Lettera ad Astolfo Malinverno, figlio di Domenico Dara

Caro Astolfo,

a malincuore ti ho appena salutato e già mi manchi, e come avviene quando qualcuno ci manca, desideriamo mantenere un colloquio, fosse pure un dialogo fra quella parte di noi che l’altro si è portato con sé e noi stessi, sicuri che le nostre parole giungeranno in chissà quale modo alla creatura cui le indirizziamo, a colmare quell’assenza. La tua non è stata certo quello che si dice una vita fortunata, serena, lineare, ché tu pure, come il piccolo Edgar Poe ti sei trovato da bambino ad abbracciare nel letto la mamma morta, così come non lineare è il tuo passo, nonostante la zoppìa non ti abbia mai impedito di percorrere le strade della tua Timpamara, o le distanze fra la “tua” biblioteca e il “tuo” cimitero – ché tali oramai erano divenuti. Quella zoppìa che non ti ha mai permesso di dimenticare di essere la parte sopravvissuta di un’originaria unità gemellare, a tal punto introiettata, da farti capire più di tanti altri il senso della morte e la vita che la morte contiene e celebra. Ma hai avuto una grande fortuna, quella di avere, oltre ai due genitori biologici, per padre un grande scrittore e per madre la Letteratura. Perché è stato grazie a loro che tu hai avuto voce in questo mondo. E come ci sarebbe mancata la tua voce se non te l’avessero donata.

La tua voce… chissà come suona. Te lo ricordi, certo, come Domenico, a un certo punto, irrompa con grazia naturale nel tuo racconto, intrecci la sua voce alla tua, ne rovesci totalmente la prospettiva – quasi come un cameo in un film, la firma dell’autore alla maniera di Hitchcock – e si chieda quale voce abbiano i personaggi letterari. Te lo ricordi, certo, perché in quel momento tu e lui diventaste la stessa, medesima creatura, la stessa, medesima voce.

Che voce hanno i personaggi della letteratura? Con quale voce Amleto rievocava l’omicidio del padre, con quale Francesca parlava di Paolo a Dante, con quale Faust pronunciava a Mefistofele dell’attimo Sei così bello! Fermati!? Com’era il timbro di Raskol’nikov, di Chisciotte e Sancho, di re Lear, di Orlando?

….. Quella della donna misteriosa fu per sempre la voce di Madame Bovary.

Pensai a quale potesse essere il tono di un personaggio di nome Astolfo Malinverno, che faceva il guardiano del cimitero, che s’era innamorato della foto di una lapide e un giorno trovava quella donna di fronte a sé e mi sforzai di riprodurlo: “Ma non è stata solo la tristezza a farmi fermare qui”.

E giustamente, nell’iniziare a narrare la tua storia, hai voluto stabilire con precisione assoluta le coordinate esatte del tempo, del luogo e delle circostanze, come già fecero Tristram Shandy e Robinson Crusoe, poiché ogni esistenza è intreccio non casuale di numeri e coincidenze, di ascisse e ordinate, su cui si rappresentano le figure dei nostri destini. Si capisce fin dall’inizio che per te vite perfette e libri perfetti devono possedere un ordine interno che collochi le une e gli altri nell’armonia del grande disegno dell’universo e dia loro un senso.

Hai ragione, sai, quando tu dici: Non nasciamo il giorno in cui vediamo la luce, nell’attimo in cui braccia sconosciute ci trascinano nell’indefinito e indecifrabile corso della storia, ma molto prima, quando il pensiero di noi si è insinuato nella mente ancora libera di uomini e donne, quando il nome d’un essere inesistente appare nell’orizzonte sfumato d’una vita possibile.

E posso confermarti che questo è proprio vero, perché alcuni anni fa, un giorno che Domenico era venuto nella mia città a presentare un tuo fratello maggiore, Appunti di meccanica celeste, quando ancora nessuno di noi non solo ti conosceva, ma nemmeno sospettava della tua futura esistenza, mi disse che stava pensando alla storia di un bibliotecario che era anche guardiano di un cimitero. Stava pensando proprio a te! Tu già abitavi i suoi pensieri. Chissà se ti aveva già battezzato con il nome del valoroso Paladino di Carlo Magno, che a cavallo del suo Ippogrifo e l’aiuto di San Giovanni, giunse su su fino alla luna a cercare il senno perduto del Campione Orlando. Il tuo amatissimo Orlando. O chissà se questo tuo nome gli si è venuto plasmando dentro mano mano che la tua natura gli si disvelava e prendeva forma dentro la sua mente e il suo cuore.

Si dice che nel nome sia il destino, e nel tuo di sicuro fu quella sorte che ti ha condotto ad avere natura lunare e notturna, solitaria e sognatrice, coraggiosa, anche, nell’azione, a tuo modo, ma soprattutto a farti tramite fra i mondi: il mondo degli uomini e quello delle loro storie, il mondo dei vivi e quello dei morti, che poi sono tutti dimensioni liminali, sospese tra un qui e un altrove. Certo, nascere in un paese dove i libri vanno a morire nel maceratoio per farne altra carta e altri libri è cosa singolare, eppure nemmeno lì muoiono, perché i nomi dei loro personaggi e dei loro luoghi poi si travasano in carne viva e i tuoi compaesani sono i Fiodoro, i Prospero, i Mopassàn, gli Eraclito, e le Margherite, le Isotte, le Ofelie… Del resto, per quanto la morte cartacea cerchi di afferrarli, il vento ne disperde spesso i fogli – come le foglie omeriche – che vanno a raccontare agli uomini le loro storie, oppure gli operai della cartiera talvolta se li portano a casa, o ne fanno dono d’amore.

E così, nella tua Timpamara, l’amore per le storie è lo stesso dell’amore per la vita. Ché ogni uomo è una storia e pure i libri che vanno a morire sono come gli esseri umani che vanno a morire, eppure anche quelli seguitano ad avere una voce. E tu ne sai qualcosa, vero Astolfo? Tu l’avevi trovata la tua Emma Bovary, così simile a te, fragile, sognatrice, bellissima e senza nome. Solo una foto su una lapide. L’avevi trovato il tuo mistero da svelare. Così come avevi trovato che talvolta i libri vanno riscritti alla fine, perché un libro perfetto deve concludersi con la morte del protagonista e, se la descrizione della morte non è in armonia con la sua indole e con gli eventi narrati, tu la riscrivevi, in bell’ordine, alla fine del libro, come avvenne per Don Chisciotte ed Emma Bovary, dei quali facesti anche pubblicare il necrologio con l’annuncio della cerimonia funebre. Oh come ti ho amato quando narrasti che avevi dato dignità di sepoltura in un angolino del tuo cimitero ai libri troppo frusti e malandati per essere letti! Perché fra libri e vite non c’è differenza, e si potrebbe scrivere un romanzo intero anche su una vita apparentemente banale. Nulla è banale di quanto è destino.

Tu riscrivevi le morti come tuo fratello maggiore, il Postino, riscriveva le vite. Così simili siete, così necessaria per entrambi quell’armonia che aggiusta, come nell’arte antica del Kintsugi, le piccole fratture dell’universo e le rende materia preziosa. Come sentisti che questo era il tuo destino, di bibliotecario e guardiano del cimitero, previsto dalle leggi di natura, considerato e calcolato, perché è questo che cerchiamo noi uomini: il posto giusto nello scacchiere universale. E non te l’aveva detto del resto Mopassàn, che per tutta la vita aveva studiato le coincidenze numeriche (ah, ancora il Postino e le sue infinite coincidenze!) nelle date di nascita e di morte, che esistono delle simmetrie numeriche, una legge che ci governa,fatta di numeri che decidono vita e morte, un algoritmo perfetto? Perché sì, il tuo racconto è tutto sull’amore e sulla morte, su come l’amore rende vita la morte e l’annulla. Ma non riveliamo troppo di quanto avverrà alla fine della tua storia, dove ogni cosa si compie nell’arco di una perfetta corrispondenza d’armonie. Lasciamo la sorpresa al lettore.

Tu, figlio di una terra grande, bellissima e tormentata, terra di Orfici, che ha generato nei secoli grandi pensatori, filosofi, scrittori, artisti, la cui cifra comune è sempre stata quella del sogno, dell’utopia, della trascendenza, come tuo padre Domenico Dara, custode della memoria degli antichi aedi, tu, a cui la donna che ami disse, “Benedetto il giorno in cui ti ho incontrato, Astolfo Malinverno, custode di libri, guardiano del cimitero, protettore dei vinti“, tu Astolfo, conosci la sottilissima membrana che separa la vita e la morte e la sua inconsistenza quando è l’amore a dissolverla. Tu che non temi la morte, perché sai che la vita acquista valore e significato solo e proprio in grazia della sua presenza, puoi essere buon maestro agli uomini di questo tempo sconsiderato, in cui per il terrore folle della morte fisica si distruggono legami, affetti, speranze, futuro. Tu, che ignorando le miopi leggi scritte dagli uomini, unisti in matrimonio una ragazza al suo promesso sposo defunto anzitempo (così letterario il tema della sposa e della Morte), tu che desti onorata sepoltura ai versi rutilanti di Ciro di Pers, macinandoli in polvere fine e facendone sabbia per una clessidra, come quelle che nei suoi versi cantava, metafora del tempo divoratore di uomini e di mondi, tu Astolfo, che hai fatto della letteratura sostanza vivente, perché tu, fra tutti, sei la prova respirante e parlante che la Letteratura, quando è tale, è materia viva, sangue pulsante, tu rimani in me e in tutti coloro che ascolteranno la tua storia, insieme al Postino, ad Archidemu, a Cuncettina la secca, ad Angeliaddu, a Lulù il pazzo, alla Calabria trasfigurata quale centro di un universo che Domenico Dara sa vedere oltre le apparenze. Quella Calabria cui per sangue e cuore appartengo come figlia di un suo grande figlio e che in te ritrovo intatta.

Francesca Diano

Malinverno di Domenico Dara: Vi porto a Timpamara, dove abita Madame Bovary

(C) 2020 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Appunti di meccanica celeste. Ovvero l’Universo secondo Domenico Dara

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Angelo di Dio

che sei il mio custode

illumina, custodisci,

reggi, governa me

che ti fui affidata

dalla pietà celeste.

Così sia.

 

Questa è stata la prima preghiera che mio padre mi ha insegnato quando avevo tre anni, e recitavo tutte le sere inginocchiata con le mani giunte davanti al lettino. Queste parole – ciascuna di esse –  sono il filo conduttore, la chiave di lettura del nuovo romanzo di Domenico Dara, Appunti di meccanica celeste, Nutrimenti editore. Ritrovarle nel romanzo dello scrittore fra quelli che più amo e che più mi hanno insegnato, è stato come ritrovare la via di casa, di un luogo d’amore e protezione.

La Pietà celeste è la pietas, l’amore che accoglie, sana e trasforma; di Dio per gli uomini, degli uomini per Dio e dell’uomo per l’uomo. La compassione, la tenerezza, la Provvidenza e la fede nella Provvidenza. La gratitudine e la devozione per le potenze celesti che sostengono l’umanità nei suoi percorsi spesso incomprensibili e dolorosi.

La preghiera all’Angelo custode è quella che ogni cuore di bambino rivolge al proprio angelo, ché ciascuno di noi ne ha uno accanto. E queste sono le parole che si mescolano e si rimescolano  in infinite combinazioni, evocate da una quieta follia, come le foglie trascinate dalla forza del vento, nella mente confusa di Lulù il pazzo, uno dei due personaggi innocenti e puri di cuore, dei sette che compongono la costellazione di questo romanzo. Ma sono anche una sorta di rumore di fondo del suo universo, come l’eco di un originario Big Bang.

Ma se questo è il filo conduttore, i centri del romanzo sono molteplici e di molteplice natura. Centri e non centro, perché ogni Essente è in sé un centro, attorno a cui volve l’universo mondo. Molti centri, come molte sono le dimensioni quando la materia curva lo spazio/tempo. E qui Girifalco diventa uno di quei punti, in cui lo spazio/tempo si modifica  e modifica l’universo. Tutto può accadere. Anche ciò che è apparentemente impossibile secondo la nostra limitata visione.

Il primo centro, reale e geografico, è il paese calabrese di Girifalco, quello che, nella mia recensione al Breve Trattato sulle coincidenze, due anni fa, per prima paragonai al Macondo di Màrquez. Girifalco, paese natale di Dara, è un vero e proprio Axis Mundi, il luogo in cui, secondo la definizione  che Mircea Eliade dà dell’espressione, cielo, terra e inferi si congiungono. E dunque, tutto ciò che vi accade, ha valore universale. E qui veramente Cielo e Terra e Inferisi uniscono, poiché in questo luogo le leggi della fisica e quelle – che le rispecchiano – dei comportamenti e dei moti del cuore umani si sovrappongono e si fondono. Dai più amabili e innocenti, ai più oscuri e malvagi. Perché, in questo romanzo, alita questa volta potente, l’ombra del Male.

Il secondo centro è un magico circo che, apparentemente per volere del caso e per “errore”, capita nella cittadina la mattina che segue la notte di San Lorenzo, quando alcuni degli abitanti del paese hanno scorto in cielo una stella cadente brillantissima. “Alle nove e ventiquattro dell’undici agosto, da quelle strade da cui negli anni era giunto di tutto, da mandrie di cinghiali imbestialiti a fiumare d’acqua piovana, arrivò un circo.” Dara è sempre precisissimo nel situare i suoi racconti nel tempo e nello spazio, perché la precisione è il respiro dell’universo e lo strumento dello scrittore. Il proprietario del circo Engelmann è Cassiel Engelmann. Ora, Cassiel è il nome di un angelo, uno dei sette angeli planetari (il suo dominio è il pianeta Saturno) ed Engelmann è sì un cognome, ma in tedesco significa “uomo angelo”. E’ anche il nome di uno dei due angeli nel film di Wim Wenders Il cielo sopra Berlino. E tutti gli artisti del circo che sono in qualche modo  collegati ai sette protagonisti del romanzo, hanno nomi di angeli, tratti soprattutto da diverse tradizioni, islamiche, cabbalistiche ed esoteriche. Ad esempio Batral, Grafathas, Nakir, Jibril (Gabriele nell’Islam) ecc.

Questo circo, lontanissimo da quelli felliniani, ha invece un precedente letterario estremamente illustre: il circo che arriva a Mosca ne Il Maestro e Margherita, di Michail Bulgakov. Qui il direttore del circo è un elegantissimo straniero dai modi di gentiluomo, di nome Woland. Woland è uno dei nomi tedeschi del demonio, che compare anche nel Faust di Goethe. E demoni sono tutti i componenti di quel circo, che porterà lo scompiglio nella Mosca staliniana, congelata e statica, prigioniera dell’orrore, ma libererà il Maestro, un’anima pura, rinchiuso in un manicomio dal regime. Il demonio, si sa, è padre del caos.  Qui invece il circo è una epifania angelica, il kairòs che irrompe nella vita umana in un punto preciso dello spazio-tempo e la trasforma.

Ciò che accade è che sette vite, immobili nella loro condizione e perpetuamente rotanti lungo orbite fisse, vengano scalzate da quelle orbite per trasformarsi completamente e per vedere realizzati i loro più segreti desideri attraverso una magia che solo l’amore può compiere. Ciascuna di quelle vite trova, in uno degli artisti del circo, l’Angelo custode che si prenderà cura delle loro anime ferite e ristabilirà quell’equilibrio, quell’ordine armonico che solo il mistero dell’universo conosce.

Il terzo centro di questo secondo capolavoro di Dara è la traduzione delle leggi della meccanica celeste, della fisica quantistica, dei principi della termodinamica in termini di comportamenti umani. Poiché veramente, come afferma Hermete Trismeghisto in uno dei Sette Principi della sua perduta Tavola Smeraldina, quello della Corrispondenza: “Come sopra, così sotto – come sotto così sopra. Come dentro, così fuori – come fuori così dentro. Come nel grande, così nel piccolo.” E questo è un elemento che non posso non amare, perché è la mia stessa convinzione.

Incontriamo allora i sette (numero fatale e ricco di significati) personaggi, ciascuno centro di un universo chiuso, ma ciascuno dei quali è un satellite che ruota attorno al proprio grumo di dolore:

Archidemu Crisippo, ultimo di una stirpe di filosofi stoici, che osserva, col distacco dell’entomologo e dello scienziato/filosofo dal suo balcone i compaesani che passano in piazza, dove quattro vie convengono, seguendo con la precisione millimetrica di una megaptera o di un corpo celeste, sempre gli stessi percorsi. Il distacco filosofico di Archidemu però è solo apparente, perché dentro lo tormenta il tarlo del senso di colpa. Molti anni prima, in una calda giornata in collina, il fratello Sciachineddu era scomparso senza lasciare traccia.

Poi c’è Lulù il pazzo, bambino in un corpo di adulto, che cerca da sempre la mamma a cui venne crudelmente strappato, capace di suonare con le foglie meravigliose melodie. Lulù, che da sempre è ospite del manicomio di Girifalco, gira però serenamente per il paese, amato e accolto da tutti. O quasi…

Cuncettina la secca, così detta perché incapace di procreare. L’aridità del suo ventre l’ha resa una pianta senza linfa e infelice a vita, ossessionata dalla sua sterilità al punto da trascurare la sua vita stessa e i suoi affetti.

Angeliaddu, il bambino senza padre, (ricordate il Postino?) segnato da una macchia di capelli bianchi fra i capelli biondi. Piccolo angelo dal cuore di eroe, reietto come la sua mamma, che s’ammazza di fatica per mettere insieme pochi soldi ed è perseguitata da una delle anime nere, che in questo romanzo non mancano, perché non ha ceduto alle sue voglie di maschio prepotente e deve pagare duramente con suo figlio la sua onestà e indipendenza.

Don Venanzio l’epicureo, che nella sua bottega di sarto sopraffino, accoglie segretamente le femmine del paese per soddisfare un desiderio sessuale inesauribile, ma che non si è mai innamorato e, al pari di Archidemu, vive in un deserto interiore.

Rorò la venturata, baciata da ogni fortuna e benedizione della vita, cui tutto è sempre andato bene, e tuttavia ossessionata dal terrore del fuoco, fino all’istante in cui, scivolando con le pantofole sul balcone bagnato di pioggia, muore all’istante.

Mararosa (talvolta chiamata Malarosa) la mala, un tempo promessa al marito di Rorò, ma poi abbandonata, che consuma la sua vita nell’odio per la sua ignara rivale, lanciandole maledizioni e augurandole la morte. La sua vita è priva di luce, orribile, malvagia, una condanna al male. Eppure…

eppure la pietà celeste ha le sue traiettorie, i suoi sistemi e le sue leggi quantiche. Il lettore avido, come solo può essere un lettore di Dara, vedrà.

Ma, nonostante la struttura infinitamente complessa eppure perfetta di questo romanzo sia già di per sé cosa meravigliosa, non è ancora questa che fa di questo romanzo una pietra miliare della nostra asfittica letteratura, che quasi sempre ormai è paralizzata nella stanza soffocante di inutili e noiosi tratturi dell’Io, o in analisi obsolete di rapporti di coppia o di figli/genitori. No, non è solo la sua struttura. Sono la vastità del pensiero e della visione che vi sta dietro e la lingua che Dara ha creato.

E questo è il quarto centro: lo stile. Oltre ad aver creato una lingua letteraria assolutamente nuova, frutto di fusione fra italiano, dialetto e italiano regionale e di registri alti – di origine letteraria, scientifica, filosofica – e popolari, passando dagli uni agli altri con l’agilità e l’eleganza di un acrobata, come l’angelico acrobata del suo circo, non c’è parola, non c’è metafora, non c’è similitudine che non sia profondamente meditata e assolutamente inattesa. A volte, come gemme rare, nelle vene d’oro di questa scrittura scintillano dei neologismi, talmente perfetti e, direi, necessari, da non apparire tali.

Ci sarebbe molto, molto altro da dire, ma in effetti si dovrebbe scrivere un Breve trattato su Domenico Dara. Lasciamolo a chi, prima o poi, ci farà delle tesi si laurea.

In seguito a degli smottamenti conseguenti a un’alluvione, negli anni ’70 a Girifalco è stata trovata, insieme ad altri reperti di epoca pre-greca, la scultura in terracotta di un singolarissimo animale, detto “il Sauro di Girifalco” (qui sotto in una foto dell’archeologo Domenico Canino). Parrebbe autentico, ma il fatto è che rappresenta unoi stegosauro…. Impossibile? Una follia? No, si trova a Girifalco dove, cari Signore e Signori, i Postini e gli Angeli cambiano i destini degli uomini.

Dara è uno dei pochi scrittori, chissà forse l’unico caso, in Italia il cui enorme successo non è dovuto né a conoscenze, né ad amicizie, né a campagne di marketing, né ad appartenenze politiche. E’ dovuto solo e unicamente al suo talento robusto, alla sua originalità, all’anima che traspare da ogni parola, all’essere già un classico fin dalla sua prima opera per l’universalità dei suoi temi e per l’amore e il rispetto profondo che dimostra nei confronti della letteratura e dei lettori.
S’è mostrato al mondo così, nella nudità della sua verità.
E tutto questo dovrebbe molto far riflettere sulla capacità che hanno i lettori di riconoscere la grande letteratura quando la trovano e sul fatto che essa sia viva. Vivissima.

FRANCESCA DIANO

(C)2016 FRANCESCA DIANO. RIPRODUZIONE RISERVATA

Domenico Dara – Breve trattato sulle coincidenze.

COPERTINA LIBRO DEL GIORNO

Ogni tanto accade il miracolo, anche nella nostra esangue letteratura, e compare una voce nuova e forte, che afferma la propria presenza e che, soprattutto, viene ascoltata dagli editori. Perché questa è la qualità della voce di Domenico Dara, il cui primo romanzo, che sta risalendo tutte le classifiche a una velocità mercuriale, ha spiccato il volo come finalista al Premio Calvino (che avrebbe in realtà dovuto vincere).

Il protagonista è un postino, di cui non sappiamo il nome fino all’ultima pagina, il luogo la cittadina calabrese di Girifalco, dove Dara è nato, il tempo l’estate del 1969, quando il primo uomo mise piede sulla luna. Stabilite con precisione le coordinate però, inizia poi il gioco delle illusioni e degli inganni, come nel castello del Mago Atlante. Il postino, più che consegnare le lettere, le apre e le riscrive a suo modo. Girifalco perde i suoi confini certi e si dilata a contenere l’universo mondo. Il tempo si rimescola in un caleidoscopio di frammenti a incastro.

Il postino, che ha la statura di un filosofo stoico, conduce una vita solitaria, isolata, ma ha un dono molto speciale, oltre a quello di una mente filosofica: sa imitare alla perfezione qualunque scrittura. Questa specialissima qualità gli permette di introdursi nelle vicende più segrete dei suoi concittadini e di apportarvi dei cambiamenti, riscrivendo le lettere che ricevono. Non per semplice diletto, ma per modificarne il Destino e, in un certo senso, per operare secondo Giustizia. Quella che a lui appare essere Giustizia.

Il romanzo ha un tono epico. Fato (altrimenti definito Destino, ma sempre con l’iniziale maiuscola e senza articolo) guida, come un regista sapiente le vicende umane. Ma Fato a volte è oscuro nel suo agire e richiede che se ne sappiano decifrare i percorsi misteriosi. I piccoli fari che illuminano quel cammino, come i sassolini di Pollicino, sono le coincidenze, che il postino annota diligentemente in un suo quaderno. In quei segnali luminosi è visibile una perfetta geometria, come legge che fa da corollario al principio di conservazione dell’energia, nulla si crea, nulla si distrugge. Da due lettere fra loro molto diverse, l’una una lettera d’amore senza mittente, con un misterioso sigillo di ceralacca, inviata a una donna diversa da quella il cui nome compare sulla busta, l’altra la rivelazione di un tramaccio del sindaco, pronto per sporco interesse a ingannare i compaesani e ad abbattere una splendida foresta per installarvi una discarica di rifiuti tossici, tutto il meccanismo si mette in moto. E così il postino si autoattribuisce il ruolo di Demiurgo, per raddrizzare i torti, far trionfare la Giustizia e, quando possibile, l’amore. Lui, che l’amore l’ha perduto per un’ingiustizia. Lui, che reca dentro le piaghe di un ingiusto abbandono paterno.

Ma la Giustizia è qui davvero Equilibrio. “La natura tende a livellare le misure. Tutti i fenomeni naturali possono essere condotti a questa legge, e soprattutto i più importanti, la vita e la morte”, diceva al postino il suo insegnante, il professor Viapiana. E anche l’amore.

C’è molta sapienza in questo libro sorprendente, che fonde in una sintesi armonica il mondo del mito, la filosofia greca e la contemporaneità.

Dara è figlio del Mito. Ed è figlio della sua terra. Perché Girifalco, come Macondo, entra grazie a lui nel patrimonio del mito. Poiché, ciò che lì accade, accade in uno spazio-tempo non lineare, ma sferico, dove ogni cosa si compie e ritorna. Che poi è anche il grande dubbio che il postino ha, e anche il suo maggior timore.

La fiaba di Pollicino, infatti, e il linguaggio che è proprio della fiaba. Con questa lingua magica che Dara crea, in cui il dialetto scorre come un ruscello mormorante e rinfrescante, insinuandosi fra le strutture di un italiano elegante e a volte solenne. Nel mondo dell’Evento, che è Girifalco, dove il postino-Ermete appunto interviene sugli eventi e li trasforma, come il mercurio ermetico e alchemico trasforma la materia. Perché il postino altro non è che il mercurio filosofale e questo è, non a caso, un Trattato.

Dunque, più che un romanzo – che però è tale del tutto fino in fondo e godibile e affascinante quant’altri mai – questo è un conte philosophique, un romanzo a chiave, un racconto allegorico e, perfino, un romanzo cavalleresco. Non meno che un racconto iniziatico, poiché il postino è un fanciullo, (Pollicino) che si aggira da solo in una foresta, guidato solo dal lumicino delle straordinarie coincidenze a lui solo visibili, per approdare poi – novello Lucio apuleiano, nel cui cuore arde l’Amore per una Psiche lontana – a un nuovo sé stesso.

E tuttavia è anche una storia alchemica, poiché ogni personaggio è un simbolo – simbolici sono quasi tutti i cognomi. Un profondo apologo sulla potenza della scrittura, che cambierà il mondo.

Parlando con Dara, in un nostro recente incontro, gli dicevo come, nella vita, sia importante arrivare a vedere l’intero disegno dell’arazzo, di cui spesso ci limitiamo a vedere solo alcuni fili della trama e dell’ordito. Ed è per questo che spesso il percorso della nostra vita e il suo intrecciarsi con fili di altre vite ci risulta incomprensibile. Perché ne vediamo solo dei pezzetti, di questo magnifico disegno. E gli mostravo, dicendolo, l’intreccio multicolore e complicatissimo di un mio scialle indiano che indossavo. Non avevo ancora letto il suo romanzo. Dara ha annuito con grande convinzione. E poi, leggendo, ho capito perché. Perché il senso profondo di questo libro, la grande sapienza di chi l’ha scritto, sta proprio in questo: che alla fine il disegno di quell’arazzo si manifesta in tutta la sua abbagliante bellezza.

(C)2014 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA