Francesca Diano – QUADERNO DI TRADUZIONI

 

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Francesco Marotta, grande poeta e uomo di rara generosità, mi ha chiesto di approntare una piccola antologia di mie traduzioni poetiche – cosa di cui gli sono immensamente grata – da pubblicare sulla sua bellissima rivista “La dimora del tempo sospeso”, che si può leggere qui  https://rebstein.wordpress.com/2017/03/02/quaderni-di-traduzioni-xxxi/ nella sezione Quaderni di Traduzione. In questa occasione ho scritto una piccola nota sul mio rapporto con la traduzione, che qui riporto. Ringrazio ancora Francesco Marotta e Mario Santiago per la loro gentilezza e per l’ospitalità – che mi onora – su una rivista letteraria di grande raffinatezza e ormai nota per essere fra le più serie e accreditate.

 

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Tradurre è per me, come per il quesito posto dal kōan zen, cercar di trovare il suono di una sola mano. Un paradosso, forse un’impossibilità, se due sono i poli che fra loro agiscono – il testo e il suo specchiarsi in un’altra lingua – le due mani che, unendosi, generano una terza entità, prima sconosciuta, cui non si può accedere aggrappandosi a sforzate teorie sulla traduzione, ma solo con l’umile pratica, quando infine la risposta a un problema difficile si affaccia – spesso non cercata – alla mente. Quella terza entità è il suono del silenzio che si crea in quel rispecchiamento.

Eppure è qualcosa che mi viene da sempre naturale. Forse perché ho imparato osservando un Maestro, e ho respirato l’arte del tradurre fin da bambina. Sentirlo “cantare” a voce alta i suoi versi italiani dei tragici greci, passeggiando, guidando, aggiustando qualcosa, per ascoltarne il risonare, non è esperienza che dimentico. Come non dimentico la mole immensa di scavo filologico e il bagaglio di sapienza che vi stavano dietro.

Il suono di una sola mano è un silenzio colmo; così è il silenzio del testo originale che colma di sé la sua traduzione. Mai così vero è in un testo poetico.

Tradurre poesia è impresa quasi disperata. Quasi. Se la poesia è la ricerca, che mai può giungere a meta, dell’una parola che tutto contenga, manifesti ed esaurisca, insomma, dell’inesprimibile; se il suo orizzonte  è sempre al di là di un altro orizzonte, legata indissolubilmente al ‘sentimento’, oltre che alla struttura, della lingua in cui è generata e prende forma, e all’intrecciarsi inestricabile di esperienze conoscenza vissuto inconscio visioni fantasmi suoni interni del poeta, come sarà mai possibile trovare forma altrettanto fedele, o anche solo evocatrice di quello straniero, in ogni senso, dire? Travasare un inesprimibile in un altro inesprimibile?

Eppure ci si avventura a farlo. Per amore, per passione, per fiducioso e sconsiderato entusiasmo. Ma soprattutto, almeno per me, per condividere la felicità di qualcosa che mi ha resa più me stessa, che ha aperto mente, cuore e spazi prima ignoti.

Tradurre non può che essere un atto d’amore. Con una chiosa necessaria: tradurre, per me, è conoscere. Del resto, anche l’amore lo è. Non è l’amore il più grande traduttore dell’altro? E, non meno, di noi stessi?

Un’artigiana della traduzione, quale io sono, ha imparato che è questo il mezzo più diretto ed efficace di penetrare all’interno dei meccanismi della creazione, osservarli, percepirli nel loro divenire. Sotto la superficie dell’opera compiuta, com’essa appare all’esterno, è un robusto tessuto segreto, che la costituisce e la sostiene. È il regno a cui si ha accesso traducendo. Questo sguardo furtivo, arricchito di conoscenza, privilegio d’ogni traduttore, va fatto scivolare fino a raggiungere la propria interità, perché la permei e la metta al servizio dell’autore che ci si è scelti. Si deve essere generosi di sé.

Parlo di scelta, perché è bene, soprattutto nel tradurre dei testi poetici, accostarsi a poeti che si amano, che si conoscono, che si sono seguiti nel tempo, o per i quali ci ha preso improvviso innamoramento. Così forse si potrà sperare di avvicinarsi, almeno un poco, alla loro voce e dar loro un suono nella nostra lingua, che non strida, non entri in conflitto o, peggio ancora, non li tradisca del tutto.

Si deve lasciare rispettosamente uno spazio tra l’originale e l’opera che un traduttore di poesia compie. Uno spazio veritiero. L’autentica traduzione è quello spazio stesso; il suono di una sola mano.

E tuttavia, è indispensabile un robusto lavoro filologico, ermeneutico, senza il quale ogni traduzione di un grande testo sarà fallimento. Compiuto questo lavoro però, bisogna poi dimenticarlo e lasciare che il testo ti ingoi e ti modifichi. Come se, nel momento in cui ci si avvicina ad esso, si vivesse una metamorfosi e si dimenticasse di essere ciò che si è, per lasciarsi catturare, per diventare il testo stesso. Eppure, anche questo può accadere solo in parte, perché il testo e il suo autore incontrano l’universo del traduttore, che non può che far da filtro, da setaccio, oltre che da crogiuolo. Ed ecco perché due traduzioni di uno stesso testo – intendo ovviamente due buone e dignitose traduzioni – non potranno mai essere uguali. Un po’ come, nel generare un figlio, due patrimoni genetici si uniscono creando combinazioni sempre diverse.

La mia attività di traduttrice letteraria, iniziata in modo più sistematico dal 1981, è legata soprattutto alla narrativa e alla saggistica. Le traduzioni di testi poetici sono la mia vacanza, che però affianca da sempre l’altra attività. Dunque, posso dire di essere costantemente in vacanza.

Così, fra i poeti che mi sono scelta, e che presento in questa piccola antologia, questi sono fra i miei più amati in lingua inglese. Di alcuni propongo più testi, di altri solo qualche esempio. Ma certamente non sono i soli. Impossibile escludere Keats e Shelley, Donne e Hopkins.

Confesso uno specialissimo amore per James Harpur, l’autore su cui, insieme al folklorista Thomas Crofton Croker, ho lavorato di più e più a lungo nel tempo – oltre un decennio per Harpur, molti decenni per Croker –  e non casualmente. Ritengo Harpur uno dei maggiori poeti viventi, non solo in lingua inglese, sicuramente il maggiore poeta irlandese. Ho, nei suoi confronti, molti debiti di riconoscenza, per motivi diretti e indiretti.

Questo è dunque il suono di una sola mano, di ciascuna delle loro mani, che io odo dentro.

Francesca Diano

 

(C)Francesca Diano 2017 RIPRODUZIONE RISERVATA

Jiddu Krishnamurti – da From darkness to light. Traduzione di Francesca Diano

 

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Nella mia limitatissima conoscenza, unita a un’amplissima ignoranza dell’enorme tradizione del pensiero indiano, propongo, con profonda umiltà, alcuni testi poetici di uno dei maggiori pensatori e filosofi moderni – anzi, di tutti i tempi – Jiddu Krishnamurti, pensatore che sfugge ad ogni definizione per l’unicità e l’originalità della sua visione, per la portata rivoluzionaria e spirituale.

La conoscenza della sua opera, così come la sua figura, pur notissime a chi si interessa di pensiero indiano contemporaneo o anche di psicologia del profondo, non è ancora sufficientemente diffusa quanto meriterebbe. Allo stesso tempo, è bene dire che il pensiero di Kishnamurti non ha nulla a che vedere con il mondo un po’ fumoso di certi seguaci modaioli di santoni e filosofie orientali, di discipline olistiche, di Yoga da salotto, quando non addirittura di tardivi epigoni di una New Age che ormai nuova non è più, né ha dato i frutti un tempo sperati. Anzi, è esattamente l’opposto.
Krishnamurti è un rivoluzionario, che ha scardinato, attraverso quelli che lui stesso si rifiutava di definire insegnamenti, le basi di strutture sociali, religioni, tradizioni, istituzioni, credenze, conoscenze acquisite. Per scelta ha decisamente rifiutato di fondare scuole di pensiero, sistemi filosofici, di avere discepoli e seguaci, ha ricusato ogni forma di fede. Ha dichiarato di non appartenere ad alcuna cultura, tradizione, nazionalità, religione o credo. Ha dedicato buona parte della sua lunga vita a girare il mondo, per osservarlo, conoscerlo, incontrare persone d’ogni tipo; dai grandi pensatori, scienziati, filosofi, alla gente comune. Soprattutto per parlare ai giovani, suggerendo loro di ricercare la libertà, di liberarsi dalla paura. Una paura che nasce dalle sovrastrutture che soffocano l’uomo, dalle immagini mentali del sé e della realtà, costruite dalla famiglia, dalla scuola, dalla religione, dalle istituzioni, dalle credenze e dai retaggi. Paure che ingabbiano e obnubilano la visione della verità. E dunque annientano la libertà.
Al centro dell’interesse di Krishnamurti sono il concetto di verità e il rapporto fra l’osservante e l’osservato. Queste sono le parole d’inizio e parti del famoso discorso del 1929, con cui abbandonò il percorso che era stato scelto da altri per lui:
Io sostengo che la Verità è una terra senza sentieri, e che non potete accedere a essa attraverso nessun sentiero, nessuna religione, nessuna setta. […] Nel momento in cui avrete compreso questo, vedrete come non è possibile organizzare una fede. La fede è una cosa strettamente individuale, e non potete e non dovete organizzarla. Se lo fate essa muore, si cristallizza, diventa un credo, una setta, una religione da imporre agli altri. […] La Verità non può essere portata al nostro livello, siamo piuttosto noi che dobbiamo fare lo sforzo di salire al suo. Non potete portare la cima della montagna nella valle […] Questa è perciò la prima ragione per cui, secondo il mio punto di vista, l’Ordine della Stella dev’essere sciolto. È probabile che voi, a dispetto di questo, in futuro formiate altri ordini, continuate ad appartenere ad altri ordini in cerca della Verità. Io non voglio appartenere a nessuna organizzazione di genere spirituale; per favore, cercate di comprenderlo. […] Nessuna organizzazione può condurre il genere umano alla spiritualità.
Se un’organizzazione è creata per questo scopo, diventa una stampella, un fattore d’invalidità, una catena, e necessariamente azzoppa l’individuo e gli impedisce di crescere, di dare forma alla sua unicità, che risiede nella scoperta personale dell’assoluta e incondizionata Verità. E questa è un’altra ragione per cui, poiché capita che ne sia il capo, ho deciso di sciogliere l’Ordine.
Questo non è un atto di mania di grandezza, perché io non voglio seguaci e dico sul serio. Nel momento stesso in cui seguite qualcuno, cessate di seguire la Verità. Non mi interessa se prestate attenzione a ciò che dico o no. C’è una certa cosa che voglio fare nel mondo e la farò senza distogliermi dal mio obiettivo. Uno solo è il mio interesse fondamentale: liberare l’uomo. Voglio liberare l’uomo da tutte le gabbie e da tutte le paure, non fondare religioni e nuove sette, né introdurre nuove teorie e filosofie.
Voi volete avere i vostri dèi, nuovi dèi al posto dei vecchi, nuove religioni al posto delle vecchie, nuove forme in sostituzione delle vecchie, tutte ugualmente prive di valore, tutte barriere, tutte limitazioni, tutte stampelle. Nuove distinzioni spirituali al posto delle vecchie, nuovi culti al posto dei vecchi. Dipendete da un altro per la vostra spiritualità, fate dipendere la vostra felicità da qualcun altro, la vostra illuminazione da qualcun altro; e benché vi siate preparati per me per diciotto anni, quando vi dico che tutto ciò è inutile, quando dico che dovete sbarazzarvene e cercare dentro di voi l’illuminazione, il fulgore, la purezza e l’incorruttibilità del sé, nessuno di voi è disposto a farlo. […]
Non avete bisogno di un’organizzazione basata su un credo spirituale. […] La Verità è in tutti, non è lontana né vicina, è eternamente.
Le organizzazioni non possono farvi liberi. Nessun altro può renderci liberi. […] Voi avete l’idea che solo determinate persone abbiano la chiave del Regno della Felicità. Nessuno la detiene. Nessuno ha l’autorità per farlo.
Coloro che vogliono realmente conoscere, coloro che cercano davvero ciò che è eterno, privo di inizio e privo di fine, cammineranno insieme con grande intensità e costituiranno un pericolo per tutto ciò che è inessenziale, per le irrealtà, per le ombre. Essi si uniranno e diverranno una fiamma, perché comprendono. Voglio creare un’unione così, questo è il mio scopo. Dalla vera comprensione nascerà vera amicizia. Dalla vera amicizia, che voi non sembrate conoscere, nascerà vera cooperazione reciproca. E ciò non a motivo di un’autorità, non in virtù di una salvezza o perché ci si è immolati per una causa, ma perché comprendendo davvero viviamo nell’eterno. Questo supera il maggiore piacere e il più grande sacrificio. […]Voi potete creare altre organizzazioni e aspettare qualcun altro. Questo non è affar mio, come non è affar mio creare nuove gabbie e nuove decorazioni per quelle gabbie. La mia unica preoccupazione è di rendere gli uomini assolutamente, incondizionatamente liberi.

Parlare di pensiero, per Krishnamurti, è già in realtà una contraddizione, poiché, nella sua visione, è proprio il pensiero l’ostacolo a liberarsi dalle immagini da esso stesso proiettate. Dunque, soltanto osservando dall’esterno i meccanismi della mente e dell’io è possibile liberarsi dall’illusoria prigione di immagini mentali e credenze. Occorre annullare la separazione fra colui che osserva e ciò che è osservato, tra noi e la vera natura delle cose. Tra ciò che è e ciò che pensiamo o vorremmo che fosse. Tra il tempo presente e una proiezione nel futuro o nel passato. Tutto è, in un eterno presente.
È quanto emerge da Sono tutto, che singolarmente ricorda un antico testo poetico attribuito al druido Amergin, dal contenuto molto simile.

Krishnamurti non insegna concetti, idee, ma invita continuamente a vedere. Qui e ora, nell’immediato. Qui, nell’eterno presente, è la libertà. Qui l’amore. Come ne Il canto dell’Amato, un testo mistico nel verso senso del termine, dove il Sacro è nella visione dell’eterno presente.
Votarsi alla libertà e a scoprire cos’è l’amore, sono le sole due cose che contano: la libertà e la cosa chiamata amore.”
I testi qui presentati sono tratti da From Darkness to Light, una raccolta di testi poetici e parabole della sua giovinezza.

Jiddu Krishnamurti nacque nel 1895 a Madanapalle, presso Madras, nell’attuale stato dell’Uttar Pradesh e a tredici anni fu notato da un membro della Società Teosofica fondata da Helena Blavatsky, che aveva la sua sede internazionale a Madras. Annie Besant, all’epoca presidente della Società, lo volle adottare, insieme all’amatissimo fratello, con l’intenzione di farne il Maestro del Mondo, il salvatore di cui i teosofi attendevano l’avvento e fece poi loro dare una istruzione di tipo occidentale. Allo scopo di promuovere l’avvento del Maestro del Mondo, la Società fondò l’Ordine della Stella d’Oriente, di cui Krishnamurti venne eletto presidente e che arrivò a contare migliaia di seguaci in tutto il mondo.
Ma nel 1929, dopo la morte del fratello, egli sciolse l’organizzazione, restituì tutto quanto gli era stato dato e rifiutò ogni cosa e ogni ruolo. Da quel momento e fino alla morte, alla soglia dei novant’anni, viaggiò in tutto il mondo, incontrando persone di ogni tipo e cultura, ascoltando e parlando e dedicandosi instancabilmente all’educazione dei giovani, che considerava una questione fondamentale dell’uomo.

Francesca Diano

 

 

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Oh, vieni a sederti accanto a me

Oh, vieni a sederti accanto a me, presso il mare, libero e aperto.
Ti parlerò della calma interiore
E così del profondo silenzio;
Di quella interiore libertà
Come del cielo;
Di quella felicità interiore
Come dell’acqua danzante.

E come la luna traccia ora un sentiero silente sul mare oscuro,
Così accanto a me si stende la chiara via della pura comprensione.
Il dolore che geme si cela sotto un sorriso beffardo.
Il cuore è gravato dal peso dell’amore corruttibile.
L’inganno della mente snatura il pensiero.

Oh, vieni a sederti accanto a me
Libero e aperto.
Come il flusso costante della luce limpida del sole,
Così a te giungerà la tua comprensione.
La paura opprimente dell’attendere ansioso
Ti lascerà come l’acqua recede di fronte all’impeto dei venti.

Oh, vieni a sederti accanto a me.
Conoscerai la comprensione del vero amore.
Come la mente scaccia le nubi cieche,
Così il chiaro pensiero scaccerà il tuo bruto pregiudizio.

La luna s’è innamorata del sole
E le stelle colmano il cielo del loro riso.

O, vieni a sederti accanto a me
Libero e aperto.

 

Ah, Come Sit Beside Me

Ah, come sit beside me by the sea, open and free.
I will tell thee of that inward calmness
As of the still deep;
Of that inward freedom
As of the skies;
Of that inward happiness
As of the dancing waters.

And as now the moon makes a silent path on the dark sea,
So beside me lies the clear path of pure understanding.
The groaning sorrow is hid under a mocking smile,
The heart is heavy with the burden of corruptible love,
The deceptions of the mind pervert thought.

Ah, come sit beside me
Open and free.
As the even flow of clear sunlight,
So shall thine understanding come to thee.
The burdensome fear of anxious waiting
Shall go from thee as the waters recede before the rushing winds.

Ah, come sit beside me,
Thou shalt know of the understanding of true love.
As the mind drives the blind clouds,
So shall thy brutish prejudice be driven by clear thought.

The moon is in love with the sun
And the stars fill the skies with their laughter.

Oh, come sit beside me
Open and free.

 

Sono tutto

Sono l’azzurro firmamento e la nube nera,
Sono la cascata ed il suo suono,
Sono l’idolo inciso nella pietra e il sasso sulla strada,
Sono la rosa e i suoi petali che cadono,
Sono il fiore di campo e il sacro loto,
Sono l’acqua lustrale e lo stagno immobile,
Sono l’albero che fra i monti torreggia,
E foglia d’erba sul sentiero tranquillo.
Sono la tenera foglia appena nata e il fogliame sempreverde.

Sono il barbaro e il saggio,
Sono l’empio ed il pio,
Sono il non divino e il divino,
Sono la prostituta e la vergine,
Sono il liberato e l’uomo immerso nel tempo,
Sono l’indistruttibile e il distruttibile,
Sono la rinuncia e l’orgoglioso possessore,
Io sono tutto
Pochi mi conoscono.

Non sono né Questo né Quello,
Non sono distaccato né attaccato,
Non sono né il cielo né l’inferno – pochi mi conoscono –
Non sono né filosofie né credenze,
Non sono né il Maestro né il discepolo.
O amico,
Ogni cosa contengo.

Limpido come sorgente di montagna io sono
Semplice come la nuova foglia a primavera.

Felici sono coloro
Che mi incontrano.

 

I Am All

I am the blue firmament and the black cloud,
I am the waterfall and the sound thereof,
I am the graven image and the stone by the wayside,
I am the rose and the falling petals thereof,
I am the flower of the field and the sacred lotus,
I am the sanctified waters and the still pool,
I am the tree that towereth among the mountains
And the blade of grass in the peaceful lane,
I am the tender spring leaf and the evergreen foliage.

I am the barbarian and the sage,
I am the impious and the pious,
I am the ungodly and the godly,
I am the harlot and the virgin,
I am the liberated and the man of time,
I am the indestructible and the destructible,
I am the renunciation and the proud possessor.
I am all
Few know me.

I am neither This nor That,
I am neither detached nor attached,
I am neither heaven nor hell — few know me —
I am neither philosophies nor creeds,
I am neither the Guru nor the disciple.
O friend,
I contain all.

I am clear as the mountain stream,
Simple as the new spring leaf.

Happy are they
That meet with me.

 

Ho percorso un sentiero nella giungla

Ho percorso un sentiero nella giungla
Che aveva tracciato un elefante,
E intorno a me un intrico selvaggio.
Voce della desolazione colma la pianura lontana.
E la città è piena del rumore di campane di un alto tempio.
Oltre la giungla gli alti monti,
Calmi e limpidi.
Nella paura della Vita
Si crea la tentazione del dolore.

Abbatti la giungla – non un semplice albero,
Poiché la Verità si raggiunge
Eliminando tutto ciò che hai seminato.
Ed ora cammino con l’elefante.

 

I walked on a path through the jungle

I walked on a path through the jungle
Which an elephant had made,
And about me lay a tangle of wilderness.
The voice of desolation fills the distant plain.
And the city is noisy with the bells of a tall temple.
Beyond the jungle are the great mountains,
Calm and clear.

In the fear of Life
The temptation of sorrow is created.

Cut down the jungle — not one mere tree,
For Truth is attained
By putting aside all that you have sown.
And now I walk with the elephant.

 

Il canto dell’Amato

Oh! Ascolta,
Ti canterò il canto del mio Amato.

Dove i morbidi pendii verdi dei monti silenziosi
Incontrano l’acqua azzurra e lucente del mare sonante,
Dove il torrente gorgogliante grida in estasi,
Dove gli stagni immobili riflettono la calma del cielo,
Lì ti incontrerai con il mio Amato.

Nella vallata, dove la nube grava in solitudine
Cercando per riposarsi la montagna,
Nel fumo quieto che sale verso il cielo,
Nel villaggio verso il sole che tramonta,
Nei serti sottili delle nubi che svaniscono in fretta,
Lì tu ti incontrerai con il mio Amato.

Fra le cime danzanti degli alti cipressi,
Fra gli alberi nodosi antichi per l’età,
Fra i cespugli impauriti abbarbicati alla terra,
Fra gli alti rampicanti che pendono pigri,
Lì tu ti incontrerai con il mio Amato.

Nei campi arati, dove uccelli chiassosi trovano nutrimento,
Sul sentiero ombroso che si snoda lungo il fiume colmo e immobile,
Presso le rive lambite dall’acqua,
Fra gli alti pioppi che senza posa giocano col vento,
Nell’albero che il fulmine ha ucciso la scorsa estate,
Lì tu ti incontrerai con il mio Amato.

Nel silenzio dei cieli azzurri
Dove terra e cielo si incontrano
Nell’aria soffocante,
Nel mattino carico d’incenso,
Tra le ombre intense del meriggio,
Tra le ombre lunghe della sera,
Tra le nubi gaie e radiose del sole che tramonta,
Lungo il sentiero sull’acqua al termine del giorno.
Lì tu ti incontrerai con il mio Amato.

Nell’ombra delle stelle,
Nella calma profonda delle notti oscure,
Nel riflesso della luna su acque immote,
Nel grande silenzio che precede l’alba,
Fra i sussurrii degli alberi al risveglio,
Nel grido mattiniero dell’uccello,
Fra il risveglio delle ombre,
Fra le cime illuminate di montagne lontane,
Nel volto assonnato del mondo,
Lì tu ti incontrerai con il mio Amato.

Tacete o acque danzanti,
E ascoltate la voce del mio Amato.

Nelle risa felici dei bambini
Lo puoi sentire.
La musica del flauto
È la Sua voce.
Il grido sbigottito di un Uccello solitario
Muove il tuo cuore al pianto.
Poiché hai sentito la Sua voce.
Il ruggito del mare millenario
Risveglia le memorie
Che ninnandole ha fatto addormentare
La Sua voce.
La brezza dolce che muove
Pigramente le cime degli alberi
Ti porta il suono
Della Sua voce.

Il tuono fra i monti
Ti colma l’anima
Della potenza della Sua voce.
Nel ruggito della città vasta,
Attraverso le voci della notte,
Il pianto di dolore,
Il grido di gioia,
Attraverso la bruttezza dell’ira,
Giunge la voce del mio Amato.

Nelle lontane isole azzurrine,
Sulla tenera goccia di rugiada,
Sull’onda che s’infrange,
Sul lucore dell’acqua,
Sopra l’ala di un uccello in volo,
Sulla tenera foglia a primavera,
Potrai vedere il volto del mio Amato.

Nel tempio sacro,
Nelle sale da ballo,
Sul volto santo del sannyasi,
Nel vacillare dell’ubriaco,
Con la prostituta e con la casta,
Lì tu ti incontrerai con il mio Amato

Nei campi in fiore,
Nelle città sporche e squallide,
Con il puro e l’impuro,
Nei fiori che celano il divino,
Lì si trova il mio bene-Amato.
Oh! Il mare
È penetrato nel mio cuore,
In un giorno,
Sto vivendo cento estati.
O amico,
In te contemplo il mio viso,
Il viso del mio bene-Amato.

È questo il canto del mio amore.

 

Song of the Beloved

Oh! Listen,
I will sing to thee the song of my Beloved.

Where the soft green slopes of the still mountains
Meet the blue shimmering waters of the noisy sea,
Where the bubbling brook shouts in ecstasy,
Where the still pools reflect the calm heavens,
There thou wilt meet with my Beloved.

In the vale where the cloud hangs in loneliness
Searching the mountain for rest,
In the still smoke climbing heavenwards,
In the hamlet toward the setting sun,
In the thin wreaths of the fast disappearing clouds,
There thou wilt meet with my Beloved.

Among the dancing tops of the tall cypress,
Among the gnarled trees of great age,
Among the frightened bushes that cling to the earth,
Among the long creepers that hang lazily,
There thou wilt meet with my Beloved.

In the ploughed fields where noisy birds are feeding,
On the shaded path that winds along the full, motionless river,
Beside the banks where the waters lap,
Amidst the tall poplars that play ceaselessly with the winds,
In the dead tree of last summer’s lightning,
There thou wilt meet with my Beloved.

In the still blue skies,
Where heaven and earth meet
In the breathless air,
In the morn burdened with incense,
Among the rich shadows of a noon-day,
Among the long shadows of an evening,
Amidst the gay and radiant clouds of the setting sun,
On the path on the waters at the close of the day,
There thou wilt meet with my Beloved.

In the shadows of the stars,
In the deep tranquility of dark nights,
In the reflection of the moon on still waters,
In the great silence before the dawn,
Among the whispering of waking trees,
In the cry of the bird at morn,
Amidst the wakening of shadows,
Amidst the sunlit tops of the far mountains,
In the sleepy face of the world,
There thou wilt meet with my Beloved.

Keep still, O dancing waters,
And listen to the voice of my Beloved.

In the happy laughter of children
Thou canst hear Him.
The music of the flute
Is His voice.
The startled cry of a lonely bird
Moves thy heart to tears,
For thou hearest His voice.
The roar of the age-old sea
Awakens the memories
That have been lulled to sleep
By His voice.
The soft breeze that stirs
The tree-tops lazily
Brings to thee the sound
Of His voice.

The thunder among the mountains
fills thy soul
With the strength
Of His voice.
In the roar of a vast city,
through the voices of the night,
The cry of sorrow,
The shout of joy,
Through the ugliness of anger,
Comes the voice of my Beloved.

In the distant blue isles,
On the soft dewdrop,
On the breaking wave,
On the sheen of waters,
On the wing of the flying bird,
On the tender leaf of the spring,
Thou wilt see the face of my Beloved.

In the sacred temple,
In the halls of dancing,
On the holy face of the sannyasi,
In the lurches of the drunkard,
With the harlot and with the chaste,
Thou wilt meet with my Beloved.

On the fields of flowers,
In the towns of squalor and dirt,
With the pure and the unholy,
In the flower that hides divinity,
There is my well-Beloved.

Oh! the sea
Has entered my heart,
In a day,
I am living an hundred summers.
O, friend,
I behold my face in thee,
The face of my well-Beloved.

This is the song of my love

 

Non ho nome

Non ho nome,
Sono come la brezza fresca di montagna.
Non ho rifugio;
Sono l’acqua vagante.
Non ho santuario, come gli dei oscuri;
Né sono fra le ombre dei templi profondi.
Non ho testi sacri;
Né sono radicato nella tradizione.
Non sono nell’incenso
Che sale sugli alti altari,
Né nella pompa delle cerimonie.
Non sono né negli idoli scolpiti
Né nell’intenso canto di voce melodiosa.
Non sono legato alle teorie
Né corrotto dalle credenze.
Non sono impastoiato nei legami di una religione
Né nella pia agonia dei suoi preti.
Non sono intrappolato dalle filosofie
Né in potere delle loro sette.
Non sono né alto né basso.
Sono l’adoratore e l’adorato.
Sono libero.
Il mio canto è il canto del fiume
Che invoca il mare aperto,
Vagando, vagando,
Io sono Vita.
Non ho nome,
Sono come la fresca brezza di montagna.

 

I have no name

I have no name,
I am as the fresh breeze of the mountains.
I have no shelter;
I am as the wandering waters.
I have no sanctuary, like the dark gods;
Nor am I in the shadow of deep temples.
I have no sacred books;
Nor am I well-seasoned in tradition.
I am not in the incense
Mounting on the high altars,
Nor in the pomp of ceremonies.
I am neither in the graven image,
Nor in the rich chant of a melodious voice.
I am not bound by theories,
Nor corrupted by beliefs.
I am not held in the bondage of religions,
Nor in the pious agony of their priests.
I am not entrapped by philosophies,
Nor held in the power of their sects.
I am neither low nor high,
I am the worshipper and the worshipped.
I am free.
My song is the song of the river
Calling for the open seas,
Wandering, wandering,
I am Life.
I have no name,
I am as the fresh breeze of the mountains.

 

(C)2017 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Anssimene di James Harpur tradotto da Francesca Diano

 

Transport XIII

Photo (C) Eric J. Heller.

La foto dello scienziato Eric J. Heller, valente studioso di fisica quantistica, rappresenta due diversi tipi di caos; il primo è l’effetto di un’onda quantica sulla superficie di una sfera, il secondo rappresenta percorsi caotici di elettroni lanciati a diverse angolazioni da un punto specifico. L’ho trovata meravigliosamente adatta a illustrare lo splendido testo di Harpur, perché è come se la scienza ai suoi albori, che si fondeva con la filosofia e la poesia, si potesse riconoscere nei suoi più recenti sviluppi, quando, come in questo caso, la scienza è arte essa stessa. Nel leggere il testo di Harpur, che non è ispirato, si badi bene, a questa immagine, sono rimasta profondamente colpita da come i suoi versi sembrino invece descriverla e commentarla. Descrivere cioè, con il linguaggio quasi mistico della sua coltissima poesia, le strutture più profonde e invisibili della materia.

F. D.

 

Anassimene

 

L’anima nostra è aria, guarda il respiro

Che entra gelido, riappare

Fantasma che s’arriccia mentre cammini all’alba

Fra boschi di pini che s’estendono

Sulle colline sulla città dormiente.

 

Come in basso così in alto. Un inverno in cui

Gli arbusti si rattrappirono in nudi agglomerati

Le querce e i faggi, gli sfavillanti salici

Lasciarono la luce scorrere lungo gli spogli rami;

Quando l’erba decrebbe, si sciolsero i cespugli

E la foresta spalancò i suoi sentieri

Come canali che dopo la meditazione si liberano

Quando il sole velato si fermò

All’improvviso ebbi la visione –

Creazione come momento non creato

Lo pneuma è un flusso ininterrotto

Di mobilità infinita e delicatezza

Che assume sempre rinnovate forme,

Una luce che nulla perde di se stessa

Mentre si materializza nel mondo

E si sposta come uno sciame d’api

Per dar forma a nuove particole di senso:

L’aria s’andò addensando in foschia

Poi lentamente s’ingrossò in pioggia

Che creò attrito, cadde a schizzi

Nei solchi e riempì le pozzanghere

Poi più s’addensò in fango e melma

Che il tempo avrebbe indurito come pietra

O per rarefazione ritrasformata in bruma

Per sollevarsi ancora diluendosi in aria

E rarefarsi ancora sempre più –

Raffinandosi e ancora raffinandosi

In oscillanti granuli di fiamma

Fluenti verso l’alto in piccole faville

Per riunirsi in pozze ardenti a risplendere

Dall’emisfero delle tenebre

In forma di stelle e di luna e di sole.

****

Anaximenes

 

Our souls are air, just watch the breath

That enters icy, reappears

A curling ghost on early morning walks

Through groves of pines that stretch

Along the hills above the sleeping town.

 

As below, so above. One winter, when

Shrubs shrank in naked tangles

Oaks and beeches, flashing willows

Let light glide through bare branches;

When grass subsided, bushes melted

And the forest opened up its paths

Like channels clearing after meditation

When the shrouded sun stood still

I suddenly saw the vision –

Creation as an uncreated movement

The pneuma in a never-ending stream

Of infinite mobility and tenderness

Assuming ever-fresher forms,

A light that loses nothing from itself

Materializing in the world

And shifting like a swarm of bees

To shape new particles of meaning:

Air was thickening into mist

Then slowly coarsened into rain

Which gathered friction, splashed

In ruts and filled up pools

Grew denser into slush and mud

That time would harden into stone

Or turn by rarefaction back to mist

To rise up thinning into air again

Then growing rarer still –

Refining and refining further

Into flickering grains of flame

Streaming up in sparklings

To coalesce in fiery pools to shine

From the hemisphere of darkness

As stars and moon and sun.

 

(C) by James Harpur – (per la traduzione Francesca Diano) RIPRODUZIONE RISERVATA

Verniciatura – una poesia di Neal Hall tradotta da Francesca Diano

NEAL HALL

 

 

Verniciatura[1]

 

Perfezione artificiosa,

sparsa superficialmente con uniformità su irregolarità di superficie,

a nascondere imperfezioni emerse dall’interno;

manifestazioni visibili di intimi timori del timore, e

bugie coreografate attorno a cui danziamo

per far girare la verità.

 

Una banconota malamente contraffatta

da cento dollari, ben tesa

per avvolgere un rotolo di biglietti da uno

 

falsi sorrisi amichevoli

che laminano la superficie del nostro odio

 

una calza di satin liscio e setoso

che tessiamo a coprire i piedi ruvidi

su cui andiamo danzando in giro la verità.

 

Verniciatura

 

questo laminato,

questa immacolata concezione concepita per resistere all’inferno

la fabbrichiamo per indossarla, per coprire le nostre tracce le nostre code

per coprire i furti che compiamo,

quando uccidiamo,

quando rendiamo falsa testimonianza nel buio

abisso sotto la superficie di quegli

strati di laminato ben poco aderenti:

non rubare,

non uccidere,

non dire falsa testimonianza.

 

Verniciatura

 

una tenda Marquise a mascherare maschere di pulizia e rinascita,

facciate che altro non sono se non

una maggior piacevole apparenza,

non più che un più attraente materiale di superficie

di bugie superficiali dal sottile rivestimento, che rivestono appena

chi veramente siamo e che s’annida sotto le menzogne

della purga e della rinascita dell’anima.

 

Verniciatura

 

questo intarsio di due, a ricoprire uno, sopra inserito

per dividere l’uno in due metà

che mai furono intese: un tu, un me,

un giusto, uno sbagliato, un nero, un bianco,

luce nera sintetizzata che emette

composti fluorescenti di oscurità artefatta,

a proiettare ombre ottenebrate

sotto cui nascondiamo i mali della nostra superficie.

 

Riverniciati

 

Noi siamo, manichini fabbricati,

modelli la cui superficie è una natura morta, abbigliati

con abiti monogrammati da vetrina,

facciate sotto cui sanguiniamo per negazioni di sangue,

avvolti in strati diafani di false verità

con cui celiamo la nostra vera essenza per apparire

più amorevoli nel nostro falso amore,

più tolleranti nella nostra tolleranza sintetica

più umani nella nostra umanità inumana

come appariamo falsamente essere

per mascherare quello che siamo diventati…

 

una banconota malamente contraffatta

da cento dollari, ben tesa

per avvolgere un rotolo di biglietti da uno

 

falsi sorrisi amichevoli

che laminano la superficie del nostro odio

 

una calza di satin liscio e setoso

che tessiamo a coprire i piedi ruvidi

su cui andiamo danzando in giro la verità…

 

 

Veneer

 

Articial perfection,

evenly spread superficially across surface irregularities,

concealing surfaced inner imperfections;

outward manifestations of inner fears of fear, and

choreographed lies we dance around

to spin around the truth.

 

An ill-fitted counterfeit

hundred dollars bill, stretched

to fit over a folded wad of ones

 

a forged friendly smile

laminated the surface of our hate

 

a smooth silky satin sock

we weave to cover rough feet

we dance around the truth upon.

 

Veneer

 

this laminate

this conceived hell-resistant immaculate conception

we fabricate to wear, to cover our trail to cover our tails

to cover when we steal,

when we kill,

when we bear false witness in the dark

abyss beneath the surface of those

loosely adherent layered laminates;

thou shalt not steal,

thou shalt not kill,

thou shalt not bear false witness.

 

Veneer

 

Marquise masquerading masks of cleansing and rebirth,

facades that are no more than

a more pleasing appearance,

no more than a more desirable surface material

of skim coat surface lies, thinly coating

who we really are lurking beneath the lies

of soul cleansing and rebirth

 

Veneer

 

this inlay of two, overlying one, added on top

to divide the one into two halves one

was never meant to be: a you, a me

a wrong, a right, a black, a white,

synthesized black light emitting

florescent composites of manufactured darkness,

casting unenlightened shadows

we hide our surface woes beneath.

 

Veneer’d

 

we are, manufactured mannequins,

still life surface paragons, dressed up

in monogrammed windows dressings,

facades beneath which we bleed sanguineous denials,

shrouded in diaphanous layers of artificial truths

we cover our true selves in to appear

more loving in our false love,

more tolerant in our synthetic tolerance

more human in our inhuman inhumanity

we falsely appear to be,

to cover over what we have become…

 

An ill-fitted counterfeit

hundred dollars bill, stretched

to fit over a folded wad of ones

 

a forged friendly smile

laminated the surface of our hate

 

a smooth silky satin sock

we weave to cover rough feet

we dance around the truth upon.

 

 

[1] Ho scelto di tradurre l’inglese Veneer, letteralmente “impiallacciatura, rivestimento, vernice, fig. apparenza superficiale”, con “verniciatura” nel senso di patina fittizia stesa sopra a nascondere le pecche. (N.d.T.)

 

(C) Neal Hall e Francesca Diano per la traduzione. RIPRODUZIONE RISERVATA

James Harpur – un moderno neoplatonico, di Francesca Diano

James Harpur ((c) Le#293E83

 

Pubblico qui l’introduzione alla mia monografia di James Harpur, (Introduzione e antologia di traduzioni) pubblicata sul N°304 di Poesia Crocetti Editore, Maggio 2015.  

F.D.

 

In un primo momento abbaglia, poi stordisce, poi oscura, poi consola. Infine illumina, seppur di una flebile luce, la tenebra in cui ti ha fatto penetrare. È quanto si prova nel leggere la parola di James Harpur e il suo inglese corrusco.

Un lungo percorso di ricerca escatologica, tanto personale quanto collettiva, il suo, che emerge chiarissimo dalle sue stesse parole. “Sono giunto alla poesia solo negli anni dell’università. D’un tratto mi sono trovato ad obbedire a un impulso sotterraneo e decisi che la poesia era un’impresa nobile e un mezzo per esplorare le fondamentali questioni spirituali, quali l’esistenza di un Dio, se la vita abbia un senso, cosa c’è dopo la morte, ecc. questioni che nella mia vita sono sempre state una forza centrale e propulsiva. Forse tutti quegli uomini di chiesa nel mio DNA… La poesia mi apparve una missione, il mezzo che mi avrebbe permesso di penetrare l’escatologia della vita o, almeno, di venire a patti con i miei rapporti personali, con i grandi temi dell’esistenza. Da questo punto di vista, per me scrivere era ed è tuttora un’attività sacra, quasi quanto la meditazione e la preghiera.” [1]

Non sono molti, oggi, i poeti che vedono nella poesia un’attività che li collega al divino, così com’era alle sue origini. Ma Harpur è un poeta delle origini. Un Urdichter, si potrebbe dire, poiché la sua poesia attinge proprio a quel magma originario da cui la Parola emerge come lògos, come portatrice di tutti i significati possibili e, allo stesso tempo, come potenza ordinatrice dell’universo. Che separa, distingue, nomina e ordina.

Che questa sia la funzione che Harpur le attribuisce è forse sommamente evidente nel lungo poemetto Voices of the Book of Kells, (Voci del Libro di Kells) esplorazione della genesi di questo prodigioso Evangeliario miniato, dell’animo degli anonimi monaci irlandesi che lo miniarono e, allo stesso tempo, della genesi dell’arte. In quella sfera misteriosa della creazione, che è anche lotta costante fra la materia e lo spirito.

Nato in Inghilterra nel 1956, da padre irlandese e madre inglese, di antiche ascendenze anglonormanne, Harpur tiene a spiegare che il significato originario del suo cognome, documentato già nel XII secolo, è arpista, dunque poeta. Lo fu sicuramente un suo antenato. Ma discende anche da una tradizione familiare di uomini di chiesa, Church of Ireland, come lo fu suo nonno e altri prima di lui. Tuttavia Harpur ha scelto un’altra strada.  In lui si sono fuse l’anima dell’arpista medievale e quella del mistico. Perché Harpur è un cantore del Sacro. Nel senso più ampio del termine.

La sua prima raccolta organica, A Vision of Comets, (Anvil Press) è del 1993 e raccoglie buona parte dei testi poetici scritti durante il suo soggiorno a Creta, dove ha vissuto per un anno insegnando inglese. L’isola egea gli fa esplodere dentro una potenza poetica e visionaria che diventerà negli anni la sua voce originale, e la poesia che dà titolo alla raccolta ne è riconoscimento e accoglimento.

Le raccolte successive, The Monk’s Dream, 1996 Oracle Bones, 2001 The Dark Age, 2007, Angels and Harvesters, 2012, tutte edite da Anvil Press, insieme a The Gospel of Joseph of Arimathea, (Iona Books) 2007 e Voices of the Book of Kells, 2012, confermano la natura esplorativa di questa ricerca, attraverso i due elementi che raccolgono e  alimentano la poesia di Harpur: la luce e la tenebra, che non solo non le è opposta, ma le è complemento speculare ed essenziale.

Uno degli aspetti più profondi e significativi della mentalità celtica è la fascinazione per tutto ciò che è passaggio, trasformazione, per il liminale, per quello spazio e quel tempo che si insinuano fra il momento in cui tutto finisce e quello in cui tutto inizia di nuovo, secondo un tempo ciclico, per quello iato abissale che si apre sul mistero che irrompe fra il “non più” e il “non ancora”. Il non casuale twilight di Yeats.  Questo spazio incommensurabile, temibile nel quale si inoltra il pensiero del mistico e dell’artista.

È questo spazio che Harpur esplora. Perché per lui il faticoso e misterioso processo creativo è simile a quello della ricerca spirituale. Lo afferma più volte lui stesso. Un’avventurosa, travagliata esplorazione come uomo e come artista, non immune dal dolore, che tanto somiglia al fortunoso viaggio di Brendano, cui del resto Harpur dedica in The Dark Age un testo qui presentato.

