Pranzo d’anniversario – Francesca Diano

 

 

PRANZO D’ANNIVERSARIO

Un racconto di Francesca Diano

 

 Lisciò con delicatezza la bella tovaglia di fiandra color crema, attenta che le dita screpolate non ne tirassero qualche filo. Aprì l’anta inferiore della grande credenza di noce intagliato e prese i preziosi piatti di porcellana Ginori – marchio precedente alla fusione con Richard nel 1896 –  dall’orlo smerlato, decorati con piccoli festoni azzurri e fiorellini rosa e oro.

Un piatto piano per il Dottore, uno per la Signora, uno per sé. Un piatto fondo per il Dottore, uno per la Signora, uno per sé. Calcolò la precisa posizione dei piatti sul tavolo rotondo, in modo che fossero perfettamente equidistanti. A lato pose i tovaglioli ripiegati in un perfetto triangolo.

Aprì il cassetto di destra della credenza, dove le posate d’argento erano ordinate nei loro sacchetti salvapolvere. Le impugnature panciute erano cesellate a decori floreali. Un regalo per le nozze della Signora e del Dottore.

Un coltello, due forchette, un cucchiaio, una forchettina, un coltellino da frutta e un cucchiaino da dolce per il Dottore, poi per la Signora e poi per sé.

Aprì l’anta superiore della credenza e ne trasse sei bicchieri di cristallo, tre grandi per l’acqua e tre più piccoli per il vino e li pose di fronte ai piatti, leggermente spostati sulla destra, in modo che il bicchiere da vino fosse in linea col bordo  dei piatti. Come le aveva insegnato la Signora.

In una boccia di cristallo boemo  sistemò mazzetti di rose bianche contornati di edera, che aveva colto in giardino. La trasparenza lucente del cristallo e la cupezza delle foglie d’edera esaltavano il bianco vellutato dei petali di rosa. Arretrò e contemplò soddisfatta l’opera. Tutto era perfetto.

Dalla cucina arrivava il profumo del timballo di riso che stava finendo di cuocere in forno, cui si fondeva l’aroma pungente del fegato alla veneziana, creando un composto aromatico variegato e singolare.

Il timballo di riso, o sartù, come lo chiamava la Signora, era stata una delle prime ricette che le aveva insegnato. La preparazione laboriosa ne faceva una pietanza adatta a ricorrenze speciali, proprio come questa. Si era alzata prima dell’alba per prepararlo. Strati di riso condito, ragù, polpettine di carne di maiale ben rosolate, uova sode, fettine di mozzarella, pisellini freschi. Non aveva dimenticato nulla. Poi aveva spolverato la superficie del sartù con abbondante pangrattato e parmigiano e aveva infornato.

Alla Signora piaceva moltissimo, le ricordava la sua terra. Anche il Dottore l’apprezzava, ma gradiva non meno anche il suo figà aea venessiana, col suo aroma stuzzicoso. <<Un piatto semplice, popolano>>, diceva il Dottore, <<ma che gusto!>>

Ormai era tutto pronto. Portò in tavola la caraffa con l’acqua fresca e una bottiglia di Amarone, il preferito del Dottore con qualunque pietanza.

<<Dottore!>> chiamò Antonietta. <<Vieni che è pronto>>, disse, portando in tavola il sartù fumante.

*

Affrontando un lungo viaggio per risalire la penisola, il Dottore e la Signora erano arrivati nel piccolo paese della Bassa padovana  poco dopo la guerra, e il Dottore, che era farmacista, aveva preso possesso della nuova farmacia di cui era diventato titolare. Un paese che era un puntino sulla carta geografica, quasi invisibile incrocio fra tre province, le cui uniche vette in un paesaggio piatto piatto erano un matitone di settanta metri su cui, proprio quell’anno, era spuntata una pianta di fico – ghe xé un figaro sora del campanile, aveva gridato il sacrista una mattina d’afa quando aveva alzato gli occhi al cielo – piantato accanto al suo chiesone, così grande da poter contenere buona parte degli abitanti. Soprattutto da quando i giovani, appena finito il conflitto, avevano preso ad emigrare in cerca di  maggiori opportunità. Una piazza, lo spaccio con l’insegna DROGHE E COLONIALI, due botteghette, la farmacia, due osterie, l’ufficio postale e l’Adige che serviva da placido confine del paese e della provincia. E del mondo.

Il Dottore e la Signora si erano subito rivolti al parroco perché trovasse loro una brava ragazza, pulita e onesta che andasse a fare la domestica. La madre di Antonietta tirava avanti facendo qualche mestiere in canonica e il parroco si mise una mano sul cuore. Così, a poco più di tredici anni, era andata a servizio. L’aria selvatica, i modi bruschi, gli occhi che non abbassava mai quando le rivolgevi la parola, la facevano apparire molto più grande della sua età. Ma aveva uno sguardo intelligente, perciò fu giudicata adatta e poi la Signora pensava che l’avrebbe potuta istruire come piaceva a lei. Nonostante l’ignoranza, sarebbe diventata una buona domestica, anche se all’inizio facevano un po’ fatica a capirla, con tutte quelle parole in dialetto. Ma Antonietta, che di imparare non aveva paura, si mise in testa fin dall’inizio di parlare come il Dottore e la Signora, che avevano studiato e venivano dalla città del Papa.

<<Hai la stessa età di quando si è sposata la mia nonna>>, le aveva detto una volta il Dottore.

<<A tredici anni??>> aveva ribattuto Antonietta con aria incredula.

<<Sì, ma era a metà ‘800, al Sud. Si usava. Il nonno era medico e aveva trent’anni. Quando il nonno andava a visitare i suoi pazienti e lei rimaneva da sola, prima di avere i figli, giocava con le bambole.>>

Beata lei, che almeno aveva il tempo di giocare, pensò Antonietta. Chi l’aveva mai vista una bambola?

Abituata all’unico stanzone abitabile del cason lungo il canale poco fuori del paese, in cui viveva con padre, madre e fratello, con cesso esterno, uno sputo d’orto e qualche gallina,  l’appartamento del Dottore le parve il palazzo del re. Tutte quelle stanze, e addirittura un bagno dentro casa, con il lusso dello sciacquone…

Un anno dopo il loro arrivo, il Dottore e la Signora andarono ad abitare nell’appartamento che avevano fatto costruire sopra la farmacia. Qui di bagni ce n’erano due e perfino una lavanderia e, per non fare avanti e indietro tutti i giorni,  Antonietta si trasferì definitivamente da loro,  in una stanzetta dietro la cucina.

