Francesca Diano – Bestiario

 

Propongo qui l’Introduzione al mio Bestiario, NeroCromo, Vicenza, 2017, pubblicato in elegante veste di libro d’arte da Paolo Gidoni e splendidamente illustrato da Patrizia Da Re. Premessa al volume è il raffinatissimo Preludio di Adriana Gloria Marigo, madrina e mentore del libro.  Sedici testi poetici affiancati da sedici immagini in una doppia edizione, da collezione in edizione limitata di grande formato e in formato più piccolo. Per me un grande onore e una grande emozione vedere, dopo tanti anni dalla sua composizione, un’edizione così bella del mio piccolo Bestiario.

In copertina un particolare del Ragno di Patrizia Da Re.

F.D.

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INTRODUZIONE

 

Agli inizi degli anni Ottanta, seguendo il desiderio, o meglio la necessità, di approfondire le mie conoscenze sul mito e sui simboli, mi immersi in una serie intensissima di letture di mitologia comparata, che mi condussero poi a studi e testi di antropologia, etnologia, di storia delle religioni, di alchimia, di astrologia e Qabbālāh. Mi furono guide costanti Carl G. Jung,  Károly Kerényi, James Frazer e Mircea Eliade. Fons et origo di quella necessità fu la lettura dello splendido saggio che Maurizio Calvesi scrisse sull’incisione di Albrecht Dürer Melencolia I, cui ero giunta, come storica dell’arte, sulla scia degli studi iconologici di Panofsky, Wittkover e Warburg. Nel leggerlo, mi resi conto una volta di più che mi mancavano dei tasselli essenziali per comprendere l’arte del tardo Medio Evo e del Rinascimento e non solo, dai quali non potevo prescindere se avessi voluto avvicinarmi con maggiore attenzione all’universo che la nutriva. Ma, come spesso accade, inoltrarsi lungo strade sconosciute finisce per condurre a nuove scoperte di sé.

Le sollecitazioni a livello del profondo sgorgate da queste letture furono molto intense e non tardarono a manifestarsi in modi inattesi, anche nella mia vita personale. Una maggiore attenzione alla mia vita psichica, un più acuto sentire me stessa e il mondo, una curiosità più profonda di nuove esperienze interiori.

Stavo scoprendo nuovi sentieri da percorrere, orizzonti vastissimi; una rete intricata di percorsi che s’intrecciavano, si dividevano, si riunivano, si richiamavano, conducevano ad altri sentieri da seguire, senza che se ne potesse scorgere la fine. In tutta questa sconfinata e scintillante selva di immagini e strutture psichiche, di richiami estremamente seducenti del passato, era possibile individuare delle convergenze e degli aspetti comuni, i quali tutti riconducevano a una fonte unica: il Sacro. La stessa fonte a cui attinge l’arte, anzi, da cui l’arte ha tratto la sua origine.

Fra gli aspetti che più mi colpirono, vi fu la dovizia di simboli collegati alle figure animali e delle funzioni loro attribuite, la loro pervadente trasversalità attraverso le epoche e le culture, nella sfera del mito, in quella religiosa e folklorica,  ben prima che in quella letteraria, e la loro potenza mitopoietica.

Non v’è cultura che, fin dalle sue manifestazioni più arcaiche, fin dalla preistoria, non abbia attribuito agli animali un ruolo fortemente – talvolta violentemente – simbolico. E il significato di un simbolo non è mai qualcosa di univoco, chiaro o compatto, ma sempre molteplice, ambiguo ed evocatore.

Se è vero che l’uomo è un animale simbolico, è però anche vero che l’animale è simbolo e metafora dell’umano. In quest’apparente paradosso sta il vero rapporto che l’uomo ha stabilito fin dalla preistoria con gli esseri animati diversi da sé. Lo spazio vuoto che esiste tra l’uomo dotato di lògos e dunque di linguaggio e di capacità simbolica e gli animali che ne sono privi (o così crediamo), è colmato dalla funzione simbolica che l’uomo attribuisce all’animale. Tramite e attore di questa saldatura è, fin dalle più arcaiche tradizioni, lo sciamano.

Nell’originaria visione animista, originaria perché primordiale e comune a tutte le culture primitive o cosiddette tali, che ogni cosa possegga un’anima e che tutto sia parte di un Uno, non significa che quell’Uno sia un’entità coesa e indifferenziata. Esso è piuttosto una fusione fluida, un mosaico in cui ogni particola è manifestazione della sacralità dell’Unità, concorre anzi a formarla ed è ad essa necessaria e da essa inscindibile. Questa è la visione che permane nelle religioni politeiste, la cui pluralità di divinità non è che il rivelarsi delle innumerevoli manifestazioni del divino.

Dovremmo usare forse, il più appropriato termine mana, la forza vitale, la potenza spirituale che ogni cosa visibile o invisibile possiede. Vi sono gradi e distinzioni nel manifestarsi della potenza e gli animali, forse proprio perché più evidentemente vicini all’uomo rispetto alle piante, alle rocce, alle acque, alla terra e ai fenomeni naturali, ma pur sempre forme di vita ad esso estranee e misteriose, tramite fra la fragilità dell’uomo e le potenze sconosciute e spesso invisibili di una natura temibile, dovevano apparire, agli occhi dei nostri antenati, manifestazioni della potenza divina non meno dei fenomeni naturali.

Contemplando le pitture rupestri, le più antiche mai scoperte, e in assoluto le più belle, che rappresentano orsi, leoni, cavalli, cervi, bisonti, mammut, gufi, ma anche esseri umani, tracciate da ignoti uomini di Cro-Magnon circa 32.000 anni fa, con immensa arte, sulle pareti della Grotta Chauvet, scoperta solo vent’anni fa nella Francia meridionale, è evidente il senso di meraviglia e timor sacro con cui guardavano ai loro soggetti. Figure umane e animali entrano ed escono letteralmente dalle rocce, grazie al miracolo di un’ancestrale visione prospettica, unitamente allo sfruttamento delle sporgenze e delle rientranze della superficie, che fungono in molti casi da rilievo per i muscoli in movimento. Certe “istantanee” degli animali al galoppo o in corsa non sono normalmente visibili ad occhio nudo. Sono dei fotogrammi; noi riusciamo a catturarli solo attraverso una macchina fotografica o il fermo immagine di una cinepresa. Eppure quegli uomini erano in grado di cogliere ogni frazione di movimento e, insieme, la travolgente potenza fisica e spirituale di quegli animali. Che non sono dipinti dal vero, ma, parrebbe, in una trance ipnotica, o in uno stato onirico. In una fusione totale con lo spirito dell’animale.

Il luogo reca tracce di un possibile grande santuario ancestrale, dove già compaiono abbaglianti tutti gli archetipi della psiche umana e le loro manifestazioni: animali totemici, tracce di pratiche sciamaniche, rappresentazioni di peni e vagine umani, la Grande Madre, riti legati al ciclo  morte e rinascita, evocazione degli spiriti animali, e chissà quanto altro.  E, nonostante questi capolavori, che superano tutti gli altri dipinti rupestri conosciuti, siano antichi di 32.000 anni, sono già arte e pensiero simbolico maturi. Quale percorso hanno alle spalle?

Quegli uomini sapevano di potersi impossessare dello spirito dell’animale solo entrando in contatto con il suo mana, facendosene possedere e divenendo essi stessi quell’animale. Per acquisirne l’essenza e le qualità. Per fondere in un’unità l’umano e il sovraumano. Così come l’uomo che impersona il dio cacciatore Muthappan diviene il dio stesso.

L’animale possiede una forza, fisica e spirituale e una libertà negate all’uomo. Ogni animale evoca una specifica potenza, associata a un principio spirituale. Come, ad esempio, Frazer rintraccia nelle culture europee ed extraeuropee la presenza costante dello Spirito del Grano – o dei diversi cereali –  che si manifesta sotto forma di animale così, fra i Batak dell’Amazzonia, esiste il Padre delle Api, che possiede aspetto animale e umano, e dev’essere propiziato durante la raccolta del miele selvatico attraverso danze e riti specifici. Questi spiriti animali vanno ritualmente uccisi per assicurare un buon raccolto o la pioggia. In Kerala il dio cacciatore Muthappan, di cui, a differenza di tutte le divinità hindu, non esistono statue, ma che viene impersonato ogni giorno da un uomo, che ne assume l’aspetto, le vesti, le insegne, abbandonando la sua natura umana, e incontra i suoi fedeli, dunque è un vero “dio vivente”, è sempre accompagnato da un cane. I cani sono sacri a Muthappan e, se dovessero mancare nel tempio a lui dedicato, l’uomo che lo impersona non riuscirà a portare a compimento la trasformazione nel dio; quindi, il cane è lo spirito animale di Muthappan, il tramite con l’uomo, senza il quale egli non potrà compiere la sua ierofania. Esempi analoghi si possono rintracciare in moltissime culture, anche in Europa, benché citarli richieda uno spazio che questo mio breve discorso introduttivo a un libro d’artista non può concedere.

Dunque, appropriarsi dello spirito dell’animale – o cibandosene o propiziandoselo con riti e sacrifici, o impersonandolo con l’assumerne l’aspetto, o rappresentarlo con un rito magico-religioso  – significa appropriarsi di quella potenza. Significa appropriarsi dello spirito dell’animale, che diviene lo spirito guida, l’alter ego a livello sovraumano dell’uomo che ne è a sua volta posseduto. Si sa come, in molte culture dei Nativi Americani, si assuma il nome dello spirito guida animale che si è rivelato nel corso di una cerimonia di iniziazione. E, con il suo nome, anche le sue qualità, le sue caratteristiche spirituali e le energie che nell’animale si manifestano.

L’animale è in diretto contatto col Sacro, la sua valenza simbolica ha la funzione di stabilire una relazione diretta fra il piano umano e la sfera del Sacro. Ogni forma o struttura religiosa, all’origine, ha i suoi animali sacri, le sue divinità zoomorfe, i suoi animali totemici; persino il Cristianesimo trabocca di animali simbolici (l’agnello, la colomba, il pavone, l’aquila, il leone, il toro, il serpente, l’asino, ecc.) retaggio non solo della tradizione classica e mediterranea, ma di culti assai più arcaici. Forse di pratiche sciamaniche.

Non potevo evitare questa premessa, poiché è da questo insieme di riflessioni e circostanze che sono nati questi testi: scritti nell’arco di due giorni, di getto – cosa per me assai inusuale – tanto da potersi dire quasi una scrittura automatica, si sono presentati come un insieme compiuto. A differenza di buona parte di quanto scrivo, non furono meditati o mediati, ma sgorgarono direttamente dalle sollecitazioni che quelle letture avevano operato nel profondo. Pochi e limitatissimi sono stati miei interventi e cambiamenti successivi.

Gli animali che qui compaiono, in ordine alfabetico, si sono voluti così manifestare. Un discorso a parte meritava il toro, come animale sacrificale, legato ai riti della fecondità, di morte e rinascita delle società agricole, come Spirito del Grano, cui ho dedicato, nello stesso periodo, una serie di testi cui ho dato il titolo di Taurofania. Essi non esauriscono ovviamente l’affollatissima costellazione degli animali simbolici, ma sono quelli che in me hanno preso voce. Loro e non altri. E mi rendo conto che, in effetti, sono i miei preferiti. Forse quelli che più rappresentano parti di me.

La forma è quella di invocazioni, di formule magiche, rituali. Lo spirito dell’animale vi è evocato elencandone gli attributi, la potenza, le qualità, la presenza nei miti e nelle tradizioni popolari di epoche e culture diverse. Ma anche il valore metaforico e allegorico che li trasforma in figure archetipiche e dell’inconscio, cui s’aggiungono immagini legate al mio vissuto: le strutture per i combattimenti dei galli nel Museo Nazionale di St Fagans in Galles, la Porta Ermetica di Piazza Vittorio a Roma, gli scarabei del Museo Egizio di Torino, i cigni che scivolavano sull’acqua del fiume Cam a Cambridge in una fredda notte nevosa di gennaio, i numerosi corvi che si posavano d’inverno sui prati del parco davanti alla mia casa londinese, perché il loro valore simbolico e magico non si esaurisce nei miti del passato, nelle immagini dipinte sulle pareti delle caverne preistoriche, o nei visionari Bestiari medievali, ma protende inesauribile le sue spire anche nel nostro quotidiano.

Piccoli inni sacri dunque, che hanno scelto di manifestarsi con un ritmo cantilenante, a volte ipnotico, ingannevolmente semplice, per lasciare affiorare liberamente l’accecante fulgore del simbolo.

Non ho voluto aggiungere alcuna nota esplicativa ai testi, ho scelto di non citare i riferimenti ai miti, alle leggende o alle tradizioni che vi emergono, perché la lingua del Sacro rifugge dalle giustificazioni; è e deve rimanere ambigua, velata, metamorfica. È frutto di una lenta decantazione, purificazione e trasformazione, così come nei procedimenti alchemici.

La qualità fortemente visiva di questi testi mi aveva fatto desiderare da tempo che essi potessero trovare chi volesse e sapesse trasformarli in immagini. Nel caso di questo libro, il tempo s’è rivelato alleato perché, come è detto della mia Ragna:

 

Ragna lenta, ragna paziente

Il tempo lavora e mai non ti mente.

Sei machiavellica, tu non hai fretta

Vince pur sempre chi tempo aspetta.

 

Così ho saputo aspettare l’arrivo nella mia vita di Patrizia Da Re. Un’idea nata all’improvviso, chiacchierando. Avevo visto alcune sue opere che mi avevano catturata. La forza dei suoi colori, l’energia della sua pittura, le immagini oniriche, le tecniche inusuali e l’immaginazione visionaria erano quello che i miei testi aspettavano. Patrizia è una donna colta, di grandi letture e dall’immaginazione ricchissima. La sua pittura è più visione che immagine e perciò adattissima ad affiancare e commentare le mie parole. Mai le sarò sufficientemente grata per aver accettato all’istante.

Poi accadde una cosa singolare; come le mandai i testi, immediatamente le sue immagini sgorgarono potenti, quasi imponendosi con la stessa forza con cui le parole erano sgorgate in me. I simboli prendevano vita e forma visibile. Vedere la curva azzurrità del delfino, l’Uovo Cosmico del serpente, lo sguardo allucinato del rospo, la trina delicata tessuta dal ragno, il favo d’oro delle api, che quasi appare la morula di un embrione nell’aggregarsi delle sue cellule, (ri)sentire lo stridio dei corvi nel campo brullo, e poi quelle geniali invenzioni nell’accostare i colori, nello scegliere i supporti e le tecniche, è stata un’emozione intensa. È stato come se, d’un tratto, avessero preso vita davanti a me entità prodotte da quell’ “immaginazione attiva” di cui parla Jung. Le sue immagini rutilanti emanano mistero e magia, potenza e ritmo. Patrizia ha compreso profondamente il sapore arcaico dei testi, la loro potenza simbolica, evocatrice e li ha tradotti con ispirata delicatezza e aggraziata forza in visione.

I suoi dipinti sono il perfetto commento visivo, con quella convergenza di parola e immagine, che rende preziosi gli antichi bestiari miniati da mani sapienti.

Sì, v’è sapienza nelle sue immagini.

Ma ancora tutto questo sarebbe rimasto un mutus liber se non avessi incontrata Adriana Gloria Marigo, donna e poetessa di inusuale sensibilità e grazia, cui mi lega un comune sentire. A lei devo – dobbiamo – la preziosa metamorfosi in libro a stampa. Lei l’ha guidato fino al porto sicuro di Paolo Gidoni e alla sua casa editrice. Lei per prima ci ha creduto e, con l’entusiasmo che le è proprio, l’ha proposto. Paolo Gidoni ha aperto braccia e cuore e ne ha fatto questo splendido objet d’art.

A tutti loro va la mia gratitudine, non scevra da meraviglia, nel riflettere su come quella lontana lettura del saggio di Calvesi su un’incisione che è in sé uno dei più misteriosi trattati sul valore del simbolo e sul significato del tempo, abbia operato la sua alchimia, collegando tempo e simbolo e conducendo, dopo tanti decenni, a questo minuscolo laudario degli animali simbolici.

 

(C) by Francesca Diano 2017

 

 

 

 

 

 

 

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Adriana Gloria Marigo. Senza il mio nome.

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Quando la luce sfila

A Ezio B.

 

Quando la luce sfila

da sillaba a sillaba

il morbo della lontananza

dall’illogica ustione

urge il passato prossimo

sotto la vestizione più anteriore

preme lo specifico cedimento

 

non t’appagano le tre parole

rivoltate in splendore

nel loro incarnato effimero

 

scegli una matrice di stella

al giro del vento.

 

 

Quando leggo dei versi che mi piacciono, che sono conforto di visione interna e hanno l’accortezza di operare metamorfosi di parole in pensiero e orizzonte, non mi chiedo mai quali ‘influssi’, rimandi o contaminazioni di altri poeti abbiano subìto. Sarebbe uno sminuire quel che leggo, perché ogni poeta che sappia di poesia è sempre e comunque nuovo e unico. Semplicemente mi ci arrendo, me ne lascio avvolgere. Così, quando ho avuto la gioia di ricevere in dono da Adriana Gloria Marigo, nel corso di un bellissimo pomeriggio vicentino, il suo Senza il mio nome, (2015, Campanotto Editore) ho letto e lasciato decantare, e poi riletto ancora, e ancora lasciato decantare questa raccolta di epigrafi alla bellezza e all’intensità del sentire, senza voler cercare altro che la loro bellezza e la loro forza.

Testi brevi, robusti, che originano spesso dall’inconscio e da una percezione archetipica della realtà. C’è una visionarietà arcaica, non mediata e molto, molto libera da mode o stereotipi.

 

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Sono versi che sembrano risuonare fra le rovine dei templi di Olimpia, o di Selinunte. Parole che, nel leggerle, non in italiano suonano più, ma in una lingua antica, antichissima e quasi dimenticata. Sorprende come questa fonte abbia iniziato a sgorgare solo in anni più recenti, quasi fosse stata liberata improvvisamente da un suo luogo prima congelato. Come una folgorazione che abbia attivato energie prima silenti, eppure da sempre presenti. Perché questa poetessa è nata già matura, sapiente. Il testo che segue lo conferma:

 

Innalzate dal puro oscuro

sul precipizio della luce

Cassandre salmodiavano

la folgorazione dell’azzurro

la chiara incidenza del nome

 

l’estroso vivo compimento.

 

 

“La beltà scandalosa” del verso, che seduce la parola, l’attrae, la crea. E’ un rovesciare la convenzione della parola che crea il verso. Il vuoto della sostanza, l’eccesso di forma, lasciano alla parola una sola scelta, quella di inabissarsi nella musicalità dei legami interni del suono e poi spiegare le ali vittoriosa.

 

Fu per l’esiguità di sostanza

la ridondanza di forma

che la parola s’appassionò

alla beltà scandalosa

di un emistichio

 

dispiegate le ali

come a Samotracia la Nike.

 

*

IL GRIDO DELLA LUCE STAMANI

 

Il grido  della luce stamani

folgora la distanza

il gioco costellato d’Erebo

nell’inciso spazio degli sterpi.

 

Più in alto il respiro di neve

inarca il giorno

agl’innumeri enti all’attesa.

 

(C)2017 by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA