La memoria dei morti. Francesca Diano

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William Blake, Lo spirito di Platone

I morti ricordano. Ricordano molto più di quanto non facciamo o non vogliamo fare noi, immersi come siamo nel flusso di un tempo contingente e fluttuante, che è però solo velato simulacro di quell’atemporalità, di quello stato assoluto dell’essere in cui essi esistono. Ricordano e sono testimoni e di quanto fecero e di quanto subirono; e di quanto vollero e di quanto non vollero; e di quanto furono e di quanto non furono. La loro testimonianza è insopprimibile, non la si può tacitare, nemmeno cancellandone la memoria, nemmeno deformando o alterando quella memoria a nostro uso e consumo, perché non c’è infinitesimale particella o microtraccia del loro passaggio che non sia stata lasciata a noi in eredità, che non si sia radicata a segnare il corso delle cose, nemmeno se volessimo impiegare l’intera vita a sradicarla da noi o da questo mondo.

Loro ricordano chi siamo, ciò che facciamo, quel che pensiamo e a volte gioiscono e a volte si dolgono, a volte ci accarezzano a volte si ritraggono. Perché la loro memoria siamo noi. La testimonianza del loro passaggio siamo noi. Non v’è giudizio in loro, né passioni estreme come noi le conosciamo, ma il loro spirito aleggia sulla terra come nell’intero cosmo ed esso è il loro oceano, dove fluttuano liberi e si immergono nella sostanza degli astri, delle comete, dei mondi, degli infiniti universi con essi fondendosi e ovunque lasciano traccia della loro sostanza e della loro memoria. Poiché quegli astri, quelle comete, quei mondi, quegli universi sono fatti della loro stessa materia e il loro passaggio la modifica e la plasma, la volge e la trasmuta incessantemente. Non v’è nulla che non lasci orma di sé nel volgersi dell’universo.

I morti ricordano chi siamo, le nostre azioni, i nostri pensieri, il nostro amore, le nostre fragilità, la nostra malvagità, quanto abbiamo costruito e quanto abbiamo distrutto. E a nulla vale la nostra mancanza di memoria, il nostro non voler ricordare, poiché essi sono ciò che noi siamo e noi siamo ciò che loro sono.

Mai testimone fu più veritiero di loro. Mai potremo sfuggire a quanto essi ci indicano e ci dicono su noi stessi.

(C) 2021 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Dell’infinito bene. Un dialogo fra Epicuro e Leopardi.

Ho scritto questo dialogo in occasione del III Convegno Epicureo tenutosi a Senigallia nel luglio 2021 ed è stato messo in scena a Recanati dalla compagnia teatrale Nuovo Melograno. Il dialogo si ispira a quel capolavoro che è La poetica di Epicuro, il meraviglioso dialogo scritto da Carlo Diano.

FRANCESCA DIANO

Credit: UIG via Getty Images/PHAS

EPICURO. Oh, non si smette d’incontrare persone in queste lande. Non avevo finito di discorrere con grammatici e poeti, che ecco arrivarne un altro. È davvero una folla! Ora chi sarà questo che si guarda intorno smarrito? È forse uno dei miei? Non può essere. L’immortalità è di quei pochi che hanno detto o fatto qualcosa di nuovo nel mondo, come ho potuto scoprire io stesso. Ne parlavo proprio con quel grammatico.

LEOPARDI. Ma tu non sei forse Epicuro? Dunque quanto consigliavi per vincere la paura della morte col tuo Tetrafarmaco non si è provato vero. E analoga riflessione potrei fare su me stesso, poiché io anche lo credevo. E invece… come mai?

EPICURO. Sì, sono proprio io. La cosa non ti sorprenda. Ma, se sei qui e io t’intendo, anche tu devi essere di quei pochi che hanno detto o fatto qualcosa di nuovo. Tu pure, come me, sei pensiero. Puro pensiero. È così che comunichiamo. Per quanto mi riguarda, in vita tentai di insegnare agli uomini la via della felicità. Ma temo, con poche eccezioni, di non essere riuscito del tutto nel mio intento. Anzi, affatto. Gli uomini non amano essere felici. Tanto meno amano filosofare. Sembra non sappiano far altro che azzuffarsi, litigare, oppure vivere nel passato o guardare ciecamente al futuro. Preda di rancori, rimpianti e desideri, non vivono mai. Ma, per coloro che vogliano seguirla, la via l’ho indicata. Dunque, quando insegnavo che non si deve aver paura della morte perché essere e non essere non si danno insieme, insegnavo il vero, ciò che avviene per i più. E comunque, quando sopravvivi come puro pensiero, come ci accade, non c’è da aver paura.

LEOPARDI. Ah sì, davvero, l’infelicità è la sola cosa certa e costante della vita umana. Su questo ti do piena ragione. Gli uomini vi han trovato una sorta di medicina, che pure se più amara del male che dovrebbe curare, sembra loro irrinunciabile. Negano il presente alternando ricordanze e illusioni. Ma non esiste né passato, né presente, né futuro. Tutto è eterno e interminato. Quest’idea non mi fu estranea e n’ebbi paura di quella infinità. E tu di infinito te ne intendi. Tu fosti il primo a parlarne fra gli antichi.

Io, per me, fui estraneo al mio secolo, non mi unii alle esultanze dei miei contemporanei che ne festeggiavano le glorie. Le trovai invece fallaci. E infatti…

EPICURO. Dunque anche tu t’aspettavi che tutto si dissolvesse con la morte? E invece così non è, almeno per alcuni, come vedi.

14 giugno 1837: muore Giacomo Leopardi - SettimanaNews

LEOPARDI. Sì, come te pensavo che dopo la morte non ci fosse più nulla. Devo convenire, all’opposto, che è proprio come raccontarono le mummie di Federigo Ruysch in un’operetta ch’io scrissi. Solo che io quelle le intendevo per celia. Eppure… talvolta le idee più bizzarre si provano vere. Dunque, anche per noi gli atomi permangono in una qualche forma, seppure non capisco ancora in quale forma. Io t’intendo nel pensiero e percepisco la tua presenza. È davvero poi cosa che desta meraviglia questo mio comprendere intero il tuo pensiero, quasi stessimo dialogando, anche quello che – io vivo – m’era ancora sconosciuto. Diceva dunque il vero Eraclito: gli uomini attende dopo la morte quello che non si aspettano né immaginano.

EPICURO. Eraclito… quell’adoratore del fuoco. Ma devo ammettere ora che su qualcosa aveva ragione. L’hai detto, siamo puro pensiero. L’anima e il corpo si sono dissolti. Difatti, mentre tu mi hai riconosciuto grazie ai simulacri dei miei ritratti, io non so chi tu sia.

LEOPARDI. Me lo sono chiesto tutta la vita o Epicuro, senza veramente capirlo, se non forse alla fine. Ma se vuoi una definizione, posso dirti un poeta. La poesia fu la sola certezza. Si divorò la mia intera vita e io gliela offrii con gioia. Ed ora vedo che qualche segno di me ho lasciato nel mondo, se devo stare a quanto m’hai detto dell’immortalità.

EPICURO. Un altro!

LEOPARDI. Un altro? Ne hai visti tanti di poeti qui in giro?

EPICURO. Uno solo, a dir la verità; ma m’è bastato e avanzato, anche se ve ne sono molti a quanto pare. I poeti non li volevo nel mio Giardino. Sono degli esaltati, dei fanatici. Eppure tu non parli del tutto la lingua dei poeti.

LEOPARDI. Credo tu non ti sbagli. C’è chi ha visto nella mia poetica una sorta di filosofia. E invero, come tu dicevi, non mi sono mai stancato di filosofare, checché ne dicano molti che di filosofia non capiscono un bel nulla. Nell’età presente li chiamano critici. Persino alcuni filosofi lo negano. Proprio quelli che usano la filosofia come i cortigiani del Re Sole usavano i profumi più rari: per coprire i fetori. Ma io lo saprò ben più di loro, no? Ti posso anzi dire che senza la filosofia non sarei stato poeta e senza la poesia non sarei stato filosofo. Sono due vie apparentemente diverse, eppure talvolta s’incontrano. Di esempi fra gli antichi ne abbiamo. Eccoti la risposta.

EPICURO. E dimmi, la poesia t’è stata d’aiuto?

LEOPARDI. Lo è stata per certo, perché m’ha permesso di dare ordine e senso a quell’oceano tempestoso d’infelicità, entusiasmi, passioni, disperazione, tumulti, disillusioni, slanci e cadute e insomma a tutto quel coacervo di affetti che altrimenti m’avrebbe travolto e forse condotto alla stessa scelta di Saffo e di Bruto.

Ma, come vedi, la poesia non basta sola. Non basta saper versare con arte ciò che nell’anima ci preme nelle forme che la poesia chiede di volta in volta al poeta. Non basta il canto, ché sarebbe un vuoto e vano esercizio di stile.

EPICURO. È interessante quello che dici. Dunque tu non credi che passione e stile bastino a far la poesia?

LEOPARDI. No di certo. È necessario anche un pensiero coerente che ne sorregga la struttura con fondamenta e architravi robuste. Ed io sempre del pensiero ho nutrito la mia poesia e ho badato a costruire un edificio che stesse ben saldo. Quindi, ho fatto come tu suggerivi, ho filosofato, solamente l’ho fatto da poeta. Non divenni sentimentale se non quando, perduta la fantasia, divenni insensibile alla natura e, tutto dedito alla ragione e al vero, e insomma solamente filosofo.

EPICURO. In questo mi ricordi Lucrezio, cui riconosco grandezza e unicità di poeta. E i poeti, tu lo sai, non mi sono andati mai troppo a genio. Con loro non c’è da star sicuri, non sai mai quello che ti combinano.

LEOPARDI. Non ho osato mai nemmeno pensare di eguagliare l’immensa grandezza di Lucrezio. Non credetti di avere altrettanto genio, o sacra follia, né fu il mio pensiero così visionario né bruciante. Ma tentai io pure di dare un volto alla Natura e, quando la vidi in tutta la sua terribile potenza, ne fui atterrito e come annichilito,

EPICURO. La Natura è ciò che è. Non è né terribile né misericordiosa. È.

LEOPARDI. Certo. Così è se non la si considera nei riguardi degli uomini, poiché proprio in quel suo essere, senza alcun correlato, proprio in quel suo esistere per sé stessa è la nostra infelicità. Degli uomini, degli effetti che il suo essere ha sugli uomini, ella non si cura punto. Proprio come i tuoi dèi. Non ha l’amore di una madre per le sue creature. E in questo, Epicuro, mi ricordava esattamente la madre che ebbi in sorte; chiusa, aspra, insensibile al dolore dei suoi figli. Una lastra tombale.

EPICURO. Ma l’uomo non è un essere separato dalla Natura. Ne è parte egli stesso! Ciò che gli avviene è nel ciclo degli eventi. Se lo comprende può scegliere. Quando lo comprende, ogni timore e conflitto si scioglie, poiché tutto scorre secondo una naturale armonia. Si nasce, si vive, si muore, e quel che l’uomo può fare per giungere a ciò per cui è nato – la felicità – è proprio nascere, vivere e morire secondo quel fluire, incontrarsi e separarsi degli atomi che ne determinano le sorti, imparando a governare e limitare i desideri, annullare le paure, star quieto e vivere fra amici che gli siano simili. E filosofare.

LEOPARDI. Già, limitare i desideri… più facile a dirsi che a farsi. Non siamo noi costantemente pressati da un infinito desiderio di raggiungere il piacere? E se questo desiderio è infinito e la soddisfazione dei singoli desideri finita, come potremo noi mai raggiungerlo e colmarlo? E i timori, e le paure che costantemente ci dilaniano?

Hai detto bene tu che non esiste durata o estensione minore o maggiore nel piacere, e che al massimo esso varia. Vedi? Conosco bene la tua filosofia e intesi bene, al tuo stesso modo, il significato di piacere. Tu dicesti che è tutto intero e perfetto nell’istante; e che non si deve aver paura della morte perché essere e non essere non possono esistere insieme.

È una bella e grande filosofia la tua, volta, come ogni filosofia dovrebbe essere, all’utile. In questo, di merito ne hai. Ma poi tutto s’infrange contro la realtà di ciascuna vita e di ciascuna anima.

EPICURO. Ma è per questo, proprio per quanto tu dici, che io creai la mia scuola e il mio Giardino perché, come hai appena ammesso che essere e non essere non si danno insieme, così la sapienza e la paura non si danno insieme. Uomo felice è colui che lungo la via della verità incontra la sapienza. Poiché questa non ci è data in dote per nascita, ma dobbiamo cercarla incessantemente e praticarla, così che, quando avremo educato l’anima a liberarsi dai desideri, dalle paure, potremo finalmente iniziare a vivere; vale a dire, ad essere felici! È con la pratica che si raggiunge la felicità. L’uomo passivo, l’uomo che si lascia soffocare e paralizzare dalle paure, sommamente da quella della morte, non solo è infelice, ma è schiavo.

E non soltanto due sono le paure – della morte e degli dèi – in cui io ho voluto sintetizzarle tutte, ma molte ancora, che da queste due discendono e che spesso molti usano per dominare i propri simili. Ancor più qui soccorre la sapienza.

LEOPARDI. Chissà, se t’avessi conosciuto e fossi entrato nel tuo Giardino… forse la mia sorte sarebbe stata diversa. Anche se, devo ammetterlo, della morte e degli dèi non ebbi mai paura; la prima la invocai spesso, nell’esistenza dei secondi non credevo. Ebbi invece paura della vita. Ma forse non sarebbe stata diversa, dovevo solo seguire un’altra via. Quella che chiedeva il mio dàimon. Del resto, non furono molti quelli che ti seguirono, anche se nel lontano Oriente qualcuno venne e predicò una sapienza non troppo dissimile dalla tua ed ebbe fortuna assai maggiore. Mentre tu offrivi il tuo Tetrafarmaco, lui indicava le Quattro Vie per liberarsi dal dolore.

EPICURO. Eppure, gli uomini d’oggi sono infelici forse più di quanto l’uomo sia mai stato. Perché, così come tu ed io esistiamo ora come pensiero e abbiamo facoltà di cogliere e intendere il pensiero dell’altro, altrettanto possiamo, se lo vogliamo, cogliere e intendere il pensiero di coloro che furono e di coloro che in questo presente frangente del tempo, così come gli uomini lo credono e lo intendono, esistono e vivono nel mondo sublunare, come anche toccò a noi.

LEOPARDI. Davvero è cosa mirabile ed io stesso lo vedo. La paura percorre il mondo ed è figlia di quello che gli uomini ritengono erroneamente progresso.

EPICURO. Nel loro mondo la paura ha travolto ogni argine e si è abbattuta su di essi come la forza distruttiva di un uragano. La paura è nemica della ragione, della sapienza e della felicità, ma anche dell’amore e dell’amicizia fra gli uomini. Molti l’hanno dimenticato e si sono arresi alla loro peggior nemica. Intere nazioni si sono consegnate a questo cavaliere oscuro e vagano nelle tenebre, sordi al richiamo della ragione. Che tristezza…

LEOPARDI. E gli uomini preferirono le tenebre alla luce… già. Come tu dicesti che, dopo quella degli dèi, la più grande paura dell’uomo è la morte, perché è la negazione dell’esistenza. E gli uomini che, generazione dopo generazione, sono sempre morti, ora hanno più che mai paura di morire. Non perché non sappiano che la morte ti può cogliere inattesa in qualsiasi istante, ma perché hanno confezionato una società ingannevole, che ha loro fatto credere di poter essere eternamente giovani, eternamente sani, forti, e perciò eternamente felici. Poiché identificano la felicità con il puro esistere della carne. E per questa illusione miserrima si sono venduti l’anima ai trafficanti di corpi. Per il terrore che il corpo si ammali, decada e muoia son disposti a qualunque rinuncia, financo della libertà.

È una società ben triste e sono lieto di non appartenervi. Hanno fatto una fede della materia, più di quanto l’uomo abbia mai fatto. Agli dèi hanno sostituito la nuda vita, ma priva dell’amore di sé. È una fede più cieca di ogni altra, perché vi si finge che la materia di cui sono composti e nello stato in cui li compone, sia eterna. E questi sono i guasti di un supposto progresso, grottesco e ingannevole, già tanto esaltato dai miei contemporanei. Ma certo nemmeno loro si sarebbero immaginati dove avrebbe condotto. Io invece qualche sospetto lo avevo.

EPICURO. Infatti. Dimenticano che la materia è un aggregato di atomi, i quali si uniscono, si separano e si scontrano a loro dispetto in una danza infinita. E su questo non hanno controllo alcuno. Più ciechi dei dormienti di Eraclito!

LEOPARDI. Io ne scrissi, dell’infinito. M’avvenne tutto a un tratto di comprendere che lo spazio e il tempo sono soltanto idee che l’uomo ha in sé. Il tempo non è una cosa, è un accidente delle cose e, indipendentemente dall’esistenza delle cose, è nulla; è un accidente di questa esistenza, o piuttosto una nostra idea. Una parola… medesimamente dello spazio. Sono idee, nomi. E sai quando lo compresi? Contemplando l’orizzonte oltre una siepe che s’affaccia da un colle e quel tramezzo verde limitava lo sguardo e al di là non v’era che quello che mi parve un indefinito. Fu una rivelazione, se vuoi usare questo termine. Sì, la somma felicità per l’uomo è naufragare nel nulla. E fu una vertigine, in cui sperimentai la dissoluzione di tutto me stesso, della mia carne, del mio pensiero in un nulla infinito.

Perché la vita è il sentimento dell’esistenza e di quel sentimento avvertii l’annullamento. Forse mai fui più felice come lo fui in quell’istante.

EPICURO. Tu mi fai paura! Ora sì mi ricordi Lucrezio. Ma vedi? Mi dai ragione. In quell’istante fu tutta la felicità. Però è nella vita che dobbiamo ricercarla.

LEOPARDI. Già. Tu dici che la felicità è nel filosofare. E sia. Dunque nell’indagare, nel ricercare il vero. Io dico invece che nel vero è la somma infelicità. E gli uomini lo fuggono. La felicità è nell’ignorarlo, nell’immaginazione e nelle illusioni.

EPICURO. Dunque, a quanto dici, gli uomini che popolano oggi la terra dovrebbero essere sommamente felici, ciechi come sono al vero e immersi in uno stato trasognato, nutrito di illusioni, seppure assai poca immaginazione. Eppure, così non mi appaiono!

LEOPARDI. Non lo sono infatti, caro Epicuro. Prima di tutto perché in loro l’immaginazione è come rattrappita e rinsecchita, e poi perché, come dissi, hanno fatto fede della materia e l’hanno sostituita agli dèi, ma senza quel sentimento dell’infinito, senza l’immaginazione, sole fonti della felicità come all’uomo è possibile a tratti raggiungere. Credono di conoscere e di poter dominare, controllare la Natura. Che grande inganno! Come puoi manipolare e sottomettere qualcosa che è immensamente più grande e potente di te, e alla quale sei indifferente?

C’è però un poeta, che porta il mio stesso nome e vive sull’isola degli Iberni, il quale possiede sia l’uno che l’altra in somma misura. Per lui la poesia è fons et origo, e un’infinita ricerca dell’infinito. Un mistico innamorato dell’invisibile.

Senti cosa ha scritto di quello che lui chiama Verbum, la Parola:

Non ho nome, non volto, non forma,

e parole e colore prolungano l’inganno

che mi si possa dipingere: sono oltre

ogni senso di quel che ‘oltre’ significa.

Per conoscermi devi chiudere gli occhi

e lasciare la via dell’asserzione,

la via del pensare e immaginare:

sii soltanto pellegrino a te stesso,

vigile, che non sa dove andare,

ma che confida nella propria ignoranza

viaggiando verso l’interno senza posa. 1)

EPICURO. Un altro invasato? Su certe cose però ti do ragione, per quanto non concordi su quello che definisci il sentimento dell’infinito e il resto. Tu dici che l’anima umana desidera sempre essenzialmente e mira unicamente al piacere, vale a dire la felicità. E così è. Ma poi specifichi che questo desiderio non ha limiti, perché è congenito con l’esistenza e dunque non può avere fine in questo o quel piacere, che non può essere infinito. Quel che sostengo io invece, è che proprio a quei desideri e a quell’infinitezza si può e si deve porre un limite per essere felici. Si può. Che è quanto insegnai nel mio Giardino.

LEOPARDI. Eh, già. Su questo punto non ci troviamo. Infatti, a parer mio e per mia esperienza, quando l’anima desidera una cosa piacevole, desidera in realtà la soddisfazione di un suo desiderio infinito, desidera veramente il piacere e non un dato piacere. E perciò tutti i piaceri saranno misti di dispiacere poiché l’anima, nell’ottenerli, cerca avidamente quello che non può trovare; l’infinità di piacere, la soddisfazione di un desiderio illimitato. Mi segui?

EPICURO. E certo che ti seguo! Dove mai dovrei andare? Chi mai sognerebbe di meglio che parlare di filosofia con un poeta?

LEOPARDI. Oh, di meglio c’è; parlare di poesia con un filosofo! Non l’hai fatto con il Grammatico?

EPICURO. Verissimo! E pensa che all’inizio aveva fatto in modo che non me n’accorgessi! Certi grammatici sono peggio dei poeti!

LEOPARDI. Insomma, torno al mio ragionamento sul mischiarsi di piacere e dispiacere e sul cercare la soddisfazione di un desiderio illimitato. Quando questo s’applichi a uno dei desideri più gretti e ignobili, la sete di potere o di ricchezza – che fa lo stesso – tu vedi nel concreto come mai nessun raggiungimento lo soddisfi o lo plachi. Anzi, spinge l’uomo alla follia.

EPICURO. E infatti badai sempre a raccomandare di tenersi lontani dalla politica. Quanto alla ricchezza, non aver fame, non aver sete, non aver freddo fanno di te il più ricco e felice degli uomini, anzi, pari agli dèi. Eccoti mozzata di netto la testa all’infinitezza del desiderio.

LEOPARDI. Già, però, se veniamo all’inclinazione dell’uomo all’infinito – che io non rinnego – esiste in lui una facoltà immaginativa, la quale può concepire le cose che non sono, e in un modo in cui le cose reali non sono…

EPICURO. Bella scempiaggine! Dove ne sarebbe l’utilità? A che mi serve il non-essere?

LEOPARDI. Aspetta Epicuro. Se si considera la tendenza innata dell’uomo al piacere, una delle principali occupazioni dell’immaginazione è quella di immaginarsi il piacere e può quindi figurarsi dei piaceri che non esistono e figurarseli infiniti in numero, in durata e in estensione.

EPICURO. Lo dici a me, che fui il primo ad affermare che fine della natura dell’uomo è il piacere? Ma non il simulacro del piacere! Che c’entra l’infinito? Il piacere è perfetto nell’istante, né può essere misto di dispiacere e, avesse pure a disposizione il tempo infinito, questo non aggiungerebbe un ette quanto a intensità e durata.

Quel che mi dici sull’immaginazione, capace di figurarsi piaceri che non esistono, e pure infiniti in numero, durata ed estensione, mi fa sovvenire quanto disse Gorgia sull’arte del poeta e della parola, che definì apate, inganno. E lo fece sulla base metafisica dell’essere, che è insieme non-essere, e del non-essere che è a sua volta essere. Ché questa tua immaginazione proprio un inganno mi appare. Materia da sofisti, o peggio da metafisici. I poeti sono degli esaltati e degli invasati, non cambio idea. Però, ascoltandoti, mi pare che in te ci sia più del filosofo, e la cosa è singolare, se si sta a giudicare dall’epoca in cui vivesti.

LEOPARDI. Ah, questo puoi ben dirlo! Ché io non mi trovai nella mia epoca!

EPICURO. In ogni modo, hai una ben strana idea di felicità.

LEOPARDI. Pensa, fra i tanti progetti che la brevità della mia vita m’impedì di portare a compimento, uno in particolare m’è dispiaciuto non aver realizzato. Avevo in animo di scrivere un trattato dal titolo L’arte di essere infelice. Quella di essere felice è cosa rancida; insegnata da mille, conosciuta da tutti, praticata che da pochissimi e da nessuno con effetto. Tu sei un’eccezione ben rara naturalmente. Vedi, nella mia disperatissima ricerca della felicità, ebbi costantemente davanti il vero e fui dunque costantemente infelice. Sommamente per i mali del corpo e la cagionevolezza della mia complessione. Per essermi visto costretto in un luogo disgraziatissimo, che odiai e da cui riuscii finalmente a fuggire per mai più tornarvi, e perché la natura, non che farmi dono della bellezza e della prestanza, mi fece brutto e deforme.

Mai ebbi la grazia dell’amore appassionato di una donna, non conobbi le dolcezze di chi ama riamato e infine desiderai sempre la morte, che mi avrebbe liberato da tutte codeste sofferenze, ché certo quelle del corpo ebbero grave effetto su quelle dell’animo. Insomma, tanto più l’uomo desidera la felicità, tanto più è infelice. Mi sembrò sempre di avere un’ala spezzata e di non poter mai volare.

Eppure, io una forma di felicità la trovai, me ne rendo conto soprattutto ora più che allora; la mia poesia, quella fu la cura che sanò la mia ala e mi permise di volare verso spazi infiniti.

EPICURO. È davvero cosa triste quel che mi dici ed io, pur essendo ormai puro pensiero, non posso non avvertire quel che provavo di fronte ai dolori di un amico. Strano, non l’avrei immaginato. Però, come io insegnai, se la carne si trova nel dolore, non per questo il saggio non è felice.

LEOPARDI. So quel che scrivesti in quella tua lettera degli ultimi giorni, che è un capolavoro di virtù, eroismo e amore insieme, mentre, straziato dai dolori del corpo, avevi davanti la morte.

EPICURO. La carne non è l’anima, e il piacere e il dolore dell’una non è il piacere o il dolore dell’altra, perché affezioni e sensazioni rimangono sempre nella parte in cui si producono, perciò al dolore della carne oppone il piacere ch’essa trae in proprio dai ricordi dei beni goduti e che nessuna forza può fare che non siano stati.

LEOPARDI. Sì, per questo dicesti che il saggio è beato anche nel Toro di Falaride. In effetti io dissi qualcosa del genere; le chiamai le ricordanze.

EPICURO. Se la tua carne soffriva, non per questo doveva soffrire l’anima e se tu non avesti in sorte né bellezza delle forme, né l’amore condiviso, che del resto non dipende dall’aspetto del corpo, non credo che l’anima tua, bellissima e nobile, non abbia tratto a sé l’affetto di amici a te simili.

LEOPARDI. Oh sì, Epicuro, amici ne ebbi e di molto cari anche. Fin da ragazzo, quando rovinai la mia stessa salute con studi matti e disperatissimi, sia per amore appassionato del sapere, che per fuggire una realtà insopportabile, fin da ragazzo dico, ebbi intensi scambi epistolari con alcune anime grandi e generose. In seguito, ancora, trovai amici che mi stimarono e mi amarono e non si risparmiarono nell’aiutarmi. Infine, quasi all’ultimo tuffo, uno in particolare, insieme alla sorella, fu fonte di infinita dolcezza e sostegno e amore. A lui devo alcuni anni sereni e privi di eccessive cure materiali. Si prese in casa un uomo malato, di difficile carattere – perché non ero certo farina da far ostie, come certi dicono! – seppure ormai celebre. Per quel che vale la celebrità: un bel nulla.

Tuttavia, dopo la mia morte, scrisse del nostro sodalizio usando parole non sempre gentili e diede di me un ritratto talvolta impietoso. Ma non gliene faccio una colpa. Forse lui pure vide il vero. Del resto, i suoi meriti nei miei confronti furono molti e grandi e s’adoperò perché i miei scritti non andassero dispersi.

EPICURO. Questo ti rende onore. La sua amicizia in vita fu sincera, ma la natura umana è quel che è e, se pure in seguito fu a tratti crudele nel giudizio, forse è cosa da ascrivere al misto di passioni contraddittorie che la frequentazione di un’anima grande può suscitare in anime più deboli. E poiché non dubito che tu abbia dato a lui più di quanto egli abbia dato a te…

LEOPARDI. Non so se così fu, Epicuro. Mi offrì una casa, una famiglia, cure, accudimento…

EPICURO. Ma tu gli offristi l’amicizia e la fiducia di una mente che ha lasciato un segno e gli affidasti le sue opere! Ed è moltissimo. E forse l’avvertì come uno squilibrio, da cui si generò un risentimento che nocque più a lui che a te. Di casi simili ne ho visti e se ne vedranno. Non sempre l’anima umana è lineare. Ma ti fu amico in vita e ti soccorse ed ebbe a cuore le tue opere e questo è ciò che vale. Il resto sono accidenti.

LEOPARDI. Lo so bene. Perché in quella inestinguibile sete d’infinito io ebbi sempre a cuore il bene e la virtù, ed ora vedo con chiarezza quel che spesso pensai in vita ma forse non compresi appieno: che essi sono l’una e medesima cosa e l’abbiamo in noi ad ogni istante. Se la Natura ci ha fatti quali siamo e ci ha poi abbandonati a una vita che non è altro che un rincorrersi di desideri, cadute, attesa e sofferenza e tutti, tutti, siamo nella medesima condizione, o ci si volge alla tua filosofia o ci si dà al misticismo. Ma, in entrambi i casi, quel che conta è la solidarietà e la fratellanza fra gli uomini; quella che tu chiamasti philìa, amicizia, e io ne scrissi, all’ultimo, contemplando la luce dell’umile ginestra, che fiorisce intatta dove prima gloriose civiltà e superbe si ritennero eterne e invece scomparvero.

Nobil natura è quella
che a sollevar s’ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,

e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire
fraterne, ancor più gravi

d’ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l’uomo incolpando
del suo dolor, ma dà la colpa a quella
che veramente è rea, che de’ mortali
madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccome è il vero, ed ordinata in pria
l’umana compagnia,
tutti fra sé confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune.
 

EPICURO. Esattamente questo insegnai nel mio Giardino, creando quella società degli amici, di uomini pari per sentire e comunanza d’intenti, pronti a soccorrersi nel bisogno. Non lo chiamai bene, ma piacere, perché è nel piacere che il bene e la volontà si rivelano. Nell’amore per l’uomo, la philanthropia, quella autentica, che a premio ha unicamente sé stessa. Nella charis, il dono, la letizia dell’amore reciproco, suggellato dal patto dell’amicizia. Un amore che è anche unione d’anime, che insieme partecipano del piacere e del dolore e affrontano serene anche la morte.

LEOPARDI. Come tu dicesti, l’amicizia percorre danzando la terra, recando a noi tutti l’appello di destarci e dire l’uno all’altro: felice! Non altro è che amore.

EPICURO. Vedi? Seppure con parole diverse, diciamo la stessa cosa. Tu credevi di vedere il vero e invece lo rifuggivi, ma proprio quella tua fuga da quello che tu ritenevi il vero t’ha invece condotto alla verità. Perché una è la verità, ma molte sono le vie che vi conducono. Lo disse quel Grammatico in un suo scritto.

LEOPARDI. Ma guarda un po’, mai avrei immaginato di ritrovarmi qui e rivedere, ragionando con te, l’intero mio pensiero alla luce di quello che io compresi appieno alla fine della mia vita, ma che già era fin dagli inizi presente nella mia opera, come unico, vero, infinito bene che l’intero universo unisce e di trovare in te quella mia stessa idea d’infinito; quella che condusse Lucrezio alla follia, che i monaci irlandesi rappresentarono nei loro scriptoria in intrecci, volute, spirali senza inizio né fine, i colorati labirinti della mente, i medesimi che il poeta ibernico descrive nei suoi versi. Centri infiniti che s’allargano in infinite sfere e tutti si fondono in un’unica sfera, anch’essa infinita. Quale meraviglia!

Ma guarda Epicuro! Chi viene? Non mi è estraneo.

EPICURO. Ma è il Grammatico! Sta tornando. Ebbi con lui una lunga conversazione sulla poesia e sulle poetiche. E a noi si unì Posidonio. Ma, da quel che vedo, a differenza del nostro precedente incontro, lui pure ora è puro pensiero, ché allora mi vide come in sogno ed era tra gli uomini. Fu proprio lui ad accennarmi di te e della tua idea – la disse ossessione – d’infinito.

LEOPARDI. Dunque, se è qui, lui pure è fra coloro che dissero qualcosa di nuovo nel mondo! Sì, mi amò molto, fin dalla giovinezza e fino all’ora della morte. Ancora nelle sue ultime ore aveva a mente i miei versi.

EPICURO. E molto amò me e nelle sue opere rivelò del mio pensiero quel che nessuno ancora aveva compreso. Con coraggio affrontò una morte dolorosa, tanto simile alla mia. Ma non dubitò mai della sopravvivenza dell’anima. Fu a suo modo un mistico. Qui con voi mi sembra d’essere tornato nel mio Giardino.

EPICURO e LEOPARDI.

Eccoti Carlo, finalmente! Benvenuto fra gli amici!

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1) Il poeta citato è James Harpur e i versi sono tratti dal suo poemetto Kells.

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Visione a ritroso

Patrick Smith – Getty Images

La maggior parte degli esseri umani ha gli occhi sulla nuca. Non la vedono mai davanti a sé, ma la vedono – se la vedono – solo quando l’hanno alle spalle. E se quella stessa verità si ripresenta, identica ma sotto nuove vesti, ancora non la riconoscono.

Francesca Diano

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Francesca Diano. Note di traduzione

Queste note nascono dalla mia esperienza ormai quasi quarantennale di traduttrice letteraria, in particolare per quel che riguarda la traduzione della poesia e accompagnano l’Antologia delle opere del grande poeta irlandese James Harpur che spero di dare presto alle stampe. Dal mio lavoro su molti poeti di area anglofona, ma soprattutto su quello della sua poesia, che dura ormai da quindici anni, ho imparato moltissimo e forse ho anche capito qualcosa di più sull’essenza più profonda della poesia.

Voynich Manuscript | Manuscriptum
Pagine del misterioso Manoscritto Voynich, la cui scrittura non è stata mai deifrata.

Per me, tradurre è – come nel quesito posto dal kōan zen – cercar di trovare il suono d’una sola mano. Un paradosso, forse un’impossibilità, se sono due i poli che interagiscono – il testo e il suo specchiarsi in un’altra lingua – due mani che, unendosi, generano una terza entità, prima fluttuante solo nel regno del possibile, cui non si può accedere aggrappandosi a forzate teorie accademiche sulla traduzione, ma solo con l’umile pratica. Quella terza entità è il suono del silenzio che si crea in quel rispecchiamento. Eppure, è qualcosa che mi viene naturale. Forse perché ho imparato osservando un Maestro, e ho respirato l’arte del tradurre fin da bambina.

Il suono d’una sola mano è un silenzio colmo; così è il silenzio del testo originale a colmare di sé la sua traduzione. Tradurre poesia è impresa quasi disperata. Quasi. Se la poesia è la ricerca, che mai può giungere a mèta, d’una parola che tutto contenga, manifesti ed esaurisca, insomma dell’inesprimibile; se il suo orizzonte è sempre al di là d’un altro orizzonte, legata indissolubilmente al ‘sentimento’, oltre che alla struttura, della lingua in cui viene generata e prende forma, e all’intrecciarsi inestricabile d’esperienza conoscenza vissuto inconscio visioni fantasmi suoni interni del poeta, come si potrà trovare forma altrettanto fedele, o anche solo evocatrice di quello, in ogni senso, straniero dire? Travasare un inesprimibile in un altro inesprimibile? Eppure, ci si avventura a farlo. Per amore, passione, fiducioso e sconsiderato entusiasmo. Ma soprattutto, almeno per me, per condividere la felicità di qualcosa che mi ha resa maggiormente me stessa, che ha aperto mente, cuore e spazi prima ignoti.

Tradurre non può che essere un atto d’amore. Con una chiosa necessaria: tradurre, per me, è conoscere. Del resto, anche l’amore lo è. Non è forse l’amore il più grande traduttore dell’altro, e di noi stessi?

Un’artigiana della traduzione quale io sono, impara che è questo il mezzo più diretto ed efficace per penetrare all’interno dei meccanismi della creazione, osservarli, percepirli nel loro divenire. Sotto la superficie dell’opera compiuta, com’essa appare all’esterno, pulsa un tessuto segreto, che la costituisce e la sostiene. È il regno cui si ha accesso traducendo. Questo sguardo furtivo, arricchito di conoscenza, privilegio d’ogni traduttore, va fatto scivolare fino a raggiungere la propria interità, perché la permei e la metta al servizio dell’autore che si è scelto. Si dev’essere generosi di sé. Parlo di scelta, perché è bene, soprattutto nel tradurre testi poetici, accostarsi a poeti che si amano, che si conoscono, che si sono seguiti a lungo, o dei quali ci si è improvvisamente innamorati. Così, forse si potrà sperare d’avvicinarsi alla loro voce e di dar loro, nella nostra lingua, un suono che non strida, non entri in conflitto o, peggio ancora, non li tradisca del tutto. Come talvolta purtroppo avviene.

Si deve lasciare rispettosamente uno spazio tra l’originale e l’opera che un traduttore di poesia compie. Uno spazio veritiero. L’autentica traduzione è quello spazio stesso; il suono d’una sola mano. Tuttavia, è indispensabile un accurato lavoro filologico ed ermeneutico, senza il quale ogni traduzione d’un grande testo sarà fallimentare. Però, una volta compiuto questo lavoro, lo si dovrà dimenticare e lasciare che il testo si impadronisca di te e ti modifichi. Come se, nel momento in cui ci si avvicina ad esso, si vivesse una metamorfosi e si dimenticasse d’essere ciò che si è per lasciarsi catturare, per diventare il testo stesso, il poeta stesso. Eppure, anche questo può accadere solo in parte, perché il testo e il suo autore incontrano l’universo del traduttore, che non può che far da filtro, da setaccio, oltre che da crogiuolo. Ed ecco perché due traduzioni d’uno stesso testo – intendo due buone e dignitose traduzioni – non potranno mai essere uguali. Un po’ come, nel generare dei figli, due patrimoni genetici si uniscono creando combinazioni sempre diverse.

E mai come per un poeta quale è Harpur, tutto questo è vero. La sua vastissima cultura, i numerosissimi riferimenti, talvolta solo suggeriti, il sottofondo filosofico, rendono necessario un complesso lavoro filologico anche se, fortunatamente, il poeta è sempre generosamente pronto a fugare ogni dubbio possa sorgere. Ma poi, il resto, quello che deve dare al poeta voce il più autentica possibile nella tua lingua, tocca al traduttore e non al filologo.

In quest’antologia, ho cercato di rendere la grande varietà dei temi e degli stili di Harpur, che nondimeno presentano una straordinaria coerenza e una continuità in costante evoluzione.

Ho ritenuto importante aggiungere integralmente anche due testi teorici: l’uno, una conferenza tenuta da Harpur su quello che egli definisce Il viaggio del poeta, l’altro, Bere alla fonte. Un’esplorazione dell’immaginario poetico, Lectio Magistralis tenuta a Padova nel maggio 2017. A questi ho aggiunto l’intervista da lui rilasciata per la Poetry Ireland Review, al suo grande amico e notissimo poeta John F. Deane, da cui ho tratto, in questa Introduzione, alcune citazioni. Ho infatti ritenuto che non fossero solo importanti per comprendere la sua poetica, ma anche perché testimoniano la sua profonda consapevolezza come artista, la cui arte è intensamente meditata quale espressione coerente di una visione del mondo. Sono dunque preziosi strumenti di una più profonda comprensione della sua personalità e del suo percorso poetico. Ho infatti sempre pensato che nessuno, meglio di un poeta o di un artista, possa parlare con maggior competenza e conoscenza delle proprie opere, e dunque è giusto ascoltare sopra ogni altra cosa la loro voce.

Tradurre l’opera di Harpur non è cosa semplice: anzitutto perché il suo linguaggio, benché limpidissimo e mai scontato, è intessuto di riferimenti, di stratificazioni storico-culturali, di echi delle tante tradizioni culturali e letterarie che in lui si fondono e, ancora, per la musicalità ed estrema preziosità della parola e per l’arte con cui egli costruisce i testi: allitterazioni, assonanze, rime infrequenti (e perciò particolarmente significative), il ricorso alla metrica greca e latina o a quella della tradizione bardica.

Con umiltà ho cercato di udire in tutto questo il suono d’una sola mano, la sua.

Francesca Diano

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I dormenti di Carlo Diano

Questo testo, che alla luce dell’oggi, ha quasi una valenza profetica e che, come ha osservato Ernesto Ruocco, abbaglia come un frammento di Eraclito, comparve nel 1929 sulla rivista Bilychnis, Rivista mensile di studi religiosi, Anno XVIII, fasc. III, marzo 1929. La rivista, pubblicata fra il 1912 e il 1931, edita dalla Facoltà della Scuola Teologica Battista di Roma, prende il nome dalla lucerna a due fiamme del primo Cristianesimo, quale simbolo di un dialogo tra scienza e fede di stampo interreligioso e improntato alla libertà di pensiero e di coscienza. Sulla rivista, poi chiusa dal fascismo, scrissero nomi di grande rilievo, di credo e posizioni diverse, quali il grande arabista Giorgio Levi Della Vida (poi maestro di Noam Chomsky negli USA), Dante Lattes, lo slavista Ettore Lo Gatto, l’orientalista ed esploratore Giuseppe Tucci, il filosofo Giuseppe Rensi e molti altri liberi pensatori e grandi studiosi e intellettuali, dei quali Diano poi divenne amico.

Lo stile, quello di un dialogo diretto, in forma di domande pressanti, con lo stesso Eraclito, un colloquio personale con gli antichi che tornerà molti anni dopo ne La poetica di Epicuro.

Nemmeno io lo conoscevo ed è stata per me una scoperta sorprendente. Si era allora fra le due guerre, tempi bui si stavano affacciando all’orizzonte, ed è incredibile come il problema morale che questo testo profondo solleva anticipi di molto la celebre frase di Martin Luther King: “Non ho paura delle parole dei violenti, ma del silenzio degli onesti.” Luther King, che nacque proprio nel 1929. E altrettanto significativa è questa sua visione che trova nel pensiero degli antichi le radici dell’insegnamento del Cristo, come avvenne anche per la sua rivoluzionaria lettura dell’Alcesti di Euripide. Perché, seppure non amasse la Chiesa come istituzione, né ciò a cui nei secoli era stato ridotto il messaggio di Cristo, Diano, che aveva anche la natura di un mistico, vedeva nella sua figura la summa dell’amore di Dio per l’uomo, culminato nel sacrificio per la sua salvezza. Il suo Cristo non è un cadavere esposto sulla croce, ma una figura eroica, possente, una forza attiva il cui grido finale (e inutile) che alla fine del testo risuona: <<Vegliate!>>, è un appello di risveglio a tutte le coscienze, che attraversa i tempi e le civiltà.

Mai come oggi, quasi 100 anni dopo che Diano scrisse questo testo, in quel clima già oppresso dal fascismo – che poi farà chiudere non a caso questa rivista – su cui si radunavano le nubi nere di un conflitto spaventoso, le sue parole, già allora profetiche, tornano a metterci in guardia. Contro la cecità, la paura e il sacrificio d’ogni bene e libertà in nome della “misera vita”.

Francesca Diano

Un giovane Carlo Diano, all’epoca di questo testo

I dormenti, operai e cooperatori di ciò che avviene nel mondo. In che senso lo dici, Eraclito? Gocce d’acqua in un fiume, divise e veloci, che premono e sono premute? Ma operai e cooperatori come? Se un bene è compiuto, se un male è sofferto, noi nel nostro sonno ne abbiamo merito e colpa?

Chi vuole, quegli è che opera; ma chi non sa di volere, come opererebbe? Viviamo nel sonno, agitati da oscure visioni, andiamo con gli occhi opachi, calpestando innumerevoli vite e il grido dell’altrui volere non giunge oltre la soglia della nostra anima assorta.

In una solitudine sconfinata non possiamo reggere sotto l’oppressione del cielo. Invano innalziamo muri che arrestino e contengano la nostra paura; invano cingiamo di fiorite siepi i fantasmi del nostro voler essere; dovunque penetra il vuoto; tra gli occhi e la mano s’apre come un abisso.

A chi tenderemo le braccia, chi udrà la nostra voce? Nel sogno ci rincorriamo e chi insegue non giunge e chi fugge non ha scampo. Precisi contorni ha nel sole la nostra ombra e nella notte il terrore ci assale. Non intendiamo la vita ma non vogliamo morire.

Dormenti. È la nostra colpa. Combattiamo colle ombre del sogno e diciamo di fare il bene e di vincere il male. Ma il bene e il male stanno nel centro della terra e bisogna sollevarla tutta col nostro dolore.

Cristo, Tu non hai dato pane agli affamati e non vendetta agli offesi, né per la misera vita hai detto: <<Lazzaro, sorgi!>>

Quella notte terribile, nell’orto di Getsemani, quando sul Tuo vigile cuore pesò l’universo, i Tuoi discepoli dormivano, cooperatori delle tenebre. <<Vegliate>>, gridasti invano. Ma perché il sonno si fuggisse dalle loro anime dovesti scendere al centro della terra.

CARLO DIANO

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Epicuro, Scritti Morali. nuova edizione a cura di Carlo Diano

Pubblico un breve estratto della mia Nota introduttiva alla nuova edizione BUR degli Scritti Morali di Epicuro a cura di Carlo Diano. L’edizione, in una bellissima veste editoriale, è anche corredata da una sostanziosa nota biografica e da una rinnovata bibliografia.

F. D.

E’ uscita finalmente per i tipi della BUR la nuova edizione degli Scritti morali, gli Ethica epicurei, a cura di Carlo Diano. Questa edizione si rivelerà più completa e più fedele al testo che mio padre volle alla fine della sua vita, poiché, come è chiaro dal titolo, essa vede alcune sostanziali modifiche rispetto a quella in passato pubblicata dalla BUR nel 1983 e più volte ristampata, e riproduce l’edizione critica curata da Carlo Diano per l’Editore Sansoni nel 1946, Epicuri Ethica, ivi poi ristampata nel 1974 in edizione anastatica con l’aggiunta di due importanti studi sui papiri ercolanesi delle Lettere di Epicuro, dal titolo Epicuri Ethica et Epistulae, studi che, nella precedente edizione BUR, limitata agli Ethica, non erano stati inclusi.Come nell’edizione del 1946, anche in quella del 1974 compaiono la sua edizione critica della Vita di Epicuro di Diogene Laerzio e la sua edizione del De finibus bonorum et malorum, Libro I di Cicerone, tuttavia, essendo questi testi il primo in greco e il secondo in latino e privi di traduzione, non sono stati qui inclusi.

Nell’edizione anastatica del 1974, con note e commenti in latino, che egli curò poco prima della sua scomparsa, Carlo Diano volle aggiungere alla precedente originale edizione del 1946 i testi: Lettere di Epicuro e dei suoi, nuovamente o per la prima volta edite da Carlo Diano, testo, note, traduzione e commento (Annotazioni), edito da Sansoni nel 1946. Si trattava di una nuova, all’epoca, importante edizione critica di testi epicurei dalle Pragmateiai di Filodemo. Inoltre Lettere di Epicuro agli amici di Lampsaco, a Pitocle e a Mitre, commento e traduzione, estratto degli Studi italiani di Filologia Classica N. S., vol. XXIII fasc. 1-2, 1948. Fu appunto questa la sua volontà per l’edizione del 1974. Ho ritenuto che, pur trattandosi di due lavori piuttosto tecnici, la loro importanza storica nell’ambito degli studi sui papiri ercolanesi e la novità dei risultati, tuttora preziosi per gli studiosi di Epicuro e, allo stesso tempo, la difficoltà nel reperirli altrimenti, costituiscano motivi assolutamente validi per non escluderli da questa nuova versione.

Dunque, nel rispetto del volere di mio padre, ho creduto giusto restituire nuovamente integra (a parte i testi di Diogene Laerzio e di Cicerone, come s’è detto) l’edizione da lui curata alla fine della sua vita, la cui significatività traspare dalla dedica a colui che egli sempre considerò amatissimo Maestro e padre.Infatti, mentre l’edizione Sansoni del 1946 degli Ethica reca la dedica: “Achilli Vogliano D.”, per l’edizione anastatica del 1974, cui Diano aggiunse appunto i due studi sopra citati, egli volle la seguente dedica generale: “Quae singula olim singulis dedicavi nunc omnia in unum complexus memoriae Ioannis Gentile sacra esse volo”, parole solenni e commoventi da cui traspaiono la grandissima devozione. il grande amore e la riconoscenza che egli nutrì sempre per Giovanni Gentile.Entrambe le dediche, in precedenza omesse, sono qui giustamente restituite.

Nell’Avvertenza (Praemonitum) premessa all’edizione del 1946, Diano onora il debito di riconoscenza e affetto che egli sentiva nei confronti di Achille Vogliano, per gli stimoli e i consigli e l’amicizia che ne ricevette. Ringrazia analogamente Robert Philippson e Giorgio Pasquali, il quale, come egli testimonia, lo assistette e lo formò nei suoi primi passi di filologo, ricordando l’affetto reciproco, le lunghe conversazioni e i fruttuosi scambi di idee. Il Praemonitum si conclude con un commosso pensiero per Giovanni Gentile, che lo incitò a lavorare all’edizione degli Ethica e “che da adolescente ascoltai come Maestro, successivamente amai come un padre, la cui memoria mai abbandona il mio animo”.

Quale introduzione, si è mantenuta la scelta iniziale di riprodurre La filosofia del piacere e la società degli amici,tratto dal volume Saggezza e poetiche degli antichi,Neri Pozza Editore, Vicenza 1968 e la versione integrale della Nota sulla vita, le opere e la dottrina di Epicuro, nella precedente edizione BUR tagliata in alcuni punti, raccolta in Studi e saggi di filosofia antica, Editrice Antenore, Padova 1973. La Nota è un rifacimento e ampliamento dell’articolo pubblicato in «Enciclopedia Cattolica», Vol. V, pp. 413 ss., 1950, rifacimento che Diano redasse nel 1968, allorché l’Enciclopedia Britannica gli commissionò le voci Epicurus ed Epicureanism.

Credo possa essere utile per il lettore conoscere l’origine dell’interesse che Diano dedicò, per buona parte della sua vita, agli studi su Epicuro, iniziati nei primi anni ’30 e che lo resero internazionalmente noto quale uno dei maggiori studiosi e interpreti del filosofo di Samo; ritengo dunque che nessuno, meglio di lui stesso, possa chiarirlo. Riporto perciò di seguito uno stralcio del Curriculum Studiorum ch’egli approntò nel 1948 in occasione del concorso a cattedra:

<<I miei studi epicurei nacquero per caso, dal commento ch’io feci al I del De Finibus e nacquero da ragioni puramente filologiche, come da base strettamente filologica e sempre in vista della restituzione e dell’intelligenza dei testi, partono tutte le ricerche che io ho condotto in questo campo, anche se in qualcuna di esse la filosofia vi ha gran parte. Ma, come non si può fare la filologia di un poeta senza poetare, chi fa la filologia di un filosofo deve filosofare, e non in termini generici e astratti, ma entro precisi limiti storici e di contenuto e di forma, che è come dire di lingua. Senza di che la dimostrazione, non nascendo dalla cosa, è generica, i risultati, privi di quella necessità che la filologia, non meno delle altre scienze, ha di mira, rimangono casuali o precari. Ora, fin dalle prime questioni affrontate, io mi resi conto che i metodi fino allora seguiti nell’interpretazione di quei testi, in parte guasti, ma in parte assai più grande non interpretati e spesso ritenuti guasti solo perché non capiti, erano affatto inadeguati. Si partiva da un greco generico, si procedeva per raccostamenti il più delle volte casuali e arbitrari, e quando c’era da entrare in merito al contenuto, ci si rifaceva a una filosofia generica: se anche ci si metteva sul terreno storico, le cose non miglioravano di molto, perché l’indagine non era approfondita, e, per la difficoltà di passare dalla logica sincretistica dei moderni a quella assai più precisa e determinata degli antichi (la quale per altro è lungi dall’essere chiarita), la problematica rimaneva vaga e insufficiente. Una raccolta dei risultati ottenuti per quella via si ha nell’Epicuro del Bailey. L’idea avuta in questi ultimi anni dal Bignone di spiegare Epicuro con l’Aristotele perduto e l’Aristotele perduto con Epicuro, se era sbagliata in anticipo, perché partiva dal presupposto che Epicuro non conoscesse le opere di scuola dello Stagirita, e i risultati delle mie ricerche credo che abbiano dimostrato ad abundantiam il contrario, considerata dal punto di vista del metodo, rappresentò, rispetto a tutto quello che s’era fatto prima, un progresso enorme, perché si metteva su un terreno storico preciso. Quando uscirono i primi nuovi saggi del Bignone, le mie ricerche erano già avviate e le regole che io mi ero proposte stabilite: ed erano queste: 1) rimanere nel greco d’Epicuro e interpretare ed emendare, ove ce n’era bisogno, i testi, fino a che fosse stato possibile, in base ai soli elementi formali e sostanziali di ciascuno di essi, e da questi partire per le ulteriori ricerche; 2) collocare il suo linguaggio nell’atmosfera storica in cui era sorto, e per conseguenza fare la storia specifica dei problemi a cui quel linguaggio rispondeva; 3) ritrovare la logica del sistema, che sola poteva dar ragione di quella della parola e della frase. Fu un gorgo nel quale, tratto di cosa in cosa, più in fondo, io girai molti anni. Ma i risultati furono copiosi, perché quelli da me pubblicati non sono che una parte.>>

In effetti, parte di quei risultati costituirono la base per altre opere su Epicuro, che Diano pubblicò in anni successivi.

Queste indicazioni sono estremamente preziose, poiché chiariscono quale fosse la peculiarità e l’originalità del metodo che Diano seguiva e che sempre fu alla base di tutte le sue ricerche in ogni campo, metodo in qualche modo “trasversale”, che non conosceva barriere tra discipline, e che, supportato da una cultura di inusitata vastità e versatilità, univa una rigorosissima analisi filologica, storica, filosofica, letteraria, a profonde conoscenze in campi quali storia delle religioni, arte, sociologia, etnologia, psicologia, scienze matematiche e naturali, pensiero indiano e cinese – come la sua immensa biblioteca, in cui era presente anche buona parte delle letterature del mondo e di tutte le epoche, attestava – e, in senso più ampio, tendeva a una totale ricostruzione e a un’immersione nella cultura che quei testi e quel pensiero aveva prodotti, liberandoli da ogni incrostazione o stratificazione che il tempo, o analisi precedenti vi avessero depositato. Non sarà azzardato dire ch’egli giungesse quasi a identificarsi con l’autore stesso nell’esatto contesto storico e culturale in cui era immerso, azzerando ogni barriera temporale.

Partendo di frequente da un unico termine o da un singolo problema, che si poneva di fronte agli occhi del filologo, (“I miei studi epicurei nacquero per caso, dal commento ch’io feci al I del De Finibus, e nacquero da ragioni puramente filologiche”), giungeva poi a ricostruire e abbracciare quell’intera cultura. Un metodo che, seguendo i tre stadi da lui stesso indicati, potrebbe definirsi di restauro, di interpretazione e di scoperta, (“sempre in vista della restituzione e dell’intelligenza dei testi”). Nella sostanza, un metodo che gli consentiva di porsi di fronte ai testi con gli occhi e lo spirito d’un contemporaneo, grazie al quale egli fu in grado di riportare a nuova luce, e in tutto il loro smalto originale, tutte le opere e gli autori dei quali si occupò, non solo antichi, spesso non appieno compresi o travisati. Un metodo che, nascendo sempre da un problema, gli permetteva poi di trovarne la soluzione. E fu proprio partendo da quanto questo metodo rigoroso gli permise di scoprire, che egli poi giunse a maturare un suo pensiero filosofico ed estetico originale, come i due fondamentali testi, Forma ed evento. Principii per una interpretazione del mondo greco, e Linee per una fenomenologia dell’arte fra gli altri e soprattutto testimoniano, ove le due categorie fenomenologiche della forma e dell’evento integrano e allo stesso tempo costituiscono la struttura metodologica della sua ricerca.

Ma lo studio e la frequentazione di Epicuro non si limitarono alla ricostruzione e all’interpretazione dei testi; attraverso quel lavoro, il pensiero filosofico di Epicuro rivela aspetti del tutto nuovi rispetto agli studi precedenti. Allo stesso tempo Epicuro divenne, per il “platonico” Diano, un amico con cui discorrere, come emerge in quello che può definirsi parte dialogo platonico, parte operetta morale di ispirazione leopardiana: la Poetica di Epicuro, dialogo fra Epicuro, il Grammatico (dietro cui si cela Diano stesso) e Posidonio.

Per quanto riguarda i testi epicurei, lungo e accuratissimo fu il suo lavoro di trascrizione e di integrazione dei Papiri ercolanesi, che ebbe modo di consultare sia nel corso di vari viaggi a Napoli, sia su microfilm.

Una parte non indifferente, alla luce di questo metodo, ebbe la sua attività di traduttore, che non si limitò solo ai classici, poiché si misurò anche con i moderni e i contemporanei, sia dal tedesco che dallo svedese. La traduzione fu parte integrante della sua ricerca, poiché poteva accadere che, muovendo dall’analisi di un unico termine o di un singolo problema di traduzione, egli fosse attirato nel gorgo – per usare la sua stessa espressione – di un’indagine filologica, storica, filosofica, epistemologica che lo portava poi a scoperte anche rivoluzionarie – come accadde per l’Alcesti di Euripide ad esempio –, che gettavano nuova luce su un autore o sul pensiero di un’epoca. La traduzione dei classici, che per i poeti e i Tragici sempre condusse splendidamente in versi – Diano fu anche poeta – fu per lui un altro modo di esplorare gli autori e i testi che amava, fino a rivelarne aspetti sino ad allora ignoti, con un lavoro incessante di scavo, tanto da non poter separare il filologo, il filosofo, lo storico, il papirologo, il fenomenologo, lo storico delle religioni, il poeta, dal traduttore. Accadeva che, quando traduceva Sofocle o Euripide, “cantasse” ad alta voce i versi, magari passeggiando nei boschi delle Apuane o intorno a Bressanone, per saggiarne la musicalità e il ritmo in italiano. Essa fu, in un certo senso, il necessario corollario. E, poiché, come scrisse: “non si può fare la filologia di un poeta senza poetare, chi fa la filologia di un filosofo deve filosofare”, Diano fu non solo un grande filologo, ma, come è oggi ormai riconosciuto anche internazionalmente, soprattutto un filosofo originale.

FRANCESCA DIANO

(C) 2021 by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

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In Sardegna con Grazia Deledda. Un viaggio con Rossana Dedola

Risultato immagini per in sardegna con grazia deledda

Per chi, come me, la Sardegna la conosce solo grazie ai libri o alle immagini, questo libro, edito di recente da Perrone Editore, si rivela un preziosissimo strumento per entrare nel paesaggio, nello spirito e soprattutto nella scrittura di Grazia Deledda, che della Sardegna e del suo spirito è stata il bardo donna. La sua autrice, Rossana Dedola, anche lei sarda, scrittrice, saggista ed esperta psicologa junghiana, ma soprattutto profondissima conoscitrice della Deledda, cui ha già dedicato una ricchissima e affascinante biografia, Grazia Deledda. I luoghi, gli amori, le opere, Avagliano Editore, ci prende per mano e ci accompagna lungo un doppio viaggio, fisico e letterario, nei luoghi che fanno da sfondo ai romanzi della scrittrice sarda.

Potremmo definirlo un “viaggio sentimentale”, o un travelogue, ma è anche molto di più, perché esplora due territori che si fondono in un’unica dimensione archetipica: l’uno è visivo e fisico, l’altro letterario. E questa fusione avviene passo dopo passo, paesaggio dopo paesaggio, incontro dopo incontro, citazione dopo citazione, fino a che ci rendiamo conto che i luoghi e i paesaggi che Deledda descrive e Dedola ripercorre nel corso di diversi viaggi e di diverse stagioni sono anche proiezione della mappa interiore non solo dei suoi personaggi, ma di lei stessa.

Come ben si sa, nonostante Grazia Deledda sia stata l’unica donna italiana ad aver ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura, invece di essere celebrata come tale con orgoglio nazionale, è ancora incredibilmente relegata in un ruolo quasi secondario, quasi fosse un’autrice di nicchia. Prova ne sia lo spazio esiguo, se non inesistente, che trova ancora oggi nelle antologie scolastiche, dove decine di pagine sono dedicate a Svevo, Montale, Ungaretti (assai meno all’altro Nobel, Quasimodo), o il fatto che ancora esistano rancorosi critici (maschi), i quali riecheggiano i rabbiosi giudizi di alcuni suoi contemporanei, dettati dall’invidia o dall’assoluta incapacità di comprendere una scrittura originale, diversa da tutte le altre, che oltretutto vorrebbero etichettare con ismi del tutto fuori luogo. Perché sì, diciamolo pure, Deledda è stata ed è un unicum nella nostra letteratura. E tale rimane, perché non può avere seguaci. Perché? E’ presto detto: la sua è una scrittura che io ho definito nuragica, vale a dire possente, robusta, arcaica, coesa, nutrita di mito, primordiale e figlia di un tempo al di fuori del tempo. La sua è una terra del mito, anche se narra di personaggi e situazioni a lei contemporanei.

Risultato immagini per grazia deledda

Il mondo che descrive non è così diverso da quello omerico, medesime le leggi, così come figure tragiche sono i suoi personaggi, i quali si muovono in una dimensione arcaica e precristiana. Ed è forse per questo muoversi in quello che è il tempo e lo spazio del mito, pur calato nella contemporaneità, per questa sua unicità, che la sua scrittura non è facilmente comprensibile. Non lo è perché mostra costantemente un mondo che precede il conflitto tra cultura e natura, in un paese come l’Italia, dove questo conflitto s’è radicato da secoli. Nei suoi romanzi tutto è natura, al punto che non v’è differenza sostanziale fra rocce, vegetazione, animali, uomini, acque, esseri magici, creature invisibili, cosmo. Tutto è fatto della medesima sostanza, tutto obbedisce alle medesime leggi primordiali.

E’ proprio questo che Rossana Dedola ha messo in luce, mentre ci guida lungo strade assolate, paesini calcinati dal sole, sentieri velati di pioggia, distese di erbe e fiori dai profumi stordenti, monti e colline e grotte, venti, feste, e soprattutto, fino alla visione del mare, che apre il libro, dal punto esatto in cui Deledda lo vide per la prima volta. Così Rossana Dedola compie quello che in realtà è un pellegrinaggio alla fonte del Sacro, il vero respiro che alita sulla scrittura della Deledda.

Questa dimensione sacrale emerge in particolare in alcuni momenti di questo libro. Quando si parla delle tradizioni, così forti ancora, che rivelano il permanere di una memoria antichissima, quando Dedola trascrive brani di meravigliose lamentazioni funebri, in realtà esempi altissimi di poesia, che le prefiche recitavano per celebrare e facilitare il passaggio verso un’altra dimensione, quando ci mostra la bellezza delle statuine arcaiche che indicano un culto radicato della Grande Dea Madre.

Ogni tratto di strada, ogni scorcio di paesaggio è accompagnato dai brani dei romanzi che fanno da contrappunto letterario alla visione dei luoghi deleddiani e la profonda capacità di identificazione della Dedola con lo spirito naturale dei luoghi, non meno che quel suo sapersi immergere con sapienza nelle pieghe più profonde della scrittura della Deledda rendono questo viaggio un percorso interiore affascinante.

Il paesaggio in letteratura è sempre uno specchio assai preciso della mappa interiore dell’autore, non meno che una sua proiezione, perché la scelta di quel paesaggio, di quello scorcio, di quello sfondo dell’azione sono sempre e comunque scelte precise di paesaggi e percorsi interiori. Ritagliano uno spazio all’interno dell’infinito spazio e ne fanno una geografia universale. Ma la Sardegna, un’isola assai più isolata in sé delle altre isole mediterranee, per molti motivi, ha conservato qualcosa che altrove s’è perso, la connessione con una dimensione primordiale. Poiché nulla del genere è rimasto così intatto in Italia nei millenni e poiché è questa la dimensione che la scrittura della Deledda esplora – e che lei ben conosceva – libera da condizionamenti e influssi estranei, la sua scrittura rimane un unicum, ed è ancora poco compresa. Nuragica, come dicevo, ma capace di vedere nella sua terra quella dimensione materna, creatrice, uterina, che è propria dei luoghi dove le fonti sacre sono manifestazioni della Dea, dove le donne sono maghe e dee della casa e possiedono il potere di dare la vita e la morte. Dove sono le traghettatrici verso l’Oltre.

La Deledda ha narrato per tutta la vita quella Sardegna, che la permeava e la invadeva anche quando se ne era poi fisicamente distaccata. Come fanno gli esuli, che si portano dentro l’immagine e la voce della patria intatta per tutta la vita, avvolta in un’aura luminosa e mitica.

Credo che una simile analisi della scrittura della Deledda quale quella che Rossana Dedola ci regala, con grandi doti di scrittrice lei stessa e di finissima osservatrice, non fosse mai stata fatta. Dunque, chi vorrà davvero trovare una chiave d’accesso alla scrittura della Deledda, non potrà fare a meno di lasciarsi guidare per mano dall’autrice.

Risultato immagini per rossana dedola

FRANCESCA DIANO

(C)2021 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Lettera ad Astolfo Malinverno, figlio di Domenico Dara

Caro Astolfo,

a malincuore ti ho appena salutato e già mi manchi, e come avviene quando qualcuno ci manca, desideriamo mantenere un colloquio, fosse pure un dialogo fra quella parte di noi che l’altro si è portato con sé e noi stessi, sicuri che le nostre parole giungeranno in chissà quale modo alla creatura cui le indirizziamo, a colmare quell’assenza. La tua non è stata certo quello che si dice una vita fortunata, serena, lineare, ché tu pure, come il piccolo Edgar Poe ti sei trovato da bambino ad abbracciare nel letto la mamma morta, così come non lineare è il tuo passo, nonostante la zoppìa non ti abbia mai impedito di percorrere le strade della tua Timpamara, o le distanze fra la “tua” biblioteca e il “tuo” cimitero – ché tali oramai erano divenuti. Quella zoppìa che non ti ha mai permesso di dimenticare di essere la parte sopravvissuta di un’originaria unità gemellare, a tal punto introiettata, da farti capire più di tanti altri il senso della morte e la vita che la morte contiene e celebra. Ma hai avuto una grande fortuna, quella di avere, oltre ai due genitori biologici, per padre un grande scrittore e per madre la Letteratura. Perché è stato grazie a loro che tu hai avuto voce in questo mondo. E come ci sarebbe mancata la tua voce se non te l’avessero donata.

La tua voce… chissà come suona. Te lo ricordi, certo, come Domenico, a un certo punto, irrompa con grazia naturale nel tuo racconto, intrecci la sua voce alla tua, ne rovesci totalmente la prospettiva – quasi come un cameo in un film, la firma dell’autore alla maniera di Hitchcock – e si chieda quale voce abbiano i personaggi letterari. Te lo ricordi, certo, perché in quel momento tu e lui diventaste la stessa, medesima creatura, la stessa, medesima voce.

Che voce hanno i personaggi della letteratura? Con quale voce Amleto rievocava l’omicidio del padre, con quale Francesca parlava di Paolo a Dante, con quale Faust pronunciava a Mefistofele dell’attimo Sei così bello! Fermati!? Com’era il timbro di Raskol’nikov, di Chisciotte e Sancho, di re Lear, di Orlando?

….. Quella della donna misteriosa fu per sempre la voce di Madame Bovary.

Pensai a quale potesse essere il tono di un personaggio di nome Astolfo Malinverno, che faceva il guardiano del cimitero, che s’era innamorato della foto di una lapide e un giorno trovava quella donna di fronte a sé e mi sforzai di riprodurlo: “Ma non è stata solo la tristezza a farmi fermare qui”.

E giustamente, nell’iniziare a narrare la tua storia, hai voluto stabilire con precisione assoluta le coordinate esatte del tempo, del luogo e delle circostanze, come già fecero Tristram Shandy e Robinson Crusoe, poiché ogni esistenza è intreccio non casuale di numeri e coincidenze, di ascisse e ordinate, su cui si rappresentano le figure dei nostri destini. Si capisce fin dall’inizio che per te vite perfette e libri perfetti devono possedere un ordine interno che collochi le une e gli altri nell’armonia del grande disegno dell’universo e dia loro un senso.

Hai ragione, sai, quando tu dici: Non nasciamo il giorno in cui vediamo la luce, nell’attimo in cui braccia sconosciute ci trascinano nell’indefinito e indecifrabile corso della storia, ma molto prima, quando il pensiero di noi si è insinuato nella mente ancora libera di uomini e donne, quando il nome d’un essere inesistente appare nell’orizzonte sfumato d’una vita possibile.

E posso confermarti che questo è proprio vero, perché alcuni anni fa, un giorno che Domenico era venuto nella mia città a presentare un tuo fratello maggiore, Appunti di meccanica celeste, quando ancora nessuno di noi non solo ti conosceva, ma nemmeno sospettava della tua futura esistenza, mi disse che stava pensando alla storia di un bibliotecario che era anche guardiano di un cimitero. Stava pensando proprio a te! Tu già abitavi i suoi pensieri. Chissà se ti aveva già battezzato con il nome del valoroso Paladino di Carlo Magno, che a cavallo del suo Ippogrifo e l’aiuto di San Giovanni, giunse su su fino alla luna a cercare il senno perduto del Campione Orlando. Il tuo amatissimo Orlando. O chissà se questo tuo nome gli si è venuto plasmando dentro mano mano che la tua natura gli si disvelava e prendeva forma dentro la sua mente e il suo cuore.

Si dice che nel nome sia il destino, e nel tuo di sicuro fu quella sorte che ti ha condotto ad avere natura lunare e notturna, solitaria e sognatrice, coraggiosa, anche, nell’azione, a tuo modo, ma soprattutto a farti tramite fra i mondi: il mondo degli uomini e quello delle loro storie, il mondo dei vivi e quello dei morti, che poi sono tutti dimensioni liminali, sospese tra un qui e un altrove. Certo, nascere in un paese dove i libri vanno a morire nel maceratoio per farne altra carta e altri libri è cosa singolare, eppure nemmeno lì muoiono, perché i nomi dei loro personaggi e dei loro luoghi poi si travasano in carne viva e i tuoi compaesani sono i Fiodoro, i Prospero, i Mopassàn, gli Eraclito, e le Margherite, le Isotte, le Ofelie… Del resto, per quanto la morte cartacea cerchi di afferrarli, il vento ne disperde spesso i fogli – come le foglie omeriche – che vanno a raccontare agli uomini le loro storie, oppure gli operai della cartiera talvolta se li portano a casa, o ne fanno dono d’amore.

E così, nella tua Timpamara, l’amore per le storie è lo stesso dell’amore per la vita. Ché ogni uomo è una storia e pure i libri che vanno a morire sono come gli esseri umani che vanno a morire, eppure anche quelli seguitano ad avere una voce. E tu ne sai qualcosa, vero Astolfo? Tu l’avevi trovata la tua Emma Bovary, così simile a te, fragile, sognatrice, bellissima e senza nome. Solo una foto su una lapide. L’avevi trovato il tuo mistero da svelare. Così come avevi trovato che talvolta i libri vanno riscritti alla fine, perché un libro perfetto deve concludersi con la morte del protagonista e, se la descrizione della morte non è in armonia con la sua indole e con gli eventi narrati, tu la riscrivevi, in bell’ordine, alla fine del libro, come avvenne per Don Chisciotte ed Emma Bovary, dei quali facesti anche pubblicare il necrologio con l’annuncio della cerimonia funebre. Oh come ti ho amato quando narrasti che avevi dato dignità di sepoltura in un angolino del tuo cimitero ai libri troppo frusti e malandati per essere letti! Perché fra libri e vite non c’è differenza, e si potrebbe scrivere un romanzo intero anche su una vita apparentemente banale. Nulla è banale di quanto è destino.

Tu riscrivevi le morti come tuo fratello maggiore, il Postino, riscriveva le vite. Così simili siete, così necessaria per entrambi quell’armonia che aggiusta, come nell’arte antica del Kintsugi, le piccole fratture dell’universo e le rende materia preziosa. Come sentisti che questo era il tuo destino, di bibliotecario e guardiano del cimitero, previsto dalle leggi di natura, considerato e calcolato, perché è questo che cerchiamo noi uomini: il posto giusto nello scacchiere universale. E non te l’aveva detto del resto Mopassàn, che per tutta la vita aveva studiato le coincidenze numeriche (ah, ancora il Postino e le sue infinite coincidenze!) nelle date di nascita e di morte, che esistono delle simmetrie numeriche, una legge che ci governa,fatta di numeri che decidono vita e morte, un algoritmo perfetto? Perché sì, il tuo racconto è tutto sull’amore e sulla morte, su come l’amore rende vita la morte e l’annulla. Ma non riveliamo troppo di quanto avverrà alla fine della tua storia, dove ogni cosa si compie nell’arco di una perfetta corrispondenza d’armonie. Lasciamo la sorpresa al lettore.

Tu, figlio di una terra grande, bellissima e tormentata, terra di Orfici, che ha generato nei secoli grandi pensatori, filosofi, scrittori, artisti, la cui cifra comune è sempre stata quella del sogno, dell’utopia, della trascendenza, come tuo padre Domenico Dara, custode della memoria degli antichi aedi, tu, a cui la donna che ami disse, “Benedetto il giorno in cui ti ho incontrato, Astolfo Malinverno, custode di libri, guardiano del cimitero, protettore dei vinti“, tu Astolfo, conosci la sottilissima membrana che separa la vita e la morte e la sua inconsistenza quando è l’amore a dissolverla. Tu che non temi la morte, perché sai che la vita acquista valore e significato solo e proprio in grazia della sua presenza, puoi essere buon maestro agli uomini di questo tempo sconsiderato, in cui per il terrore folle della morte fisica si distruggono legami, affetti, speranze, futuro. Tu, che ignorando le miopi leggi scritte dagli uomini, unisti in matrimonio una ragazza al suo promesso sposo defunto anzitempo (così letterario il tema della sposa e della Morte), tu che desti onorata sepoltura ai versi rutilanti di Ciro di Pers, macinandoli in polvere fine e facendone sabbia per una clessidra, come quelle che nei suoi versi cantava, metafora del tempo divoratore di uomini e di mondi, tu Astolfo, che hai fatto della letteratura sostanza vivente, perché tu, fra tutti, sei la prova respirante e parlante che la Letteratura, quando è tale, è materia viva, sangue pulsante, tu rimani in me e in tutti coloro che ascolteranno la tua storia, insieme al Postino, ad Archidemu, a Cuncettina la secca, ad Angeliaddu, a Lulù il pazzo, alla Calabria trasfigurata quale centro di un universo che Domenico Dara sa vedere oltre le apparenze. Quella Calabria cui per sangue e cuore appartengo come figlia di un suo grande figlio e che in te ritrovo intatta.

Francesca Diano

Malinverno di Domenico Dara: Vi porto a Timpamara, dove abita Madame Bovary

(C) 2020 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Cillín. Un racconto irlandese

Fairy fort at the summit. Related in lore to the Potato Famine. - Picture  of The Hill of Maeve, Tuam - Tripadvisor
Nella foto il sito dove è stato recentemente ritrovato uno dei tanti Cillìnì

Chi, chi vorrà ascoltare la mia storia?

Chi vorrà lasciare che il soffio delle mie parole gli giunga fin dentro l’anima? Chi vorrà comprendere e condividere il mio strazio, ormai sostanza di cui sono fatte la mia carne e le mie ossa, e i capelli e la pelle? Null’altro che questo io sono.

Nulla io sono, se non la storia del mio smarrimento. Tutto è nebbia in questo regno silenzioso che attraverso senza posa, in cerca del mio cuore.

C’è un luogo, da qualche parte, dove giace il mio bambino. Dove? Dove?

Vago la notte, come una falena, su prati, colline, foreste, laghi, isole, corsi d’acqua, sopra cimiteri e rocce affioranti, paludi e torbiere, lungo la riva del mare e sopra le onde che s’infrangono contro gli scogli. Vago alla ricerca di un segno, un indizio che mi possa rivelare la sua presenza.

         Talvolta la luce della luna illumina il mio percorso, talvolta tutto è tenebra. Sfioro l’erba, la terra, nella speranza di avvertire qualcosa. Forse il suo stesso richiamo.

Mi dissero che era morto e non potei nemmeno posare il mio sguardo su di lui.

<<È un maschio. È morto>>, fu tutto quello che mi comunicò la suora che mi assisteva. I dolori del parto non furono nulla di fronte alla disperazione che provai quando me lo disse. Era stata molto più loquace quando, mentre urlavo di dolore, mi sussurrava nell’orecchio che era la giusta punizione per il mio peccato. Che quello era il giusto pagamento per due minuti di piacere. Ne era valsa la pena?

         Con l’ultima, disperata spinta, me lo sentii sgusciare fuori, caldo, appiccicoso, con una meravigliosa sensazione di liberazione e sollievo, eppure colma di felicità per aver fatto qualcosa di grandioso – almeno quello nella mia esistenza – aver dato alla luce una vita, aver creato qualcosa che era parte di me eppure distinto da me. Mi parve un mistero immenso e insondabile, che io stessa, con la mia carne e il mio sangue, avessi generato un essere che era una creatura in sé compiuta.

Ma furono brevi istanti. Quella vita già era preda della morte.

Mi strapparono quel corpicino e non ne ebbi più notizia. Chiesi, implorai che me lo facessero vedere, tenere anche solo un istante, ma fu inutile.

<<È meglio per te>>, mi disse la suora.

Mi sentii morta con lui.

         Gli diedi un nome. Un piccolo nome, come lui: Sean. Un suono dolce come un sospiro, come il respiro che mai esalò. Era il nome del mio nonno materno.

Dopo tre giorni mi fecero tornare a lavorare, ma non avevo forze. Non più, nulla a cui guardare. Nulla in cui sperare.

La “casa del pianto” la chiamavamo. Così l’avevamo battezzata, perché non altro che pianto racchiudevano le sue mura. Silenzioso molto spesso. Il più amaro. Il più crudele.

A guardarla dall’esterno non lo si sarebbe detto. Era un bell’edificio imponente, con due colonne all’ingresso e un grandissimo atrio, al cui centro era uno scalone quasi maestoso. Tutto era tirato a lucido, tutto risplendente, non una briciola di polvere o una macchia. Ma quel lindore, come avrei poi capito, era solo una facciata, frutto di una crudeltà disumana. Della mancanza di carità.

Un sepolcro imbiancato, come disse Nostro Signore Gesù di scribi e farisei, “simili a sepolcri imbiancati: all’esterno son belli a vedersi… ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume”. Poiché era anche una casa della morte.

Io venivo da un piccolo villaggio e non avevo mai visto edifici simili, a parte la chiesa. Perciò, quando arrivai, con la mia vergogna in grembo, come mi dissero, pensai che in quel luogo avrei potuto trascorrere gli ultimi mesi della mia gravidanza in serenità e partorire il mio bambino come si dovrebbe, per un nuovo inizio. Lui mi avrebbe dato la forza di lottare, di bastare a noi due, di rifarmi una vita degna di questo nome.

Ma come mi sbagliavo…

Noi, ragazze perdute, povere e marchiate dall’infamia di aver praticato il sesso fuori dal sacro vincolo del matrimonio, dovevamo ripagarci la carità che ci veniva offerta nell’accoglierci, sia prima del parto, sia dopo, e al nostro bambino se viveva e le suore dicevano che dovevano mantenerci per almeno un anno. Pagavamo pulendo, lustrando e lucidando, lavando e cucinando, facendo infiniti bucati, che ci bruciavano le mani, per privati e ospedali, stirando e spaccando la legna, curando l’orto, e molto altro. Che fossimo incinte o puerpere. Per nove, dieci ore al giorno a romperci la schiena come bestie. Senza tregua, senza respiro, se non le interruzioni per l’allattamento. Anche quelle di noi che avevano perso i figli dovevano fare da balia ai piccoli di chi non aveva latte o era morta di parto. Erano i soli momenti in cui lasciavano vedere i figli alle madri.

Ma le suore non dicevano mai di chi fossero figli. Nemmeno se venivano supplicate piangendo. La loro indifferenza al pianto era gelida e dura come la terra di un cimitero in inverno. La loro perfidia era estrema. Le povere infelici non sapevano quale fosse il loro bambino o la loro bambina. Eppure, nella loro infelicità, erano più fortunate di quelle come me. Noi sapevamo che il frutto della nostra carne se l’era portato via la morte. Solo il latte che ancora produceva il nostro seno ce lo ricordava crudelmente e rinnovava il dolore.

Ogni volta che una di noi si attaccava al petto un neonato, sapendo di averlo partorito vivo, si chiedeva se fosse carne della sua carne, o se fosse un estraneo, eppure lo nutriva con lo stesso amore che avrebbe avuto per il proprio.

Per il resto del tempo venivano separati. Perché, così ci dicevano le suore, non ci affezionassimo troppo, dato che avremmo dovuto lasciarli lì.

Tale era ritenuta l’enormità della nostra vergogna, da doverci punire dimenticando la carità che insegna Nostro Signore. E loro, che si proclamavano Sue serve, sembravano conoscere solo superbia e disprezzo. Loro erano le vergini del Signore, le spose di Cristo. Noi soltanto delle sgualdrine.

Quando il tempo dell’allattamento finiva, la separazione diventava definitiva. Strappati come piantine dalla terra madre. A quelle i cui figli erano sopravvissuti, veniva fatta firmare una carta senza dare nemmeno il tempo di leggere cosa fosse. 

A distanza di un anno dal parto venivamo buttate fuori e abbandonate alla nostra sorte, ma eravamo segnate dal marchio dell’infamia. Dei nostri figli mai più nessuna notizia. Era difficile trovare un lavoro, spesso le famiglie non ci volevano indietro e pochi erano disposti a far lavorare chi era stata in quelle case conoscendone la ragione. Così, ad eccezione di poche fortunate, molte finivano per strada a prostituirsi. O peggio.

Eppure erano ricche le suore, a loro non mancava niente. Spesso vedevamo arrivare signore e signori eleganti, che si diceva facessero beneficenza e venivano accolti con dolci e squisitezze che non avevamo mai visto in vita nostra.

E la fame… oh la fame! È un ricordo impossibile da cancellare. Persino ora, nella mia condizione. La minestra acquosa che ci davano e il poco pane non bastavano certo a soddisfarla o a nutrirci.

Il mio pensiero fisso, non mi vergogno a confessarlo, era il cibo; talvolta superava persino lo strazio di aver perso il mio Sean. Arrivai a bere le gocce di latte che mi spremevo dal seno. Il latte che avrei dovuto dare al mio piccolo e che invece davo ai figli delle altre infelici. E allora immaginavo di tenere in braccio Sean, di cullarlo, e parlavo alla piccola creatura che mi porgevano come avrei parlato a lui. Era una magra consolazione, ma me la facevo bastare.

Ma c’era anche l’angoscia che provavo perché il mio piccolino non era stato battezzato. La sofferenza di sapere che non era con gli Angeli del Signore, ma nel Limbo. Me lo immaginavo un luogo grigio, freddo, dove tante piccole anime come la sua vagavano in cerca della mamma, forse piangendo di paura e solitudine… Oh, come avrei voluto essere lì con lui, potergli far sentire il calore del mio amore. E pregavo, pregavo, di poterlo ritrovare un giorno. Ma sapevo che era impossibile, perché io ero stata battezzata e, che fossi finita all’Inferno, in Purgatorio o in Paradiso, comunque sarebbe sempre stato separato da me.

Mio Sean, mio fiorellino dalla corolla schiacciata.

Avessi almeno avuto una tomba su cui poterlo piangere, su cui posare un fiore… ma nessuno mi disse mai dove fosse finito il corpo del mio bambino.

Ero nata in una piccola fattoria del Kerry. Non eravamo poveri, ma non nuotavamo certo nell’abbondanza. In casa eravamo in otto, i nostri genitori, tre fratelli e due sorelle oltre a me. I maschi della famiglia lavoravano tutti nei campi o nell’orto. Avevamo un po’ di terra, sufficiente per il nostro consumo di patate e avena, qualche albero di mele, due vacche, alcune pecore e delle galline. Io ero la maggiore delle sorelle e aiutavo mia madre a prendermene cura, perché lei non era una donna robusta. Ma lo era il suo spirito ed era lei che teneva salda la famiglia. Era la nostra roccia. Poi, quando ebbi undici anni, mia madre morì nel dare alla luce la più piccola.

         Lo ricordo ancora il funerale. Fui io a lavarla e a vestirla. Il pomeriggio iniziò la veglia funebre, che durò fino al mattino seguente. Vennero tutti i vicini, portarono cibo, tabacco, candele e birra. Mia madre era stesa sul tavolo di cucina, con i piedi rivolti verso la porta, vestita con l’abito da sposa, il volto sereno. La vecchia prefica intonò il caoíne, la lamentazione funebre e tutte noi donne levammo in coro il grido del cordoglio dopo ogni strofa. Tutti narrarono le loro storie, tutti tesserono le lodi della mamma, che era stata una donna buona e generosa e aveva sempre aiutato chi aveva bisogno. Io tenevo in braccio la mia sorellina, che dormiva tranquilla. Ora avrei dovuto fare da mamma per tutti.

         Poi la portammo in Chiesa per la Messa funebre e la seppellimmo nel cimitero che guarda il mare. Ricordo ancora il tremendo rumore della terra sul legno della bara. In quel momento sentii che qualcosa mi si spezzava dentro. Il suono sordo di quella rottura si fuse con il rumore delle zolle di terra.

Al dolore devastante per la sua perdita si aggiunse qualcosa che non seppi capire, un’angoscia, come un presagio.

Per Sean non ci fu alcun rumore, nessuna bara. Se non io stessa.

Mio padre non resse allo strazio e cominciò a bere. Non riconoscevamo più l’uomo tranquillo, lavoratore e timorato di Dio in quella povera larva di essere umano, che spesso diventava violento e alzava persino le mani. Dopo pochi anni i miei fratelli emigrarono e io restai sola a badare alla casa, alle mie sorelle e a lui. Dovemmo vendere quel poco di terra e quasi tutti gli animali.

         Così, a sedici anni, decisi di andare a servizio nella cittadina vicina, in casa di un commerciante di birra. Un posto che mi aveva trovato il prete della nostra parrocchia.

         In casa il lavoro era duro e la padrona non molto gentile, ma era lavoro e almeno potevo dare dei soldi in casa. Il padrone però era un uomo gioviale e spesso mi dava qualche scellino di nascosto della moglie. Così mi affezionai a lui, perché mi pareva di aver trovato un secondo padre.

         Ma, una sera che sua moglie era assente perché era andata a trovare dei parenti, salì in camera mia e fece con me delle cose che non riesco nemmeno a nominare. Mi lasciò tramortita. Mi sentivo sporca, colpevole e non riuscivo più ad alzare gli occhi su di lui o su sua moglie. Ma avevo bisogno di lavorare.

         Il mese dopo non ebbi le mie cose e nemmeno i mesi seguenti. Mi sentivo strana, priva di forze, la mattina vomitavo, finché mi si gonfiò la pancia. Allora capii.

         Ma lo capì anche la padrona e, dopo una scenata terribile, mi cacciò di  casa. Non seppe mai chi mi aveva messo incinta.

         Mio padre non mi volle indietro, mi disse che ero la vergogna e la disgrazia della famiglia. Che andassi a fare il mestiere di cui ero degna e che non tornassi mai più. Così il prete mi fece mandare lì, in quella che chiamavano la Casa della Madre e del Bambino. La casa del pianto. La casa della morte.

Non fui più la stessa dopo la perdita del mio bambino. Lavoravo come un automa, non mangiavo quasi più nemmeno il poco cibo che ci davano e quando finì l’anno di soggiorno obbligatorio, le suore mi mandarono via, senza curarsi del mio destino. Come avveniva per tutte noi.

         Girai per le strade della città. Guardavo tutte quelle persone che camminavano, che entravano nei negozi, che si affrettavano a tornare a casa. Alla loro casa, alla loro famiglia. Chi parlava e rideva con qualche amico o conoscente, chi era assorto nei propri pensieri, chi si fermava davanti a una vetrina o entrava in un locale.

         E allora pensai a che mistero sono gli esseri umani, che mistero è la nostra vita. Tutte quelle persone vivevano, immerse nelle loro faccende, e pensavano, soffrivano, amavano, lavoravano, sognavano, si incrociavano, eppure tutte loro sarebbero svanite come ombre. Le strade che percorrevano, le case che abitavano sarebbero rimaste vuote di loro. Le abitudini quotidiane, i gesti ripetuti giorno dopo giorno, tutto sarebbe scomparso senza lasciare traccia. Come era stato per milioni di esseri umani nel tempo. Come già era per me. Avevo ancora un corpo, ma era invisibile, già un’ombra nel mondo.

         Tutto mi parve privo di senso, se non il dolore atroce della mia perdita. La sola realtà era il vuoto di Sean, un abisso che risucchiava ogni altra cosa.

La sera stessa andai sulla scogliera e mi buttai giù, nel ventre del mare, perché mi accogliesse, pregando Gesù e la Santa Vergine che mi facessero la grazia di riunirmi al mio Sean. Perché forse il mio gesto, nato dalla disperazione, mi sarebbe stato perdonato per intercessione della Vergine, che conosceva il dolore della morte di un figlio e, non potendo l’Inferno, o il Purgatorio, o il Paradiso accogliermi, sarei approdata al Limbo, accanto al mio Sean.

         E invece vago ancora sulla terra, a cercare il suo corpicino.

Lo cerco, lo cercherò fino alla fine dei tempi. So che quando lo troverò saremo infine riuniti e in pace. E da allora non faccio che vagare come una falena su prati, colline, foreste, laghi, isole, corsi d’acqua, sopra cimiteri e rocce affioranti, paludi e torbiere, lungo la riva del mare e sopra le onde che s’infrangono contro gli scogli. Vago alla ricerca di un segno, un indizio che mi possa rivelare la presenza del suo piccolo corpo che qualche punto della terra accoglie nel suo abbraccio ghiacciato e silenzioso.

So che mi aspetta.

*

Cillín (pl. Cillíní), in gaelico “piccolo cimitero” o “cimitero dei piccoli”, era il nome che in Irlanda si dava ad aree di terreno non consacrato in cui venivano sepolti in forma del tutto anonima i corpicini di bambini nati morti, o morti poco dopo la nascita e non battezzati, in base al credo cattolico che vietava la sepoltura in terreno consacrato di chi non aveva ricevuto il battesimo. I Cillíní, tenuti segreti e non individuabili, spesso si trovavano appena all’esterno di cimiteri, vicino al mare o a corsi d’acqua, oppure nei pressi di luoghi che si consideravano dominio degli esseri fatati, come circoli di pietre, menhir o dolmen ecc. Luoghi comunque liminali, e per questo in qualche modo appartenenti alla sfera del sacro.  Questo avvenne per secoli, in una contaminazione fra folklore e credo cattolico.

Dagli inizi del ‘900 però, e soprattutto quando, con la nascita della Repubblica d’Irlanda, furono istituite le Mother and Child Homes, strutture per l’accoglienza di ragazze madri, rette da diversi ordini di suore e facenti capo alla Chiesa Cattolica Irlandese, la pratica divenne molto più sinistra. In quelle strutture infatti, le ragazze venivano nutrite poco e male e pesantemente sfruttate per lavori gravosi, a guisa di schiave, così come i bambini, che soffrivano di malnutrizione. In queste condizioni, moltissimi furono i bimbi nati morti e quelli che morirono entro poco tempo per le pessime condizioni in cui erano costretti a vivere. In alcune di esse, negli anni Trenta e Quaranta la percentuale di mortalità infantile entro il primo anno di vita, fu dell’82%! Di conseguenza, i loro corpi venivano sepolti di nascosto dalle suore in modo anonimo, in luoghi segreti e non consacrati, senza funerale, lapide, o nome. Persino gettati in pozzi neri in disuso, come di recente è stato scoperto nell’Irlanda del Nord. Proprio perché si diceva che questi bambini, nati morti e dunque non battezzati, sarebbero andati al Limbo, divennero noti come Limbo babies.

Mentre le madri venivano mandate via dopo un anno dal parto senza più rivedere i loro figli, i bambini che sopravvivevano venivano trattenuti e, dopo quattro o cinque anni, le suore li davano in adozione, ma di fatto venivano venduti, procurando un notevole reddito alle istituzioni religiose, oppure mandati nelle Industrial Schools, in teoria scuole di avviamento al lavoro, ma in effetti delle case correzionali, dove subivano spesso abusi e violenze. Queste pratiche atroci proseguirono fino agli anni Settanta del secolo scorso, ma le ultime Mother and Child Homes vennero chiuse solo negli anni Novanta.

In anni recenti, grazie al lavoro di alcuni antropologi e archeologi forensi, sono stati scoperti numerosi cillíní, con molte migliaia di corpicini e molti ancora, si teme, se ne scopriranno, poiché i cillíní erano diffusissimi in tutta l’Irlanda. In base alle testimonianze di persone che ricordano di essere state in quelle istituzioni o che sono figli e figlie di ragazze madri che vi finirono, negli ultimi anni è esploso un grande scandalo che ha coinvolto stato e Chiesa ed è stata avviata un’inchiesta che non si è ancora conclusa, anche perché le istituzioni tendono a secretare il più possibile testimonianze e documenti, come è avvenuto definitivamente per le terribili Magdalene Laundries. Tuttavia la Chiesa Cattolica d’Irlanda e il Primo Ministro irlandese hanno chiesto pubblicamente perdono per queste vicende. Per quel che vale.  

FRANCESCA DIANO

(C)2020 by FRANCESCA DIANO RIPRODUZIONE RISERVATA

La quiete durante la tempesta

Leopold Schulz, 1831. Tempesta sul lago di Tiberiade.

 

 Di tutte le immagini che ci sono venute o che ci sono state scaricate addosso in questi mesi – dolorose, spaventose, terrorizzanti, ipocrite, struggenti, crudeli, grottesche – di tutte, più di qualunque altra, perché così paradigmatica, mi è rimasta incisa negli occhi e nella mente quella di Papa Francesco, il 27 marzo. L’immensa piazza San Pietro vuota, al crepuscolo, sotto un cielo plumbeo, con la pioggia che rendeva lucenti selciato, colonne, marmi. Davanti alla facciata del Maderno, sul sagrato, era stato installato un baldacchino al centro del quale erano collocati una grande poltrona rossa e oro e un microfono. Sulla sinistra, un leggio con il Vangelo e un altro microfono. A un tratto, dal centro della piazza, si vede arrivare il Papa accompagnato da un sacerdote. Francesco appare stanco, invecchiato, cammina zoppicando, curvo sotto la pioggia. Con fatica sale i gradini che lo separano dallo scranno. Tutto è vuoto e assordante silenzio.

  L’evento è eccezionale, come tutto quello che sta succedendo da tempo. La sua portata è storica. Solo in secoli lontani la Chiesa invocava solennemente l’intervento divino per far cessare le terribili epidemie che uccidevano milioni e per cui non v’era cura. Ma in passato si tenevano processioni, preghiere collettive, raduni di fedeli. Oggi tutto avviene nel vuoto circoscritto dal perimetro del colonnato del Bernini, nell’assenza resa ancora più pregnante dalla piccola figura di un uomo vecchio, stanco e traballante. Il Papa pregherà per la fine della pandemia.

Il sacerdote legge un passo del Vangelo di Marco, quello dell’episodio della tempesta (Mc. 4, 35). “Venuta la sera”, così inizia. E poi, Gesù, sereno mentre la barca è sballottata dalle onde e i discepoli temono per la propria vita: “Perché avete paura? Non avete ancora voi fede?”

  Mi colpisce, durante la lunga omelia, che pure in sé sarebbe significativa e toccante se non fosse per il tono con cui viene letta, l’espressione smarrita di Francesco. La voce è flebile, non ha forza, oserei dire che non ha convinzione. Oserei persino dire che il suo aspetto è quello di un uomo vinto. Le sue parole cadono a terra e si confondono con le gocce di pioggia. Nel grigiore.

Il passo testamentario era ed è quanto mai appropriato e adeguato. Ma dov’era la potenza della fede che Gesù invocava, serenamente disteso nel fragile e spoglio guscio di una barchetta? Serenamente, ma con la serenità del forte. Dov’era la sicurezza che il suo Vicario dovrebbe trasmettere e che invece cozzava in tutta la sua tremante fragilità contro le immagini statiche dell’inutile grandiosità degli edifici, contro lo splendore dell’arte, la pompa e il potere mondano che i Papi del passato hanno voluto a dimostrazione del potere della Chiesa? Tutto è dissolto.

La Chiesa non si è nemmeno provata a protestare contro il divieto imposto ai fedeli di seguire una messa, di avere il conforto dello spirito, non meno importante, per coloro che credono, della salute del corpo, ha taciuto sull’orrore barbarico di funerali negati, di salme sottratte alle famiglie senza poter dare loro un ultimo saluto e fatte sparire nella cremazione. Ha taciuto quando un poliziotto ha fatto irruzione armato in una chiesa interrompendo la messa celebrata da un sacerdote – quello sì coraggioso – pur nel totale rispetto delle misure di  sicurezza. Il Papa ha taciuto. La Chiesa ha taciuto. Da sola si è imbavagliata. Ha seguito le regole. Una Chiesa che si è autofondata sulle parole e sugli atti di uno dei maggiori rivoluzionari della storia.

Voglio precisare che, per quanto mi riguarda, la Chiesa non è altro che una struttura di potere rafforzato nei secoli; non mi piace, è ben lontana dalla rivoluzione che il Cristo aveva segnato, non affido il mio sentimento della trascendenza, il mio senso del Sacro, che pure sono profondi, a un’istituzione che ha perpetrato orrori e si è macchiata di terribili crimini nel corso della sua storia. Ma è un simbolo. Lo è comunque. E se riduci un simbolo a vuota forma, ne cancelli ogni significato e non senza danni collaterali.

  Ecco, quell’immagine di Piazza San Pietro incredibilmente, e certo inconsapevolmente, simbolica, mi ha colpita in modo profondo perché è il compendio di tutto ciò che stiamo vivendo, e dell’epoca in cui stiamo vivendo. A che si ricordi, mai nella sua storia, l’uomo si è trovato globalmente privato all’improvviso di tutti i propri diritti, della propria dignità, degli affetti, della socialità in nome del profitto e del potere assoluto di pochi. Le maschere – quelle vere – sono cadute e dietro non c’è che il vuoto.

  Penso alla splendida poesia del grande poeta irlandese James Harpur, Mito modificato in cui si narra di come San Patrizio scacciò i serpenti dall’Irlanda:

La serpe stava immobile, l’essenza

Di generazioni di serpi compressa

In ciascun atomo di nervi e muscoli;

Le verdi spire oleose scintillanti

Con l’asciuttezza del colore a smalto.

Il santo sereno, sangue caldo

Si piegò e versò gocce d’acqua santa

Finché come forcuto spasmo di saetta

La serpe, crocefissa, sputò e risputò fuori

Il vangelo con sibili e veleno,

Vibrando come un fioretto la lingua cieca,

Distaccata la testa dalla coda

Dal peso abnorme di solida carne.

Uscendo dalla pelle, iniziò a tremare,

E poi sfrecciò attraverso le felci

Che crepitarono come pioggia su un’inferriata viva.

Ovunque andasse i serpenti svanivano:

Lui scagliava una croce,

Loro guizzavano in tane di volpe.

Lui schioccava le dita,

Loro sgusciavano fra le crepe di lapidi.

Diceva “Abracadabra”

E loro si scioglievano diventando miraggi.

Ma mentre il santo gettava via i sandali

Le serpi si fecero strada a morsi sottoterra,

E s’incontrarono, e serpe mangiò serpe

Finché un solo serpente, pregno dei propri succhi,

Il dorso incrostato dei colli dell’Irlanda

Ristette immobile.

Ed ora sta in attesa,

S’ingrossa sotto l’esile pelle del Nuovo Testamento,

Attendendo che i santi su San Pietro

Crollino uno ad uno,

Come tante oche ritte in fila al tirassegno.

È bastato un virus, un’entità biologica parassitaria, di cui del resto ancora oggi si sa ben poco – per quanto se ne dica – a far emergere la verità, a sollevare il velo sull’inconsistenza della società che l’Occidente ha costruito e che non ha più anima. Dunque facilmente manipolabile. Una società che somiglia, da molti punti di vista, a un virus. Da alcuni secoli, persa la sua anima, si sta nutrendo ed è cresciuta predando risorse ed esseri umani, approvvigionandosene in terre più ricche in nome del profitto. Per giustificare questa attività predatoria ha creato il mito dell’inferiorità delle creature di cui si è nutrita. Ha violentato la natura, ha dimenticato che l’uomo è parte della natura, senza la quale non esisterebbe. L’immensa hybris con cui ha compiuto tutto questo, ha ridotto l’Occidente e i paesi occidentalizzati a un mero ammasso di mercanti, di merci e di consumatori. Merce essi stessi.

Il mito dello sviluppo economico e tecnologico senza limiti si è sgretolato. Ma come sa bene chiunque si interessi di simboli, spesso se ne mantiene la forma, il guscio, per svuotarlo e sostituirlo con un nuovo significato e farlo accettare in modo apparentemente indolore e fluido. Se la religione in Occidente ha perso il suo vigore, oggi vediamo la scienza e la tecnologia assurte a rango di religione, con i loro sacerdoti, con i loro luoghi di culto, con i loro dogmi, mettendo in discussione i quali si diventa eretici di fronte ai nuovi tribunali di una nuova inquisizione. Proprio questa violenta tacitazione di ogni dissenso rende sospetto il potere cieco e assoluto che la cosiddetta scienza vorrebbe imporre. Quella che oggi viene spacciata per Scienza, ma che della vera scienza, figlia del dubbio e del costante superamento dei risultati raggiunti, che si nutre di ipotesi e di incertezze, di confronti e collaborazione, ha ormai ben poco, essendo stata trasformata in un blocco granitico di assoluti che si spaccia per Verità, scienza non è.

Dimentico del passato, cieco al presente, proiettato verso un futuro virtuale in cui il mostruoso potere economico di pochi assicurerà loro il dominio del globo sulla pelle dei molti che lo alimenteranno passivamente, l’Occidente e i paesi occidentalizzati hanno resecato ogni contatto con la propria cultura e la propria spiritualità. Ma anche con la realtà.

“Se perdi la tua cultura e le tue tradizioni, perdi la tua anima”, ha detto una donna indiana. È la grande illusione. Condannati a vivere nel presente di un’illusoria immobilità della storia, in cui eravamo convinti che tutto potesse rimanere sempre come lo conosciamo, la storia ci si è rovesciata addosso. Soprusi, epidemie, ingiustizie, sfruttamento, ribellioni, annullamento dei diritti umani, oppressione, li abbiamo creduti – ce li hanno fatti credere – lontani da noi, se non nel tempo, certo nello spazio. Non ci riguardavano. Ammaliati da un benessere reale per pochi, ma precario per i molti, ci siamo cullati nell’idea che tutto questo fosse uno stato immutabile delle cose, che oltre 70 anni di pace e crescita economica in Occidente potessero costituire un traguardo da mantenere ad libitum.

Non era così. Quel serpente sotterraneo, nascosto, pregno dei propri succhi di cui parla Harpur, era rimasto in attesa e ora mostra il suo muso sinistro e appuntito.

Persino al passaggio della morte è stata negata la sacralità del rito e degli affetti. Corpi sottratti, ancora vivi, ai parenti, una volta morti, portati di notte a cremare senza che i familiari potessero congedarsene con amore. Ci siamo dimenticati di Antigone, che obbedì alla legge della pietà e non del potere.

Ed è questo quello di cui parlo: la dimenticanza. In nome di una minaccia globale, di un’epidemia, o pandemia come vogliono, anche quell’esile legame che l’Occidente manteneva con le proprie radici culturali, spirituali, etiche, con il proprio passato, che lo teneva saldo in sé stesso, si è dissolto. Tutto s’è sgretolato.

Dalla finestra che si apre sul giardino, vedo una luna quasi piena e orgogliosa del proprio scintillìo. Illumina gli alberi e i tetti silenziosi delle case. Ricordo che, quando ero piccola, mia madre mi aveva insegnato un rito gentile – uno dei rarissimi bei ricordi che mi vengono da lei – che aveva appreso a sua volta dalle contadine delle montagne abruzzesi quando era bambina: l’inchino alla luna. Tenendo in mano una monetina, alla luce della luna piena, si esprime un desiderio e si fanno tre inchini all’astro scintillante. Ora ho scoperto che questo antichissimo rito di adorazione dell’astro ritorna quasi identico anche in molte altre tradizioni folkloriche. È un legame che amo conservare con le mie ave sconosciute.

In questi mesi di arresti domiciliari, il passato torna a farsi sentire con molta forza. Amo il passato, il lontano passato e ho sempre cercato, nella mia vita, radici lontane di chi io sia, non solo e non tanto come persona, ma come essere umano. Dunque i miti, le tradizioni folkloriche, la storia, l’archeologia, le religioni. Ma questo passato, quello che in questo periodo riemerge, è quello dei miei ricordi, degli incontri, delle persone e dei momenti che costituiscono la mia storia. Forse perché sono ormai una donna che un tempo si sarebbe definita anziana, anche se non me ne accorgo, e i ricordi sono le ghiande che per tanti anni ho raccolto come provvista per l’inverno. Non li cerco, si presentano e mi rendono felice. Non sono tutti belli, perché la mia vita è stata una lunga battaglia, ma, come diceva mio figlio quando era ancora fra noi: “Anche i ricordi dolorosi sono belli”.

La memoria di volti, momenti, luoghi, discorsi, paesaggi, che affiora non sollecitata, mi dà un senso di continuità e solidità. Mi fa sentire radicata e forse la psiche, nella sua saggezza, sa che è questo ciò di cui ho bisogno. Di cui tutti abbiamo bisogno. Di sapere chi siamo. Di sentirsi radicati nel caos devastante in cui sono state fatte precipitare le vite degli uomini da gente incapace di gestire quel che sta succedendo, ma molto capace di alimentare terrore e paura per raggiungere i propri scopi.

Così tutti dovremmo, ora più che mai, mantenere saldamente il nostro legame non solo con i nostri ricordi, che ci danno la dimensione di chi noi siamo e ci dicono da dove veniamo, ma con il nostro passato. Perché, nella tradizione antica, Mnemosine aveva due facce: l’una rivolta al passato e l’altra rivolta al futuro. E l’uno non è possibile senza l’altro. Tutti dovremmo, pur sul guscio di noce che è la nostra barchetta sballottata dalle onde della tempesta, rimanere ben saldi in noi stessi e non cedere alla tentazione della paura. E forse, quel sonno cui serenamente il Cristo si lasciava andare durante la tempesta, dovrebbe esserci d’ispirazione. Non è il sonno di chi si rifugia nell’oblio, obnubila la coscienza e si rifiuta di mantenere desta la propria consapevolezza, non è il “sonno della ragione” di Goya, che genera mostri. Un sonno così simile alla morte; no, è il sonno di chi affronta con la forza della serenità e della speranza anche un momento apparentemente drammatico e non si lascia travolgere dalla confusione e dalla disperazione generale. Il sonno sereno di chi non teme, non cede agli inganni della Maya e non ha perduto sé stesso. Non lasciamoci sradicare, non perdiamo la memoria. Non perdiamo noi stessi.

(C) 2020 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

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