Dell’infinito bene. Un dialogo fra Epicuro e Leopardi.

Ho scritto questo dialogo in occasione del III Convegno Epicureo tenutosi a Senigallia nel luglio 2021 ed è stato messo in scena a Recanati dalla compagnia teatrale Nuovo Melograno. Il dialogo si ispira a quel capolavoro che è La poetica di Epicuro, il meraviglioso dialogo scritto da Carlo Diano.

FRANCESCA DIANO

Credit: UIG via Getty Images/PHAS

EPICURO. Oh, non si smette d’incontrare persone in queste lande. Non avevo finito di discorrere con grammatici e poeti, che ecco arrivarne un altro. È davvero una folla! Ora chi sarà questo che si guarda intorno smarrito? È forse uno dei miei? Non può essere. L’immortalità è di quei pochi che hanno detto o fatto qualcosa di nuovo nel mondo, come ho potuto scoprire io stesso. Ne parlavo proprio con quel grammatico.

LEOPARDI. Ma tu non sei forse Epicuro? Dunque quanto consigliavi per vincere la paura della morte col tuo Tetrafarmaco non si è provato vero. E analoga riflessione potrei fare su me stesso, poiché io anche lo credevo. E invece… come mai?

EPICURO. Sì, sono proprio io. La cosa non ti sorprenda. Ma, se sei qui e io t’intendo, anche tu devi essere di quei pochi che hanno detto o fatto qualcosa di nuovo. Tu pure, come me, sei pensiero. Puro pensiero. È così che comunichiamo. Per quanto mi riguarda, in vita tentai di insegnare agli uomini la via della felicità. Ma temo, con poche eccezioni, di non essere riuscito del tutto nel mio intento. Anzi, affatto. Gli uomini non amano essere felici. Tanto meno amano filosofare. Sembra non sappiano far altro che azzuffarsi, litigare, oppure vivere nel passato o guardare ciecamente al futuro. Preda di rancori, rimpianti e desideri, non vivono mai. Ma, per coloro che vogliano seguirla, la via l’ho indicata. Dunque, quando insegnavo che non si deve aver paura della morte perché essere e non essere non si danno insieme, insegnavo il vero, ciò che avviene per i più. E comunque, quando sopravvivi come puro pensiero, come ci accade, non c’è da aver paura.

LEOPARDI. Ah sì, davvero, l’infelicità è la sola cosa certa e costante della vita umana. Su questo ti do piena ragione. Gli uomini vi han trovato una sorta di medicina, che pure se più amara del male che dovrebbe curare, sembra loro irrinunciabile. Negano il presente alternando ricordanze e illusioni. Ma non esiste né passato, né presente, né futuro. Tutto è eterno e interminato. Quest’idea non mi fu estranea e n’ebbi paura di quella infinità. E tu di infinito te ne intendi. Tu fosti il primo a parlarne fra gli antichi.

Io, per me, fui estraneo al mio secolo, non mi unii alle esultanze dei miei contemporanei che ne festeggiavano le glorie. Le trovai invece fallaci. E infatti…

EPICURO. Dunque anche tu t’aspettavi che tutto si dissolvesse con la morte? E invece così non è, almeno per alcuni, come vedi.

14 giugno 1837: muore Giacomo Leopardi - SettimanaNews

LEOPARDI. Sì, come te pensavo che dopo la morte non ci fosse più nulla. Devo convenire, all’opposto, che è proprio come raccontarono le mummie di Federigo Ruysch in un’operetta ch’io scrissi. Solo che io quelle le intendevo per celia. Eppure… talvolta le idee più bizzarre si provano vere. Dunque, anche per noi gli atomi permangono in una qualche forma, seppure non capisco ancora in quale forma. Io t’intendo nel pensiero e percepisco la tua presenza. È davvero poi cosa che desta meraviglia questo mio comprendere intero il tuo pensiero, quasi stessimo dialogando, anche quello che – io vivo – m’era ancora sconosciuto. Diceva dunque il vero Eraclito: gli uomini attende dopo la morte quello che non si aspettano né immaginano.

EPICURO. Eraclito… quell’adoratore del fuoco. Ma devo ammettere ora che su qualcosa aveva ragione. L’hai detto, siamo puro pensiero. L’anima e il corpo si sono dissolti. Difatti, mentre tu mi hai riconosciuto grazie ai simulacri dei miei ritratti, io non so chi tu sia.

LEOPARDI. Me lo sono chiesto tutta la vita o Epicuro, senza veramente capirlo, se non forse alla fine. Ma se vuoi una definizione, posso dirti un poeta. La poesia fu la sola certezza. Si divorò la mia intera vita e io gliela offrii con gioia. Ed ora vedo che qualche segno di me ho lasciato nel mondo, se devo stare a quanto m’hai detto dell’immortalità.

EPICURO. Un altro!

LEOPARDI. Un altro? Ne hai visti tanti di poeti qui in giro?

EPICURO. Uno solo, a dir la verità; ma m’è bastato e avanzato, anche se ve ne sono molti a quanto pare. I poeti non li volevo nel mio Giardino. Sono degli esaltati, dei fanatici. Eppure tu non parli del tutto la lingua dei poeti.

LEOPARDI. Credo tu non ti sbagli. C’è chi ha visto nella mia poetica una sorta di filosofia. E invero, come tu dicevi, non mi sono mai stancato di filosofare, checché ne dicano molti che di filosofia non capiscono un bel nulla. Nell’età presente li chiamano critici. Persino alcuni filosofi lo negano. Proprio quelli che usano la filosofia come i cortigiani del Re Sole usavano i profumi più rari: per coprire i fetori. Ma io lo saprò ben più di loro, no? Ti posso anzi dire che senza la filosofia non sarei stato poeta e senza la poesia non sarei stato filosofo. Sono due vie apparentemente diverse, eppure talvolta s’incontrano. Di esempi fra gli antichi ne abbiamo. Eccoti la risposta.

EPICURO. E dimmi, la poesia t’è stata d’aiuto?

LEOPARDI. Lo è stata per certo, perché m’ha permesso di dare ordine e senso a quell’oceano tempestoso d’infelicità, entusiasmi, passioni, disperazione, tumulti, disillusioni, slanci e cadute e insomma a tutto quel coacervo di affetti che altrimenti m’avrebbe travolto e forse condotto alla stessa scelta di Saffo e di Bruto.

Ma, come vedi, la poesia non basta sola. Non basta saper versare con arte ciò che nell’anima ci preme nelle forme che la poesia chiede di volta in volta al poeta. Non basta il canto, ché sarebbe un vuoto e vano esercizio di stile.

EPICURO. È interessante quello che dici. Dunque tu non credi che passione e stile bastino a far la poesia?

LEOPARDI. No di certo. È necessario anche un pensiero coerente che ne sorregga la struttura con fondamenta e architravi robuste. Ed io sempre del pensiero ho nutrito la mia poesia e ho badato a costruire un edificio che stesse ben saldo. Quindi, ho fatto come tu suggerivi, ho filosofato, solamente l’ho fatto da poeta. Non divenni sentimentale se non quando, perduta la fantasia, divenni insensibile alla natura e, tutto dedito alla ragione e al vero, e insomma solamente filosofo.

EPICURO. In questo mi ricordi Lucrezio, cui riconosco grandezza e unicità di poeta. E i poeti, tu lo sai, non mi sono andati mai troppo a genio. Con loro non c’è da star sicuri, non sai mai quello che ti combinano.

LEOPARDI. Non ho osato mai nemmeno pensare di eguagliare l’immensa grandezza di Lucrezio. Non credetti di avere altrettanto genio, o sacra follia, né fu il mio pensiero così visionario né bruciante. Ma tentai io pure di dare un volto alla Natura e, quando la vidi in tutta la sua terribile potenza, ne fui atterrito e come annichilito,

EPICURO. La Natura è ciò che è. Non è né terribile né misericordiosa. È.

LEOPARDI. Certo. Così è se non la si considera nei riguardi degli uomini, poiché proprio in quel suo essere, senza alcun correlato, proprio in quel suo esistere per sé stessa è la nostra infelicità. Degli uomini, degli effetti che il suo essere ha sugli uomini, ella non si cura punto. Proprio come i tuoi dèi. Non ha l’amore di una madre per le sue creature. E in questo, Epicuro, mi ricordava esattamente la madre che ebbi in sorte; chiusa, aspra, insensibile al dolore dei suoi figli. Una lastra tombale.

EPICURO. Ma l’uomo non è un essere separato dalla Natura. Ne è parte egli stesso! Ciò che gli avviene è nel ciclo degli eventi. Se lo comprende può scegliere. Quando lo comprende, ogni timore e conflitto si scioglie, poiché tutto scorre secondo una naturale armonia. Si nasce, si vive, si muore, e quel che l’uomo può fare per giungere a ciò per cui è nato – la felicità – è proprio nascere, vivere e morire secondo quel fluire, incontrarsi e separarsi degli atomi che ne determinano le sorti, imparando a governare e limitare i desideri, annullare le paure, star quieto e vivere fra amici che gli siano simili. E filosofare.

LEOPARDI. Già, limitare i desideri… più facile a dirsi che a farsi. Non siamo noi costantemente pressati da un infinito desiderio di raggiungere il piacere? E se questo desiderio è infinito e la soddisfazione dei singoli desideri finita, come potremo noi mai raggiungerlo e colmarlo? E i timori, e le paure che costantemente ci dilaniano?

Hai detto bene tu che non esiste durata o estensione minore o maggiore nel piacere, e che al massimo esso varia. Vedi? Conosco bene la tua filosofia e intesi bene, al tuo stesso modo, il significato di piacere. Tu dicesti che è tutto intero e perfetto nell’istante; e che non si deve aver paura della morte perché essere e non essere non possono esistere insieme.

È una bella e grande filosofia la tua, volta, come ogni filosofia dovrebbe essere, all’utile. In questo, di merito ne hai. Ma poi tutto s’infrange contro la realtà di ciascuna vita e di ciascuna anima.

EPICURO. Ma è per questo, proprio per quanto tu dici, che io creai la mia scuola e il mio Giardino perché, come hai appena ammesso che essere e non essere non si danno insieme, così la sapienza e la paura non si danno insieme. Uomo felice è colui che lungo la via della verità incontra la sapienza. Poiché questa non ci è data in dote per nascita, ma dobbiamo cercarla incessantemente e praticarla, così che, quando avremo educato l’anima a liberarsi dai desideri, dalle paure, potremo finalmente iniziare a vivere; vale a dire, ad essere felici! È con la pratica che si raggiunge la felicità. L’uomo passivo, l’uomo che si lascia soffocare e paralizzare dalle paure, sommamente da quella della morte, non solo è infelice, ma è schiavo.

E non soltanto due sono le paure – della morte e degli dèi – in cui io ho voluto sintetizzarle tutte, ma molte ancora, che da queste due discendono e che spesso molti usano per dominare i propri simili. Ancor più qui soccorre la sapienza.

LEOPARDI. Chissà, se t’avessi conosciuto e fossi entrato nel tuo Giardino… forse la mia sorte sarebbe stata diversa. Anche se, devo ammetterlo, della morte e degli dèi non ebbi mai paura; la prima la invocai spesso, nell’esistenza dei secondi non credevo. Ebbi invece paura della vita. Ma forse non sarebbe stata diversa, dovevo solo seguire un’altra via. Quella che chiedeva il mio dàimon. Del resto, non furono molti quelli che ti seguirono, anche se nel lontano Oriente qualcuno venne e predicò una sapienza non troppo dissimile dalla tua ed ebbe fortuna assai maggiore. Mentre tu offrivi il tuo Tetrafarmaco, lui indicava le Quattro Vie per liberarsi dal dolore.

EPICURO. Eppure, gli uomini d’oggi sono infelici forse più di quanto l’uomo sia mai stato. Perché, così come tu ed io esistiamo ora come pensiero e abbiamo facoltà di cogliere e intendere il pensiero dell’altro, altrettanto possiamo, se lo vogliamo, cogliere e intendere il pensiero di coloro che furono e di coloro che in questo presente frangente del tempo, così come gli uomini lo credono e lo intendono, esistono e vivono nel mondo sublunare, come anche toccò a noi.

LEOPARDI. Davvero è cosa mirabile ed io stesso lo vedo. La paura percorre il mondo ed è figlia di quello che gli uomini ritengono erroneamente progresso.

EPICURO. Nel loro mondo la paura ha travolto ogni argine e si è abbattuta su di essi come la forza distruttiva di un uragano. La paura è nemica della ragione, della sapienza e della felicità, ma anche dell’amore e dell’amicizia fra gli uomini. Molti l’hanno dimenticato e si sono arresi alla loro peggior nemica. Intere nazioni si sono consegnate a questo cavaliere oscuro e vagano nelle tenebre, sordi al richiamo della ragione. Che tristezza…

LEOPARDI. E gli uomini preferirono le tenebre alla luce… già. Come tu dicesti che, dopo quella degli dèi, la più grande paura dell’uomo è la morte, perché è la negazione dell’esistenza. E gli uomini che, generazione dopo generazione, sono sempre morti, ora hanno più che mai paura di morire. Non perché non sappiano che la morte ti può cogliere inattesa in qualsiasi istante, ma perché hanno confezionato una società ingannevole, che ha loro fatto credere di poter essere eternamente giovani, eternamente sani, forti, e perciò eternamente felici. Poiché identificano la felicità con il puro esistere della carne. E per questa illusione miserrima si sono venduti l’anima ai trafficanti di corpi. Per il terrore che il corpo si ammali, decada e muoia son disposti a qualunque rinuncia, financo della libertà.

È una società ben triste e sono lieto di non appartenervi. Hanno fatto una fede della materia, più di quanto l’uomo abbia mai fatto. Agli dèi hanno sostituito la nuda vita, ma priva dell’amore di sé. È una fede più cieca di ogni altra, perché vi si finge che la materia di cui sono composti e nello stato in cui li compone, sia eterna. E questi sono i guasti di un supposto progresso, grottesco e ingannevole, già tanto esaltato dai miei contemporanei. Ma certo nemmeno loro si sarebbero immaginati dove avrebbe condotto. Io invece qualche sospetto lo avevo.

EPICURO. Infatti. Dimenticano che la materia è un aggregato di atomi, i quali si uniscono, si separano e si scontrano a loro dispetto in una danza infinita. E su questo non hanno controllo alcuno. Più ciechi dei dormienti di Eraclito!

LEOPARDI. Io ne scrissi, dell’infinito. M’avvenne tutto a un tratto di comprendere che lo spazio e il tempo sono soltanto idee che l’uomo ha in sé. Il tempo non è una cosa, è un accidente delle cose e, indipendentemente dall’esistenza delle cose, è nulla; è un accidente di questa esistenza, o piuttosto una nostra idea. Una parola… medesimamente dello spazio. Sono idee, nomi. E sai quando lo compresi? Contemplando l’orizzonte oltre una siepe che s’affaccia da un colle e quel tramezzo verde limitava lo sguardo e al di là non v’era che quello che mi parve un indefinito. Fu una rivelazione, se vuoi usare questo termine. Sì, la somma felicità per l’uomo è naufragare nel nulla. E fu una vertigine, in cui sperimentai la dissoluzione di tutto me stesso, della mia carne, del mio pensiero in un nulla infinito.

Perché la vita è il sentimento dell’esistenza e di quel sentimento avvertii l’annullamento. Forse mai fui più felice come lo fui in quell’istante.

EPICURO. Tu mi fai paura! Ora sì mi ricordi Lucrezio. Ma vedi? Mi dai ragione. In quell’istante fu tutta la felicità. Però è nella vita che dobbiamo ricercarla.

LEOPARDI. Già. Tu dici che la felicità è nel filosofare. E sia. Dunque nell’indagare, nel ricercare il vero. Io dico invece che nel vero è la somma infelicità. E gli uomini lo fuggono. La felicità è nell’ignorarlo, nell’immaginazione e nelle illusioni.

EPICURO. Dunque, a quanto dici, gli uomini che popolano oggi la terra dovrebbero essere sommamente felici, ciechi come sono al vero e immersi in uno stato trasognato, nutrito di illusioni, seppure assai poca immaginazione. Eppure, così non mi appaiono!

LEOPARDI. Non lo sono infatti, caro Epicuro. Prima di tutto perché in loro l’immaginazione è come rattrappita e rinsecchita, e poi perché, come dissi, hanno fatto fede della materia e l’hanno sostituita agli dèi, ma senza quel sentimento dell’infinito, senza l’immaginazione, sole fonti della felicità come all’uomo è possibile a tratti raggiungere. Credono di conoscere e di poter dominare, controllare la Natura. Che grande inganno! Come puoi manipolare e sottomettere qualcosa che è immensamente più grande e potente di te, e alla quale sei indifferente?

C’è però un poeta, che porta il mio stesso nome e vive sull’isola degli Iberni, il quale possiede sia l’uno che l’altra in somma misura. Per lui la poesia è fons et origo, e un’infinita ricerca dell’infinito. Un mistico innamorato dell’invisibile.

Senti cosa ha scritto di quello che lui chiama Verbum, la Parola:

Non ho nome, non volto, non forma,

e parole e colore prolungano l’inganno

che mi si possa dipingere: sono oltre

ogni senso di quel che ‘oltre’ significa.

Per conoscermi devi chiudere gli occhi

e lasciare la via dell’asserzione,

la via del pensare e immaginare:

sii soltanto pellegrino a te stesso,

vigile, che non sa dove andare,

ma che confida nella propria ignoranza

viaggiando verso l’interno senza posa. 1)

EPICURO. Un altro invasato? Su certe cose però ti do ragione, per quanto non concordi su quello che definisci il sentimento dell’infinito e il resto. Tu dici che l’anima umana desidera sempre essenzialmente e mira unicamente al piacere, vale a dire la felicità. E così è. Ma poi specifichi che questo desiderio non ha limiti, perché è congenito con l’esistenza e dunque non può avere fine in questo o quel piacere, che non può essere infinito. Quel che sostengo io invece, è che proprio a quei desideri e a quell’infinitezza si può e si deve porre un limite per essere felici. Si può. Che è quanto insegnai nel mio Giardino.

LEOPARDI. Eh, già. Su questo punto non ci troviamo. Infatti, a parer mio e per mia esperienza, quando l’anima desidera una cosa piacevole, desidera in realtà la soddisfazione di un suo desiderio infinito, desidera veramente il piacere e non un dato piacere. E perciò tutti i piaceri saranno misti di dispiacere poiché l’anima, nell’ottenerli, cerca avidamente quello che non può trovare; l’infinità di piacere, la soddisfazione di un desiderio illimitato. Mi segui?

EPICURO. E certo che ti seguo! Dove mai dovrei andare? Chi mai sognerebbe di meglio che parlare di filosofia con un poeta?

LEOPARDI. Oh, di meglio c’è; parlare di poesia con un filosofo! Non l’hai fatto con il Grammatico?

EPICURO. Verissimo! E pensa che all’inizio aveva fatto in modo che non me n’accorgessi! Certi grammatici sono peggio dei poeti!

LEOPARDI. Insomma, torno al mio ragionamento sul mischiarsi di piacere e dispiacere e sul cercare la soddisfazione di un desiderio illimitato. Quando questo s’applichi a uno dei desideri più gretti e ignobili, la sete di potere o di ricchezza – che fa lo stesso – tu vedi nel concreto come mai nessun raggiungimento lo soddisfi o lo plachi. Anzi, spinge l’uomo alla follia.

EPICURO. E infatti badai sempre a raccomandare di tenersi lontani dalla politica. Quanto alla ricchezza, non aver fame, non aver sete, non aver freddo fanno di te il più ricco e felice degli uomini, anzi, pari agli dèi. Eccoti mozzata di netto la testa all’infinitezza del desiderio.

LEOPARDI. Già, però, se veniamo all’inclinazione dell’uomo all’infinito – che io non rinnego – esiste in lui una facoltà immaginativa, la quale può concepire le cose che non sono, e in un modo in cui le cose reali non sono…

EPICURO. Bella scempiaggine! Dove ne sarebbe l’utilità? A che mi serve il non-essere?

LEOPARDI. Aspetta Epicuro. Se si considera la tendenza innata dell’uomo al piacere, una delle principali occupazioni dell’immaginazione è quella di immaginarsi il piacere e può quindi figurarsi dei piaceri che non esistono e figurarseli infiniti in numero, in durata e in estensione.

EPICURO. Lo dici a me, che fui il primo ad affermare che fine della natura dell’uomo è il piacere? Ma non il simulacro del piacere! Che c’entra l’infinito? Il piacere è perfetto nell’istante, né può essere misto di dispiacere e, avesse pure a disposizione il tempo infinito, questo non aggiungerebbe un ette quanto a intensità e durata.

Quel che mi dici sull’immaginazione, capace di figurarsi piaceri che non esistono, e pure infiniti in numero, durata ed estensione, mi fa sovvenire quanto disse Gorgia sull’arte del poeta e della parola, che definì apate, inganno. E lo fece sulla base metafisica dell’essere, che è insieme non-essere, e del non-essere che è a sua volta essere. Ché questa tua immaginazione proprio un inganno mi appare. Materia da sofisti, o peggio da metafisici. I poeti sono degli esaltati e degli invasati, non cambio idea. Però, ascoltandoti, mi pare che in te ci sia più del filosofo, e la cosa è singolare, se si sta a giudicare dall’epoca in cui vivesti.

LEOPARDI. Ah, questo puoi ben dirlo! Ché io non mi trovai nella mia epoca!

EPICURO. In ogni modo, hai una ben strana idea di felicità.

LEOPARDI. Pensa, fra i tanti progetti che la brevità della mia vita m’impedì di portare a compimento, uno in particolare m’è dispiaciuto non aver realizzato. Avevo in animo di scrivere un trattato dal titolo L’arte di essere infelice. Quella di essere felice è cosa rancida; insegnata da mille, conosciuta da tutti, praticata che da pochissimi e da nessuno con effetto. Tu sei un’eccezione ben rara naturalmente. Vedi, nella mia disperatissima ricerca della felicità, ebbi costantemente davanti il vero e fui dunque costantemente infelice. Sommamente per i mali del corpo e la cagionevolezza della mia complessione. Per essermi visto costretto in un luogo disgraziatissimo, che odiai e da cui riuscii finalmente a fuggire per mai più tornarvi, e perché la natura, non che farmi dono della bellezza e della prestanza, mi fece brutto e deforme.

Mai ebbi la grazia dell’amore appassionato di una donna, non conobbi le dolcezze di chi ama riamato e infine desiderai sempre la morte, che mi avrebbe liberato da tutte codeste sofferenze, ché certo quelle del corpo ebbero grave effetto su quelle dell’animo. Insomma, tanto più l’uomo desidera la felicità, tanto più è infelice. Mi sembrò sempre di avere un’ala spezzata e di non poter mai volare.

Eppure, io una forma di felicità la trovai, me ne rendo conto soprattutto ora più che allora; la mia poesia, quella fu la cura che sanò la mia ala e mi permise di volare verso spazi infiniti.

EPICURO. È davvero cosa triste quel che mi dici ed io, pur essendo ormai puro pensiero, non posso non avvertire quel che provavo di fronte ai dolori di un amico. Strano, non l’avrei immaginato. Però, come io insegnai, se la carne si trova nel dolore, non per questo il saggio non è felice.

LEOPARDI. So quel che scrivesti in quella tua lettera degli ultimi giorni, che è un capolavoro di virtù, eroismo e amore insieme, mentre, straziato dai dolori del corpo, avevi davanti la morte.

EPICURO. La carne non è l’anima, e il piacere e il dolore dell’una non è il piacere o il dolore dell’altra, perché affezioni e sensazioni rimangono sempre nella parte in cui si producono, perciò al dolore della carne oppone il piacere ch’essa trae in proprio dai ricordi dei beni goduti e che nessuna forza può fare che non siano stati.

LEOPARDI. Sì, per questo dicesti che il saggio è beato anche nel Toro di Falaride. In effetti io dissi qualcosa del genere; le chiamai le ricordanze.

EPICURO. Se la tua carne soffriva, non per questo doveva soffrire l’anima e se tu non avesti in sorte né bellezza delle forme, né l’amore condiviso, che del resto non dipende dall’aspetto del corpo, non credo che l’anima tua, bellissima e nobile, non abbia tratto a sé l’affetto di amici a te simili.

LEOPARDI. Oh sì, Epicuro, amici ne ebbi e di molto cari anche. Fin da ragazzo, quando rovinai la mia stessa salute con studi matti e disperatissimi, sia per amore appassionato del sapere, che per fuggire una realtà insopportabile, fin da ragazzo dico, ebbi intensi scambi epistolari con alcune anime grandi e generose. In seguito, ancora, trovai amici che mi stimarono e mi amarono e non si risparmiarono nell’aiutarmi. Infine, quasi all’ultimo tuffo, uno in particolare, insieme alla sorella, fu fonte di infinita dolcezza e sostegno e amore. A lui devo alcuni anni sereni e privi di eccessive cure materiali. Si prese in casa un uomo malato, di difficile carattere – perché non ero certo farina da far ostie, come certi dicono! – seppure ormai celebre. Per quel che vale la celebrità: un bel nulla.

Tuttavia, dopo la mia morte, scrisse del nostro sodalizio usando parole non sempre gentili e diede di me un ritratto talvolta impietoso. Ma non gliene faccio una colpa. Forse lui pure vide il vero. Del resto, i suoi meriti nei miei confronti furono molti e grandi e s’adoperò perché i miei scritti non andassero dispersi.

EPICURO. Questo ti rende onore. La sua amicizia in vita fu sincera, ma la natura umana è quel che è e, se pure in seguito fu a tratti crudele nel giudizio, forse è cosa da ascrivere al misto di passioni contraddittorie che la frequentazione di un’anima grande può suscitare in anime più deboli. E poiché non dubito che tu abbia dato a lui più di quanto egli abbia dato a te…

LEOPARDI. Non so se così fu, Epicuro. Mi offrì una casa, una famiglia, cure, accudimento…

EPICURO. Ma tu gli offristi l’amicizia e la fiducia di una mente che ha lasciato un segno e gli affidasti le sue opere! Ed è moltissimo. E forse l’avvertì come uno squilibrio, da cui si generò un risentimento che nocque più a lui che a te. Di casi simili ne ho visti e se ne vedranno. Non sempre l’anima umana è lineare. Ma ti fu amico in vita e ti soccorse ed ebbe a cuore le tue opere e questo è ciò che vale. Il resto sono accidenti.

LEOPARDI. Lo so bene. Perché in quella inestinguibile sete d’infinito io ebbi sempre a cuore il bene e la virtù, ed ora vedo con chiarezza quel che spesso pensai in vita ma forse non compresi appieno: che essi sono l’una e medesima cosa e l’abbiamo in noi ad ogni istante. Se la Natura ci ha fatti quali siamo e ci ha poi abbandonati a una vita che non è altro che un rincorrersi di desideri, cadute, attesa e sofferenza e tutti, tutti, siamo nella medesima condizione, o ci si volge alla tua filosofia o ci si dà al misticismo. Ma, in entrambi i casi, quel che conta è la solidarietà e la fratellanza fra gli uomini; quella che tu chiamasti philìa, amicizia, e io ne scrissi, all’ultimo, contemplando la luce dell’umile ginestra, che fiorisce intatta dove prima gloriose civiltà e superbe si ritennero eterne e invece scomparvero.

Nobil natura è quella
che a sollevar s’ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,

e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire
fraterne, ancor più gravi

d’ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l’uomo incolpando
del suo dolor, ma dà la colpa a quella
che veramente è rea, che de’ mortali
madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccome è il vero, ed ordinata in pria
l’umana compagnia,
tutti fra sé confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune.
 

EPICURO. Esattamente questo insegnai nel mio Giardino, creando quella società degli amici, di uomini pari per sentire e comunanza d’intenti, pronti a soccorrersi nel bisogno. Non lo chiamai bene, ma piacere, perché è nel piacere che il bene e la volontà si rivelano. Nell’amore per l’uomo, la philanthropia, quella autentica, che a premio ha unicamente sé stessa. Nella charis, il dono, la letizia dell’amore reciproco, suggellato dal patto dell’amicizia. Un amore che è anche unione d’anime, che insieme partecipano del piacere e del dolore e affrontano serene anche la morte.

LEOPARDI. Come tu dicesti, l’amicizia percorre danzando la terra, recando a noi tutti l’appello di destarci e dire l’uno all’altro: felice! Non altro è che amore.

EPICURO. Vedi? Seppure con parole diverse, diciamo la stessa cosa. Tu credevi di vedere il vero e invece lo rifuggivi, ma proprio quella tua fuga da quello che tu ritenevi il vero t’ha invece condotto alla verità. Perché una è la verità, ma molte sono le vie che vi conducono. Lo disse quel Grammatico in un suo scritto.

LEOPARDI. Ma guarda un po’, mai avrei immaginato di ritrovarmi qui e rivedere, ragionando con te, l’intero mio pensiero alla luce di quello che io compresi appieno alla fine della mia vita, ma che già era fin dagli inizi presente nella mia opera, come unico, vero, infinito bene che l’intero universo unisce e di trovare in te quella mia stessa idea d’infinito; quella che condusse Lucrezio alla follia, che i monaci irlandesi rappresentarono nei loro scriptoria in intrecci, volute, spirali senza inizio né fine, i colorati labirinti della mente, i medesimi che il poeta ibernico descrive nei suoi versi. Centri infiniti che s’allargano in infinite sfere e tutti si fondono in un’unica sfera, anch’essa infinita. Quale meraviglia!

Ma guarda Epicuro! Chi viene? Non mi è estraneo.

EPICURO. Ma è il Grammatico! Sta tornando. Ebbi con lui una lunga conversazione sulla poesia e sulle poetiche. E a noi si unì Posidonio. Ma, da quel che vedo, a differenza del nostro precedente incontro, lui pure ora è puro pensiero, ché allora mi vide come in sogno ed era tra gli uomini. Fu proprio lui ad accennarmi di te e della tua idea – la disse ossessione – d’infinito.

LEOPARDI. Dunque, se è qui, lui pure è fra coloro che dissero qualcosa di nuovo nel mondo! Sì, mi amò molto, fin dalla giovinezza e fino all’ora della morte. Ancora nelle sue ultime ore aveva a mente i miei versi.

EPICURO. E molto amò me e nelle sue opere rivelò del mio pensiero quel che nessuno ancora aveva compreso. Con coraggio affrontò una morte dolorosa, tanto simile alla mia. Ma non dubitò mai della sopravvivenza dell’anima. Fu a suo modo un mistico. Qui con voi mi sembra d’essere tornato nel mio Giardino.

EPICURO e LEOPARDI.

Eccoti Carlo, finalmente! Benvenuto fra gli amici!

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1) Il poeta citato è James Harpur e i versi sono tratti dal suo poemetto Kells.

(C)2021 by FRANCESCA DIANO RIPRODUZIONE RISERVATA

Epicuro, Scritti Morali. nuova edizione a cura di Carlo Diano

Pubblico un breve estratto della mia Nota introduttiva alla nuova edizione BUR degli Scritti Morali di Epicuro a cura di Carlo Diano. L’edizione, in una bellissima veste editoriale, è anche corredata da una sostanziosa nota biografica e da una rinnovata bibliografia.

F. D.

E’ uscita finalmente per i tipi della BUR la nuova edizione degli Scritti morali, gli Ethica epicurei, a cura di Carlo Diano. Questa edizione si rivelerà più completa e più fedele al testo che mio padre volle alla fine della sua vita, poiché, come è chiaro dal titolo, essa vede alcune sostanziali modifiche rispetto a quella in passato pubblicata dalla BUR nel 1983 e più volte ristampata, e riproduce l’edizione critica curata da Carlo Diano per l’Editore Sansoni nel 1946, Epicuri Ethica, ivi poi ristampata nel 1974 in edizione anastatica con l’aggiunta di due importanti studi sui papiri ercolanesi delle Lettere di Epicuro, dal titolo Epicuri Ethica et Epistulae, studi che, nella precedente edizione BUR, limitata agli Ethica, non erano stati inclusi.Come nell’edizione del 1946, anche in quella del 1974 compaiono la sua edizione critica della Vita di Epicuro di Diogene Laerzio e la sua edizione del De finibus bonorum et malorum, Libro I di Cicerone, tuttavia, essendo questi testi il primo in greco e il secondo in latino e privi di traduzione, non sono stati qui inclusi.

Nell’edizione anastatica del 1974, con note e commenti in latino, che egli curò poco prima della sua scomparsa, Carlo Diano volle aggiungere alla precedente originale edizione del 1946 i testi: Lettere di Epicuro e dei suoi, nuovamente o per la prima volta edite da Carlo Diano, testo, note, traduzione e commento (Annotazioni), edito da Sansoni nel 1946. Si trattava di una nuova, all’epoca, importante edizione critica di testi epicurei dalle Pragmateiai di Filodemo. Inoltre Lettere di Epicuro agli amici di Lampsaco, a Pitocle e a Mitre, commento e traduzione, estratto degli Studi italiani di Filologia Classica N. S., vol. XXIII fasc. 1-2, 1948. Fu appunto questa la sua volontà per l’edizione del 1974. Ho ritenuto che, pur trattandosi di due lavori piuttosto tecnici, la loro importanza storica nell’ambito degli studi sui papiri ercolanesi e la novità dei risultati, tuttora preziosi per gli studiosi di Epicuro e, allo stesso tempo, la difficoltà nel reperirli altrimenti, costituiscano motivi assolutamente validi per non escluderli da questa nuova versione.

Dunque, nel rispetto del volere di mio padre, ho creduto giusto restituire nuovamente integra (a parte i testi di Diogene Laerzio e di Cicerone, come s’è detto) l’edizione da lui curata alla fine della sua vita, la cui significatività traspare dalla dedica a colui che egli sempre considerò amatissimo Maestro e padre.Infatti, mentre l’edizione Sansoni del 1946 degli Ethica reca la dedica: “Achilli Vogliano D.”, per l’edizione anastatica del 1974, cui Diano aggiunse appunto i due studi sopra citati, egli volle la seguente dedica generale: “Quae singula olim singulis dedicavi nunc omnia in unum complexus memoriae Ioannis Gentile sacra esse volo”, parole solenni e commoventi da cui traspaiono la grandissima devozione. il grande amore e la riconoscenza che egli nutrì sempre per Giovanni Gentile.Entrambe le dediche, in precedenza omesse, sono qui giustamente restituite.

Nell’Avvertenza (Praemonitum) premessa all’edizione del 1946, Diano onora il debito di riconoscenza e affetto che egli sentiva nei confronti di Achille Vogliano, per gli stimoli e i consigli e l’amicizia che ne ricevette. Ringrazia analogamente Robert Philippson e Giorgio Pasquali, il quale, come egli testimonia, lo assistette e lo formò nei suoi primi passi di filologo, ricordando l’affetto reciproco, le lunghe conversazioni e i fruttuosi scambi di idee. Il Praemonitum si conclude con un commosso pensiero per Giovanni Gentile, che lo incitò a lavorare all’edizione degli Ethica e “che da adolescente ascoltai come Maestro, successivamente amai come un padre, la cui memoria mai abbandona il mio animo”.

Quale introduzione, si è mantenuta la scelta iniziale di riprodurre La filosofia del piacere e la società degli amici,tratto dal volume Saggezza e poetiche degli antichi,Neri Pozza Editore, Vicenza 1968 e la versione integrale della Nota sulla vita, le opere e la dottrina di Epicuro, nella precedente edizione BUR tagliata in alcuni punti, raccolta in Studi e saggi di filosofia antica, Editrice Antenore, Padova 1973. La Nota è un rifacimento e ampliamento dell’articolo pubblicato in «Enciclopedia Cattolica», Vol. V, pp. 413 ss., 1950, rifacimento che Diano redasse nel 1968, allorché l’Enciclopedia Britannica gli commissionò le voci Epicurus ed Epicureanism.

Credo possa essere utile per il lettore conoscere l’origine dell’interesse che Diano dedicò, per buona parte della sua vita, agli studi su Epicuro, iniziati nei primi anni ’30 e che lo resero internazionalmente noto quale uno dei maggiori studiosi e interpreti del filosofo di Samo; ritengo dunque che nessuno, meglio di lui stesso, possa chiarirlo. Riporto perciò di seguito uno stralcio del Curriculum Studiorum ch’egli approntò nel 1948 in occasione del concorso a cattedra:

<<I miei studi epicurei nacquero per caso, dal commento ch’io feci al I del De Finibus e nacquero da ragioni puramente filologiche, come da base strettamente filologica e sempre in vista della restituzione e dell’intelligenza dei testi, partono tutte le ricerche che io ho condotto in questo campo, anche se in qualcuna di esse la filosofia vi ha gran parte. Ma, come non si può fare la filologia di un poeta senza poetare, chi fa la filologia di un filosofo deve filosofare, e non in termini generici e astratti, ma entro precisi limiti storici e di contenuto e di forma, che è come dire di lingua. Senza di che la dimostrazione, non nascendo dalla cosa, è generica, i risultati, privi di quella necessità che la filologia, non meno delle altre scienze, ha di mira, rimangono casuali o precari. Ora, fin dalle prime questioni affrontate, io mi resi conto che i metodi fino allora seguiti nell’interpretazione di quei testi, in parte guasti, ma in parte assai più grande non interpretati e spesso ritenuti guasti solo perché non capiti, erano affatto inadeguati. Si partiva da un greco generico, si procedeva per raccostamenti il più delle volte casuali e arbitrari, e quando c’era da entrare in merito al contenuto, ci si rifaceva a una filosofia generica: se anche ci si metteva sul terreno storico, le cose non miglioravano di molto, perché l’indagine non era approfondita, e, per la difficoltà di passare dalla logica sincretistica dei moderni a quella assai più precisa e determinata degli antichi (la quale per altro è lungi dall’essere chiarita), la problematica rimaneva vaga e insufficiente. Una raccolta dei risultati ottenuti per quella via si ha nell’Epicuro del Bailey. L’idea avuta in questi ultimi anni dal Bignone di spiegare Epicuro con l’Aristotele perduto e l’Aristotele perduto con Epicuro, se era sbagliata in anticipo, perché partiva dal presupposto che Epicuro non conoscesse le opere di scuola dello Stagirita, e i risultati delle mie ricerche credo che abbiano dimostrato ad abundantiam il contrario, considerata dal punto di vista del metodo, rappresentò, rispetto a tutto quello che s’era fatto prima, un progresso enorme, perché si metteva su un terreno storico preciso. Quando uscirono i primi nuovi saggi del Bignone, le mie ricerche erano già avviate e le regole che io mi ero proposte stabilite: ed erano queste: 1) rimanere nel greco d’Epicuro e interpretare ed emendare, ove ce n’era bisogno, i testi, fino a che fosse stato possibile, in base ai soli elementi formali e sostanziali di ciascuno di essi, e da questi partire per le ulteriori ricerche; 2) collocare il suo linguaggio nell’atmosfera storica in cui era sorto, e per conseguenza fare la storia specifica dei problemi a cui quel linguaggio rispondeva; 3) ritrovare la logica del sistema, che sola poteva dar ragione di quella della parola e della frase. Fu un gorgo nel quale, tratto di cosa in cosa, più in fondo, io girai molti anni. Ma i risultati furono copiosi, perché quelli da me pubblicati non sono che una parte.>>

In effetti, parte di quei risultati costituirono la base per altre opere su Epicuro, che Diano pubblicò in anni successivi.

Queste indicazioni sono estremamente preziose, poiché chiariscono quale fosse la peculiarità e l’originalità del metodo che Diano seguiva e che sempre fu alla base di tutte le sue ricerche in ogni campo, metodo in qualche modo “trasversale”, che non conosceva barriere tra discipline, e che, supportato da una cultura di inusitata vastità e versatilità, univa una rigorosissima analisi filologica, storica, filosofica, letteraria, a profonde conoscenze in campi quali storia delle religioni, arte, sociologia, etnologia, psicologia, scienze matematiche e naturali, pensiero indiano e cinese – come la sua immensa biblioteca, in cui era presente anche buona parte delle letterature del mondo e di tutte le epoche, attestava – e, in senso più ampio, tendeva a una totale ricostruzione e a un’immersione nella cultura che quei testi e quel pensiero aveva prodotti, liberandoli da ogni incrostazione o stratificazione che il tempo, o analisi precedenti vi avessero depositato. Non sarà azzardato dire ch’egli giungesse quasi a identificarsi con l’autore stesso nell’esatto contesto storico e culturale in cui era immerso, azzerando ogni barriera temporale.

Partendo di frequente da un unico termine o da un singolo problema, che si poneva di fronte agli occhi del filologo, (“I miei studi epicurei nacquero per caso, dal commento ch’io feci al I del De Finibus, e nacquero da ragioni puramente filologiche”), giungeva poi a ricostruire e abbracciare quell’intera cultura. Un metodo che, seguendo i tre stadi da lui stesso indicati, potrebbe definirsi di restauro, di interpretazione e di scoperta, (“sempre in vista della restituzione e dell’intelligenza dei testi”). Nella sostanza, un metodo che gli consentiva di porsi di fronte ai testi con gli occhi e lo spirito d’un contemporaneo, grazie al quale egli fu in grado di riportare a nuova luce, e in tutto il loro smalto originale, tutte le opere e gli autori dei quali si occupò, non solo antichi, spesso non appieno compresi o travisati. Un metodo che, nascendo sempre da un problema, gli permetteva poi di trovarne la soluzione. E fu proprio partendo da quanto questo metodo rigoroso gli permise di scoprire, che egli poi giunse a maturare un suo pensiero filosofico ed estetico originale, come i due fondamentali testi, Forma ed evento. Principii per una interpretazione del mondo greco, e Linee per una fenomenologia dell’arte fra gli altri e soprattutto testimoniano, ove le due categorie fenomenologiche della forma e dell’evento integrano e allo stesso tempo costituiscono la struttura metodologica della sua ricerca.

Ma lo studio e la frequentazione di Epicuro non si limitarono alla ricostruzione e all’interpretazione dei testi; attraverso quel lavoro, il pensiero filosofico di Epicuro rivela aspetti del tutto nuovi rispetto agli studi precedenti. Allo stesso tempo Epicuro divenne, per il “platonico” Diano, un amico con cui discorrere, come emerge in quello che può definirsi parte dialogo platonico, parte operetta morale di ispirazione leopardiana: la Poetica di Epicuro, dialogo fra Epicuro, il Grammatico (dietro cui si cela Diano stesso) e Posidonio.

Per quanto riguarda i testi epicurei, lungo e accuratissimo fu il suo lavoro di trascrizione e di integrazione dei Papiri ercolanesi, che ebbe modo di consultare sia nel corso di vari viaggi a Napoli, sia su microfilm.

Una parte non indifferente, alla luce di questo metodo, ebbe la sua attività di traduttore, che non si limitò solo ai classici, poiché si misurò anche con i moderni e i contemporanei, sia dal tedesco che dallo svedese. La traduzione fu parte integrante della sua ricerca, poiché poteva accadere che, muovendo dall’analisi di un unico termine o di un singolo problema di traduzione, egli fosse attirato nel gorgo – per usare la sua stessa espressione – di un’indagine filologica, storica, filosofica, epistemologica che lo portava poi a scoperte anche rivoluzionarie – come accadde per l’Alcesti di Euripide ad esempio –, che gettavano nuova luce su un autore o sul pensiero di un’epoca. La traduzione dei classici, che per i poeti e i Tragici sempre condusse splendidamente in versi – Diano fu anche poeta – fu per lui un altro modo di esplorare gli autori e i testi che amava, fino a rivelarne aspetti sino ad allora ignoti, con un lavoro incessante di scavo, tanto da non poter separare il filologo, il filosofo, lo storico, il papirologo, il fenomenologo, lo storico delle religioni, il poeta, dal traduttore. Accadeva che, quando traduceva Sofocle o Euripide, “cantasse” ad alta voce i versi, magari passeggiando nei boschi delle Apuane o intorno a Bressanone, per saggiarne la musicalità e il ritmo in italiano. Essa fu, in un certo senso, il necessario corollario. E, poiché, come scrisse: “non si può fare la filologia di un poeta senza poetare, chi fa la filologia di un filosofo deve filosofare”, Diano fu non solo un grande filologo, ma, come è oggi ormai riconosciuto anche internazionalmente, soprattutto un filosofo originale.

FRANCESCA DIANO

(C) 2021 by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ripubblicare le opere del filosofo Carlo Diano. Un’azione dovuta della cultura italiana.

 

CONVEGNO DIANO COSENZA

 

Questa è una petizione per scuotere dal torpore la dormiente cultura italiana, che pare voler a tutti i costi mettere a tacere e far dimenticare la voce di uno dei più originali Maestri del pensiero italiano ed europeo del ‘900. A parte l’edizione dell’Eraclito pubblicata dalla Loreno Valla e degli Scritti morali di Epicuro pubblicata dalla BUR, nessuna delle sue opere filosofiche e teoriche è ormai da molto tempo reperibile. Sembra che gli editori italiani lo ritengano un fantasma. Eppure il suo pensiero è frutto di studi e ricerche in Italia e all’estero sia da parte di grandi studiosi che di giovani ricercatori, i quali tutti hanno immensa difficoltà a reperire i suoi scritti. Carlo Diano, che il suo allievo Massimo Cacciari ha giustamente definito “Il grande outsider della cultura italiana ed europea” è sempre stato uno spirito libero e ha sempre percorso strade mai battute da altri. E’ ingiusto che il suo pensiero seguiti ad essere saccheggiato da altri e fatto passare per proprio e dunque c’è chi non ha convenienza a renderlo disponibile.

Presto uscirà una traduzione americana di Forma ed Evento, pubblicata dalla Fordham University Press. Facciamo che la cultura italiana renda di nuovo disponibile la sua opera firmando questa petizione.

Alla cultura non si può mettere il bavaglio! E la rete è più forte e libera delle lobbies culturali.

Grazie a chi lo farà e diffonderà.

https://www.change.org/p/dario-franceschini-ripubblicare-le-opere-del-filosofo-carlo-diano-un-azione-dovuta-della-cultura-italiana?recruiter=57854881&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink&utm_campaign=share_petition&utm_term=facebook_link

 

Carlo Diano (1902 – 1974), uno dei maggiori e più originali pensatori, filosofi e filologi italiani, noto in Europa e nelle due Americhe per i suoi studi epicurei, per il suo magistrale lavoro di filologo classico  e per il suo pensiero filosofico originale, è stato uno dei grandi protagonisti della cultura italiana del ‘900. Allievo di Giovanni Gentile e di Giorgio Pasquali, ha esteso i suoi studi e le sue ricerche alla Storia delle Religioni, alle teorie artistiche, alle letterature scandinave, al pensiero scientifico e matematico, alla papirologia, alla filosofia antica e moderna, all’archeologia. Vera mente rinascimentale, è stato anche poeta, scultore, pittore e compositore di musica, avendo studiato composizione a Santa Cecilia. Ha ricoperto per decenni la  cattedra di Letteratura Greca dell’Università di Padova come successore di Manara Valgimigli, ha istituito il primo insegnamento di Storia delle Religioni all’Università di Padova, che per anni ha tenuto egli stesso come incarico, oltre ad ever insegnato nelle università svedesi di Lund e Uppsala e ha tradotto poeti e scrittori svedesi, inoltre ha reso mirabilmente in versi italianii tragici greci, traduzioni che hanno visto allestimenti in numerose stagioni di teatro classico con grandi compagnie teatrali. Ha curato l’edizio princeps dei Papiri Ercolanensi delle opere di Epicuro, studi che gli hanno valso la fama internazionale come uno dei maggiori studiosi di Epicuro.

Nella sua vita ha stretto amicizia e ha collaborato con i maggiori studiosi e pensatori del ‘900, da Mircea Eliade a Kàroly Kerényi, da Raffaele Pettazzoni a Ugo Spirito, da Walter Friederich Otto a Ezra Pound agli amici fraterni Salvatore Quasimodo e Sergio Bettini e ha collaborato come compositore con Gianfrancesco Malipiero e molti altri grandi.

Purtroppo le sue numerose opere, soprattutto quelle in cui delinea il suo pensiero filosofico originale, tal che Massimo Cacciari l’ha definito “il grande outsider della cultura italiana”, come “Forma ed Evento”, “Linee per una fenomenologia dell’arte”,  “Saggezza e poetiche degli antichi” e “Il pensiero greco da Anassimandro agli Stoici” sono ormai introvabili. Sono reperibili solo la sua edizione dell’Eraclito pubblicata dalla Fondazione Lorenzo Valla e Le Lettere di Epicuro pubblicate dalla BUR.

Nonostante la sua rivoluzionaria opera “Forma ed Evento” sia stata tradotta in francese, spagnolo, neogreco e ora inglese (a breve in uscita negli USA per i tipi della Fordham University Press) in Italia si assiste a un’inspiegabile ottusità nel riproporre il pensiero di questo grande Maestro e nel renderlo accessibile alle nuove generazioni. Negli anni, anche recenti, sono state scritte tesi di laurea e saggi sul suo pensiero filosofico, eppure le sue opere sono irreperibili, nonostante grandi promesse, gli editori italiani non ne ripubblicano le opere, che sono ormai dei classici del pensiero filosofico italiano ed europeo.

E’ un grave danno per la cultura italiana che nessun editore sia interessato a ristamparle, a offrire ai giovani studiosi l’opportunità di fare ricerca su questo pensatore, le cui opere aprono tuttora numerosi campi di ricerca e strade non battute. Purtroppo molti approfittano del fatto che sia difficile accedervi, se non nelle biblioteche, e le saccheggiano, facendo passare come propri il suo pensiero e le sue ricerche.

Dunque questo è un appello perché i suoi libri vengano ristampati, perché questa vergognosa omissione della cultura italiana venga sanata e perché sia reso il dovuto omaggio a un pensatore che ha portato la cultura italiana nel mondo accrescendone il prestigio.

 

Link al gruppo Facebook: Dare Forma all’Evento. Ripubblicare Carlo Diano

https://www.facebook.com/groups/859787370861862/

 

(C) Francesca Diano 2017

Carlo Diano e la cattiva memoria della cultura italiana

Carlo Diano a Bressanone

 

 

 

 

 

 

 

Carlo Diano è stato un esiliato tutta la sua vita.

Da questo forse derivava quel suo carattere così fatto di contrasti. L’estrema dolcezza si alternava a momenti in cui la sua mente si allontanava, persa nelle sue speculazioni, per passare all’improvviso ad esplosioni di insofferenza o di ribellione. Il tutto senza soluzione di continuità e senza che vi fosse preavviso di quei cambiamenti.

Dell’esiliato mio padre aveva l’irrequietezza, come di chi viva tutta la vita col dolore di una perdita, di un vuoto incolmabile, che nulla potrà mai colmare, perché ciò che potrebbe colmare quel vuoto è perso per sempre. E di questo v’è consapevolezza.

Esiliato da dove? O da cosa?

A otto anni era rimasto orfano del padre, capostazione a Vibo Valentia, che allora si chiamava Monteleone di Calabria.

Era il primo di quattro tra fratelli e sorelle (altri due erano morti bambini) e sua madre si trovò improvvisamente vedova e senza mezzi. Nella  famiglia di sua madre c’erano medici e notai, ma nella Calabria di inizi ‘900, a parte la solidarietà delle sue sorelle, mia nonna si trovò a fronteggiare fatiche e sacrificio nel crescere i figli.

Quasi da sola dovette  affrontare difficoltà economiche, mancanza di un sostegno, enormi responsabilità nel crescerli quei  quattro figli.

L’infanzia di mio padre deve essere stata molto dura e difatti non ne parlava mai, come se quegli anni tanto difficili gli avessero lasciato dentro un nodo oscuro, che non era nemmeno in grado di ricordare perché così crudele. Il ricordo di un tradimento. Di un abbandono. Come figlio di suo padre e come figlio della propria terra. E dunque, chi è in esilio così dalle proprie radici, può andare ovunque, perché ovunque sarà in esilio, ché se lo porta dentro. Perché in realtà è in esilio da se stesso.

Per quanti legami possa stringere nel suo vagare, nessun legame lo strapperà alla sua solitudine assoluta. E allora, l’unico dialogo vero, autentico, profondo, può essere solo quello con la propria solitudine, che altro non è se non la scissione dolorante e dolorosa dalla patria interiore: da se stesso. Da un se stesso che si è dovuto autogenerare.

E’ questa però la condizione ideale per la creatività, come se gli occhi dell’anima, rivolti costantemente verso l’interno, attingessero alla fonte della solitudine, per creare, per capire il mondo e darne un’immagine.

Quale fosse una parte della sua patria perduta mio padre lo capì molto presto: lo capì attraverso Carlo Felice Crispo, un vibonese di famiglia aristocratica, che aveva dedicato la sua vita agli studi e alla speculazione, e che come lui si portava dentro la piaga di una separazione non sanabile. Crispo esiliato dal sogno degli Orfici. Mio padre dagli assoluti delle forme che vedeva con occhi antichi dentro di sé, prima ancora che fuori. Ma per entrambi, il luogo e il tempo a cui tornare erano scomparsi due millenni e mezzo prima. E non sarebbero tornati mai più.

Con la Calabria aveva un rapporto conflittuale. Ne era partito a poco più di diciassette anni quando, dopo la maturità classica, era andato a Roma a studiare all’università.

I soldi per il viaggio gli erano stati dati da una zia, sorella di sua madre e da Roma scriveva a casa lettere piene di nostalgia e dolore. Chiedeva che gli mandassero l’origano, le olive, i sapori e gli odori della sua terra. Perché una parte della sua casa, del suo mondo, a cui era legato non solo dalla sofferenza, ma dalle prime scoperte di se stesso e della sua vocazione, dagli affetti della famiglia e dai paesaggi incantati, fosse presente nella quotidianità dura della sua nuova realtà.

Chiedeva, con la sete della lontananza e con il desiderio di mantenere un legame con le cose note. In una realtà che era per lui ancora ostile e ignota. Dove era e si sentiva solo. E in alcune di queste lettere, a sua madre, ai suoi fratelli, trapela tra le righe il carattere di un mistico, di chi ha fatto già del dolore uno strumento di conoscenza.

Amava gli ulivi. Si era portato dentro la loro forma contorta e viva per tutta la vita. Perché l’ulivo non era solo l’albero della sua terra, ma è la prova vivente della capacità di sopravvivere ad ogni tempesta, ad ogni fulmine, ad ogni trascorrer del tempo che uccide la bellezza. Perché nell’ulivo il tempo  è bellezza, e ne modella la forma segnandola di sé. L’ulivo è la prova vivente che la sofferenza può essere anche fonte di nutrimento e di vita. E all’ulivo aveva dedicato molti dei suoi disegni e il distico che scrisse in occasione dello scempio della Piana di Gioia Tauro.

La sua terra era la sua radice, perché lì aveva scoperto per la prima volta la bellezza degli antichi padri magnogreci, anche grazie all’incontro con quell’uomo straordinario, appunto, Carlo Felice Crispo, per il quale  scrisse una bellissima commemorazione, quando Crispo morì a Roma, ucciso dallo stesso male di Epicuro. E che, come Epicuro, aveva sopportato con coraggio e nobiltà.

Crispo gli aveva reso vive le matrici greche della loro terra comune.

Mio padre non lo avrebbe mai dimenticato.

Ma da quella terra di antichi padri era dovuto partire, per affrontare da solo e così giovane un mondo che non gli era facile affrontare.

Una volta, che io avevo circa l’età in cui lui era andato a Roma, facemmo un viaggio insieme. Io e lui, a Roma. E una sera, andando al teatro Argentina, passammo davanti a un torracchione scrostato e lasciato ancora intatto dal tempo. Alto, triste, gelido.

<<Quando sono venuto a Roma la prima volta, ho abitato lì sopra>>, mi disse. Lo disse come diceva le cose che gli risvegliavano vecchie sofferenze. Per le quali non ci sono parole. Lo disse quasi casualmente, quasi sottovoce. Non disse altro. E allora mi resi conto per la prima volta, guardando mio padre come quel ragazzino di allora, di quanto dovesse aver sofferto. La fame, il freddo, la solitudine. E per la prima volta cominciai a capire. Il suo desiderio di non farci mai mancare nulla, di aiutare sempre i giovani e chi si trovava in difficoltà,  il silenzio sulla sua giovinezza, i suoi sbalzi d’umore. La sua fame di vita.

In un quadernetto a righe, datato 1918-25, aveva raccolto alcune poesie che poi, in parte, aveva pubblicato nel 1933 col titolo “L’acqua del tempo”. Ce n’è una, inedita, in forma di sonetto, che non aveva incluso nella raccolta e che sopra reca il segno di una cancellatura, forse perché gli era parsa troppo cruda, che invece esprime con una chiarezza di lama acuminata lo stato d’animo di quanto ho appena detto.

Io ti conobbi, tazza avvelenata

del disinganno, assai volte ed ancora,

sempre più amara e pur t’ho tracannata

lentamente, qual chi vino assapora.

Del tuo velen sottile ebbi malata

l’anima ed aborii veder l’aurora

prossima, e terminai la mia giornata

maledicendo attediato ogni ora.

E vissi e il tempo, nel suo molle volo

spense ogni grido,chiuse ogni ferita

e recò l’ombra di sogni novelli.

Or tu ritorni e m’aggredisci solo

quando l’ultima speme è disfiorita

e vizzo è il fiore dei miei dì più belli.

L’amarezza del disinganno sarebbe stata il leit-motiv della sua vita. Una lezione che si sarebbe ripetuta in molti dei suoi rapporti con gli altri esseri umani.

La sua era una natura in fondo ottimista e facilmente entusiasmabile, non sembri troppo facile dire “ingenua” e dunque questa sua natura lo portava non tanto a fidarsi degli altri, quanto ad affidarsi agli altri.

Se la fiducia nel prossimo è una virtù, il porre nelle mani altrui il proprio benessere, la propria serenità, la propria felicità, è un grande errore. Eppure, ad ogni disinganno, come già poco più che ragazzo aveva capito, tracannava, con coraggio. Fino in fondo.

Lo ha fatto tutta la sua vita. Quando sfidò il potere, giovane docente di Greco al Liceo Tasso di Roma,  rifiutandosi di iscriversi al Parito Fascista, come gli era stata fatta pressione, quando  compì scelte che solo un pazzo sognatore avrebbe potuto compiere, sposando delle cause ormai perse e abbandonate da tutti, che gli costarono per anni la carriera, quando mise in salvo, all’insaputa di tutti ancora oggi, molta gente ricercata dalla Gestapo a Padova, grazie al suo ruolo di Ispettore della Pubblica Istruzione, ( e nessuno ne ha fatto un eroe per questo) quando si fidò di chi non doveva fidarsi, solo per coerenza con le proprie idee. Quando giunse a mettere in palio la vita per rendere pubblicamente omaggio al suo Maestro, Giovanni Gentile, che era stato per lui il padre che non aveva avuto ed era stato assassinato in modo vile. Per commemorarlo nonostante le minacce di morte che gli erano giunte da più parti.

Era  capace di un amore senza pudori quando  trovava un uguale, chi sapesse parlare alla sua anima, abbattendo le barriere tra essere e essere. Così fu per Giovanni Gentile, per Giorgio Pasquali, per Ugo Spirito,  per Walter F. Otto, per Mircea Eliade, per Sergio Bettini. Uomini che hanno segnato la sua vita e la sua mente. Come Maestri e come amici. Uomini a cui lo legavano percorsi di conoscenza e di affetto.

Aveva, dell’amicizia, la stessa concezione di Epicuro. Non conosceva felicità più grande del trovarsi con animi affini. Non solo del presente, ma del passato. Discorreva con Parmenide e con Platone, con Epicuro, con Leopardi e con Baudelaire come con i suoi  Maestri e i suoi amici. Senza barriere. Né di tempo né di spazio.

Ma la malattia dell’anima che lo ha minato tutta la vita e che, ne sono convinta, è stata la causa del suo infarto prima e del suo cancro poi, questo “velen sottile”, era da ricercarsi proprio nei primi tradimenti della vita, quelli che, se ti segnano troppo presto, non sono facilmente sanabili.

La cura che lui aveva trovato per sé, perché in questi casi si sopravvive solo trovandosi dentro i meandri dell’anima una cura, era il viaggio dello spirito verso un mondo perduto. La Grecia nei suoi studi e nella mappa della sua anima, giunta a lui, intatta dal passato, attraverso la nascita in una terra colonizzata da quegli antichi esuli volontari.

Ma gli ultimi tre versi del sonetto sembrano essere una terribile premonizione di quella che sarebbe stata la conclusione della sua vita. Il ritorno di quel veleno che lo avrebbe aggredito alla fine.

I poeti hanno il dono della premonizione.

La Calabria era per lui una terra trasfigurata. Era la Calabria della sua fanciullezza, in cui andava a cogliere i fichi d’India dalle piante e saliva sugli ulivi e sugli alberi di fico e una volta una spina gli aveva procurato un’infezione a un mignolo, che gli aveva lasciato una cicatrice che gli teneva piegata la falange. Quel segno era in fondo il ricordo delle sue scorribande felici di ragazzo nelle campagne, ma anche il ricordo di una ferita mai guarita. Cicatrizzata, ma malamente.

Così era per lui la Calabria. Una ferita cicatrizzata, ma malamente.

E dunque, andare in Calabria, per lui, era come riaprire la vecchia ferita. Quella della perdita, quella dell’assenza. Non ci andava a cuor leggero e aveva coi suoi abitanti un rapporto conflittuale, quasi infantile. Come di chi si sia sentito tradito.

Ma dalla Calabria in cui era nato – non per caso – come mai per caso qualcosa avviene – aveva anche ricevuto una doppia eredità, dalle due stirpi che vi hanno lasciato il loro segno: i Greci e i Normanni. La mediterraneità e il richiamo delle terre del grande nord. E non a caso difatti, in lui la grecità si mischiava con l’amore per il Nord Europa e per  la Scandinavia, una terra in cui aveva vissuto per sei anni e dove, per contrasto, aveva forse ritrovato parte di se stesso.

Il suo aspetto, del resto, era quello della lunare stirpe normanna, da cui la famiglia paterna derivava. Di struttura robusta, i capelli biondi in gioventù, somigliava poi sempre più con l’età a Jean Gabin o a Spencer Tracy, di cui aveva anche lo sguardo ironico e dolce. Con un fondo di malinconia che non lo abbandonava mai.

Ma la vera patria da cui si sentiva in esilio era la Grecia.

Non so se ne avesse piena percezione. Di quanto quell’amore fosse mischiato allo struggimento e alla nostalgia di un esilio e di come, rendendo viva dentro di sé quella cultura e parlandone come ne fosse appena tornato, di fatto si comportasse come si comporta un esule, che conserva intatta dentro di sé l’immagine della sua terra d’origine.

In realtà non era un uomo ne’ di questo tempo ne’ di questo luogo.

Era come piovuto qui, intatto dal passato, e come tale non poteva essere compreso.

Lui vedeva quelle forme con gli occhi di un uomo di venticinque secoli fa. Quei testi, morti sulla carta, a lui parlavano con una voce fresca, bisbigliante, la stessa di venticinque secoli fa. Comprendeva perché conosceva. Perché sapeva. Già –  dentro di sé.

Dagli altri, da quelli del suo tempo, era separato da un muro invisibile ma invalicabile. Sia in un senso che nell’altro. Ed era un privilegio e una condanna.

Aveva questa singolare percezione del tempo. Non viveva mai nel presente, perché o la sua mente era persa nella visione abbacinante del passato, o proiettata in avanti alla velocità del fulmine. Per lampi. Comprendeva prima ancora di aver capito. Eppure mai ho visto qualcuno più capace di amare l’istante.

Non sopportava di non essere amato. Perché la ferita antica non s’era chiusa affatto e i sogni novelli, appunto, in lui forse erano solo ombra, come ebbe a intuire.

Non accettava di non sentirsi amato. E quando si rendeva conto che a volte non lo era, dentro di lui scoppiava la disperazione e forse l’angoscia. Vecchie ferite si riaprivano, l’eco di antichi abbandoni, di antiche insicurezze riaffioravano alla superficie con prepotenza. E reagiva alternativamente in modo aggressivo o infantile, ma sempre chiedendo amore e attenzione.

Era un uomo apparentemente di sentimenti estremi. Eppure  era capace di incredibili tenerezze, di delicatezze commoventi. In apparenza era poco psicologo, e invece non sbagliava mai un giudizio. Solo che i suoi giudizi anticipavano i tempi e di molto. Così tanto, che non li si potevano verificare se non in un futuro distante. Sempre precisi a tal punto, che l’avresti detto un veggente. Ma era il veggente come lo intende Baudelaire, un poeta che amava tanto da tenersene un ritratto nello studio.

Non posso dimenticare quando, il giorno successivo alla strage di Piazza Fontana, quando la stagione oscura degli anni di piombo si affacciava a proiettare un’ombra sinistra sulla storia del notro infelice paese, mio padre disse: “Sono stati loro“.  Gli chiesi cosa intendesse con “loro”. E la sua risposta, che allora era apparsa del tutto improbabile fu: “Quelli che ci governano”. Ma morì nel 1974, molto prima che tutto questo fosse chiaro.

L’aveva capito con l’anticipo di decenni. Noi lo sappiamo solo ora, dopo anni di processi che hanno umiliato la Giustizia. Quella con la G maiuscola. Quella in cui credeva Socrate, tanto da dare la vita.

Come poteva essere davvero capito? Sentirsi tra simili?

Aveva il dono dell’essenzialità e della sintesi. Ogni sua pagina è un condensato di idee, intuizioni, analisi profonde e acutissime, illuminazioni per lampi. Non diluiva. E dunque ogni sua pagina è una quintessenza, un distillato, che a voler essere compreso va diluito in cento almeno. E’ questa la difficoltà che pone la lettura dei suoi scritti. Limpidi, chiarissimi, ma densi come una sostanza densa.

Altri avrebbero costruito una carriera sul materiale di una sua sola conferenza. Perché anche in questo dava. Dava di sé senza risparmio.

Dunque anche le sue opere devono ancora essere comprese veramente. C’è ancora tutto da fare.

Sarà un lavoro lungo, per chi verrà dopo di lui.

Quel che lascia un uomo dietro di sé, nei suoi scritti, nelle sue opere, non va giudicato attraverso lo specchio di quella che è stata la vicenda della sua vita. Ecco perché chi viene dopo comprende meglio dei contemporanei. Perché nel suo giudizio non si lascia fuorviare dallo specchio deformante del rapporto emotivo.

Ma a volte è giusto rendere giustizia. Quando le azioni di un uomo, dettate dalla coerenza con se stesso, possono essere velate e nascoste nel loro impulso puro e profondo dalla fragilità nata dalla sofferenza. E la superficialità del giudizio comune non ha gli strumenti per comprendere i moti di un’anima.

Il carattere generoso e impetuoso, ma a volte in apparenza prepotente di mio padre, era solo il prodotto di sofferenze taciute con pudore, di vuoti non colmabili, del senso di isolamento in un mondo lontano dal suo mondo interiore.

Ha vissuto in modo tragico. Non nel senso scontato del termine, ma perché misurandosi costantemente col suo demone, lottando costantemente con l’ombra dentro di sé.

Un’ombra potente, che in apparenza lo ha sconfitto nel corpo.

In apparenza.

Ma le sconfitte sono spesso più onorevoli di una vittoria, quando sai che, in fondo alla tua lotta, ti attende solo la sconfitta. Ma non rinunci a combattere con coraggio. Sia pure contro la morte.

Credo che, a conclusione di questo mio tentativo di capire mio padre, non da figlia, ma da persona che ha vissuto e cercato di capire il mondo intorno a sé, un tentativo non so quanto riuscito, ma fatto con lo strumento dell’amore (non potrei usarne altri, perché è il cuore che conosce e non la mente) l’ultima parola spetti a lui. A lui con linguaggio di poeta, l’unico, insieme alla musica, capace di rivelare l’ineffabile. E difatti mio padre ha lasciato anche della meravigliosa musica da lui composta.  Con  la poesia che io giudico più intensa e rivelatrice che abbia scritto. Quando era ancora molto giovane, ma molto già aveva compreso.

Una poesia quasi leopardiana, poiché tanto amava Leopardi, un altro esiliato come lui. Del Leopardi de L’Infinito, testo che anche potrebbe a ben ragione recare il titolo di “Atman”, come quello che scelse mio padre.

ATMAN

Ho paura del silenzio della notte

e mi sento abbandonato da ogni cosa

e dinanzi agli occhi ho l’ombra del mio cuore

coi suoi mille desideri senza nome,

cui non basta il mondo, che oltre il mondo vanno

e più forti sono della stessa morte;

ed il vuoto sento intorno a quest’oscuro

mio volere, incomprensibile, solingo,

e mi par di non poter più ripigliare

la mia vita, non poterla più finire,

ma restare per l’eterno condannato,

vuota brama, nel mio nulla imperituro.

Mio padre, Carlo Diano. Giornata di studi per la commemorazione di Carlo Diano nel centenario della nascita. Padova, 2002

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Questo è il padre che io ho conosciuto, ma poi c’è Carlo Diano, lo studioso assetato di conoscenza, il docente universitario che ha cambiato la vita a molti che lo hanno avuto come Maestro,  il filosofo rivoluzionario, il pensatore originale che ha percorso vie inesplorate, e il filologo tra i più grandi del ‘900.

Il pensiero di mio padre nell’interpretazione del mondo greco, ha aperto una strada che molti hanno percorso. Ma, come ha detto Massimo Cacciari nella giornata di studi tenuta all’Università di Padova nel 2002 a commemorazione del centenario della sua nascita,  Carlo Diano è stato un outsider non solo nel panorama del pensiero italiano del ‘900, ma europeo. L’originalità della sua visione ha avuto radice nella vastità della sua cultura, nell’ampiezza e nella libertà davvero rinascimentale della sua visione e in una capacità di sintesi e di intuizione solidamente fondate su un rigore filologico di qualità unica, basi di un pensiero filosofico ed estetico nuovo ed originale.

I suoi studi epicurei, la sua conoscenza di Platone, di Aristotele, dei presocratici, dei tragici greci, la sua convinzione che Parmenide e Anassagora siano  alla radice del pensiero occidentale moderno, la creazione delle categorie di forma ed evento, che gli hanno permesso un’ interpretazione originalissima dell’arte e della cultura greca e la loro applicazione ad ogni epoca e ad ogni tempo, con risultati ancora insuperati e ancora tutti da esplorare, che solo ora iniziano da parte di alcuni studiosi ad essere esplorati e scoperti, hanno fatto di Carlo Diano uno dei maggiori pensatori del secolo passato.

Eppure…. su di lui la cultura  italiana ancora tace, a parte alcune felici eccezioni, che ne tengono vivo il pensiero e l’insegnamento. Primo fra tutti, Massimo Cacciari,  che non omette mai di menzionare, quando tiene quelle sue meravigliose conferenze, o quando scrive, che moltissimo di quello che è e fa lo deve al suo Maestro, Carlo Diano. Ma, a lui si è aggiunto di recente il grande filosofo della scienza Silvano Tagliagambe, che in rivoluzionari saggi ha dimostrato come il pensiero di Diano sia all’avanguardia ancora oggi.

Il silenzio degli altri non è un silenzio fatto di dimenticanza. Non era comunista, non era di sinistra, come andava di moda, e nemmeno di destra;  era un uomo libero. Il suo solo partito era quello del Sapere. Non si è mai fatto comprare o sedurre dal potere corrente e non amava chi lo faceva. Non amava le chiesucole, le conventicole, i partitelli. Non amava gli eruditi sterili, incapaci di usare le loro nozioni vaste e inutili se non come un muro di fumo. Né gli imbonitori. Disdegnava le vie già percorse e i sentieri battuti. Le sole vie che amava erano quelle sconosciute.

Fa grande onore all’Università di Padova che vi sia un suo busto in bronzo, e una strada della stessa città che reca il suo nome e, a Vibo Valentia, la piazza della casa in cui nacque, a lui intitolata. Ma, a parte Boringhieri, che ha ristampato quella geniale storia della filosofia greca che è “Il pensiero greco da Anassimandro agli stoici”, per la cui introduzione Cacciari ha scritto le pagine più belle sul pensiero di Diano e la Lorenzo Valla, che seguita a ristampare  nuove edizioni della sua meravigliosa traduzione dei Frammenti di Eraclito, e gli Scritti Morali di Epicuro pubblicati nella BUR, molti sono stati i progetti di ristampare le sue opere filosofiche ormai introvabili  sul mercato, tanto che ne circolano versioni in fotocopia, ma ancora nulla è stato fatto. Eppure, so che si farà.

 

Aggiornamento del 2017

Nel frattempo sono state scritte tesi di laurea sul suo pensiero, giovani ricercatori iniziano a interessarsi dei suoi studi. Prossimamente negli USA uscirà una traduzione inglese di Forma ed Evento (dopo quella francese, spagnola e neogreca) per i tipi della Fordham University Press, poiché alcuni brillanti studiosi americani si sono innamorati di questo pensatore e, allo stesso tempo, non riescono a credere che in Italia le sue opere non si trovino.

Ma verrà il tempo in cui le cose saranno mature. Sarà quello il tempo giusto.

 

Francesca Diano

Voce Carlo Diano Wikipedia

http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Diano

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