Donne di Calabria – Francesca Diano

Donne calabresi vestite di nero e con corona di spine.

Foto di Marialba Russo. 1981

 

 

DONNE DI CALABRIA

 

Andavano come madri oscure

ed era terra la mano che benediva

l’olio nell’acqua

scacciava dèmoni

ungeva la fronte

nel rito della morte.

Fronte lamina orfica

lamentazioni funebri

intramate in foglie d’arancio

– scrigni di fichi cotti nel mosto –

e corone di capelli intrecciati

lombi di assenza crudi di carezze.

Madri mie madri amare.

 

 

(C)2017 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Jiddu Krishnamurti – da From darkness to light. Traduzione di Francesca Diano

 

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Nella mia limitatissima conoscenza, unita a un’amplissima ignoranza dell’enorme tradizione del pensiero indiano, propongo, con profonda umiltà, alcuni testi poetici di uno dei maggiori pensatori e filosofi moderni – anzi, di tutti i tempi – Jiddu Krishnamurti, pensatore che sfugge ad ogni definizione per l’unicità e l’originalità della sua visione, per la portata rivoluzionaria e spirituale.

La conoscenza della sua opera, così come la sua figura, pur notissime a chi si interessa di pensiero indiano contemporaneo o anche di psicologia del profondo, non è ancora sufficientemente diffusa quanto meriterebbe. Allo stesso tempo, è bene dire che il pensiero di Kishnamurti non ha nulla a che vedere con il mondo un po’ fumoso di certi seguaci modaioli di santoni e filosofie orientali, di discipline olistiche, di Yoga da salotto, quando non addirittura di tardivi epigoni di una New Age che ormai nuova non è più, né ha dato i frutti un tempo sperati. Anzi, è esattamente l’opposto.
Krishnamurti è un rivoluzionario, che ha scardinato, attraverso quelli che lui stesso si rifiutava di definire insegnamenti, le basi di strutture sociali, religioni, tradizioni, istituzioni, credenze, conoscenze acquisite. Per scelta ha decisamente rifiutato di fondare scuole di pensiero, sistemi filosofici, di avere discepoli e seguaci, ha ricusato ogni forma di fede. Ha dichiarato di non appartenere ad alcuna cultura, tradizione, nazionalità, religione o credo. Ha dedicato buona parte della sua lunga vita a girare il mondo, per osservarlo, conoscerlo, incontrare persone d’ogni tipo; dai grandi pensatori, scienziati, filosofi, alla gente comune. Soprattutto per parlare ai giovani, suggerendo loro di ricercare la libertà, di liberarsi dalla paura. Una paura che nasce dalle sovrastrutture che soffocano l’uomo, dalle immagini mentali del sé e della realtà, costruite dalla famiglia, dalla scuola, dalla religione, dalle istituzioni, dalle credenze e dai retaggi. Paure che ingabbiano e obnubilano la visione della verità. E dunque annientano la libertà.
Al centro dell’interesse di Krishnamurti sono il concetto di verità e il rapporto fra l’osservante e l’osservato. Queste sono le parole d’inizio e parti del famoso discorso del 1929, con cui abbandonò il percorso che era stato scelto da altri per lui:
Io sostengo che la Verità è una terra senza sentieri, e che non potete accedere a essa attraverso nessun sentiero, nessuna religione, nessuna setta. […] Nel momento in cui avrete compreso questo, vedrete come non è possibile organizzare una fede. La fede è una cosa strettamente individuale, e non potete e non dovete organizzarla. Se lo fate essa muore, si cristallizza, diventa un credo, una setta, una religione da imporre agli altri. […] La Verità non può essere portata al nostro livello, siamo piuttosto noi che dobbiamo fare lo sforzo di salire al suo. Non potete portare la cima della montagna nella valle […] Questa è perciò la prima ragione per cui, secondo il mio punto di vista, l’Ordine della Stella dev’essere sciolto. È probabile che voi, a dispetto di questo, in futuro formiate altri ordini, continuate ad appartenere ad altri ordini in cerca della Verità. Io non voglio appartenere a nessuna organizzazione di genere spirituale; per favore, cercate di comprenderlo. […] Nessuna organizzazione può condurre il genere umano alla spiritualità.
Se un’organizzazione è creata per questo scopo, diventa una stampella, un fattore d’invalidità, una catena, e necessariamente azzoppa l’individuo e gli impedisce di crescere, di dare forma alla sua unicità, che risiede nella scoperta personale dell’assoluta e incondizionata Verità. E questa è un’altra ragione per cui, poiché capita che ne sia il capo, ho deciso di sciogliere l’Ordine.
Questo non è un atto di mania di grandezza, perché io non voglio seguaci e dico sul serio. Nel momento stesso in cui seguite qualcuno, cessate di seguire la Verità. Non mi interessa se prestate attenzione a ciò che dico o no. C’è una certa cosa che voglio fare nel mondo e la farò senza distogliermi dal mio obiettivo. Uno solo è il mio interesse fondamentale: liberare l’uomo. Voglio liberare l’uomo da tutte le gabbie e da tutte le paure, non fondare religioni e nuove sette, né introdurre nuove teorie e filosofie.
Voi volete avere i vostri dèi, nuovi dèi al posto dei vecchi, nuove religioni al posto delle vecchie, nuove forme in sostituzione delle vecchie, tutte ugualmente prive di valore, tutte barriere, tutte limitazioni, tutte stampelle. Nuove distinzioni spirituali al posto delle vecchie, nuovi culti al posto dei vecchi. Dipendete da un altro per la vostra spiritualità, fate dipendere la vostra felicità da qualcun altro, la vostra illuminazione da qualcun altro; e benché vi siate preparati per me per diciotto anni, quando vi dico che tutto ciò è inutile, quando dico che dovete sbarazzarvene e cercare dentro di voi l’illuminazione, il fulgore, la purezza e l’incorruttibilità del sé, nessuno di voi è disposto a farlo. […]
Non avete bisogno di un’organizzazione basata su un credo spirituale. […] La Verità è in tutti, non è lontana né vicina, è eternamente.
Le organizzazioni non possono farvi liberi. Nessun altro può renderci liberi. […] Voi avete l’idea che solo determinate persone abbiano la chiave del Regno della Felicità. Nessuno la detiene. Nessuno ha l’autorità per farlo.
Coloro che vogliono realmente conoscere, coloro che cercano davvero ciò che è eterno, privo di inizio e privo di fine, cammineranno insieme con grande intensità e costituiranno un pericolo per tutto ciò che è inessenziale, per le irrealtà, per le ombre. Essi si uniranno e diverranno una fiamma, perché comprendono. Voglio creare un’unione così, questo è il mio scopo. Dalla vera comprensione nascerà vera amicizia. Dalla vera amicizia, che voi non sembrate conoscere, nascerà vera cooperazione reciproca. E ciò non a motivo di un’autorità, non in virtù di una salvezza o perché ci si è immolati per una causa, ma perché comprendendo davvero viviamo nell’eterno. Questo supera il maggiore piacere e il più grande sacrificio. […]Voi potete creare altre organizzazioni e aspettare qualcun altro. Questo non è affar mio, come non è affar mio creare nuove gabbie e nuove decorazioni per quelle gabbie. La mia unica preoccupazione è di rendere gli uomini assolutamente, incondizionatamente liberi.

Parlare di pensiero, per Krishnamurti, è già in realtà una contraddizione, poiché, nella sua visione, è proprio il pensiero l’ostacolo a liberarsi dalle immagini da esso stesso proiettate. Dunque, soltanto osservando dall’esterno i meccanismi della mente e dell’io è possibile liberarsi dall’illusoria prigione di immagini mentali e credenze. Occorre annullare la separazione fra colui che osserva e ciò che è osservato, tra noi e la vera natura delle cose. Tra ciò che è e ciò che pensiamo o vorremmo che fosse. Tra il tempo presente e una proiezione nel futuro o nel passato. Tutto è, in un eterno presente.
È quanto emerge da Sono tutto, che singolarmente ricorda un antico testo poetico attribuito al druido Amergin, dal contenuto molto simile.

Krishnamurti non insegna concetti, idee, ma invita continuamente a vedere. Qui e ora, nell’immediato. Qui, nell’eterno presente, è la libertà. Qui l’amore. Come ne Il canto dell’Amato, un testo mistico nel verso senso del termine, dove il Sacro è nella visione dell’eterno presente.
Votarsi alla libertà e a scoprire cos’è l’amore, sono le sole due cose che contano: la libertà e la cosa chiamata amore.”
I testi qui presentati sono tratti da From Darkness to Light, una raccolta di testi poetici e parabole della sua giovinezza.

Jiddu Krishnamurti nacque nel 1895 a Madanapalle, presso Madras, nell’attuale stato dell’Uttar Pradesh e a tredici anni fu notato da un membro della Società Teosofica fondata da Helena Blavatsky, che aveva la sua sede internazionale a Madras. Annie Besant, all’epoca presidente della Società, lo volle adottare, insieme all’amatissimo fratello, con l’intenzione di farne il Maestro del Mondo, il salvatore di cui i teosofi attendevano l’avvento e fece poi loro dare una istruzione di tipo occidentale. Allo scopo di promuovere l’avvento del Maestro del Mondo, la Società fondò l’Ordine della Stella d’Oriente, di cui Krishnamurti venne eletto presidente e che arrivò a contare migliaia di seguaci in tutto il mondo.
Ma nel 1929, dopo la morte del fratello, egli sciolse l’organizzazione, restituì tutto quanto gli era stato dato e rifiutò ogni cosa e ogni ruolo. Da quel momento e fino alla morte, alla soglia dei novant’anni, viaggiò in tutto il mondo, incontrando persone di ogni tipo e cultura, ascoltando e parlando e dedicandosi instancabilmente all’educazione dei giovani, che considerava una questione fondamentale dell’uomo.

Francesca Diano

 

 

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Oh, vieni a sederti accanto a me

Oh, vieni a sederti accanto a me, presso il mare, libero e aperto.
Ti parlerò della calma interiore
E così del profondo silenzio;
Di quella interiore libertà
Come del cielo;
Di quella felicità interiore
Come dell’acqua danzante.

E come la luna traccia ora un sentiero silente sul mare oscuro,
Così accanto a me si stende la chiara via della pura comprensione.
Il dolore che geme si cela sotto un sorriso beffardo.
Il cuore è gravato dal peso dell’amore corruttibile.
L’inganno della mente snatura il pensiero.

Oh, vieni a sederti accanto a me
Libero e aperto.
Come il flusso costante della luce limpida del sole,
Così a te giungerà la tua comprensione.
La paura opprimente dell’attendere ansioso
Ti lascerà come l’acqua recede di fronte all’impeto dei venti.

Oh, vieni a sederti accanto a me.
Conoscerai la comprensione del vero amore.
Come la mente scaccia le nubi cieche,
Così il chiaro pensiero scaccerà il tuo bruto pregiudizio.

La luna s’è innamorata del sole
E le stelle colmano il cielo del loro riso.

O, vieni a sederti accanto a me
Libero e aperto.

 

Ah, Come Sit Beside Me

Ah, come sit beside me by the sea, open and free.
I will tell thee of that inward calmness
As of the still deep;
Of that inward freedom
As of the skies;
Of that inward happiness
As of the dancing waters.

And as now the moon makes a silent path on the dark sea,
So beside me lies the clear path of pure understanding.
The groaning sorrow is hid under a mocking smile,
The heart is heavy with the burden of corruptible love,
The deceptions of the mind pervert thought.

Ah, come sit beside me
Open and free.
As the even flow of clear sunlight,
So shall thine understanding come to thee.
The burdensome fear of anxious waiting
Shall go from thee as the waters recede before the rushing winds.

Ah, come sit beside me,
Thou shalt know of the understanding of true love.
As the mind drives the blind clouds,
So shall thy brutish prejudice be driven by clear thought.

The moon is in love with the sun
And the stars fill the skies with their laughter.

Oh, come sit beside me
Open and free.

 

Sono tutto

Sono l’azzurro firmamento e la nube nera,
Sono la cascata ed il suo suono,
Sono l’idolo inciso nella pietra e il sasso sulla strada,
Sono la rosa e i suoi petali che cadono,
Sono il fiore di campo e il sacro loto,
Sono l’acqua lustrale e lo stagno immobile,
Sono l’albero che fra i monti torreggia,
E foglia d’erba sul sentiero tranquillo.
Sono la tenera foglia appena nata e il fogliame sempreverde.

Sono il barbaro e il saggio,
Sono l’empio ed il pio,
Sono il non divino e il divino,
Sono la prostituta e la vergine,
Sono il liberato e l’uomo immerso nel tempo,
Sono l’indistruttibile e il distruttibile,
Sono la rinuncia e l’orgoglioso possessore,
Io sono tutto
Pochi mi conoscono.

Non sono né Questo né Quello,
Non sono distaccato né attaccato,
Non sono né il cielo né l’inferno – pochi mi conoscono –
Non sono né filosofie né credenze,
Non sono né il Maestro né il discepolo.
O amico,
Ogni cosa contengo.

Limpido come sorgente di montagna io sono
Semplice come la nuova foglia a primavera.

Felici sono coloro
Che mi incontrano.

 

I Am All

I am the blue firmament and the black cloud,
I am the waterfall and the sound thereof,
I am the graven image and the stone by the wayside,
I am the rose and the falling petals thereof,
I am the flower of the field and the sacred lotus,
I am the sanctified waters and the still pool,
I am the tree that towereth among the mountains
And the blade of grass in the peaceful lane,
I am the tender spring leaf and the evergreen foliage.

I am the barbarian and the sage,
I am the impious and the pious,
I am the ungodly and the godly,
I am the harlot and the virgin,
I am the liberated and the man of time,
I am the indestructible and the destructible,
I am the renunciation and the proud possessor.
I am all
Few know me.

I am neither This nor That,
I am neither detached nor attached,
I am neither heaven nor hell — few know me —
I am neither philosophies nor creeds,
I am neither the Guru nor the disciple.
O friend,
I contain all.

I am clear as the mountain stream,
Simple as the new spring leaf.

Happy are they
That meet with me.

 

Ho percorso un sentiero nella giungla

Ho percorso un sentiero nella giungla
Che aveva tracciato un elefante,
E intorno a me un intrico selvaggio.
Voce della desolazione colma la pianura lontana.
E la città è piena del rumore di campane di un alto tempio.
Oltre la giungla gli alti monti,
Calmi e limpidi.
Nella paura della Vita
Si crea la tentazione del dolore.

Abbatti la giungla – non un semplice albero,
Poiché la Verità si raggiunge
Eliminando tutto ciò che hai seminato.
Ed ora cammino con l’elefante.

 

I walked on a path through the jungle

I walked on a path through the jungle
Which an elephant had made,
And about me lay a tangle of wilderness.
The voice of desolation fills the distant plain.
And the city is noisy with the bells of a tall temple.
Beyond the jungle are the great mountains,
Calm and clear.

In the fear of Life
The temptation of sorrow is created.

Cut down the jungle — not one mere tree,
For Truth is attained
By putting aside all that you have sown.
And now I walk with the elephant.

 

Il canto dell’Amato

Oh! Ascolta,
Ti canterò il canto del mio Amato.

Dove i morbidi pendii verdi dei monti silenziosi
Incontrano l’acqua azzurra e lucente del mare sonante,
Dove il torrente gorgogliante grida in estasi,
Dove gli stagni immobili riflettono la calma del cielo,
Lì ti incontrerai con il mio Amato.

Nella vallata, dove la nube grava in solitudine
Cercando per riposarsi la montagna,
Nel fumo quieto che sale verso il cielo,
Nel villaggio verso il sole che tramonta,
Nei serti sottili delle nubi che svaniscono in fretta,
Lì tu ti incontrerai con il mio Amato.

Fra le cime danzanti degli alti cipressi,
Fra gli alberi nodosi antichi per l’età,
Fra i cespugli impauriti abbarbicati alla terra,
Fra gli alti rampicanti che pendono pigri,
Lì tu ti incontrerai con il mio Amato.

Nei campi arati, dove uccelli chiassosi trovano nutrimento,
Sul sentiero ombroso che si snoda lungo il fiume colmo e immobile,
Presso le rive lambite dall’acqua,
Fra gli alti pioppi che senza posa giocano col vento,
Nell’albero che il fulmine ha ucciso la scorsa estate,
Lì tu ti incontrerai con il mio Amato.

Nel silenzio dei cieli azzurri
Dove terra e cielo si incontrano
Nell’aria soffocante,
Nel mattino carico d’incenso,
Tra le ombre intense del meriggio,
Tra le ombre lunghe della sera,
Tra le nubi gaie e radiose del sole che tramonta,
Lungo il sentiero sull’acqua al termine del giorno.
Lì tu ti incontrerai con il mio Amato.

Nell’ombra delle stelle,
Nella calma profonda delle notti oscure,
Nel riflesso della luna su acque immote,
Nel grande silenzio che precede l’alba,
Fra i sussurrii degli alberi al risveglio,
Nel grido mattiniero dell’uccello,
Fra il risveglio delle ombre,
Fra le cime illuminate di montagne lontane,
Nel volto assonnato del mondo,
Lì tu ti incontrerai con il mio Amato.

Tacete o acque danzanti,
E ascoltate la voce del mio Amato.

Nelle risa felici dei bambini
Lo puoi sentire.
La musica del flauto
È la Sua voce.
Il grido sbigottito di un Uccello solitario
Muove il tuo cuore al pianto.
Poiché hai sentito la Sua voce.
Il ruggito del mare millenario
Risveglia le memorie
Che ninnandole ha fatto addormentare
La Sua voce.
La brezza dolce che muove
Pigramente le cime degli alberi
Ti porta il suono
Della Sua voce.

Il tuono fra i monti
Ti colma l’anima
Della potenza della Sua voce.
Nel ruggito della città vasta,
Attraverso le voci della notte,
Il pianto di dolore,
Il grido di gioia,
Attraverso la bruttezza dell’ira,
Giunge la voce del mio Amato.

Nelle lontane isole azzurrine,
Sulla tenera goccia di rugiada,
Sull’onda che s’infrange,
Sul lucore dell’acqua,
Sopra l’ala di un uccello in volo,
Sulla tenera foglia a primavera,
Potrai vedere il volto del mio Amato.

Nel tempio sacro,
Nelle sale da ballo,
Sul volto santo del sannyasi,
Nel vacillare dell’ubriaco,
Con la prostituta e con la casta,
Lì tu ti incontrerai con il mio Amato

Nei campi in fiore,
Nelle città sporche e squallide,
Con il puro e l’impuro,
Nei fiori che celano il divino,
Lì si trova il mio bene-Amato.
Oh! Il mare
È penetrato nel mio cuore,
In un giorno,
Sto vivendo cento estati.
O amico,
In te contemplo il mio viso,
Il viso del mio bene-Amato.

È questo il canto del mio amore.

 

Song of the Beloved

Oh! Listen,
I will sing to thee the song of my Beloved.

Where the soft green slopes of the still mountains
Meet the blue shimmering waters of the noisy sea,
Where the bubbling brook shouts in ecstasy,
Where the still pools reflect the calm heavens,
There thou wilt meet with my Beloved.

In the vale where the cloud hangs in loneliness
Searching the mountain for rest,
In the still smoke climbing heavenwards,
In the hamlet toward the setting sun,
In the thin wreaths of the fast disappearing clouds,
There thou wilt meet with my Beloved.

Among the dancing tops of the tall cypress,
Among the gnarled trees of great age,
Among the frightened bushes that cling to the earth,
Among the long creepers that hang lazily,
There thou wilt meet with my Beloved.

In the ploughed fields where noisy birds are feeding,
On the shaded path that winds along the full, motionless river,
Beside the banks where the waters lap,
Amidst the tall poplars that play ceaselessly with the winds,
In the dead tree of last summer’s lightning,
There thou wilt meet with my Beloved.

In the still blue skies,
Where heaven and earth meet
In the breathless air,
In the morn burdened with incense,
Among the rich shadows of a noon-day,
Among the long shadows of an evening,
Amidst the gay and radiant clouds of the setting sun,
On the path on the waters at the close of the day,
There thou wilt meet with my Beloved.

In the shadows of the stars,
In the deep tranquility of dark nights,
In the reflection of the moon on still waters,
In the great silence before the dawn,
Among the whispering of waking trees,
In the cry of the bird at morn,
Amidst the wakening of shadows,
Amidst the sunlit tops of the far mountains,
In the sleepy face of the world,
There thou wilt meet with my Beloved.

Keep still, O dancing waters,
And listen to the voice of my Beloved.

In the happy laughter of children
Thou canst hear Him.
The music of the flute
Is His voice.
The startled cry of a lonely bird
Moves thy heart to tears,
For thou hearest His voice.
The roar of the age-old sea
Awakens the memories
That have been lulled to sleep
By His voice.
The soft breeze that stirs
The tree-tops lazily
Brings to thee the sound
Of His voice.

The thunder among the mountains
fills thy soul
With the strength
Of His voice.
In the roar of a vast city,
through the voices of the night,
The cry of sorrow,
The shout of joy,
Through the ugliness of anger,
Comes the voice of my Beloved.

In the distant blue isles,
On the soft dewdrop,
On the breaking wave,
On the sheen of waters,
On the wing of the flying bird,
On the tender leaf of the spring,
Thou wilt see the face of my Beloved.

In the sacred temple,
In the halls of dancing,
On the holy face of the sannyasi,
In the lurches of the drunkard,
With the harlot and with the chaste,
Thou wilt meet with my Beloved.

On the fields of flowers,
In the towns of squalor and dirt,
With the pure and the unholy,
In the flower that hides divinity,
There is my well-Beloved.

Oh! the sea
Has entered my heart,
In a day,
I am living an hundred summers.
O, friend,
I behold my face in thee,
The face of my well-Beloved.

This is the song of my love

 

Non ho nome

Non ho nome,
Sono come la brezza fresca di montagna.
Non ho rifugio;
Sono l’acqua vagante.
Non ho santuario, come gli dei oscuri;
Né sono fra le ombre dei templi profondi.
Non ho testi sacri;
Né sono radicato nella tradizione.
Non sono nell’incenso
Che sale sugli alti altari,
Né nella pompa delle cerimonie.
Non sono né negli idoli scolpiti
Né nell’intenso canto di voce melodiosa.
Non sono legato alle teorie
Né corrotto dalle credenze.
Non sono impastoiato nei legami di una religione
Né nella pia agonia dei suoi preti.
Non sono intrappolato dalle filosofie
Né in potere delle loro sette.
Non sono né alto né basso.
Sono l’adoratore e l’adorato.
Sono libero.
Il mio canto è il canto del fiume
Che invoca il mare aperto,
Vagando, vagando,
Io sono Vita.
Non ho nome,
Sono come la fresca brezza di montagna.

 

I have no name

I have no name,
I am as the fresh breeze of the mountains.
I have no shelter;
I am as the wandering waters.
I have no sanctuary, like the dark gods;
Nor am I in the shadow of deep temples.
I have no sacred books;
Nor am I well-seasoned in tradition.
I am not in the incense
Mounting on the high altars,
Nor in the pomp of ceremonies.
I am neither in the graven image,
Nor in the rich chant of a melodious voice.
I am not bound by theories,
Nor corrupted by beliefs.
I am not held in the bondage of religions,
Nor in the pious agony of their priests.
I am not entrapped by philosophies,
Nor held in the power of their sects.
I am neither low nor high,
I am the worshipper and the worshipped.
I am free.
My song is the song of the river
Calling for the open seas,
Wandering, wandering,
I am Life.
I have no name,
I am as the fresh breeze of the mountains.

 

(C)2017 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

L’Uomo della Soglia. Scholia a Nanni Cagnone. I Parte

 

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Non sono, queste, che poche, prime annotazioni (altre ne verranno in seguito) o meglio meditazioni, in  margine all’opera del grande outsider della poesia e della cultura italiane, Nanni Cagnone. Non più che un trascurabile ringraziamento per gli spazi sconfinati verso cui ha indirizzato il mio sguardo. 

Francesca Diano

*

Nanni Cagnone è uno di quei rari che si sottraggono a qualunque categorizzazione, ma che incarnano l’idea, platonica vorrei dire, del Poeta, non solo perché scrivono versi – sempre, anche quando in versi non scrivono, anche quando pensano, parlano, tacciono, vivono, respirano – ma perché consacrano la vita a dare forma, e rendere quale dono, a una visione nuova del mondo, frutto di una ricerca che mai si interrompe, che è esplorazione e sperimentazione di ogni possibilità, di ogni strumento, mezzo e tecnica che parola e speculazione offrono. E lo fanno da innamorati dell’ignoto. Seguendo, come unica guida, il proprio dàimon. Perché questa è la loro natura.

Dunque poeta.

Eppure, anche così, nel momento in cui lo si vorrebbe definire, subito ti accorgi che quella definizione, che pure non potrebbe essere che la sua, è limitante. Non lo contiene. Che è più una comoda tentazione che un tentativo. Che ti mancano le parole si vorrebbero per dire quel che si intende, si prova, si intuisce, o si “vede”, nel corso di una lettura che chiama alla meditazione. Quasi la impone. E ti fa sentire smarrito di quello stesso smarrimento, che permette a lui di sollevarsi – sempre più nel corso degli anni – al di sopra della vita e di osservarla con sguardo lucreziano. Con quel suo essere schivo e sfolgorante allo stesso tempo.

Pensare di poter scrivere qualcosa di degno su quest’anima libera e sui modi in cui si  manifesta, sarebbe un atto di presunzione, non meno che temerario, da parte mia. Soprattutto significherebbe ingabbiarlo in uno schema, quando, opera dopo opera, testo dopo testo, parola dopo parola, Cagnone ha polverizzato ogni schema, traboccando da ogni confine prevedibile imposto da correnti, generi letterari, mode, tendenze. Anzi, volutamente ignorandole e, proprio per questo,  diventando il più contemporaneo dei contemporanei.

Come gli disse Emilio Villa: <<Fottitene dell’avanguardia. Tu sei un classico. >>

Poiché non ritengo di possedere gli strumenti necessari ad una critica letteraria che si possa dir tale, mi limito ad accostarmi ai grandi – molti del passato, rari del presente – mossa dalla sete come chi, fuggendo dalla guerra, spera in  un approdo; e dunque non posso che limitarmi a dare conto delle sensazioni, delle percezioni e delle immagini che sono emerse nel corso di quello che è stato, e seguiterà ad essere per me, un viaggio nel profondo e una rivelazione. La sensazione di essere trascinata in un vortice.

La prima percezione è quella della libertà.

E libertà significa αἵρεσις, una scelta, un’elezione. Questo il suo significato originario. Solo successivamente il termine che ne deriva, eresia, acquista una connotazione negativa, di condanna. Eresia come deviazione dall’ortodossia, come separazione dalla norma imposta e universalmente accettata, come rifiuto del dogma. Tutto questo impregna l’intera sua visione e tracima da ogni suo scritto.

Si può dire di un poeta che sia un eretico – non un ‘poeta eretico’, ma un eretico? Senza dubbio, perché la poesia, pur se raramente – quando davvero è tale – è di per sé eresia, poiché è uno scardinamento dei dogmi che tengono immerso il mondo nel suo sonno. È un’anomalia. Ma, soprattutto, è un destino.

Avvertire su di sé l’alito di un destino e decidere di assumersene la responsabilità è la scelta del poeta quanto dell’eroe. Cagnone la chiama Necessità. Il che escluderebbe la scelta. Eppure, alla necessità ci si può sottrarre, pur tradendo la propria natura, negandola. O forse, come per Edipo, sottraendosene la si porta a compimento. Dunque persino la necessità richiede un atto di fede.

Il poeta e l’eroe. Tra l’uno e l’altro, non v’è molta differenza, se non per gli strumenti che permettono loro di porre in atto quella scelta. Entrambi sanno, fin da subito, di avere di fronte a sé un cammino iniziatico, disseminato di tranelli e agguati, entrambi sanno che quel percorso strapperà loro di dosso, fibra a fibra, fino all’ultimo brandello, le vesti che sono state loro date alla  nascita, lasciandoli nudi e soli. E, forse, l’eroe è la vera anima del poeta, una volta che, deposte le armi, si debba confrontare con la nudità di sé stesso.

Quella nuda solitudine, che non è separazione, né isolamento dalle relazioni, ma ciò che Duns Scoto definisce haecceitas, la scoperta della propria individualità, della propria vera identità, che comporta tuttavia la responsabilità delle relazioni, l’essenza di questo essere qui e di nessun altro, ma soprattutto, l’ultima solitudo, necessaria perché emerga la persona – Scoto è fra i primi a darne una definizione – una realtà assolutamente indipendente da ogni altra essenza e natura.

Quella ultima solitudo permetterà loro di affacciarsi sull’abisso dell’ignoto e sopportarne la visione. E l’affacciarsi non può essere che lo sporgersi oltre la soglia, senza varcarla mai fino in fondo. Poiché l’iniziato non conosce approdo, ma solo tappe che appaiono ancora e ancora, l’una dopo dell’altra, perché la soglia non è che limite instabile di un’altra soglia. Ma è, soprattutto, relazione, confronto con il limen, tanto della propria natura, quanto della natura dell’abisso stesso che vi sta oltre. Ed è, non meno, un pari affacciarsi dell’abisso oltre quel limen che, essendo instabile, separa ma non divide. Poiché ultima solitudo è la qualità costitutiva e generatrice stessa di quell’ignoto. Dunque diviene lo specchio di chi la osservi. E lo brucia. Qualunque specchio è specchio ustorio, scrive Cagnone. In una condizione asintotica, di cui spesso discorre riferendosi al proprio rapporto con la poesia, col fare poesia. Asintoto come un marchio a fuoco. Per  quell’impossibilità di saldarsi in un’estrema unione, sempre sfiorandola nell’inattuabile intersezione. L’ultimo suono, oltre il quale è silenzio. Restare sulla soglia, né parlare né tacere – è il silenzio. Parlare e tacere costano meno, scrive ancora. Queste sono le parole di un mistico. Questo silenzio non è tacere, ma silere; entrare in contatto con l’ineffabile e perdervisi.

Su questa lunatica

collina di mare,

noncuranza

o barbarie altrui

non può stancare

l’amicizia dei boschi,

né asservire

le indocili province

d’erba di nuvole.

L’acqua – non è spreco –

getta semi nella sabbia.

 

Potrei narrare

-nome nessuno-

o tacere, avendo cura

non superar la soglia

oltre la quale

si va solo sui trampoli.[1]

 

Poiché, come scrive Carlo Diano: “E però si deve dire che tutte le arti tendono alla parola, ma la parola al silenzio. Qui è l’ultimo limite e l’estremo periechon dell’arte, che però è via e non fine, ed è sempre via, come lo è la vita, che riprende sempre e non s’arresta mai, e, toccando in ogni opera il suo culmine, lo cerca ogni volta e sempre in un’altra”.[2]

Questo spazio tra ciò che sta al di qua e tra ciò che sta al di là della soglia, tra il né parlare e il né tacere, è l’ineffabile; ed è il vuoto. E quel vuoto essendo infinito, contiene in potenza l’universo intero e le sue manifestazioni. È la natura del limen, ch’è uno iato tra il non più e il non ancora e si dilata incommensurabilmente.

Si dovrebbe scrivere una poetica del Vuoto in Nanni Cagnone, su quella condizione concava del poeta, come lui la definisce, che riverbera il concetto Zen. Fino a giungere al farsi vuoto non solo dell’idea di sé, ma del Sé. Crogiuolo pronto a ricevere. Lasciarsi colmare.

Invidiato vuoto

che non teme simmetrie, e

si ritrae senza colpire, sciame

di fissità, che non si mostra

virtuoso con roveti e fiori

e a noi perdona lo sguardo–

solo

anello troppo grande,

laccio lucente, escluso.[3]

 

<< […] La mancanza di vero paragone tra mondo del linguaggio, e l’incerta proporzione di presenza e assenza, incomprensione e oblio, avviano a quell’opera estranea che è la poesia. Essa richiede un affetto passivo, un pensiero ricettivo. Poesia non è qualunque atto di raccogliere il mondo come un soccorritore del senso o un adulatore del linguaggio, ma l’esperienza di una fedeltà che vuole trattenere l’indicibile. Poesia è agire al di sopra di ciò che si riesce a pensare.>>[4]

I grandi poeti hanno un rapporto d’ombra con la vita. Cagnone ha un rapporto d’Ombra con la vita.

L’Ombra è la prima delle tre tappe nel processo junghiano di individuazione, dal momento che il riconoscerla, l’accettarla e l’integrarla è il primo passo, ma fondamentale, per la realizzazione di quel processo. Insieme delle funzioni e degli atteggiamenti non sviluppati della personalità, rappresenta tutti i contenuti rimossi e non autorizzati dalla coscienza. In quell’antro dai confini incerti e oscuri è sepolto il tesoro di cui i pirati della poesia vanno avidamente alla ricerca, che saccheggiano, da cui sono nutriti ad  alimentare le loro successive incursioni. Lì è la radice e la fonte.

Quando Cagnone scrive: “Vivere non è abbastanza. Perché la vita sia degna di essere vissuta, a questa nudità si deve aggiungere tutto”[5], a me pare che riveli con molta chiarezza la natura di quel “tutto”.

Quel che si aggiunge, è il riverbero di fuoco delle cose, delle res di cui si compone la realitas, e del loro presentarsi, celate dietro quell’opacità di cui lui spesso parla, quell’Ombra appunto, la cui presenza si rivela solo nella relazione dell’Io con sé stesso prima di tutto, e successivamente della relazione che ne è l’esito, con il mondo esterno.

Soglia,

spartizione di luce.

Per mezzo della notte,

stancare confini,

consistere

ove l’uno e l’altro

si raggiungono,

soglia reciproca

accoglienza,

nessuna distinzione

ostilità nessuna — pace,

se denota in alcun modo

l’infanzia del sorridere.[6]

________

Severamente soglia

congiunse avanti

il vuoto che ci seguiva.

Essa conosce

l’ordine del canto, finché

nei suoi limiti vivente;

poi luminoso strappo

in custodisce la polvere–

si chiude allora la porta,

un’illusione.[7]

 

Ogni soglia è passaggio. Ogni soglia ha in sé il tremendo potere della trasformazione. E del ritorno all’origine.

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La seconda sensazione riguarda il concetto dello spazio nella sua visione, e il punto da cui questo spazio è osservato. Il concetto dello spazio è quello infinito, l’àpeiron periechon di Anassimandro e dei Greci; ma in lui questo infinito si rivela solo nell’istante. È l’incontro dell’io con l’Altro, che lo rivela. Questo Altro può essere una regione di sé stesso, un altro essere umano, una locusta egiziana che entra in casa, un bagliore, un’immagine della memoria, una visione meditata o improvvisa, un odore depositato nelle sinapsi.

Da questi capricciosi incroci cartesiani del qui e ora, saetta proiezione quasi istantanea verso dimensioni senza confini, dove la mente si perde e s’accendono visioni. Oculatus abis – vai, provvisto di occhi – è scritto nell’ultima pagina del Mutus Liber. I grandi occhi di Nanni, che mai furono e saranno chiusi di fronte al baluginio elusivo di quella Fata Morgana che è la poesia, da lui assimilata all’“arto fantasma” di un grande invalido, che dichiara la propria invisibile presenza nel dolore dell’assenza. Un miraggio, la cui irraggiungibilità, pur nel suo manifesto rivelarsi, apre fra sé e il poeta regioni incommensurabili (di vertiginoso non-senso?), che mai veramente potranno essere conquistate sino in fondo. Se ne può essere solo impregnati.

<<La più profonda esperienza della poesia è quella di una lontananza costitutiva>>, afferma in Discorde.

*

La terza sensazione – o meglio, visione  – è il senso del tempo. Dico visione, perché mi si è presentata come immagine: uno sconfinato spazio cosmico, segnato da sottili cerchi concentrici e luminosi che si vanno allargando all’infinito, come onde su di una superficie liquida, e, affacciata sul bordo di una di esse, la sua figura in penombra. Sospesa in una dimensione atemporale.

<<Io dispongo di desideri, non di scopi. Non l’orizzonte: la soglia.>>

Poiché desiderare significa ardere, consumarsi e rinnovarsi e ardere ancora nel proprio stesso fuoco di Fenice. In quell’aura di luce pulsante che emana, come un alone, ogni soglia.

Il suo è il Tempo del Sogno degli aborigeni australiani, l’Alcheringa. Un tempo che attraversa e trascende la Storia e la precede, tuttavia vi consiste.  Un tempo dei primordi, lontano da quello occidentale, o storico come oggi lo conosciamo e in cui siamo immersi, come ciechi, sordi e muti.

Tuttavia questo tempo, a-storico più che primordiale, non inganni, né faccia pensare che ciò che Cagnone scrive sia estraneo al presente. Come appunto è per il Tempo del Sogno, esso è di ogni presente tessuto e sostanza, ne dirige gli eventi, dà loro forma modellandoli.

Basterebbe The Book of Giving Back per capirlo. Qui davvero Cagnone è il Custode dei Racconti, così come è nella tradizione aborigena, antica di decine di millenni, dove gli anziani sono i depositari dei racconti del Sogno, e responsabili della loro trasmissione. Queste narrazioni, molte delle quali segrete, sono legate al territorio, ai luoghi e agli esseri sacri. Descrivono una geografia metafisica, di luoghi e cose che possiedono un Mana, una potenza, che il racconto evoca. Così la sua Liguria trasfigurata, così la Natura, che gli si manifesta nelle mille sue forme, vegetali e animali e cosmiche. E, analogamente, Cagnone percorre, nel suo narrare con una lingua resa pura e alta dalla sacralità del tempo del mito a cui appartiene, le Vie dei Canti, quegli itinerari invisibili creati dalle orme degli esseri mitici che le percorsero e le forgiarono. Cantare in strofe tali vie è l’eredità che ogni aborigeno iniziato ai misteri della creazione riceve, ed egli andrà cantando, come in una partitura cosmica, quel mondo, ricreandolo. E Vie dei Canti sono tutti i suoi scritti, dove luoghi, esseri e immagini tracciano un reticolato invisibile, si trasfigurano, evocano la verità delle cose nella loro trasparenza onirica e le rendono materia pulsante.

Dunque è comprensibile anche la cura, l’estrema attenzione per la forma, la necessità della perfezione, che è in realtà dovere d’aderenza a una verità che non tradisca il compito alto.

La sua lingua magnifica, tersissima e distillata nei suoi preziosi alambicchi fino alla quintessenza, è la lingua di un iniziato. Dunque di un eletto, o di un eretico attento al suo dire. È la lingua purificata da ogni scoria che possa offuscarne l’origine. Una lingua sacra, vaticinante, carica di Potenza.

Quello sfrondarla d’ogni referente sintattico che fa libera ogni parola, le rende l’alone edenico, la fa sfolgorare della propria luce. È così, che Cagnone ne trova l’essenza, l’anima.  Quella del puro suono che crea le cose. Come il suono del tamburo di Śiva emana l’universo fenomenico, così la sua danza sfrenata è simbolo del continuo divenire. La danza dei suoni e delle parole, che in Cagnone scorrono con il soffio del fuoco eracliteo.

Rendere ad ogni parola la propria libertà originaria, così che ciascuna poi viva nello stabilire i propri voluti legami.

Ora egli lascia che le parole già scritte mutino i loro legami, consente che alcune si preferiscano, sopporta di perderne alcune, accetta che possano smarrire rilievo o iridescenza nel nuovo legame.”[8]

È quindi anche la lingua segreta, il linguaggio esoterico dei grandi testi alchemici, in cui gli elementi si animano, scegliendo il combinarsi con altri elementi, così adamantina eppure così velata nel suo dire. Vive in quella zona di penombra che filtra tra ombra e luce. Come le sacre Icone sull’iconostasi velano lo spazio sacro del bèma . Così da gettare bagliori illusori di senso, che subito repentini fuggono e sfuggono. Un solve et coagula in un continuo movimento.

Io leggo per fraintendere. Se intendessi, mi verrebbe in mente solo quel che c’è scritto.[9]

****

Il sito di Nanni Cagnone      http://www.nannicagnone.eu/

 

[1] Tornare altrove, XIV, 2015

[2] Carlo Diano Linee per una fenomenologia dell’arte, 1956 p. 122

[3] Vuoto e compassione Armi senza insegne, 1986.

[4] Tanti sogni, poca realtà, 1988.

[5] Comuni smarrimenti, p. 1, 1980.

[6] XLVI, Tornare altrove.

[7] Vuoto e compassione – Armi senza insegne, 1986.

[8] Per somnium stasera, 1993.

[9] What’s Hecuba to Him or He to Hecuba, 1975.  

[10] Vaticinio. Libro Quinto. Della Limitazione. 1984.

 

(C) 2017 by FRANCESCA DIANO – RIPRODUZIONE RISERVATA

Solstizio d’inverno

 

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È sempre l’irruzione dell’evento

non annunciato l’abbaglio

della raggiunta pace l’immobile

che non sa d’essere attesa.

 

Disrupting clay walls

shattering to pieces

frail bulwarks

laboriously erected.

And now what?

 

E più spessa la creta

e più assordante

il fragore del suo crollo.

Non ha difesa il nucleo

di fronte all’invasione

del condottiero.

 

 

_ _ _ _ _ _ _ _

 

 

Convergere di mari

di ferite semisanate

correnti miscelate

di sangue non rappreso.

Lì collisione arsura

d’ansia lì è nodo il fulgore

che temo non desidero

che ardo di provare

per divenire pulsar.

 

Celati  nei silenzi

bastioni alle parole

frecce infocate accese

mai mancano il bersaglio.

Leggere il vuoto

colmare l’assenza

col silenzio del volto

col bagliore del senza.

Perché non prima o mai?

 

Craving for needs

denied  needs

to build new walls

of tenderness and will.

And now what?

 

Ora è pasto la sete

la fiamma che riaccende

acqua che non si spegne

in cenere silente nel trionfo

del non ardere. Sfera

d’annientamento non c’è

sussulto atto a contenere

l’origine né giochi ad armi pari

come fu nei tuoi giorni

come nei miei il ritorno.

 

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _

 

 

Ogni grazia è un addio

un gesto d’abbandono

volto a sé stessi all’umidore

delle cose – costanza

del danzare lievi sul filo

che unisce ardore d’acqua

e fluire di fiamma.

 

 

 

Francesca Diano

 

(C)2016 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 

 

Quale violenza

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Artemisia Gentileschi – Lucrezia
**
La violenza è violenza sempre. Sulle donne, sui bambini, sugli uomini, sui più deboli, sugli animali.
Fisica e psicologica.
Che uccida il corpo o l’anima.
Che usi il mezzo del ricatto economico o le falle di una giustizia male applicata. Che si avvalga di mandanti o sia diretta. Che sia esercitata da uomini contro le donne e i bambini, che sia esercitata da donne contro i bambini o contro altre donne o da uomini contro altri uomini. La violenza è violenza ed è esercitata sempre e solo da vigliacchi e prepotenti che approfittano di chi è in una condizione di debolezza, di qualunque debolezza si tratti, e non sa o non può difendersi.
E non è raro che, quando una vittima cerca di difendersi, venga fatta passare dal persecutore per persecutrice essa stessa.
La violenza è sempre corruzione, e prolifera nelle società corrotte. E’ l’orfana più disperata dell’amore, dell’etica, della giustizia,. della compassione, dell’intelligenza, della speranza. E del rispetto per se stessi e per gli altri.
E’ la madre idolatrata di povertà, disperazione, conflitti e guerra.
La violenza avvelena l’anima e la corrompe. Ottunde i sensi e congela il sentire.
Che si tratti di omicidio, ginecidio (o come viene definito, femminicidio), infanticidio, genocidio, sempre della follia di un essere umano che ne massacra un altro o molti altri si tratta. Che si tratti di spingere alla disperazione e all’annientamento un altro essere, sempre di un crimine si tratta.
Un assassino, sempre assassino è, che uccida un’unica persona o milioni. La gravità della sua azione non è più pesante se la si moltiplica. Il peso è immenso lo stesso. In questo caso uno è uguale a molti. Perché la vita ha lo stesso valore per tutti. Perché ciascun essere è la manifestazione in atto della vita.
Pensare di arginarne un aspetto – quello degli uomini che assassinano le donne – senza curare una società malata di violenza e i suoi membri, è un’utopia. Senza applicare una Giustizia equa, capace di indagare a fondo e prevenire e senza la certezza della pena, che non veda uscire poi gli assassini dopo poco tempo grazie  mille cavilli, alla faccia delle vittime, massacrate due volte.
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Peter Paul Rubens – La strage degli innocenti
**
Si pretenderebbe di eliminarla senza modificare veramente, ma veramente le mentalità, l’educazione, l’atteggiamento nei confronti della vita, senza eliminare la violenza quotidiana distribuita e diffusa a piene mani dai media, spacciandola per informazione, intrattenimento, educazione, politica. Quando invece tutto ciò che ci circonda è violenza, più o meno mascherata.
E diventa la normalità. Diventa la modalità con cui ci si rapporta all’altro. Spesso la si scambia per maleducazione e invece è violenza. Diventa il veleno che ci beviamo e respiriamo. La società si regge sulla violenza, ma pretenderebbe di eliminarla quando a esercitarla sono alcuni dei suoi membri. Quegli stessi membri che formano quella società e ne sono il risultato. Si educa con l’esempio, non a chiacchiere. Società e governi che scatenano le guerre, per loro stessa definizione distruttive e portatrici di morte e violenze e soprusi, poi pretendono di denunciare in altre società uguali a loro i “crimini di guerra” o i “crimini contro l’umanità”. Ma la guerra è già di per sé un crimine.
E’ un atteggiamento schizofrenico.
Questo tipo di violenza, generalizzata e ripugnante, domina tutte le società patriarcali e le loro manifestazioni, fondate sul dominio, sul conflitto, sull’oppressione, sulla prepotenza della parte che detiene un potere univoco e, quando questo potere che si è arrogata, viene minacciato o messo in discussione, la “normale” violenza che sempre serpeggia nel sottofondo si inasprisce e lo fa contro le parti più fragili e indifese di quella stessa società che, così facendo, si annienta da sola. Come nelle malattie autoimmuni, quando un organismo, che è geneticamente predisposto, attacca se stesso e si autodistrugge.
*
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(C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Barbara Codogno – Il dio dei topi

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Immaginate un enorme condominio, di quelli sorti in modo dissennato in periferie di altre periferie, dove un’umanità deprivata di spazio e dignità brulica cercando di sopravvivere, e si arrangia come meglio – o peggio – può. Immaginate di osservare le centinaia e centinaia di vite dall’esterno, allontanando lo sguardo. Allontanandolo sempre di più, come in quei filmati in cui da una casa si passa a una città, e poi a una regione, e poi a un paese, a un continente, alla Terra tutta e infine allo spazio vuoto. Quegli individui, con le loro vite, le loro emozioni e sensazioni, diventano sempre più piccoli, sempre più insignificanti, fino a sparire nel nulla.

Qualcuno dice che l’umanità è l’esperimento di qualche razza aliena e più evoluta, che osserva dall’esterno i nostri comportamenti, in generale autodistruttivi. Come un esperimento con animali da laboratorio. Topi, ad esempio, che tanto ci somigliano dal punto di vista genetico, da essere estremamente adatti alle sperimentazioni. Ecco, il cuore nero del romanzo di Barbara Codogno, Il dio dei topi, Edizioni Cleup, nero e pulsante di bianchi topini è proprio una monumentale struttura, definita Condominio dalla sua ideatrice, che si trova nei sotterranei di un dipartimento universitario non meglio identificato di una qualche università italiana, in cui si fa ricerca per produrre un farmaco che neutralizzi gli effetti dello stress.

Bianca Pavan, una ricercatrice che crede nel proprio lavoro, convinta della propria missione – nonostante impieghi lei stessa degli animali per gli esperimenti – è una donna con una vita non risolta, piena di problemi, sgradevole a se stessa e agli altri, incapace di sereni o profondi rapporti umani. Del resto difficili in un ambiente in cui non esiste una scintilla di umanità, di valori che non siano l’arrivismo, la prevaricazione, l’aridità, il cinismo, il vendersi a Mammona, come quello del dipartimento descritto. Eppure qualcosa accade. In quel brulicare di creaturine, sottoposte a crudeltà mostruose, descritte senza reticenze dall’autrice, una topolina, 315A, mostra un’intelligenza più umana dei suoi persecutori. Aiuta i suoi simili, persino dimentica di sé, e si affeziona a Bianca. Bianca stabilisce con lei un legame che non ha con gli altri esseri umani, un legame fatto di affetto, di accudimento, di tenerezza. Dà alla topolina che per nome ha un numero quello che non dà a se stessa.

Ma poi la narrazione diviene sempre più metafora. “Del resto, si diceva Bianca, anche l’uomo sopravvive e basta: l’abisso sotto i piedi, il caos sopra la testa. Gli uomini sono tutti sonnambuli. Ai burattinai non conviene che escano dal sonno, diventerebbero ingovernabili. Basta guardarsi in giro, le strade, le scuole, gli uffici, le case… l’ordine è soltanto il nome che i burattinai danno all’inferno.” Come l’inferno del Condominio in cui i topi, prima resi totalmente abulici dal farmaco sperimentato, poi si sbranano gli uni con gli altri.

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E allora viene da pensare al mondo in cui viviamo, al modo in cui le coscienze e la capacità critica sono sempre più costrette a intontirsi e spegnersi, mentre l’uomo sbrana l’uomo, la terra viene violentata, la vita e il futuro negati da poteri economici tanto enormi quanto stupidi, il cui delirio è l’ossessione del profitto e del Potere.

Lo squallido omarino che dirige il dipartimento, uno dei tanti tromboni tronfi e stonati, che in Italia occupano posti di potere nelle università, nelle aziende, nelle istituzioni pubbliche e private, un povero imbecille che cerca di convincere e convincersi di essere un dio onnipotente, è schiavo egli stesso delle multinazionali farmaceutiche che spacciano l’avidità sconfinata per ricerca medica. Del resto si sa bene, anche se lo si cerca di tacitare, quanto sia pericoloso e quali danni faccia l’uso e abuso di psicofarmaci, prescritti con criminale facilità.

Impagabile è la scena della cena organizzata dal Rettore di quella anonima università per festeggiare la conclusione dell’accordo in cui la multinazionale verserà 1.000.000 di euro in cambio della formula del nuovo farmaco da sfruttare, quando due “cervelli in fuga” italiani, presenti all’evento e che progettavano di tornare in patria, dopo aver constatato quanto arretrata e venduta sia la ricerca, decidono di ripartire per non fare mai più ritorno.

Qui non si salva nessuno, né uomini né donne, né le vittime – perché sono vittime – né i carnefici. E spesso le une sono a loro volta anche gli altri. Perché la corruzione contamina. Nessuno è innocente.

Lo stile febbrile di Barbara Codogno, disturbante, angoscioso (abolita ogni differenziazione tra dialogo e narrazione, dialogo mai distinto dalle convenzionali virgolette e che si fonde totalmente col narrato) rispecchia il senso e l’intreccio. La parte oscura, primordiale dell’uomo, che si proietta sulla colonia di topi – Freud qui andrebbe a nozze – domina su tutto. Eppure uno spiraglio esiste. Bianca lo trova. Non importa come. Lo trova fuggendo verso un gesto d’amore. Di salvezza. E, in quel momento, vittima estrema, non è più vittima.

 

Francesca Diano

(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Appunti di meccanica celeste. Ovvero l’Universo secondo Domenico Dara

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Angelo di Dio

che sei il mio custode

illumina, custodisci,

reggi, governa me

che ti fui affidata

dalla pietà celeste.

Così sia.

 

Questa è stata la prima preghiera che mio padre mi ha insegnato quando avevo tre anni, e recitavo tutte le sere inginocchiata con le mani giunte davanti al lettino. Queste parole – ciascuna di esse –  sono il filo conduttore, la chiave di lettura del nuovo romanzo di Domenico Dara, Appunti di meccanica celeste, Nutrimenti editore. Ritrovarle nel romanzo dello scrittore fra quelli che più amo e che più mi hanno insegnato, è stato come ritrovare la via di casa, di un luogo d’amore e protezione.

La Pietà celeste è la pietas, l’amore che accoglie, sana e trasforma; di Dio per gli uomini, degli uomini per Dio e dell’uomo per l’uomo. La compassione, la tenerezza, la Provvidenza e la fede nella Provvidenza. La gratitudine e la devozione per le potenze celesti che sostengono l’umanità nei suoi percorsi spesso incomprensibili e dolorosi.

La preghiera all’Angelo custode è quella che ogni cuore di bambino rivolge al proprio angelo, ché ciascuno di noi ne ha uno accanto. E queste sono le parole che si mescolano e si rimescolano  in infinite combinazioni, evocate da una quieta follia, come le foglie trascinate dalla forza del vento, nella mente confusa di Lulù il pazzo, uno dei due personaggi innocenti e puri di cuore, dei sette che compongono la costellazione di questo romanzo. Ma sono anche una sorta di rumore di fondo del suo universo, come l’eco di un originario Big Bang.

Ma se questo è il filo conduttore, i centri del romanzo sono molteplici e di molteplice natura. Centri e non centro, perché ogni Essente è in sé un centro, attorno a cui volve l’universo mondo. Molti centri, come molte sono le dimensioni quando la materia curva lo spazio/tempo. E qui Girifalco diventa uno di quei punti, in cui lo spazio/tempo si modifica  e modifica l’universo. Tutto può accadere. Anche ciò che è apparentemente impossibile secondo la nostra limitata visione.

Il primo centro, reale e geografico, è il paese calabrese di Girifalco, quello che, nella mia recensione al Breve Trattato sulle coincidenze, due anni fa, per prima paragonai al Macondo di Màrquez. Girifalco, paese natale di Dara, è un vero e proprio Axis Mundi, il luogo in cui, secondo la definizione  che Mircea Eliade dà dell’espressione, cielo, terra e inferi si congiungono. E dunque, tutto ciò che vi accade, ha valore universale. E qui veramente Cielo e Terra e Inferisi uniscono, poiché in questo luogo le leggi della fisica e quelle – che le rispecchiano – dei comportamenti e dei moti del cuore umani si sovrappongono e si fondono. Dai più amabili e innocenti, ai più oscuri e malvagi. Perché, in questo romanzo, alita questa volta potente, l’ombra del Male.

Il secondo centro è un magico circo che, apparentemente per volere del caso e per “errore”, capita nella cittadina la mattina che segue la notte di San Lorenzo, quando alcuni degli abitanti del paese hanno scorto in cielo una stella cadente brillantissima. “Alle nove e ventiquattro dell’undici agosto, da quelle strade da cui negli anni era giunto di tutto, da mandrie di cinghiali imbestialiti a fiumare d’acqua piovana, arrivò un circo.” Dara è sempre precisissimo nel situare i suoi racconti nel tempo e nello spazio, perché la precisione è il respiro dell’universo e lo strumento dello scrittore. Il proprietario del circo Engelmann è Cassiel Engelmann. Ora, Cassiel è il nome di un angelo, uno dei sette angeli planetari (il suo dominio è il pianeta Saturno) ed Engelmann è sì un cognome, ma in tedesco significa “uomo angelo”. E’ anche il nome di uno dei due angeli nel film di Wim Wenders Il cielo sopra Berlino. E tutti gli artisti del circo che sono in qualche modo  collegati ai sette protagonisti del romanzo, hanno nomi di angeli, tratti soprattutto da diverse tradizioni, islamiche, cabbalistiche ed esoteriche. Ad esempio Batral, Grafathas, Nakir, Jibril (Gabriele nell’Islam) ecc.

Questo circo, lontanissimo da quelli felliniani, ha invece un precedente letterario estremamente illustre: il circo che arriva a Mosca ne Il Maestro e Margherita, di Michail Bulgakov. Qui il direttore del circo è un elegantissimo straniero dai modi di gentiluomo, di nome Woland. Woland è uno dei nomi tedeschi del demonio, che compare anche nel Faust di Goethe. E demoni sono tutti i componenti di quel circo, che porterà lo scompiglio nella Mosca staliniana, congelata e statica, prigioniera dell’orrore, ma libererà il Maestro, un’anima pura, rinchiuso in un manicomio dal regime. Il demonio, si sa, è padre del caos.  Qui invece il circo è una epifania angelica, il kairòs che irrompe nella vita umana in un punto preciso dello spazio-tempo e la trasforma.

Ciò che accade è che sette vite, immobili nella loro condizione e perpetuamente rotanti lungo orbite fisse, vengano scalzate da quelle orbite per trasformarsi completamente e per vedere realizzati i loro più segreti desideri attraverso una magia che solo l’amore può compiere. Ciascuna di quelle vite trova, in uno degli artisti del circo, l’Angelo custode che si prenderà cura delle loro anime ferite e ristabilirà quell’equilibrio, quell’ordine armonico che solo il mistero dell’universo conosce.

Il terzo centro di questo secondo capolavoro di Dara è la traduzione delle leggi della meccanica celeste, della fisica quantistica, dei principi della termodinamica in termini di comportamenti umani. Poiché veramente, come afferma Hermete Trismeghisto in uno dei Sette Principi della sua perduta Tavola Smeraldina, quello della Corrispondenza: “Come sopra, così sotto – come sotto così sopra. Come dentro, così fuori – come fuori così dentro. Come nel grande, così nel piccolo.” E questo è un elemento che non posso non amare, perché è la mia stessa convinzione.

Incontriamo allora i sette (numero fatale e ricco di significati) personaggi, ciascuno centro di un universo chiuso, ma ciascuno dei quali è un satellite che ruota attorno al proprio grumo di dolore:

Archidemu Crisippo, ultimo di una stirpe di filosofi stoici, che osserva, col distacco dell’entomologo e dello scienziato/filosofo dal suo balcone i compaesani che passano in piazza, dove quattro vie convengono, seguendo con la precisione millimetrica di una megaptera o di un corpo celeste, sempre gli stessi percorsi. Il distacco filosofico di Archidemu però è solo apparente, perché dentro lo tormenta il tarlo del senso di colpa. Molti anni prima, in una calda giornata in collina, il fratello Sciachineddu era scomparso senza lasciare traccia.

Poi c’è Lulù il pazzo, bambino in un corpo di adulto, che cerca da sempre la mamma a cui venne crudelmente strappato, capace di suonare con le foglie meravigliose melodie. Lulù, che da sempre è ospite del manicomio di Girifalco, gira però serenamente per il paese, amato e accolto da tutti. O quasi…

Cuncettina la secca, così detta perché incapace di procreare. L’aridità del suo ventre l’ha resa una pianta senza linfa e infelice a vita, ossessionata dalla sua sterilità al punto da trascurare la sua vita stessa e i suoi affetti.

Angeliaddu, il bambino senza padre, (ricordate il Postino?) segnato da una macchia di capelli bianchi fra i capelli biondi. Piccolo angelo dal cuore di eroe, reietto come la sua mamma, che s’ammazza di fatica per mettere insieme pochi soldi ed è perseguitata da una delle anime nere, che in questo romanzo non mancano, perché non ha ceduto alle sue voglie di maschio prepotente e deve pagare duramente con suo figlio la sua onestà e indipendenza.

Don Venanzio l’epicureo, che nella sua bottega di sarto sopraffino, accoglie segretamente le femmine del paese per soddisfare un desiderio sessuale inesauribile, ma che non si è mai innamorato e, al pari di Archidemu, vive in un deserto interiore.

Rorò la venturata, baciata da ogni fortuna e benedizione della vita, cui tutto è sempre andato bene, e tuttavia ossessionata dal terrore del fuoco, fino all’istante in cui, scivolando con le pantofole sul balcone bagnato di pioggia, muore all’istante.

Mararosa (talvolta chiamata Malarosa) la mala, un tempo promessa al marito di Rorò, ma poi abbandonata, che consuma la sua vita nell’odio per la sua ignara rivale, lanciandole maledizioni e augurandole la morte. La sua vita è priva di luce, orribile, malvagia, una condanna al male. Eppure…

eppure la pietà celeste ha le sue traiettorie, i suoi sistemi e le sue leggi quantiche. Il lettore avido, come solo può essere un lettore di Dara, vedrà.

Ma, nonostante la struttura infinitamente complessa eppure perfetta di questo romanzo sia già di per sé cosa meravigliosa, non è ancora questa che fa di questo romanzo una pietra miliare della nostra asfittica letteratura, che quasi sempre ormai è paralizzata nella stanza soffocante di inutili e noiosi tratturi dell’Io, o in analisi obsolete di rapporti di coppia o di figli/genitori. No, non è solo la sua struttura. Sono la vastità del pensiero e della visione che vi sta dietro e la lingua che Dara ha creato.

E questo è il quarto centro: lo stile. Oltre ad aver creato una lingua letteraria assolutamente nuova, frutto di fusione fra italiano, dialetto e italiano regionale e di registri alti – di origine letteraria, scientifica, filosofica – e popolari, passando dagli uni agli altri con l’agilità e l’eleganza di un acrobata, come l’angelico acrobata del suo circo, non c’è parola, non c’è metafora, non c’è similitudine che non sia profondamente meditata e assolutamente inattesa. A volte, come gemme rare, nelle vene d’oro di questa scrittura scintillano dei neologismi, talmente perfetti e, direi, necessari, da non apparire tali.

Ci sarebbe molto, molto altro da dire, ma in effetti si dovrebbe scrivere un Breve trattato su Domenico Dara. Lasciamolo a chi, prima o poi, ci farà delle tesi si laurea.

In seguito a degli smottamenti conseguenti a un’alluvione, negli anni ’70 a Girifalco è stata trovata, insieme ad altri reperti di epoca pre-greca, la scultura in terracotta di un singolarissimo animale, detto “il Sauro di Girifalco” (qui sotto in una foto dell’archeologo Domenico Canino). Parrebbe autentico, ma il fatto è che rappresenta unoi stegosauro…. Impossibile? Una follia? No, si trova a Girifalco dove, cari Signore e Signori, i Postini e gli Angeli cambiano i destini degli uomini.

Dara è uno dei pochi scrittori, chissà forse l’unico caso, in Italia il cui enorme successo non è dovuto né a conoscenze, né ad amicizie, né a campagne di marketing, né ad appartenenze politiche. E’ dovuto solo e unicamente al suo talento robusto, alla sua originalità, all’anima che traspare da ogni parola, all’essere già un classico fin dalla sua prima opera per l’universalità dei suoi temi e per l’amore e il rispetto profondo che dimostra nei confronti della letteratura e dei lettori.
S’è mostrato al mondo così, nella nudità della sua verità.
E tutto questo dovrebbe molto far riflettere sulla capacità che hanno i lettori di riconoscere la grande letteratura quando la trovano e sul fatto che essa sia viva. Vivissima.

FRANCESCA DIANO

(C)2016 FRANCESCA DIANO. RIPRODUZIONE RISERVATA

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