Come dice Adam Zagajevski, “nella poesia si mette ciò che non si sa”. Ma il non sapere richiede che solidi siano i supporti da cui muovere. Per non perdersi nelle fauci del nulla. Il percorso che Harpur si è scelto quindi, chiede strumenti adatti. La sua formazione classica (conosce perfettamente il greco e il latino e gli autori della classicità, di cui ha fatto alcune traduzioni) lo spinge ad esplorare le possibilità che la metrica antica, greca soprattutto, offre alla sua lingua. Trimetro giambico, pentametro, distico elegiaco suonano nel suo inglese con lo stesso elegante equilibrio classico dei testi redatti dagli antichi monaci e santi irlandesi che preservarono la cultura antica e la mantennero viva nelle abbazie, nei cenobi e nei monasteri da loro fondati. Ma l’attingere al patrimonio metrico degli antichi non è solo un espediente tecnico, è l’attingere direttamente alla fonte poetica di quella cultura, da cui non si sente affatto separato o lontano.

Tipicamente irlandese è questa fusione armonica – quasi un fluire dell’una nell’altro –  fra l’antica cultura celtica, rutilante di meandri, miti visionari, eroi luminosi anche se sconfitti, percorsi circolari e un cristianesimo coltissimo, esplorativo, costellato di santi anacoreti, misticismo, bizzarria e magia. Una spiritualità in fondo non poi così diversa, nelle sue componenti, da quanto l’ha preceduta in quell’isola.

Ed è infatti questo momento aurorale del cristianesimo, irlandese, ma anche greco e siriaco,  che affascina Harpur.  Non meno del lento estinguersi dell’antica tradizione classica nei suoi epigoni. Si veda la sua traduzione di Boezio dal titolo  The Fortune’s Prisoner, oppure L’augure a riposo, in Ossa oracolari;  non meno del patrimonio mitologico  celtico, che è costantemente presente in sottofondo.

Nell’interazione fra questi due momenti nella storia dell’Occidente, fra il paganesimo e il cristianesimo, fra l’antico e la modernità,  Harpur non legge solo il passaggio fra due epoche, fra due culture, ma un aspetto ben più profondo e inquietante; la lotta, appunto, fra natura e spirito. Come è nel mito di fondazione della conversione irlandese al cristianesimo da parte di San Patrizio, in cui i serpenti che egli scaccia dall’Irlanda, non sono altro che i pericolosi “rettili della mente” di Blake, niente affatto sconfitti.

“Il mio rapporto con la religione, col Cristianesimo e la chiesa è complesso. Mi considero un agnostico rinato, o un ricercatore spirituale. Sono attratto dai mistici di ogni religione e cultura, da Meister Eckhart a Rumi, a Kabir e dal più profondo e radicale maestro spirituale dei tempi moderni che io abbia mai incontrato, J. Krishnamurti. Nutro profonda diffidenza nei riguardi delle strutture religiose istituzionali e delle gerarchie e mi piace il commento di Blake, che, per il culto religioso, un pub sarebbe un luogo migliore di una chiesa”, afferma ancora Harpur nell’intervista già citata.

Fra quelle che Harpur definisce “questioni che nella mia vita sono state forza centrale e propulsiva”, non di secondaria importanza è il problema del fato, il chiedersi se un destino segnato esista, se lo si possa cambiare. È sicuramente centrale in The Monk’s Dream, raccolta pubblicata nel 1996, successivamente alla morte del padre. La poesia che dà il titolo alla raccolta si riferisce alle sospette circostanze della morte del poco amato re Guglielmo II (1056- 1100) in un incidente di caccia. Pare che un anonimo monaco avesse sognato la fine del re e l’avesse fatto avvertire, ma questo non cambiò il fato che lo attendeva. La sezione centrale di questa raccolta è dedicata interamente alla malattia, alla morte e ai funerali del padre di Harpur ed è una lunga meditatio mortis, ma anche una profonda riflessione sul destino finale di ogni vita. E ancora ritorna, come questione aperta, in Ossa oracolari, dove l’eroe nazionale Cuchulainn, protagonista del ciclo mitologico dell’Ulster, sfida il proprio destino già segnato, ignorando volutamente i segni premonitori e i tabù che non potrebbe infrangere, andando consapevolmente verso la morte. Morendo da eroe e da uomo libero.

Fondamentale è stata per lui, in età giovanile, la lettura di Jung e la scoperta della sua teoria dell’inconscio collettivo, che gli dischiudono una nuova visione del mito, quale narrazione fondante della psiche. Così Harpur legge, nelle vite dei santi, talvolta bizzarre e sorprendenti, una ricchezza di miti e leggende non meno articolati e variegati di quelli del mondo pagano e classico, tale da tracciare una mappa della psiche umana.

In questa inesausta ricerca della luce del Sacro attraverso la tenebra della psiche, individuale e collettiva, e della storia dell’uomo, Harpur conversa con i santi e i mistici e gli asceti pagani e cristiani, talvolta anonimi o immaginari, spesso realmente esistiti, ai quali non di rado dà voce. Con Jakob Böhme, con Giuliano di Norwich, con Richard Rolle, con Marguerite Porete. E, soprattutto, in un poemetto di circa 400 versi, con San Simeone lo Stilita, l’anacoreta la cui vita è una parabola della via negationis  che, non potendo fuggire dal mondo in orizzontale, lo fuggì in verticale, dimorando per trentasette anni su di una colonna alta quindici metri. Negando se stesso, la propria natura, la propria umanità, il mondo, alla ricerca dell’Assoluto. Ma solo per accorgersi poi, che il mondo accorreva a frotte verso di lui, talché sotto la sua colonna, come dice Harpur, si radunava una sorta di permanente Woodstock!

San Simeone, come lo scrittore, come il poeta, ha sete d’isolamento, di solitudine, ma come l’artista creatore, comprende poi di non poter trascendere, di non poter negare il mondo, così come lo comprese Faust.

Sostenute da un virtuosismo linguistico prodigioso, da una perizia tecnica degna di un antico bardo irlandese, tensione, ascensione, sete e cerca sono i punti nevralgici della sua poesia – poesia mistica, religiosa si potrebbe dire, consapevoli che per Harpur un mistico è anche l’artista – che forse ha solo in Gerard Manley Hopkins, seppur in modo e con origine del tutto diversi, un predecessore in lingua inglese. Forse soprattutto nella ricerca di un metro nuovo, di una lingua nuova, capaci di esprimere l’ineffabile, l’invisibile, l’ascesi, ma che nascono dalla consuetudine con l’antico,  ponendosi Harpur volutamente al di fuori delle correnti contemporanee postmoderne, e  tantomeno limitandosi a un chiuso mondo, in cui l’io rimane prigioniero delle cose cui arriva la sua vista fisica. No, il mondo di Harpur è fatto più di visioni, di rivelazioni che dalle cose emanano – della capacità di vedere il miracolo, il mistero,  irrompere nel quotidiano, come nel testo Angeli e mietitori che dà il nome all’ultima raccolta – e non ha confini né di tempo né di luogo. Ė terra incognita, l’oceano sconosciuto su cui si avventuravano Brendano e i suoi monaci alla ricerca dell’Isola dei Beati, incontrando nel corso del viaggio mostri minacciosi e dèmoni. È la sua stessa anima di poeta e di uomo.

L’uso di immagini sorprendenti e inattese, il concatenarsi delle metafore, la fluidificazione del mito, che scorre potente verso di noi con l’ardore bruciante della fiamma ma con veste rinnovata, e della sua potenza visionaria, la profonda conoscenza del patrimonio culturale dell’Irlanda celtica, della cultura classica, della tradizione cristiana, l’uso sottilissimo del linguaggio, fanno di Harpur il più irlandese dei poeti irlandesi. Perché è su queste basi culturali che si è formata l’Irlanda moderna.

Tutta la sua produzione poetica è un unico, ininterrotto dialogo, che fluisce lungo quel costone semi-illuminato che è il passaggio dal mondo antico e pagano alla modernità, e dalla modernità alla contemporaneità.

È una poesia fortemente impregnata di spiritualità dunque, molto nella grande tradizione  poetica bardica irlandese, ma una spiritualità che ha una profondissima connessione con la modernità.

Il travaglio del passaggio da un’epoca a un’altra infatti è l’eco del nostro, le domande  che torturano i suoi asceti, cristiani e pagani, i dubbi che attanagliano i suoi uomini,  i suoi peccatori, i suoi indovini, i suoi monaci, sospesi tra un mondo e un altro, sono i nostri, la fine drammatica  di un’epoca che si avvia incerta verso l’ignoto è la nostra.

