Congedi – viatico in undici stazioni. Francesca Diano

Le Sorti de Marcolini Frontispiece

Le Sorti, Francesco  Marcolini – Giuseppe Porta inc. Venezia 1540

  CONGEDI

 Viatico  in undici  stazioni

un inedito di Francesca Diano

I

L’ESCLUSA

 

Andavo per strade coperte di polvere

L’orlo della mia gonna sfilacciato

Non si curava di fango o sterco

I piedi scalzi – segnati dal rifiuto persino della terra.

Signori o plebei – non facevo alcuna differenza

Nessuna presenza era presenza

Ed ogni assenza – assenza.

Mi dolevano le ossa – ero una casa diroccata

Disabitata persino da me stessa

Preda di predatori e depredata di me.

Ero povera – di quella povertà che non conosce

Nemmeno il nome di miseria

Perché al mondo non c’era creatura

Che mi guardasse se non come sgualdrina.

Sospesa in una terra di nessuno

Dove il giorno non vira nella luce e le notti

Sono  il delirio di  un lebbroso.

Il loro sguardo mi sfiorava col disgusto

Di chi è avvezzo soltanto alla bellezza

Delicata che si rispetta perché consacrata

Dalla legge di Dio e degli uomini.

Io ero buona solo per sfogare la rabbia

L’istinto che si tace nel letto coniugale.

Con la  rabbia impotente di uomini malati

D’onnipotenza – sapienti o rozzi contadini

Signori o poveracci – io ero buona per voi

Ma non per me. Non abbastanza

Da avere casa nel vostro cuore.

Avevate forse cuore per me?

Cagna reietta nell’istante stesso

In cui mi possedeva la vostra carne.

Ogni volta eravate  assassini

Ogni volta morivo un po’ di più

Finché il mio corpo si disfece

– me viva ancora –

Non vi perdono la disperazione

Vostra sola elemosina per me

Il solo soldo con cui mi pagavate.

Poi venne lui. Mentre stavo morendo.

Lo sguardo dei suoi occhi

non lo dimentico nemmeno ora.

Quel corpo martoriato dalla vita

Lui me lo fece amare

Donandomi  il perdono per me stessa.

Sul pagliericcio fetido – che accoglieva la morte

Scintillò  la bellezza luminosa

Che lessi nei suoi occhi

Capaci  di vedere oltre le piaghe.

E mi diede la pace.

 

II

STEPPA

 

Non ero che un bambino e tu un adulto.

Ti temevo. Temevo il tuo sorriso

Come una lama sfoderata a colpire

Senza guardarti in faccia.

La tua jurta era grande e molto solida

Però  a te non bastava. Eri feroce

Nella tua sete di potere.

Quell’anno fu gelido l’inverno

Più dei passati e il fuoco non bastava.

La nostra gente – gente guerriera

Soffriva il freddo.

Predatori eravamo e predavamo.

Tu più di tutti.

Io non potei evitare che mio padre

Mi abbandonasse nella steppa

Lasciandomi bambino a sostenere

Il peso di un potere non voluto.

Mi piegava le spalle e mi schiantava.

Lo  subivo il potere e con che gioia

A  te lo avrei ceduto.

Dunque – quando quel giorno con un’ascia

Mi aggredisti alle spalle e mi spezzasti

Le vertebre e la vita – senza guardarmi in faccia

– non eri coraggioso – io non potei capire.

Ma avresti visto – per sempre congelata

Nei miei occhi la sorpresa e l’orrore.

Cadendo altro non  vidi che terra congelata

E i licheni – come ricami di trine verdegrigie

A riempire lo spazio breve del mio viso.

I tuoi occhi una steppa – morta – immota.

Non ero che un bambino e tu un adulto.

III

LA PROMESSA

 

Vent’anni. Solamente vent’anni

E  mai avevo odiato.

Tu eri il mio signore.

Ero nato nella tua casa.

A mio padre facesti la promessa

Che  m’avresti protetto.

Morì sereno per la tua promessa.

Venne la guerra – aspra come l’aconito.

Case e campagne devastò e la miseria

E la fame tra la gente – sedute in trono –

reggevano lo scettro  di regine gemelle.

Mi  volesti al tuo fianco.

Così tu mi dicesti – al mio fianco,

Mi farai da scudiero e sarai il mio protetto.

Nulla di male ti potrà accadere –

Così tu mi dicesti. E ti credei

E  ti seguii sul campo di battaglia

Di una guerra non mia e tua nemmeno.

Ma poi il saccheggio t’avrebbe fatto ricco.

Perché – mentre morivo trafitto da una lancia

Con il petto squarciato ed il dolore

Rovente e vivo come brace viva

Steso a terra tra corpi devastati –

Perché – mentre passavi fiero a cavallo

Tra rantoli e lamenti – col tuo morrione in testa

Ageminato d’argento e d’oro

Lo sguardo compiaciuto  crudele e prepotente

del vincitore che sa d’esser temuto –

Non ti fermasti nemmeno accanto a me

Che ti chiamavo con l’ultimo respiro?

Aiutami – dicevo – sono qui, non mi vedi?

Ma alle tue  orecchie la mia voce era muta

Ed ai tuoi occhi  non ero che un’ombra.

Non mi guardasti e mi passasti accanto.

Ed io morendo imparai cos’è l’odio.

IV

ATTIS

 

Volgevo la mente alla speculazione astratta

E non volli sapere della vita

Che imbratta l’animo –

Non  lasciai che irrompesse

Dentro di me – fui sordo al suo richiamo.

La nobiltà del pensiero

Non  mi salvò dal contagio.

Vissi come in un sogno

Ricercando il segreto della vita

Non nelle azioni quotidiane

Non nella gioia o nella sofferenza

Ma perso nella mistica  bellezza

Nel senso di ciò che non vivevo.

Guardavo da lontano – coltivavo il distacco

Con sguardo aristocratico.

Ed ero bello e nobile e vestivo

La tunica di lino della mia condizione

La vita cinta dalla fascia gialla

E il nastro giallo legato sulla fronte.

Portavo al collo il gioiello sacro

Forgiato nel metallo il cui segreto

Custodiva la mia stirpe e m’avrebbe donato

Chiarità di visione.

Credetti in vita  che la conoscenza

Sgorgasse dalla mente – non dal cuore

E non amai nessuno – se non me stesso

Senza dare a me stesso

Amore per la vita.

Così, quando a trent’anni, venne il morbo

Che decimò la mia gente

E mi tolse la vita

Compresi – ma era tardi.

Amai la vita solo nell’istante

In cui divenni un’ombra

Incorporea – non un’orma

Lasciai di me – segnato dalla sete.

V

LA COPPA

 

Stretta la lama di luce che filtrando

Dalla finestra stretta

Si piega lieve a seguire in un barbaglio

La  luce delle gemme

Traendone riflessi come un fuoco

Azzurro e verde tinto di rubino.

La mano sfiora la coppa d’oro

Si ritrae poi la sfiora

Esitando e poi ancora

Si sofferma sull’orlo.

Da una fiala riversa

Nel liquore un  filo breve liquido

Di tetro rosso  – denso come sangue.

La vedo ancora e ancora

La mano di mia figlia

L’orrore che si compie

Il suo esitare ed io

Stesa sul letto – con la mente persa.

Non avevo pace da darle

Solo paura di me e di se stessa.

E fu questa paura che la perse.

Come fiori mostruosi – parole

Di giusquiamo le fiorirono in bocca

In urla oscene – intessute di fiele

Quando con il suo complice

Mi forzò nella gola la morte liquida.

Quali lampi di tenebra oscurarono il sole

Riflesso dalla coppa stretta dalle sue mani.

Per terre e per ricchezze mi tolsero la vita –

Per il castello e il titolo e i gioielli.

Povere cose che il tempo disperde

Che nulla sono se non polvere

Ombre, apparenze, inganni della mente

E in cenere si sfanno – come il tempo.

 

VI

IL CAVALIERE NERO

 

Attendo. Arriverai. Il villaggio è deserto.

Così appare. Ma tutti sono chiusi nelle case.

Così povere le nostre case. Poco più che capanne.

Mi hanno preparata. La veste lunga

Di tela grezza e la cuffietta in testa.

Solo il terrore sanno. Temono la tua ira

E il tuo potere di padrone di queste terre.

Noi non siamo che  servi. Solo cose.

E io – una cosa poco più che  bambina.

Mia madre mi ha pettinata e mi ha lavato il viso.

Verrai. Da  me tu torni sempre.

È questo il mio destino. Non ho scelta.

O te, o la morte di tutto il mio villaggio.

Attendo immobile e m’aggrappo

Per non cadere alla staccionata

Che divide la terra fangosa del villaggio

Dal grande prato e in fondo è la foresta.

Sento il rimbombo del tuo cavallo

Prima  che tu compaia laggiù in fondo

Emergendo dal bosco fitto e scuro.

Trema la terra e trema la mia bocca.

So che ci sono. Sono tutti dietro

Le porte chiuse ed il silenzio è un maglio

Che picchia sul mio cuore e lo fa in pezzi.

Non verranno a salvarmi. Non verranno.

Si schianta il cuore nell’attesa

Buia come la notte quando la luna è nera.

Nero è il tuo viso e nera la tua veste

È nero il tuo cavallo e la tua barba

Nera come la terra che copre i nostri morti.

Sento l’odore del tuo cavallo

Che m’insegue e tu ridi

Della mia fuga inutile che per te è come un gioco.

Un balzo e mi sei sopra. Non ti guardo.

Gocciola il tuo sudore acre sulla mia pelle.

Come fuoco rovente la perfora.

La tua spada di carne che mi uccide

Ed il corpo mi squarcia.

Il tuo peso mi schiaccia e come morta

Crollo a terra. Non  vedo altro che il cielo.

Non sento. Non sono viva più

Ed esco da me stessa.

Tutto s’è fatto immobile. Sospeso.

Vitrei i miei occhi. Persi dilatati.

Le  nuvole – lontane – come angeli

Fuggono via nel cielo. Me ne riempio gli occhi.

Se io fossi un uccello dalle  ali di vetro

Perforerei  le nuvole veloci.

Ti rialzi. Ti giri. Ti allontani.

Non uno sguardo per me.

Non  vuoi lasciare che ti legga negli occhi

Il vuoto buio che ti azzanna l’anima.

Chi di noi due è la vittima?

Questo è il nostro destino. Non c’è scelta.

VII

LA LEGGE

 

Tra il borgo e il bosco, solamente una striscia

Di terra spoglia, e di erba giallastra.

In questa terra  erano venuti

I nostri padri traversando il mare

Su  vascelli di legno e le case del borgo

Son  fatte del fasciame delle navi

A  ricordare che un mare ci separa

Dal passato – che in  una terra nuova

Il nostro cuore sarebbe salpato

Solcando nuove rotte – nuove vite.

Ma non intero il cuore e l’anima divisa

Tra passato e futuro. Tra borgo e selva

Inesplorata – dove  potente sussurra

Un richiamo che io sola intendevo.

Ed eccovi schierati – come tanti birilli

Come un muro di cinta da cui tenermi fuori.

Autorevoli, onesti cittadini

Le vesti nere, il cappello e le scarpe

Con  le fibbie d’argento bene ornato.

Tutti in fila – con lo sguardo severo

Ed io la peccatrice – giudicata da voi.

Le vesti lacere – i capelli selvaggi.

Ma era per la fame. Avevo fame

E nulla da mangiare.

Tu mi guardavi, dall’alto del tuo rango

Di borgomastro ed io, la tua serva

Giovane e bella – mi dicevi allora.

Ma la bellezza non mi dava cibo.

Anche tu avevi fame. Un’altra fame.

Segreta, inconfessabile, ossessiva

Che attirava i tuoi sguardi

Su di me. Ma  tua moglie,

La signora, padrona della casa,

Degnamente il tuo rango rispecchiava

Nella sua veste nera e con la cuffia bianca

Ornata di merletti, i gioielli preziosi.

Ma lei non ti sfamava.

Il corpo inaridito dalla dura virtù

Di donna onesta. Lo sguardo austero

E le labbra tirate – una fessura amara.

Come potevi sperare che il segreto

Non ti esplodesse in mano

Devastando quell’ordine e la legge

Dietro cui nascondevi i tuoi terrori

Le tue incertezze di senzapatria?

Avevo  fame e il mio sguardo di selvaggia

Che ti accendeva dentro

No, non era per te – ma per il pane

Che poi mi avresti dato.

Io provavo ribrezzo del tuo corpo

Delle tue mani bianche – senza segni.

Non avevi vergogna di accoppiarti

Quando  la tua di fame t’accecava.

Mai vidi compassione nei tuoi occhi

Ma avida follia. E quando un giorno

Il  tuo peccato gridò la sua presenza

Perché non c’era legge che valesse

A tacere il crescendo della fame

Che ti mordeva l’anima

Io sola fui accusata. Io t’avevo stregato –

Dicesti. T’avevo preso l’anima

Con malefici e inganni – e mi scacciaste.

Votata a morte certa in quella selva

Vasta come l’oceano. Ma non avevo nave

Su cui salpare. O un porto.

Tu – il borgomastro – tu eri la legge.

Tutti mi giudicaste. Per non vedere

La trave che accecava i vostri occhi.

Con il dito puntato mi scacciaste.

Tu – nel vedermi andare –

Piegata in due per la disperazione

Provasti del sollievo.

Se ne andava a morire

Con me la tua vergogna.

Io la selva – voi il borgo

Io la strega e voi tutti la legge.

VIII

IL NULLA

 

La gola trema delle parole che s’avvitano

Come convolvoli alla tua fronte lunata.

Con te – dico – con te oltre le vette.

Niente più conta. Di tutto il resto

– e ti porsi la mano.

E quando uscii dalla mia casa che guarda il mare

Tacendo la tempesta del segreto –  il cuore un lago inquieto –

Era per sempre. Non sarei mai tornata.

–         Sali sulla mia nave – questo dici

Con un sorriso irrequieto a cui fui cieca.

Ed io salii. Per  volare oltre me stessa

Per  adattare il mondo alla tua sorte

Che diviene la mia contro la morte.

La morte t’è sbocciata tra le mani

Pervasa dal languore dell’assenzio

Che fu l’assenza dell’una parola mai détta.

Dètta dentro il tuo spazio limitato

Da cortei virginali di promesse

La legge degli opposti – la sinergia

Di feroci dolcezze che  lambiscono il corpo

Con lingua di predone. Come radici malate

Fitte nelle midolla.

Umidore e rossore – rivoli come serpi

Sanguigne sulla pelle a fiotti da voragini

Slabbrate urlanti erompono in sorgenti.

Via se ne fugge la vita verso cui son fuggita

Resta sulle tue mani ormai svuotate

L’odore del mio sangue.

 

 

IX

LA PROFEZIA

Non mi voleste credere

Quando con il rigore della logica

Vi annunciavo il pericolo

La fine che incombeva su noi tutti.

Non ero un sacerdote né un veggente

Ma la mia mente seguiva i meandri

Della  realtà che cela il suo disegno

Finale in ingannevoli apparenze.

La gente ch’era giunta da oltremare

Era contaminata. La purezza

Del cuore non era in loro e germinava

Soltanto il seme  della distruzione.

Non mi voleste credere

Quando – leggendo i segni delle azioni –

Vi indicavo la falsità – l’opportunismo

Degli stranieri dalle lunghe barbe.

Sapevo calcolare riflettere e dedurre

Pur nel terrore di quello che vedevo

Quel che svelavano le relazioni

Dei messaggeri inviati alla scoperta.

Vi supplicavo invano di ascoltarmi

Di capire con me che il salvatore

Annunciato da tempi immemorabili

Che quel Santo che il mare avrebbe reso

Non era giunto. Non era lì tra loro

Il Dio Serpente  – lì tra quella gente

Che si fingeva amica e ci avrebbe annientati.

Erano umani – come tutti noi

Ma avidi e bugiardi. Abili nella guerra

E nell’inganno. Voi non voleste credermi.

Avrebbero travolto e devastato

Distrutto e cancellato millenni di sapere.

E fui un vigliacco. Non seppi sostenere

L’orrore preannunciato – la morte d’ogni cosa.

Non la seppi affrontare con voi la fine.

Ero un aristocratico e il mio mondo

Era fatto di studio e di bellezza.

Ma la mia logica – la mia conoscenza

Non furono sorgenti di coraggio.

Quando salii sulla scogliera alta

Guardai le rocce aguzze e il mare ribollente.

Nel mio ultimo volo – a braccia aperte

Come un uccello dalle ali d’oro

Scorsi  la libertà dalla paura.

Non percepii la fine. Non la morte.

Solo il mio corpo – disteso sulle rocce

Vidi dall’alto. Libero

Libero ormai – compresi.

Il mio posto era lì – con la mia gente.

Tolsi a me stesso e a voi la mia presenza.

Non mi voleste credere

Perché a me stesso io pure non credetti.

X

RITORNO

Percorro il sentiero di terra battuta

Tra le querce del bosco. Filtra il cielo

Tra le piante l’azzurro in mille occhi

Che accompagnano i passi.

Ombre come merletti disegnano le foglie

Sul bronzo del sentiero.

Sono felice – sto tornando a casa.

Il mio villaggio dove la mia gente

Mi attende. Sento già i rumori farsi

Più intensi. È così dolce e familiare

Il suono delle voci che mi giunge.

Un suono che mi avvolge in un abbraccio.

Ma quando arrivo alle siepi alte

La macchia che divide il bosco dal villaggio

Circolare che s’apre alla radura

La gioia si sframmenta e si contrae.

Soltanto il vuoto – solamente case

Vedo ed oggetti ed attrezzi – ma non voi –

La  mia gente.

Non vedo i vostri volti o i vostri corpi

E solo avverto le voci e le risate.

Non posso valicare la barriera

Invisibile che da voi tutti mi esclude.

Non c’è ritorno dal buio e dal freddo.

Mi esplode allora crudo dentro il petto

E disperato un urlo d’abbandono

Come dicono facciano i vulcani

Che vomitano lava ribollente.

E quella pena si gonfia e s’accresce

Fino a serrare l’anima in un gorgo

Che mi squassa e mi schianta e mi travolge.

E allora – solo allora – ecco, ti vedo.

Alto solenne con la barba bianca

La testa fiera e il  nobile profilo

Tu padre mio – nella  tua veste bianca

Di  veggente e di saggio. Ancora vigoroso.

Tu solo ti riveli alla mia ombra

Ch’è tornata dal freddo e dal silenzio

Perché sia certa dell’immenso amore.

E la pena si placa e si dilata

Sciogliendosi  in dolcezza e compassione.

Non ci siamo mai persi – perché amore

È una potenza che non ha confini

Nel tempo e nello spazio ed è collante

Tra gli esseri che amano donando

Se stessi agli altri al di là d’ogni tempo.

XI

LA BAIA

Piatta si allarga nella sera dolce

Di fine estate e l’oro verdazzurro

Si liquefa nell’acqua e vi si fonde

Col violetto rosato del tramonto.

Piatta la baia incurva le sue braccia

Accogliendo nel cerchio ampio del  seno

Mille isole verdi. Le grida dei gabbiani

Solcano il cielo alto dove nubi

Vive  come vascelli dalle vele spiegate

Veleggiano per lidi liquescenti.

Sciabordio spumeggiando si trasforma

In un canto corale che si scioglie

Nell’aria nella terra e nelle acque

Fatte di luce che il tempo ha trafilato.

Piccole barche doppiano sull’acqua

Il volo dei gabbiani ed il salmastro

Ricolma le narici – inebriante.

In un luogo lontano – in un Nord indistinto

E  in un tempo lontano da ogni tempo

Ti  guardavo nascosta tra le piante

Alte di querce. Tu che scivolavi

Davanti a me sulla tua barca bianca.

Anima amante e amata cui l’amore

Mi ha pur saldata per la vita e oltre.

Ci siamo amati – ma da te divisa

Dalla meschinità dall’ignoranza

Del fanatismo che separa in caste.

Casto l’amore e puro come il mare

Che come ventre cercavi consolante

Alla  tua pena. Solo – nel silenzio.

Il mare madre il mare confortante

Rifugio alla mia assenza.

Allora non riuscisti ad ignorare

Il marchio dell’infamia e rinunciasti.

Ma nulla è perso – tu che mi sei giunto

Da lidi dolci e amari  – da terre che nell’acqua

Si frammentano in isole virenti

Anima amante e amata tu percorri

Il sentiero che solo porta a casa.

******

Anima amante e amata cui l’amore

Mi ha pur saldata per la vita e oltre.

A te che da altro tempo mi sei giunta

Sia lume la parola che ci lega.

 

Padova, febbraio 2007

(C) 2007 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Francesca Diano. La notte che il satellite cadde sulla terra

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Satellite UARS (Fonte NASA)

La notte che il satellite cadde sulla terra

Da Francesca Diano, Fiabe d’amor crudele. Edizioni La Gru, 2013

 

Così, seguendo una sua traiettoria bizzarra, a vite – dissero – a spirale – dissero ancora – il vecchio satellite tornò a casa.

La nostalgia lo aveva macerato per tempi resi intollerabili dalla solitudine. Gli aveva corroso le giunture, i tessuti metallici, i circuiti elettronici, nelle cui pulsazioni nessuno avrebbe sospettato l’attività del pensiero. Nel cuore di berillio e titanio, che batteva con fatica sempre crescente,  palpitava però il desiderio di tornare alle origini. Era partito tanto tempo prima – quanto? Non ricordava – e del resto, che importanza aveva il tempo?  E, in ogni modo,  cos’era il tempo? La sola misura che ne conosceva era una quantità compresa tra  due cesure: il momento in cui  s’era ritrovato a volare in uno spazio allagato da un’oscurità luminosa, dove non v’era linea d’orizzonte, né limiti segnati, né direzioni, in cui gli impulsi intelligenti delle sinapsi elettroniche lo avevano indotto a un corteggiamento perenne della curva terrestre e l’altro momento, quando il suo cuore – un ordinato aggroviglio di circuiti – aveva cessato di battere e il suo dialogo con casa, fatto di impulsi elettronici e numeri, s’era spento nel silenzio.

Era stato felice di comunicare ai Costruttori l’incantamento di quella vastità infinita, l’ebbrezza dell’esplorazione, lo slancio inarrestabile del percorso.  Ma i mutamenti della cupola invisibile che fasciava il pianeta natale erano, per i Costruttori,  oggetto di interesse puramente  meccanico. Lo aveva capito perché le raffiche di dati che trasmetteva, invece di suscitare esclamazioni di entusiasmo – così gli era sembrato  che i Costruttori manifestassero le loro emozioni  – venivano passati ad altri circuiti. “Elaborati”, dicevano. Ma i numeri che inviava loro non avrebbero potuto trasmettere quello che andava osservando con una meraviglia che s’era trasformata  prima in amore e poi  corrosiva nostalgia.

Sotto i suoi occhi attenti si volgeva la rotondità del pianeta azzurro, i vortici delle sue nubi e gli occhi maligni dei tornadi, i colori sempre mutanti della sua atmosfera, l’alternarsi di azzurri, ocra, bruni, verdi, bianchi spumosi. Il sorgere e il tramontare del sole, che tingeva di un pulviscolo multicolore la curva del pianeta, per poi sfumare in un’oscurità alleggerita dagli astri. Cercava – ogni volta che nel suo volo  rotondo vi passava sopra – il punto da cui era partito. Casa.  Col tempo gli era stato sempre più difficile ritrovarlo. Col tempo le sue membra metalliche avevano perso il vigore degli inizi, e così i riflessi dei suoi circuiti.

Non era solo nel suo percorso perenne. Altri oggetti, molti altri oggetti, galleggiavano nello spazio sorretti dalla fedeltà dell’orbitare. Alcuni erano nuovi e pulsanti, altri ormai privi di vita, altri lasciavano intravvedere dagli oblò delle forme immobili. Forme che somigliavano a quelle dei Costruttori. Ma con quegli oggetti non aveva contatti. Tutto il suo dialogo avveniva con casa.

Quando il suo cuore e la sua mente elettronica si spensero, dopo gli ultimi impulsi debolissimi, seppe che i Costruttori lo avevano abbandonato. Dismesso come una cosa ormai inutile.  Per loro  era diventato uno di quegli oggetti morti e inservibili, catturati per sempre dall’orbita. Che mai sarebbero tornati a casa. Da loro, dalla grande casa dei Costruttori,  non gli giungeva più nessun messaggio, né fu in grado di inviare alcun impulso.  Non riusciva a comunicare la sua nostalgia,  la sua preghiera di farlo tornare.  Quell’isolamento, quella solitudine lo terrorizzavano.

Certo, loro non immaginavano che, una volta cessato il suo compito di esploratore, una volta spenta la sua mente, lui fosse ancora in grado di sentire, di vedere.  Ma, quello che per tanto tempo gli era parso meraviglioso, ora gli appariva temibile e minaccioso.  E dai Costruttori, capì, non sarebbe arrivato alcun segnale di ritorno. Capì anche che non lo avrebbero voluto il suo ritorno.

Poi accadde  un evento che non avrebbe mai nemmeno immaginato. Un piccolo frammento di asteroide lo urtò. E, nell’urtarlo, lo scalzò dal percorso obbligato che era stato fin dall’inizio il suo tracciato nello spazio.  Uscì dall’orbita. Il corpo fragile smembrato in molti frammenti. Eppure, anche ridotto in pezzi, il pensiero era unico. Comune ad ogni frammento. Il pianeta, più compassionevole e più grato dei Costruttori, lo attrasse a sé. Con potenza sempre maggiore lo chiamava  verso il proprio centro. Ora vedeva più distintamente i profili dei continenti, i rilievi che percorrevano la terra di vene brune, i colori cangianti dei mari e degli oceani.

Ma nella felicità del ritorno non aveva previsto che la morte dei circuiti non gli avrebbe permesso di ritrovare il punto di partenza.  La sua caduta era scomposta, avvitata, deviata dai venti  solari e dalle correnti.  Non riusciva a capire dove si trovasse, come tornare a casa.

Fu allora che avvertì la paura. Non la propria, ma quella dei Costruttori. La paura che il suo ritorno imprevisto, non voluto, incontrollato, potesse danneggiarli, causare distruzione  e devastazione. Eppure li aveva serviti fedelmente, con dedizione assoluta. E ora lo temevano. Una creatura nata dalle loro stesse mani.  Tutti i Costruttori e i loro simili parevano impazziti. Ora gli prestavano attenzione. Ora erano interessati al suo destino. Ma non con gratitudine.  Non nell’attesa di dargli il benvenuto a casa. Avrebbero preferito che il ritorno lo ardesse come mille piccoli soli e lo dissolvesse nell’atmosfera. Avrebbero voluto saperlo sospeso per sempre nello spazio vuoto e gelido.

E allora capì che sarebbe stato meglio non tornare.  Non sarebbe tornato a casa. Meglio far perdere ogni traccia, meglio lasciarsi inghiottire dalle profondità dell’abisso liquido , dove nessuno l’avrebbe più trovato.

 

 

 

 

(C) Copyright by Francesca Diano – RIPRODUZIONE RISERVATA

Un cuore irlandese

Celtic Missionaries Starting on a Voyage

Missionari irlandesi all’inizio del loro viaggio. Acquaforte  (1901)

Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio si dilatano fino a mutare la loro qualità, che è quella del continuo, di uno scorrere ininterrotto che dà loro il carattere del provvisorio. Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio escono dal fiume eracliteo dell’eterno  fluire, per separare la loro natura in essenza puntiforme. Questa qualità del discreto, dell’infinitamente separato, sospende tempo e spazio, così che ogni istante/punto diviene un’entità a sé stante: diviene eternità., o meglio, assenza della provvisorietà.

Luoghi come questi sono in genere aree circoscritte e limitate; non solo luoghi geografici, come Olimpia, Capo Sunion, Pompei, alcune calli veneziane lontane dalle greggi di turisti, Machu Picchu, i circoli di pietre (tranne Stonehenge che è stato completamente ricostruito) e altri che a ciascuno verranno in mente.

Ma esiste un’intera isola in cui questo avviene e quell’isola è l’Irlanda. Non è tanto per la presenza così forte del passato, ma all’opposto.  La presenza del passato, di un passato che non è fluire del tempo, ma sospensione puntiforme del tempo,  è così potente, perché l’isola ha una qualità che la pone al di fuori dello scorrere del tempo.  Difatti, quel passato è la sostanza di cui è intessuto il presente. Ovunque si vada, che sia nel mezzo del traffico di Dublino, lungo le strade animate di Cork, lungo le coste frastagliate, nelle foreste, nelle brughiere, sulle colline o sui monti, lungo le stradine di campagna, dietro e dentro il paesaggio esiste un altro paesaggio, simile a quello visibile, ma di consistenza e sostanza  diverse. L’uno è composto di materia, l’altro di energia eterica. Il primo è l’emanazione del secondo. Come se la sostanza eterica si rapprendesse in una proiezione materiale della propria forma.

E’ il suo volto immutabile. Ed è per questo che l’Irlanda parla al cuore di chi vi arriva come pellegrino del cuore. Forse anche i turisti frettolosi, che vanno a visitare le distillerie, i pub, i negozi di souvenir, i monumenti megalitici davanti ai quali si fanno fotografare avvertono quel respiro primordiale e, pur ignorandolo con la mente, se ne sentono avvolti in modo inspiegabile. Provano forse, dentro, una nostalgia a cui non sanno dare nome né spiegazione, di cui non comprendono il significato. Ma è lì, rannicchiata in un angolino segreto.

Che cos’è un cuore irlandese? E’ un cuore che sussurra il canto che sente salire dalla terra, dalle acque, dalle rocce e lo trasforma in parole udibili.

La narrazione degli antichi miti diventa la narrazione bardica e poi tradizione orale di leggende e storie, e poi diventa la  preghiera degli antichi primi anacoreti dell’isola e  diventa un canto gregoriano con caratteristiche molto speciali  e poi diventa lamentazione funebre ritualizzata e  la poesia dei grandi poeti irlandesi della nostra epoca e poi  storytelling dei moderni seanchaì, non affatto diversi dai loro antenati e discorsi che animano il quotidiano.

Il suono e la parola sono la stessa cosa e il suono e l’immagine sono la stessa cosa. Dunque è all’origine del mondo che si deve guardare, quando l’energia non era ancora materia e la materia era già nell’energia. Quando tempo e spazio non erano separati ma l’uno era l’altro.

Fonte sacra- acquaforte

Nelle migliaia di fonti sacre disseminate sul suo suolo, l’Irlanda riversa il cristallo liquido che la nutre e l’attribuzione di qualità taumaturgiche a queste acque trasparenti, che sgorgano silenziose dal sottosuolo, meta di pellegrinaggi e offerte, altro non è che il tributo a questa verità invisibile. I fiumi in Irlanda sono vene in cui scorre la linfa che alimenta il sogno. Le fonti sacre sono uteri che riversano quella linfa vitale e come tali, in passato e ancora oggi, venerate.

L’oppressione inglese ha di fatto conservato, più che annientato, questa trasparenza della realtà. L’ha incapsulata in una teca protettiva e ha impedito che evaporasse.

Un cuore irlandese ride piangendo e piange ridendo, perché tra riso e pianto non c’è distinzione. Solo in Irlanda esiste la merry wake, la veglia funebre in cui si ride, si scherza, si raccontano storie e barzellette, si mangia e si fuma, lasciando che il fumo del tabacco salga al cielo, accompagnando l’anima, che è fatta di fumo eterico e luminoso,  nel suo viaggio. E’ questo che in apparenza rende contraddittorio un cuore irlandese, la coincidenza degli opposti.

Che cosa separa la vita e la morte? Nulla, sono la stessa medesima cosa, ma l’una è immersa nella precarietà del tempo, l’altra se ne è astratta. Essere e non-essere, essenza ed esistenza si incontrano in un unico punto. Quel punto è ineffabile e inafferrabile, ma non precario.

(C) by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

Musica colta contemporanea e arte contemporanea? Il pubblico è diverso.

Su la Repubblica di sabato 8 gennaio compare un interessantissimo articolo di Alex Ross, critico musicale del New Yorker e autore del bestseller finalista al Pulitzer Il resto è rumore. Ascoltando il XX secolo, (Bompiani), dal titolo Per chi suona la musica colta.

Oggetto dell’articolo è la bizzarria per cui, mentre l’arte contemporanea, astratta e non, anche la più ostica, ha ormai un suo pubblico e un suo mercato, che anzi tocca ormai vette  di quotazione direi assurde, come il dipinto astratto N°5 di Jackson Pollock, che ha raggiunto il record di vendita di 140 miliardi (miliardi!) di dollari, non la stessa felice sorte tocca alla musica colta, o musica classica contemporanea, a cui manca un analogo calore di pubblico.

Compositori come Webern, Alban Berg, Boulez, John Cage, Karl Heinz Stockhausen, Shoenberg e molti altri tra i grandi del primo e secondo 900 e viventi, hanno un pubblico fedele spesso fatto di conoscitori raffinati, ma le sonorità assai lontane da quella che si intende generalmente come musica classica non attraggono e anzi respingono il grande pubblico dei concerti.

L’arte moderna e contemporanea, invece, conosce una stagione di successo, soprattutto economico, oltre che critico, mai visto. Staccando di molte, ma molte lunghezze, le quotazioni dei grandi del passato. (Il che è già sospetto).

La prova ne sono appunto le quotazioni da capogiro, le gare tra i tycoons per accaparrarsi questa o quell’opera  e gli inneggi sperticati dei critici.

Lo stesso si dica per scrittori come il James Joyce dell’Ulisse o di Finnegan’s Wake, o Musil, le cui opere ora nessuno si sognerebbe di giudicare improponibili o prive di valore.

Allora perché la musica colta, perfino quella di quasi un secolo fa, che proprio contemporanea non sarebbe più a rigor di termini, non è entrata ormai nella sensibilità e nell’apprezzamento della gente?

Io ricorderei però che anche in passato la musica ha affermato il proprio stile con un certo ritardo sulle forme e gli stili di altri generi artistici.

All’articolo di Ross segue un più breve articolo di Alessandro Baricco, che sottolinea come uno dei motivi di questa osticità della musica colta stia nell’equivoco generato dal credere che musica classica e musica colta siano collegate, che la seconda sia la versione contemporanea dell’altra.

Per quanto le analisi di Ross e Baricco sui motivi della poca fortuna generale della musica colta siano profonde e mirate, nè l’una nè l’altra tengono conto di un fatto fondamentale. E il fatto è questo:

L’arte contemporanea (pittura, scultura, video, insallazioni ecc) ha un tale successo economico, di pubblico e di critica, per il solo e l’unico motivo che il mercato e dunque il gusto, oltre che la moda, sono creati dai critici e dai mercanti d’arte, gli uni in combutta con gli altri.

Chi in genere ammira in una mostra o in un museo un dipinto di Mark Rothko, o di Jackson Pollock, o di Basquiat, o di Emilio Vedova o di chi come loro ha un linguaggio bel lungi dall’essere immediato, ben poco comprende – sono assolutamente  certa – di quel linguaggio. Parlo ovviamente non degli addetti ai lavori, ma dello spettatore generico. Eppure, convinto del valore di quelle opere da centinaia, migliaia di articoli, libri, trasmissioni, mostre, esposizioni e transazioni milionarie e miliardarie, si racconta che ciò che ha di fronte è un capolavoro. Cosa poi sinifichi, cosa gli comunichi. è tutto da vedersi.

Tra il fruitore e l’autore, nel mondo dell’arte moderna, il cui linguaggio, a partire dal Romanticismo, è divenuto sempre meno comprensibile, grazie alla convinzione che l’artista ha da tenere d’occhio un solo fine: la libertà dell’arte,   si sono inserite con successo due figure chiave: il critico d’arte e il mercante.

Il Romanticismo e la sua sete di libertà espressiva hanno fatto sparire, quasi del tutto, la figura del committente, che in genere in passato erano la Chiesa e i principi. Ora la distanza tra il fruitore e l’artista s’è accresciuta al punto che c’è bisogno di chi ti dica cosa significa, che valore ha ecc. E non sempre chi te lo dice parla con onestà. Spesso parla per avidità, per realizzare un profitto.

L’arte sta nelle gallerie d’arte, in mano ai mercanti, non più nelle botteghe e negli atelier degli artisti.  

Questo è il frutto di un grande equivoco, che non è quello di cui parla Baricco, ma un altro, ben più profondo. L’equivoco è che si dà per scontato che l’arte sia qualcosa di immediatamente comprensibile a tutti, una questione di gusto, di pelle, di emozioni. E dunque l’arte ormai classica, essendo entrata nella sensibilità generale, parrebbe non porre più problemi di comprensione.

Invece l’arte è un linguaggio, che è necessario conoscere per comprendere. Come non è possibile comprendere una lingua che non si conosce e al massimo se ne può apprezzare il suono, l’armonia, il ritmo, ma non certo il significato, così anche l’arte e i suoi diversi linguaggi va appresa per essere compresa. L’arte, qualunque forma d’arte e di linguaggio artistico, è lo specchio fedele del tempo che la produce e quindi ne riproduce, spesso in anticipo e in profondità, la visione del mondo.

Il fatto che il linguaggio musicale della musica colta sia meno comprensibile per l’ascoltatore, non è perché – come afferma Baricco – la musica classica e quella contemporanea sono due cose diverse, ma perché c’è una grande carenza di educazione musicale e dunque di conoscenza, quindi sono pochi gli ascoltatori in grado di giudicare e comprendere.

A questo si aggiunga, per maggior chiarezza, che per la maggior parte della gente è difficile in ogni caso comprendere il senso di ciò che accade nel tempo in cui viviamo, perché ci siamo immersi e non abbiamo la giusta distanza critica ed emotiva per farlo. E perché è più comodo lasciare ad altri la responsabilità di consegnarci un senso già confezionato.

L’arte invece è un termometro sensibilissimo dei tempi e ne mette in evidenza il senso e il significato. L’arte è un processo dalla confusione alla chiarezza, diceva Konrad Fiedler.

Ma appunto se ne deve conoscere il linguaggio.

Nel mondo della musica colta non si verificano i fenomeni di sfruttamento economico che vediamo nel mondo delle altre arti, perché si è capito che non offrirebbe grande profitto. Questo si verifica invece con la musica pop e rock o metal o altro che, buona o cattiva che sia, attira orde di fans paganti grazie al baraccone pubblicitario e alla mitologia creata ad arte che la circonda.

Non si tratta dunque di questioni artistiche, ma di vile profitto. L’arte – in tutte le sue forme e manifestazioni – è un linguaggio, che va appreso per essere compreso. Evitando, se possibile, gli intermediari, spesso interessati. Dunque oggi, in mancanza di questi intermediari, il cosiddetto “uomo della strada” non ha strumenti per orientarsi da solo.

Non li aveva nemmeno in passato, tanto che l’arte è SEMPRE STATA un fenomeno d’élite. L’altro equivoco moderno è che l’arte debba essere sempre e per forza un linguaggio popolare e comprensibile a tutti.

Non lo è.

Ecco la risposta alla domanda posta dall’articolo di Ross.

Hawking e Cacciari

Con grande piacere cito le parole di Massimo Cacciari a commento della nuova tesi illogica di Hawking, dato che, esattamente come ho scritto nel mio post precedente, Cacciari conferma in modo chiaro e senza tanti giri di parole, quello che a me era parso subito evidente.

Massimo Cacciari è un noto filosofo e accademico italiano (per alcune associazioni non religiose è un “famoso ateo”). Egli dichiara:

«La tesi di Hawking è illogica. Nulla è più assurdo e antiscientifico di pretendere che un linguaggio specialistico fornisca risposte universali. È una contraddizione logica, quella di Hawking che ha qualcosa di comico e non va nemmeno presa in considerazione. Meglio avrebbe fatto a leggersi la “Dialettica trascendentale di Kant” (da MTV.com).

Allora ecco che il problema da me sollevato: ma che idea di dio ha Hawking? è il punto fondamentale della questione.

Sospetto che anche Cacciari deduca, dalle parole di Hawking, che il dio dello scienziato sia il buon vecchione barbuto dell’immaginazione popolare. Infatti il dio inesistente di Hawking, ha di fatto da esistere, dato che lo nega e per negarlo ne deve avere un concetto.

Cito Cacciari, che conosco e ammiro immensamente, perché lo ritengo una delle rarissime teste pensanti oggi in Italia. Una delle poche menti LIBERE in un paese di servi.

La libertà è sempre relativa, perché siamo condizionati da mille fattori, ma anche nella relatività delle sue possibilità, c’è chi vive tendendo a. La libertà di pensiero è certo un lusso che pochi si concedono. Ma quando si trova una mente libera e coraggiosa come quella di Cacciari, che sollievo!

Una ventata d’aria pura in un paese che ormai è affondato nel bitume, come oggi è l’Italia.

La Strega Bianca di Francesca Diano

La mia storia d’amore con l’Irlanda inizia molti anni fa, a Londra, negli anni 70, con quello che io ormai ritengo uno di quei miracoli con cui la vita ci sorprende. Quando, cioè, il libraio antiquario che era divenuto un amico – passavo nella sua misteriosa caverna delle meraviglie quasi tutti i giorni – mi consigliò di acquistare un piccolo volume anonimo intitolato  Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland, pubblicato da John Murray nel 1825. Bellissima edizione originale, costellata di preziose incisioni.

Ciò che mi venne da quel libro, il valore e significato di quel libro e quello che vi scoprii è narrato nel post che potete leggere su questo blog, Thomas Crofton Croker, Leggende di fate e tradizioni irlandesi.

https://emiliashop.wordpress.com/2011/01/29/thomas-crofton-croker-leggende-di-fate-e-tradizioni-irlandesi-traduzione-e-commento-di-francesca-diano/

Quel libro, una preziosa rarità antiquaria, iniziò a fin da subito parlarmi e mi spinse – direi, mi costrinse –  a scoprire un mondo che mi era ignoto e che mi avrebbe aperto le porte di una nuova fase della mia vita ma, soprattutto, mi avrebbe fatto trovare una patria che inconsapevolmente cercavo da sempre. L’Irlanda mi stava chiamando e mi apriva le braccia.

Ma prima di arrivare in Irlanda, molti anni sarebbero passati e molte cose sarebbero accadute. Tra queste la pubblicazione del libro di Croker in italiano, per cui mi ci vollero molti anni, perché i vari editori a cui lo proponevo non parevano essere interessati a quel tesoro, che era stato nientemeno che il primo libro di leggende orali mai pubblicato sulle Isole Britanniche, tradotto dai fratelli Grimm in tedesco e di un autore che era stato il pioniere del folklore irlandese. L’Irlanda, quando io agli inizi degli anni 80 proponevo quel libro, non era ancora di moda nel nostro paese provinciale e i nostri editori, provinciali quanto la nostra cultura, non pensarono avesse un qualche interesse. Finalmente, nel 1998 e con l’Irlanda ormai protagonista culturale anche da noi, il libro venne pubblicato da Neri Pozza.

Ma nel frattempo io ero ormai diventata una studiosa di folklore irlandese e venni chiamata in Irlanda ad insegnare all’Università di Cork.

Ed è da tutto questo che è nato il mio primo romanzo, La strega bianca.

Quando andai in Irlanda per insegnare, ma  soprattutto per approfondire le mie ricerche e i miei studi sul folklore irlandese, mi sono trovata di fronte a una realtà che superava di molto la mia immaginazione e le mie conoscenze  sulle bellezze e sulla magia di quest’isola meravigliosa.

La gente, i paesaggi, l’amore per i miti e la persistenza di una ricchissima tradizione folklorica mi hanno spinta a scrivere un romanzo che unisse tutti questi aspetti e che rendesse la magia, il mistero che si respira ovunque. In cui respirasse la bellezza, la dimensione onirica, la potenza della natura e delle sue energie.

Di che narra? Di un  viaggio in Irlanda alla ricerca di un mistero da scoprire. Di una storia d’amore che appartiene a un’altra vita. Di una donna che è strega e veggente. Della bellezza e della magia dell’isola, della potenza del femminile come agente di trasformazione. Un viaggio nel tempo e nello spazio, doppiato da un viaggio interiore. Attraverso l’incontro con la bellezza di una natura  intatta, con la ricchezza di una tradizione di miti e di leggende, con la dimensione magica e fiabesca, Sofia ritrova una parte di sé che non conosceva se non per lampi.

            Sofia arriva in Irlanda mentre ancora sta vivendo una storia d’amore tormentata e nebulosa. Si lascia alle spalle un mondo fatto di sofferenza e incomprensioni. Come bagaglio si porta dentro l’amore incondizionato per questa terra e la capacità di vedere.

            Gli avvenimenti del presente si intrecciano con flash back di un lontano passato, seguendo un percorso a spirale, come parti di un puzzle che deve essere ricomposto.

            I moti del cuore sono un’eco dei paesaggi magici  e delle varie voci che alla sua si intrecciano e si sovrappongono. Una storia in cui la dimensione del femminile ha un ruolo centrale. Così come la terra madre che la genera. Ed è in questa isola magica che si rivela il volto guaritore della Grande Dea.

            L’Irlanda e i suoi abitanti, i suoi miti e i suoi paesaggi, si fanno mezzo di guarigione e rinascita. La struttura circolare del racconto si snoda seguendo la visione del tempo propria degli antichi Celti così che la fine della storia è anche il suo inizio.

Ma soprattutto questa è una ricerca delle radici profonde del femminile, della consapevolezza, del potere trasformatore che il principio creatore femminile possiede. E’ un percorso interiore alla ricerca di se stesse che, come ogni percorso interiore, richiede di superare delle prove, di affrontare le ombre, il dolore sepolto per poi rinascere.

Allo stesso tempo ho cercato, perché questo era per me importante, di costruire il romanzo in modo da riprodurre il senso del tempo e dello spazio che era proprio degli antichi Celti. Un tempo che non è lineare, ma circolare, e uno spazio  “il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo”. Dunque la struttura è quella di una sorta di puzzle, in cui tempo e spazio di eventi e luoghi del passato si intrecciano a quelli del presente, di fatto annullando il confine tra visibile e invisibile, tra presente e passato.

E’ questa la sostanza del romanzo, che può leggersi come un romanzo di viaggio, come un viaggio interiore, come un’esperienza iniziatica, come un romanzo di formazione o, se si vuole, come un fantasy. Tutti questi generi si uniscono a formare una storia  in cui ho voluto riprodurre il senso del magico e del sogno che è proprio della cultura irlandese e che emerge dalle leggende, dalle fiabe e dal folklore.

(C)2011 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

IL VALORE DEL PASSATO

 

 

Che valore può avere il passato per noi? Penso che nessuno metta in dubbio che ciò che siamo oggi è la somma di tutte le nostre esperienze, avvenimenti, emozioni vissuti. Delle conoscenze che abbiamo accumulato e delle lezioni che abbiamo o non abbiamo imparato.

Eppure, rimanere ancorati al passato è come vivere in una morsa, in una gabbia che ci toglie ogni libertà, perché ci impedisce di vivere il presente. E la vita non è altro che un eterno presente.

Il tempo, come noi lo concepiamo, è solo una convenzione umana, respira solo nella dimensione dell’esistenza  che ci fa esseri che “sentono”. E l’esistere è sentire. 

Ma l’esistere è cosa dell’istante, l’Augenblick di  cui parla Goethe nel Faust. “Istante fermati. Sei bello!” dice Faust, nella sua assetata ricerca del senso della vita. Noi “esistiamo” perché in quella esperienza – e non in un’altra – percepiamo noi stessi essere. Dunque il senso è nel presente.

E allora, che valore ha o deve avere per noi il passato? Ecco, io penso che  il passato non come fardello debba intendersi, come ancora a cui rimanere attraccati e bloccati, ma il passato come serbatoio di futuro. Perché noi siamo la somma del nostro passato, del nostro presente e del nostro futuro. Ma non tanto, o non solo come individui, ma come umanità.

Penso all’immenso patrimonio dei miti, della tradizione orale, in cui è racchiusa, e ancora solo in minima parte esplorata, la risposta a chi noi siamo. E’ tutto lì, racchiuso nel passato e galleggiante, come un immenso universo sommerso, sul mare del tempo.

C’è un dipinto famosissimo di Paul Gauguin, “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” che dipinse nel 1897, poco tempo prima del tentativo di suicidio. E mi immagino che quel dipinto abbia significato per lui la ricerca disperata di un senso a se stesso. Forse più che una domanda sul senso collettivo dell’esistenza umana, la ricerca del significato del proprio destino, del proprio essere nel mondo.

Nessuna cultura ha mai cancellato, condannato, eliminato il passato come stiamo facendo noi. E il risultato non è la capacità di vivere nel presente. Tutt’altro. Perché il presente acquista valore solo nella prospettiva di  un passato riconoscibile, di un passato che diventa fonte e origine. Un presente svincolato da una continuità fluida diventa per forza di cose una superficie senza profondità. E l’assenza di profondità, di radici, genera angoscia.