An Blascaod Mór di Francesca Diano

 

The Great Blasket seen from the mainland provided by Wilf Judd

 

In Irlanda, all’estremità della Dingle Peninsula, nel Kerry, vi è un piccolo gruppo di isole, le Blasket Islands, l’unica abitata delle quali, fino agli anni ’50 del secolo scorso, era la più grande, la Great Blasket, in gaelico An Blascaod Mòr. Gli abitanti dell’isola, che vivevano di pesca, allevamento e le poche cose che si potevano coltivare, parlavano un gaelico particolarmente puro e nobile, tanto da attirare, fin dai primi decenni del ‘900, studiosi non solo irlandesi, ma anche americani e svedesi. La vita era, come si può immaginare, molto dura, ma sulla Great Blasket le antiche tradizioni, il ricchissimo folklore e la suprema arte della narrazione erano cose vivissime. Sulla Great Blasket visse anche Peig Sayers, una seanchaì (storyteller) leggendaria, che conosceva a memoria 300 fra storie e leggende, alcune lunghe anche più notti (così si contava la lunghezza di una storia)  e dalle incredibili capacità narrative, tanto da essere definita “l’Omero donna”. Peig morì sulla terraferma nel 1958, amata e riverita come una regina dai maggiori studiosi di folklore irlandese.

Ma, per le difficoltà della vita, (non c’era nemmeno la corrente elettrica) nei primi decenni del ‘900, molti giovani cercarono fortuna o sulla terraferma o in America e l’isola – già abitata da poche decine di persone – cominciò a spopolarsi. Tuttavia, l’interesse di studiosi per l’antica cultura convinse alcuni degli isolani più dotati nell’arte della narrazione a scrivere le proprie memorie e a consegnare alla storia una cultura antica e nobile che presto sarebbe sparita. Infatti, alla fine degli anni ’50, tutti gli abitanti vennero trasferiti sulla terraferma. 

L’isola, i suoi paesaggi, il suono del mare, sono un’esperienza di struggente bellezza e profondamente spirituale, che ancora ho nel cuore e vivissima nella memoria. Come le storie dei suoi seanchaì.

Questo testo è parte di un piccolo gruppo di testi poetici, sia in italiano che in inglese, che mi sono stati ispirati dall’Irlanda, sia durante il mio soggiorno che in seguito. Solo un modesto tributo di riconoscenza al moltissimo che da questa terra ho ricevuto. 

Sia lode ai poeti di An Blascaod Mòr e possa la loro voce sempre risuonare insieme a quella del mare e dei venti.

F. D.

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Peig Sayers nella sua casa. Foto del Department of Irish Folklore. University College Dublin

 

An Blascaod Mór

 

Eco – mia isola grande

acque d’amaro d’ambra

nel forzato abbandono.

Fluttuante transito d’ombre

d’altro mondo silenti

antiche tempeste sferzano

coste costole del grande

corpo di guerriero dormiente

cresta d’onda terra s’è fatta

su scintille d’oceano

zolle saline nutrimento

che alimenta spettri,

sussurro di mia stirpe

regale spira di correnti.

 

Circolare il tacere memoria

insaziata del negato ritorno.

Agli avi faccio dono

delle ossa loro solo dominio.

Vita s’è consumata

come spuma nel canto

degli scogli – roccia l’anima.

Sussurri d’antichi poeti

affidati al vento alle tempeste.

La luna lascia scie

sulle acque donando

parte della sua luce

nel riflesso dell’attimo

che mai si estingue.

 

 

(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

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La lumaca dal Bestiario di Francesca Diano. Lettura di Sergio Carlacchiani

 

LA LUMACA

Lumaca, luna, lunula

Dell’unghia labirintica

Che l’universo congloba

In un’ansa ellittica

Spiralata meteora

Dal cammino tortuoso

Universale pronuba

Del dio meraviglioso

Microcosmo di regole

Di circonvoluzioni

Galattiche e sintattiche

Microrivoluzioni

Strisciando lenta dondoli

Sospesa tra due interi

L’immenso ed il minuscolo

Spiralati emisferi

 

 

(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Giorgio Linguaglossa sulla poesia di Francesca Diano

Pubblico come post, con gratitudine e commozione, questo splendido testo che il poeta e critico Giorgio Linguaglossa ha generosamente scritto sulla mia attività poetica, con una particolare attenzione al testo “Il Minotauro”, testo che mi fu ispirato dall’omonima statua dello scultore Sergio Rodella. La sua critica, profonda, acuta, coltissima, e molto generosa, è apparsa sul suo sito (sotto il titolo il link al sito di Linguaglossa). Come spesso avviene quando il nostro lavoro viene analizzato da uno sguardo attento ed esperto come il suo – che non è solo quello di un critico militante, ma anche quello di un raffinatissimo poeta – siamo i primi a vedervi alcuni aspetti nuovi. Gli sono dunque grata per questa sua analisi che veramente va alle radici della mia poesia. 

 

LA POESIA di Francesca Diano ” Il Minotauro”- Presentazione di Giorgio Linguaglossa

http://www.giorgiolinguaglossa.com/index.php/giorgio-linguaglossa-critica34

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Sergio Rodella – Il Minotauro. Marmo bianco di Carrara e marmi policromi.

 

Non si dà metafisica senza una mitologia e non c’è simbologia senza una metafisica. La migliore poesia moderna, in quando figlia di Mnemosine, porta in sé la traccia di quel ricordo, rammenta il simbolo come un cieco ricorda la luce del sole, non può farne a meno. Di qui quella caratteristica «connessione d’accecamento» di cui ci parla Adorno ne “La dialettica dell’illuminismo”, quella problematicità dell’arte moderna di voler pronunciare l’impronunciabile, l’indicibile, per poi scoprire la propria impotenza.

Nella poesia di Francesca Diano il «presente» è il «passato» e il «passato» è il «futuro», l’«io» non è il nocchiero di alcun «presente», se intendiamo il presente ciò a cui pensiamo non come quiquid ubique  ma ciò che quicquid évenit hic et nunc, ciò che avviene per noi e solo per noi. Analogamente, il «mito» è ieri e oggi e domani, e continuerà a parlarci fin quando noi saremo capaci di interrogare l’inferriata dei suoi molteplici significati. Ma, si tratta, appunto, per noi oggi di una inferriata del senso, che deve essere continuamente scandagliata, interrogata, problematizzata. Occorre allora ripristinare l’Interrogazione, tornare a porre delle domande al mito come fa Francesca Diano. Nella poesia “L’esclusa” è appunto una donna respinta dalla comunità che parla, e il suo dire diventa un atto d’accusa; nella poesia “Il Minotauro” è Asterione, il figlio degli astri; un dio dunque che parla, e la sua parola diventa fatalmente un atto di accusa nei confronti di Teseo l’ateniese, l’estraneo, il nuovo modello di civiltà che egli rappresenta; Dedalo, nella omonima poesia, è il padre colpevole di aver ucciso il figlio che parla.

 

Molto tempo è passato dalla invenzione della relatività speciale, la prima grande teoria di Einstein, oggi confermata da innumerevoli esperienze; al contrario, la poesia oggi sembra ancora dipendente da un concetto tolemaico dell’«io», come se l’«io» fosse un centro immobile attorno al quale ruotano i pianeti degli avvenimenti. Ma come non esiste un «presente» nell’universo e la storia delle cose non è separabile in passato, presente e futuro, così non esiste un «presente» del pianeta «io». L’idea di un «presente» esteso nello spazio è un’approssimazione, legata alla lentezza della nostra capacità mentale di risolvere tempi brevi (decimi di secondo), paragonata ai tempi (nano-secondi, al più milli-secondi) che impiega la luce a percorrere le distanze nelle quali ci muoviamo abitualmente. Il nostro presente è una piccola bolla approssimativa, limitata nello spazio, e se cerchiamo di estenderlo incontriamo contraddizioni insormontabili. La metafisica del presente, cioè l’idea che la realtà esista tutta nel presente, non è sostenibile, perché fa leva su un errore: estende il nostro presente locale a distanze siderali e arbitrarie.

Questo non implica che il cambiamento sia illusione, come spesso si conclude un po’ frettolosamente. Il cambiamento e il fluire del tempo possono essere concepiti, ma localmente e non globalmente, e in relazione a un osservatore. Nella poesia di Francesca Diano l’«io» è semplicemente un osservatore, una posizione dalla quale si osserva il mondo, e il mondo è contemporaneamente passato, presente e futuro. È questa la novità di posizione della sua poesia e la chiave di volta per comprenderne i segreti. Che cosa misurano i ticchettii dei nostri orologi se il tempo non esiste?, Di che cosa parlano le poesie del nostro tempo se il tempo altro non è che il cambiamento, sul quale una speculazione bimillenaria si è arrovellata senza cavare un ragno dal buco?. Ricordiamo l’assioma di Agostino: «so che cos’è il tempo solo se nessuno me lo chiede», al quale ben potrebbe fare da contraltare «so che cos’è la poesia solo se nessuno me lo chiede». Così la poesia è lo spazio, dove microcosmo e macrocosmo coesistono senza collidere, come la semplicissima lumaca, che in sé ricapitola l’intero universo:

 

Lumaca, luna, lunula

Dell’unghia labirintica

Che l’universo congloba

In un’ansa ellittica

Spiralata meteora

Dal cammino tortuoso

Universale pronuba

Del dio meraviglioso

Microcosmo di regole

Di circonvoluzioni

Galattiche e sintattiche

Microrivoluzioni

Strisciando lenta dondoli

Sospesa tra due interi

L’immenso ed il minuscolo

Spiralati emisferi

 

Il «Bestiario» della Diano altro non è che un universo in miniatura che ricapitola il macrocosmo in ogni sua piccolissima parte. Anche il verso breve che oscilla tra settenario e novenario ricapitola il «dondolio» della lumaca «sospesa tra due interi»; l’universo è una intelaiatura di segnali e di rimandi che si inseguono e ammiccano gli uni agli altri: «L’occhio fisso del caprone / Segue misteriosamente il segnale / Algebrico che il sole / Filtra tra i lecci appestati».

Ma soffermiamoci sulla poesia “Il Minotauro”. Ritengo questo “Minotauro” di Francesca Diano una delle poesie più complesse architettonicamente che abbia letto in questi ultimi anni. Innanzitutto, la lettura del mito del minotauro che viene qui ribaltato nel suo contrario: il minotauro è il negativo che deve essere soppresso affinché vi sia civilizzazione, il suo sacrificio è scritto nel télos della Storia. La ferinità che il mostro rappresenta con il suo stesso corpo metà umano e metà di toro deve essere ricacciata nel buio, seppellita dalla rimozione collettiva; la sua natura deve essere rinnegata e denegata, così la storia dovrà-potrà proseguire secondo la volontà degli dèi antropomorfi che non possono permettere che la mostruosità della Dea bianca possa continuare a sopravvivere. Il delitto di Teseo è necessario e giusto (ma un delitto può mai essere giusto?). Teseo è il vincitore, colui che uccide il lato ferino del mostro umano. Così la civiltà occidentale può essere edificata con la coscienza tranquilla dei vincitori e Arianna, sorella di Asterione, è complice di Teseo, e la Storia può scorrere tranquillamente verso il suo epilogo senza fine di disastri e stragi intervallate da brevi tregue (armate)… adesso la via è aperta alla civiltà antropomorfa, alle religioni teologiche, al dio monocratico, alla tecnologia, al superuomo… allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, alla ipocrisia delle religioni rivelate e della giustizia rivelata. Adesso il Minotauro è stato ucciso. E Tutto è bene.

Conosciamo il mito del Minotauro: Pasifae, moglie di Minosse, s’innamora del toro e si unisce a lui. Da questa turpe unione nasce il Minotauro, un mostro con il corpo di uomo e la testa di toro. Un mostro pericoloso e al tempo stesso di così alta stirpe, il suo nome è anche Asterione (figlio luminoso degli astri), e dunque ha una duplice natura: divina e umana, ferina e razionale. Da un atto turpe e obbrobrioso, da un coito di lussuria nasce un mostro da scongiurare che minaccia la ratio ed il benessere del regno. Minosse lo rinchiude in un palazzo costruito da un architetto ateniese di nome Dedalo il quale, iniziato da Atenea a tutte le invenzioni dell’arte e dell’industria, costruisce un palazzo:  il labirinto di Cnosso, un inestricabile susseguirsi di camere, corridoi, sale, finti ingressi e finte porte, un luogo dove perdersi e da cui fosse impossibile uscire. La Diano ribalta la lettura del mito, dà la parola ad Asterione, figlio degli astri, lui, il mostro è in realtà il figlio di un dio e ci parla di un’altra verità, della verità di un altro dio che è stato rimosso e mutilato della facoltà della parola. La sua verità collide e confligge con quella invalsa dalla nuova ideologia della polis divisa in classi e governata dalla Politica. Asterione è il rappresentante della ferinità, della civiltà della grande Dea bianca, della società matricentrica e pastorale che sta declinando e che deve essere sopraffatta, cancellata, usurpata, rimossa. Il Minotauro viene chiamato dalla Diano, Asterione; il suo vero nome, e la sua parola rimbomba con la forza della verità soppressa e soffocata, lui parla a nome dell’ombra, è ombra che ridiventa luce («Ombra del buio che sorge dalla luce.
Ed io luce dal buio sorgo – immortale.»). Lui che sa che Teseo è stato inviato da Atene per ucciderlo, egli è il rappresentante della polis, in quanto mostro pericoloso esso deve essere eliminato per l’ordine della polis. Teseo è dunque l’araldo della nuova ideologia, Teseo entra nel Labirinto. L’esecuzione (anzi, l’assassinio) diventa inevitabile. Il Minotauro è la vittima non il carnefice, la nuova civiltà oligarchica e monarchica della polis lo ha derubricato in «mostro» da abbattere mediante un atto di forza. Ma Pasifae era figlia di Helios, cioè Phoibos, il Sole luminoso, quindi il Minotauro era nipote di Febo-Apollo. Pasifae si congiunge con un toro: nessun commento se non che si trattava del Toro luminoso di Poseidone, quindi il Minotauro è in un certo senso nipote anche del dio del mare. Minosse è figlio di Europa e di Zeus, tramutatosi in toro per rapirla e amarla. Il Minotauro è dunque nipote anche di Zeus. Non un mostro, quindi, ma un discendente luminoso delle maggiori divinità.
Arianna, sorellastra di Asterione, aiuta l’inviato di Atene, Teseo, tradisce il padre e concorre all’uccisione del fratellastro. Forse lo fece per amore, forse per altri motivi, ma il tradimento resta evidente.

Tutte le religioni teologali, cioè monocratiche e monarchiche, della polis o dell’impero o dello stato di diritto nazionale hanno bisogno di un delitto ab ovo, dal quale trarre la propria legittimità e il proprio credito. Il cristianesimo, nella accezione paolina, è un esempio, credo il più emblematico, di questa cosa: l’uccisione di un giusto ad opera di ingiusti, la resurrezione e la venuta sulla terra della «città di Dio». Dunque, un omicidio, e su quell’omicidio viene eretto un gigantesco castello di legittimità (cioè di discorsi sulla verità e sulla menzogna). Dunque, il delitto fonda la legittimità. Il delitto fonda il diritto. Il delitto fonda la ratio della civiltà occidentale, la sua teologia e anche la sua filosofia, oltre che la prassi giuridica. E l’arte?, e l’arte seguirà le regole imposta dalla committenza, non potrà fare altrimenti che rimanere soggiogata al capro espiatorio.
Il grande merito di Francesca Diano è l’aver messo su carta una poesia di potenza altisonante, di aver scoperchiato il vaso di Pandora su un aspetto della nostra contemporaneità, di aver fatto rivivere, dalla viva parola del Minotauro, il delitto primigenio che fonda la civiltà. È proprio l’opposto di quanto la vulgata delle religioni e della filosofia occidentale e orientale ci ha detto fin qui: La parola del Minotauro è la parola della verità, quello di Teseo è la voce dell’assassino. E la filosofia che vuole giustificare quell’assassinio si rivela per quello che è: una filosofia della morte, della menzogna, della giustificazione.
Quindi, grande rispetto e ammirazione per questa composizione, una delle più grandi che siano state scritte nella poesia italiana di questi ultimi lustri.

In questo testo, come anche in tutti i testi della sezione «Congedi», la voce di Francesca Diano raggiunge una purezza, un diapason e una forza di dizione davvero notevole, i testi hanno la forza di un epicedio, del parlato e di un inno insieme; la voce si identifica in quella dei perdenti, degli esclusi dei reietti, delle bambine stuprate ad opera del Padrone; di Asterione, delle «escluse». La Diano ne condivide le ragioni, alza il velo della menzogna e della ipocrisia che la nuova civiltà della polis ha preparato a propria giustificazione: il delitto, l’uccisione del mostro. Ha inizio l’epoca della Politica della polis, dell’ordine e della legge a spese della pulsione istintuale e della libertà sensuale. Si entra nel regno della Civiltà a spese di un ignobile assassinio. «Madre, Grande Dea dalle dita di arcobaleno», la grande Dea, la dea madre è  morta per sempre, per essa non ci può essere resurrezione,  questo l’amaro commento della Diano.

Non è semplice indovinare la chiave di violino del pentagramma stilistico di questo libro, che si sviluppa attraverso un intrico composito di sentieri stilistici irti di ostacoli e di vie laterali, di divagazioni e di indirezioni. Ad esempio, particolarità del poemetto «Viatico in undici stazioni» è il recupero della tecnica degli analettici (si chiama analessi la posticipazione di un avvenimento della fabula nell’intreccio – fenomeno simmetrico è la prolessi in cui si ha la anticipazione di un avvenimento rispetto a un altro) per sezioni anteriori alla narrazione di base. Tipica procedura di derivazione narrativa che viene importata nella forma-poesia. Altro elemento da evidenziare è il montaggio che la Diano fa: il procedimento del “ritardamento” di un evento mediante la inserzione di digressioni e di riflessioni ad opera della fabulazione del personaggio femminile. Attorno a questo asse portante: cioè la narrazione dell’evento narrato, si svolgono i motivi laterali e paralleli che vengono ad intrecciarsi con la fabula centrale.

Ovviamente, qui il tono e il lessico della dominante stilistica sono quelli del piano medio-alto del linguaggio, che concede all’autore la possibilità di svariare in basso e in alto mediante l’impiego di immagini e di iperboli (rare).
Qui è la forma-poesia che fa propria tutta una serie di tecniche retoriche di origine narrativa, la capacità inusuale della Diano sta tutta qui, nel maneggiare un piano del linguaggio che oscilla tra l’andante largo e il moderato, il flusso del discorso ha la dispersione equilibrata degli accenti tonici, cosa che influisce sulla dominante stilistica senza procurare sbilanciamenti metrici e fonici. Metrica e fonica, simbologia e alchimia procedono insieme lungo il viale alberato dello stile sobrio e pacato.

La sezione finale del libro, suddivisa in quattro stanze, “Fisiologia delle comete”, è costruito seguendo il processo alchemico secondo la tradizione della Grande Opera, in cui la materia grezza è trasmutata e sublimata. Come suggerito dalle parole che vi compaiono, la prima parte è la nigredo, l’Opera al nero, la seconda l’albedo, l’Opera al bianco, la terza la rubedo, l’Opera al rosso e la quarta è la definitiva fusione degli opposti e sublimazione, il Rebis.

Nel testo compaiono moltissimi termini alchemici ( cauda pavonis, putrefazione, mercuriale, il nucleo nero che è il sole nero della nigredo ecc.) e riferimenti al procedimento della trasformazione alchemica. Inoltre, nella terza parte c’è il riferimento a quella cometa che anni fa si schiantò sulla superficie di Giove e che diede all’autrice l’idea di una fecondazione di un ovulo e di uno spermatozoo di proporzioni cosmiche.

Il principio è quello di Hermete Trismeghisto: come in alto così in basso. Macrocosmo e microcosmo sono la stessa cosa. Dunque, le comete siamo noi, l’anima la materia che brucia senza ardere, l’arte, che brucia i simboli pulsanti di vita, tutti processi di trasformazione e sublimazione proprie del microcosmo che obbediscono alle medesime leggi del macrocosmo

 

Francesca Diano è nata a Roma nel 1948 e vive a Padova. Laureata in Storia dell’Arte, ha vissuto a Oxford e Londra. Ha insegnato all’Istituto Italiano di Cultura e ha lavorato al Courtauld Insitute. Ha vissuto a Cork, in Irlanda, dove ha insegnato all’University College e ha tenuto lezioni pubbliche sull’arte italiana contemporanea. Dai primi anni ’80 è consulente editoriale e traduttrice letteraria di poesia, narrativa e saggistica per vari editori, tra cui Fabbri, Neri Pozza, Donzelli, Guanda. E’ la traduttrice italiana delle opere di Anita Nair. Studiosa di folklore e tradizione orale irlandese, ha curato l’edizione italiana delle Fairy Legends and Tratitions of the South of Ireland di Thomas Crofton Croker (Neri Pozza, 1998) e quella anastatica dell’originale (The Collins Press, 1998).  Autrice di saggi, testi narrativi e poetici, nel 2012 ha vinto il Premio Teramo. Nel 2016 ha pubblicato il romanzo La Strega Bianca – una storia irlandese (Carteggi Letterari Edizioni) e la raccolta di racconti Fiabe d’amor crudele (Edizioni La Gru, 2013). Nel 2017 è uscita come libro d’arte la plaquette Bestiario (NeroCromo Edizioni)

 

 

IL MINOTAURO

 

Io mi sono perduto in quest’abbaglio

Di terra e pietre il cui disegno esatto

Mesce follia e ragione.

Io nacqui alla vendetta che mia madre

Pasifae – tacque agli dei. Il mio nome

È Asterione e pur del nome m’hanno depredato.

Ma io divino sono

Ché in me riverberando

L’impronta della luce di Elio

Si fa bestiale traccia dell’origine

Tutta della stirpe dell’uomo.

Dio e bestia io sono

E questo mi fa mostro – ché gli dei mi esiliarono

Per non vedere in me  il loro volto invisibile

E gli uomini al pari m’hanno esiliato

Che non ricordi al loro sguardo cieco

Ciò che di loro appare.

Fu così che Minosse – figlio di Zeus –

Che mia madre insultò con la sua immonda copula

M’ha fatto prigioniero nel Palazzo della Bipenne.

Non mi vuole vedere – perché è in me

Che si specchia la sua colpa – la sete di potere

Che gli rese nemico Poseidone.

Io da un toro divino sono nato

Sorto dall’acqua come segno di un dio.

Ma forse solo un’ombra o un’illusione

E dunque sono figlio di un sortilegio.

Di un  inganno illusorio porto la forma

Ombra del buio che sorge dalla luce.

Io sono ciò che siete –  la vostra doppia natura

Non la volete vedere in questo specchio.

Vago in questo palazzo chiuso alla vita

E l’ira mi divora – l’ira per l’ingiustizia

Dell’esser nato da un dio per poi dover morire

Da bestia immonda – da voi tutti odiata.

Non volete vedere ciò che si cela dietro l’apparenza

Di mostro – del mio corpo di uomo

Dalla testa di toro. Eppure un dio in me

Si manifesta. Elio – il padre di mia madre

Febo che fende i cieli col suo carro di fuoco

E cancella i terrori che genera la tenebra.

La luce brucia e annienta i demoni del buio

L’oscurità si scioglie – si dissolve

Abbagliando l’aurora – emerge dalle ombre.

Io sono quella luce – quel bagliore accecante

Che voi fuggite e mi negate la vita.

E siete voi la tenebra della menzogna.

Minosse ha raccontato che io divoro vergini

Per soddisfare la mia fame immonda –

Eppure non è questa la verità.

È la sua fame di potere che si cela dietro l’inganno.

Io sono puro dal sangue innocente

E le mie grida di cui tremano i muri

Di questo odioso labirinto sono le grida

Dell’ingiustizia che nessuno ascolta.

Si prepara l’inganno della mia morte

Il sacrificio che vi libererà dalla paura.

Mia sorella Arianna – la traditrice

Colta dalla follia d’amore per Teseo

Accecata dalla lussuria per questo scellerato

Lo condurrà nel labirinto perché mia dia la morte.

E sarà questo che a voi verrà narrato.

Questa menzogna livida e spietata.

Ma il mio padre divino – il toro equoreo sorto dagli abissi

Ha infine accolto la mia preghiera

Il mio urlo spezzato e quando Teseo con l’inganno

Seguendo il filo rosso di sangue che Arianna

Gli tendeva illudendosi che l’avrebbe legato

A lei per sempre – quando Teseo mi vide

Rabbrividì e snudando la spada

Mi  trafisse vigliaccamente

Ecco che dal mio corpo di mostro

Con fatica la mia forma divina

Sgusciando come un serpe dalla pelle

Lentamente sorse ed emerse dalla sua spuma oscura.

Libero dalla gabbia del mio aspetto bestiale

Il mio corpo s’abbaglia del  suo stesso nitore.

Traluce la mia forma che ondulando – rappresa in luce –

Diafana oscilla in una danza sacra nel liberarsi.

Io – Asterione – figlio degli astri

Libero emergo dalla morsa della mia pelle

Di animale divino e divino

Figlio della Luce libero infine

Abbandono la spoglia di quel che fui

Di quello che voi siete – vostro eterno tormento –

Ombra del buio che sorge dalla luce.

Ed io luce dal buio sorgo – immortale.

 

(6 novembre 2007)

Tra fine e inizio.Storie di cicli e soglie.

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Tra fine e inizio – che si parli di un ciclo di vita, di un anno solare, di un evento della nostra esistenza sufficientemente significativo – esiste uno iato, per quanto impercettibile, che segna il passaggio da un “prima” a un “poi”. Un prima che non c’è più e un poi che non c’è ancora. E’ un tempo sospeso, un momento liminare, secondo la definizione di Van Gennep, che è però anche una soglia. E, come tutte le soglie, che non appartengono al tempo come noi lo conosciamo, chiede di essere varcata affidandosi al rito perché il passaggio avvenga in modo protetto e sicuro. E dunque festeggiamo la fine di un anno, l’inizio di un nuovo anno, l’avvicendarsi delle stagioni, spesso ignorando che stiamo ripercorrendo quanto i nostri lontani antenati facevano per proteggersi dalle forze potenti e pericolose che si affacciavano da quella soglia. Perché ne percepivano il senso numinoso e sentivano che quello spazio che dalla soglia si affacciava, era oscuro, infinito, indistinto e non controllabile. Non con gli strumenti che le culture e le società umane mettevano loro a disposizione. Dunque sapevano di poter fare una sola cosa: invocare quelle potenze e possibilmente renderle amiche, o almeno non nemiche.

Ricordo le feste di Natale di quando ero bambina, che molto spesso passavamo a Roma, a casa dei nonni materni, affrontando un viaggio in treno che durava all’epoca molte ore. Il doppio di quanto richieda oggi. E già la lunghezza di quel viaggio e la diversa dimensione cui dava accesso era una forma di rito di passaggio. Erano riunioni di una numerosissima famiglia – quando ancora esisteva nella mia vita una famiglia degna di questo nome, almeno in superficie – con i due capostipiti, due formidabili personaggi archetipici, e i tantissimi figli e nipoti. A Roma, ma in genere in tutto il Sud, l’ultimo dell’anno, a mezzanotte, l’usanza era quella – certo incivile ma antica – di buttare dalla finestra oggetti vecchi e rotti: piatti, tazze, bicchieri, lampadine fulminate, che facessero un bel botto e c’era perfino chi, come nei film di Fantozzi, buttava dalla finestra cose ben più pesanti. A Capodanno ovunque si fanno i “botti”, i fuochi d’artificio, (con conseguenti morti e feriti), quando vivevo a Cosenza gli spari isterici dalle finestre con fucili e pistole davano l’impressione di stare in trincea. Follie e degenerazioni di una tradizione che però ha un senso molto profondo. Buttare via roba vecchia, fare tutto questo rumore, non ha il significato di liberarsi del passato, di buttarsi alle spalle un passato che non si vuole più rivivere, o almeno non solo, ma invece quello di spaventare e tenere a bada le forze  oscure e malevole che potrebbero affacciarsi pericolosamente da quella soglia. Insomma, fare un baccano indiavolato per tenere lontani gli spiriti maligni non del passato, ma del presente e del futuro. Oggi si chiamano superstizioni, ma in realtà sono riti primordiali. Non è molto spesso lo strato che ci separa dai nostri progenitori cosiddetti primitivi. Anzi, è molto sottile e basta poco a grattarlo via.

Oggi abbiamo perduto il senso profondo di questi che per noi sono festeggiamenti, ma in origine erano riti apotropaici e li consideriamo soltanto un tempo di vacanze, di riunioni, di divertimento, di buoni propositi e qualche volta di bilanci. Ma in realtà sono solo convenzioni, dell’antico significato originario è rimasto solo l’involucro esterno, la formalità più che la forma. Per chi crede, ci sono i riti religiosi, che in parte mantengono il significato originario. Ma anche quelli oggi sono molto sbiaditi e annacquati.

Ma, a parte tutto questo, nella vita di ognuno di noi esistono dei cicli, delle fini e degli inizi, dei prima e dei poi, dei momenti di trasformazione che possono richiedere molto tempo o, all’opposto, essere repentini e innescati da qualche avvenimento che disserra stanze prima oscure del nostro inconscio e si manifestano come rivelazione. Può trattarsi di un passaggio da un ciclo della vita a un altro; infanzia, adolescenza, fine degli studi, matrimonio, maternità o paternità, maturità, pensionamento, vecchiaia. E poi ci sono i lutti, le perdite. Che tutte queste siano soglie, in genere lo capiamo a posteriori, eppure quasi tutti questi momenti sono segnati da festeggiamenti di qualche genere, da cerimonie, insomma, da riti di passaggio. Dal primo, che è la nascita, all’ultimo, che è la morte. Nel mezzo ci siamo noi, con le tante morti e trasformazioni che sperimentiamo nel corso della nostra vita. La chiave magica, quella che dà accesso al passaggio più importante, che ci conduce oltre la soglia (o le soglie) da cui iniziare un nuovo cammino è la consapevolezza. E’ quella che ci dà l’accesso a noi stessi, al nostro Sé.

Guai a non cogliere l’invito a oltrepassare la soglia, pericoloso non fluire dal “prima” al “poi”. Pericoloso rifiutare di compiere il passaggio e rimanere invece prigionieri in quello iato, in quella fessura del non-tempo, da cui poi diventa impossibile fuggire. Penso alla signora cinese (dicono che si chiami Maria, che abbia 40 anni, anche se ne dimostra di più e che lavori saltuariamente in un magazzino) che, da almeno tre anni, siede composta e dignitosa su di un cartone di fronte all’ingresso della stazione di Padova,  sul quale anche dorme, circondata da sacchetti e oggetti che costituiscono i suoi beni terreni. Estate e inverno, primavera e autunno, caldo o freddo, pioggia o canicola, lei siede al riparo della tettoia, in una rientranza di uno degli ingressi, con un pezzo di carta sulle ginocchia e una penna fra le dita. E scrive. Scrive e scrive e scrive, per ore e giorni e mesi e anni, lo sguardo perso nel vuoto, a volte senza nemmeno sfiorare la carta, con gesti circolari e regolari. Scrive senza lasciarsi disturbare dal via vai continuo di gente che entra ed esce, di un mondo che non la riguarda e che probabilmente non vede nemmeno. Cosa scrive? Che storia dolorosa, o drammatica, o fantastica racconta? Perché è così importante scrivere nel vuoto, con una scrittura invisibile, un’infinita vicenda che solo lei conosce eppure vuole in qualche modo comunicare?

Una volta le sono andata vicino, le ho chiesto se avesse bisogno di qualcosa, ma non mi ha guardata né mi ha risposto. Un’altra volta le ho portato qualcosa di buono da mangiare. In quell’occasione mi ha guardata, ha fatto cenno di no, che non accettava e mi ha indicato un involto per farmi capire che lei aveva il suo cibo e mangiava solo quello. Mi ha colpita, mi ha toccata profondamente  la dignità, la semplice eleganza del suo rifiuto, ma forse quel rifiuto era parte della sua estraneità totale, cibo compreso, a un mondo che lei non riconosce come suo. E questa scrittrice dell’invisibile, questa narratrice di un universo quantico, mi ha ricordato la paziente di cui Carl Jung parla nei suoi Ricordi. Una donna anziana, di cui nessuno ricordava più l’epoca del ricovero, che da anni ripeteva silenziosamente sempre lo stesso, misterioso gesto. Solo Jung riuscì a ricostruirne la storia e a scoprire che quel gesto era cucire le suole delle scarpe: moltissimi anni prima infatti, la donna aveva perso il suo grande amore, un ciabattino e, incapace di superare quel lutto traumatico, manteneva viva la memoria del suo amore identificandosi in lui.

Fiabe e leggende narrano di viaggiatori incauti, che accettano l’invito degli Esseri Fatati a unirsi a loro, danzando insieme a loro, mangiando il loro cibo, visitando le loro dimore sotterranee. E, così facendo, ne rimangono prigionieri. Pensano di aver trascorso con loro una notte o qualche giorno, ma, se hanno la fortuna di ritornare nel nostro mondo, si accorgono che sono trascorsi molti anni, talvolta centinaia. Perché sono rimasti intrappolati in una dimensione del non-tempo, in quel tempo liminare così pericoloso, che blocca ogni trasformazione, ogni passaggio. Così la signora cinese, la scrittrice dell’invisibile, forse traumatizzata da qualche evento a noi ignoto, è rimasta intrappolata in un mondo fatato, che non le permette di uscire da un’eterna dimensione circolare. Circolare come i suoi eleganti gesti di scrittura. Quella con cui tramanda a lettori invisibili una storia così importante e totalizzante da averla rapita al mondo e divorata.

Dunque, ci sono momenti enormemente significativi da questo punto di vista. A volte crediamo di aver finalmente imparato una o due lezioni importanti, di aver fatto maggiore chiarezza su chi siamo veramente, su cosa veramente vogliamo per noi stessi, su quello che non vogliamo e non permettiamo più. Eppure, nonostante si creda di aver capito un nodo fondamentale da sciogliere, in realtà può servire un’ultima, importante lezione. E questo tipo di lezioni arriva sempre da gente che ha quest’unico ruolo nella nostra vita, dopo di che, grazie a dio, sparisce per sempre. Anzi, spesso fortunatamente si autoelimina, quando capisce che non ci sono appigli o non offriamo loro più fonti di approvvigionamento energetico. Eppure, dobbiamo essere loro grati. Fra i maestri più importanti – non i Maestri, ma i maestri – ci sono proprio coloro che, pur creando qualche danno, ma sempre meno grave via via che la nostra consapevolezza aumenta, in realtà ti indicano quali parti di noi dobbiamo ancora sanare e amare. A quali parti di noi stessi dobbiamo ancora mettere mano. Dunque, anche a questi vampiri falliti,  a questi tristi predoni si deve essere grati, perché senza di loro le lezioni più importanti non verrebbero apprese.

Così ci si libera del vecchio fardello, che non ci è più utile, si abbandonano le spoglie di maschere e stracci che abbiamo accettato di indossare per farci accettare, senza capire che erano solo proiezioni altrui per tenerci a bada e controllarci. Ci si libera di vecchie scorie inutili. Perché ogni passaggio richiede un alleggerimento del bagaglio, una qualche forma di purificazione. Così inizia veramente un nuovo ciclo, quello in cui cominciamo ad appartenere a noi stessi, in cui diventiamo noi stessi e non abbiamo bisogno dell’approvazione altrui, soprattutto di chi non ci conosce e non ci ama, per accettarci e riconoscerci. Quello in cui non ci vediamo più attraverso gli occhi degli altri, ma attraverso quelli del nostro Sé. E possiamo finalmente dare a noi stessi il benvenuto.

 

© by Francesca Diano. 2018. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

James Harpur. Due poesie per Andrej Rublëv, tradotte da Francesca Diano.

Questi due testi fanno parte dell’ultima raccolta di James Harpur, The White Silhouette, Carcanet, 2018. Compaiono nella sezione Graven Images (Immagini sacre) e sono dedicate alla pittura dell’immenso pittore russo Andrej Rublëv, forse il più grande pittore di icone di ogni tempo.

 

christ the redeemer

 

IL VOLTO

Icona di Cristo Redentore. Andrej Rublëv. Galleria Tret’jakov.

 

 Girai l’angolo e vidi i tuoi occhi

come tu avessi girato un angolo

al chiarore lunare di una città deserta

e avessi visto il mio sguardo sorpreso

dinanzi agli sbiaditi  colori

del tuo volto disincarnato, galleggiante.

Avrei voluto toccarlo

come la donna che osò sfiorare l’orlo

della tua veste per essere sanata.

 

Voglio toccare ancora quell’istante

prima che il legno ti rivendichi

per sempre, ti riassorba nella sua grana,

le tue fattezze troppo ultraterrene,

troppo colme di luce per questo mondo,

assalite dagli sguardi dei credenti

e dei non credenti, che ti cancellano

d’attimo in attimo, di giorno in giorno,

per la troppa speranza, o per vana curiosità.

 

*

THE FACE

Icon of Christ the Redeemer, Andrej Rublëv. Tret’jakov Gallery

 

I turned a corner and saw your eyes

as if you had turned a corner

in the moonlight of a deserted city

and seen me looking in surprise

at the faded colours

of your disembodied, floating face.

I wanted to touch it

like the woman daring to touch the edge

of your robe to heal herself.

 

I want to touch that moment again

before the wood reclaims you

forever, withdraws you into its grain,

your features too unearthly,

too full of light for this world,

assaulted by the stares of believers

and unbelievers, erasing you

second by second, day by day,

with too much hope, or idle curiosity.

 

 

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TRINITÀ

 

Icona della Trinità. Rublëv. Galleria Tret’jakov.

 

Eravamo partiti per Mosca

muovendo dai sobborghi di Dublino

e da diversi distretti del West Cork,

volando verso est nella tenebra,

una notte di stelle preistoriche,

millenni di Cristianesimo evoluti

nei nostri nomi: Joseph, John e James.

E poi arrivammo, infine, dinanzi

al nostro retaggio, nell’eternità,

dimentichi di credenze o miscredenze.

Tutta per noi avevamo l’icona,

come tre angeli, invisibili, o che rendevano

invisibile la gente nella galleria;

adeguandoci a una dolce comunione,

scambiammo pensieri, qualche conoscenza,

affondammo nei colori, nell’immanente oro

nell’interna circolarità della scena,

e sentimmo il nostro io dissolversi…

tre stranieri nel deserto di Mamre,

a condividere la libertà dell’errare

a gioire di eventi inattesi

di piccoli miracoli della vita –

una quercia che allarga la sua ombra,

dell’acqua, bocconi di pane –

e poi frammenti di parole e suoni

che risvegliano l’imprevedibile:

i sussurri di Abramo alla sua tenda,

la risatina beffarda di Sara –

speranza d’una nascita,

due divengono tre,

tre divengono uno.

 

*

 

TRINITY

Icon of the Trinity, Andrei Rublev, Tretyakov Gallery

We had gone to Moscow on a journey
from the suburbs of Dublin
and scattered townlands of West Cork,
flying eastward into darkness,
a night of prehistoric stars,
millennia of Christianity evolved
in our names: Joseph, John, and James.
And then we came, at last, to stand
in timelessness before our heritage,
forgetful of belief and unbelief.
We had the icon to ourselves,
like three angels, invisible, or making
the crowds in the gallery invisible;
conforming to a gentle communion,
sharing thoughts, bits of knowledge,
subsiding to color, inherent gold,
the inner circularity of the tableau,
we felt our selves dissolving…
three strangers in the desert of Mamre,
sharing the freedom of wanderers
rejoicing in the chance events
and small miracles of life—
an oak tree spreading out its shade,
a little water, morsels of bread—
and snatches of words and sounds
that stir to life the unpredictable:
the whispers of Abraham at his tent,
Sarah’s mocking gasp of laughter—
the prospect of a birth,
two becoming three,
three becoming one.

 

 

 

 

Anita Nair – Cuore di Malabar, a cura di Francesca Diano. Marco Saya Edizioni.

1 anita

Ed eccola finalmente in italiano, con testo a fronte, la raccolta di Anita Nair, Cuore di Malabar (titolo originale, Malabar Mind), a mia cura, edita da Marco Saya Edizioni nella nuova collana di poesia straniera Kelen, diretta da Antonio Bux (grazie Antonio). Ne sono immensamente felice, in primo  luogo perché cercavo per questa raccolta un editore adatto (non sono molti in Italia gli editori di poesia non a pagamento) e in Marco Saya, editore raffinato, ho subito trovato un grande entusiasmo per il progetto. In secondo luogo perché penso che i numerosissimi lettori italiani di Anita Nair, una delle scrittrici indiane più note e amate in tutto il mondo, tradotta in 28 lingue, avrebbero avuto certamente piacere di ritrovare nell’Anita poetessa moltissimi dei temi che sono un po’ il suo “marchio di fabbrica” e che l’hanno resa la grande romanziera che è: La natura potente e onnipresente del suo Kerala – di cui il favoloso Malabar, ora non più presente con tale nome – era parte, il realismo magico, l’esplorazione dell’animo femminile, l’empowerment femminile, lo scontro fra tradizione e modernità, la natura della passione e dell’amore, il linguaggio diretto con cui descrive emozioni e sentimenti, il rapporto donna-uomo ed altro ancora. Ma, questa volta, narrato con il linguaggio della poesia.

Un altro motivo per cui questa edizione mi rende felice, è che mi ha dato la possibilità di scrivere, nell’Introduzione, molte delle riflessioni sulla sua scrittura, nate da venti anni di amicizia, lavoro con lei come sua traduttrice italiana e frequentazione. Il moltissimo che avevo da dire, anche su alcune altre poetesse indiane, ho cercato di condensarlo in alcune pagine, con la speranza di essere buona compagna di viaggio, pur se giustamente in sottofondo,  per il lettore in questo nuovo percorso che affianca la sua prosa e, per certi versi, permette di guardarla sotto una nuova luce.

 

*******

Brevemente, dalla mia Introduzione:

“Chi legge la prosa di Anita Nair si accorge presto che non è solo una romanziera e prosatrice sapiente, ma può perce­pire, serpeggiante sotto la robusta struttura dei suoi testi, una vena lirica e poetica che emerge a tratti con grande forza e ruba la scena…

Ci sono momenti in cui lo stile si fa improvvisamente più alto, cantante, ed ecco hai quasi di fronte dei petits poèmes en prose incastonati nel testo e mi è accaduto, in quei momenti, di sentirmi tra­scinata dalla lingua in una dimensione diversa, vibrante a un diverso registro. Nessuno quanto un traduttore infatti ha la possibilità, il privilegio direi, di penetrare nei mecca­nismi più profondi della scrittura di un autore e di osserva­re la formazione stessa del processo creativo; il suo co­struirsi, il suo dispiegarsi fino a raggiungere la sua forma compiuta. Dunque non deve meravigliare se Anita Nair è anche autrice di testi poetici, raccolti e pubblicati per la prima volta nel 2002 col titolo di Malabar Mind (Cuore di Malabar) e, nel 2010, in una nuova edizione per i tipi di Harper Collins India. Il significato del titolo lo spiega lei stessa all’interno della raccolta:

Un tempo il Malabar era un distretto britannico. Dopo l’Indipendenza, il Malabar non venne più ricono­sciuto come distretto e la regione fu divisa a formare la parte settentrionale dell’attuale Kerala. Anche se il Mala­bar non ha dei confini geografici, né compare sulle carte geografiche dell’India, esiste comunque tutt’ora come una condizione psichica[1].” 

Da queste parole deriva la mia scelta di tradur­re mind con ‘cuore’ e non con mente, poiché quella che celebra Anita è la dimensione non duale della men­te/cuore. Uno stato dell’essere, una condizione esistenziale e allo stesso tempo una visione del mondo. Del resto, in sanscrito, il termine per mente, manas, è usato indistinta­mente in entrambe le accezioni di mente e cuore.

I quaranta testi della raccolta, scritti nell’arco di una decina d’anni esplorano, soprattutto nella prima parte, un mondo che per l’autrice è stato fin dagli inizi un dovizioso serba­toio di ispirazione, immaginazione, ricordo e amore, mi­scelati e cucinati sapientemente nella sua fucina/cucina, eppure sempre usando un linguaggio lineare, senza artifici, spesso colloquiale e quotidiano. Il mondo del Kerala delle sue origini, delle origini della sua famiglia, di cui l’antico Malabar era parte, e in cui convivono moltissime contrad­dizioni. Un Kerala che torna come sfondo in molti dei suoi romanzi. ….

Quello che per Anita Nair significa la poesia, lei stessa l’ha dichiarato in un’intervista:  <<Non sono una poetessa che scrive poesia in modo co­stante. Molto spesso la mia poesia nasce o da un’intensa esperienza emotiva, o da un avvenimento che mi ha scossa fin nel profondo. In questo senso, la mia poesia si manife­sta come un lampo, mentre i miei romanzi sono frutto di un lungo pensare, riflettere e di un intenso lavoro di ricer­ca.>>

Dunque, in un certo senso, mentre la sua narrativa è un meditato frutto della mente, la sua poesia ha natura epifa­nica, un luogo dove più apertamente si manifestano conte­nuti non mediati dell’inconscio. Ed è un aspetto interes­sante, perché rivela una forma di creatività che completa e in qualche modo alimenta l’altra. In effetti, chi conosce le opere di Anita Nair, ritroverà in questi testi poetici tutti i suoi temi e la sua visione del mondo, balenante per lampi, come lei stessa afferma; una luce sia pur intermittente che rende certo più nitida la percezione della sua narrativa e ne illumina i lati più in ombra. ”

[1] In inglese, state of mind, stato mentale, condizione psichica, ma anche stato d’animo. (N. d. T.)

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Solitamente un uomo. A volte un Dio.  

Sappilo, donna

Mille soli s’avvolgono al mio braccio.

Marchio di chi io sono

Solitamente un uomo, a volte un Dio.

Striscianti, predatori

Sento i tuoi occhi

Tracciare segni di tintura vermiglia, di curcuma e di riso

Che sferzano la seta bruna della mia pelle.

Donna, sento il tuo tocco.

 

Macerie di luce

Densità di una notte senza stelle.

Il mio pennello è l’indice,

La mia tintura lucente nerofumo.

Quando il tuo sguardo incontra il mio

Nell’arena d’amore ch’è lo specchio,

Mi tremano le mani,

Le linee si sbaffano.

Donna, non sai quel che mi fai.

 

Donna, ho abbandonato la mia pelle.

Ho avuto un sorso d’eternità.

Ed ora cesserò di essere.

Ma prima che tu scemi nel nulla,

Assaporo la linfa della palma da cocco.

Stringo la tazza di terracotta come fosse il tuo mento.

M’inumidisco le labbra alla tua bocca.

Avido bevo questo mortale desiderio proibito.

 

La mia corona è intrecciata d’erba e divinità.

Labbra carnose, labbra bianche, lanugine nasconde la mia bocca d’adultero.

Agito l’arco di bambù.

Sollevo la lama scintillante.

Vibrano i tamburi a ridestare il dio che s’è assopito.

Tremor di cavigliere mentre l’uomo ch’è in me si ritrae.

Non sono più chi tu hai desiderato.

Sono il tuo protettore.

Il fiero dio Muthappan.[1]

 

Parla Muthappan:

Io sono il signore della giungla, figlio dei tralci ritorti[2]

Lesto di piede, leale sino in fondo.

Il cane m’accompagna,

Il cieco Thiruvappan è il mio compagno.

Nei tempi oscuri di questa età

Sarò con te.

A darti aiuto e consolazione.

A proteggerti ed a sostentarti.

 

Guarda, con questa freccia

Che perfora l’occhio del cocco

Io distruggo ogni male

Che ti turbina intorno.

Spicco dal serto della speranza

Frammenti perché tu vi costruisca

Tutti i tuoi sogni.

Premo la mano sulla tua testa;

Che i tuoi nervi trasmettano il messaggio

Che mai io t’abbandonerò.

 

Tutto questo e altro ancora

Farò per te.

Ma prima dentro di me la sete

Spegnerò con latte ancora tepido.

Con il vino di palma che ribolle

Senza fermare il tempo.

Succhio dalla lunga canna di bronzo

Mastico un pezzo di pesce secco

Muthappan è soddisfatto;

Muthappan è felice.

 

Muthappan ha parlato.

Più non gli sono necessario.

La mia corona del potere è fatta d’erba vizza.

Scorre sulla mia fronte il sale del sudore.

Con dita che cercarono un tempo perfezione,

Di dosso mi rimuovo la maschera del dio.

Donna, sono di nuovo chi io ero,

Un uomo con pelle ed occhi

Che cercano i tuoi.

 

Donna, lascia che il mio desiderio al tuo s’unisca.

Che le mie labbra ustionino le tue.

Che la mia fame bruci la tua pelle.

Perché dunque ora mi sfuggi?

Forse senti l’odore di selvaggio?

Temi colui che fui?

Ascolta donna,

 

Io sono un uomo;

Solo talvolta un dio.

 

Mostly a Man. Sometimes a God

 

 Know this, woman

Clasped around my forearm are a thousand suns.

The mark of who I amMostly a man, sometimes a God.

Crawling, maraudingI feel your eyes

Trace vermilion, turmeric and rice paint paths

Slashing the brown silk of my skin.

Woman, I feel your touch. 

The debris of light

The density of a starless night.

My forefinger my brush,

Glistening lampblack my paint.

When your eyes meet mineIn the mating pool of the mirror,

My hand falters,

The line smudges.

Woman, you do not know what you do to me. 

Woman, I have shed my skin.I have sipped at timelessness

Now I shall cease to be.But before you diminish

Into nothingnessI savor the life juice of the coconut palm.

Cup the baked earthen pot as if it were your chin.

I wet my lips at your mouth.I drink deep of this forbidden mortal desire. 

My crown is wrought of grass and divinity.

Fat lips, white lips, wool fuzz hide my adulterous mouth.

I sling the bamboo bow

And raise the gleaming blade.

Drums throb to awaken the slumbering god.

Anklets shiver as the man in me retreats.

I am no longer who you desired.

I am your protector.

The fierce god Muthappan. 

Muthappan speaks:

I’m lord of the jungle, son of the tortured vines

Fleet of foot, loyal to the last.

The dog is my comrade,

The blind Thiruvappan my companion. 

Through the dark times of this age

I shall be with you.

To help and console.

To provide and protect. 

Look, with this arrow

That pierces the eyes of the coconut

I destroy all evil

That swirls around you.

I pluck from the crown of hope

Fragments for you to build

Your dreams upon.

I press my palm on your head;

Let your nerve ends carry this message

That I shall never forsake you. 

All this and more I shall do for you.

But first there is a thirst in me

That I shall quench with milk still warm.

With toddy that bubbles

Unable to still time.

I suck on the long bronze spout

I crunch a piece of dried fish

Muthappan is satisfied; Muthappan is happy.

Muthappan has spoken.

He no longer needs me.

My crown of power is of wilted grass.

The salt of sweat runs down my brow.

With fingers that had once sought perfection 

I wipe away the guise of divinity.Woman,

I am once again who I was.

A man with skin and eyes

That seek yours. 

Woman, let me match my longing with yours.

Let me sear your lips with mine.

Let me burn your flesh with my hunger.

Why then do you evade me now?

Is it that you smell the savage?

Is it that you fear who I was?

 

Woman listen, 

I am a man;

Only sometimes a god. 

 

[1] Muthappan, il cui nome letteralmente significa “zio maggiore da parte di padre”, è il benevolo Dio Cacciatore del Kerala, protettore dei poveri e dei diseredati. Il suo culto antichissimo risale all’India prevedica. Il dio, che in realtà è la personificazione di due figure divine, Thiruvappan e Vellatom, viene fisicamente impersonato ogni giorno nei templi a lui dedicati da un uomo che, dopo essersi truccato in modo da alterare i propri lineamenti e assomigliare al dio – una cerimonia che dura molte ore – ne indossa i coloratissimi panni e i pesanti ornamenti, che ricordano i più antichi personaggi della danza Kathakali. In quel momento l’uomo perde la sua natura umana e diventa il dio. I fedeli, che assitono all’intera cerimonia, gli recano offerte di cibo e bevande che Muthappan consuma in cambio di benedizioni. Alla cerimonia sacra possono partecipare persone di ogni casta e religione. Uno stesso uomo impersona il dio anche per molti decenni e la pratica rituale viene passata da padre in figlio per generazioni. Questo tipo di venerazione è unica nel panorama dei culti dell’India, e chiaramente fra i più arcaici, proprio per la tipologia del rito in cui ogni giorno un uomo in carne ed ossa impersona il dio attraverso la vestizione. Il che rimanda a culti tribali. Muthappan racchiude anche la doppia natura di Vishnu e Shiva. Il cane è il suo animale sacro. (N.d.T.)

[2] Secondo alcune leggende Muthappan fu trovato dalla madre, la regina Padikutti, che non poteva avere figli e invocò il dio Shiva, in un cesto di tralci di fiori intrecciati arenato sulla riva del fiume. Proprio come Mosè. (N. d. T.)

 

Possa tu dormire un milione di anni, Shiva

 I

Signore dell’universo

Maestro della distruzione,

Sono di fronte a te

Ma non disposto ad essere schiacciato.

 

Hai mai avvertito

Le ossa di tuo figlio pungerti il palmo?

Hai mai sentito

Il pianto perforante della fame?

 

II

Ho soddisfatto

Le esigenze del mio appello.

Ho cantato il tuo nome

Milioni e più di volte.

 

E tuttavia, torneranno i miei avi

Vampiri avidi dei resti della mia colpa.

Ché sanno che abbandonando te

Abbandono loro.

 

III

Più non raccoglierò fiori d’ibisco,

O nasconderò la nerezza della tua tumescenza

Coi rossi petali della speranza

Che sbocciano, fioriscono e poi muoiono dentro questi cortili.

 

Non arderanno lampade, tuo occhio onniveggente.

Il tuo fiato di canfora non strinerà queste pareti.

Mai più io fingerò che tu esista.

I tuoi doni, solo cenere che mi strozza la gola.

 

IV

Per un’ultima volta

Mi sono immerso nella piscina verde.

Lacrime dei prescelti, come io fui,  insozzate di fango.

Per un’ultima volta ho retto il filo che a te mi lega.

 

Sia dunque questa la mia maledizione nell’addio:

Possa tu vivere prigioniero del tuo sonno.

E quando sarò andato, nessuno ti risvegli

Mai più per te richiamo di campana.

 

 

May You Sleep a Million Years, Shiva

 

I

 Lord of the universe

Master of destruction,

I stand before you

Unwilling to be cowered.

 

Have you ever felt

The bones of your child prod your palm?

Have you ever heard

The piercing wail of hunger?

 

II

 I have appeased

The demands of my calling.

I have chanted your name

A million times and more.

 

And yet, my ancestors will return

Ghouls hungry for the crumbs of my guilt.

For they know when I forsake you

I forsake them.

 

III

 I shall no longer gather shoe flowers,

Hide the blackness of your tumescence

With the red petals of hope

That bud, blossom and die in these courtyards.

 

No lamp will burn as your all seeing eye.

No camphor breath of yours will singe these walls.

Never again will I pretend that you exist.

Your blessings are ashes that stick in my throat.

 

IV

 One last time

I plunged into the green pond.

Slime infested tears of men chosen as I was.

One last time I held the thread that bound you to me.

Let this then be my parting curse:

May you live trapped in your slumber.

And when I am gone, none shall awaken you

No bells shall ever ring for you.

 

 

Voglio

 

Voglio sederti accanto in un tetro pub rumoroso

Dondolando le gambe, spalla a spalla, ginocchia che si toccano

Voglio che il tuo respiro mi asciughi il sudore sulla fronte

Che tu mi lecchi via l’amaro dalle labbra

Voglio che i tuoi occhi cerchino i miei

Voglio, nel rumore, sentire il tuo desiderio sottovoce.

 

Voglio sederti accanto su di un balcone buio

Dove il bucato di ieri non sventola ali crepitanti

Voglio ascoltare con te il richiamo della notte

Guardare le ombre giocare a palla ed il tempo strisciare lungo il muro del cielo

Voglio che le tue dita cerchino le mie, decise

Voglio esistere come più di una semplice abitudine.

 

I Want

I want to sit beside you in a rowdy dingy pub

Legs dangling, shoulders jostling, knees touching

I want your breath to drain the sweat off my brow

And for you to lick the bitterness off my lips

I want your eyes to seek mine

I want to hear the hushed lust in your voice amidst the noise. 

 

I want to sit beside you in a dark balcony

Where yesterday’s washing doesn’t flap its crackling wings

I want us to hear the night call

Watch shadows play ball and time creep up a celestial wall

I want your fingers to unerringly seek mine

I want to exist as more than a mere habit.

 

2 anita

 

©2018 by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

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