 

Francesca Diano

[1] Intervista su Poetry Ireland Review, N° 105 Inverno, 2011/12

 

(C)2015 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Quaderno di traduzione

NOTA

Riporto qui alcune mie riflessioni sulla traduzione letteraria da un post pubblicato su Moltinpoesia, per cui ringrazio Ennio Abate che mi ha voluta gentilmente opsitare e che, da me scritte in forma di commenti, hanno preso alla fine, grazie ai numerosissimi commenti di altri, ( ringrazio di cuore per questo Erminia, Emy, Rosanna, Larry, Giorgio), la forma di un piccolo seminario sulla traduzione.
Per me è stata un’utilissima occasione di dare rilievo ad alcuni aspetti che, mi accorgo, sono frutto della mia ormai lunga esperienza e in fondo posso dire formino la mia idea di traduzione letteraria.
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Per me diventare traduttrice è stato un caso – se mai caso esiste. Ho iniziato a farmi le ossa quando a 16 anni mio padre mi diede un piccolo preziosissimo libro , in una traduzione francese dall’originario giapponese, Il libro del Tè di Kakuzo Okakura, e mi disse: traduci! Io il francese lo mastico molto male, non l’ho mai veramente studiato e gli dissi che era impossibile. Mi rispose che niente è impossibile se lo vogliamo col cuore. Così mi ci misi e la cosa strana era che…capivo.
Poi ho davvero iniziato nel modo più duro che si potesse immaginare, quando ho tradotto dal tedesco, lingua che invece ho studiata, uno dei testi più difficili che ci si possa trovare in mano, un testo di un grandissimo critico d’arte viennese dei primi del 900, la Grammatica storica delle arti figurative , di Alois Riegl,(mia traduzione  poi pubblicata da Cappelli nel 1983).
Iniziai la traduzione per la mia tesi su quel libro e la seguitai anche dopo. Ci misi due anni. Questo perché nel frattempo facevo altre cose e perché il tedesco di questo autore è il più difficile e specialistico che ci sia. In seguito ho tradotto un libro meraviglioso, quello che ha cambiato la mia vita. Un libro antico di leggende irlandesi. Le Leggende e tradizioni dell’Irlanda meridionale  di Thomas Crofton Croker. All’inizio lo tradussi per i miei bambini, solo in seguito cercai un editore. Da quel libro è iniziata una collaborazione costante anche come consulente editoriale con un grande editore, per il quale costruii gli inizi di una collana di autori indiani, molti dei quali ho tradotto, tra cui Anita Nair che allora era giovane e sconosciuta. Ma nel numero dei molti autori tradotti, solo  tre  sono grandi autori: T.C. Croker, Sudhir Kakar e Anita Nair, gli altri, non solo indiani, erano autori di medio valore o di nessun valore, appunto di quelli da cassetta. Come importanza  letteraria poca o nulla. Traducendo questi  “miei” autori, ho imparato moltissimo in termini di stile, di struttura narrativa, di coerenza e compattezza. Questo è per me un aspetto molto importante della traduzione; quando si traduce, in un certo senso si “entra” nella struttura di un testo, la si vede dal suo interno, perché è solo così che la si può poi ricreare. Dunque questo ti insegna quelli che sono gli strumenti di base, i ferri del mestiere della scrittura. Senza questo, è difficile fare una buona traduzione. Dunque tradurre non è un’operazione a senso unico – tu che traduci l’autore – ma uno scambio reciproco – l’autore ti mette a disposizione i suoi segreti e te li dona.
Ho sempre considerato la traduzione un compito importante che unisce epoche, culture e popoli e in questo sono molto, ma molto lontana da tutte le querelles che ammorbano l’attuale panorama di molti dei traduttori italiani e delle loro cammarille.
Ho visto veri e propri orrori di incapaci a cui vengono affidate traduzioni di grandi autori, poeti e scrittori, che massacrano e distruggono.
Una pratica che mi ha insegnato moltissimo è quella  di tradurre me stessa (testi narrativi e poetici o saggi)  o di scrivere direttamente in inglese, che nelle poesie mi viene molto naturale. Questa pratica è utilissima ad esempio per perfezionare un testo scritto in italiano, perché i problemi posti dall’inglese esigono che il testo italiano sia chiarissimo e lineare. Consiglio a tutti quelli che siano in grado di farlo, di autotradursi per capire se un testo scritto in italiano funziona. E’ una pratica meravigliosa.
Ribadisco che le scuole di traduzione e comunque le teorie della traduzione in genere, non sono di molta utilità, se non come interessantissima lettura. Arte è fare. Le teorie vengono a posteriori, come le grammatiche. Per quanto mi riguarda, mi considero un’operaia o un’artigiana della traduzione, proprio nel senso che ho iniziato con un lungo apprendistato e con la fortuna di aver imparato direttamente da un grande Maestro.
Nella traduzione poetica credo che l’orecchio musicale sia indispensabile,  dato che la poesia, anche quella senza apparenti regole metriche, è musica, e se il traduttore non ha un orecchio musicale, né percepirà quella musica nell’originale, né sarà in grado di ricrearne una nella propria lingua. E’  per questo motivo che dico che si deve essere poeti, cioè si deve essere in grado di trasporre in una forma poetica un teso poetico. E se uno non è poeta, se non conosce per natura e per frequentazione pratica la tecnica, come fa? Lo stesso Fortini, grande maestro di traduzione, lo sapeva bene e lo ha in più sedi detto e messo in pratica.
L’Italia credo sia uno dei o il paese dove si traducono più libri stranieri e i motivi sono molti. Non certo perché da noi si pubblichino pochi autori. Ma salta agli occhi il fatto che quando si va in una libreria in Francia, in Inghilterra o negli USA, il reparto dei libri stranieri in traduzione è davvero esiguo rispetto al numero di quelli in inglese e francese. Quello che si pubblica in inglese poi ha un mercato immenso, dall’UK agli USA dall’India all’Australia e a molti altri paesi orientali, dove l’inglese è lingua franca. Si parla di un bacino di moltissime centinaia di milioni di possibili lettori. Dunque, anche se ovunque l’editoria tira meno, lì gli editori hanno meno problemi dei nostri, per non dire che la distribuzione non è così esosa e quindi ciò che viene tradotto è in genere ciò che si ritiene abbia qualche valore e chi traduce tende ad essere specializzato, gode di maggiore rispetto e viene pagato meglio. Da noi si traduce tutto e l’enorme diffusione dell’inglese, oltre alla sua apparente facilità, dà l’idea errata che basti conoscerlo un po’. Con le conseguenze del caso.
Mi viene in mente una delle due volte che ho accettato di rivedere una traduzione altrui. Si trattava di una scrittrice cinese americana, di quel filone minimalista. Niente di importante, ma raccontini graziosi. Il primo racconto era la narrazione in prima persona di una vecchia donna cinese trapiantata negli USA e del suo modo di vedere la vita americana. L’inglese era smozzicato e bizzarro, come di chi non sia riuscito ad adattarsi e anche dopo molti anni non sia padrone della lingua, con “errori” che diventavano giochi di parole molto divertenti. L’incapace traduttore a cui era stato affidato il testo non aveva capito quasi nulla, né lo stile riproduceva l’intento e il sapore dell’originale. Così sono andata in un ristorante cinese e ho parlato più volte con la moglie del proprietario, che pur non anziana, aveva una certa età e parlava italiano male. Mi sono fatta l’orecchio e ho riprodotto nella traduzione quella modalità. Ero pure riuscita a ricreare dei giochi di parole nati da errori. Che fa l’editore? (con cui lavoravo da 7 anni) dice che no, non si può….perché è poco corretto… ma così era nell’originale! I bravi editor hanno appiattito tutto in una lingua banale e il racconto ha perso ogni senso.
 Però c’è perfino  chi arriva a porre una questione di base: si deve (si può) o non si deve (non si può) tradurre? Introducendo l’idea di una legittimità o meno della traduzione tout court.
Vorrei dire che, partendo da questo punto di vista, perfino la lettura di un testo è un “tradurre”, perché, come ben sa chi scrive, per quanto si lavori sul testo, perché la parola convogli “quel” preciso senso-segnale, nessuno potrà mai ricostruire tutto il percorso – e dunque il vero senso – che ha portato a quella scelta.  Anche leggere è tradurre. Dall’autore al lettore – tanto più se ciò che leggiamo appartiene a epoche da noi lontane – ciò che un lettore “comprende” non sarà mai quello che potrà comprendere un lettore contemporaneo all’autore e persino l’autore stesso. La medesima cosa è ben nota anche nel campo dell’arte.
Iniziare a porsi la questione del perché si traduca è, a mio avviso, una questione di lana caprina, pura perdita di tempo, non ha senso, oltre ad essere stupida. Eppure c’è chi, non avendo mai tradotto nulla in vita sua,  lo fa.
Si traduce da sempre. Perché? Perché l’uomo vuole sapere quello che l’altro dice, vuole ascoltare storie venute da lontano. Pascal diceva che se la gente se ne stesse a casa sua invece di uscire di casa, la storia del mondo sarebbe diversa. Ma la gente esce di casa ed è curiosa. Con le traduzioni si sono cambiate intere culture.
Ciò su cui si può puntare è una sorta di “quintessenza” che il testo contiene e che, nel caso di grandi opere, attraversa i tempi, gli spazi e le culture. In genere questi li chiamiamo “classici”.
Partendo dal linguaggio tecnico-scientifico: qui parrebbe che la questione non si ponga. In effetti non è del tutto così. Se prendiamo testi scientifici in cui si presentano ricerche in campi prima inesplorati, per i quali l’autore conia termini e concetti nuovi, chi traduce non ha referenti precedenti e dovrà coniare un neologismo che gli corrisponda nella propria lingua.
In realtà la questione, questione che si è posta fin dall’antichità (la necessità della traduzione è antichissima, anche perché è proprio grazie alle traduzioni che si sono diffuse le idee, con tutto il loro carico di trasformazione – (si pensi ai filosofi greci tradotti dagli arabi e così tornati in occidente) non ha sfumature di maggiore o minore legittimità o possibilità, man mano che dal linguaggio scientifico si procede verso quello letterario, narrativo e poetico.
La vera priorità, più che una competenza semplicemente antropologica, è l’analisi filologica del testo. E un’analisi filologica richiede competenze e conoscenze che non sono di tutti.
Dunque, la specializzazione del traduttore, che soprattutto per i classici o i grandi, non può essere il primo raccomandato o infilato.
Io posso portare la testimonianza di un grande maestro, che è stato anche grandissimo traduttore dei tragici greci, che attraverso un’analisi filologica, storica, filosofica – a volta perfino di una singola parola – ecc. di quei testi, ne ha rovesciato spesso il senso ormai passivamente acquisito.
Quanto alla poesia, valgono gli stessi principi, con in più la difficoltà di trovare una forma poetica. Certo, nessuna traduzione, per quanto meravigliosa, filologica, che diventa prima di tutto un atto di conoscenza per chi la fa, potrà ritrovare certe sottilissime ambiguità, allusività, sonorità dell’originale. Ma ci si prova e il lavoro è entusiasmante.
Figurarsi dunque cosa avviene quando si affidano a dei traduttori avventizi, che di grande hanno solo l’ignoranza, ma sono da noi acclamati come eccelsi, testi che richiedono studio di anni, amore e molta, molta umiltà.
 E’ bene precisare che qui si sta parlando di traduzione letteraria. Cioè di letteratura vera, non di roba di cassetta. Dunque il mio discorso a quella si riferisce. Non ho la ridicola pretesa di escludere  assolutamente i giovani traduttori che devono farsi le ossa. E ci mancherebbe altro! Dovranno pure imparare. Anche se ci sono casi in cui un giovane traduttore di eccellenza, con molte competenze e capacità già acquisite, sia in grado di produrre traduzioni di qualità assai più alta di certi vecchi barbogi ben appollaiati sui loro rami.
Quello che intendevo è che chi commissiona una traduzione, DEVE capire a chi affidarla. Affidare un grande autore a un principiante solo perché si risparmia, o all’amico che non conosce l’autore e l’argomento, ma solo perché è l’amico è, oltre che stupido, controproducente. Ai principianti si potranno affidare testi – e gli editori italiani ne sfornano a bizzeffe – di autori magari di cassetta, ma mediocri scrittori. Così anche se il giovane principiante fa una mediocre traduzione, va bene lo stesso, non è n gran danno.
Affidare a chi ha conoscenza, esperienza e qualità un testo letterario (saggio, romanzo, poesia, poema ecc.) significa rispettare quel testo e il risultato non potrà essere che soddisfacente da ogni punto di vista.
Un buon traduttore delle teorie non sa che farsene. Ci vuole pratica ed esperienza – fermo restando che anche per fare i traduttori ci vuole una predisposizione. Certo che  ascoltare le esperienze e gli errori che tutti i traduttori esperti hanno fatto non possa che far bene, ma poi ciascuno si deve fare gli errori suoi.
L’unica pratica utile può essere l’analisi testuale e sul testo le motivazioni del perché si scelga di tradurre in un modo piuttosto che in un altro. Ma non è teoria, è pratica.
Tim Parks, uno dei più noti traduttori, che tiene corsi di traduzione letteraria allo IULM, nel suo libro “Tradurre l’inglese”, in realtà non fornisce alcuna teoria sulla traduzione, ma prende famosi testi letterari in inglese e esamina (cioè fa le bucce a) con molta attenzione le varie traduzioni italiane che ne sono state fatte (ad esempio Virginia Woolf, D H Lawrence). Sono piene di errori, fraintendimenti, anche molto grossolani, stile mediocre. Non teorizza, ma indica punto per punto gli errori e li corregge. Detto tra parentesi, io fossi uno di quei traduttori o traduttrici andrei a nascondermi.
Esiste una traduzione de The Dubliners, che è illegibile tanto saltano all’occhio gli errori, per non dire dello stile. Chi l’ha fatta non è giovane, ma non sa tradurre. Il che significa che pratica ed esperienza non bastano.
Quando ho velocemente riassunto il mio percorso, ho specificato che ho avuto un grande Maestro, mio padre. Non perché si metteva a teorizzare come si traduce, ma perché osservavo come traduceva lui. Non tutti hanno questa fortuna, ovvio. E io stessa ho imparato – e ancora non ho finito di imparare – solo con gli anni. Io stessa non mi sentirei di tradurre tutto, come molti fanno. A parte cose non molto importanti, so di poter tradurre solo quello di cui almeno ho conoscenza. Poi qualcosa ci si inventa. Una volta dovevo tradurre un testo di un autore indiano in cui si parlava di rugby. Io non so nulla del rugby, così sono andata a vedermi una partita e ho messo l’allenatore in un angolo finché non mi ha spiegato le regole e i termini.
 Ho ritrovato con molta gioia che le idee che Fortini aveva della traduzione, non si discostano molto dalla mia. Mi sarebbe molto piaciuto poter ascoltare quelle lezioni, di cui non so quanto nell’operazione della Quodlibet resti, ma è lo stesso Fortini a sostenere che chi teorizza sulla traduzione non è necessariamente un buon traduttore e un buon traduttore può aver difficoltà a spiegare le proprie scelte.
Voglio fare un esempio in base una realtà di cui ho diretta conoscenza. (credo sempre alla potenza dell’esempio pratico) Nella musica indiana, il metodo che si usa da centinaia di anni a tutt’oggi si chiama guru-shishya parampara, che significa “apprendimento diretto pratico dal maestro all’allievo”. In genere si inizia fin dalla prima infanzia, mettendosi a seguire la pratica (pratica!) di un maestro che non ti impartisce alcuna lezione teorica. Nemmeno per sogno. Ti metti lì a guardare e ripeti esattamente quello che fa lui. E ripeti, ripeti, ripeti, per anni e anni. Il maestro non ti spiega nulla. Nulla! Mostra solo e ti mette a fare. In India si parla di un “giovane musicista” di uno o una verso i 40 anni. Tanto lunga è la pratica che si richiede. Altro esempio: nelle botteghe degli artisti del passato, si entrava ragazzini e si iniziava a spazzare il pavimento, a pulire a mettere in ordine. Questo permetteva di conoscere intanto gli strumenti del mestiere, di prendere contatto, Dopo alcuni anni si potevano pestare i colori, fare le mestiche ecc. Poi, solo poi si iniziava a dipingere e solo dei particolari. Rarissimi sono gli esempi di geni che iniziarono a fare capolavori molto giovani. Cioè a qualunque pratica creativa ci si avvicina con rispetto, pazienza e pratica.
Nel riportare l’esempio del guru-shishya parampara,(tecnica di apprendimento che in India si estende a ogni campo del sapere) che di fatto si basa sull’apprendimento naturale, come quando i bambini imparano a parlare (non gli si insegna certo la grammatica per imparare a parlare!) mi pare evidente che l’apprendimento non è affatto meccanico, come qualcuno molto malaccorto e assai poco informato di questa cosa ha pensato bene di osservare una volta,  ma al contrario, mette in condizione l’allievo di sperimentare ogni possibile sfumatura della tecnica e della conoscenza per poter poi essere libero di interpretare la disciplina mettendoci del suo. La teoria è inclusa nella pratica e, come chiunque insegni sa, la dimostrazione è la miglior maestra. La conoscenza della tecnica, che si acquisisce con la pratica e l’esperienza, rende liberi. Chi padroneggia la tecnica è finalmente in grado di “iniziare a fare”. Tutto tranne che meccanico!
Ovvio che molti non saranno d’accordo oggi. Oggi le idee sono molto diverse. E ben venga. Ognuno deve trovarsi la via che più risuona con ciò che si è.
Io, ripeto ancora, non sono una teorica e non ho nulla da insegnare a nessuno, se non raccontare ciò che ho imparato io e quel poco che ho capito. Se per via c’è chi lo condivide ne sono felice, perché ci si trova tra compagni a fare un pezzo di strada insieme, se invece non lo condivide va bene lo stesso. La mia non è insoddisfazione, ma constatazione. Mi dispiace solo che poi molti capolavori vengano lasciati intradotti (si può usare questo termine?) per la cecità, stupidità e ignoranza di molti editori.

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