Per la prima volta nella vita aveva un posto tutto suo in cui dormire da sola. Le parve impossibile essere riuscita a scappare dalla miseria e dalla violenza del padre ubriacone e manesco. La madre e il fratello, un povero ritardato che tutti additavano come lo scemo del paese, anche se con un certo affetto ruvido, se ne liberarono quando l’avvinazzato finalmente, in una sera di nebbia che pareva bava di lumaca,  finì in un fosso ruzzolando dalla bici sgangherata e, pieno di vino, finì per affogare in tre palmi d’acqua fetida. Non fu pianto né rimpianto.

Antonietta non era una da lacrime e nemmeno di molte parole. Aveva imparato ad affrontare la vita a testa bassa e muscoli tesi, pronta a lottare da sola per la sopravvivenza. E di lavoro in casa del Dottore e della Signora ce n’era da fare, perché anche la farmacia andava tenuta lustra e impeccabile. Ma c’era anche da mangiare e Antonietta mangiava per tutte le generazioni di morti di fame da cui discendeva. Una fame antica, che niente pareva soddisfare. Per quanto mangiasse, non metteva su nemmeno un grammo. Pelle muscoli e ossa.

Fu il Dottore a mandarla dal medico condotto per capire il motivo di questa voracità dagli effetti invisibili. “Ipertiroidea”, disse il medico, “ma per il resto sana come un pesce.” Ma Antonietta sapeva che la sua fame veniva da una vita di stenti, di miseria, di denutrizione che aveva tormentato i suoi genitori, i suoi nonni, i suoi bisnonni e chissà quante altre generazioni di disperati. Veniva da quelle campagne che ai suoi avi braccianti non avevano reso mai nulla. Veniva da un buco nero che  dal passato allungava le sue ombre come grinfie. Veniva da donne che s’erano rotte la schiena ad arrangiarsi per sopravvivere a una vita che le colpiva e si riproduceva come una maledizione. Ce l’aveva negli occhi enormi, un po’ sporgenti, quella fame, che parevano sempre accesi, anche quando dormiva. E alle cinque del mattino, quando si alzava, erano già belli e spalancati come non li avesse mai chiusi. Perciò. quello che non le riusciva di mangiare, se lo conservava sotto il letto, nella disgraziata evenienza che quella fortuna non durasse.

Avevano voglia il Dottore e la Signora a dirle che nessuno l’avrebbe privata del pasto successivo. Lo capiva con la testa, anche se il dubbio le rimase per un bel po’, ma vallo a dire allo stomaco e all’angoscia che non l’abbandonava mai. Eppure, per la prima volta, si sentiva parte di una famiglia; come se poi avesse mai saputo cosa fosse una famiglia.

Il Dottore e la Signora, non più giovani, non avevano avuto figli e le volevano bene. Non che non fossero esigenti, la Signora soprattutto, ma erano buoni e non la maltrattavano. Nella loro casa, fra le persone, esistevano dei fili che le tenevano legate. Il Dottore aveva un grande rispetto e affetto per la Signora e la Signora parlava del Dottore con devozione.

<<Ha inventato una medicina che prima non esisteva, sai>>, le disse. <<Una medicina che fa bene al fegato, un epatoprotettore. Purtroppo non ha fatto in tempo a brevettarla e gli hanno rubato la formula.>> E Antonietta, che badava molto al modo in cui la gente diceva le cose più che a quello che diceva,  capiva che in quella frase, di cui ignorava il significato, c’era qualcosa di brutto, di triste, che il Dottore aveva subito. E che forse spiegava lo sguardo che pareva aver perso qualcosa che non si poteva ritrovare.

A casa sua invece, di fili che tenevano legate le persone non ce n’erano. Il padre sempre a bere e a menare le mani, emetteva solo urli, porchi o bofonchi. La madre abbrutita dal lavoro, dalle busse e dal far quadrare quel poco che entrava, usava il fiato residuo per qualche monosillabo. Il fratello pareva non vedere nemmeno quello che gli succedeva intorno.

Quanto sarebbe durata la sua fortuna?  Non poteva permettersi di perderla. Di certo in quella stamberga non sarebbe tornata mai più.

<<Fati, no paroe, fati no paroe>>, ripeteva continuamente fra sé e sé il povero infelice che aveva per fratello, percorrendo a piedi, instancabile, le strade nebbiose d’inverno e addentate dal sole l’estate, che tagliavano la pianura come ferite, guidando a mano il relitto di bicicletta del padre, che aveva recuperato dal fosso. Dove avesse sentito quella frase nessuno sapeva. Forse durante una predica in chiesa o da qualche aspirante sindacalista all’uscita dell’osteria. E il soprannome Fatti gli rimase attaccato, a sostituire un nome proprio che nessuno ricordava.

Nonostante lo sguardo assente di Fatti, Antonietta non aveva mai pensato che fosse davvero scemo, ma solo che vivesse in un suo mondo felice in cui nessuno poteva raggiungerlo. Un mondo in cui il bianco era bianco e il nero era nero. In cui non c’era spazio per le sfumature che imbrogliano la vita degli uomini. Per cui quel motto ossessivo divenne per lei fondamento e guida. Il mondo del Dottore e della Signora, che lo aiutava in farmacia, era un mondo che le appariva bianco, proprio come il camice che il Dottore indossava e come il bancone e gli scaffali che contenevano le medicine.

Era emersa dal nero e non ci sarebbe tornata mai più.

Il Dottore e la Signora erano primi cugini e per sposarsi avevano dovuto chiedere la dispensa al Papa. Anche se la Signora le diceva che di figli ne avrebbe voluti, Antonietta sapeva che da unioni del genere nascono solo dei mostri e quindi era un bene che non ce ne fossero stati. Avevano però una nipote cui erano molto affezionati e che, quando vivevano a Roma, avevano cresciuto in casa loro. Ormai era sposata e li veniva a trovare raramente. La Signora avrebbe voluto vederla più spesso e, anche se non lo diceva, Antonietta capiva che quello era un tarlo che aveva nel cuore.

