Riflessioni sui concetti di Forma ed Evento in Carlo Diano di Francesco Taddio

DIANO EDIZIONI NERI POZZA

Volentieri pubblico alcune brevi ma dense considerazioni del giovane filosofo Francesco Taddio su Carlo Diano, che si è avvicinato al suo pensiero con passione e dedizione e ha dimostrato di cogliere con acume alcuni aspetti fondamentali della sua visione. Di questo lo ringrazio.

Francesca Diano

 

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Il pensiero di Carlo Diano ci è significato in due termini fondamentali: forma ed evento. Il termine evento non è ciò che accade genericamente ma ciò che accade in particolare a qualcuno, di conseguenza l’accadere è così prospettivato nella presenza immediata di qualcuno che ne coglie la/una manifestazione. L’evento è sempre nella relazione di due aspetti come pura essenzialità dell’ hic et nunc e la periferia spaziotemporale dell’accadere in cui si presenta il divino l’apeiron periechon. Vi sono eventi ed eventi, e ciascuno ha la sua dimensione e la sua direzione, ma tutti sono caratterizzati dalla vissuta presenza dell’apeiron periechon. Per Heidegger l’essenza e l’esistenza sono l’Esserci come anche essere-nel-mondo, e così lo stesso essere-nel-mondo è inseparabile dalla comprensione che l’Esserci ha del suo essere, ma anche dalla comprensione che l’essere-nel-mondo ha.

La seconda categoria fenomenologica fondamentale per l’approccio agli studi sulla grecità antica per Carlo Diano, è quello della forma.  È importante considerare ciò che è adesso, ovvero ciò che differenzia le singole vite. Ecco che, in una considerazione squisitamente kantiana, si può individuare un’apparente forma dualistica dell’evento nello spazio e nel tempo, data la considerazione di Carlo Diano sull’individuo (singola vita) e la società (civiltà umana), ma ciò che più di tutto risulta dai suoi studi è la possibilità di arrivare e sporgersi alle soglie della forma. Tutte queste chiusure considerate in se stesse fuori dalla relazione con l’evento sono forme e non sono possibili senza azione del principio che è proprio della forma, ma non sono la forma. Forma è ciò che i greci da Omero a Plotino chiamarono èidos, ed èidos è la cosa veduta e assolutamente veduta congiuntamente a sé stessa. In un senso più prossimo all’aristotelismo è la potenza e atto che convergono nella contemplazione, si può intendere invece che questa convergenza sia un divergenza proprio in virtù del fatto che vanno concepite sia la dimensione-manifesta mondana che l’attuazione nel mondo, in altre parole la cosa veduta e assolutamente veduta è fenomenologicamente la manifestazione del mondo all’Esserci, nell’Esserci, con l’Esserci.
In questo senso possiamo considerare le categorie di Diano dal punto di vista critico
precedenti ad Heidegger, nonché dal punto di vista dello scritto e dell’aver colto  l’essenza del pensiero greco, più pervasive che in Aristotele.
L’attualità del pensiero di Carlo Diano si mostra anche e soprattutto nella sua concezione
essenzialmente e potentemente greca della filosofia che gravita attorno al verbo e al nome.
E non è solo un fatto di linguistica, bensì una vera definizione dell’archè per cui verbo e
nome sono in qualche modo due categorie non solo accostabili ai termini evento e forma ma esse stesse permettono di portare traccia dell’evento e della forma nella sfera della
rappresentazione; sono veri e propri termini e incominciamento rispettivamente dal punto di vista linguistico e filosofico, come fine e rispettivamente inizio della Cosa. Come afferma l’Usener, un elemento fondamentale per il coglimento di una fenomenologia di rilievo è che: “la cosa singola che vedo davanti è null’altro che il dio”. Poiché dunque la  separazione non c’è se non nella rappresentazione formatasi, e quindi neanche l’idea della causa, ecco che la distinzione come separazione e della chiarezza come idea della causa ci riporta sul piano del nome e del verbo. In questo senso e generalmente in questo senso, Cartesio nella sua concezione del chiaro e del distinto va ricondotto sul piano della filosofia greca rispetto alla tradizione per cui il chiaro è ciò di cui riesco a determinare la
manifestazione nel qui ed ora, il distinto è invece – della manifestazione – la sua
determinazione rispetto a qualcuno.

In qualche modo la forma ha una valenza chiarificatrice una volta manifestatasi e nel suo manifestarsi, mentre l’evento ne è la possibilità di poter cogliere la separazione tra le presenze manifestatesi a qualcuno. Una volta che si sia semplificata una frase, o rimangono le atomizzazioni linguistiche che costituiscono struttura senza però essere legate tra loro, oppure vi sono gli elementi dinamici del verbo. Ora, nella ricerca delle cause, quando Carlo Diano mostra che quando qualcosa accade perché accade, se tolgo il perché restano solo due elementi: accade-accade. Ovvero una tautologia se la si porta sul piano della dimensione spaziale, ma essa è una ripetizione. Di tali ripetizioni ne facciamo di continuo, ed è un’impasse che permette l’emergere di un circulus vitiosus. In altre parole, ci sono degli eventi dal punto di vista della vita che concettualmente sono dei circoli chiusi, ne sono caso la morte e rispettivamente la contraddizione. Qui abbiamo un passaggio alla sfera geometrica, ovvero nel concetto di centro e periferia per cui la ricerca della causa risulta un moto della cosa finché non si è usciti dall’evento, in un modo o nell’altro, ovvero dal punto di vista della vita o del discorso. In un certo modo il rappresentato s’incontra con il qui ed ora nell’ubiquo e sempiterno.
La grande differenza tra forma ed evento emerge dal fatto che esiste una
manifestazione che si manifesta assolutamente e quindi all’uno (forma) con preminenza
metafisica alla manifestazione, e quella manifestazione che si dà ad un qualcuno, in maniera ancora indeterminata nella sua forma ma non nel suo presentificarsi a qualcuno, il quale sembra essere invece qui ed ora determinato.

Le definizioni di forma ed evento allora non possono avere valore assoluto in quanto sono delle categorie, e per di più delle categorie fenomenologiche, poiché tanto più definiscono un ubiquo e sempiterno, tanto più sono indefinibili dal punto di vista ontologico. Infatti la rappresentazione non ha attinenza ontologica ma è ciò con cui esperisco l’ente.

Francesco Taddio

 

(C)2018 by Francesco Taddio RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ripubblicare le opere del filosofo Carlo Diano. Un’azione dovuta della cultura italiana.

 

CONVEGNO DIANO COSENZA

 

Questa è una petizione per scuotere dal torpore la dormiente cultura italiana, che pare voler a tutti i costi mettere a tacere e far dimenticare la voce di uno dei più originali Maestri del pensiero italiano ed europeo del ‘900. A parte l’edizione dell’Eraclito pubblicata dalla Loreno Valla e degli Scritti morali di Epicuro pubblicata dalla BUR, nessuna delle sue opere filosofiche e teoriche è ormai da molto tempo reperibile. Sembra che gli editori italiani lo ritengano un fantasma. Eppure il suo pensiero è frutto di studi e ricerche in Italia e all’estero sia da parte di grandi studiosi che di giovani ricercatori, i quali tutti hanno immensa difficoltà a reperire i suoi scritti. Carlo Diano, che il suo allievo Massimo Cacciari ha giustamente definito “Il grande outsider della cultura italiana ed europea” è sempre stato uno spirito libero e ha sempre percorso strade mai battute da altri. E’ ingiusto che il suo pensiero seguiti ad essere saccheggiato da altri e fatto passare per proprio e dunque c’è chi non ha convenienza a renderlo disponibile.

Presto uscirà una traduzione americana di Forma ed Evento, pubblicata dalla Fordham University Press. Facciamo che la cultura italiana renda di nuovo disponibile la sua opera firmando questa petizione.

Alla cultura non si può mettere il bavaglio! E la rete è più forte e libera delle lobbies culturali.

Grazie a chi lo farà e diffonderà.

https://www.change.org/p/dario-franceschini-ripubblicare-le-opere-del-filosofo-carlo-diano-un-azione-dovuta-della-cultura-italiana?recruiter=57854881&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink&utm_campaign=share_petition&utm_term=facebook_link

 

Carlo Diano (1902 – 1974), uno dei maggiori e più originali pensatori, filosofi e filologi italiani, noto in Europa e nelle due Americhe per i suoi studi epicurei, per il suo magistrale lavoro di filologo classico  e per il suo pensiero filosofico originale, è stato uno dei grandi protagonisti della cultura italiana del ‘900. Allievo di Giovanni Gentile e di Giorgio Pasquali, ha esteso i suoi studi e le sue ricerche alla Storia delle Religioni, alle teorie artistiche, alle letterature scandinave, al pensiero scientifico e matematico, alla papirologia, alla filosofia antica e moderna, all’archeologia. Vera mente rinascimentale, è stato anche poeta, scultore, pittore e compositore di musica, avendo studiato composizione a Santa Cecilia. Ha ricoperto per decenni la  cattedra di Letteratura Greca dell’Università di Padova come successore di Manara Valgimigli, ha istituito il primo insegnamento di Storia delle Religioni all’Università di Padova, che per anni ha tenuto egli stesso come incarico, oltre ad ever insegnato nelle università svedesi di Lund e Uppsala e ha tradotto poeti e scrittori svedesi, inoltre ha reso mirabilmente in versi italianii tragici greci, traduzioni che hanno visto allestimenti in numerose stagioni di teatro classico con grandi compagnie teatrali. Ha curato l’edizio princeps dei Papiri Ercolanensi delle opere di Epicuro, studi che gli hanno valso la fama internazionale come uno dei maggiori studiosi di Epicuro.

Nella sua vita ha stretto amicizia e ha collaborato con i maggiori studiosi e pensatori del ‘900, da Mircea Eliade a Kàroly Kerényi, da Raffaele Pettazzoni a Ugo Spirito, da Walter Friederich Otto a Ezra Pound agli amici fraterni Salvatore Quasimodo e Sergio Bettini e ha collaborato come compositore con Gianfrancesco Malipiero e molti altri grandi.

Purtroppo le sue numerose opere, soprattutto quelle in cui delinea il suo pensiero filosofico originale, tal che Massimo Cacciari l’ha definito “il grande outsider della cultura italiana”, come “Forma ed Evento”, “Linee per una fenomenologia dell’arte”,  “Saggezza e poetiche degli antichi” e “Il pensiero greco da Anassimandro agli Stoici” sono ormai introvabili. Sono reperibili solo la sua edizione dell’Eraclito pubblicata dalla Fondazione Lorenzo Valla e Le Lettere di Epicuro pubblicate dalla BUR.

Nonostante la sua rivoluzionaria opera “Forma ed Evento” sia stata tradotta in francese, spagnolo, neogreco e ora inglese (a breve in uscita negli USA per i tipi della Fordham University Press) in Italia si assiste a un’inspiegabile ottusità nel riproporre il pensiero di questo grande Maestro e nel renderlo accessibile alle nuove generazioni. Negli anni, anche recenti, sono state scritte tesi di laurea e saggi sul suo pensiero filosofico, eppure le sue opere sono irreperibili, nonostante grandi promesse, gli editori italiani non ne ripubblicano le opere, che sono ormai dei classici del pensiero filosofico italiano ed europeo.

E’ un grave danno per la cultura italiana che nessun editore sia interessato a ristamparle, a offrire ai giovani studiosi l’opportunità di fare ricerca su questo pensatore, le cui opere aprono tuttora numerosi campi di ricerca e strade non battute. Purtroppo molti approfittano del fatto che sia difficile accedervi, se non nelle biblioteche, e le saccheggiano, facendo passare come propri il suo pensiero e le sue ricerche.

Dunque questo è un appello perché i suoi libri vengano ristampati, perché questa vergognosa omissione della cultura italiana venga sanata e perché sia reso il dovuto omaggio a un pensatore che ha portato la cultura italiana nel mondo accrescendone il prestigio.

 

Link al gruppo Facebook: Dare Forma all’Evento. Ripubblicare Carlo Diano

https://www.facebook.com/groups/859787370861862/

 

(C) Francesca Diano 2017

Lo sguardo di mio padre

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LO SGUARDO DI MIO PADRE

 

L’ultimo sguardo

Che non fu l’ultimo

Eppure quello s’è inciso

Come vero congedo

Fu sulla soglia prima di andare

Prima di entrare in una stanza

Estranea dove saresti morto

Atrocemente

Da vincitore.

Il cappotto e il cappello

Troppo grandi e pesanti

Ormai in quel dicembre

Che mai divenne Natale

Per il ragazzo elegante

Dai capelli ondulati

Che sempre mi sorride –

Mentre lavoro e penso

E a volte mi strazio

Dentro senza lacrime –

Dalla foto di una remotissima

Primavera seppia.

Nei tuoi occhi l’addio

La consapevolezza dell’addio.

L’ultimo sguardo dalla soglia,

Alle favole che mi raccontavi

Al cavalluccio sulle tue ginocchia

Alla stella di porporina del presepio

Che andammo a comprare una sera

Di nebbia nella bottega

Dell’elettricista sotto i portici quasi deserti

E io ero stanca e mi portasti

A cavalcioni sulle spalle.

Alla tua disperazione

Quando nella nuova città

Fredda stavo quasi morendo

E passasti la notte seduto

Ostinato

Per terra accanto al mio lettino

Per soffrire con me – come dicesti.

All’amarezza di non aver compiuto

Tutto come volevi

Nella vita – il tuo pensiero

Acuminato rasoio luminoso

Veggente del passato e del futuro

Giunto dove nessuno era giunto

E s’era inoltrato lungo il percorso

Più oscuro dei tuoi padri Greci

Rivelandolo nella sua luce abbacinante

Interrotto dall’accanirsi inutile di cure

Prive di senno e senso e compassione.

L’addio allo sconforto del sacrificio

Cui t’eri crocefisso dall’infanzia aggrappato

A un perenne senso di colpa che t’ha scagliato

Dritto nelle fauci di un inferno

Travestito da Eden. Nel tuo sguardo

C’era la vittima che mai si sentì tale

Autoimmolata a una divinità

Che mai fu tale se non

Nella proiezione del tuo desiderio

O della tua speranza dura a morire

Da cui ti risvegliavi a tratti

E ti accorgevi di aver paura

Del suo vero volto

E subito chiudevi ancora gli occhi.

E c’era il discernimento che tutto t’agguantava –

E guardavi senza temere più –

Della vita che ti sfuggiva

Correndo veloce – già ricordo

Eppure amata che hai bevuta come coppa

Avvelenata fino in fondo

Padre

Della vita a cui sapevi

E temevi di lasciarmi.

E così è stato

Padre

Così è stato.

 

16/02/2016

 

Francesca Diano

 

(C)2016 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Carlo Diano – D’Annunzio e la Grecia

Prassitele, Hermes e Dioniso. Olimpia

Prassitele, Hermes e Dioniso. Olimpia

Ancora oggi capita di leggere – soprattutto sul web, ma non solo – giudizi superficiali e affrettati su Gabriele D’Annunzio, in genere di tale superficialità e finanche stupidità da essere risibili. E pronunciati non solo da parte di persone digiune di cultura, che ripetono pedissequamente stereotipi ormai frusti ma ben radicati nel modesto bagaglio culturale collettivo. No, anche da parte di, diciamo così, addetti ai lavori, quali professori di scuola, scrittori, poeti, giornalisti. So persino di professori delle superiori che, se non lo liquidano in mezza lezione,  lo fanno a pezzi nei loro programmi, limitandosi a leggere La pioggia nel pineto, che di fatto è anche l’unica cosa che di D’Annunzio hanno letto loro stessi. Mai, credo, in Italia, a parte la Bibbia, c’è stata una produzione letteraria così ignorata, così poco conosciuta e sulla quale però tutti si sentono di stilare giudizi, quanto l’opera di D’Annunzio. Basterebbe solo il Notturno, Alcyone e le Cento e cento e cento pagine del Libro Segreto di Gabriele D’Annunzio tentato di morire per consacrare una volta per sempre un autore in un qualunque altro paese civile.

Mi sono decisa perciò a pubblicare il testo di una conferenza che Carlo Diano tenne, senza supporti di testo scritto, nel 1963, nel corso di una riunione conviviale, registrata e poi trascritta, che seguì di qualche mese  la conferenza, essa pure registrata e trascritta, assai più ampia e meno informale di questa, tenuta alcuni mesi prima a Gardone  Riviera durante il Convegno internazionale per il centenario della nascita di D’Annunzio. La lettura che Diano dà del poeta è unica nel panorama critico su D’Annunzio, non mai più seguita da nessuno e ancora oggi originalissima e rivoluzionaria.

F.D.

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CARLO DIANO

D’ANNUNZIO E LA GRECIA

(1963)[1]

Ho partecipato al Congresso dannunziano. Congresso d’obbligo: quando scadono i cento anni gli uomini si sentono commuovere, un po’ per omaggio al passato, un po’ per omaggio a sé stessi e così organizzano di queste celebrazioni. Il Congresso per il centenario della nascita è stato abbastanza equivoco. Quando io sono arrivato, ultimo, a parlare di un tema in apparenza marginale, qual è quello di D’Annunzio e la Grecia, la conclusione cui si era arrivati era suppergiù questa, che D’Annunzio per noi non è più comprensibile, o almeno è incomprensibile per la letteratura contemporanea. Si aveva l’impressione che il Congresso si dovesse chiudere seppellendo D’Annunzio con un epitaffio che ne mettesse definitivamente in pace le ossa tormentate.

Io però devo dire che i poeti della gloria non hanno bisogno; anzi, se sono davvero poeti, non la cercano. La poesia è un destino; si nasce sotto questo destino. Ricordo il poema che apre i Fiori del male di Baudelaire; questo bambino che nasce maledetto dai suoi genitori, perseguitato da tutti e che parla con la nuvola, parla col vento e con l’angelo che lo segue “dans son pélégrinage, pleure de le voir gai/ comme un oiseau des bois”… Ricordo questi versi di Baudelaire perché questa gioia dell’uccello nei boschi è l’estrema conclusione della vita di D’Annunzio, una vita intimamente tormentata, come dall’opera non appare, ma come ci è rivelato dall’ultimo suo libro, Il Libro segreto di G. D’A, tentato di morire; vita tormentata che è stata anche a tratti una vita ascetica, malgrado le sue apparenti dispersioni.

Parlando di sé, nella prefazione di Più che l’amore, e ricordando il Laus Vitae, che considerava la sua opera maggiore e il poema più grande che fosse stato scritto dopo la Divina Commedia, egli scrive: “due fra tanti insegnamenti colui ritenga con più strenua tenacia, due arti eroiche: l’arte di inventare ogni giorno la propria virtù contro l’evento e l’arte di serbarsi puro.”

Più volte il tema della purità e dell’innocenza ritorna in D’Annunzio e i suoi critici l’hanno considerato sempre come una delle tante apparenti, non dico menzogne, ma insomma vanterie, presunzioni di questo poeta trasmutabile per tutti i modi, e che si vantava di aver assunto tutte le forme e di aver tentato tutte le esperienze. Ma nel fondo bisogna dire che D’Annunzio ha tutta la sua vita perseguito una disciplina severa nella ricerca di se stesso, una ricerca estremamente difficile,  perché egli si è trovato a vivere in una cultura, in una tradizione letteraria, artistica e di idee contro cui tutto il suo essere ripugnava.

Quello che sto per dire desterà certo la vostra meraviglia, come l’ha destata in coloro cui l’ho detto in precedenza.

D’Annunzio non appartiene al XIX o XX secolo, bensì al II millennio avanti Cristo. L’esperienza di D’Annunzio è l’esperienza dell’uomo del Neolitico. Nel fondo del suo essere si agitavano sensi mitici e visioni delle quali egli non poteva avere coscienza immediata e, che soltanto nei momenti culminanti del suo rapimento lirico egli riusciva a tradurre in espressioni perfette. Solo al termine della sua vita egli giunse a capirlo.

E ora vi dirò qual è il suo segreto. Ho detto duemila anni avanti Cristo; perché? Su D’Annunzio e la Grecia c’è un articolo di un grande filologo italiano, il più grande che noi abbiamo avuto dopo il Vitelli – e per tanti riguardi anche più grande del Vitelli: Giorgio Pasquali che, se non è stato mio maestro diretto, lo è stato nella ininterrotta conversazione di molti anni. Giorgio Pasquali vide che, se c’era una cosa di cui D’Annunzio poteva vantarsi, era la conoscenza della Grecia. Il greco e la Grecia egli li conosceva “più e meglio del professionale Pascoli”.

La sua era una conoscenza diretta. Egli “aveva bevuto alla fonte”, dice Pasquali. Solo che la grecità di D’Annunzio non è la grecità classica, è la grecità ellenistica. Il paesaggio, che è uno degli elementi costitutivi della poetica dannunziana, è un fatto ellenistico; il senso dell’arte come gioco è anch’esso ellenistico. Ed ellenistico è anche quel senso dell’infinito che egli ha, quel suo trasmutarsi come Proteo in tutte le forme, quel perdere i limiti del proprio essere nei corpi della natura, nelle cose della natura. Questo dice Pasquali.

Partendo da queste osservazioni, che erano precise, ma non completamente esatte per quanto riguarda l’appartenenza di D’Annunzio all’esperienza greca e rileggendo Laus Vitae, il primo libro delle Laudi, che è la sua maggiore composizione poetica, quella in cui egli ha messo il maggiore impegno, anche se non è la più perfetta, perché la più perfetta rimane Alcyone, rimasi sorpreso da questo fatto. D’Annunzio va in Grecia. In quel poema, in Maia, egli racconta il viaggio in Grecia compiuto nel 1895 su un panfilo di Edoardo Scarfoglio. Insieme con Scarfoglio medesimo, col suo traduttore francese Hérelle e con un parlamentare abruzzese, Marcantonio, amico e finanziatore di D’Annunzio. Una delle tappe del viaggio è Olimpia, la valle dell’Altis. A Olimpia ci sono i resti della più pura arte greca, più pura nel senso della forma. Le opere del tempio di Olimpia, le sculture del frontone, di cui abbiamo solo dei resti – e uno di questi è il formidabile Apollo – sono del primo trentennio del V secolo, quindi del periodo culminante in cui l’arcaismo trapassa nella classicità vera e propria e che si concluderà con Fidia.

Ora, nel museo di Olimpia, la statua più significativa per chi voglia intendere la Grecia in ciò ch’ebbe di unico e che solo Firenze e la Toscana riuscirono a ritrovare per misteriosi tramiti, è appunto l’Apollo, di cui non si conosce l’autore e che si attribuisce appunto al Maestro di Olimpia. Ora, che cosa accade lungo l’itinerario ellenico del poeta? Accade che egli passa accanto a questa statua senza vederla, accade che egli non abbia occhi per l’Apollo. Ciò che egli vede in sua vece è l’Ermete di Prassitele. Hermes che regge fra le braccia un fanciullo. E ad Ermete D’Annunzio dedica il più lungo degli inni di Maia, circa 700 versi.

Che cos’è Ermete e perché una così straordinaria simpatia per questo dio? Ermete non è un dio greco, è un dio pre-greco. L’Olimpo greco è costituito da divinità che hanno i tratti greci, in parte e da divinità che invece appartengono allo strato pre-greco, che erano oggetto del culto degli abitatori della Grecia prima che giungessero dal Nord queste popolazioni guerriere portatrici di una religione celeste.

Nella Grecia mediterranea la religione era ctonia, veniva cioè venerata una Dea Madre, Dea della vita e della morte, che troviamo un po’ ovunque nel Mediterraneo, ed è sempre la stessa dea, che a volte è unita a un paredro, che è insieme amante e figlio, a volte è congiunta in una diade con la figlia, ed è la Terra Madre che genera ogni anno i suoi frutti. Demetra e Kore sono l’esempio classico di questo tipo di divinità. Una religione di tipo matriarcale, mentre quella che portavano i Greci venuti dal Nord era una religione patriarcale. Agricoltori e navigatori i Mediterranei, guerrieri invece e allevatori di cavalli questi Greci venuti dal Nord.

Ma questi Greci, questi Elleni, che alla Grecia hanno dato il nome, questi Achei, avevano in sé qualcosa, portavano qualcosa con sé a cui noi dobbiamo tutta la nostra civiltà. Se noi oggi siamo qui riuniti e possiamo parlare questo linguaggio e tenere una simile celebrazione, in una sala così formata, lo dobbiamo esclusivamente a questi barbari allevatori di cavalli e guerrieri, i cui gli ultimi rappresentanti noi vediamo nell’Iliade. Questi uomini fanno la guerra per la guerra, combattono per la gloria, come quell’eroe del Boiardo che era guerriero e mai non aveva pace. Sono guerrieri e mai non hanno pace, perché nella guerra essi realizzano per un attimo la loro virtù, toccano o sfiorano quel limite d’eccellenza che è concesso all’uomo, e fin dal principio per essi la morte è  scontata. La morte è una specie di trasfigurazione del loro essere terrestre.

Questo tratto c’è in D’Annunzio. Il D’Annunzio combattente combatte certo nel nome dell’Italia, perché c’è stato un amore profondo di D’Annunzio per l’Italia, l’Italia terrestre, l’Italia con i suoi monti, con le sue acque, con i suoi mari, con le sue selve, con la sua storia millenaria. Ma soprattutto, dell’Italia, egli ha amato la Toscana, che è il fiore di tutta la storia italiana. È in Toscana che ha scritto le opere maggiori e col paesaggio toscano s’identifica il paesaggio dannunziano. Questo elemento c’è, ma soprattutto la guerra D’Annunzio l’ha sentita come guerra in sé e per sé, ed ha amato sempre il rischio ed ha sempre cercato la morte.

Uno dei suoi ultimi pensieri è precisamente questo: che la cosa più facile di questo mondo è la morte violenta; e il destino lo ha tradito, perché è morto nel suo letto, ed è morto nella maniera più banale in cui possa morire un uomo. D’Annunzio cercava la morte gloriosa. Questo è un elemento che lo collega, non per riflessione, non per temperamento, ma per qualche cosa di misterioso che era al fondo del suo essere, con questa Grecia eroica.

Ma questa Grecia eroica rimane marginale di fronte ad un’altra Grecia, la Grecia mitica. Ed è qui che Ermete è al centro del mondo di D’Annunzio.

Che cos’è Ermete? Ermete era rappresentato a Cillene da un semplice sasso, una pietra. E le erme non erano se non delle pietre quadrangolari con in cima la testa di Ermete, e falliche il più delle volte, che servivano a delimitare le strade; e sotto questo aspetto Ermete è il dio della strada. Ma Ermete non in questo è singolare; è singolare nel fatto che, a differenza di tante altre divinità che pure sono divinità sessuali (come sono tante divinità delle religioni arcaiche, del mondo primitivo), e per le quali è il problema della propagazione della vita quello che si presenta più urgente, e ne viene così minimizzata la potenza che nella vita si esprime, a differenza di queste divinità Ermete è e rimane fanciullo, la sua virilità è la virilità aurorale del fanciullo, ed egli rimane sempre dio fanciullo e come tale viene rappresentato.

Gli amori di Ermete sono di due tipi: o insegue le Ninfe, (Opaon è il seguace delle Ninfe, di cui fa rapina) o si unisce con Afrodite per generare Eros, e una volta con la dea di sotterra, con Ecate e questa unione con la dea sotterranea giustifica il fatto che Ermete è psicopompo, accompagna cioè le anime all’Ade. Quindi egli è il dio del primo apparire della vita e del suo finire. Con lui è l’alba della vita e con lui è il vespero della vita. Ed è il dio notturno. Ed è il messaggero degli dèi, grato, dice Orazio, agli dèi celesti e agli dèi inferi, ed agli uomini anche.

Ermete, come dio fanciullo e come dio di questa virilità appena nascente, floreale, è dio momentaneo, che gioca, che fa di tutto il suo operare un gioco. Dio inventivo per eccellenza, dio di tutti i sotterfugi, di tutti gli inganni, protettore dei ladri, dio della menzogna e dell’eloquenza, che l’eloquenza apprende agli uomini ed è dunque anche dio degli avvocati, del commercio. Insomma, Ermete è colui che si muove in tutte le dimensioni della realtà e che da tutte sfugge.

Nell’ Inno omerico a Hermes, che è una delle pagine più belle che noi abbiamo della letteratura greca, Ermete, nato all’alba, a mezzogiorno aveva già raggiunto la sua relativa maturità. Appena nato, balza fuori dalla culla, esce dalla grotta e incontra la tartaruga. Le dice: “Fuori si sta male, vieni dentro con me”, e così se la porta nella grotta, la svuota con un ferro, estrae e distende le minugia e inventa così la lira. Inventa la lira e cosa canta? Canta gli amori furtivi della madre e del padre, di Maia e di Zeus (e Maia è la Madre, la Terra) e lo fa con le parole e nelle forme motteggevoli e ironiche che si usano nei conviti dei giovani. Poesia giambica, poesia erotica. E poi ruba i bovi di Apollo e inganna Apollo e canta una seconda volta, davanti ad Apollo. Canta la generazione degli dei e delle cose e Apollo rimane incantato, egli, che pure è il dio delle Muse, che guida i cori delle Muse. Apollo rimane ammaliato da questa musica di Ermete, ed Ermete gli fa dono della lira ed Apollo gli fa dono della mantica, cioè della capacità di profetare. Ma egli potrà profetare soltanto in sogno e i suoi sogni saranno veri e falsi. Insomma, Ermete è il dio ambiguo per eccellenza.

Tutti questi elementi si trovano in D’Annunzio e spiegano in modo formidabile tutta l’arte di D’Annunzio e la vita di D’Annunzio. Gli amori di D’Annunzio sono anch’essi di tipo ermetico. L’amore per lui fu sempre un gioco, ma non un gioco quale può essere per l’amatore comune, è un gioco che è sentito e vissuto come qualcosa di primigenio e di cui egli non ha mai potuto sentire né vergogna né pentimento. Soltanto la dissipazione fa sì che egli si ritragga in periodi di ascetico, frenetico lavoro.

D’Annunzio è un momentaneo ed ha il senso della momentaneità che è proprio di Ermete. Tutta la sua poesia è fatta di questo senso del momentaneo. Ha l’inventività e la penetrante intelligenza di Ermete, un’intelligenza che si ferma al particolare e non riesce mai a vedere una forma nella sua totalità. E infatti, quello che manca in D’Annunzio è la costruzione. La sua prosa, come la sua poesia, procedono in ordine seriale. E il suo amore per i vocabolari – nessuno lesse i vocabolari con la passione con cui li leggeva D’Annunzio – era non amore di grammatico, era amore ermetico, perché in ogni parola sentiva qualcosa di nuovo, scopriva sensi inediti, era per lui una specie di infinito mare di possibilità. E ci sono poesie che sono addirittura costruite col linguaggio del vocabolario. L’onda, è stato dimostrato, non fa che mettere in versi la voce “Onda” del Dizionario nautico del Guglielmotti. D’Annunzio possiede la, diciamo, sfrontatezza, la mancanza di pudore (ma non certo in senso deteriore) che sono proprie di Ermete. Non si ferma davanti a nessuna espressione, senza tuttavia mai cadere nella volgarità.

D’Annunzio ha, come Ermete, l’amore per gli animali. Ermete è un dio che protegge gli animali e li ama. E D’Annunzio dichiara che non si può capire la sua umanità se non si tien conto del fatto che egli è stato amato come nessuno, fino in fondo e senza cautela, dalle donne, dagli animali e dai bambini. E tutti sanno dell’amore che D’Annunzio ebbe per i cavalli e i cani. Vi leggerò qui una pagina del proemio della Vita di Cola di Rienzo, che mostra questo senso dell’animalità, il senso primigenio dell’animalità che c’è in D’Annunzio.

“Il palafreniere curvo sulla lettiera asciutta, nell’ombra della pancia zaccherosa, equello che stropicciava il fianco schiumante con una. manciata di paglia per ogni mano, e quello che tuffava la spugna nella secchia tenendo la coda o il piede, ognuno accompagnava la bisogna con un certo soffiare ch’era come un suono lieve di persuasione e di blandimento, onde talvolta si formava non so che parola comunicando all’ inquietudine della bestia sensibile la pena e l’amore dell’uomo. Credi tu ch’io fossi più ebro di me quando nel Deserto d’Arabia alla sosta della sera abbiadavo con un po’ di crusca o con un pugno d’orzo il mio stornello impastoiato, cominciando la luna appena a segnare tra immensità ed eternità il miracolo della mia ombra? Anche là, in quella stalla chiusa, tutto era lontananze e apparizioni dello spirito, tutto era disegni e scritture dello spirito, azioni mutue tra me e gli iddii subitanei. Anche là sentivo il mio cuore divenire più profondo e il mio occhio riacquistare la limpidità infantile, come nel deserto, come su la spiaggia pisana, come intra du’Arni, come nel Gombo, come nella Versilia, come quando nasceva, dal mio respiro Undulna. Era. ben là. Undulna, trasfigurata in una grande cavalla baia che meritava il nome della pieghevole dea “dai pie d’ali”.  Non docile, abbassava le orecchie, increspava le labbra mostrando le gengive, guardava a traverso mostrando il bianco venato di vermiglio; ma per entro i suoi belli occhi biechi scoprivo l’essere sconosciuto e divino che mi spiava come io un giorno tra le canne del Serchio spiavo il Centauro.”

È un senso, questo, della vita e dell’essere che è assolutamente nuovo nella letteratura occidentale. Non c’è una pagina simile a questa, e questa, credo, è una delle pagine chiave per capire il mondo di D’Annunzio, l’essere profondo di D’Annunzio. È in questo stesso proemio che egli scrive: “Hai mai pensato tu che imbestiare – riprendendo una frase del Tasso – che imbestiare sia trasumanare? …Vedo che il mio segreto lirico è in una sensualità rapita fuor dai sensi.” E continuamente egli ritorna su questo motivo, che non può poetare, non può trovare la sua poesia, se non sentendola provenire da questa sensualità che costituisce il fondo abissale del suo essere. Ma attenzione, non si tratta della sensualità comunemente intesa, della sensualità che cade nel vizio, si tratta della sensualità di un essere che rivive in sé qualche cosa dell’aurora della vita. C’è un’aurora fisiologica della vita, che è di questo tipo, aperta a tutte le possibilità, che muove gioiosa ed è fuori del tempo.             E, allora, il fanciullo. Se D’Annunzio non sentisse in sé il fanciullo, non ritornasse di continuo a questa sua innocenza di fanciullo, potrebbe essere confuso con uno qualsiasi dei poeti erotici. E invece egli non ha niente a che vedere coi poeti erotici. Il suo erotismo viene sempre bruciato, superato, trasfigurato, si traduce sempre in ascesi, portando al suo limite il senso della morte. Egli cerca abissi profondi, e la sua è una ricerca di natura religiosa a rovescio, se così si può dire, abissale, ma che cerca il principio primo della vita.

L’innocenza di D’Annunzio. Nella valle dell’Altis, ad Olimpia, prima ancora della rivelazione di quella mirabile statua che è l’Ermete di Prassitele, nella notte ha una rivelazione che veramente è la creazione di un mito. Dorme in riva all’Alfeo, con le sue pecore, un pastore fanciullo; poco prima egli ha sentito la rivelazione del comando, il responso di Giove:

«Combattere e vincere i mostri

non ti varrà su la Terra

se trasfigurarli non sai,

Aedo, in fanciulli divini».

E i campani d’un gregge

sonavan tra i marmi abbattuti.

Subitamente si tacque

in me l’audace tumulto,

come se la preghiera

accolta mi fosse e compiuto

il desiderio e mutato

già l’orizzonte in cintura

più bella e mondata la Terra

e disvelata la faccia

di Pan che conduce

nei tempi il Ritorno eternale.

E un fanciullo pastore

m’apparve, il pastore del gregge:

simile a riflesso di stella

in tremule acque m’apparve

il puerile sorriso.

Al lume dei cieli

biancheggiar vidi i suoi denti

puri nel saluto venusto:

sentii la rugiada cadere.

Volto avea Boote l’obliquo

timon del plaustro fra i Trioni.

Sì lucida era la notte

che gli arbori su le colline

leggere di là dall’Alfeo

segnavano l’ombre

visibili. Tanto era dolce

il lineamento dei gioghi

che parea, come il fiume,

continuamente fluire.

Giaceva sul dorico tempio

il gregge lanoso;

gli umili velli ed i marmi

augusti in tepore spirante

parean convivere. Tutto

era plenitudine e pace:

non morte, non ruina:

armonia di forme perfette,

concordia del Coro infinito.

Necessità, come l’urto

del piè nella danza tu eri!

Su l’erba colcato il pastore

poggiava il florido capo

al tronco d’un platano. E quivi

io vigile stetti al suo fianco

in silenzio. Ed èramo volti

ai monti d’Arcadia, all’indizio

del di nascituro. E il fanciullo

mordeva mentastro odoroso,

scendendogli il fiore del sonno

su’ cigli virginei. Caddegli

il ramicello selvaggio

dalla bocca aulente che al fiato

eguale si schiuse. La valle

parve tutta allora una cuna

divina per quella innocenza.

Vidi su i vertici l’Alba

avvolgere al piè della Notte

il lembo del suo primo velo.

D’amore tremai come s’ella

ver me si piegasse e dicesse:

«O tu che m’attendi, io ti cerco!».

Queste due pagine che vi ho letto, nella prosa e nella poesia di D’Annunzio, mi sembrano fra le più significative. Ma non s’intendono se non si svela il senso del tempo che D’Annunzio ebbe. Qual è il senso del tempo che ebbe D’Annunzio? Per noi il tempo è lineare: ieri, oggi, domani. Ogni istante fa cadere l’istante che lo precede. Nell’esperienza religiosa il tempo è sferico e verticale. Come dice Dante,  Dio è colui “ove s’appunta ogni ubi ed ogni quando”. Tutto il tempo e tutto lo spazio sono racchiusi in quel polo che abbraccia e comprende l’universo.

Il tempo di D’Annunzio è un tempo momentaneo, che fluisce nell’infinito, senza nessuna direzione, senza un prima e senza un poi, e che ripete sempre il medesimo miracolo, perché è il miracolo di questa eterna, risorgente vitalità.

Io nacqui in ogni alba che si leva.

Ogni mio risveglio

fu come un’improvvisa

nascita nella luce.

E, alla fine della sua vita dirà: che significa per me immortalità? Poiché io rinacqui ogni mattina.            Questo è un senso dell’essere. Non è una convinzione, non dipende da una filosofia, da una riflessione, no. D’Annunzio ha questo senso del mondo. Misterioso. E allora due cose non può comprendere: la morte e Dio quale noi lo pensiamo. E rimane fermo all’immagine dei suoi sedici anni e ritrova il culmine della sua poesia quando ritrova quella fanciullezza innocente, fanciullezza virile ma innocente, pura, che è della natura del fiore, una specie di sosta, di pausa nella vita.

Quando l’uomo cresce, ecco ad un certo istante pare che si fermi, ha raggiunto finalmente questo boccio, la sua forma perfetta. Non è ancora l’uomo, ma in lui è già potenzialmente tutto l’uomo, è la forma più bella dell’uomo, la forma più pura dell’uomo, ha dinanzi a sé tutte le possibilità dell’uomo.             È un momento di sosta, il momento del fiore. Il fiore, questa cosa misteriosa  della natura, inutile, che non serve al frutto, che non serve alla vita, che testimonia di qualcosa che rende ancor più misteriosa e incomprensibile la nostra esistenza, ma verso cui tutti aneliamo nel ricordo e nella speranza. Il fiore, che alcune religioni fermano per sempre e che è eterno nella sua integrità, anche se dura un’ora e poi sparisce, ingoiato dalla fola di vento, abbattuto dalla pioggia. E la cosa incomprensibile, in questo mondo, è che i fiori muoiano.

I fiori non possono morire – è la poesia di D’Annunzio. Si dovrebbe farla questa antologia, perché ancora nessuno ha capito D’Annunzio. Non esiste un libro su D’Annunzio. Perché si è guardato a lui muovendo dall’ambito di esperienze che gli sono totalmente estranee, che egli ha sofferto come una veste impostagli dalla storia e da cui è venuto fuori in momenti di empito lirico, di rapimento lirico, con se stesso e contro se stesso, e che è stato il martirio lento di tutta la vita, un martirio non confessato, tale era la potenza della vitalità che era in lui.

Ma la sua poesia? La poesia che non muore mai? Questi professori, questi critici, che dicono quello che vogliono, ma non sanno niente, forse che loro capiscono Dante, vivono Dante, sentono Dante? Ma no. Dante è morto, per tutti, tranne per quell’unico che in una notte può dimenticare il sonno e può sfondare le pareti della sua povera stanza per rivivere quella visione immensa.

I poeti non appartengono alla vita di tutti i giorni, non sono soggetti alla vita di tutti i giorni; questi giudizi non li toccano veramente. Attendono sempre, di volta in volta, che qualcuno ricanti le loro poesie, dia esistenza con la propria esistenza, con la propria sofferenza, al sogno che essi in un momento sognarono.

Voglio finire con le parole che egli scrive nel Notturno. Dice: “Il cuore mi batteva di disperata gioventù. Ringiovanisco d’un tratto con un aspetto tirannico e folle. Le linee si ricompongono in una figura di spiritualità intenta e attonita. È un viso di giovinetto. È il mio viso di sedici anni.” E nel Libro segreto, qualche anno prima della morte: “Venite a guardare il mio viso due o tre ore dopo la morte… Allora soltanto io avrò il viso che m’era destinato, immune dagli anni, dalle fatiche, dai patimenti, dagli innumerevoli eventi che forzò, forza e forzerà pur in estremo il mio disperato coraggio. Allora soltanto, sino alla terza ora, sarà il mio viso la cima sovranamente effigiata della mia anima bella: il viso della giovinezza sublime, di là dall’opera, di là dalla gloria, la maschera del porfirogenito”. Cioè a dire, del figlio dell’imperatore.

Questo è D’Annunzio.

CARLO DIANO

[1] Il testo è la trascrizione della registrazione di un intervento tenuto “a braccio” da Diano a una riunione conviviale a Padova nel 1963 e ripropone nel suo senso, con alcune modifiche e  in forma molto più concisa,  quello di poco precedente, D’Annunzio e l’Ellade, tenuto, sempre “a braccio” al  Convegno L’arte di Gabriele D’Annunzio – Venezia-Gardone Riviera-Pescara, 7-13 ottobre 1963 contenuto (pp.51-67) negli Atti, pubblicati da Mondadori nel 1968,  curati da Emilio Mariano. Colpisce la fluidità del discorso, pur essendo stato porto senza supporti scritti, ad eccezione dei due testi dannunziani. Diano non leggeva mai un testo  nelle sue conferenze, nemmeno in quelle che teneva in francese, tedesco o svedese. Dunque, chi leggerà il testo poi trascritto dalla registrazione e pubblicato negli Atti del Convegno su D’Annunzio leggerà due testi diversi, ma simili nella sostanza.  Questo è volutamente più “semplice” dato il contesto conviviale in cui è stato tenuto.

(C)2014 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Carlo Diano e la cattiva memoria della cultura italiana

Carlo Diano a Bressanone

 

 

 

 

 

 

 

Carlo Diano è stato un esiliato tutta la sua vita.

Da questo forse derivava quel suo carattere così fatto di contrasti. L’estrema dolcezza si alternava a momenti in cui la sua mente si allontanava, persa nelle sue speculazioni, per passare all’improvviso ad esplosioni di insofferenza o di ribellione. Il tutto senza soluzione di continuità e senza che vi fosse preavviso di quei cambiamenti.

Dell’esiliato mio padre aveva l’irrequietezza, come di chi viva tutta la vita col dolore di una perdita, di un vuoto incolmabile, che nulla potrà mai colmare, perché ciò che potrebbe colmare quel vuoto è perso per sempre. E di questo v’è consapevolezza.

Esiliato da dove? O da cosa?

A otto anni era rimasto orfano del padre, capostazione a Vibo Valentia, che allora si chiamava Monteleone di Calabria.

Era il primo di quattro tra fratelli e sorelle (altri due erano morti bambini) e sua madre si trovò improvvisamente vedova e senza mezzi. Nella  famiglia di sua madre c’erano medici e notai, ma nella Calabria di inizi ‘900, a parte la solidarietà delle sue sorelle, mia nonna si trovò a fronteggiare fatiche e sacrificio nel crescere i figli.

Quasi da sola dovette  affrontare difficoltà economiche, mancanza di un sostegno, enormi responsabilità nel crescerli quei  quattro figli.

L’infanzia di mio padre deve essere stata molto dura e difatti non ne parlava mai, come se quegli anni tanto difficili gli avessero lasciato dentro un nodo oscuro, che non era nemmeno in grado di ricordare perché così crudele. Il ricordo di un tradimento. Di un abbandono. Come figlio di suo padre e come figlio della propria terra. E dunque, chi è in esilio così dalle proprie radici, può andare ovunque, perché ovunque sarà in esilio, ché se lo porta dentro. Perché in realtà è in esilio da se stesso.

Per quanti legami possa stringere nel suo vagare, nessun legame lo strapperà alla sua solitudine assoluta. E allora, l’unico dialogo vero, autentico, profondo, può essere solo quello con la propria solitudine, che altro non è se non la scissione dolorante e dolorosa dalla patria interiore: da se stesso. Da un se stesso che si è dovuto autogenerare.

E’ questa però la condizione ideale per la creatività, come se gli occhi dell’anima, rivolti costantemente verso l’interno, attingessero alla fonte della solitudine, per creare, per capire il mondo e darne un’immagine.

Quale fosse una parte della sua patria perduta mio padre lo capì molto presto: lo capì attraverso Carlo Felice Crispo, un vibonese di famiglia aristocratica, che aveva dedicato la sua vita agli studi e alla speculazione, e che come lui si portava dentro la piaga di una separazione non sanabile. Crispo esiliato dal sogno degli Orfici. Mio padre dagli assoluti delle forme che vedeva con occhi antichi dentro di sé, prima ancora che fuori. Ma per entrambi, il luogo e il tempo a cui tornare erano scomparsi due millenni e mezzo prima. E non sarebbero tornati mai più.

Con la Calabria aveva un rapporto conflittuale. Ne era partito a poco più di diciassette anni quando, dopo la maturità classica, era andato a Roma a studiare all’università.

I soldi per il viaggio gli erano stati dati da una zia, sorella di sua madre e da Roma scriveva a casa lettere piene di nostalgia e dolore. Chiedeva che gli mandassero l’origano, le olive, i sapori e gli odori della sua terra. Perché una parte della sua casa, del suo mondo, a cui era legato non solo dalla sofferenza, ma dalle prime scoperte di se stesso e della sua vocazione, dagli affetti della famiglia e dai paesaggi incantati, fosse presente nella quotidianità dura della sua nuova realtà.

Chiedeva, con la sete della lontananza e con il desiderio di mantenere un legame con le cose note. In una realtà che era per lui ancora ostile e ignota. Dove era e si sentiva solo. E in alcune di queste lettere, a sua madre, ai suoi fratelli, trapela tra le righe il carattere di un mistico, di chi ha fatto già del dolore uno strumento di conoscenza.

Amava gli ulivi. Si era portato dentro la loro forma contorta e viva per tutta la vita. Perché l’ulivo non era solo l’albero della sua terra, ma è la prova vivente della capacità di sopravvivere ad ogni tempesta, ad ogni fulmine, ad ogni trascorrer del tempo che uccide la bellezza. Perché nell’ulivo il tempo  è bellezza, e ne modella la forma segnandola di sé. L’ulivo è la prova vivente che la sofferenza può essere anche fonte di nutrimento e di vita. E all’ulivo aveva dedicato molti dei suoi disegni e il distico che scrisse in occasione dello scempio della Piana di Gioia Tauro.

La sua terra era la sua radice, perché lì aveva scoperto per la prima volta la bellezza degli antichi padri magnogreci, anche grazie all’incontro con quell’uomo straordinario, appunto, Carlo Felice Crispo, per il quale  scrisse una bellissima commemorazione, quando Crispo morì a Roma, ucciso dallo stesso male di Epicuro. E che, come Epicuro, aveva sopportato con coraggio e nobiltà.

Crispo gli aveva reso vive le matrici greche della loro terra comune.

Mio padre non lo avrebbe mai dimenticato.

Ma da quella terra di antichi padri era dovuto partire, per affrontare da solo e così giovane un mondo che non gli era facile affrontare.

Una volta, che io avevo circa l’età in cui lui era andato a Roma, facemmo un viaggio insieme. Io e lui, a Roma. E una sera, andando al teatro Argentina, passammo davanti a un torracchione scrostato e lasciato ancora intatto dal tempo. Alto, triste, gelido.

<<Quando sono venuto a Roma la prima volta, ho abitato lì sopra>>, mi disse. Lo disse come diceva le cose che gli risvegliavano vecchie sofferenze. Per le quali non ci sono parole. Lo disse quasi casualmente, quasi sottovoce. Non disse altro. E allora mi resi conto per la prima volta, guardando mio padre come quel ragazzino di allora, di quanto dovesse aver sofferto. La fame, il freddo, la solitudine. E per la prima volta cominciai a capire. Il suo desiderio di non farci mai mancare nulla, di aiutare sempre i giovani e chi si trovava in difficoltà,  il silenzio sulla sua giovinezza, i suoi sbalzi d’umore. La sua fame di vita.

In un quadernetto a righe, datato 1918-25, aveva raccolto alcune poesie che poi, in parte, aveva pubblicato nel 1933 col titolo “L’acqua del tempo”. Ce n’è una, inedita, in forma di sonetto, che non aveva incluso nella raccolta e che sopra reca il segno di una cancellatura, forse perché gli era parsa troppo cruda, che invece esprime con una chiarezza di lama acuminata lo stato d’animo di quanto ho appena detto.

Io ti conobbi, tazza avvelenata

del disinganno, assai volte ed ancora,

sempre più amara e pur t’ho tracannata

lentamente, qual chi vino assapora.

Del tuo velen sottile ebbi malata

l’anima ed aborii veder l’aurora

prossima, e terminai la mia giornata

maledicendo attediato ogni ora.

E vissi e il tempo, nel suo molle volo

spense ogni grido,chiuse ogni ferita

e recò l’ombra di sogni novelli.

Or tu ritorni e m’aggredisci solo

quando l’ultima speme è disfiorita

e vizzo è il fiore dei miei dì più belli.

L’amarezza del disinganno sarebbe stata il leit-motiv della sua vita. Una lezione che si sarebbe ripetuta in molti dei suoi rapporti con gli altri esseri umani.

La sua era una natura in fondo ottimista e facilmente entusiasmabile, non sembri troppo facile dire “ingenua” e dunque questa sua natura lo portava non tanto a fidarsi degli altri, quanto ad affidarsi agli altri.

Se la fiducia nel prossimo è una virtù, il porre nelle mani altrui il proprio benessere, la propria serenità, la propria felicità, è un grande errore. Eppure, ad ogni disinganno, come già poco più che ragazzo aveva capito, tracannava, con coraggio. Fino in fondo.

Lo ha fatto tutta la sua vita. Quando sfidò il potere, giovane docente di Greco al Liceo Tasso di Roma,  rifiutandosi di iscriversi al Parito Fascista, come gli era stata fatta pressione, quando  compì scelte che solo un pazzo sognatore avrebbe potuto compiere, sposando delle cause ormai perse e abbandonate da tutti, che gli costarono per anni la carriera, quando mise in salvo, all’insaputa di tutti ancora oggi, molta gente ricercata dalla Gestapo a Padova, grazie al suo ruolo di Ispettore della Pubblica Istruzione, ( e nessuno ne ha fatto un eroe per questo) quando si fidò di chi non doveva fidarsi, solo per coerenza con le proprie idee. Quando giunse a mettere in palio la vita per rendere pubblicamente omaggio al suo Maestro, Giovanni Gentile, che era stato per lui il padre che non aveva avuto ed era stato assassinato in modo vile. Per commemorarlo nonostante le minacce di morte che gli erano giunte da più parti.

Era  capace di un amore senza pudori quando  trovava un uguale, chi sapesse parlare alla sua anima, abbattendo le barriere tra essere e essere. Così fu per Giovanni Gentile, per Giorgio Pasquali, per Ugo Spirito,  per Walter F. Otto, per Mircea Eliade, per Sergio Bettini. Uomini che hanno segnato la sua vita e la sua mente. Come Maestri e come amici. Uomini a cui lo legavano percorsi di conoscenza e di affetto.

Aveva, dell’amicizia, la stessa concezione di Epicuro. Non conosceva felicità più grande del trovarsi con animi affini. Non solo del presente, ma del passato. Discorreva con Parmenide e con Platone, con Epicuro, con Leopardi e con Baudelaire come con i suoi  Maestri e i suoi amici. Senza barriere. Né di tempo né di spazio.

Ma la malattia dell’anima che lo ha minato tutta la vita e che, ne sono convinta, è stata la causa del suo infarto prima e del suo cancro poi, questo “velen sottile”, era da ricercarsi proprio nei primi tradimenti della vita, quelli che, se ti segnano troppo presto, non sono facilmente sanabili.

La cura che lui aveva trovato per sé, perché in questi casi si sopravvive solo trovandosi dentro i meandri dell’anima una cura, era il viaggio dello spirito verso un mondo perduto. La Grecia nei suoi studi e nella mappa della sua anima, giunta a lui, intatta dal passato, attraverso la nascita in una terra colonizzata da quegli antichi esuli volontari.

Ma gli ultimi tre versi del sonetto sembrano essere una terribile premonizione di quella che sarebbe stata la conclusione della sua vita. Il ritorno di quel veleno che lo avrebbe aggredito alla fine.

I poeti hanno il dono della premonizione.

La Calabria era per lui una terra trasfigurata. Era la Calabria della sua fanciullezza, in cui andava a cogliere i fichi d’India dalle piante e saliva sugli ulivi e sugli alberi di fico e una volta una spina gli aveva procurato un’infezione a un mignolo, che gli aveva lasciato una cicatrice che gli teneva piegata la falange. Quel segno era in fondo il ricordo delle sue scorribande felici di ragazzo nelle campagne, ma anche il ricordo di una ferita mai guarita. Cicatrizzata, ma malamente.

Così era per lui la Calabria. Una ferita cicatrizzata, ma malamente.

E dunque, andare in Calabria, per lui, era come riaprire la vecchia ferita. Quella della perdita, quella dell’assenza. Non ci andava a cuor leggero e aveva coi suoi abitanti un rapporto conflittuale, quasi infantile. Come di chi si sia sentito tradito.

Ma dalla Calabria in cui era nato – non per caso – come mai per caso qualcosa avviene – aveva anche ricevuto una doppia eredità, dalle due stirpi che vi hanno lasciato il loro segno: i Greci e i Normanni. La mediterraneità e il richiamo delle terre del grande nord. E non a caso difatti, in lui la grecità si mischiava con l’amore per il Nord Europa e per  la Scandinavia, una terra in cui aveva vissuto per sei anni e dove, per contrasto, aveva forse ritrovato parte di se stesso.

Il suo aspetto, del resto, era quello della lunare stirpe normanna, da cui la famiglia paterna derivava. Di struttura robusta, i capelli biondi in gioventù, somigliava poi sempre più con l’età a Jean Gabin o a Spencer Tracy, di cui aveva anche lo sguardo ironico e dolce. Con un fondo di malinconia che non lo abbandonava mai.

Ma la vera patria da cui si sentiva in esilio era la Grecia.

Non so se ne avesse piena percezione. Di quanto quell’amore fosse mischiato allo struggimento e alla nostalgia di un esilio e di come, rendendo viva dentro di sé quella cultura e parlandone come ne fosse appena tornato, di fatto si comportasse come si comporta un esule, che conserva intatta dentro di sé l’immagine della sua terra d’origine.

In realtà non era un uomo ne’ di questo tempo ne’ di questo luogo.

Era come piovuto qui, intatto dal passato, e come tale non poteva essere compreso.

Lui vedeva quelle forme con gli occhi di un uomo di venticinque secoli fa. Quei testi, morti sulla carta, a lui parlavano con una voce fresca, bisbigliante, la stessa di venticinque secoli fa. Comprendeva perché conosceva. Perché sapeva. Già –  dentro di sé.

Dagli altri, da quelli del suo tempo, era separato da un muro invisibile ma invalicabile. Sia in un senso che nell’altro. Ed era un privilegio e una condanna.

Aveva questa singolare percezione del tempo. Non viveva mai nel presente, perché o la sua mente era persa nella visione abbacinante del passato, o proiettata in avanti alla velocità del fulmine. Per lampi. Comprendeva prima ancora di aver capito. Eppure mai ho visto qualcuno più capace di amare l’istante.

Non sopportava di non essere amato. Perché la ferita antica non s’era chiusa affatto e i sogni novelli, appunto, in lui forse erano solo ombra, come ebbe a intuire.

Non accettava di non sentirsi amato. E quando si rendeva conto che a volte non lo era, dentro di lui scoppiava la disperazione e forse l’angoscia. Vecchie ferite si riaprivano, l’eco di antichi abbandoni, di antiche insicurezze riaffioravano alla superficie con prepotenza. E reagiva alternativamente in modo aggressivo o infantile, ma sempre chiedendo amore e attenzione.

Era un uomo apparentemente di sentimenti estremi. Eppure  era capace di incredibili tenerezze, di delicatezze commoventi. In apparenza era poco psicologo, e invece non sbagliava mai un giudizio. Solo che i suoi giudizi anticipavano i tempi e di molto. Così tanto, che non li si potevano verificare se non in un futuro distante. Sempre precisi a tal punto, che l’avresti detto un veggente. Ma era il veggente come lo intende Baudelaire, un poeta che amava tanto da tenersene un ritratto nello studio.

Non posso dimenticare quando, il giorno successivo alla strage di Piazza Fontana, quando la stagione oscura degli anni di piombo si affacciava a proiettare un’ombra sinistra sulla storia del notro infelice paese, mio padre disse: “Sono stati loro“.  Gli chiesi cosa intendesse con “loro”. E la sua risposta, che allora era apparsa del tutto improbabile fu: “Quelli che ci governano”. Ma morì nel 1974, molto prima che tutto questo fosse chiaro.

L’aveva capito con l’anticipo di decenni. Noi lo sappiamo solo ora, dopo anni di processi che hanno umiliato la Giustizia. Quella con la G maiuscola. Quella in cui credeva Socrate, tanto da dare la vita.

Come poteva essere davvero capito? Sentirsi tra simili?

Aveva il dono dell’essenzialità e della sintesi. Ogni sua pagina è un condensato di idee, intuizioni, analisi profonde e acutissime, illuminazioni per lampi. Non diluiva. E dunque ogni sua pagina è una quintessenza, un distillato, che a voler essere compreso va diluito in cento almeno. E’ questa la difficoltà che pone la lettura dei suoi scritti. Limpidi, chiarissimi, ma densi come una sostanza densa.

Altri avrebbero costruito una carriera sul materiale di una sua sola conferenza. Perché anche in questo dava. Dava di sé senza risparmio.

Dunque anche le sue opere devono ancora essere comprese veramente. C’è ancora tutto da fare.

Sarà un lavoro lungo, per chi verrà dopo di lui.

Quel che lascia un uomo dietro di sé, nei suoi scritti, nelle sue opere, non va giudicato attraverso lo specchio di quella che è stata la vicenda della sua vita. Ecco perché chi viene dopo comprende meglio dei contemporanei. Perché nel suo giudizio non si lascia fuorviare dallo specchio deformante del rapporto emotivo.

Ma a volte è giusto rendere giustizia. Quando le azioni di un uomo, dettate dalla coerenza con se stesso, possono essere velate e nascoste nel loro impulso puro e profondo dalla fragilità nata dalla sofferenza. E la superficialità del giudizio comune non ha gli strumenti per comprendere i moti di un’anima.

Il carattere generoso e impetuoso, ma a volte in apparenza prepotente di mio padre, era solo il prodotto di sofferenze taciute con pudore, di vuoti non colmabili, del senso di isolamento in un mondo lontano dal suo mondo interiore.

Ha vissuto in modo tragico. Non nel senso scontato del termine, ma perché misurandosi costantemente col suo demone, lottando costantemente con l’ombra dentro di sé.

Un’ombra potente, che in apparenza lo ha sconfitto nel corpo.

In apparenza.

Ma le sconfitte sono spesso più onorevoli di una vittoria, quando sai che, in fondo alla tua lotta, ti attende solo la sconfitta. Ma non rinunci a combattere con coraggio. Sia pure contro la morte.

Credo che, a conclusione di questo mio tentativo di capire mio padre, non da figlia, ma da persona che ha vissuto e cercato di capire il mondo intorno a sé, un tentativo non so quanto riuscito, ma fatto con lo strumento dell’amore (non potrei usarne altri, perché è il cuore che conosce e non la mente) l’ultima parola spetti a lui. A lui con linguaggio di poeta, l’unico, insieme alla musica, capace di rivelare l’ineffabile. E difatti mio padre ha lasciato anche della meravigliosa musica da lui composta.  Con  la poesia che io giudico più intensa e rivelatrice che abbia scritto. Quando era ancora molto giovane, ma molto già aveva compreso.

Una poesia quasi leopardiana, poiché tanto amava Leopardi, un altro esiliato come lui. Del Leopardi de L’Infinito, testo che anche potrebbe a ben ragione recare il titolo di “Atman”, come quello che scelse mio padre.

ATMAN

Ho paura del silenzio della notte

e mi sento abbandonato da ogni cosa

e dinanzi agli occhi ho l’ombra del mio cuore

coi suoi mille desideri senza nome,

cui non basta il mondo, che oltre il mondo vanno

e più forti sono della stessa morte;

ed il vuoto sento intorno a quest’oscuro

mio volere, incomprensibile, solingo,

e mi par di non poter più ripigliare

la mia vita, non poterla più finire,

ma restare per l’eterno condannato,

vuota brama, nel mio nulla imperituro.

Mio padre, Carlo Diano. Giornata di studi per la commemorazione di Carlo Diano nel centenario della nascita. Padova, 2002

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Questo è il padre che io ho conosciuto, ma poi c’è Carlo Diano, lo studioso assetato di conoscenza, il docente universitario che ha cambiato la vita a molti che lo hanno avuto come Maestro,  il filosofo rivoluzionario, il pensatore originale che ha percorso vie inesplorate, e il filologo tra i più grandi del ‘900.

Il pensiero di mio padre nell’interpretazione del mondo greco, ha aperto una strada che molti hanno percorso. Ma, come ha detto Massimo Cacciari nella giornata di studi tenuta all’Università di Padova nel 2002 a commemorazione del centenario della sua nascita,  Carlo Diano è stato un outsider non solo nel panorama del pensiero italiano del ‘900, ma europeo. L’originalità della sua visione ha avuto radice nella vastità della sua cultura, nell’ampiezza e nella libertà davvero rinascimentale della sua visione e in una capacità di sintesi e di intuizione solidamente fondate su un rigore filologico di qualità unica, basi di un pensiero filosofico ed estetico nuovo ed originale.

I suoi studi epicurei, la sua conoscenza di Platone, di Aristotele, dei presocratici, dei tragici greci, la sua convinzione che Parmenide e Anassagora siano  alla radice del pensiero occidentale moderno, la creazione delle categorie di forma ed evento, che gli hanno permesso un’ interpretazione originalissima dell’arte e della cultura greca e la loro applicazione ad ogni epoca e ad ogni tempo, con risultati ancora insuperati e ancora tutti da esplorare, che solo ora iniziano da parte di alcuni studiosi ad essere esplorati e scoperti, hanno fatto di Carlo Diano uno dei maggiori pensatori del secolo passato.

Eppure…. su di lui la cultura  italiana tace, a parte alcune felici eccezioni, che ne tengono vivo il pensiero e l’insegnamento. Primo fra tutti, Massimo Cacciari,  che non omette mai di menzionare, quando tiene quelle sue meravigliose conferenze, o quando scrive, che moltissimo di quello che è e fa lo deve al suo Maestro, Carlo Diano.

Il silenzio degli altri non è un silenzio fatto di dimenticanza. Non era comunista, non era di sinistra, come andava di moda, e nemmeno di destra;  era un uomo libero. Il suo solo partito era quello del Sapere. Non si è mai fatto comprare o sedurre dal potere corrente e non amava chi lo faceva. Non amava le chiesucole, le conventicole, i partitelli. Non amava gli eruditi sterili, incapaci di usare le loro nozioni vaste e inutili se non come un muro di fumo. Né gli imbonitori. Disdegnava le vie già percorse e i sentieri battuti. Le sole vie che amava erano quelle sconosciute.

La moda, tutta italiana, di dover per forza affibbiare a chiunque un’etichetta –  certo per non dover faticare a capire e pensare da individuo – non è mai riuscita a incasellare questo spirito libero.

E, come questa sua libertà di essere e di pensare l’ha pagata in vita, la paga ancora di più dopo la morte.

Fa grande onore all’Università di Padova che vi sia un suo busto in bronzo, e una strada della stessa città che reca il suo nome e, a Vibo Valentia, la piazza della casa in cui nacque, a lui intitolata. Ma, a parte Boringhieri, che ha ristampato quella geniale storia della filosofia greca che è “Il pensiero greco da Anassimandro agli stoici”, per la cui introduzione Cacciari ha scritto le pagine più belle sul pensiero di Diano e la Lorenzo Valla, che seguita a ristampare  nuove edizioni della sua meravigliosa traduzione dei Frammenti di Eraclito, e gli Scritti Morali di Epicuro pubblicati nella BUR, molti sono stati i progetti di ristampare le sue opere filosofiche ormai introvabili  sul mercato, tanto che ne circolano versioni in fotocopia, ma ancora nulla è stato fatto.

Eppure si scrivono tesi di laurea sul suo pensiero, giovani ricercatori iniziano a interessarsi dei suoi studi. A breve negli USA uscirà una traduzione inglese di Forma ed Evento (dopo quella francese, spagnola e neogreca) per i tipi della Fordham University Press, poiché alcuni brillanti studiosi americani si sono innamorati di questo pensatore e, allo stesso tempo, non riescono a credere che in Italia le sue opere non si trovino.

E’ stato un uomo scomodo in vita e ancor di più  in morte. Si sa com’è la natura umana. Ma vi è il preziosissimo archivio delle sue carte e dei suoi inediti, un tesoro in cui non solo sono conservate opere mai pubblicate, ma anche preziosissimi appunti, un carteggio con i maggiori pensatori europei del ‘900, lettere di Giovanni Gentile, di cui una poco prima del suo assassinio, del marzo 1944 da Firenze, in cui Gentile scrive a mio padre che sa che la fine è vicina, ma non la teme.

Documenti di importanza storica unica.

Gli italiani hanno cattiva memoria, o meglio, l’hanno ottima e uno dei mezzi più efficaci per cancellare le persone scomode o eccessivamente originali, è quello di seppellirle nel silenzio.

Un silenzio miserando, perché dura in genere il tempo necessario per cancellare quella generazione affondandola nella dimenticanza.

La storia dimostra come sia sufficiente una generazione o due a cancellare anche il ricordo delle invidie e dei risentimenti. Gli esempi sono numerosi nella storia del pensiero e dell’arte. La generazione di chi, temendo paragoni in cui perderebbe la faccia, o volendo rinnegare le proprie origini, sparirà nel silenzio. Non quello di stile mafioso o da Santa Inquisizione, ma del naturale ciclo della vita.

Francesca Diano

Voce Carlo Diano Wikipedia

http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Diano

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