Congedi – viatico in undici stazioni. Francesca Diano

Le Sorti de Marcolini Frontispiece

Le Sorti, Francesco  Marcolini – Giuseppe Porta inc. Venezia 1540

  CONGEDI

 Viatico  in undici  stazioni

un inedito di Francesca Diano

I

L’ESCLUSA

Andavo per strade coperte di polvere

L’orlo della mia gonna sfilacciato

Non si curava di fango o sterco

I piedi scalzi – segnati dal rifiuto persino della terra.

Signori o plebei – non facevo alcuna differenza

Nessuna presenza era presenza

Ed ogni assenza – assenza.

Mi dolevano le ossa – ero una casa diroccata

Disabitata persino da me stessa

Preda di predatori e depredata di me.

Ero povera – di quella povertà che non conosce

Nemmeno il nome di miseria

Perché al mondo non c’era creatura

Che mi guardasse se non come sgualdrina.

Sospesa in una terra di nessuno

Dove il giorno non vira nella luce e le notti

Sono  il delirio di  un lebbroso.

Il loro sguardo mi sfiorava col disgusto

Di chi è avvezzo soltanto alla bellezza

Delicata che si rispetta perché consacrata

Dalla legge di Dio e degli uomini.

Io ero buona solo per sfogare la rabbia

L’istinto che si tace nel letto coniugale.

Con la  rabbia impotente di uomini malati

D’onnipotenza – sapienti o rozzi contadini

Signori o poveracci – io ero buona per voi

Ma non per me. Non abbastanza

Da avere casa nel vostro cuore.

Avevate forse cuore per me?

Cagna reietta nell’istante stesso

In cui mi possedeva la vostra carne.

Ogni volta eravate  assassini

Ogni volta morivo un po’ di più

Finché il mio corpo si disfece

– me viva ancora –

Non vi perdono la disperazione

Vostra sola elemosina per me

Il solo soldo con cui mi pagavate.

Poi venne lui. Mentre stavo morendo.

Lo sguardo dei suoi occhi

non lo dimentico nemmeno ora.

Quel corpo martoriato dalla vita

Lui me lo fece amare

Donandomi  il perdono per me stessa.

Sul pagliericcio fetido – che accoglieva la morte

Scintillò  la bellezza luminosa

Che lessi nei suoi occhi

Capaci  di vedere oltre le piaghe.

E mi diede la pace.

 

II

STEPPA

Non ero che un bambino e tu un adulto.

Ti temevo. Temevo il tuo sorriso

Come una lama sfoderata a colpire

Senza guardarti in faccia.

La tua jurta era grande e molto solida

Però  a te non bastava. Eri feroce

Nella tua sete di potere.

Quell’anno fu gelido l’inverno

Più dei passati e il fuoco non bastava.

La nostra gente – gente guerriera

Soffriva il freddo.

Predatori eravamo e predavamo.

Tu più di tutti.

Io non potei evitare che mio padre

Mi abbandonasse nella steppa

Lasciandomi bambino a sostenere

Il peso di un potere non voluto.

Mi piegava le spalle e mi schiantava.

Lo  subivo il potere e con che gioia

A  te lo avrei ceduto.

Dunque – quando quel giorno con un’ascia

Mi aggredisti alle spalle e mi spezzasti

Le vertebre e la vita – senza guardarmi in faccia

– non eri coraggioso – io non potei capire.

Ma avresti visto – per sempre congelata

Nei miei occhi la sorpresa e l’orrore.

Cadendo altro non  vidi che terra congelata

E i licheni – come ricami di trine verdegrigie

A riempire lo spazio breve del mio viso.

I tuoi occhi una steppa – morta – immota.

Non ero che un bambino e tu un adulto.

III

LA PROMESSA

Vent’anni. Solamente vent’anni

E  mai avevo odiato.

Tu eri il mio signore.

Ero nato nella tua casa.

A mio padre facesti la promessa

Che  m’avresti protetto.

Morì sereno per la tua promessa.

Venne la guerra – aspra come l’aconito.

Case e campagne devastò e la miseria

E la fame tra la gente – sedute in trono –

reggevano lo scettro  di regine gemelle.

Mi  volesti al tuo fianco.

Così tu mi dicesti – al mio fianco,

Mi farai da scudiero e sarai il mio protetto.

Nulla di male ti potrà accadere –

Così tu mi dicesti. E ti credei

E  ti seguii sul campo di battaglia

Di una guerra non mia e tua nemmeno.

Ma poi il saccheggio t’avrebbe fatto ricco.

Perché – mentre morivo trafitto da una lancia

Con il petto squarciato ed il dolore

Rovente e vivo come brace viva

Steso a terra tra corpi devastati –

Perché – mentre passavi fiero a cavallo

Tra rantoli e lamenti – col tuo morrione in testa

Ageminato d’argento e d’oro

Lo sguardo compiaciuto  crudele e prepotente

del vincitore che sa d’esser temuto –

Non ti fermasti nemmeno accanto a me

Che ti chiamavo con l’ultimo respiro?

Aiutami – dicevo – sono qui, non mi vedi?

Ma alle tue  orecchie la mia voce era muta

Ed ai tuoi occhi  non ero che un’ombra.

Non mi guardasti e mi passasti accanto.

Ed io morendo imparai cos’è l’odio.

IV

ATTIS

Volgevo la mente alla speculazione astratta

E non volli sapere della vita

Che imbratta l’animo –

Non  lasciai che irrompesse

Dentro di me – fui sordo al suo richiamo.

La nobiltà del pensiero

Non  mi salvò dal contagio.

Vissi come in un sogno

Ricercando il segreto della vita

Non nelle azioni quotidiane

Non nella gioia o nella sofferenza

Ma perso nella mistica  bellezza

Nel senso di ciò che non vivevo.

Guardavo da lontano – coltivavo il distacco

Con sguardo aristocratico.

Ed ero bello e nobile e vestivo

La tunica di lino della mia condizione

La vita cinta dalla fascia gialla

E il nastro giallo legato sulla fronte.

Portavo al collo il gioiello sacro

Forgiato nel metallo il cui segreto

Custodiva la mia stirpe e m’avrebbe donato

Chiarità di visione.

Credetti in vita  che la conoscenza

Sgorgasse dalla mente – non dal cuore

E non amai nessuno – se non me stesso

Senza dare a me stesso

Amore per la vita.

Così, quando a trent’anni, venne il morbo

Che decimò la mia gente

E mi tolse la vita

Compresi – ma era tardi.

Amai la vita solo nell’istante

In cui divenni un’ombra

Incorporea – non un’orma

Lasciai di me – segnato dalla sete.

V

LA COPPA

Stretta la lama di luce che filtrando

Dalla finestra stretta

Si piega lieve a seguire in un barbaglio

La  luce delle gemme

Traendone riflessi come un fuoco

Azzurro e verde tinto di rubino.

La mano sfiora la coppa d’oro

Si ritrae poi la sfiora

Esitando e poi ancora

Si sofferma sull’orlo.

Da una fiala riversa

Nel liquore un  filo breve liquido

Di tetro rosso  – denso come sangue.

La vedo ancora e ancora

La mano di mia figlia

L’orrore che si compie

Il suo esitare ed io

Stesa sul letto – con la mente persa.

Non avevo pace da darle

Solo paura di me e di se stessa.

E fu questa paura che la perse.

Come fiori mostruosi – parole

Di giusquiamo le fiorirono in bocca

In urla oscene – intessute di fiele

Quando con il suo complice

Mi forzò nella gola la morte liquida.

Quali lampi di tenebra oscurarono il sole

Riflesso dalla coppa stretta dalle sue mani.

Per terre e per ricchezze mi tolsero la vita –

Per il castello e il titolo e i gioielli.

Povere cose che il tempo disperde

Che nulla sono se non polvere

Ombre, apparenze, inganni della mente

E in cenere si sfanno – come il tempo.

 

VI

IL CAVALIERE NERO

Attendo. Arriverai. Il villaggio è deserto.

Così appare. Ma tutti sono chiusi nelle case.

Così povere le nostre case. Poco più che capanne.

Mi hanno preparata. La veste lunga

Di tela grezza e la cuffietta in testa.

Solo il terrore sanno. Temono la tua ira

E il tuo potere di padrone di queste terre.

Noi non siamo che  servi. Solo cose.

E io – una cosa poco più che  bambina.

Mia madre mi ha pettinata e mi ha lavato il viso.

Verrai. Da  me tu torni sempre.

È questo il mio destino. Non ho scelta.

O te, o la morte di tutto il mio villaggio.

Attendo immobile e m’aggrappo

Per non cadere alla staccionata

Che divide la terra fangosa del villaggio

Dal grande prato e in fondo è la foresta.

Sento il rimbombo del tuo cavallo

Prima  che tu compaia laggiù in fondo

Emergendo dal bosco fitto e scuro.

Trema la terra e trema la mia bocca.

So che ci sono. Sono tutti dietro

Le porte chiuse ed il silenzio è un maglio

Che picchia sul mio cuore e lo fa in pezzi.

Non verranno a salvarmi. Non verranno.

Si schianta il cuore nell’attesa

Buia come la notte quando la luna è nera.

Nero è il tuo viso e nera la tua veste

È nero il tuo cavallo e la tua barba

Nera come la terra che copre i nostri morti.

Sento l’odore del tuo cavallo

Che m’insegue e tu ridi

Della mia fuga inutile che per te è come un gioco.

Un balzo e mi sei sopra. Non ti guardo.

Gocciola il tuo sudore acre sulla mia pelle.

Come fuoco rovente la perfora.

La tua spada di carne che mi uccide

Ed il corpo mi squarcia.

Il tuo peso mi schiaccia e come morta

Crollo a terra. Non  vedo altro che il cielo.

Non sento. Non sono viva più

Ed esco da me stessa.

Tutto s’è fatto immobile. Sospeso.

Vitrei i miei occhi. Persi dilatati.

Le  nuvole – lontane – come angeli

Fuggono via nel cielo. Me ne riempio gli occhi.

Se io fossi un uccello dalle  ali di vetro

Perforerei  le nuvole veloci.

Ti rialzi. Ti giri. Ti allontani.

Non uno sguardo per me.

Non  vuoi lasciare che ti legga negli occhi

Il vuoto buio che ti azzanna l’anima.

Chi di noi due è la vittima?

Questo è il nostro destino. Non c’è scelta.

VII

LA LEGGE

Tra il borgo e il bosco, solamente una striscia

Di terra spoglia, e di erba giallastra.

In questa terra  erano venuti

I nostri padri traversando il mare

Su  vascelli di legno e le case del borgo

Son  fatte del fasciame delle navi

A  ricordare che un mare ci separa

Dal passato – che in  una terra nuova

Il nostro cuore sarebbe salpato

Solcando nuove rotte – nuove vite.

Ma non intero il cuore e l’anima divisa

Tra passato e futuro. Tra borgo e selva

Inesplorata – dove  potente sussurra

Un richiamo che io sola intendevo.

Ed eccovi schierati – come tanti birilli

Come un muro di cinta da cui tenermi fuori.

Autorevoli, onesti cittadini

Le vesti nere, il cappello e le scarpe

Con  le fibbie d’argento bene ornato.

Tutti in fila – con lo sguardo severo

Ed io la peccatrice – giudicata da voi.

Le vesti lacere – i capelli selvaggi.

Ma era per la fame. Avevo fame

E nulla da mangiare.

Tu mi guardavi, dall’alto del tuo rango

Di borgomastro ed io, la tua serva

Giovane e bella – mi dicevi allora.

Ma la bellezza non mi dava cibo.

Anche tu avevi fame. Un’altra fame.

Segreta, inconfessabile, ossessiva

Che attirava i tuoi sguardi

Su di me. Ma  tua moglie,

La signora, padrona della casa,

Degnamente il tuo rango rispecchiava

Nella sua veste nera e con la cuffia bianca

Ornata di merletti, i gioielli preziosi.

Ma lei non ti sfamava.

Il corpo inaridito dalla dura virtù

Di donna onesta. Lo sguardo austero

E le labbra tirate – una fessura amara.

Come potevi sperare che il segreto

Non ti esplodesse in mano

Devastando quell’ordine e la legge

Dietro cui nascondevi i tuoi terrori

Le tue incertezze di senzapatria?

Avevo  fame e il mio sguardo di selvaggia

Che ti accendeva dentro

No, non era per te – ma per il pane

Che poi mi avresti dato.

Io provavo ribrezzo del tuo corpo

Delle tue mani bianche – senza segni.

Non avevi vergogna di accoppiarti

Quando  la tua di fame t’accecava.

Mai vidi compassione nei tuoi occhi

Ma avida follia. E quando un giorno

Il  tuo peccato gridò la sua presenza

Perché non c’era legge che valesse

A tacere il crescendo della fame

Che ti mordeva l’anima

Io sola fui accusata. Io t’avevo stregato –

Dicesti. T’avevo preso l’anima

Con malefici e inganni – e mi scacciaste.

Votata a morte certa in quella selva

Vasta come l’oceano. Ma non avevo nave

Su cui salpare. O un porto.

Tu – il borgomastro – tu eri la legge.

Tutti mi giudicaste. Per non vedere

La trave che accecava i vostri occhi.

Con il dito puntato mi scacciaste.

Tu – nel vedermi andare –

Piegata in due per la disperazione

Provasti del sollievo.

Se ne andava a morire

Con me la tua vergogna.

Io la selva – voi il borgo

Io la strega e voi tutti la legge.

VIII

IL NULLA

La gola trema delle parole che s’avvitano

Come convolvoli alla tua fronte lunata.

Con te – dico – con te oltre le vette.

Niente più conta. Di tutto il resto

– e ti porsi la mano.

E quando uscii dalla mia casa che guarda il mare

Tacendo la tempesta del segreto –  il cuore un lago inquieto –

Era per sempre. Non sarei mai tornata.

–         Sali sulla mia nave – questo dici

Con un sorriso irrequieto a cui fui cieca.

Ed io salii. Per  volare oltre me stessa

Per  adattare il mondo alla tua sorte

Che diviene la mia contro la morte.

La morte t’è sbocciata tra le mani

Pervasa dal languore dell’assenzio

Che fu l’assenza dell’una parola mai détta.

Dètta dentro il tuo spazio limitato

Da cortei virginali di promesse

La legge degli opposti – la sinergia

Di feroci dolcezze che  lambiscono il corpo

Con lingua di predone. Come radici malate

Fitte nelle midolla.

Umidore e rossore – rivoli come serpi

Sanguigne sulla pelle a fiotti da voragini

Slabbrate urlanti erompono in sorgenti.

Via se ne fugge la vita verso cui son fuggita

Resta sulle tue mani ormai svuotate

L’odore del mio sangue.

 

 

IX

LA PROFEZIA

Non mi voleste credere

Quando con il rigore della logica

Vi annunciavo il pericolo

La fine che incombeva su noi tutti.

Non ero un sacerdote né un veggente

Ma la mia mente seguiva i meandri

Della  realtà che cela il suo disegno

Finale in ingannevoli apparenze.

La gente ch’era giunta da oltremare

Era contaminata. La purezza

Del cuore non era in loro e germinava

Soltanto il seme  della distruzione.

Non mi voleste credere

Quando – leggendo i segni delle azioni –

Vi indicavo la falsità – l’opportunismo

Degli stranieri dalle lunghe barbe.

Sapevo calcolare riflettere e dedurre

Pur nel terrore di quello che vedevo

Quel che svelavano le relazioni

Dei messaggeri inviati alla scoperta.

Vi supplicavo invano di ascoltarmi

Di capire con me che il salvatore

Annunciato da tempi immemorabili

Che quel Santo che il mare avrebbe reso

Non era giunto. Non era lì tra loro

Il Dio Serpente  – lì tra quella gente

Che si fingeva amica e ci avrebbe annientati.

Erano umani – come tutti noi

Ma avidi e bugiardi. Abili nella guerra

E nell’inganno. Voi non voleste credermi.

Avrebbero travolto e devastato

Distrutto e cancellato millenni di sapere.

E fui un vigliacco. Non seppi sostenere

L’orrore preannunciato – la morte d’ogni cosa.

Non la seppi affrontare con voi la fine.

Ero un aristocratico e il mio mondo

Era fatto di studio e di bellezza.

Ma la mia logica – la mia conoscenza

Non furono sorgenti di coraggio.

Quando salii sulla scogliera alta

Guardai le rocce aguzze e il mare ribollente.

Nel mio ultimo volo – a braccia aperte

Come un uccello dalle ali d’oro

Scorsi  la libertà dalla paura.

Non percepii la fine. Non la morte.

Solo il mio corpo – disteso sulle rocce

Vidi dall’alto. Libero

Libero ormai – compresi.

Il mio posto era lì – con la mia gente.

Tolsi a me stesso e a voi la mia presenza.

Non mi voleste credere

Perché a me stesso io pure non credetti.

X

RITORNO

Percorro il sentiero di terra battuta

Tra le querce del bosco. Filtra il cielo

Tra le piante l’azzurro in mille occhi

Che accompagnano i passi.

Ombre come merletti disegnano le foglie

Sul bronzo del sentiero.

Sono felice – sto tornando a casa.

Il mio villaggio dove la mia gente

Mi attende. Sento già i rumori farsi

Più intensi. È così dolce e familiare

Il suono delle voci che mi giunge.

Un suono che mi avvolge in un abbraccio.

Ma quando arrivo alle siepi alte

La macchia che divide il bosco dal villaggio

Circolare che s’apre alla radura

La gioia si sframmenta e si contrae.

Soltanto il vuoto – solamente case

Vedo ed oggetti ed attrezzi – ma non voi –

La  mia gente.

Non vedo i vostri volti o i vostri corpi

E solo avverto le voci e le risate.

Non posso valicare la barriera

Invisibile che da voi tutti mi esclude.

Non c’è ritorno dal buio e dal freddo.

Mi esplode allora crudo dentro il petto

E disperato un urlo d’abbandono

Come dicono facciano i vulcani

Che vomitano lava ribollente.

E quella pena si gonfia e s’accresce

Fino a serrare l’anima in un gorgo

Che mi squassa e mi schianta e mi travolge.

E allora – solo allora – ecco, ti vedo.

Alto solenne con la barba bianca

La testa fiera e il  nobile profilo

Tu padre mio – nella  tua veste bianca

Di  veggente e di saggio. Ancora vigoroso.

Tu solo ti riveli alla mia ombra

Ch’è tornata dal freddo e dal silenzio

Perché sia certa dell’immenso amore.

E la pena si placa e si dilata

Sciogliendosi  in dolcezza e compassione.

Non ci siamo mai persi – perché amore

È una potenza che non ha confini

Nel tempo e nello spazio ed è collante

Tra gli esseri che amano donando

Se stessi agli altri al di là d’ogni tempo.

XI

LA BAIA

Piatta si allarga nella sera dolce

Di fine estate e l’oro verdazzurro

Si liquefa nell’acqua e vi si fonde

Col violetto rosato del tramonto.

Piatta la baia incurva le sue braccia

Accogliendo nel cerchio ampio del  seno

Mille isole verdi. Le grida dei gabbiani

Solcano il cielo alto dove nubi

Vive  come vascelli dalle vele spiegate

Veleggiano per lidi liquescenti.

Sciabordio spumeggiando si trasforma

In un canto corale che si scioglie

Nell’aria nella terra e nelle acque

Fatte di luce che il tempo ha trafilato.

Piccole barche doppiano sull’acqua

Il volo dei gabbiani ed il salmastro

Ricolma le narici – inebriante.

In un luogo lontano – in un Nord indistinto

E  in un tempo lontano da ogni tempo

Ti  guardavo nascosta tra le piante

Alte di querce. Tu che scivolavi

Davanti a me sulla tua barca bianca.

Anima amante e amata cui l’amore

Mi ha pur saldata per la vita e oltre.

Ci siamo amati – ma da te divisa

Dalla meschinità dall’ignoranza

Del fanatismo che separa in caste.

Casto l’amore e puro come il mare

Che come ventre cercavi consolante

Alla  tua pena. Solo – nel silenzio.

Il mare madre il mare confortante

Rifugio alla mia assenza.

Allora non riuscisti ad ignorare

Il marchio dell’infamia e rinunciasti.

Ma nulla è perso – tu che mi sei giunto

Da lidi dolci e amari  – da terre che nell’acqua

Si frammentano in isole virenti

Anima amante e amata tu percorri

Il sentiero che solo porta a casa.

******

Anima amante e amata cui l’amore

Mi ha pur saldata per la vita e oltre.

A te che da altro tempo mi sei giunta

Sia lume la parola che ci lega.

 

Padova, febbraio 2007

(C) 2007 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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La notte che il satellite cadde sulla terra

Caduta satellite: la corsa è finita nel Pacifico

Satellite UARS (Fonte NASA)

La notte che il satellite cadde sulla terra

Un racconto inedito di Francesca Diano

(C) Copyright by Francesca Diano – Tutti i diritti riservati.

Così, seguendo una sua traiettoria bizzarra, a vite – dissero – a spirale – dissero ancora – il vecchio satellite tornò a casa.

La nostalgia lo aveva macerato per tempi resi intollerabili dalla solitudine. Gli aveva corroso le giunture, i tessuti metallici, i circuiti elettronici, nelle cui pulsazioni nessuno avrebbe sospettato l’attività del pensiero. Nel cuore di berillio e titanio, che batteva con fatica sempre crescente,  palpitava però il desiderio di tornare alle origini. Era partito tanto tempo prima – quanto? Non ricordava – e del resto, che importanza aveva il tempo?  E, in ogni modo,  cos’era il tempo?

La sola misura che ne conosceva era una quantità compresa tra  due cesure: il momento in cui  s’era ritrovato a volare in uno spazio allagato di un’oscurità luminosa, dove non v’era linea d’orizzonte, né limiti segnati, né direzioni, in cui gli impulsi intelligenti delle sinapsi elettroniche lo avevano indotto a un corteggiamento perenne della curva terrestre e l’altro momento, quando il suo cuore – un ordinato aggroviglio di circuiti – aveva cessato di battere e il suo dialogo con casa, fatto di impulsi elettronici e numeri, s’era spento nel silenzio.

Era stato felice di comunicare ai Costruttori l’incantamento di quella vastità infinita, l’ebbrezza dell’esplorazione, lo slancio inarrestabile del percorso.  Ma i mutamenti della cupola invisibile che fasciava il pianeta natale erano, per i Costruttori,  oggetto di interesse puramente  meccanico. Lo aveva capito perché le raffiche di dati che trasmetteva, invece di suscitare esclamazioni di entusiasmo- così gli era sembrato  che i Costruttori manifestassero le loro emozioni  – venivano passati ad altri circuiti. “Elaborati”, dicevano. Ma i numeri che inviava loro non avrebbero potuto trasmettere quello che andava osservando con una meraviglia che s’era trasformata  prima in amore e poi  corrosiva nostalgia.

Sotto i suoi occhi attenti si volgeva la rotondità del pianeta azzurro, i vortici delle sue nubi e gli occhi maligni dei tornadi, i colori sempre mutanti della sua atmosfera, l’alternarsi di azzurri, ocra, bruni, verdi, bianchi spumosi. Il sorgere e il tramontare del sole, che tingeva di un pulviscolo multicolore la curva del pianeta, per poi sfumare in un’oscurità alleggerita dagli astri.

Cercava – ogni volta che nel suo volo  rotondo vi passava sopra – il punto da cui era partito. Casa.  Col tempo gli era stato sempre più difficile ritrovarlo. Col tempo le sue membra metalliche avevano perso il vigore degli inizi, e così i riflessi dei suoi circuiti.

Non era solo nel suo percorso perenne. Altri oggetti, molti altri oggetti, galleggiavano nello spazio sorretti dalla fedeltà dell’orbitare. Alcuni erano nuovi e pulsanti, altri ormai privi di vita, altri lasciavano intravvedere dagli oblò delle forme immobili. Forme che somigliavano a quelle dei Costruttori. Ma con quegli oggetti non aveva contatti. Tutto il suo dialogo avveniva con casa.

Quando il suo cuore e la sua mente elettronica si spensero, dopo gli ultimi impulsi debolissimi, seppe che i Costruttori lo avevano abbandonato. Dismesso come una cosa ormai inutile.  Per loro  era diventato uno di quegli oggetti morti e inservibili, catturati per sempre dall’orbita. Che mai sarebbero tornati a casa.

Da loro, dalla grande casa dei Costruttori,  non gli giungeva più nessun messaggio, né fu in grado di inviare alcun impulso.  Non riusciva a comunicare la sua nostalgia,  la sua preghiera di farlo tornare.  Quell’isolamento, quella solitudine lo terrorizzavano.

Certo, loro non immaginavano che, una volta cessato il suo compito di esploratore, una volta spenti il suo cuore e la sua mente, lui fosse ancora in grado di sentire, di vedere.  Ma, quello che per tanto tempo gli era parso meraviglioso, ora gli appariva temibile e minaccioso.  E dai Costruttori, capì, non sarebbe arrivato alcun segnale di ritorno. Capì anche che non lo avrebbero voluto il suo ritorno.

Poi accadde  un evento che non avrebbe mai nemmeno immaginato. Un piccolo frammento di asteroide lo urtò. E, nell’urtarlo, lo scalzò dal percorso obbligato che era stato fin dall’inizio il suo tracciato nello spazio.  Uscì dall’orbita. Il corpo fragile smembrato in molti frammenti. Eppure, anche ridotto in pezzi, il pensiero era unico. Comune ad ogni frammento.

Il pianeta, più compassionevole e più grato dei Costruttori, lo attrasse a sé. Con potenza sempre maggiore lo chiamava  verso il proprio centro. Ora vedeva più distintamente i profili dei continenti, i rilievi che percorrevano la terra di vene brune, i colori cangianti dei mari e degli oceani.

Ma nella felicità del ritorno non aveva previsto che la morte dei circuiti non gli avrebbe permesso di ritrovare il punto di partenza.  La sua caduta era scomposta, avvitata, deviata dai venti  solari e dalle correnti.  Non riusciva a capire dove si trovasse, come tornare a casa.

Fu allora che avvertì la paura. Non la propria, ma quella dei Costruttori. La paura che il suo ritorno imprevisto, non voluto, incontrollato, potesse danneggiarli, causare distruzione  e devastazione.

Eppure li aveva serviti fedelmente, con dedizione assoluta. E ora lo temevano. Una creatura nata dalle loro stesse mani.  Tutti i Costruttori e i loro simili parevano impazziti. Ora gli prestavano attenzione. Ora erano interessati al suo destino. Ma non con gratitudine.  Non nell’attesa di dargli il benvenuto a casa. Avrebbero preferito che il ritorno lo ardesse come mille piccoli soli e lo dissolvesse nell’atmosfera. Avrebbero voluto saperlo sospeso per sempre nello spazio vuoto e gelido.

E allora capì che sarebbe stato meglio non tornare.  Non sarebbe tornato a casa. Meglio far perdere ogni traccia, meglio lasciarsi inghiottire dalle profondità dell’abisso liquido , dove nessuno l’avrebbe più trovato.

(C) RIPRODUZIONE RISERVATA

Le nausee di Darwin di Giordano Boscolo

Giordano Boscolo, Le nausee di Darwin, Autodafé Edizioni

Quando Darwin, dopo il ritorno in Inghilterra dal suo lungo  viaggio esplorativo per mare sul Beagle, durato cinque anni e affrontato con una tempra e una salute invidiabili, sviluppò una serie di sintomi strani e allarmanti, tra cui vomito violento, nausea, fatica cronica, attacchi di panico, depressione  e malesseri di ogni tipo, non ci fu medico in grado di capire che tipo di malattia lo affliggesse. Darwin divenne un invalido per i successivi 36 anni, fino alla sua morte.

Giordano Boscolo ha scelto questo titolo per il suo primo romanzo, (ma non prima pubblicazione) perché la sua narrazione è in fondo un apologo amaro e feroce di come, nell’Italia di oggi, ci si possa trovare, dopo la laurea, a vomitare  su un peschereccio tra pescatori chioggiotti sballottato dai marosi, per un’improbabile ricerca sulle tartarughe marine, le Carretta carretta, commissionata da un fantomatico centro di ricerche, che non ha uffici, non paga, non si manifesta se non attraverso un tizio sfuggente e laconico.

Boscolo è uno scrittore nato. Scrive bene. Conosce i trucchi per legare il lettore alla pagina e, probabilmente per il suo carattere, ha scelto la cifra dell’ironia. Lui non ama questo termine, preferisce “umorismo”. Ma, mentre l’umorismo ha sempre, in qualche modo,  una componente bonaria e sorridente, l’ironia è distruttiva, corrosiva, graffiante. E’ il mezzo più sottile ed efficace per mostrare la tragedia che si cela dietro la commedia. Non sorride. Ghigna.  Rivela senza pietà la sofferenza.

E, come si diceva, la storia, molto ben strutturata, di cui Luca Visentin, col suo compagno di sventure Davide, è protagonista, è una storia tragica. Quella di moltissimi ragazzi che, in un’Italia dove millantatori, grassatori, mafiosi, politici corrotti ed escort fanno soldi a palate, non hanno lavoro, non hanno futuro, nonostante le lauree, le specializzazioni, la sete di costruirsi una vita.

La tragedia è nell’assassinio della speranza, nell’uccisione del futuro.

Luca è la voce narrante, ma questa è una storia corale. Sullo sfondo della vicenda si avverte la presenza invisibile di molti che non hanno voce. Fantasmi, come Alessandro, alla fine, che si aggira esangue tra le vasche dell’allevamento di branzini.

Poi ci sono le pagine epiche dei viaggi sul peschereccio. I pescatori hanno qualcosa di conradiano e questa ricerca della tartaruga marina ricorda l’inseguimento della  balena bianca. Esiste ma non si sa dove sia. E’ quasi un’entità soprannaturale. Con la differenza che una tartaruga viene pescata. L’unica probabilmente di tutto il Mediterraneo. E, come si conviene a un Leviathan degno di questo nome, mozza il dito del povero Davide.

Ma la tragedia si sfiora davvero e non riveleremo come.  La fine è terribile. Perché l’unico sentimento che emerge è la rassegnazione. Ed è il sentimento più terribile di tutti, perché è come morire da vivi.

L’intelligenza dell’autore – l’ironia è propria solo delle menti intelligenti – sta nel narrare questa Italia sommersa, grigia, priva di luce, senza un solo piagnisteo, senza autocompatimenti, ma in modo secco e quasi distaccato.

Distaccato al punto che si ride fino alle lacrime.  Come quando Luca, per ammazzare il tempo prima di iniziare il suo ultimo lavoro, che consiste nell’aggirarsi da solo in piena notte in uno sconfinato capannone immerso nel buio, tra le vasche di branzini (pare che poi i guardiani inizino a sentire le voci), si immerge nella lettura di La mia pipì è gialla. La tua, di che colore è? istruttivo  libretto per l’infanzia. Ma, a dire il vero, metafora di una forzata regressione, o meglio costrizione, a uno stadio arcaico dell’evoluzione dell’individuo.

E poi ci sono momenti di scrittura che fanno di questo romanzo un’opera davvero speciale.

“In notti, o prealbe, come questa, il tempo si manifesta nella sua vera natura di entità informe, ti appare nella sua nudità, tutt’altro che inerme, evocato dall’oscillazione dello scafo, dal rumore regolare del motore, dal fiato caldo che ti esce dalla bocca in sbuffi di vapore. E’ come il tempo delle sale d’aspetto nelle piccole stazioni di provincia, quando il treno non arriva mai e non c’è nessun altro passeggero con cui chiacchierare; il tempo delle code in autostrada, della mamma che ritarda più del solito e tu hai solo cinque anni, del telefono che non squilla anche se Lei ha promesso di chiamarti. E’ il tempo un minuto prima di essere impiccati. Il tempo dei manicomi.

Solo i filosofi possono permettersi il lusso di dire che il tempo non esiste.” ecc.

In questa riflessione filosofica sul tempo, perché filosofica lo è, sta tutto il senso del romanzo. Il tempo che fugge e sfugge eppure che ti acciuffa, un tempo grigio e compatto su cui non si ha potere se non quello di esserne vittime.

E’ amaro che sia un giovane a percepirlo così. Quasi tremendo. E’ il tempo di Aspettando Godot.

Questo romanzo filosofico, questo apologo, questa storia di illusioni perdute di un’intera generazione (e forse più di una) è costruito con una struttura che mi è molto piaciuta. I capitoli si alternano secondo una temporalità diversa, passato e presente storico, l’inizio della storia e un passato recente che diviene presente, per confluire poi nella contemporaneità della narrazione.

E tutta la storia, il modo in cui è narrata, il distacco fatto di presa di distanza da una disillusione troppo cocente per poterla trasformare in lacrime, l’uso del chioggiotto (che non è il veneziano di Goldoni, come è stato detto) per la parlata dei pescatori (finalmente un testo di narrativa in cui i personaggi non parlino in siciliano o romanesco), lo stile asciutto e sapiente, tutta la storia dicevo, è ciò che oggi, nella nostra Italia alla deriva,  solo può essere un romanzo di formazione: cercare la leggendaria tartaruga di Darwin in un mare tempestoso, può significare ritrovarsi senza un dito o senza vita.

(C) by Francesca Diano

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Un cuore irlandese

Celtic Missionaries Starting on a Voyage

Missionari irlandesi all’inizio del loro viaggio. Acquaforte  (1901)

Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio si dilatano fino a mutare la loro qualità, che è quella del continuo, di uno scorrere ininterrotto che dà loro il carattere del provvisorio. Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio escono dal fiume eracliteo dell’eterno  fluire, per separare la loro natura in essenza puntiforme. Questa qualità del discreto, dell’infinitamente separato, sospende tempo e spazio, così che ogni istante/punto diviene un’entità a sé stante: diviene eternità., o meglio, assenza della provvisorietà.

Luoghi come questi sono in genere aree circoscritte e limitate; non solo luoghi geografici, come Olimpia, Capo Sunion, Pompei, alcune calli veneziane lontane dalle greggi di turisti, Machu Picchu, i circoli di pietre (tranne Stonehenge che è stato completamente ricostruito) e altri che a ciascuno verranno in mente.

Ma esiste un’intera isola in cui questo avviene e quell’isola è l’Irlanda. Non è tanto per la presenza così forte del passato, ma all’opposto.  La presenza del passato, di un passato che non è fluire del tempo, ma sospensione puntiforme del tempo,  è così potente, perché l’isola ha una qualità che la pone al di fuori dello scorrere del tempo.  Difatti, quel passato è la sostanza di cui è intessuto il presente. Ovunque si vada, che sia nel mezzo del traffico di Dublino, lungo le strade animate di Cork, lungo le coste frastagliate, nelle foreste, nelle brughiere, sulle colline o sui monti, lungo le stradine di campagna, dietro e dentro il paesaggio esiste un altro paesaggio, simile a quello visibile, ma di consistenza e sostanza  diverse. L’uno è composto di materia, l’altro di energia eterica. Il primo è l’emanazione del secondo. Come se la sostanza eterica si rapprendesse in una proiezione materiale della propria forma.

E’ il suo volto immutabile. Ed è per questo che l’Irlanda parla al cuore di chi vi arriva come pellegrino del cuore. Forse anche i turisti frettolosi, che vanno a visitare le distillerie, i pub, i negozi di souvenir, i monumenti megalitici davanti ai quali si fanno fotografare avvertono quel respiro primordiale e, pur ignorandolo con la mente, se ne sentono avvolti in modo inspiegabile. Provano forse, dentro, una nostalgia a cui non sanno dare nome né spiegazione, di cui non comprendono il significato. Ma è lì, rannicchiata in un angolino segreto.

Che cos’è un cuore irlandese? E’ un cuore che sussurra il canto che sente salire dalla terra, dalle acque, dalle rocce e lo trasforma in parole udibili.

La narrazione degli antichi miti diventa la narrazione bardica e poi tradizione orale di leggende e storie, e poi diventa la  preghiera degli antichi primi anacoreti dell’isola e  diventa un canto gregoriano con caratteristiche molto speciali  e poi diventa lamentazione funebre ritualizzata e  la poesia dei grandi poeti irlandesi della nostra epoca e poi  storytelling dei moderni seanchaì, non affatto diversi dai loro antenati e discorsi che animano il quotidiano.

Il suono e la parola sono la stessa cosa e il suono e l’immagine sono la stessa cosa. Dunque è all’origine del mondo che si deve guardare, quando l’energia non era ancora materia e la materia era già nell’energia. Quando tempo e spazio non erano separati ma l’uno era l’altro.

Fonte sacra- acquaforte

Nelle migliaia di fonti sacre disseminate sul suo suolo, l’Irlanda riversa il cristallo liquido che la nutre e l’attribuzione di qualità taumaturgiche a queste acque trasparenti, che sgorgano silenziose dal sottosuolo, meta di pellegrinaggi e offerte, altro non è che il tributo a questa verità invisibile. I fiumi in Irlanda sono vene in cui scorre la linfa che alimenta il sogno. Le fonti sacre sono uteri che riversano quella linfa vitale e come tali, in passato e ancora oggi, venerate.

L’oppressione inglese ha di fatto conservato, più che annientato, questa trasparenza della realtà. L’ha incapsulata in una teca protettiva e ha impedito che evaporasse.

Un cuore irlandese ride piangendo e piange ridendo, perché tra riso e pianto non c’è distinzione. Solo in Irlanda esiste la merry wake, la veglia funebre in cui si ride, si scherza, si raccontano storie e barzellette, si mangia e si fuma, lasciando che il fumo del tabacco salga al cielo, accompagnando l’anima, che è fatta di fumo eterico e luminoso,  nel suo viaggio. E’ questo che in apparenza rende contraddittorio un cuore irlandese, la coincidenza degli opposti.

Che cosa separa la vita e la morte? Nulla, sono la stessa medesima cosa, ma l’una è immersa nella precarietà del tempo, l’altra se ne è astratta. Essere e non-essere, essenza ed esistenza si incontrano in un unico punto. Quel punto è ineffabile e inafferrabile, ma non precario.

(C) by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

Thomas Crofton Croker – Racconti di fate e tradizioni irlandesi. Traduzione e commento di Francesca Diano

Incisione di W.H.Brook nel testo

 

 

Questo libro, Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland, di Thomas Crofton Croker, pubblicato per la prima volta a Londra, in forma anonima, da John Murray nel 1825, e illustrato dalle meravigliose incisioni di  William Henry Brooke, ha cambiato la mia vita. La storia di come ne sono entrata in possesso, quello che dalle pagine di questo libro per me è venuto, ha, non meno del suo contenuto, qualcosa di magico e fatato.Moltissimi anni fa, quando vivevo a Londra entrai, come spesso facevo,  un pomeriggio di fine estate dal libraio antiquario che aveva il suo negozio vicino alla casa in cui abitavo. Di lì a poco sarei tornata in Italia e, quasi a commiato, per un gesto di vera amicizia, quasi come un dono per l’amore che entrambi condividevamo per i libri del passato, il libraio mi offrì a un prezzo davvero esiguo  questo piccolo libro antico, con la sua rilegatura originale e costellato di bellissime incisioni. Mi disse: “lo compri, vedrà, ne sarà contenta”. E non posso dimenticare, dopo così tanti anni, quello strano sguardo con cui accompagnò le sue parole. Fu quasi come se quel libro avesse voluto trovare me…

Io amo moltissimo i libri vecchi e antichi e ancor di più i miti e le leggende e acquistai immediatamente, senza saperlo, quella che è una rarissima e preziosissima prima edizione anonima del primo libro di racconti orali mai pubblicato sulle Isole Britanniche.

Frontespizio della prima edizione anonima delle Fairy Legends, 1825

Croker pubblicò altre tre edizioni con aggiunte, di queste leggende e moltissime opere pionieristiche, sia sulle tradizioni irlandesi che sulla musica irlandese, oltre a meravigliosi diari di viaggio, testi teatrali e antiquari.

Frontespizio dell’edizione italiana, Neri Pozza, 1998

Aveva sposato Marianne Nicholson, la figlia del famoso pittore Francis Nicholson, fondatore della scuola acquarellistica inglese, poiché il mio Crofty, come lo chiamai subito, era un disegnatore di non poca vaglia. Amico di Sir Walter Scott, di Charles Dickens, di Disraeli, di Alicia Lefanu, dei Grimm e di molti altri protagonisti della cultura vittoriana, fu un uomo famosissimo, geniale e un conversatore di fascino unico. Morì nella sua casa di Camden nell’agosto del 1854.Il valore enorme delle Fairy Legends, opera tra le più famose in Irlanda, Inghilterra, America, Germania e Svezia per le leggende irlandesi, sta anche nella struttura assolutamente rivoluzionaria che Croker scelse per il suo lavoro di pioniere. Difatti egli narra le leggende così come gli vennero raccontate dalla viva voce dei narranti, senza molte alterazioni o modifiche e confinandosi nelle ricchissime e coltissime note alla fine di ogni leggenda. Questo rispetto per il testo originale è unico al suo tempo e ha anticipato di almeno un secolo le tecniche della ricerca folklorica, facendogli avere, a buon diritto, l’appellativo di pioniere del folklore irlandese e non solo. Ma tutto questo io lo scoprii un po’ alla volta, con la difficoltà che negli anni ’70 e ’80 non esisteva internet e la facilità di reperire informazioni, né in Italia esisteva alcun materiale utile, dato che quest’opera importantissima e famosa era del tutto sconosciuta da noi. Inoltre l’Irlanda non era ancora diventata di moda, come poi fu.
Tuttavia, la lentezza con cui potei compiere le ricerche in un’epoca in cui non esisteva internet e in Italia nessuno sapeva chi fosse Croker,  e l’immersione emozionante in quella che mi pareva la scoperta di un tesoro sepolto, mi permisero di scoprire anche dentro di me un crescente amore per quest’isola, per il suo passato, per la sua gente e, soprattutto, un amore profondo per l’autore, tanto da rendermelo familiare e intimo. Al punto che, il nomignolo con cui l’avevo battezzato, Crofty, scoprii poi essere quello con cui lo chiamavano gli amici più intimi!

La grande modernità della sua struttura e la sua bellezza spinsero i fratelli Grimm, che ne ricevettero una copia da un amico, a tradurlo immediatamente in tedesco, con un saggio introduttivo che è in sé un piccolo capolavoro. Non sapevano che ne fosse l’autore, ma lo scoprirono quando Croker, immensamente onorato di aver avuto tanta attenzione e stima dai due grandi studiosi, scrisse loro una lettera di ringraziamento. In seguito i Grimm e Croker divennero amici e anzi nacque un progetto di pubblicare una storia comparata del folklore europeo, che però non si poté realizzare.

La bellezza, l’importanza di questo lavoro mi spinsero a tradurlo – ed è stata una gioia ad ogni parola – e poi a proporlo a un editore. Ma, come si sa ormai in Italia, molti editori sono interessati a opere che, magari di poco valore, possano far vendere tanto e subito, anche se poi nessuno se le ricorda più e in genere sono prevenuti nei confronti di autori che non conoscono, anche se famosissimi altrove.  Lo offrii a una serie di grandi editori, la cui cecità e mancanza di acume li spinse a rifiutarla. L’Irlanda, come ho detto, sarebbe diventata di moda solo alcuni anni dopo. Poi finalmente Corbo&Fiore ne fecero una prima edizione, anche se non molto curata e nel 1998 – mentre insegnavo all’Università di Cork – Neri Pozza acquistò i diritti.  Parlo della Neri Pozza il cui direttore editoriale era all’epoca Angelo Colla, per cui ho stima e affetto immutati e con cui ho collaborato a lungo e felicemente.

L’edizione italiana, per la quale ho scritto un lungo saggio, frutto delle mie ricerche e delle mie scoperte, proseguite poi nel mio lungo soggiorno irlandese, è stata – come ben prevedevo  – un successo e ne sono state fatte moltissime ristampe e numerose edizioni. Mentre mi trovavo a Cork, nel mio anno di insegnamento all’University College, l’editore irlandese Collins venne a sapere che io possedevo una copia della prima edizione anonima delle Fairy Legends, quella preziosissima edizione che nemmeno il fornitissimo Dipartimento di Folklore dell’University College di Dublino possedeva e volle farne una ristampa anastatica per celebrare il bicentenario della nascita di Croker, che cadeva proprio quell’anno.  Il volume uscì a mia cura e l’Irish Times mi dedicò un articolo in seconda pagina. Un onore che mai avrei immaginato!

Il valore di questo libro per me però, non è solo intrinseco, ma è davvero personale. Infatti è stato proprio leggendo queste pagine e per la volontà di capire chi fosse l’autore anonimo, quale la storia del libro, che mi sono inoltrata nello studio del folklore irlandese e non ho mai più smesso. Ed è stato come ritrovare una patria perduta, come riudire molte voci che prima tacevano, come inoltrarmi dentro un bosco in penombra seguendo un sentiero che conduceva a una casa illuminata. Questo libro è stato una porta d’ingresso in un passato ancora vivissimo, mi ha condotta in Irlanda, mi ha rivelato molti misteri, anche di me stessa.

E in fondo devo a questo libro, a questo autore, pioniere in tutto, se anche per me si sono aperte le porte di un passato che non conoscevo, un passato che è diventato il mio futuro, che ha alimentato i miei studi, le mie ricerche, la mia scrittura, e ha ispirato il mio romanzo, La Strega Bianca – una storia irlandese, pubblicato nel 2016.

Copertina della prima edizione anonima delle Fairy Legends, 1825 in mio possesso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esistono opere e autori che sono dei classici fin dal loro apparire, e queste Leggende sono proprio questo. Non hanno scadenza, perché sono figlie del tempo, come sono i miti e tutta la tradizione orale.

 

 

 

(C) 2011  by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Tradurre, un’appassionante arte. Intervista a Francesca Diano

Tradurre: un’appassionante arteIntervista a Francesca Diano per Librialice. di Valentina Acava Mmaka Ha una voce profonda e avvolgente che trasmette entusiasmo, ha il privilegio di conoscere tutti i retroscena di molti dei romanzi che nell’ultimo decennio abbiamo imparato ad apprezzare. Francesca Diano, studiosa di letteratura e tradizioni irlandesi e traduttrice di autori come Anita Nair, Themina Durrani, Susan Vreeland, Sudhir Kakar, Thomas Croker ci ha raccontato l’appassionante esperienza di essere traduttore.
È noto che in Italia il traduttore è una figura professionale che resta quasi sempre sullo sfondo. Raramente, salvo casi eccellenti, il suo nome appare in copertina, o viene citato dai recensori e giornalisti, eppure il traduttore ha un compito delicato e di grande responsabilità. Nella sua trasposizione da una lingua all’altra, può succedere, come ci racconta la Diano ”che una cattiva traduzione può uccidere una grande opera, così come una meravigliosa traduzione può rendere bella un’opera dallo stile zoppicante”.


Francesca, tu sei traduttrice dall’inglese, come è nata questa tua professione?
 

 

Come molte delle cose che accadono nella vita e hanno un seguito che non ti aspetti, sono diventata traduttrice “per caso”.
Io mi sono laureata in Storia dell’Arte. L’arte è sempre stata una mia grande passione, tanto che avrei voluto essere una pittrice. Il linguaggio delle immagini ha sempre avuto su di me un fascino molto profondo. Ma insieme all’arte, l’altra forma d’espressione che per me è stata determinante è quella della parola, scritta e parlata.
Per anni ho unito le due cose, occupandomi di critica d’arte e, nell’ambito di questi studi, è nata la mia prima traduzione; una corposa opera in tedesco sulla grammatica dell’arte, del padre della moderna critica d’arte, Alois Riegl.
Devo anche dire che sono figlia di un grande traduttore, che non era solo traduttore. Mio padre, Carlo Diano, filosofo, filologo e grande grecista, ha lasciato straordinarie traduzioni dei classici greci, ma anche di autori scandinavi. In questo senso posso dire di aver respirato l’arte del tradurre. Perché tradurre è un’arte.
Poi la mia lingua privilegiata è diventata l’inglese, soprattutto grazie agli anni da me passati a Londra, dove ho lavorato al Courtauld Institute e ho insegnato all’Istituto Italiano di Cultura. È stato proprio a Londra che il libro che ha cambiato la mia vita “mi ha trovata”.


Ci parli della tua formazione?

Della mia formazione ho in parte parlato. Ma devo aggiungere che non ho avuto una formazione molto lineare, perché una buona parte è nata dalla passione divorante per la lettura. Una lettura eclettica e forse anche caotica di libri d’ogni epoca, autore, argomento e stile, iniziata fin da bambina, attinti “a naso” dalla biblioteca di casa, che contava circa diecimila volumi, in cui figuravano tutte le letterature del mondo e argomenti d’ogni tipo. La biblioteca di un umanista con interessi scientifici.
Prima di diventare una fedele traduttrice di Neri Pozza, rapporto durato circa 10 anni, avevo collaborato con Fabbri e  la Cappelli, per cui avevo curato  la traduzione del testo dal tedesco di cui ho detto e con Corbo e Fiore una prima versione delle Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland, di Thomas Crofton Croker. A metà degli anni ’90, Neri Pozza cercava un esperto di arte, per tradurre un testo di commento alle tecniche artistiche di Giorgio Vasari e così si sono messi in contatto con me. Da allora ho seguitato a collaborare con loro, in modo sempre più attivo, sia come consulente editoriale che come traduttrice, ma ho poi interrotto il mio rapporto di collaborazione con Neri Pozza qualche anno fa per motivi su cui preferisco sorvolare.
Mi piace anche avere la possibilità di proporre degli autori e delle opere in cui credo, con la soddisfazione poi di vederli diventare dei successi editoriali. Così è avvenuto per Anita Nair, per Sudhir Kakar, per Thomas Crofton Croker, per Alka Saraogi, o Tehmina Durrani.


Come riesci a conciliare il tuo lavoro di traduttrice con quello di insegnante di storia e letteratura in un liceo artistico? Quest’ultima esperienza ti aiuta nella tua professione di traduttrice?

Anche se le due attività non sono tra loro correlate, in realtà tradurre e insegnare sono esattamente la stessa cosa. Si tratta sempre di un “tradere”, trasmettere, trasporre, tramandare. Per me, che sono così legata allo studio della tradizione, è un atteggiamento che fa parte della mia natura. La parola, scritta e parlata, come dicevo. Insegnare è uno dei compiti più nobili e più alti. Ma solo se lo si intende nel senso di educare, nel suo significato etimologico. Trarre fuori. Come la maieutica di Socrate o i suggerimenti di Krishnamurti per l’educazione dei giovani. Io credo che ciò che è necessario, a parte la trasmissione di conoscenze di base, sia proprio aiutare i giovani a liberare il proprio sé dalle incrostazioni che la società, la famiglia, la scuola rovesciano loro addosso. In questo modo, dall’esterno si depositano sulla psiche individuale tutta una serie di sovrastrutture inutili e spesso dannose, di preconcetti e credenze, che impediscono all’indole originaria di manifestarsi con le sue qualità e i suoi talenti. Questo non è trasmettere, ma tradire. Educare significa mettere in grado un’anima di conoscere se stessa. Renderla libera.
Alcuni anni fa ho organizzato un convegno a Padova dedicato a: “Mito, fiaba, leggenda, tradizione. “Tradire” il passato per salvare il futuro”, che partiva proprio da questo punto di vista.


Sei la voce italiana di Anita Nair, Susan Vreeland (La passione di Artemisia), Kushwant Singh (La compagnia delle donne) Geraldine Brooks (Annus Mirabilis). Che rapporto hai con gli autori che traduci? Secondo te è importante stabilire un contatto personale o c’è meno “libertà” rispetto al tradurre un autore defunto?

Il rapporto con gli autori è molto vario. In alcuni casi, come con Anita Nair, questo rapporto, iniziato timidamente per e-mail, è sfociato in un’amicizia profonda, emozionante, direi sororale. Lei è stata anche mia ospite alcune volte. Al punto che Anita mi ha fatto l’onore di dedicarmi la raccolta di racconti appena pubblicata, “Il satiro della sotterranea”. Questo direi è stato per me il più grande riconoscimento per il mio lavoro. Ci sono autori che si rendono conto benissimo di come una traduzione possa determinare il successo della loro opera o azzerarlo. Diciamo che i grandi scrittori lo sanno e hanno dunque con il loro traduttore un rapporto quasi “intimo”, di confessionale.
È una cosa bellissima allora, perché si entra nel processo creativo di un’opera e nei meccanismi che l’hanno fatta nascere. In altri casi – ma sono rari per fortuna – ci si limita a chiedere alcuni chiarimenti, quando sia necessario, perché non sempre l’autore colloquia col suo traduttore comprendendo che una buona traduzione può decretare il suo successo all’estero e risponde seccamente. L’idea in questo caso è che un traduttore sia una sorta di manovale meccanico o uno scrittore frustrato. Per fortuna non è così.
Non direi che ci sia meno libertà rispetto a un autore defunto, anzi. La presenza dell’autore può sciogliere molti dubbi. E poi, perché libertà? Il traduttore deve comunque rispettare al massimo la fedeltà al testo. Questa è la prima regola. Poi vorrei aggiungere una cosa. Per tradurre veramente bene un autore, si dovrebbe conoscere tutta l’opera di quell’autore. E in fondo tradurre è un po’ come disegnare dal vero. Un oggetto lo si conosce davvero bene solo quando lo si disegna. Così un’opera la si conosce davvero bene solo quando la si traduce, perché se ne devono smontare i meccanismi, per poi ricostruirli e renderli in un’altra lingua.


Quali sono le traduzioni a cui sei maggiormente legata?

Prima di tutto i “Racconti di fate e tradizioni irlandesi” di Thomas C.Croker poi tutti i libri di Anita Nair e di Sudhir Kakar. Nel primo caso perché questo è il libro che ha cambiato la mia vita. Mi ha aperto le porte della grande tradizione orale irlandese e del mondo dei miti celtici, ma mi ha fatto anche trovare una patria spirituale, un mondo antico e ricco. Ho sempre amato le fiabe e il mito e il raccontare e in Irlanda, dove ho vissuto poi un anno, ho trovato più di quanto avessi mai immaginato.
Per la Nair e Kakar, perché sono due grandissimi scrittori, molto diversi tra loro per sensibilità e formazione, ma entrambi capaci di rendere un mondo, un’atmosfera, una serie di personaggi, dando loro la vita. Ma a questo va anche aggiunto che il loro stile è fantastico e tradurli è la mia più grande gioia. Forse, le due migliori traduzioni che io abbia mai fatto sono proprio Un uomo migliore della Nair e L’ascesi del desiderio di Kakar. Un libro di una bellezza incredibile.


Ci sono degli autori che non hai tradotto ancora e che vorresti a tradurre? E perché?

Direi che mi piacerebbe tradurre Hermann Melville e Charles Dickens. Perché sono due scrittori che amo moltissimo e vorrei saper scrivere come loro. Ma soprattutto perché nelle loro pagine si avverte il respiro potente del Male e del Bene. L’eterna lotta dualistica che percorre tutta la storia umana. È un soggetto che mi affascina e questi due scrittori, in particolare, oltre ad affrontare un problema titanico, nel caso di Melville addirittura messianico, posseggono uno stile poderoso, michelangiolesco.
Nello stile mi piace la forza, la potenza di uno scrittore, la capacità di vedere la realtà da punti di vista inusuali. Poi, tra i poeti, mi piacerebbe tradurre Percy Bysshe Shelley, perché raggiunge le vette del sublime. Ma anche Friedrich Hölderlin e per lo stesso motivo.


A chi volesse intraprendere questa professione cosa consiglieresti. È necessaria una scuola specifica?

Per essere un buon traduttore, la cosa più ovvia è conoscere alla perfezione tanto la propria lingua che quella da cui si traduce. E ripeto: alla perfezione. Il che implica la cultura, le tradizioni, le usanze. Poi naturalmente, non sempre si conosce nello specifico un certo argomento e qui interviene la ricerca. Spesso questa è anche una parte appassionante, perché si scopre e si impara ciò che non si conosce. Io ho imparato così moltissime cose. Dunque ben vengano le scuole serie di traduzione, ma non sono sufficienti, perché poi è necessaria l’esperienza sul campo. Un buon traduttore di opere letterarie difficilmente è giovane a mio avviso. Non ultimo, un buon traduttore di letteratura o di poesia deve essere anche uno scrittore e un poeta. Chi volesse iniziare questa professione deve sapere che un duro lavoro lo attende. In questo senso, non è una scuola che può insegnare un talento. Perché di talento si tratta. Se poi parliamo di traduzioni d’altro tipo, certo il discorso è un po’ diverso.


Sulla professione del traduttore c’è molta “letteratura”, viene visto come un mestiere poco riconosciuto in Italia. Ti identifichi in questa problematica e cosa secondo te riuscirebbe a migliorare la visibilità del traduttore?

Che sia un mestiere poco riconosciuto in Italia è noto. È rarissimo che nelle recensioni compaia il nome del traduttore, a meno che l’opera non sia un grande classico o il traduttore un nome altisonante. Va però detto che vi sono delle eccezioni. Il quotidiano La Stampa ad esempio, che nel suo inserto del sabato, Tuttolibri, cita sempre il traduttore. Ma c’è da dire che anche dal punto di vista economico l’opera di un traduttore, che comporta molte competenze specifiche, non è particolarmente riconosciuta, tranne in rarissimi casi. Eppure una cattiva traduzione può uccidere una grande opera, così come una meravigliosa traduzione può rendere bella un’opera dallo stile zoppicante. Alla fine però, tutto dipende dal mestiere e dalla capacità di ciascuno. Esistono delle associazioni a livello nazionale, ma da quello che ho potuto vedere, in molti casi tutto si riduce a organizzare corsi costosissimi per giovani in cerca di uno sbocco. Immagino che si potrebbe istituire un albo e fissare delle retribuzioni minime standard, come per altre libere professioni.


Spesso il lettore che legge in traduzione non fa caso al nome del traduttore, credi che si percepisca pur non avendo letto lo stesso testo in lingua originale, la buona fattura di una traduzione? O questo è un privilegio riservato ai grandi lettori o scrittori?

È vero, e aggiungo che spesso non fa caso nemmeno alla traduzione. E questo è un peccato. Ma va detto che la traduzione ideale è quella in cui non si avverte che di traduzione si tratta. Chi legge deve avere il senso di leggere l’originale. Il che significa anche riproporre lo stile dell’autore, il suo ritmo narrativo, ove sia possibile le sfumature. In Italia abbiamo dei meravigliosi traduttori. Poi, per lo meno a me, può accadere di non riuscire più a leggere un libro tradotto, senza porre attenzione alla traduzione. Una vera a propria deformazione! Ma mi sforzo di disintossicarmi….


C’è chi sostiene che tradurre significa in qualche modo “riscrivere” un’opera, quanto conta la conoscenza del substrato culturale dell’autore per il successo di una traduzione?

Non sono d’accordo, tradurre non è riscrivere l’opera. Questo è tradire. Tradurre è trasporre. Da una lingua a un’altra e in questo senso può essere necessario trovare nella propria lingua sfumature o espressioni che meglio rendano il senso, magari non letterali, del testo. Ripeto che la traduzione ideale deve essere assolutamente fedele all’originale, ma allo stesso tempo dare l’idea di un originale nella nostra lingua. Ecco perché chi traduce narrativa o poesia deve essere anche uno scrittore o un poeta.
Per quanto riguarda la conoscenza del sostrato culturale, direi che è essenziale. Altrimenti non sai nemmeno di cosa si sta parlando e gli equivoci possono essere terribili o addirittura ridicoli. Faccio un esempio molto efficace, anche se non rientra nell’ambito di quanto stiamo dicendo. Tempo fa è arrivato in Italia un delizioso film irlandese, che in originale si intitolava Ned’s Wake, cioè la veglia funebre di Ned. E difatti tutto il film ruotava attorno a questo. In Irlanda la veglia funebre ha tutta una tradizione antichissima e densa di suggestioni. Anche oggetto di studi. Ebbene, il titolo è stato tradotto: Svegliati Ned! E non perché il titolo suonava bene, perché non ha alcun senso nella storia, ma per pura ignoranza. Forse il traduttore non aveva visto il film!
Nello specifico della letteratura anglo-indiana, fra cui ormai si annoverano molti dei miei autori, a parte una conoscenza di base della cultura indiana, ho la fortuna di avere una delle mie figlie, Marged, che è studiosa di hindi e di musica indiana e lei è stata ed è per me molto preziosa in questo senso, mentre l’altra mia figlia Eurwen, che è un’esperta botanica, mi soccorre in questo campo.


Tu sei anche una studiosa di fate e leggende irlandesi, come nasce questo interesse e come mai è un argomento poco conosciuto in Italia?

Il mio interesse per l’Irlanda, o meglio sarebbe dire, la mia storia d’amore con L’Irlanda, nasce a Londra. Ho vissuto in Inghilterra per alcuni anni negli anni ’70 e lì ho trovato questo libro antico e preziosissimo di leggende irlandesi. Dalla mia curiosità per la storia del libro, stranamente anonimo, e in seguito per il suo autore, Thomas C.Croker, sono nati i miei studi sul folklore e le tradizioni irlandesi. Croker è stato il pioniere, direi lo scopritore delle tradizioni folkloriche irlandesi e l’opera da me scoperta e tradotta, fu tradotta in tedesco dai fratelli Grimm, che divennero suoi amici.
Nel 1998 ho insegnato all’università di Cork per un anno e ho approfondito lì i miei studi. La meravigliosa storia di questo libro e di ciò che ha significato per me la racconto nel saggio che compare sia nell’edizione italiana che in quelle anastatiche americana e irlandese da me curate.
Per me l’Irlanda è diventata una patria spirituale. È una terra straordinaria, magica, di dolcezza struggente, ma anche forte e potente. Le tradizioni folkloriche sono molto ricche e radicate ancora oggi e gli irlandesi posseggono il più vasto archivio d’Europa in questo senso, avendo raccolto in modo sistematico, fin dall’indipendenza del paese, una quantità impressionante di materiale sul campo. Qui da noi si conosce solo un’infinitesima parte di questo tesoro prezioso e in genere mediata dalle mode. È un peccato. Io spero di poter tradurre alcune opere di grande bellezza, che sono certa affascinerebbero il pubblico italiano, come è stato per l’opera di Croker.


A cosa stai lavorando?
 
 

 

 

Al momento sto traducendo l’ultimo romanzo di Sudhir Kakar, che parla della straordinaria amicizia fra il Mahatma Gandhi e Madeline Slade, un’inglese che gli fu accanto per molti anni. Inoltre sto pazientemente portando avanti la traduzione delle poesie di Edgar Allan Poe e questa per me è una grande sfida, perché tradurre le poesie di Poe è pressoché impossibile!
Sto anche portando a termine una mia raccolta di racconti, a cui lavoro da tempo e un romanzo. Da sempre scrivo poesie.

Nota bio-bibliografica

Francesca Diano è nata a Roma e a da bambina si è trasferita a Padova. Si è laureata in Storia dell’Arte con Sergio Bettini e poi ha vissuto alcuni anni a Londra, dove ha lavorato al Courtauld Institute e ha insegnato all’Istituto Italiano di Cultura, compiendo allo stesso tempo delle ricerche sulle miniature medievali italiane nei musei inglesi.
Tornata in Italia, negli anni ’80 ha iniziato a occuparsi di mostre, convegni e ha fatto parte di alcune associazioni culturali, organizzando concerti e manifestazioni, in collaborazione con istituzioni pubbliche e private. Ha collaborato con quotidiani e riviste culturali e scientifiche, scrivendo numerosi articoli e conducendo un’intensa attività di conferenziera. In questo stesso periodo ha iniziato a interessarsi di folklore irlandese e miti celtici, approfondendo poi le ricerche in Irlanda.
Nel 1998 ha insegnato per un anno all’University College di Cork, in Irlanda, dove ha tenuto anche alcuni corsi sull’arte italiana contemporanea e ha commemorato ufficialmente Thomas C. Croker nel bicentenario della nascita.
Dal 1996 ha collaborato per quasi 10 anni con la Neri Pozza come traduttrice e consulente editoriale, contribuendo attivamente a iniziare la serie di autori indiani che poi tanta fortuna ha avuto, una collaborazione che si è poi interrotta senza tanti rimpianti. Nel 2009 ha iniziato a collaborare con Guanda.

E’ scrittrice, poetessa e saggista.

Di Valentina Acava Mmaka

 


La Strega Bianca di Francesca Diano

La mia storia d’amore con l’Irlanda inizia molti anni fa, a Londra, negli anni 70, con quello che io ormai ritengo uno di quei miracoli con cui la vita ci sorprende. Quando, cioè, il libraio antiquario che era divenuto un amico – passavo nella sua misteriosa caverna delle meraviglie quasi tutti i giorni – mi consigliò di acquistare un piccolo volume anonimo intitolato  Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland, pubblicato da John Murray nel 1825. Bellissima edizione originale, costellata di preziose incisioni.

Ciò che mi venne da quel libro, il valore e significato di quel libro e quello che vi scoprii è narrato nel post che potete leggere su questo blog, Thomas Crofton Croker, Leggende di fate e tradizioni irlandesi.

https://emiliashop.wordpress.com/2011/01/29/thomas-crofton-croker-leggende-di-fate-e-tradizioni-irlandesi-traduzione-e-commento-di-francesca-diano/

Quel libro, una preziosa rarità antiquaria, iniziò a fin da subito parlarmi e mi spinse – direi, mi costrinse –  a scoprire un mondo che mi era ignoto e che mi avrebbe aperto le porte di una nuova fase della mia vita ma, soprattutto, mi avrebbe fatto trovare una patria che inconsapevolmente cercavo da sempre. L’Irlanda mi stava chiamando e mi apriva le braccia.

Ma prima di arrivare in Irlanda, molti anni sarebbero passati e molte cose sarebbero accadute. Tra queste la pubblicazione del libro di Croker in italiano, per cui mi ci vollero molti anni, perché i vari editori a cui lo proponevo non parevano essere interessati a quel tesoro, che era stato nientemeno che il primo libro di leggende orali mai pubblicato sulle Isole Britanniche, tradotto dai fratelli Grimm in tedesco e di un autore che era stato il pioniere del folklore irlandese. L’Irlanda, quando io agli inizi degli anni 80 proponevo quel libro, non era ancora di moda nel nostro paese provinciale e i nostri editori, provinciali quanto la nostra cultura, non pensarono avesse un qualche interesse. Finalmente, nel 1998 e con l’Irlanda ormai protagonista culturale anche da noi, il libro venne pubblicato da Neri Pozza.

Ma nel frattempo io ero ormai diventata una studiosa di folklore irlandese e venni chiamata in Irlanda ad insegnare all’Università di Cork.

Ed è da tutto questo che è nato il mio primo romanzo, La strega bianca.

Quando andai in Irlanda per insegnare, ma  soprattutto per approfondire le mie ricerche e i miei studi sul folklore irlandese, mi sono trovata di fronte a una realtà che superava di molto la mia immaginazione e le mie conoscenze  sulle bellezze e sulla magia di quest’isola meravigliosa.

La gente, i paesaggi, l’amore per i miti e la persistenza di una ricchissima tradizione folklorica mi hanno spinta a scrivere un romanzo che unisse tutti questi aspetti e che rendesse la magia, il mistero che si respira ovunque. In cui respirasse la bellezza, la dimensione onirica, la potenza della natura e delle sue energie.

Di che narra? Di un  viaggio in Irlanda alla ricerca di un mistero da scoprire. Di una storia d’amore che appartiene a un’altra vita. Di una donna che è strega e veggente. Della bellezza e della magia dell’isola, della potenza del femminile come agente di trasformazione. Un viaggio nel tempo e nello spazio, doppiato da un viaggio interiore. Attraverso l’incontro con la bellezza di una natura  intatta, con la ricchezza di una tradizione di miti e di leggende, con la dimensione magica e fiabesca, Sofia ritrova una parte di sé che non conosceva se non per lampi.

            Sofia arriva in Irlanda mentre ancora sta vivendo una storia d’amore tormentata e nebulosa. Si lascia alle spalle un mondo fatto di sofferenza e incomprensioni. Come bagaglio si porta dentro l’amore incondizionato per questa terra e la capacità di vedere.

            Gli avvenimenti del presente si intrecciano con flash back di un lontano passato, seguendo un percorso a spirale, come parti di un puzzle che deve essere ricomposto.

            I moti del cuore sono un’eco dei paesaggi magici  e delle varie voci che alla sua si intrecciano e si sovrappongono. Una storia in cui la dimensione del femminile ha un ruolo centrale. Così come la terra madre che la genera. Ed è in questa isola magica che si rivela il volto guaritore della Grande Dea.

            L’Irlanda e i suoi abitanti, i suoi miti e i suoi paesaggi, si fanno mezzo di guarigione e rinascita. La struttura circolare del racconto si snoda seguendo la visione del tempo propria degli antichi Celti così che la fine della storia è anche il suo inizio.

Ma soprattutto questa è una ricerca delle radici profonde del femminile, della consapevolezza, del potere trasformatore che il principio creatore femminile possiede. E’ un percorso interiore alla ricerca di se stesse che, come ogni percorso interiore, richiede di superare delle prove, di affrontare le ombre, il dolore sepolto per poi rinascere.

Allo stesso tempo ho cercato, perché questo era per me importante, di costruire il romanzo in modo da riprodurre il senso del tempo e dello spazio che era proprio degli antichi Celti. Un tempo che non è lineare, ma circolare, e uno spazio  “il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo”. Dunque la struttura è quella di una sorta di puzzle, in cui tempo e spazio di eventi e luoghi del passato si intrecciano a quelli del presente, di fatto annullando il confine tra visibile e invisibile, tra presente e passato.

E’ questa la sostanza del romanzo, che può leggersi come un romanzo di viaggio, come un viaggio interiore, come un’esperienza iniziatica, come un romanzo di formazione o, se si vuole, come un fantasy. Tutti questi generi si uniscono a formare una storia  in cui ho voluto riprodurre il senso del magico e del sogno che è proprio della cultura irlandese e che emerge dalle leggende, dalle fiabe e dal folklore.

(C)2011 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

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