La nipote non era gentile come i suoi padroni. Quando veniva con il marito a trovare gli zii, in genere per Pasqua, la trattava da serva, la ignorava e le rivolgeva la parola solo per darle degli ordini.

<<Io ho solo la terza elementare>>, si lamentava Antonietta con la Signora, <<però non mi piace che vostra nipote mi tratti così.>>

<<Hai ragione Antonietta, ma devi avere pazienza. Viene da Roma e ti vede come una contadinella. Non si rende conto che per noi sei come una figlia.>>

Antonietta scrollava le spalle, convinta che forse se ne rendeva anche troppo conto.

<<Devi stare attenta a quella là, zia>>, aveva detto la nipote a Sara.

<<Perché? È una brava ragazza e, anche se ha visto tanta povertà, è onesta.>>

<<È molto sveglia e fra un po’ diventerà grande abbastanza. Non vorrai che poi si ripeta quello che è successo a Roma.>>

<<Per carità di Dio!>> aveva detto la zia. <<Non un altro scandalo… ma quella era una zoccola, una furbona e lo zio si è fatto abbindolare dai suoi scondinzoli.>>

<<Lo zio si fa abbindolare troppo facilmente, ma se la tua gelosia non fosse così ossessiva, se tu non lo soffocassi tanto…. guarda, adesso l’hai costretto a finire in questo buco, lontano da tutto, per le tue ossessioni. Lo sai che i cani non vanno mai tenuti a una catena troppo corta. Poi si ribellano e ti mordono le mani.>>

<<Ma come ti viene in mente questo paragone?>> La zia era inorridita.

<<Qui stiamo bene, stiamo tranquilli. E poi Antonietta poverina è tutta pelle e ossa, non hai visto? Che vuoi che gli interessi?>>

<<Tu comunque stai attenta>>, le aveva ripetuto la nipote.

Il tarlo così era stato insinuato, a tenere compagnia all’altro, ma la Signora cercava di scacciarlo, insieme a tanti altri fantasmi. Se avessero avuto dei figli, se lei non fosse stata più vecchia del marito, se lui non fosse stato così bello che pareva un divo del cinema. Dicevano che somigliasse a Tyron Power. Se non l’avesse sposata per riconoscenza, perché orfano dei genitori e, solo al mondo, era stato accolto in casa degli zii, i genitori della Signora, come un figlio e lei aveva passato da un pezzo l’età da marito.

Era soltanto un uomo debole, molto debole. Lo si vedeva da quella bocca morbida e carnosa, languida, quasi molle, con gli angoli leggermente rivolti all’ingiù.  Ma lei non poteva sopportare l’idea che potesse innamorarsi di qualcuna, che tutte quelle donne di cui era circondato nella grande farmacia di Roma potessero abbindolarlo. Poi era scoppiato lo scandalo. La commessa sedotta, le chiacchiere, la vergogna. Le era sembrato di morire. Gli aveva fatto delle scenate terribili. Era arrivata a controllargli i minuti di strada fra la farmacia e casa. Aveva minacciato il suicidio. Per mettere tutto a tacere, per il quieto vivere, il Dottore aveva acconsentito a lasciare la farmacia sul Corso, il laboratorio in cui conduceva le sue ricerche, i suoi esperimenti, tutto. A seppellirsi vivo con lei in una bara nel mezzo del nulla.

Qui almeno, in quel buco di paesino in mezzo alle campagne, sul confine di tutto, non avrebbe avuto occasioni e, nonostante le insinuazioni della nipote, la Signora sapeva che Antonietta non sarebbe stata un pericolo. Troppo selvatica, troppo rozza, troppo segaligna. Con quei suoi modi spicci che non conoscevano civetterie.

Poi il Dottore cominciò a bere troppo. In pubblico nessuno l’aveva mai visto ubriaco ma la sera, dopo la chiusura della farmacia, si metteva a bere già prima di cena ascoltando Corelli, Mozart, Sibelius, Respighi.  Quand’era ora di andare a letto parlava con la bocca impastata e non si reggeva bene sulle gambe. E allora Antonietta doveva aiutare la Signora a metterlo a letto, perché nemmeno la Signora si sentiva ormai tanto bene. In pochi mesi era dimagrita moltissimo e le mancavano le forze.

Quando il Dottore sbagliò le dosi di una preparazione galenica e mancò poco che non provocasse dei danni seri, Antonietta decise che non poteva lasciare che il suo nome e la sua reputazione venissero distrutte. Quella era la sua famiglia, lì era cresciuta, lì aveva trovato da mangiare, da aiutare il fratello rimasto solo dopo la morte della madre, lì aveva potuto perfino mettere da parte qualche risparmio per la vecchiaia. Come da giovane faceva col cibo sotto il letto. Forse, alla fine, nemmeno lì tutto era bianco, anche lì il nero si insinuava sfumando nel grigio. Ma forse, alla fine, nel mondo di bianco proprio bianco non ce n’è.

Non le parve un tradimento consolare il Dottore. Era parte della famiglia. E la famiglia si stava sgretolando sotto i suoi occhi. Doveva tenerla unita. Senza tante chiacchiere, senza tante spiegazioni. Contano i fatti, non le parole.

Già molte volte in passato il Dottore l’aveva abbracciata, tenuta stretta per la vita, palpata, quando la Signora non vedeva. Antonietta lasciava fare, dura, in silenzio, come fosse parte dei suoi doveri domestici. Gli era affezionata, gli era grata. Anche quello era un modo di mostrare la sua devozione. E poi, meglio lei che qualche estranea. Lasciava fare, anche per la Signora.

Lei, che aveva solo la terza elementare, cominciò a controllare tutte le ricette, serviva i clienti, stava alla cassa. Alla presenza del Dottore, si capisce, ma il Dottore si limitava a conversare amabilmente con i clienti e faceva cenni d’assenso quando Antonietta, per salvare la forma, gli mostrava le ricette e le scatolette dei medicinali.

Cominciò a tenere i rapporti con i rappresentanti di medicinali, con i fornitori, a tenere in ordine i conti, a gestire il denaro di casa. Da sola mandò avanti la farmacia quando la Signora dovette essere ricoverata in oncologia perché un cancro le stava divorando l’utero sterile.  Ablazione totale, le disse il Dottore.

<<Non c’è più niente da fare Antonietta>>, le disse il Dottore finendo di scolare la mezza bottiglia di Curvoisier che aveva accanto. Il viso era livido, tirato, la pelle ingiallita, i tratti come crollati sotto un peso insostenibile. Anche la Signora, come da piccolo sua madre, lo stava abbandonando.

<<No, non deve prenderla così. La Signora è forte, si riprenderà>>, gli disse con dolcezza Antonietta.

<<Sta morendo. Le resta poco da vivere. Le metastasi sono ovunque. Possiamo solo tenere a bada i dolori con la morfina.>>

<<Non so che sono le metastasi, ma dobbiamo avere speranza.>>

<<Speranza? L’ho resa infelice tutta la vita, l’ho tradita, non le ho dato figli. E lei, come una santa, ha sopportato tutto.>>

<<Forse non poteva averne lei, forse è stato un bene>>, cercò di consolarlo. Che vuoi dire a un uomo finito?

Il Dottore guardava nel vuoto. Poi si alzò, si strinse ad Antonietta e la prese lì, sul tappeto del salotto, con la disperazione di chi va a morire. Lo lasciò fare, come si nutre un neonato affamato che s’attacca al seno.

In camera da letto la Signora aveva ricominciato a gridare. I dolori erano insopportabili, devastanti. Antonietta si liberò dall’abbraccio di un corpo quasi inerte e la raggiunse. Le fece l’ennesima iniezione di morfina.

<<Non lo abbandonare>>, sussurrò a fatica la Signora. <<So cosa fate. Lo so da tanto…tem…>> Non poté finire la frase.

Antonietta assentì con la testa e non disse nulla. Non si mente ai morenti.

Poi le chiuse gli occhi. E per la prima volta, da quando era nata, pianse.

Nel testamento la Signora, a cui era intestata la casa e che risultava proprietaria di tutti gli oggetti di valore che conteneva, dei titoli e delle azioni, lasciò erede universale la nipote, con diritto di usufrutto al Dottore. Alla morte del Dottore ogni cosa sarebbe andata a lei.

Due anni dopo, al matrimonio, per cui la nipote aveva gridato allo scandalo —  <<si sposa la serva!>> aveva detto a tutto il parentado scandalizzato — Antonietta indossava un abito vaporoso, dal tessuto cosparso di fiori d’ogni colore, con una fascia color verde brillante in vita. Glielo aveva regalato il Dottore perché, diceva, ora che la vita gli sfuggiva, la voleva piena di colori. Ridotto a un’ombra dalla cirrosi che se lo stava divorando vivo, la portò sul Lago di Garda, a Verona, a Venezia, tutti luoghi che Antonietta non aveva mai visto. A Venezia alloggiarono al Bauer. Antonietta lasciò fare, perché anche lui aveva diritto a un po’ di felicità. E anche se nemmeno la felicità è sempre bianca, ma in genere sfumata di molti grigi, sempre felicità è.

<<Anche tu adesso devi fare la signora>>, le disse il Dottore.

<<No Dottore, di Signora ce n’è una sola.>>

*

<<Dottore!>> chiamò Antonietta. <<Vieni che è pronto>>, disse, portando in tavola il sartù fumante.

Trascinando i piedi, il Dottore arrivò dallo studio. Si sedette a tavola e Antonietta gli porse la bottiglia del vino perché lo aprisse e, come le aveva spiegato,  lo facesse respirare. Quasi fosse una cosa viva, il vino, che, dopo essere stato rinchiuso per tanto tempo in un contenitore di vetro, fermo, zitto e immobile, avesse bisogno di prendere un po’ d’aria, prima di scivolare, gorgogliando, in gola e nello stomaco. Di aria ne vedeva poca. Una sorte proprio triste.

Con la pala d’argento tagliò una fetta di sartù, che gli servì fumante di profumi. Poi ne depose una porzione nel piatto della Signora e infine una bella fetta per sé, e si sedette a tavola.

<<Ah, che profumo di paradiso…>>, disse il Dottore, rompendo la crosticina croccante con la forchetta, che immerse poi nella magica combinazione di quegli ingredienti legati ad arte. <<La Signora sarebbe orgogliosa di te.>>

<<Mi ha imparato a cucinare la Signora>>, osservò Antonietta, fissando con un mezzo sorriso la sedia vuota e il piatto intatto che era fra loro.

<<Insegnato, non imparato>>, osservò il Dottore.

<<Eh sì, hai ragione, ma comunque è sicuro che se c’era mangiava di gusto poveretta.>>

Alla Signora non aveva mai dato del tu. E, fino a un anno prima, nemmeno al Dottore.

Era il terzo anniversario della morte della Signora e, come ogni anno, si ripeteva il rito funebre gastronomico. Tavola delle feste, sartù, fegato alla veneziana, zuppa inglese. I loro piatti preferiti. Gli altri giorni l’apparecchiatura e il menù erano più modesti, perché il Dottore aveva la cirrosi epatica e doveva stare a dieta. Ma, fin dal giorno seguente alla morte della Signora, i posti in tavola erano stati sempre tre. Solo quando la Signora era ancora in vita erano stati due, perché Antonietta mangiava in cucina dopo aver finito di servire e sparecchiare.

La Signora, per cui Antonietta nutriva una grande venerazione silenziosa, non se n’era mai andata. Nemmeno dal letto matrimoniale che Antonietta divideva con il Dottore, ormai legalmente da un anno, dopo le seconde nozze del vedovo. Di fronte, sul comò, c’era la foto del Dottore e della Signora quando si erano sposati.

Ogni sera, prima di entrare nel letto coniugale, Antonietta si faceva il segno della croce e recitava un ‘Eterno riposo’ per lei.

 

Il racconto è stato pubblicato all’interno dell’antologia Io sono il Nordest, 2016, Apogeo Editore e farà parte di una nuova edizione dei miei racconti, Fiabe d’amor crudele. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Li Buffoni – un racconto di Francesca Diano

commedia-dellarte

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Li Buffoni

da Fiabe d’amor crudele, 2013 Edizioni La Gru

 

 Giulia era nata esattamente quando doveva nascere. Nel bel mezzo di un duetto fra il Primo Amoroso e la Prima Amorosa, mentre le urla di Capitan Spaventa, che era per piombare sui due giovani languorosi a strozzar loro in gola i cinguettii coprivano, come si conveniva, i suoi primi vagiti.

Ed era nata esattamente dove doveva nascere. Sotto le assi di legno scricchiolanti di un carro di Tespi. Quando da tempo ormai le sgangherate compagnie di guitti avevano iniziato ad organizzarsi in vere e proprie compagnie di comici, aveva recitato la sua prima parte in braccio alla madre, un’attrice di non molto valore confinata nel ruolo di servetta, sposata a uno Zanni di ottimo mestiere.

Era nata durante una sosta nei pressi di Genova – così riferiscono le scarse fonti – sesto parto di sua madre, mediocre servetta in scena ma consumata fattrice, che dunque si sbrigò presto da quell’impiccio. Poiché Giulia aveva una gran voglia di mostrarsi al suo pubblico, al capocomico venne un’intuizione geniale. Quarantott’ore dopo la sua nascita, la commedia si concluse con nozze riparatrici fra gli Amorosi; nozze che avrebbero regolarizzato l’esistenza di quell’inatteso frutto della colpa, portata in scena beatamente assopita dopo la poppata.

Da quella sera non scese più dal palco, che fosse quello mobile del carro dei comici o quello dei teatrini pubblici e più raramente privati che li ospitavano.

Giulia conosceva ogni venatura di quelle assi che sera dopo sera la sostenevano, ogni  loro lamento e cigolio. Persino di quelle che calpestava per la prima volta. Non c’era nulla che sapesse fare meglio del recitare.

L’unica dote che sua madre aveva potuto fornirle era quella di averne fatto una perfetta macchina teatrale, minuta ma proporzionata, con la generosa aggiunta di un portamento regale e di un viso mobilissimo. Nel baule da corredo Giulia aveva trovato poi una voce armoniosa che sapeva scaldarsi fino a una sensualità sottesa, capelli lunghi e folti che sfuggivano maliziosamente, a stento trattenuti, dai nodi della complicata acconciatura. E, ben più preziosa di copriletto di seta ricamata e di ventiquattro paia di lenzuola finissime, di cui non avrebbe saputo che fare, la voglia di imparare avidamente. Così sapeva leggere, scrivere, cantare, suonare il liuto e danzare con grazia.

Giulia amava sentirsi viva attraverso le parole e i sentimenti recitati del suo personaggio.

Sì, Giulia era nata per quel mestiere.

Per puro istinto non si era mai lasciata incantare dalle molte porte che le si erano socchiuse davanti, perché sapeva che dietro quelle porte c’erano dei letti. Trappole orizzontali, pur se cariche di lusinghe,  da evitare; guai e inganni da cui tenersi fuori.

Quando ebbe l’onore d’entrare nella compagnia dei Sospirosi, il cui fondatore e capocomico, il Signor Luigi Gemma,  era prolifico di figli e canovacci, che lui chiamava ancora scenari, aveva tredici anni.

Ogni volta che il Signor Gemma pronunciava la parola: SCENARIO, sospendeva un istante la voce per  prender fiato ed emetteva poi quel rotondo e saporito accordo di suoni  separatamente, come quella galleggiasse isolata dalle altre, in un suo iperuranio, che non aveva nulla a che dividere con le sue più umili sorelle che le facevano da cornice.

Giulia cesellava già le parti di Prima Amorosa con arte consumata, perché aveva un talento naturale per l’amore ma, come le api sui fiori – metafora cara ai molti poeti che le dedicarono sonetti petrarcheschi e poemi in ottava rima – assaggiava e sfiorava senza mai posarsi, per quella deliziosa leggerezza di spirito che ne faceva perfetta cera da modellare ai sentimenti fittizi della scena.

Nell’Arte ci si sposa presto e dunque, dopo qualche anno,  Giulia aveva ricevuto proposte dal Signor Gemma, rimasto vedovo per la seconda volta a quarantadue anni ma con corteo di numerosa figliolanza, da Matteo Spinola, acclamato Dottor Balanzone e ancora da vari Zanni e Primi Amorosi di altre compagnie.  Ma a tutti Giulia sapeva dir di no con tale spirito e tale garbo che quelli, senza saper come, se ne sentivano onorati e consolati anziché offesi.

Come si può leggere nel passo saliente di una lettera del suo Epistolario[1], vergata all’età di diciotto anni e inviata ad un suo ammiratore rimasto sconosciuto agli storici del teatro, così scrisse Giulia:

“S’i decidessi di prender marito, caro Signore e Amico, non poderia pensare altri ch’a Voi. Ma l’Arte mia è gelosa e possessiva oltre misura e mi richiama tutta a sé medesima. Come poderia tradir lei con Voi e Voi con lei? Non sarebbe questo il più atroce degl’insulti a chi m’ha tanto dato e tanto in me ripone stima e m’onora del suo amore? AbbiateVi dunque per certo che l’affezione che nutro per Voi e che custodisco nel più profondo recesso del mio seno, nulla avrà a soffrire del forzato mio rifiuto all’unione dei destini nostri, poiché Amore è un Dio bizzarro e ingannatore e vendicherebbe amaramente qualunque gli si facesse tradimento. Sia che fosse dell’Arte o d’un marito. Lasciate per ciò ch’io mantenga per Voi l’affezione più pura e sappiate che le parole che rivolgerò questa sera al Primo Amoroso, nell’atto stesso in cui s’involeranno dalla scena per posarsi sulle Vostre nobilissime orecchie, non saran più volatili chimere e bizzarrie d’indegna Comica qual io sono…”

E quello se ne beò come l’avesse per sua.

L’anno che Giulia era entrata nella compagnia dei Sospirosi era stato terribile per gli stati italiani. Pestilenze, carestie, spagnoli si erano assommati per finire di mandare all’aria quel poco che era rimasto. E proprio per questo la gente accorreva volentieri e ancor più volentieri ad ascoltare i Comici, a ridere ai loro frizzi e lazzi, ad applaudire le loro capriole,  a commuoversi al loro repertorio di finte lacrime, finte ire, finti sospiri. Si divertiva e dimenticava i guai.

La Serenissima, con il Piemonte, era una terra meno toccata dalla grande crisi ma, anche per lo Stato da Mar, con l’assedio di Candia appena iniziato, si stavano preparando tempi duri e la polizia segreta lavorava con attenzione e prudenza. Tuttavia a Venezia si respirava una certa qual aria di libertà. Il Consiglio dei Dieci era durissimo nel far rispettare le leggi, ma tollerava e anzi favoriva i divertimenti innocui. I teatri a pagamento erano stati aperti numerosi dalle nobili famiglie, come i Tron e i Grimani,  desiderose di guadagnare bei bezzi.

Il padre di Giulia aveva origini veneziane di terraferma, ma si sentiva molto orgoglioso per essere nato nel territorio della Serenissima e ne vantava spesso, anche fino allo sfinimento, per chi l’ascoltava quotidianamente, la liberalità, l’apertura, la nobiltà dei costumi e la fermezza politica. <<Col papa no gh’avemo gnente da spartir. Semo siori e podemo far de manco de farghe le riverenze. Figurarse!>>

Era questa la ragione per cui Giulia sperava con ansia di arrivare un giorno in terra veneziana a mostrare le sue grazie e la sua arte. Ma mai quanto il Signor Gemma, che riteneva l’arrivo a Venezia il coronamento della sua gloria teatrale.

Come attestano gli scarsi documenti, conservati in un archivio che vuole rimaner  privato, qualche anno dopo l’ingresso di Giulia nella compagnia dei Sospirosi, il Signor Gemma, capocomico, decise di puntare su Vicenza,  Padova e la Riviera del Brenta, luoghi frequentati in gioventù e di cui spesso rievocava, in toni languidi e con occhio lucido la dolcezza del paesaggio. A dir la verità, più di qualcuno sospettava che quel paesaggio non fosse propriamente geografico, ma che il ricordo di ben altre colline e pianure lo facesse sospirare. Sarebbero state, quelle piazze, il degno Prologo, Atto Primo, Secondo e Terzo, per un glorioso finale a Venezia.

Aveva progettato di rappresentarvi, così risulterebbe, oltre a due suoi recenti canovacci, o scenari a suo dire,  di cui non s’è conservata traccia, il famosissimo Alchimista, di Bernardino Lombardi e forse anche La pazzia di Isabella, della grandissima Isabella Andreini, che non mancava mai di incendiare il pubblico per l’entusiasmo. Quando il Signor Gemma ne fece cenno a Giulia, lei si sentì tremare fibra a fibra per l’emozione, perché da sempre e in segreto covava il sogno di emulare la fama della Divina Isabella. E, come lei, divenire immortale.

Ma occorreva innanzitutto, per allestire delle recite nella stessa Venezia,  procurarsi i permessi e l’autorizzazione del Senato, con lettere di supplica e richieste ufficiali, ma poiché i Sospirosi godevano già di solida fama e il Signor Gemma si onorava di certe protezioni vicine a un Signor Patrizio Giustinian, la cosa si sarebbe certo conclusa felicemente.

La compagnia si mise in viaggio alle prime luci del 4 settembre 1648, bellissima giornata ancora calda e nel tardo pomeriggio sostò a Ferrara, dove prese alloggio alle Due Bilance.

Qui, prima di traversare il Po ed entrare nel territorio della Serenissima due giorni più tardi, era prevista ancora una recita. Ovviamente il Signor Gemma aveva optato per L’Alchimista, il cui autore era nato a Francolino, dove i viaggiatori diretti a Venezia s’imbarcavano per la traversata del fiume.

Fu un successo. I ferraresi, come fossero ridivenuti tutti bambini, risero fino alle lacrime alla parlata mista di bolognese, ferrarese e modenese di Graziano, il finto architetto, e altrettanto si divertirono alle battute di Momo, alchimista intrigante. Finì così che, a gran richiesta, ci si dovette fermare per una seconda recita il giorno successivo.

Il Signor Gemma, tutto esaltato per la gran riuscita e pregustando la pioggia di monete pregiate da raccogliere a Venezia, si fece animo e, alla fine della recita s’avvicinò a Giulia.

<<Ascoltate, cara Signora Giulia, so che son tanto più grande di voi per età e per esperienza, ma guardandovi questa sera sulle assi della nostra scena ho pensato che tutta la mia vita non sia stata altro che l’attesa di voi. Lo sapete da tempo che la vostra bellezza, il vostro talento, la vostra grazia mi han preso il cuore in lacci che non desidero sciogliere. Se solo voi voleste pensare a queste mie parole e far di me l’uomo più felice di questa terra… Uniamo le nostre vite e la nostra Arte e vi prometto la felicità e le devozione più schiette.>>

La povera Giulia, presa per la seconda volta in contropiede da quella dichiarazione non voluta, penò gran fatica a dir “ni” per non deluderlo, ma anche per non illuderlo. Quando si sarebbe decisa a prendere marito non sarebbe stato certo il Signor Gemma. Ma non era il momento di essere  troppo aperta nelle sue intenzioni, perché ciò che più le premeva era di riuscire a convincere Gemma a mettere in scena a Padova La pazzia di Isabella. Era la parte a cui teneva di più ed era sicura di avere talento a sufficienza per ricalcare le orme della Divina Isabella Andreini. Da tempo la sua ambizione segreta era di recitare Isabella nella città di Isabella.

Così Giulia, sentendo che il momento era opportuno, si fece forza e, raccogliendo tutto il suo talento e il suo spirito, scrisse un piccolo sonetto che fece recapitare al Signor Gemma quella stessa sera. Ne diamo qui di seguito il testo nella versione riportata nell’edizione in nota.

Signor mio, questa sera l’arte Vostra

Ha lasciato le Muse ammutolite.

Nulla sapeano dir, né più far mostra

Del’arte loro, tanto fûr stordite.

 

L’umile serva Vostra al Vostro piede

V’implora e supplicando a Voi s’accosta;

Che un desiderio suo sia la mercede

Della sua umilissima proposta.

 

Sia tosto il sogno mio ricompensato

Di recitar la parte gloriosa

Di colei che, poetessa, attrice e sposa

 

Si nomava Isabella e fu Divina.

La Pazzia ch’ella scrisse concedete

Ch’io reciti o sia messa alla berlina.[2]

 

Tra le sue grazie, a differenza della Divina Isabella, Giulia non annoverava quella d’essere valente poetessa, come prova il sonetto che riportiamo. Ma il Signor Gemma ne fu tanto colpito che il giorno seguente volle parlarle.

<<Signora Giulia, il vostro sonetto, devo confessarvelo, ha mosso il mio cuore. E voglio ricompensare come meritano l’arguzia, lo stile nobile e l’eleganza con cui avete interpretato ieri sera la parte di Madonna Lucrezia…>>

<<Oh, Signor Gemma!>> lo interruppe Giulia, tendendo una mano verso di lui. <<Voi sapete quanto io m’abbia caro il recitare e quanto ami la nostra Arte, ma lasciatemi dare una prova, come io…>>

<<Signora, vi prego!>> disse il Signor Gemma in tono severo. <<Voi sapete quanto io sia rigoroso nel decidere e nell’assumermi le responsabilità per il buon andamento della mia compagnia. E mi sembra che fino ad ora non abbiate avuto a lamentarvene. Il pubblico  ha richiesto a gran voce una seconda recita dell’Alchimista e non possiamo deluderlo. Mai vorrei essere scortese con voi o recarvi un dispiacere. Proprio a voi, alla quale, come ben sapete, porto tanta devozione. Sappiate dunque attendere il vostro momento. So che conoscete la parte di Isabella meglio dell’Ave Maria e che desiderate misurarvi con la divina Andreini, che avete eletto a vostra ispiratrice. Pensate che non l’abbia compreso? Ma portate pazienza e preparatevi per ora  ad accogliere gli applausi che vi sono dovuti nella parte di Madonna Lucrezia.>>

Il tono un po’ seccato con cui il Signor Gemma le aveva parlato, consigliò a Giulia di non insistere. Inoltre sarebbe stato considerato un atto di gravissima insubordinazione e non desiderava causare screzi con il suo capocomico. Dunque, a malincuore, si scusò e promise di accettare di buon grado le sue decisioni. Ma in cuor suo sperava che il momento tanto atteso non sarebbe tardato.

Due giorni dopo la compagnia dei comici si avviò a passare il Po per inoltrarsi nel territorio della Serenissima, preceduti dalla loro fama.

A Padova, la città dei gran Dottori, presero alloggio nella locanda Ai due Catini d’Oro, presso le Piazze, separate dalla mole maestosa del Salone, luogo in cui per secoli s’era amministrata la giustizia.

La compagnia era attesa e il Signor Gemma venne subito informato che le recite, due, sarebbero state tenute su di un piccolo palco non lontano, che si poteva vedere anche dalla locanda e che i carpentieri stavano terminando di allestire.

In genere, per gli spettacoli popolari, si destinava un angolo della Piazza delle Erbe, presso il Canton de le Biade.  Il Signor Gemma dovette ammettere che l’accoglienza superava le sue più rosee aspettative. E fu questa ammissione silenziosa che diede fuoco alla miccia che collegava la sua testa alle polveri del suo entusiasmo.

All’improvviso il capocomico ebbe un’idea che gli apparve geniale. Era giunta l’ora di far parlare di sé con qualche bella novità e novità aveva da essere se, per solleticare la ben nota curiosità dei signori veneziani, che gli spalancassero le porte, pensò di comunicare quella sera stessa ai suoi comici che il programma sarebbe cambiato. Si sarebbe messa in scena la farsa alla buffonesca di Margherita Costa, romana,  Li Buffoni, di recente aggiunta al repertorio ma mai ancora portata in scena.

L’idea gli apparve tanto semplice quanto geniale. Proprio come era lui medesimo.

I comici presero posto attorno al lungo tavolo, nella sala grande dei Due Catini d’Oro. L’oste Menetto era un uomo lungo e appuntito, esattamente come i suoi baffi, mentre  folte sopracciglia facevano da spiovente agli occhi incassati in due caverne d’orbite. Dell’oste non aveva l’aspetto,  per il colorito spento e il corpo allampanato, ma ne aveva l’animo e dunque già al loro arrivo si fregava le mani ossute per ospitare comici di quella fama, che già richiamavano una piccola folla di curiosi.

Portò loro grandi brocche di vinello dei Colli e di clinto, per innaffiare la sua specialità, il baccalà con la polenta.

Con aria di trionfo fece portare in tavola due enormi piatti di peltro, su cui  aveva disposto due rotonde vastità di polenta  dorata e fumante, circondate da fragranti filetti di baccalà scintillanti d’unto, disposti in modo da parere un sole  radiante. Dai piatti si levava una nebbiolina vaporosa, incantatrice dei sensi, che solleticava le narici, le papille e gli occhi. L’oste Menetto non voleva far brutta figura con degli artisti.

<<Miei cari amici e compagni di avventure>>, esordì il Signor Gemma quando vide i boccali pieni e i volti rianimati. <<Non so se avremo qualche Procuratore o qualche gran Dottore dello Studio fra il pubblico, ma abbiamo da far bene e che si parli di noi fino a Venezia, dove conto di andare presto. Ho affidato una supplica in buone mani e vedremo.>>

Il Signor Gemma era eccitato e i suoi baffi, ripassati segretamente – o così s’illudeva – di nero, tremavano tutti dietro il soffio potente della sua voce, che ne aveva fatto un noto Capitan Spaventa in anni giovanili.

<<So che a Padova, ma ancor più a Venezia, le signore dame godono di una certa considerazione, più che non sia dalle nostre parti. Le veneziane sono donne argute, donne di spirito, anche se so per certo, come sapete voi>>, e qui abbassò la voce volgendo lo sguardo intorno, <<che molte se ne trovano delle cortigiane, che amano far salotto e letteratura.>> Il Signor Gemma non fece alcun conto delle occhiate interrogative che si scambiavano i suoi comici. Non capivano dove  volesse parare con quel suo discorso pomposo, il cui oggetto rimaneva oscuro. Perciò proseguì imperterrito.

<<Ora siamo nella città che si orna di aver dato i natali alla Divina Isabella Andreini, che dell’arte nostra portò alto il nome in terra di Francia e di cui abbiamo in repertorio La pazzia di Isabella. Ma se, seguendo il filo dei nostri sentimenti, che così bene rappresentiamo in scena, volessimo offrirla al nostro pubblico, troppo facile sarebbe l’applauso. Dunque vorrei proporre Li Buffoni, che la Signora Margherita Costa romana, ha con tante buffonerie e lazzi confezionato, sicura di suscitare divertimento.>>

I comici si guardarono costernati. Ogni volta che si portava in scena Li Buffoni, Commedia Ridicola, come recitava il sottotitolo,  il pubblico aveva reazioni diverse e spesso inattese. In alcuni casi l’entusiasmo era salito alle stelle, ma altre volte gli spettatori avevano rumoreggiato, quando non se n’erano andati. Mai era stata una sera uguale all’altra.

I nani, i gobbi, gli storpi, le meretrici  che nel testo dovevano rappresentare re e regine, nobiluomini e gentildonne lasciavano sempre un gusto amaro e suscitavano sberleffi. I versi che scandivano i duetti o i monologhi e che costituivano la novità della commedia, così ricca di contrasti, davano agli attori la possibilità di esibire la propria bravura, ma potevano anche suonare monotoni.

<<Oh, Signor mio!>> intervenne Giulia in tono concitato, la sola capace di dir qualcosa a quell’uscita. <<Non conosciamo questo pubblico. Non vorrete davvero sfidare la sorte? Siete sicuro che sia il luogo e il momento adatto per simili esperimenti? Non sappiamo cosa piace alla gente di questo paese. Si sa che amano il riso, ma mai amaro o violento. Sono delicati e sommessi come il loro paesaggio. Non sarebbe più saggio – e badate, non per tirar acqua al mio mulino – rimaner con la Signora Isabella?>> concluse Giulia con l’affanno dell’angoscia.

<<Via, via Giulia>>, replicò il Signor Gemma in tono ilare, dimenticando persino di premettere l’appellativo di Signora con il quale sempre a lei si rivolgeva. <<Animo e coraggio! Ho la certezza che la mia scelta vi aprirà molte porte e una via libera e diritta verso Venezia. Non voglio sentir altro. Così ho deciso.>> E pose termine al suo discorso con un punto fermo  quanto  un’imbroccata a punta dritta.

Il Signor Gemma era un uomo caparbio e quella riunione con i suoi comici era una pura formalità. Non lo si poté smuovere da quella sua decisione avventata, che già faceva correre dei brividi lungo la schiena della compagnia.

La sera era calda, come accade talora in settembre e limpida e presto molta gente si raggruppò per trovare un buon posto.  Le prime due lunghe file, con comode panche di legno, erano state riservate ai notabili della città. Lentamente arrivarono i dottori dell’Università, alcuni tra i nobili de’ Buzzacarini, i Cornaro, i Mantua Benavides, gli Obizzi e i Papafava, che volevano gustarsi una commedia alla buona, fuori dai loro palazzi. Più indietro, molti in piedi o con sedute di fortuna, studenti, mercanti, rappresentanti delle corporazioni e artigiani e popolani. La fama dei Sospirosi aveva richiamato un bel pubblico e il Signor Gemma, da dietro il sipario, era tutto un fuoco di soddisfazione.

E c’era anche un Procuratore della Serenissima, il quale, trovandosi in città proprio quel giorno, aveva avuto a che dire per via di certe teste calde tra gli studenti della Nazione Alemanna, che avevano turbato con le loro intemperanze  todesche l’ordine pubblico. Avrebbe dovuto riferirne al Consiglio dei Dieci, cosa che non gli aggradava per nulla. Quei corvi lo accoglievano sempre con gran cerimonia e affabilità, ma il loro sguardo pareva volerti trapassare da parte a parte come un punteruolo, quasi tu fossi sempre e comunque colpevole di qualcosa.

Il Procuratore quindi non aveva affatto la disposizione d’animo di vedere quello che vide. E di certo non s’aspettava poi  la commedia di una cortigiana e avventuriera. Con tutti i grattacapi che creavano le cortigiane a Venezia, questi venivano a mettere in scena il testo di quella romana, che aveva persino vissuto more uxorio con un brigante? Che provocazione era quella? E che voleva significare tutta quella profusione di storpi e gobbi e meretrici che recitavano parti di nobili e signori, se non una volgarissima satira del supremo ordine con cui la Serenissima regolava le sue faccende interne? Era notizia diffusa che il Doge aveva subito una rovinosa caduta e trascinava la gamba penosamente. Dunque, quello storpio claudicante doveva essere un’atroce caricatura del nostro amato Principe – dedusse, con la chiarezza di giudizio per cui era noto, frutto della sua assidua frequentazione di Quintiliano, il Procuratore.

Senza por tempo in mezzo, si recò alla Loggia del Capitanio, dove convocò seduta stante la Guardia, che andasse a interrompere la recita.

Il povero Signor Gemma fu accusato di sovversione e, per soddisfare il suo straordinario ma non corrisposto amore per  Venezia, come andava dichiarando a ogni piè sospinto, tradotto ai Piombi. I beni della compagnia confiscati.

Fu solo per un atto di liberalità del Doge, che ad ascoltar la vicenda s’era pazzamente divertito, che i comici se la cavarono con un bando a vita dai territori della Serenissima, con ordine di arresto immediato se mai vi avessero rimesso piede.

Le fonti riportano a questo punto notizie fumose sulla sorte di Giulia. Alcune fanno riferimento a una sua personale compagnia, di cui però si tace il nome. Ma di questo non v’è certezza alcuna.

 

 

 

[1] Cav. Giovan Battista Goffredo Lombardini, Epistole e Fragmenti di alcune scritture della Signora Giulia genovese, Comica Sospirosa, per la prima volta edite et rese publiche dopo la di Lei morte. Parte Prima et Seconda. M. DC. XCI In Venetia. Con licenza de’Superiori. Presso Girolamo Albrizzi. Si vende dal Nicolini in Spadaria.

[2] Cav. Giovan Battista Lombardini, Op. Cit.

 

(C)2013 Francesca Diano