora oggi, venerate.

L’oppressione inglese ha di fatto conservato, più che annientato, questa trasparenza della realtà. L’ha incapsulata in una teca protettiva e ha impedito che evaporasse.

Un cuore irlandese ride piangendo e piange ridendo, perché tra riso e pianto non c’è distinzione. Solo in Irlanda esiste la merry wake, la veglia funebre in cui si ride, si scherza, si raccontano storie e barzellette, si mangia e si fuma, lasciando che il fumo del tabacco salga al cielo, accompagnando l’anima, che è fatta di fumo eterico e luminoso,  nel suo viaggio. E’ questo che in apparenza rende contraddittorio un cuore irlandese, la coincidenza degli opposti.

Che cosa separa la vita e la morte? Nulla, sono la stessa medesima cosa, ma l’una è immersa nella precarietà del tempo, l’altra se ne è astratta. Essere e non-essere, essenza ed esistenza si incontrano in un unico punto. Quel punto è ineffabile e inafferrabile, ma non precario.

(C) by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

Anoressia. La nuova frontiera della misoginia

Rileggendo ancora una volta quel magnifico libro che è L’amore e l’Occidente di Denis de Rougemont, una delle più profonde analisi mai scritte del concetto di amore che l’Occidente ha interiorizzato, mi sono resa conto di qualcosa che non avevo mai davvero considerato.

Muovendo dal mito di Tristano e Isotta, de Rougemont analizza il concetto che dell’amore è giunto sino e noi e che ormai la nostra società ha assorbito. Dalla vicenda dell’amore infelice di Tristano e Isotta nasce quello che de Rougemont definisce il mito della passione, cioé  quella forma malata di amore, amore NON per la persona, MA per l’amore stesso, che ha riempito migliaia di pagine di letteratura, ma le nostre stesse anime. E’ una forma di amore che celebra l’amore infelice, che salda il concetto di amore con la morte. Passione, appunto, nel suo senso originario di sofferenza.

L’amore cantato dai poeti provenzali, dai trovatori, successivamente dagli stilnovisti, l’amour de loin, l’amore lontano, l’amore per la donna angelicata è la celebrazione di un’assenza non di una presenza. E’ il desiderio per ciò che NON si vuole possedere, è l’apoteosi del desiderio fine a se stesso e che rifiuta ogni appagamento.

E’, di fatto, la celebrazione della morte. de Rougemont collega, con un’intuizione geniale, questo improvviso cambiamento del concetto dell’amore che si affaccia in Europa verso gli inizi del XII sec. nel sud della Francia, con il diffondersi dell’eresia catara e vede nei poeti provenzali, nel loro linguaggio criptico e misterioso, nel loro trobar clus, una sorta di codice tra appartenenti a una setta segreta o iniziatica. I catari rifiutavano con forza ogni forma e manifestazione di amore sensuale in favore di un amore puro, idealizzato. Insomma, la Beatrice dantesca.

Gli amanti non possono che bruciare di una passione che nega il corpo ma accende l’anima. Tuttavia, mentre colui che ama, l’uomo, è la parte attiva, la donna è colei che è amata. Che si nega, ma si lascia amare.

L’analisi di de Rougemont è ricchissima, complessa e affascinante e molto convincente e non è questa la sede per parlarne troppo a lungo (vi invito a leggere questo libro illuminante e unico), ma prosegue fino ai giorni nostri.

Il mito della passione, che da Tristano e Isotta in poi è dilagato nella letteratura fino a dominarla, è stato, proprio attarverso la potenza del racconto letterario, interiorizzato al punto da divenire il concetto d’amore che ha l’Occidente e ciascuno di noi. L’amore romantico, o romance, secondo il termine inglese.

Eppure, quella visione così alta, idealizzata, angelicata ed eterea della donna nella letteratura e nella poesia medievale era in stridente contrasto con la condizione REALE della donna nel quotidiano. Mai come nel Medio Evo dell’Occidente cristiano la donna è stata oggetto di maltrattamenti, disprezzo, odio, misoginia, paura, persecuzione. Mai la donna ha contato tanto poco nella società, in casa, a livello legislativo. E allora, come si spiega questo dualismo esaperato, per cui il corpo della donna è negato e violato mentre la sua essenza pura è esaltata fino a farne una creatura angelica?

de Rougemont ipotizza una sorta di oscuro senso di colpa, di ricerca di un bilanciamento, per quanto inconscio. Ma tutto questo, che prosegue a fasi alterne da allora, non è altro che il segno della paura della donna. E più una società cova e nutre questa paura, più il dualismo si estremizza.

Perché ho parlato così a lungo del saggio di de Rougemont? Perché mi ha illuminata su un aspetto della nostra società che ha raggiunto livelli ormai drammatici e che, alla luce di questo, mi si è improvvisamente chiarito.

Mi sono spesso chiesta se fosse davvero possibile che un disturbo come l’anoressia, che è di fatto un lento suicidio, e che sta assumendo proporzioni allarmanti in tutto l’Occidente, diffusa soprattutto fra le adolescenti, ma non solo, si possa attribuire solo al fatto che la moda impone modelli di “bellezza” che nulla hanno da invidiare ai poveri corpi ritrovati nei campi di concentramento.

Certo, riviste, catwalks, sfilate, televisione, cinema, sono pieni di scheletri femminili ambulanti spacciati per belle ragazze. E’ vero che le forme dolcemente arrotondate di una donna normale sono bollate come orribile obesità, è vero che le uniche curve ammesse e anzi ricercate sono quelle FINTE, siliconate, gonfiate artificialmente e NON naturali, è vero che  soprattutto in Italia molti uomini rifiutano come brutte ragazze e donne bellissime ma morbide in favore  di altre magari orrende ma magre. Che la magrezza è segno di bellezza e non di poca salute.

Ma tutto questo non è sufficiente a spiegare il fenomeno che dilaga e uccide. No.

Perché tutto questo è solo un EFFETTO, non una CAUSA. Non mi convinceva la spiegazione che ne viene data. Non è sufficiente, come non è sufficiente addossare tutto al rapporto madre – figlia.

No. Non è sufficiente.

Invece, se noi pensiamo che alla sua origine ci sia una vera e propria recrudescenza di paura e odio verso la donna e tutto ciò che rappresenta, soprattutto dopo le lotte femministe degli anni 60 e 70, se noi pensiamo che sono aumentate le violenze sulle donne, gli assassinii di donne, che la parità sociale ed economica – tranne rar eccezioni – è ancora una chimera, dunque che la donna si trova di nuovo in una sorta di moderno Medio Evo, ecco che allora sarà molto più chiaro ed evidente perché una creatura priva di ogni connotazione femminile, che non ha mestruazioni, che riduce se stessa a un soffio, che non ricorda nulla di una donna se non l’idea astratta, è celebrata e imposta di fatto come ideale di donna. Di fatto una donna privata della sua concretezza e carnalità, che non fa paura, che non è in grado di generare. Che nega quella vita di cui è portatrice naturale.

Poiché i miti agiscono soprattutto a livello inconscio tanto più quanto sono potenti, ecco che il mito della donna-angelo imposto dall’Occidente cristiano e misogino come misogina è la Chiesa, molti secoli fa, rispunta più potente e pericoloso che mai. Il dualismo tra corpo e anima, tra materia e spirito in una società che, come la nostra, disconosce l’anima e lo spirito, è radicato al punto ancora oggi che, di fronte al pericolo di una rinascita del potere del femminino, si è risvegliato in tutta la sua virulenza.

Così sono le stesse donne che assorbono questo veleno e, tra loro, le donne adolescenti, quelle con meno difese. Bombardate dalle immagini di morte spacciate per bellezza e fascino sensuale (mentre li negano apertamente), alla ricerca dell’approvazione di maschi insicuri e spaventati, si macerano, si affamano, si annullano negandosi la vita. Negano il proprio corpo e con esso la propria femminilità.

Basti pensare agli orrori, alle torture a cui si sottopongono molte donne violando e violentando il proprio corpo nelle sale operatorie dei chirurghi plastici, veri esecutori di un tribunale dell’Inquisizione che, invisibile, condanna le donne a mutilarsi, squartarsi, farsi infilzare nelle carni cannule per estrarre litri di “osceno grasso”, farsi tagliare seni, pance, pelle, nasi, farsi tirare lineamenti e iniettare veleni. Magari morire sotto i ferri.  Cosa ha di diverso tutto questo dalle camere di tortura in cui le streghe venivano maciullate, se non il fatto, ancora più orribile, che ora lo fanno volontariamente?

Ma insieme alle donne, anche gli uomini assorbono un veleno che li ammorba a livello incoscio. E certo spiega anche il successo che hanno i transessuali e  i travestiti. Con tutto il rispetto per la libertà di vivere la propria sessualità come meglio si crede, però è un fenomeno ben strano che migliaia (le cifre statistiche parlano chiaro) e migliaia di uomini sposati, fidanzati e apparentemente senza problemi, frequentino abitualmente uomini che assumono l’aspetto spesso esasperato di donne. 

Sono a contatto quotidiano con adolescenti e ho sotto gli occhi tutto questo. Solo le ragazze con una personalità molto forte sfuggono seppure con fatica a questo incantesimo mortifero.

E vorrei anche aggiungere che la portata di questa distorta visione dell’amore per sè e per l’altro che sfocia nella negazione del proprio corpo, è molto, ma molto maggiore di quanto si creda. Le cifre della diffusione dell’anoressia vanno lette per difetto.

Alcuni giorni fa Dacia Maraini ha scritto un breve articolo sul Corriere della Sera, in cui si poneva questa stessa  questione, avendo osservato nella vita di Caterina da Siena, di cui si è occupata per un bellissimo testo teatrale, che questo stesso rifiuto del cibo fino allo sfinimento era originato da una ricerca furiosa di ascesi e da un misticismo esasperato. Ha dunque giustamente collegato questa stessa ricerca di una spiritualità che l’Occidente ha cancellato, nei comportamenti di chi si priva del cibo fino alla morte.

La sua analisi è frutto di grande intuizione e della sensibilità che contraddistingue tutta la sua scrittura, ma, imboccata la via maestra,  si spinge solo fino a un certo punto. La privazione del cibo, i digiuni, sono sempre stati associati all’ascesi e nel Medio Evo cristiano non era solo Caterina da Siena a praticarlo. Certo, lei si spingeva fino agli estremi, ma non era un’eccezione. Tuttavia l’esempio della Maraini conferma quanto dicevo in precedenza sul concetto cataro del corpo e della materia e sulla visione idealizzata della donna in quel tempo.

Io credo si debba scavare ancora, fino a trovare il seme originario. Credo che potrebbe essere quello da me proposto.

E’ un’ipotesi e un’intuizione sorretta dall’analisi.   

Ecco, potrebbe essere questa  l’origine di questa epidemia dilagante di  anoressia. Non è altro che l’ennesima forma, in vesti moderne, di caccia alle streghe. Come si riconosce oggi una strega? Cosa la denuncia? Cosa la rende un orribile essere da perseguire? Quelli che, con la complicità di medici, nutrizionisti, mass media, stilisti, industria dello spettacolo e della moda, sono definiti “chili in più”. Cioé quelli che costituiscono i caratteri secondari sessuali del sesso femminile e sono lì a testimonianza del potenziale che ha la donna di dare la vita, di detenere quel potere arcaico e misterioso che per 25.000 anni ha visto l’esistenza di una società matriarcale, pacifica, negatrice della violenza, il cui essere speriore era configurato nel culto di una Grande Dea Madre e che fu annientata dall’avvento di una società patriarcale, guerriera, basata sul potere del più forte.

Una società che voglia imporsi tende ad annientare la società precedente e questo è avvenuto. Eppure le vestigia di quella lontanissima società non sono mai del tutto sparite. Una sapienza femminile si è conservata nei secoli, tramandata di madre in figlia. Conoscenze legate al mondo della natura e dei suoi cicli, a cui la donna è fisiologicamente legata, alle terapie naturali. E di quando in quando tutto questo è stato osteggiato e combattuto con forza feroce. Come nei 4 secoli di persecuzione delle “streghe”, semplici depositarie di quella sapienza arcaica.

Del resto, anche oggi il ritorno alle terapie naturali rivela il perdurare millenario di questa sapienza. Ecco come allora la nostra società, se da una parte ricerca l’antica sapienza ed esalta, secondo le forme che sono proprie di questa società, cioè visive ed esteriori, l’essenza più astratta del femminino, dall’altra dimostra una misoginia sinistra nei confronti della donna e dell’infanzia ed è di fatto scissa in un dualismo manicheo, malsano e generatore di sofferenza.

(C) RIPRODUZIONE RISERVATA

Thomas Crofton Croker – Racconti di fate e tradizioni irlandesi. Traduzione e commento di Francesca Diano

Incisione di W.H.Brook nel testo

 

 

Questo libro, Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland, di Thomas Crofton Croker, pubblicato per la prima volta a Londra, in forma anonima, da John Murray nel 1825, e illustrato dalle meravigliose incisioni di  William Henry Brooke, ha cambiato la mia vita. La storia di come ne sono entrata in possesso, quello che dalle pagine di questo libro per me è venuto, ha, non meno del suo contenuto, qualcosa di magico e fatato.Moltissimi anni fa, quando vivevo a Londra entrai, come spesso facevo,  un pomeriggio di fine estate dal libraio antiquario che aveva il suo negozio vicino alla casa in cui abitavo. Di lì a poco sarei tornata in Italia e, quasi a commiato, per un gesto di vera amicizia, quasi come un dono per l’amore che entrambi condividevamo per i libri del passato, il libraio mi offrì a un prezzo davvero esiguo  questo piccolo libro antico, con la sua rilegatura originale e costellato di bellissime incisioni. Mi disse: “lo compri, vedrà, ne sarà contenta”. E non posso dimenticare, dopo così tanti anni, quello strano sguardo con cui accompagnò le sue parole. Fu quasi come se quel libro avesse voluto trovare me…

Io amo moltissimo i libri vecchi e antichi e ancor di più i miti e le leggende e acquistai immediatamente, senza saperlo, quella che è una rarissima e preziosissima prima edizione anonima del primo libro di racconti orali mai pubblicato sulle Isole Britanniche.

Frontespizio della prima edizione anonima delle Fairy Legends, 1825

Croker pubblicò altre tre edizioni con aggiunte, di queste leggende e moltissime opere pionieristiche, sia sulle tradizioni irlandesi che sulla musica irlandese, oltre a meravigliosi diari di viaggio, testi teatrali e antiquari.

Frontespizio dell’edizione italiana, Neri Pozza, 1998

Aveva sposato Marianne Nicholson, la figlia del famoso pittore Francis Nicholson, fondatore della scuola acquarellistica inglese, poiché il mio Crofty, come lo chiamai subito, era un disegnatore di non poca vaglia. Amico di Sir Walter Scott, di Charles Dickens, di Disraeli, di Alicia Lefanu, dei Grimm e di molti altri protagonisti della cultura vittoriana, fu un uomo famosissimo, geniale e un conversatore di fascino unico. Morì nella sua casa di Camden nell’agosto del 1854.Il valore enorme delle Fairy Legends, opera tra le più famose in Irlanda, Inghilterra, America, Germania e Svezia per le leggende irlandesi, sta anche nella struttura assolutamente rivoluzionaria che Croker scelse per il suo lavoro di pioniere. Difatti egli narra le leggende così come gli vennero raccontate dalla viva voce dei narranti, senza molte alterazioni o modifiche e confinandosi nelle ricchissime e coltissime note alla fine di ogni leggenda. Questo rispetto per il testo originale è unico al suo tempo e ha anticipato di almeno un secolo le tecniche della ricerca folklorica, facendogli avere, a buon diritto, l’appellativo di pioniere del folklore irlandese e non solo. Ma tutto questo io lo scoprii un po’ alla volta, con la difficoltà che negli anni ’70 e ’80 non esisteva internet e la facilità di reperire informazioni, né in Italia esisteva alcun materiale utile, dato che quest’opera importantissima e famosa era del tutto sconosciuta da noi. Inoltre l’Irlanda non era ancora diventata di moda, come poi fu.
Tuttavia, la lentezza con cui potei compiere le ricerche in un’epoca in cui non esisteva internet e in Italia nessuno sapeva chi fosse Croker,  e l’immersione emozionante in quella che mi pareva la scoperta di un tesoro sepolto, mi permisero di scoprire anche dentro di me un crescente amore per quest’isola, per il suo passato, per la sua gente e, soprattutto, un amore profondo per l’autore, tanto da rendermelo familiare e intimo. Al punto che, il nomignolo con cui l’avevo battezzato, Crofty, scoprii poi essere quello con cui lo chiamavano gli amici più intimi!

La grande modernità della sua struttura e la sua bellezza spinsero i fratelli Grimm, che ne ricevettero una copia da un amico, a tradurlo immediatamente in tedesco, con un saggio introduttivo che è in sé un piccolo capolavoro. Non sapevano che ne fosse l’autore, ma lo scoprirono quando Croker, immensamente onorato di aver avuto tanta attenzione e stima dai due grandi studiosi, scrisse loro una lettera di ringraziamento. In seguito i Grimm e Croker divennero amici e anzi nacque un progetto di pubblicare una storia comparata del folklore europeo, che però non si poté realizzare.

La bellezza, l’importanza di questo lavoro mi spinsero a tradurlo – ed è stata una gioia ad ogni parola – e poi a proporlo a un editore. Ma, come si sa ormai in Italia, molti editori sono interessati a opere che, magari di poco valore, possano far vendere tanto e subito, anche se poi nessuno se le ricorda più e in genere sono prevenuti nei confronti di autori che non conoscono, anche se famosissimi altrove.  Lo offrii a una serie di grandi editori, la cui cecità e mancanza di acume li spinse a rifiutarla. L’Irlanda, come ho detto, sarebbe diventata di moda solo alcuni anni dopo. Poi finalmente Corbo&Fiore ne fecero una prima edizione, anche se non molto curata e nel 1998 – mentre insegnavo all’Università di Cork – Neri Pozza acquistò i diritti.  Parlo della Neri Pozza il cui direttore editoriale era all’epoca Angelo Colla, per cui ho stima e affetto immutati e con cui ho collaborato a lungo e felicemente.

L’edizione italiana, per la quale ho scritto un lungo saggio, frutto delle mie ricerche e delle mie scoperte, proseguite poi nel mio lungo soggiorno irlandese, è stata – come ben prevedevo  – un successo e ne sono state fatte moltissime ristampe e numerose edizioni. Mentre mi trovavo a Cork, nel mio anno di insegnamento all’University College, l’editore irlandese Collins venne a sapere che io possedevo una copia della prima edizione anonima delle Fairy Legends, quella preziosissima edizione che nemmeno il fornitissimo Dipartimento di Folklore dell’University College di Dublino possedeva e volle farne una ristampa anastatica per celebrare il bicentenario della nascita di Croker, che cadeva proprio quell’anno.  Il volume uscì a mia cura e l’Irish Times mi dedicò un articolo in seconda pagina. Un onore che mai avrei immaginato!

Il valore di questo libro per me però, non è solo intrinseco, ma è davvero personale. Infatti è stato proprio leggendo queste pagine e per la volontà di capire chi fosse l’autore anonimo, quale la storia del libro, che mi sono inoltrata nello studio del folklore irlandese e non ho mai più smesso. Ed è stato come ritrovare una patria perduta, come riudire molte voci che prima tacevano, come inoltrarmi dentro un bosco in penombra seguendo un sentiero che conduceva a una casa illuminata. Questo libro è stato una porta d’ingresso in un passato ancora vivissimo, mi ha condotta in Irlanda, mi ha rivelato molti misteri, anche di me stessa.

E in fondo devo a questo libro, a questo autore, pioniere in tutto, se anche per me si sono aperte le porte di un passato che non conoscevo, un passato che è diventato il mio futuro, che ha alimentato i miei studi, le mie ricerche, la mia scrittura, e ha ispirato il mio romanzo, La Strega Bianca – una storia irlandese, pubblicato nel 2016.

Copertina della prima edizione anonima delle Fairy Legends, 1825 in mio possesso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esistono opere e autori che sono dei classici fin dal loro apparire, e queste Leggende sono proprio questo. Non hanno scadenza, perché sono figlie del tempo, come sono i miti e tutta la tradizione orale.

 

 

 

(C) 2011  by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA