Anita Nair – Cuore di Malabar, a cura di Francesca Diano. Marco Saya Edizioni.

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Ed eccola finalmente in italiano, con testo a fronte, la raccolta di Anita Nair, Cuore di Malabar (titolo originale, Malabar Mind), a mia cura, edita da Marco Saya Edizioni nella nuova collana di poesia straniera Kelen, diretta da Antonio Bux (grazie Antonio). Ne sono immensamente felice, in primo  luogo perché cercavo per questa raccolta un editore adatto (non sono molti in Italia gli editori di poesia non a pagamento) e in Marco Saya, editore raffinato, ho subito trovato un grande entusiasmo per il progetto. In secondo luogo perché penso che i numerosissimi lettori italiani di Anita Nair, una delle scrittrici indiane più note e amate in tutto il mondo, tradotta in 28 lingue, avrebbero avuto certamente piacere di ritrovare nell’Anita poetessa moltissimi dei temi che sono un po’ il suo “marchio di fabbrica” e che l’hanno resa la grande romanziera che è: La natura potente e onnipresente del suo Kerala – di cui il favoloso Malabar, ora non più presente con tale nome – era parte, il realismo magico, l’esplorazione dell’animo femminile, l’empowerment femminile, lo scontro fra tradizione e modernità, la natura della passione e dell’amore, il linguaggio diretto con cui descrive emozioni e sentimenti, il rapporto donna-uomo ed altro ancora. Ma, questa volta, narrato con il linguaggio della poesia.

Un altro motivo per cui questa edizione mi rende felice, è che mi ha dato la possibilità di scrivere, nell’Introduzione, molte delle riflessioni sulla sua scrittura, nate da venti anni di amicizia, lavoro con lei come sua traduttrice italiana e frequentazione. Il moltissimo che avevo da dire, anche su alcune altre poetesse indiane, ho cercato di condensarlo in alcune pagine, con la speranza di essere buona compagna di viaggio, pur se giustamente in sottofondo,  per il lettore in questo nuovo percorso che affianca la sua prosa e, per certi versi, permette di guardarla sotto una nuova luce.

 

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Brevemente, dalla mia Introduzione:

“Chi legge la prosa di Anita Nair si accorge presto che non è solo una romanziera e prosatrice sapiente, ma può perce­pire, serpeggiante sotto la robusta struttura dei suoi testi, una vena lirica e poetica che emerge a tratti con grande forza e ruba la scena…

Ci sono momenti in cui lo stile si fa improvvisamente più alto, cantante, ed ecco hai quasi di fronte dei petits poèmes en prose incastonati nel testo e mi è accaduto, in quei momenti, di sentirmi tra­scinata dalla lingua in una dimensione diversa, vibrante a un diverso registro. Nessuno quanto un traduttore infatti ha la possibilità, il privilegio direi, di penetrare nei mecca­nismi più profondi della scrittura di un autore e di osserva­re la formazione stessa del processo creativo; il suo co­struirsi, il suo dispiegarsi fino a raggiungere la sua forma compiuta. Dunque non deve meravigliare se Anita Nair è anche autrice di testi poetici, raccolti e pubblicati per la prima volta nel 2002 col titolo di Malabar Mind (Cuore di Malabar) e, nel 2010, in una nuova edizione per i tipi di Harper Collins India. Il significato del titolo lo spiega lei stessa all’interno della raccolta:

Un tempo il Malabar era un distretto britannico. Dopo l’Indipendenza, il Malabar non venne più ricono­sciuto come distretto e la regione fu divisa a formare la parte settentrionale dell’attuale Kerala. Anche se il Mala­bar non ha dei confini geografici, né compare sulle carte geografiche dell’India, esiste comunque tutt’ora come una condizione psichica[1].” 

Da queste parole deriva la mia scelta di tradur­re mind con ‘cuore’ e non con mente, poiché quella che celebra Anita è la dimensione non duale della men­te/cuore. Uno stato dell’essere, una condizione esistenziale e allo stesso tempo una visione del mondo. Del resto, in sanscrito, il termine per mente, manas, è usato indistinta­mente in entrambe le accezioni di mente e cuore.

I quaranta testi della raccolta, scritti nell’arco di una decina d’anni esplorano, soprattutto nella prima parte, un mondo che per l’autrice è stato fin dagli inizi un dovizioso serba­toio di ispirazione, immaginazione, ricordo e amore, mi­scelati e cucinati sapientemente nella sua fucina/cucina, eppure sempre usando un linguaggio lineare, senza artifici, spesso colloquiale e quotidiano. Il mondo del Kerala delle sue origini, delle origini della sua famiglia, di cui l’antico Malabar era parte, e in cui convivono moltissime contrad­dizioni. Un Kerala che torna come sfondo in molti dei suoi romanzi. ….

Quello che per Anita Nair significa la poesia, lei stessa l’ha dichiarato in un’intervista:  <<Non sono una poetessa che scrive poesia in modo co­stante. Molto spesso la mia poesia nasce o da un’intensa esperienza emotiva, o da un avvenimento che mi ha scossa fin nel profondo. In questo senso, la mia poesia si manife­sta come un lampo, mentre i miei romanzi sono frutto di un lungo pensare, riflettere e di un intenso lavoro di ricer­ca.>>

Dunque, in un certo senso, mentre la sua narrativa è un meditato frutto della mente, la sua poesia ha natura epifa­nica, un luogo dove più apertamente si manifestano conte­nuti non mediati dell’inconscio. Ed è un aspetto interes­sante, perché rivela una forma di creatività che completa e in qualche modo alimenta l’altra. In effetti, chi conosce le opere di Anita Nair, ritroverà in questi testi poetici tutti i suoi temi e la sua visione del mondo, balenante per lampi, come lei stessa afferma; una luce sia pur intermittente che rende certo più nitida la percezione della sua narrativa e ne illumina i lati più in ombra. ”

[1] In inglese, state of mind, stato mentale, condizione psichica, ma anche stato d’animo. (N. d. T.)

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Solitamente un uomo. A volte un Dio.  

Sappilo, donna

Mille soli s’avvolgono al mio braccio.

Marchio di chi io sono

Solitamente un uomo, a volte un Dio.

Striscianti, predatori

Sento i tuoi occhi

Tracciare segni di tintura vermiglia, di curcuma e di riso

Che sferzano la seta bruna della mia pelle.

Donna, sento il tuo tocco.

 

Macerie di luce

Densità di una notte senza stelle.

Il mio pennello è l’indice,

La mia tintura lucente nerofumo.

Quando il tuo sguardo incontra il mio

Nell’arena d’amore ch’è lo specchio,

Mi tremano le mani,

Le linee si sbaffano.

Donna, non sai quel che mi fai.

 

Donna, ho abbandonato la mia pelle.

Ho avuto un sorso d’eternità.

Ed ora cesserò di essere.

Ma prima che tu scemi nel nulla,

Assaporo la linfa della palma da cocco.

Stringo la tazza di terracotta come fosse il tuo mento.

M’inumidisco le labbra alla tua bocca.

Avido bevo questo mortale desiderio proibito.

 

La mia corona è intrecciata d’erba e divinità.

Labbra carnose, labbra bianche, lanugine nasconde la mia bocca d’adultero.

Agito l’arco di bambù.

Sollevo la lama scintillante.

Vibrano i tamburi a ridestare il dio che s’è assopito.

Tremor di cavigliere mentre l’uomo ch’è in me si ritrae.

Non sono più chi tu hai desiderato.

Sono il tuo protettore.

Il fiero dio Muthappan.[1]

 

Parla Muthappan:

Io sono il signore della giungla, figlio dei tralci ritorti[2]

Lesto di piede, leale sino in fondo.

Il cane m’accompagna,

Il cieco Thiruvappan è il mio compagno.

Nei tempi oscuri di questa età

Sarò con te.

A darti aiuto e consolazione.

A proteggerti ed a sostentarti.

 

Guarda, con questa freccia

Che perfora l’occhio del cocco

Io distruggo ogni male

Che ti turbina intorno.

Spicco dal serto della speranza

Frammenti perché tu vi costruisca

Tutti i tuoi sogni.

Premo la mano sulla tua testa;

Che i tuoi nervi trasmettano il messaggio

Che mai io t’abbandonerò.

 

Tutto questo e altro ancora

Farò per te.

Ma prima dentro di me la sete

Spegnerò con latte ancora tepido.

Con il vino di palma che ribolle

Senza fermare il tempo.

Succhio dalla lunga canna di bronzo

Mastico un pezzo di pesce secco

Muthappan è soddisfatto;

Muthappan è felice.

 

Muthappan ha parlato.

Più non gli sono necessario.

La mia corona del potere è fatta d’erba vizza.

Scorre sulla mia fronte il sale del sudore.

Con dita che cercarono un tempo perfezione,

Di dosso mi rimuovo la maschera del dio.

Donna, sono di nuovo chi io ero,

Un uomo con pelle ed occhi

Che cercano i tuoi.

 

Donna, lascia che il mio desiderio al tuo s’unisca.

Che le mie labbra ustionino le tue.

Che la mia fame bruci la tua pelle.

Perché dunque ora mi sfuggi?

Forse senti l’odore di selvaggio?

Temi colui che fui?

Ascolta donna,

 

Io sono un uomo;

Solo talvolta un dio.

 

Mostly a Man. Sometimes a God

 

 Know this, woman

Clasped around my forearm are a thousand suns.

The mark of who I amMostly a man, sometimes a God.

Crawling, maraudingI feel your eyes

Trace vermilion, turmeric and rice paint paths

Slashing the brown silk of my skin.

Woman, I feel your touch. 

The debris of light

The density of a starless night.

My forefinger my brush,

Glistening lampblack my paint.

When your eyes meet mineIn the mating pool of the mirror,

My hand falters,

The line smudges.

Woman, you do not know what you do to me. 

Woman, I have shed my skin.I have sipped at timelessness

Now I shall cease to be.But before you diminish

Into nothingnessI savor the life juice of the coconut palm.

Cup the baked earthen pot as if it were your chin.

I wet my lips at your mouth.I drink deep of this forbidden mortal desire. 

My crown is wrought of grass and divinity.

Fat lips, white lips, wool fuzz hide my adulterous mouth.

I sling the bamboo bow

And raise the gleaming blade.

Drums throb to awaken the slumbering god.

Anklets shiver as the man in me retreats.

I am no longer who you desired.

I am your protector.

The fierce god Muthappan. 

Muthappan speaks:

I’m lord of the jungle, son of the tortured vines

Fleet of foot, loyal to the last.

The dog is my comrade,

The blind Thiruvappan my companion. 

Through the dark times of this age

I shall be with you.

To help and console.

To provide and protect. 

Look, with this arrow

That pierces the eyes of the coconut

I destroy all evil

That swirls around you.

I pluck from the crown of hope

Fragments for you to build

Your dreams upon.

I press my palm on your head;

Let your nerve ends carry this message

That I shall never forsake you. 

All this and more I shall do for you.

But first there is a thirst in me

That I shall quench with milk still warm.

With toddy that bubbles

Unable to still time.

I suck on the long bronze spout

I crunch a piece of dried fish

Muthappan is satisfied; Muthappan is happy.

Muthappan has spoken.

He no longer needs me.

My crown of power is of wilted grass.

The salt of sweat runs down my brow.

With fingers that had once sought perfection 

I wipe away the guise of divinity.Woman,

I am once again who I was.

A man with skin and eyes

That seek yours. 

Woman, let me match my longing with yours.

Let me sear your lips with mine.

Let me burn your flesh with my hunger.

Why then do you evade me now?

Is it that you smell the savage?

Is it that you fear who I was?

 

Woman listen, 

I am a man;

Only sometimes a god. 

 

[1] Muthappan, il cui nome letteralmente significa “zio maggiore da parte di padre”, è il benevolo Dio Cacciatore del Kerala, protettore dei poveri e dei diseredati. Il suo culto antichissimo risale all’India prevedica. Il dio, che in realtà è la personificazione di due figure divine, Thiruvappan e Vellatom, viene fisicamente impersonato ogni giorno nei templi a lui dedicati da un uomo che, dopo essersi truccato in modo da alterare i propri lineamenti e assomigliare al dio – una cerimonia che dura molte ore – ne indossa i coloratissimi panni e i pesanti ornamenti, che ricordano i più antichi personaggi della danza Kathakali. In quel momento l’uomo perde la sua natura umana e diventa il dio. I fedeli, che assitono all’intera cerimonia, gli recano offerte di cibo e bevande che Muthappan consuma in cambio di benedizioni. Alla cerimonia sacra possono partecipare persone di ogni casta e religione. Uno stesso uomo impersona il dio anche per molti decenni e la pratica rituale viene passata da padre in figlio per generazioni. Questo tipo di venerazione è unica nel panorama dei culti dell’India, e chiaramente fra i più arcaici, proprio per la tipologia del rito in cui ogni giorno un uomo in carne ed ossa impersona il dio attraverso la vestizione. Il che rimanda a culti tribali. Muthappan racchiude anche la doppia natura di Vishnu e Shiva. Il cane è il suo animale sacro. (N.d.T.)

[2] Secondo alcune leggende Muthappan fu trovato dalla madre, la regina Padikutti, che non poteva avere figli e invocò il dio Shiva, in un cesto di tralci di fiori intrecciati arenato sulla riva del fiume. Proprio come Mosè. (N. d. T.)

 

Possa tu dormire un milione di anni, Shiva

 I

Signore dell’universo

Maestro della distruzione,

Sono di fronte a te

Ma non disposto ad essere schiacciato.

 

Hai mai avvertito

Le ossa di tuo figlio pungerti il palmo?

Hai mai sentito

Il pianto perforante della fame?

 

II

Ho soddisfatto

Le esigenze del mio appello.

Ho cantato il tuo nome

Milioni e più di volte.

 

E tuttavia, torneranno i miei avi

Vampiri avidi dei resti della mia colpa.

Ché sanno che abbandonando te

Abbandono loro.

 

III

Più non raccoglierò fiori d’ibisco,

O nasconderò la nerezza della tua tumescenza

Coi rossi petali della speranza

Che sbocciano, fioriscono e poi muoiono dentro questi cortili.

 

Non arderanno lampade, tuo occhio onniveggente.

Il tuo fiato di canfora non strinerà queste pareti.

Mai più io fingerò che tu esista.

I tuoi doni, solo cenere che mi strozza la gola.

 

IV

Per un’ultima volta

Mi sono immerso nella piscina verde.

Lacrime dei prescelti, come io fui,  insozzate di fango.

Per un’ultima volta ho retto il filo che a te mi lega.

 

Sia dunque questa la mia maledizione nell’addio:

Possa tu vivere prigioniero del tuo sonno.

E quando sarò andato, nessuno ti risvegli

Mai più per te richiamo di campana.

 

 

May You Sleep a Million Years, Shiva

 

I

 Lord of the universe

Master of destruction,

I stand before you

Unwilling to be cowered.

 

Have you ever felt

The bones of your child prod your palm?

Have you ever heard

The piercing wail of hunger?

 

II

 I have appeased

The demands of my calling.

I have chanted your name

A million times and more.

 

And yet, my ancestors will return

Ghouls hungry for the crumbs of my guilt.

For they know when I forsake you

I forsake them.

 

III

 I shall no longer gather shoe flowers,

Hide the blackness of your tumescence

With the red petals of hope

That bud, blossom and die in these courtyards.

 

No lamp will burn as your all seeing eye.

No camphor breath of yours will singe these walls.

Never again will I pretend that you exist.

Your blessings are ashes that stick in my throat.

 

IV

 One last time

I plunged into the green pond.

Slime infested tears of men chosen as I was.

One last time I held the thread that bound you to me.

Let this then be my parting curse:

May you live trapped in your slumber.

And when I am gone, none shall awaken you

No bells shall ever ring for you.

 

 

Voglio

 

Voglio sederti accanto in un tetro pub rumoroso

Dondolando le gambe, spalla a spalla, ginocchia che si toccano

Voglio che il tuo respiro mi asciughi il sudore sulla fronte

Che tu mi lecchi via l’amaro dalle labbra

Voglio che i tuoi occhi cerchino i miei

Voglio, nel rumore, sentire il tuo desiderio sottovoce.

 

Voglio sederti accanto su di un balcone buio

Dove il bucato di ieri non sventola ali crepitanti

Voglio ascoltare con te il richiamo della notte

Guardare le ombre giocare a palla ed il tempo strisciare lungo il muro del cielo

Voglio che le tue dita cerchino le mie, decise

Voglio esistere come più di una semplice abitudine.

 

I Want

I want to sit beside you in a rowdy dingy pub

Legs dangling, shoulders jostling, knees touching

I want your breath to drain the sweat off my brow

And for you to lick the bitterness off my lips

I want your eyes to seek mine

I want to hear the hushed lust in your voice amidst the noise. 

 

I want to sit beside you in a dark balcony

Where yesterday’s washing doesn’t flap its crackling wings

I want us to hear the night call

Watch shadows play ball and time creep up a celestial wall

I want your fingers to unerringly seek mine

I want to exist as more than a mere habit.

 

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©2018 by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

Anita Nair – Il gesto di Draupadi. Traduzione e con un commento di Francesca Diano

Draupadi e i Pandava

Draupadi e i Pandava

NOTA

Anita Nair ha scritto questa poesia oggi,  8 marzo 2015 e oggi stesso l’ho tradotta.  “Rapidità”, diceva Calvino.

Non a caso Nair ha scelto come sua protagonista Draupadi, che nel Mahabharata è la bellissima e intelligentissima figlia del re Drupad, re di Panchala,  andata in sposa ai cinque fratelli Pandava. Con la forza e la determinazione del suo carattere, con il suo eroismo e la sua capacità di affrontare le molte infelicità della sua vita, Draupadi è considerata in India un simbolo della forza e dell’indipendenza femminile. Una vera e propria figura eroica, le cui virtù non sono inferiori a quelle degli eroi guerrieri. Nel mondo antico, solo un’altra eroina viene definita in questi termini, l’Alcesti di Euripide, che la definisce ghennaia, cioè dotata di quelle virtù aristocratiche e cavalleresche, di quella nobiltà del pensare e dell’agire, che sono proprie di un guerriero nella società guerriera e aristocratica dei Greci dell’Iliade. Non che questo debba far pensare necessariamente che, se una donna vuole conquistarsi degli spazi di libertà, di indipendenza, se vuole affermarsi con le proprie capacità e qualità, debba per forza di cose imitare i maschi. Niente affatto. Questi sono valori trasversali, che non hanno connotazioni di genere. Perché attengono alla sfera dell’anima. E l’anima, come ben si sa, non ha sesso. Quella di Draupadi è un’affermazione di sé, che non passa dallo sfruttare le proprie doti femminili per ottenere potere e favori attraverso uno o più uomini, ma proprio da una presa di distanza da un mondo maschile che l’ha trattata ingiustamente e ha offeso la sua dignità, tanto di regina quanto di donna. L’altro polo, a lei opposto, è Kunti, la madre dei Pandava, che afferma sé stessa esercitando un controllo sui maschi che la circondano. Dominandoli. Draupadi non usa né la seduttività né il controllo per affermare sé stessa in un mondo maschile. Draupadi usa il proprio coraggio, è fedele alla legge dell’onore che le chiede di non subire ingiustizia o umiliazioni.

Nel mito, Draupadi non nacque da madre umana, ma dal fuoco, (da cui uno dei suoi nomi, Yagnyaseni) poiché i suoi genitori non potevano avere figli e così suo padre, il re Drupad compì moltissimi riti sacri perché il suo desiderio di paternità venisse ascoltato dagli dei. Da una sacra pira accesa dal re per ottenere vendetta contro un suo nemico nacque Draupadi, già ragazza perfetta e di bellezza straordinaria e il suo corpo emanava il profumo del loto azzurro. Inoltre, tra la principessa e il dio Krishna nacque una profondissima amicizia, unico esempio di amicizia fra uomo e donna nell’epica indiana e Krishna si riferiva a lei come Sakhi, l’amica amata, secondo un ideale amore spirituale molto simile a quello platonico. Dunque Krishna le fu sempre accanto in ogni momento difficile.

Quando si trattò di darla in sposa, il re Drupad organizzò una Swayamvara, una riunione in cui la principessa avrebbe scelto lo sposo adatto dopo una gara fra tutti i principi che avrebbero voluto sposarla. Fra le altre prove, una consisteva nel riuscire a colpire nell’occhio un pesce appeso a un alto palo girevole, ma guardandone solo il riflesso in un laghetto e incoccando un arco enorme e durissimo. L’unico che vi riuscì fu il grande arciere Arjuna, uno dei cinque principi Pandava. E fu così che Draupadi lo sposò. Ma quando Arjuna tornò a casa con la sposa e disse a sua madre Kunti: “Ho portato un dono”, la madre, non sapendo di che si trattasse, gli disse che avrebbe dovuto condividerlo con i suoi fratelli. Dunque Draupadi divenne moglie di cinque fratelli. Che non aveva scelti.

Nel corso della guerra e delle lunghe vicende narrate nel Mahabharata fra i Pandava e i Kaurava per la conquista del regno, accadde che Yudhisthira perse ogni cosa, il regno, le ricchezze e la moglie in una partita di dadi contro il cugino Kaurava Dushasana e quello, per umiliare i Pandava, trascinò Draupadi per i capelli in mezzo all’assemblea e tentò di spogliarla. Di fronte a questa terribile e insultante umiliazione, nessuno dei Pandava si mosse in suo aiuto e tutti rimasero con la testa bassa per la vergogna. Fu così che Draupadi invocò Krishna e il dio fece in modo che la sua sari non finisse mai. Più Dushasana gliela tirava, più la sari si allungava, fino a seppellirlo sotto un’enorme quantità di stoffa.

Ma qui, nella poesia di Anita Nair, Draupadi diventa l’eroina che si riappropria della propria identità, la donna che, di fronte all’illusione di essere sostenuta da un compagno, rivendica la propria indipendenza e libertà. Nel gesto di sciogliersi i capelli (come le donne nubili) e di cancellarsi dalla fronte e dalla testa i segni tracciati con il colore rosso che ne indicano la condizione di donna sposata, c’è tutto l’impatto di un orgoglio femminile mai sopito.

F.D.

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Il gesto di Draupadi

 

Io ho un marito.

Cinque ne avevo in verità.

Avvenne che

Uno di loro

Tese un arco e colpì un pesce

Che nuotava su un albero

Dritto nell’occhio.

Non lo stava guardando

Se non in uno stagno risplendente.

Mi condussero a casa.

Una baracca per una principessa

Nulla dissi

Perché così è l’amore.

Rende tutte noi donne delle stupide

Ed io ero soltanto una ragazza.

Alti, forti,

Le sacche traboccanti di seme

Ma figli di mamma fino in fondo.

Li ha addestrati bene

A darle retta e non agire mai

Finché lei non lo dice. Maledetta vacca!

Seduta all’interno, la loro madre,

Che segreti pensieri?

Che verità nascoste?

Che cosa le increspava la fronte?

Dividetevela fra di voi

Disse, come se fossi un dannato pollo!

A uno le ali, a un altro il petto,

A uno le cosce, a un altro il collo

E la forcella dello sterno da strappare.

Io ho un marito.

Cinque in verità.

Ma tutto questo già lo sapete

Ma adesso

Che devo essere spogliata

Lasciate che vi parli

Di loro e degli uomini

Poiché non potete non

Capire un poco gli uomini

Quando con cinque avete avuto a che fare.

No, non guardarmi con occhio torvo

Maledetta vacca.

È il tuo operato questo

Hai cresciuto dei bravi figli

Ma non per questo dei bravi uomini.

In quanto a te Dushasana, tu megadeficiente,

Lascia che ti risparmi la fatica

Mi toglierò da sola questi strati.

Questo è per Yudhisthira

Il saggio, figlio di Dharma

Puro incorrotto che ha sempre ragione

Il dolce tiranno che mi sgrida duramente.

Draupadi questo non ti si addice.

Un padre che mi insegna a comportarmi:

Adesso guardi altrove codardo

Non desideri essere coinvolto

La rettitudine ti ha reso compiaciuto

La rettitudine ti rende dannatamente egoista.

Ho ancora quattro mariti

Chi di voi mi soccorrerà?

Bhima, figlio di Vayu

Dal ventre di lupo, colui che brandisce la mazza da guerra

Tu eri il fratello che borbottava

Di proteggermi dalle api e dai mostri

Che agognava di soddisfare i miei capricci.

Vedo che tu vuoi accorrere da me

Vedo che Dharma ti posa una mano sul ginocchio

Vedo che tu, secondo marito, ti arresti.

Arjuna mio Arjuna

Figlio di Indra, mio dio fra gli uomini

Amante che ha goduto le mie labbra

Tu eri il nettare di cui mai mi saziavo

Hai conquistato la mia mano e ora

Con eguale disinvoltura mi abbandoni.

E dunque due mariti mi rimangono.

Nakula, mio scuro risplendente marito

Più bello di qualunque altro vivente

Tu che sussurri ai cavalli, amante tenero

L’uomo più giovane che mi faceva ridere

In te ho visto il fiore del giovane amante,

Tutto muscoli, testosterone e fascino.

Ma dove sei ora Nakula?

O il tuo gemello Sahadeva?

Che sa ogni cosa eppure così timido,

Un bambino cui era necessario

Che io mostrassi come essere uomo.

Quando mangiasti la carne di tuo padre sapevi

Eppure hai lasciato che questo accadesse.

Non te lo posso perdonare, Sahadeva.

E dunque eccomi:

Privata dei miei mariti e di tutto io fui.

Il mio nome è Yagnyaseni

Sono nata dal fuoco

Il vostro sguardo bruciante non mi umilia.

Insieme al loto azzurro

Io profumo di libertà

Che si sente a un yojana di distanza.

Ero la Sakhi di Krishna

Ma rinuncio anche a quell’epiteto

Poiché non posso più essere come voi mi volete.

Sciolgo i capelli così saprete.

Mi cancello i segni così saprete

Che sono una donna innanzitutto.

Donna in ogni mia fibra

E solamente dopo tutto il resto.

Anita Nair

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What Draupadi Did

I have a husband.
Actually I have five.
It so happened that
One of them
Strung a bow and shot a fish
Swimming on a tree
Through its eye.
He didn’t look at all
Except in a pool that shimmered.
They took me home.
A hovel for a princess
I said nothing
For love is like that.
It makes idiots of us women
and I was just a girl.

Tall, strong,
Seeds brimming their sacs
But such mother’s boys thru and thru.
She had trained them well
To heed and never proceed
Until she said so. Bloody cow!
She sat within, their mother,
What secrets thoughts?
What hidden truths?
What furrowed her brow?
Divide it between all of you
She said as if I were an effing hen!
Wings for one, breast for another,
Legs for one, neck for t other
And a wishbone to tug on.

I have a husband
Actually five.
But all of this you already know
But now that
I am to be stripped bare
Let me tell you
About them & men
For you can’t not
Understand men a little
When you have had five to handle.
No don’t glare at me
You bloody cow
This is some of your doing
You brought up good sons
But not necessarily good men.

As for you Dushasana, you mega moron,
Let me save you the trouble
Let me peel away these layers on my own.
This one is for Yudhisthira
The wise one son of Dharma
Untainted uncorrupt forever right
The gentle tyrant rapping my knuckles:
Draupadi this doesn’t befit you.
A father teaching me how to be:
You look away now you coward
You do not want to get involved
Righteousness made you smug
Righteousness makes you effing selfish
I still have four husbands
Which one of you will be there for me?

Bheema son of Vayu
The wolf bellied wielder of the mace
You were the bumbling brother
Seeking to protect me from bee and behemoth
Yearning to fulfill my whimsies
I see you wanting to rush to me
I see Dharma lay his hand on your knee
I see you second husband fall back.
Arjuna my Arjuna
Son of Indra my god among men
Lover who feasted on my lips
You were the nectar I would never tire of
You won my hand and now
You forsake me with equal effortless ease.
So I am now left with two husbands

Nakula, my radiant dark husband
More handsome than any man living
Horse whisperer, tender lover
The younger man who made me laugh
In you I saw the bloom of a toyboy,
All muscles, testosterone and charm
But where are you now Nakula?
Or your twin Sahadeva?
The all knowing but bashful one
So much a child who needed me
To show him how to be a man.
When you ate your father’s flesh you knew
And yet you allowed this to happen.
That I cannot forgive, Sahadeva.
So here I stand:

Shorn of husbands and all I was
My name is Yagnaseni
I was born of fire
Your scorching gaze doesn’t shame me.
With the blue lotus
My fragrance is freedom
You can smell a Yojana away.
I was Krishna’s Sakhi
But even that epithet I forsake
For I cannot be what you want me to be anymore.
I open my hair so you know.
I erase the marks, so you know
That I am a woman first.
A woman through and through
And everything only thereafter.

Anita Nair

(C)2015 Anita Nair per il testo inglese, Francesca Diano per la traduzione. RIPRODUZIONE RISERVATA