James Harpur. Teti. Una cantata

 

Immagine:Pittore di Damone - Teti e le Nereidi compiangono Achille (560 a.C.).jpg

Teti e le Nereidi piangono Achille. Pittore di Damone, VI sec. a. C. Louvre. 

 

Questo bellissimo testo, che James Harpur mi ha concesso di pubblicare in anteprima mondiale e nella mia traduzione, è una Cantata, che gli è stata commissionata, proprio sul tema di Teti e di Achille, da Nicola LeFanu, grande compositrice, direttrice d’orchestra e accademica inglese di origine irlandese, nota e grandemente apprezzata in tutto il mondo. LeFanu, che tra l’altro ha studiato anche in Italia con Goffredo Petrassi, è autrice di oltre 100 opere, tra cui pezzi per orchestra, gruppi da camera e voce, e sei opere. Ringrazio anche lei per avermi concesso la possibilità di pubblicare il testo tradotto e in inglese, dato che è lei la committente. Si uniscono così, in quest’opera, due grandissime voci internazionali, una poetica e una musicale, della cultura angloirlandese.

L’opera mi tocca particolarmente da vicino per molti motivi, anche personali; la Cantata sarà composta da una delle non moltissime donne compositrici, il tema è quello di una madre che piange il figlio morto, la sostanza e la struttura sono ispirate a un caoìne, una lamentazione funebre irlandese codificata, che in Irlanda ha una tradizione nobile e antichissima, come antichissima è la tradizione del threnos greco, da cui deriva direttamente, e il soggetto è classico.

L’andamento ipnotico e ritmico, che suggerisce la circolarità del tempo – l’eterno ritorno – che è la dimensione in cui Teti esiste, è interrotta dall’aspro ritornello in cui la Dea grida il suo strazio, non tanto divino, quanto umano. Non è solo l’eterno ritorno del tempo, ma l’eterno ritorno del dolore, la condanna che l’immortalità porta con sé. E vorrei dire che, se la morte di un figlio è lo strazio più atroce che una persona – e una madre – possa vivere, un dolore che è difficilmente esprimibile e non passa mai, è il miracolo dell’arte riuscire a dirlo, a comunicarlo con questa intensità e verità anche se non lo si è provato. E’ quanto fa Harpur, che coglie anche quell’aspetto della ciclicità che questo tipo di dolore ha in sé. Chi lo conosce, infatti, sa che anche dopo molti anni riemerge intatto, inaspettato, feroce come nell’istante della perdita.  Non tutto guarisce il tempo.   

Ho cercato di mantenere, nella traduzione, questo ritmo e per quanto possibile, gli effetti sonori-  

Nella Nota premessa da Harpur, sono chiariti  il significato e la struttura della composizione, che, si tenga conto, è una Cantata, dunque prevede una messa in musica. Nicola LeFanu non ha ancora completato la composizione e dunque questa è un’anteprima davvero preziosa. 

Francesca Diano

 

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JAMES HARPUR

TETI

Traduzione di Francesca Diano

 

 Lo spettro-falena

(Teti, la dea del mare, piange il figlio Achille)

 

 

Ora non vedi le alghe sulla sabbia,

la via tra le dune lungo cui passeggiavi,

la grotta che si animava di frulli d’ali.

 

Le onde che in un ruggito riverso dalla bocca,

le risucchio in un sibilo tra i denti.

 

Nulla, figlio, mi aveva preparata

alle fiamme delle tue ossa,

all’odore dell’olio che arde,

al pianto corale degli uomini

trasportato dal vento

sulla piana di Troia oscura come il vino.

 

Fin da quei giorni io seppi

che anzitempo tu saresti morto;

oh, come attesi i segni! –

la carcassa di un delfino alla deriva,

il grido improvviso d’un gabbiano

come il balenio d’una freccia.

 

E ora non vedi più le alghe sulla sabbia,

la strada sulle dune lungo cui passeggiavi,

la grotta che si animava di frulli d’ali.

 

Le onde che in un ruggito riverso dalla bocca,

le risucchio in un sibilo tra i denti.

 

Nel mio abbraccio mai nulla muore:

le mie immagini sono simili ai pesci

che incrociano le correnti del mio essere –

io tento di respingerle ogni giorno

ma s’affollano sempre: la tua nascita,

la massa dei tuoi capelli risplendente,

l’acquamarina dei tuoi occhi

ed ora, il tuo spettro-falena

che fiuta l’Ade alla ricerca di sangue.

 

Da tempo ho abbandonato un mondo

vuoto di te, mio Achille,

e tu così giovane, ma morto,

io viva ma mai vecchia,

i ricordi mi incrostano

come cirripedi, anemoni,

i miei occhi fissi in eterno

 

sulle alghe sulla sabbia,

sulla via tra le dune lungo cui passeggiavi,

sulla grotta che si animava di frulli d’ali.

 

Le onde che in un ruggito riverso dalla bocca,

le risucchio in un sibilo tra i denti.

 

NOTA di James Harpur

Teti, la dea del mare, piange la morte del figlio Achille, l’eroe greco che sarebbe stato imortale se non avesse avuto sul tallone quel punto vulnerabile, colpito da una freccia di Paride. Teti è la personificazione del mare e dunque la sua sostanza è legata al ritmo delle maree, dunque il testo cerca di trasmettere questo aspetto attraverso l’uso di una “ripresa” o refrain, più ampia e sciolta rispetto ai versi più brevi e netti del resto della poesia.

Inoltre, Teti è immortale e la ripresa vuole enfatizzare l’eterna continuità della sua esistenza – l’ininterrotto ritmo del respiro, l’andare e venire della vita.

Il cuore del testo è una intensa elegia per il figlio – il dolore crudo di una madre che perde il figlio, ma anche l’idea del proprio tragico fato di essere immortale. L’apparente fortuna di una vita eterna porta con sé la maledizione di dover vivere in eterno con i ricordi; in questo caso, quello di una perdita. Man mano che questo si fa chiaro nel testo – un dolore che mai si sopirà – la ripresa sottolinea, nella ripetizione dei due versi, gli aspetti visivi/sonori non solo del naturale movimento del mare, ma anche dell’innaturale dolore per il lutto e l’ira della dea.

L’immagine per sempre fissa nello sguardo di Teti ( e che mai potrà dimenticare)  è quella della cremazione di Achille – l’odore dell’olio di oliva che brucia, il pianto dei compagni e poi i ricordi di Achille bambino, che contrastano con il suo attuale stato nell’Ade, dove i morti sono larve vaganti e fluttuanti, che hanno necessità di nutrirsi di sangue per assumere aspetto umano. Così Ulisse, nel Libro XI dell’Odissea deve provvedere del sangue per parlare con Achille e Agamennone.

Il testo è dunque costruito secondo uno schema circolare e senza soluzione di continuità, ma anche lineare, a evocare il tempo mortale, nelle terzine e si conclude, ritornando su se stesso in un ciclo ininterrotto che, tuttavia, può essere inteso forse come una ciclica catarsi, seppur temporanea.

 

 

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JAMES HARPUR

THETIS

 

The Moth-Ghost

 

(The sea goddess Thetis mourns her son, Achilles)

 

Now you cannot see the seaweed on the sand,

the path above the dunes where you would stroll,

the cave that came to life with flitting wings.

 

The waves that roll from my mouth in a roar

my teeth suck back with a hiss.

 

Nothing, my son, prepared me

for the flames on your bones,

the scent of burning oil,

the choral wailing of men

that drifted on the wind

across the wine-dark plain of Troy.

 

Throughout those days I knew

you’d die before your time;

and how I waited for the signs! –

the drifting carcass of a dolphin,

a seagull’s sudden cry

like the flash of an arrow.

 

And now you cannot see the seaweed on the sand,

the path above the dunes where you would stroll,

the cave that came to life with flitting wings.

 

The waves that roll from my mouth in a roar

my teeth suck back with a hiss.

 

Nothing dies in my embrace:

my images are like the fish

that cross the currents of my being –

each day I try to shed them,

but still they swarm: your birth,

your shining shock of hair,

the aquamarine of your eyes

and, now, your moth-ghost

sniffing for blood in Hades.

 

I’ve long outgrown a world

without you, dear Achilles,

and you so young, but dead,

and me alive and never old,

memories encrusting me

like barnacles, anemones,

my eyes forever pinned

 

on the seaweed on the sand,

the path above the dunes where you would stroll,

the cave that came to life with flitting wings.

 

The waves that roll from my mouth in a roar

my teeth suck back with a hiss.

 

(C)by James Harpur e per la traduzione by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

James Harpur – Mito modificato. Traduzione di Francesca Diano.

San Patrizio calpesta i demoni. Miniatura 1450 ca. British Library

 

La seguente poesia è parte della raccolta di James Harpur, A Vision of Comets, 1993. Narra la leggenda che San Patrizio abbia scacciato i serpenti dall’Irlanda (che, in effetti, ne è priva), agitando il suo pastorale e trafiggendoli. La leggenda ovviamente adombra la cristianizzazione dell’Irlanda e la messa al bando dell’antica religione druidica, secondo una visione messianica del Male incarnato dal Serpente. Eppure, in questo testo bellissimo, Harpur ci mette in guardia. Il Male non è scomparso dal mondo, si annida persino lì dove non dovrebbe essere, in attesa di colpire quando lo spirito tradisce la sua origine sacra, e forse, dati i tempi, questo suo testo si rivela profetico.

Come per tutte le opere di James Harpur, la traduzione in italiano è mia.

(F. D.)

 

MITO MODIFICATO

 

La serpe stava immobile, l’essenza

Di generazioni di serpi compressa

In ciascun atomo di nervi e muscoli;

Le verdi spire oleose scintillanti

Con l’asciuttezza del colore a smalto.

 

Il santo sereno, sangue caldo

Si piegò e versò gocce d’acqua santa

Finché come forcuto spasmo di saetta

La serpe, crocefissa, sputò e risputò fuori

Il vangelo con sibili e veleno,

Vibrando come un fioretto la lingua cieca,

Distaccata la testa dalla coda

Dal peso abnorme di solida carne.

Uscendo dalla pelle, iniziò a tremare,

E poi sfrecciò attraverso le felci

Che crepitarono come pioggia su un’inferriata viva.

 

Ovunque andasse i serpenti svanivano:

Lui scagliava una croce,

Loro guizzavano in tane di volpe.

Lui schioccava le dita,

Loro sgusciavano fra le crepe di lapidi.

Diceva “Abracadabra”

E loro si scioglievano diventando miraggi.

 

Ma mentre il santo gettava via i sandali

Le serpi si fecero strada a morsi sottoterra,

E s’incontrarono, e serpe mangiò serpe

Finché un solo serpente, pregno dei propri succhi,

Il dorso incrostato dei colli dell’Irlanda

Ristette immobile.

 

Ed ora sta in attesa,

S’ingrossa sotto l’esile pelle del Nuovo Testamento,

Aspettando che i santi su San Pietro

Crollino uno ad uno,

 

Come tante oche ritte in fila al tirassegno.

 

 

REVISED MYTH

 

The snake lay still, the essence

Of snake generations compressed

Into each atom of nerve and muscle;

Its oily green coils glistening

With the dryness of glazed paint.

 

The warm-blooded serene saint

Leant over and let drip drops of holy water

Until like a fork of lightning spasm

The snake, crucified, spat and spat

Back the gospel with hiss and venom,

Its blind tongue flickering foil-like,

Head and tail split from each other

By the great sackweight of solid flesh.

Unpeeling itself, it began to shudder,

Then rocketed through the bracken

That crackled like rain on a live rail.

 

Wherever he went, the snakes vanished:

He lobbed a cross.

They darted into foxholes.

He clicked his fingers,

They slipped between the cracks of gravestones.

He mouthed ‘Abracadabra’,

They melted into their own mirages.

 

But while the saint kicked off his sandals

The snakes chewed their way through thick earth,

And they met, and snake ate snake

Until just one serpent, sweating in its juices,

Its back crusted with the hills of Ireland,

Lay still.

 

And now it lies waiting,

Swelling under the thin skin of the New Testament,

Waiting for the saints on St Peter’s

To drop off, one by one,

 

Like stand-up ducks at a rifle range.

 

(C) James Harpur. Per la traduzione (C) Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Music in a bottle – by Francesca Diano

 

 Music in a bottle

                                                                                                                 For Udayji

 

I wish to thank dear Sunanda Sharma, sublime singer of Thumri, for having brilliantly suggested the title of my short story.

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She had never seen before – and seen, she thought, was the apt word to use – a singer of that kind.

She had met other singers and musicians of Indian classical music, among the greatest in fact, and appreciated their skills, had felt deeply touched and moved by their art, but this time she was experiencing something altogether different; because he not only sang Dhrupad in a heavenly way, but he also moulded the sounds with his hands, making the invisible visible. While the sounds emerged from his throat and lips, in fact from his entire frame, and then merged with the surrounding air, he seemed to gather with his palms a living substance, twisting it and shaping it into sinuous forms.

She could actually visualize slowly dancing waves of notes and sounds as if they were a shiny, translucent matter he almost kneaded with his hands and fingers. He gathered it, spread it, expanded it between his palms and then compressed it into round or elongated shapes. Or even, while the notes rose upwards, he pulled them down from above his head, persuading them gently to flow back towards the core.

Form is luminous in itself, being its luminosity nothing but the visibility that is its true essence, a philosopher had once said. And here she was seeing form after form floating around him like planets around their star.

He was creating a new, sonorous reality of existence. This was the first time she understood what it meant that the universe had been created by sound, that matter had emanated from an original, primaeval sound, but also that sound is energy vibrating into matter. That sound and matter are of a one and same nature.

He shaped the deep, dark, low sound that was forming down within him, right at the centre of his body, and yet it was as if he were drawing it from the hidden burning core of the earth.

He dived into it, letting the flowing stream permeate his flesh and bones, and then conveyed the flow through his entire frame, imbuing each atom and molecule, until it reached the resounding cavity of his mouth till the lips. He let it free and then collected it with solemn gestures, as if performing a sacred rite, taking it with his palms and fingers, raising it, caressing it, shaping new visible worlds of swirling rhythm and harmony.

He was singing Raag Yaman.

That night she was witnessing the miracle of creation, reproduced and performed by an artist, who was the heir of an ancient musical tradition, of hundreds of Gurus, who had handed down to their disciples their unique knowledge. And yet it was not just an artistic tradition, it was also an exoteric one. Because his gestures, the peculiar qualities of his vocal art, his whole hieratic composure, but most of all what it evoked, revealed a secret knowledge he had certainly received together with the teachings from his Guruji. And she had had the distinct feeling of perceiving some part, it didn’t matter if only just a glimpse, of what that could be. She felt overwhelmed and cried.

Was she dreaming? Or was the miracle of that singing that had captured her, so powerful, that had carried her away through space and time back to the origin of all things?

She felt blessed then by the chance she had been given of listening in person to Guruji, an artist who was also a messenger of Truth and Beauty; Truth and Beauty being one. He was the living proof that music had a sacred origin, and that the universe had originated from a sacred sound.

Later that night, after the concert, she was lucky enough to have dinner with Guruji and other people. She sat across him. Guruji, still a young, handsome man, was a lovely, kind person, and, although a world-famous artist, he had in him the gentleness and the simplicity of all truly great souls.

He engaged gladly in conversation and appreciated the Italian food he was served. While they were talking, she could smell, lingering in the air, a heavenly scent, not too sweet, slightly spiced and musky, with a hint of black pepper, yet mellow and opulent.

<<What a lovely perfume>>, she couldn’t help to say.

<<Is it this you mean?>>, said Guruji, bringing his wrist closer to her.

<<Indeed it is!>>, she exclaimed. <<What an exquisite scent.>>

He then drew out from his pocket a tiny silver box, and, from the box, a small glass vial with a golden cap, containing some golden oil. He handed it to her. She reached out and opened it carefully, almost with reverence. Guruji’s scent…

Wafts of blissful sensations reached her nostrils and penetrated into her brain. She felt swept along with them to a place of happiness and contentment. And suddenly the sounds of that sublime music came back to her, the soft translucent matter and shapes Guruji had evoked and moulded on the stage at the dim light of the theatre.

<<It’s yours to keep if you like it>>, said Guruji with a smile.

<<Really?? Do you really mean it?>> she asked almost in awe. She couldn’t believe her ears. It was such a great gift, even greater because so spontaneously offered.

She couldn’t find enough words to thank him. She was moved to the core.

Back home, she did some research online about the shop, whose name was printed on the tiny label. She discovered that it was the oldest perfume shop in Delhi, Old Delhi actually, founded in 1816, where, in a tiny space crammed with glass and cut crystal bottles of all sizes and shapes,  the perfume masters created their marvellous attars with fresh flowers, natural ingredients and precious oils. She explored, full of wonder, that fascinating world. During the 200 years of their history, they had prepared exclusive attars for Mughal emperors and royalties and still to these days, following a centuries-old tradition, they kept the secrets of their recipes and mixtures.

Guruji’s attar had been created for him and every time she opened it and inhaled its complex aroma (it was too precious to her to wear it), it evoked that same mystic bliss she had experienced at his concert. Following the wafts of scent emanating from the little bottle, she could go back to that world of music, where invisible became visible, where sound turned into a translucent, shiny matter, imbued with all the colours of the rainbow, where vision, hearing and imagination could become a liquid, golden substance and melt into a scent that was the secret essence of Guruji’s art itself. Where there was no separation among beings or things and everything was one.

 

 

 

(C) by Francesca Diano 2020  ALL RIGHTS RESERVED. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

James Harpur – La bianca silhouette

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Andrej Rublev, Il Salvatore.

 

The White Silhouette, lunga poesia che dà il titolo alla recente e acclamata raccolta di James Harpur, (The White Silhouette, Carcanet 2018), è, insieme a Kells, una dichiarazione della sua poetica, della sua ricerca interiore e della sua visione del mondo. Harpur è un instancabile esploratore dello spirito, e nel suo viaggio percorre tutte le vie, dal pensiero Neoplatonico ai mistici di ogni tempo e luogo, senza limiti di credo o appartenenza religiosa, al pensiero filosofico occidentale e orientale, degli antichi e dei moderni. Il suo amore per la figura del Cristo non può dirsi strettamente cristiana, ma più come legata a una spiritualità universale.Per ulteriori approfondimenti, si vedano altri post da me dedicati alle sue opere.

Francesca Diano

 

 

La bianca silhouette[i]

 Traduzione di Francesca Diano

(2014)

 

 

A John F. Deane

 

 

“Una mattina, sopracoperta, si prese a bisbigliare: ‘Abbiamo un passeggero misterioso a bordo.’ “… Spesso, dopo il nostro arrivo a Gerusalemme, ripensai a quella diceria… Quando, vicino alla Porta d’Oro, vedevo l’uomo vestito di bianco che, qualunque tempo facesse, portava la sua lampada accesa, pensavo sempre: ‘C’è un pellegrino misterioso a Gerusalemme.’

Stephen Graham, da With the Russian Pilgrims to Jerusalem. 1913

 

 

 

 

Pensavo ci saremmo incontrati in un luogo sacro

Come la chiesa del villaggio di Bishopstone

Vuota in un giorno d’estate nel Wiltshire

Gli alberi verdeggianti e carichi di corvi

E il torrente fra i prati una corrente

D’argento brunito sotto il ponte dove vidi

Il mio primo martin pescatore dardeggiare

Il suo ago, lasciandomi il suo punto turchese

Nella memoria; ed andavo a sedermi

Nella chiesa e chiudevo gli occhi

Attendendo invano che qualcosa scattasse

Chiedendomi se fosse questa la mia vita

Che sprecavo a casa di mia madre.

A volte portavo con me il Temple di Herbert[ii]

E leggevo il sereno ordine delle sue poesie

E l’immaginavo, come lo videro una volta,

Abbracciare il pavimento della sua chiesa a Bemerton

Chiedendo che l’amore l’accogliesse.

Sedevo dritto disposto alla preghiera

Troppo preso dall’autoanalisi

Troppo inesperto, lo spirito impaziente

Per notare se tu fossi scivolato dentro con l’aspetto

D’un turista che osserva il coro o il fonte battesimale

E acquista cartoline illustrate e firma

Il libro dei visitatori aggiungendo “atmosfera incantevole”;

O d’un camminatore che cerca rifugio dalla pioggia

O d’una donna venuta a decorare l’altare con dei fiori.

 

O in un luogo come l’isola di Patmo

Fuori stagione non invasa dai turisti,

Il mare che salassa il cielo del suo azzurro.

Forse tu sei venuto quel giorno di settembre

Nella grotta di San Giovanni, oro divisionista

Sulle candele e sulle lumeggiature delle icone,

Quando ero lì ad assorbire la frescura,

Immaginando Giovanni nel Giorno del Signore

Prostrato a terra come dinanzi a un trono

E tu non vestito “con una veste lunga e una cintura d’oro”

Né “con capelli bianchi come lana o neve”

Ma come un pellegrino con zaino e fotocamera

Rispettoso, curioso, guida in mano

A esaminare la grana della roccia scabra

Che incontra il mio sguardo e si ferma un secondo

Come fossi un vecchio compagno di scuola.

Se tu eri lì, io non t’ho visto,

Perché troppo accecato dalla nuova Gerusalemme

Che lanciava bagliori di diaspro, di zaffiro e topazio

Scendendo dal cielo come un’enorme corona regale.

 

O in un luogo come Holycross a Tipperary,

Nell’abbazia dove la strada incontra il fiume,

Forse t’eri fermato a interrompere il viaggio

Come io faccio spesso, e m’hai visto nella navata

Avanzare sul pavimento inclinato

Verso la reliquia, frammento della Croce

O forse eri seduto fuori sulla riva del Suir

Su una panchina in un prato d’erba tenera

Forse quel giorno in cui, diretto a nord,

Mi fermai accanto al parcheggio ad osservare

Una sposa, fragile, congelata presso la porta

Le damigelle strette insieme nel freddo di marzo

Che attende e attende di fare il suo ingresso

Nell’improvviso illuminarsi di visi che si voltano

Come un cigno che scivola nel suo abito niveo

Sotto l’arco di un ponte in stato di grazia.

Ero troppo incantato dal suo destino di sposa

Per vederti accendere il motore, partire,

Sollevando la mano nel passarmi accanto

Diretto a Cashel, Fermoy e verso sud.

 

Ma ci fu quel momento in cui fui certo

Che finalmente t’avevo trovato;

Malato a casa, mi misi a meditare

E pregare per vincere l’autocommiserazione

Per settimane accumulando pace

Fino a quella mattina quando i secondi furono svuotati

Mondati i miei pensieri, il mio sé annientato

In una luce arcana pervadente

Che pareva addensarsi e dispiegare

Più strati di radianza ed espormi del tutto

Ché tu potessi varcare la soglia

O la varcassi io, in qualunque momento.

Ma io chiusi la porta del cuore, temendo,

Chissà, di poterti incontrare

Temendo di passare dall’altra parte

E mai poter tornare a quello che mi è noto;

Pensai che mi sarei sempre potuto riaprire

Per accoglierti come si conviene, ben preparato.

Non l’ho mai fatto. Temevo il salto repentino

Nella zona dell’atemporale; troppo impaurito

Ti cercavo in pubblico, per sentirmi al sicuro,

Mi inginocchiavo nelle chiese, scambiavo il segno

Di pace nella chiesa di St James a Piccadilly,

Recitavo preghiere, prendevo il pane e il vino

E intensamente mi concentravo, ma non riuscivo

A credere che fossero il tuo corpo ed il tuo sangue;

Nelle preghiere sentivo uno staccato, come chiodi

Che venissero infissi, quasi a inchiodare assi alle finestre.

 

Certe volte t’ho percepito come un baluginio

Come in quel sogno inatteso che feci

Tu di notte sul lido di un’isola greca;

Avevi il volto celato, ma eri tu;

Le stelle imbullonavano strati di oscurità

Poi le comete vennero, una dozzina forse

Le code come ventagli con sprazzi decrescenti;

Lentamente ruotavano e giravano — le tue mani

Si muovevano in accordo, come tu le guidassi

Quasi fossero legate a dei fili, come aquiloni cinesi.

Le comete rallentarono, s’arrestarono, trasformandosi

In lettere ebraiche, decorando la notte.

E seppi che se avessi compreso le parole,

Il tuo messaggio silente attraverso le stelle,

Avrei saputo il mio destino sulla terra.

Ma mi svegliai, disorientato come Baldassarre.

 

Non ti cerco ormai più

Non so chi cercare, dove farlo;

Troppo stanco, deluso, non son certo

Di ciò che penso o se davvero importi

Così tanto; mia ultima speranza — che la mia rinuncia

Possa essere un segno della Via Negativa,

Uno stadio dell’abnegazione —

Quella speranza impedisce ciò in cui spera.

 

Eppure

Ti scrivo ancora, poesia dopo poesia,

Tentando di dar forma al perfetto modello

Delle parole e del mistero del loro ritmo,

Terrestre musica udibile in cielo —

Ogni poesia è un razzo colorato

Un segnale di soccorso, efflusso

Di me stesso, preghiera mascherata

Lanciata verso la Nube della Non-conoscenza[iii]

E tutto ciò che devo fare è di stare

Fermo dove mi trovo, pronto ad esser salvato

Senza muovermi, parlare o pensare attendendo

Che la Nube s’accenda di luce

E la tua bianca silhouette se ne

Svincoli e sempre più s’avvicini,

Finché vedrò la tua essenza e potrò chiederti

Dove mai ti trovassi

Durante i miei giorni — e solo allora

Comprenderò perché non t’ho trovato

Perché eri troppo vicino a casa

Perché pensavo che avrei dovuto morire

Per vederti lì, proprio lì, rimuovendo

Gli aspetti del tuo travestimento —

La mia pelle segnata dalle rughe

La mia incarnazione spossata dei tuoi occhi —

Il mio volto che diventa il tuo

I miei occhi i tuoi occhi

Io    tu    noi         I you us

Iesus.

 

The White Silhouette

(2014)

for John F. Deane

‘There went a whisper round the decks one morning, “We have a mysterious passenger on board.” … Often I thought of that rumour after we reached Jerusalem … When I saw the man all in white by the Golden Gate carrying in all weather his lighted lamp, I always thought, “There is a mysterious pilgrim in Jerusalem.”’

Stephen Graham, from With The Russian Pilgrims to Jerusalem (1913)

 

 

I thought we would meet in a holy place

Like the church in the hamlet of Bishopstone

Empty on a Wiltshire summer’s day

The trees full of rooks and hung in green

And the stream in the meadows a rush

Of darkling silver beneath the bridge

Where I saw my first kingfisher flash

Its needle, leaving its turquoise stitch

In my memory; and I would sit

In the church and close my eyes

And wait in vain for something to ignite

And wonder whether this was my life

Wasting away in my mother’s home.

Sometimes I’d bring Herbert’s Temple

And read the quiet order of his poems

And picture him, as once he was glimpsed,

Hugging the floor in his church at Bemerton

Asking love to bid him welcome.

I sat with an upright praying disposition

Preoccupied in self-combing

Too callow and spiritually impatient

To notice if you had slipped in

As a tourist to inspect the choir or font

And buy a picture postcard and sign

The book with ‘lovely atmosphere’;

Or as a walker taking refuge from rain

Or a woman primping flowers by the altar.

 

Or somewhere like the island of Patmos

Out of season and the tourist flow,

The sea leeching blue from the skies.

In the cave of St. John, pointillist gold

On tips of candles and highlights of icons,

You might have visited that day in September

When I was there, absorbing the coolness,

Imagining John on the Day of the Lord

Prostrate on the ground as if before a throne

And you not dressed in a ‘robe and gold sash’

Nor with hair ‘as white as wool or snow’

But as a pilgrim with camera and rucksack

Respectful, curious, guide-book in hand

Appreciating the grain of raw stone

Catching my eye and pausing for a second

As if I were a schoolfriend from years ago.

I never saw you, if you were there,

For I was too blinded by the new Jerusalem

Flashing out jasper, topaz, sapphire

Descending from heaven like a huge regal crown.

 

Or somewhere like Holycross in Tipperary,

The abbey at the meeting of road and river,

You might have stopped to break a journey

As I often do, and seen me there in the nave

Ambling down the sloping floor

Towards the relic-splinter of the Cross

Or sitting outside on the banks of the Suir

On a bench on a swathe of tended grass

Perhaps that day when, heading north,

I paused by the car park to watch

A bride, fragile, and frozen by the door

Her bridesmaids huddled in the cold of March

Waiting and waiting to make her entrance

Into the sudden shine of turning faces

Like a swan gliding in its snowdress

From an arch of the bridge in a state of grace.

I was too mesmerised by her destiny

To see you start your car, drive off,

And raise your hand as you passed me by

On the way to Cashel, Fermoy and the south.

 

But there was that time I was so certain

That I had finally found you;

Sick at home, I turned to meditation

And prayer to overcome self-pity

For weeks accumulating quietude

Till that morning when seconds were emptied out

My thoughts cleansed, my self destroyed

Within an uncanny infusing light

That seemed to deepen and unfold

More layers of radiance and lay me wide open

So you could cross the threshold

Or I could cross, at any moment.

But I closed the door of my heart, afraid,

Who knows, that I might have met you

Afraid I would pass to the other side

And never return to all that I knew;

I thought I could always re-open myself

And greet you properly, well prepared.

I never did. I feared that sudden shift

Into the zone of timelessness; too scared

I looked for you in public, for safety,

I kneeled in churches, gave the sign

Of peace in St. James’s Piccadilly,

I recited prayers, took bread and wine

And I concentrated so hard, but failed

To believe they were your blood and body;

I heard staccato prayers, like nails

Banged in, as if to board up windows.

 

Sometimes I’d sense you as a glimmer

As in that dream I once had out of the blue

When you stood at night on a Greek island shore;

Your face was hidden, but it was you;

The stars pinned in place the layers of darkness

Then came the comets, perhaps a dozen,

Their tails fanned out with diminishing sparks;

Slowly they twisted and turned – your hands

Moving in concert, as if you were guiding them,

As if they were on strings, like Chinese kites.

The comets slowed and stopped, and changed

Into letters of Hebrew, emblazoning the night.

And I knew if I could grasp those words,

Your silent message across the stars,

I’d know my destiny on earth.

Instead I woke, as puzzled as Belshazzar.

 

I do not search for you any more

I don’t know whom to seek, or where;

Too weary, disillusioned, I’m not sure

What I think or if I really care

That much; my last hope – that my resignation

Might be a sign of the Via Negativa,

A stage of my self-abnegation –

That hope prevents the thing it hopes for.

 

And yet

I still write to you, poem after poem,

Trying to shape the perfect pattern

Of words and the mystery of their rhythm,

An earthly music audible in heaven –

Each poem is a coloured flare

A distress signal, an outflowing

Of myself, a camouflaged prayer

dispatched towards the Cloud of Unknowing

And all I have to do is stay

Where I am, ready to be rescued

Not move, speak or think but wait

For the brightening of the Cloud

For your white silhouette to break

Free from it and come nearer, nearer,

Till I see your essence and I can ask

Where in the world you were

Throughout my days – and only then

Will I grasp why I never found you

Because you were too close to home

Because I thought I’d have to die

To see you there, right there, removing

The lineaments of your disguise –

My careworn wrinkled skin

My jaded incarnation of your eyes –

My face becoming your face

My eyes your eyes

I   you   us      I you us

Iesus.

 

[i] Pubblicata per la prima volta sulla rivista  Poetry Ireland N° 112

[ii] George Herbert, (Montgomery, 1593 – Bemerton, 1633)  fu un religioso, grande poeta e oratore, considerato santo dalla Chiesa Anglicana, ma oggi ritenuto anche uno dei maggiori poeti  del suo tempo, soprattutto per il carattere  originale e sperimentale dei suoi versi. Esercitò la sua cura pastorale nel Wiltshire e non pubblicò mai le sue poesie in vita. Sul letto di morte consegnò la sua raccolta, The Temple, a Nicholas Ferrar, fondatore di una comunità religiosa, che la pubblicò postuma. Dopo la sua morte i suoi testi conobbero un enorme successo e in seguito ispirarono Samuel Coleridge, Emily Dickinson, Manley Hopkins e T. S.Eliot (N.d.T.)

[iii] The Cloud of Unknowing è un  famoso testo anonimo del XIV secolo, scritto in medio inglese; una guida spirituale dal carattere fortemente ascetico e contemplativo, il cui autore dimostra di possedere profonda conoscenza della mistica del suo tempo, da Richard Rolle a Meister Eckhart, da Enrico Suso a Tommaso da Kempis, da Jacopone a Caterina da Siena. (N.d.T.)

 

(C)2019 by James Harpur e Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Laura Valeri, L’isola del silenzio.

Chi non ha mai fantasticato di fuggire su un’isola deserta? Chi non ha desiderato anche solo una volta di abbandonare il trambusto, i doveri pesanti, la routine che si fa soffocante della vita che spesso ci troviamo a condurre e in cui ci sentiamo intrappolati? Ma alla fine questo rimane un sogno che ci consola e che releghiamo nel regno dell’immaginazione e della fantasia che ci aiuta a vivere. In fondo, i mezzi per evadere dalla routine li abbiamo, anche se non necessariamente richiedono un trasferimento o un cambio di vita drastico.

Un mezzo meraviglioso è la lettura. Ho riletto già tre volte, in vari stadi della mia vita Robinson Crusoe, e credo che lo rileggerò. Così come Walden. Ti danno il senso di cosa significhi libertà, che non è mai scevra da compiti e doveri, anche se di natura molto diversa da quella di una vita incanalata nei percorsi della società cui apparteniamo. Eppure, che senso di liberazione quelle pagine comunicano. Che spazi vasti aprono, dove la mente può veleggiare.

Un’isola del tutto deserta, lontana dal mondo abitato però è una sfida che richiede moltissime competenze, capacità di adattamento, di conoscere e saper usare le risorse a disposizione, forza morale e resistenza fisica, oltre che un grande amore per la solitudine. Tuttavia si può trovare un compromesso, una via di mezzo, che permetta di apprezzare un ritorno alla natura, i suoi silenzi, la sua bellezza incontaminata, il senso di libertà, anche se temporaneo, dalle catene della vita quotidiana.

E’ quello che ha fatto Laura Valeri e che ha raccontato in questo suo piccolo libro prezioso, L’isola del silenzio, (titolo originale After Life as a Human), traduzione di Francesca DianoGalaad Edizioni 2019, il suo primo romanzo tradotto in italiano.  Laura e suo marito hanno abbandonato tutto per trascorrere una vacanza su Dog Island, una minuscola isola, una lingua di terra al largo della Florida, nel Golfo del Messico, a circa 7 km dalla costa, di fronte a Carrabelle, abitata stabilmente da non più di cento persone e da una ricchissima fauna protetta: gabbiani, pellicani, tartarughe marine, cojote,  ed altre creature libere, dichiarata Riserva Naturale.

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Laura Valeri

Laura Valeri, che è la pronipote del grande poeta Diego Valeri, da bambina si è trasferita negli Stati Uniti a seguito del lavoro di suo padre, e insegna Scrittura Creativa alla Georgia Southern University di Atlanta. E’ autrice pluripremiata di numerosi romanzi e racconti e dirige la rivista Wraparound South da lei fondata.

Su questa isola incontaminata, in questo paradiso naturale, che si può raggiungere solo via mare, o più raramente con piccoli aerei privati che hanno a disposizione come pista d’atterraggio solo una lunga striscia di terra erbosa, non esistono strutture, servizi, locali pubblici o negozi. Non ci sono medici né forze dell’ordine. Internet arriva a intermittenza, seppure arriva. I residenti si arrangiano a far ogni cosa da sé. L’acqua viene trasportata da terra, come le provviste, l’elettricità è fornita da pannelli solari o generatori. Qualcuno affitta a occasionali vacanzieri avventurosi un limitato  numero di cottages, per il resto vi sono solo pochi abitanti stabili; gente che ha voluto dire addio alla vita convulsa, al rumore, alla folla una volta per sempre.  Perché i grandi dominatori dell’isola sono il mare, le spiagge deserte, bianche come polvere di zucchero, punteggiate di conchiglie rarissime, e il silenzio, rotto solo dal vento, dal rumore del mare e dalle grida degli uccelli marini. I suoi colori sono il blu cobalto e verdazzurro del mare,  il bianco delle spiagge, delle nubi e della spuma marina e qualche tocco di verde delle poche pinete. E poi il viola-rosa dorato dei tramonti.

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L’isola respira, parla, e in quella magica solitudine si può udire la voce di quel potente alito, che riporta ai primordi del mondo. Laura Valeri quella voce l’ha udita e ce la racconta, in quattro capitoli di prosa raffinata, elegante, da scrittrice di alto rango. Un linguaggio asciutto e forte, quasi melvilliano a tratti, che le permette di dialogare con il mare, con la sabbia, con un gruppo di pellicani strafottenti, con la vegetazione dell’isola, con una folaga che ha perduto la rotta e le sue compagne, di cui raccoglie gli ultimi strazianti istanti di vita, ma,  soprattutto, con se stessa. Perché il grande dono dell’isola, terra di paradiso, ma fragile perché spazzata dagli uragani e a rischio di scomparire, è per Laura una più profonda consapevolezza di sé e del suo rapporto – del rapporto dell’uomo in realtà – con la natura. Ma è anche una forte denuncia delle devastazioni che la stupidità e l’incapacità umana di proteggere l’ambiente provocano.

E’ dunque non solo un libro bellissimo, che promette di far sorgere davanti agli occhi del lettore le immagini di un paradiso incorrotto e inondato di luce, profumato di oceano,  avvolto nel mistero di una bellezza primordiale, ma è anche una piccola guida interiore, e un libro che può ispirare chi è sensibile alle problematiche ambientali.

Sì, Dog Island, esposta agli uragani, eppure carica di tesori, gemma preziosa del mare, è in fondo specchio del cuore umano.

 

Francesca Diano

 

Si può acquistare qui

L’isola del silenzio

(C)2019 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

An Blascaod Mór di Francesca Diano

 

The Great Blasket seen from the mainland provided by Wilf Judd

 

In Irlanda, all’estremità della Dingle Peninsula, nel Kerry, vi è un piccolo gruppo di isole, le Blasket Islands, l’unica abitata delle quali, fino agli anni ’50 del secolo scorso, era la più grande, la Great Blasket, in gaelico An Blascaod Mòr. Gli abitanti dell’isola, che vivevano di pesca, allevamento e le poche cose che si potevano coltivare, parlavano un gaelico particolarmente puro e nobile, tanto da attirare, fin dai primi decenni del ‘900, studiosi non solo irlandesi, ma anche americani e svedesi. La vita era, come si può immaginare, molto dura, ma sulla Great Blasket le antiche tradizioni, il ricchissimo folklore e la suprema arte della narrazione erano cose vivissime. Sulla Great Blasket visse anche Peig Sayers, una seanchaì (storyteller) leggendaria, che conosceva a memoria 300 fra storie e leggende, alcune lunghe anche più notti (così si contava la lunghezza di una storia)  e dalle incredibili capacità narrative, tanto da essere definita “l’Omero donna”. Peig morì sulla terraferma nel 1958, amata e riverita come una regina dai maggiori studiosi di folklore irlandese.

Ma, per le difficoltà della vita, (non c’era nemmeno la corrente elettrica) nei primi decenni del ‘900, molti giovani cercarono fortuna o sulla terraferma o in America e l’isola – già abitata da poche decine di persone – cominciò a spopolarsi. Tuttavia, l’interesse di studiosi per l’antica cultura convinse alcuni degli isolani più dotati nell’arte della narrazione a scrivere le proprie memorie e a consegnare alla storia una cultura antica e nobile che presto sarebbe sparita. Infatti, alla fine degli anni ’50, tutti gli abitanti vennero trasferiti sulla terraferma. 

L’isola, i suoi paesaggi, il suono del mare, sono un’esperienza di struggente bellezza e profondamente spirituale, che ancora ho nel cuore e vivissima nella memoria. Come le storie dei suoi seanchaì.

Questo testo è parte di un piccolo gruppo di testi poetici, sia in italiano che in inglese, che mi sono stati ispirati dall’Irlanda, sia durante il mio soggiorno che in seguito. Solo un modesto tributo di riconoscenza al moltissimo che da questa terra ho ricevuto. 

Sia lode ai poeti di An Blascaod Mòr e possa la loro voce sempre risuonare insieme a quella del mare e dei venti.

F. D.

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Peig Sayers nella sua casa. Foto del Department of Irish Folklore. University College Dublin

 

An Blascaod Mór

 

Eco – mia isola grande

acque d’amaro d’ambra

nel forzato abbandono.

Fluttuante transito d’ombre

d’altro mondo silenti

antiche tempeste sferzano

coste costole del grande

corpo di guerriero dormiente

cresta d’onda terra s’è fatta

su scintille d’oceano

zolle saline nutrimento

che alimenta spettri,

sussurro di mia stirpe

regale spira di correnti.

 

Circolare il tacere memoria

insaziata del negato ritorno.

Agli avi faccio dono

delle ossa loro solo dominio.

Vita s’è consumata

come spuma nel canto

degli scogli – roccia l’anima.

Sussurri d’antichi poeti

affidati al vento alle tempeste.

La luna lascia scie

sulle acque donando

parte della sua luce

nel riflesso dell’attimo

che mai si estingue.

 

 

(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

La lumaca dal Bestiario di Francesca Diano. Lettura di Sergio Carlacchiani

 

LA LUMACA

Lumaca, luna, lunula

Dell’unghia labirintica

Che l’universo congloba

In un’ansa ellittica

Spiralata meteora

Dal cammino tortuoso

Universale pronuba

Del dio meraviglioso

Microcosmo di regole

Di circonvoluzioni

Galattiche e sintattiche

Microrivoluzioni

Strisciando lenta dondoli

Sospesa tra due interi

L’immenso ed il minuscolo

Spiralati emisferi

 

 

(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Giorgio Linguaglossa sulla poesia di Francesca Diano

Pubblico come post, con gratitudine e commozione, questo splendido testo che il poeta e critico Giorgio Linguaglossa ha generosamente scritto sulla mia attività poetica, con una particolare attenzione al testo “Il Minotauro”, testo che mi fu ispirato dall’omonima statua dello scultore Sergio Rodella. La sua critica, profonda, acuta, coltissima, e molto generosa, è apparsa sul suo sito (sotto il titolo il link al sito di Linguaglossa). Come spesso avviene quando il nostro lavoro viene analizzato da uno sguardo attento ed esperto come il suo – che non è solo quello di un critico militante, ma anche quello di un raffinatissimo poeta – siamo i primi a vedervi alcuni aspetti nuovi. Gli sono dunque grata per questa sua analisi che veramente va alle radici della mia poesia. 

 

LA POESIA di Francesca Diano ” Il Minotauro”- Presentazione di Giorgio Linguaglossa

http://www.giorgiolinguaglossa.com/index.php/giorgio-linguaglossa-critica34

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Sergio Rodella – Il Minotauro. Marmo bianco di Carrara e marmi policromi.

 

Non si dà metafisica senza una mitologia e non c’è simbologia senza una metafisica. La migliore poesia moderna, in quando figlia di Mnemosine, porta in sé la traccia di quel ricordo, rammenta il simbolo come un cieco ricorda la luce del sole, non può farne a meno. Di qui quella caratteristica «connessione d’accecamento» di cui ci parla Adorno ne “La dialettica dell’illuminismo”, quella problematicità dell’arte moderna di voler pronunciare l’impronunciabile, l’indicibile, per poi scoprire la propria impotenza.

Nella poesia di Francesca Diano il «presente» è il «passato» e il «passato» è il «futuro», l’«io» non è il nocchiero di alcun «presente», se intendiamo il presente ciò a cui pensiamo non come quiquid ubique  ma ciò che quicquid évenit hic et nunc, ciò che avviene per noi e solo per noi. Analogamente, il «mito» è ieri e oggi e domani, e continuerà a parlarci fin quando noi saremo capaci di interrogare l’inferriata dei suoi molteplici significati. Ma, si tratta, appunto, per noi oggi di una inferriata del senso, che deve essere continuamente scandagliata, interrogata, problematizzata. Occorre allora ripristinare l’Interrogazione, tornare a porre delle domande al mito come fa Francesca Diano. Nella poesia “L’esclusa” è appunto una donna respinta dalla comunità che parla, e il suo dire diventa un atto d’accusa; nella poesia “Il Minotauro” è Asterione, il figlio degli astri; un dio dunque che parla, e la sua parola diventa fatalmente un atto di accusa nei confronti di Teseo l’ateniese, l’estraneo, il nuovo modello di civiltà che egli rappresenta; Dedalo, nella omonima poesia, è il padre colpevole di aver ucciso il figlio che parla.

 

Molto tempo è passato dalla invenzione della relatività speciale, la prima grande teoria di Einstein, oggi confermata da innumerevoli esperienze; al contrario, la poesia oggi sembra ancora dipendente da un concetto tolemaico dell’«io», come se l’«io» fosse un centro immobile attorno al quale ruotano i pianeti degli avvenimenti. Ma come non esiste un «presente» nell’universo e la storia delle cose non è separabile in passato, presente e futuro, così non esiste un «presente» del pianeta «io». L’idea di un «presente» esteso nello spazio è un’approssimazione, legata alla lentezza della nostra capacità mentale di risolvere tempi brevi (decimi di secondo), paragonata ai tempi (nano-secondi, al più milli-secondi) che impiega la luce a percorrere le distanze nelle quali ci muoviamo abitualmente. Il nostro presente è una piccola bolla approssimativa, limitata nello spazio, e se cerchiamo di estenderlo incontriamo contraddizioni insormontabili. La metafisica del presente, cioè l’idea che la realtà esista tutta nel presente, non è sostenibile, perché fa leva su un errore: estende il nostro presente locale a distanze siderali e arbitrarie.

Questo non implica che il cambiamento sia illusione, come spesso si conclude un po’ frettolosamente. Il cambiamento e il fluire del tempo possono essere concepiti, ma localmente e non globalmente, e in relazione a un osservatore. Nella poesia di Francesca Diano l’«io» è semplicemente un osservatore, una posizione dalla quale si osserva il mondo, e il mondo è contemporaneamente passato, presente e futuro. È questa la novità di posizione della sua poesia e la chiave di volta per comprenderne i segreti. Che cosa misurano i ticchettii dei nostri orologi se il tempo non esiste?, Di che cosa parlano le poesie del nostro tempo se il tempo altro non è che il cambiamento, sul quale una speculazione bimillenaria si è arrovellata senza cavare un ragno dal buco?. Ricordiamo l’assioma di Agostino: «so che cos’è il tempo solo se nessuno me lo chiede», al quale ben potrebbe fare da contraltare «so che cos’è la poesia solo se nessuno me lo chiede». Così la poesia è lo spazio, dove microcosmo e macrocosmo coesistono senza collidere, come la semplicissima lumaca, che in sé ricapitola l’intero universo:

 

Lumaca, luna, lunula

Dell’unghia labirintica

Che l’universo congloba

In un’ansa ellittica

Spiralata meteora

Dal cammino tortuoso

Universale pronuba

Del dio meraviglioso

Microcosmo di regole

Di circonvoluzioni

Galattiche e sintattiche

Microrivoluzioni

Strisciando lenta dondoli

Sospesa tra due interi

L’immenso ed il minuscolo

Spiralati emisferi

 

Il «Bestiario» della Diano altro non è che un universo in miniatura che ricapitola il macrocosmo in ogni sua piccolissima parte. Anche il verso breve che oscilla tra settenario e novenario ricapitola il «dondolio» della lumaca «sospesa tra due interi»; l’universo è una intelaiatura di segnali e di rimandi che si inseguono e ammiccano gli uni agli altri: «L’occhio fisso del caprone / Segue misteriosamente il segnale / Algebrico che il sole / Filtra tra i lecci appestati».

Ma soffermiamoci sulla poesia “Il Minotauro”. Ritengo questo “Minotauro” di Francesca Diano una delle poesie più complesse architettonicamente che abbia letto in questi ultimi anni. Innanzitutto, la lettura del mito del minotauro che viene qui ribaltato nel suo contrario: il minotauro è il negativo che deve essere soppresso affinché vi sia civilizzazione, il suo sacrificio è scritto nel télos della Storia. La ferinità che il mostro rappresenta con il suo stesso corpo metà umano e metà di toro deve essere ricacciata nel buio, seppellita dalla rimozione collettiva; la sua natura deve essere rinnegata e denegata, così la storia dovrà-potrà proseguire secondo la volontà degli dèi antropomorfi che non possono permettere che la mostruosità della Dea bianca possa continuare a sopravvivere. Il delitto di Teseo è necessario e giusto (ma un delitto può mai essere giusto?). Teseo è il vincitore, colui che uccide il lato ferino del mostro umano. Così la civiltà occidentale può essere edificata con la coscienza tranquilla dei vincitori e Arianna, sorella di Asterione, è complice di Teseo, e la Storia può scorrere tranquillamente verso il suo epilogo senza fine di disastri e stragi intervallate da brevi tregue (armate)… adesso la via è aperta alla civiltà antropomorfa, alle religioni teologiche, al dio monocratico, alla tecnologia, al superuomo… allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, alla ipocrisia delle religioni rivelate e della giustizia rivelata. Adesso il Minotauro è stato ucciso. E Tutto è bene.

Conosciamo il mito del Minotauro: Pasifae, moglie di Minosse, s’innamora del toro e si unisce a lui. Da questa turpe unione nasce il Minotauro, un mostro con il corpo di uomo e la testa di toro. Un mostro pericoloso e al tempo stesso di così alta stirpe, il suo nome è anche Asterione (figlio luminoso degli astri), e dunque ha una duplice natura: divina e umana, ferina e razionale. Da un atto turpe e obbrobrioso, da un coito di lussuria nasce un mostro da scongiurare che minaccia la ratio ed il benessere del regno. Minosse lo rinchiude in un palazzo costruito da un architetto ateniese di nome Dedalo il quale, iniziato da Atenea a tutte le invenzioni dell’arte e dell’industria, costruisce un palazzo:  il labirinto di Cnosso, un inestricabile susseguirsi di camere, corridoi, sale, finti ingressi e finte porte, un luogo dove perdersi e da cui fosse impossibile uscire. La Diano ribalta la lettura del mito, dà la parola ad Asterione, figlio degli astri, lui, il mostro è in realtà il figlio di un dio e ci parla di un’altra verità, della verità di un altro dio che è stato rimosso e mutilato della facoltà della parola. La sua verità collide e confligge con quella invalsa dalla nuova ideologia della polis divisa in classi e governata dalla Politica. Asterione è il rappresentante della ferinità, della civiltà della grande Dea bianca, della società matricentrica e pastorale che sta declinando e che deve essere sopraffatta, cancellata, usurpata, rimossa. Il Minotauro viene chiamato dalla Diano, Asterione; il suo vero nome, e la sua parola rimbomba con la forza della verità soppressa e soffocata, lui parla a nome dell’ombra, è ombra che ridiventa luce («Ombra del buio che sorge dalla luce.
Ed io luce dal buio sorgo – immortale.»). Lui che sa che Teseo è stato inviato da Atene per ucciderlo, egli è il rappresentante della polis, in quanto mostro pericoloso esso deve essere eliminato per l’ordine della polis. Teseo è dunque l’araldo della nuova ideologia, Teseo entra nel Labirinto. L’esecuzione (anzi, l’assassinio) diventa inevitabile. Il Minotauro è la vittima non il carnefice, la nuova civiltà oligarchica e monarchica della polis lo ha derubricato in «mostro» da abbattere mediante un atto di forza. Ma Pasifae era figlia di Helios, cioè Phoibos, il Sole luminoso, quindi il Minotauro era nipote di Febo-Apollo. Pasifae si congiunge con un toro: nessun commento se non che si trattava del Toro luminoso di Poseidone, quindi il Minotauro è in un certo senso nipote anche del dio del mare. Minosse è figlio di Europa e di Zeus, tramutatosi in toro per rapirla e amarla. Il Minotauro è dunque nipote anche di Zeus. Non un mostro, quindi, ma un discendente luminoso delle maggiori divinità.
Arianna, sorellastra di Asterione, aiuta l’inviato di Atene, Teseo, tradisce il padre e concorre all’uccisione del fratellastro. Forse lo fece per amore, forse per altri motivi, ma il tradimento resta evidente.

Tutte le religioni teologali, cioè monocratiche e monarchiche, della polis o dell’impero o dello stato di diritto nazionale hanno bisogno di un delitto ab ovo, dal quale trarre la propria legittimità e il proprio credito. Il cristianesimo, nella accezione paolina, è un esempio, credo il più emblematico, di questa cosa: l’uccisione di un giusto ad opera di ingiusti, la resurrezione e la venuta sulla terra della «città di Dio». Dunque, un omicidio, e su quell’omicidio viene eretto un gigantesco castello di legittimità (cioè di discorsi sulla verità e sulla menzogna). Dunque, il delitto fonda la legittimità. Il delitto fonda il diritto. Il delitto fonda la ratio della civiltà occidentale, la sua teologia e anche la sua filosofia, oltre che la prassi giuridica. E l’arte?, e l’arte seguirà le regole imposta dalla committenza, non potrà fare altrimenti che rimanere soggiogata al capro espiatorio.
Il grande merito di Francesca Diano è l’aver messo su carta una poesia di potenza altisonante, di aver scoperchiato il vaso di Pandora su un aspetto della nostra contemporaneità, di aver fatto rivivere, dalla viva parola del Minotauro, il delitto primigenio che fonda la civiltà. È proprio l’opposto di quanto la vulgata delle religioni e della filosofia occidentale e orientale ci ha detto fin qui: La parola del Minotauro è la parola della verità, quello di Teseo è la voce dell’assassino. E la filosofia che vuole giustificare quell’assassinio si rivela per quello che è: una filosofia della morte, della menzogna, della giustificazione.
Quindi, grande rispetto e ammirazione per questa composizione, una delle più grandi che siano state scritte nella poesia italiana di questi ultimi lustri.

In questo testo, come anche in tutti i testi della sezione «Congedi», la voce di Francesca Diano raggiunge una purezza, un diapason e una forza di dizione davvero notevole, i testi hanno la forza di un epicedio, del parlato e di un inno insieme; la voce si identifica in quella dei perdenti, degli esclusi dei reietti, delle bambine stuprate ad opera del Padrone; di Asterione, delle «escluse». La Diano ne condivide le ragioni, alza il velo della menzogna e della ipocrisia che la nuova civiltà della polis ha preparato a propria giustificazione: il delitto, l’uccisione del mostro. Ha inizio l’epoca della Politica della polis, dell’ordine e della legge a spese della pulsione istintuale e della libertà sensuale. Si entra nel regno della Civiltà a spese di un ignobile assassinio. «Madre, Grande Dea dalle dita di arcobaleno», la grande Dea, la dea madre è  morta per sempre, per essa non ci può essere resurrezione,  questo l’amaro commento della Diano.

Non è semplice indovinare la chiave di violino del pentagramma stilistico di questo libro, che si sviluppa attraverso un intrico composito di sentieri stilistici irti di ostacoli e di vie laterali, di divagazioni e di indirezioni. Ad esempio, particolarità del poemetto «Viatico in undici stazioni» è il recupero della tecnica degli analettici (si chiama analessi la posticipazione di un avvenimento della fabula nell’intreccio – fenomeno simmetrico è la prolessi in cui si ha la anticipazione di un avvenimento rispetto a un altro) per sezioni anteriori alla narrazione di base. Tipica procedura di derivazione narrativa che viene importata nella forma-poesia. Altro elemento da evidenziare è il montaggio che la Diano fa: il procedimento del “ritardamento” di un evento mediante la inserzione di digressioni e di riflessioni ad opera della fabulazione del personaggio femminile. Attorno a questo asse portante: cioè la narrazione dell’evento narrato, si svolgono i motivi laterali e paralleli che vengono ad intrecciarsi con la fabula centrale.

Ovviamente, qui il tono e il lessico della dominante stilistica sono quelli del piano medio-alto del linguaggio, che concede all’autore la possibilità di svariare in basso e in alto mediante l’impiego di immagini e di iperboli (rare).
Qui è la forma-poesia che fa propria tutta una serie di tecniche retoriche di origine narrativa, la capacità inusuale della Diano sta tutta qui, nel maneggiare un piano del linguaggio che oscilla tra l’andante largo e il moderato, il flusso del discorso ha la dispersione equilibrata degli accenti tonici, cosa che influisce sulla dominante stilistica senza procurare sbilanciamenti metrici e fonici. Metrica e fonica, simbologia e alchimia procedono insieme lungo il viale alberato dello stile sobrio e pacato.

La sezione finale del libro, suddivisa in quattro stanze, “Fisiologia delle comete”, è costruito seguendo il processo alchemico secondo la tradizione della Grande Opera, in cui la materia grezza è trasmutata e sublimata. Come suggerito dalle parole che vi compaiono, la prima parte è la nigredo, l’Opera al nero, la seconda l’albedo, l’Opera al bianco, la terza la rubedo, l’Opera al rosso e la quarta è la definitiva fusione degli opposti e sublimazione, il Rebis.

Nel testo compaiono moltissimi termini alchemici ( cauda pavonis, putrefazione, mercuriale, il nucleo nero che è il sole nero della nigredo ecc.) e riferimenti al procedimento della trasformazione alchemica. Inoltre, nella terza parte c’è il riferimento a quella cometa che anni fa si schiantò sulla superficie di Giove e che diede all’autrice l’idea di una fecondazione di un ovulo e di uno spermatozoo di proporzioni cosmiche.

Il principio è quello di Hermete Trismeghisto: come in alto così in basso. Macrocosmo e microcosmo sono la stessa cosa. Dunque, le comete siamo noi, l’anima la materia che brucia senza ardere, l’arte, che brucia i simboli pulsanti di vita, tutti processi di trasformazione e sublimazione proprie del microcosmo che obbediscono alle medesime leggi del macrocosmo

 

Francesca Diano è nata a Roma nel 1948 e vive a Padova. Laureata in Storia dell’Arte, ha vissuto a Oxford e Londra. Ha insegnato all’Istituto Italiano di Cultura e ha lavorato al Courtauld Insitute. Ha vissuto a Cork, in Irlanda, dove ha insegnato all’University College e ha tenuto lezioni pubbliche sull’arte italiana contemporanea. Dai primi anni ’80 è consulente editoriale e traduttrice letteraria di poesia, narrativa e saggistica per vari editori, tra cui Fabbri, Neri Pozza, Donzelli, Guanda. E’ la traduttrice italiana delle opere di Anita Nair. Studiosa di folklore e tradizione orale irlandese, ha curato l’edizione italiana delle Fairy Legends and Tratitions of the South of Ireland di Thomas Crofton Croker (Neri Pozza, 1998) e quella anastatica dell’originale (The Collins Press, 1998).  Autrice di saggi, testi narrativi e poetici, nel 2012 ha vinto il Premio Teramo. Nel 2016 ha pubblicato il romanzo La Strega Bianca – una storia irlandese (Carteggi Letterari Edizioni) e la raccolta di racconti Fiabe d’amor crudele (Edizioni La Gru, 2013). Nel 2017 è uscita come libro d’arte la plaquette Bestiario (NeroCromo Edizioni)

 

 

IL MINOTAURO

 

Io mi sono perduto in quest’abbaglio

Di terra e pietre il cui disegno esatto

Mesce follia e ragione.

Io nacqui alla vendetta che mia madre

Pasifae – tacque agli dei. Il mio nome

È Asterione e pur del nome m’hanno depredato.

Ma io divino sono

Ché in me riverberando

L’impronta della luce di Elio

Si fa bestiale traccia dell’origine

Tutta della stirpe dell’uomo.

Dio e bestia io sono

E questo mi fa mostro – ché gli dei mi esiliarono

Per non vedere in me  il loro volto invisibile

E gli uomini al pari m’hanno esiliato

Che non ricordi al loro sguardo cieco

Ciò che di loro appare.

Fu così che Minosse – figlio di Zeus –

Che mia madre insultò con la sua immonda copula

M’ha fatto prigioniero nel Palazzo della Bipenne.

Non mi vuole vedere – perché è in me

Che si specchia la sua colpa – la sete di potere

Che gli rese nemico Poseidone.

Io da un toro divino sono nato

Sorto dall’acqua come segno di un dio.

Ma forse solo un’ombra o un’illusione

E dunque sono figlio di un sortilegio.

Di un  inganno illusorio porto la forma

Ombra del buio che sorge dalla luce.

Io sono ciò che siete –  la vostra doppia natura

Non la volete vedere in questo specchio.

Vago in questo palazzo chiuso alla vita

E l’ira mi divora – l’ira per l’ingiustizia

Dell’esser nato da un dio per poi dover morire

Da bestia immonda – da voi tutti odiata.

Non volete vedere ciò che si cela dietro l’apparenza

Di mostro – del mio corpo di uomo

Dalla testa di toro. Eppure un dio in me

Si manifesta. Elio – il padre di mia madre

Febo che fende i cieli col suo carro di fuoco

E cancella i terrori che genera la tenebra.

La luce brucia e annienta i demoni del buio

L’oscurità si scioglie – si dissolve

Abbagliando l’aurora – emerge dalle ombre.

Io sono quella luce – quel bagliore accecante

Che voi fuggite e mi negate la vita.

E siete voi la tenebra della menzogna.

Minosse ha raccontato che io divoro vergini

Per soddisfare la mia fame immonda –

Eppure non è questa la verità.

È la sua fame di potere che si cela dietro l’inganno.

Io sono puro dal sangue innocente

E le mie grida di cui tremano i muri

Di questo odioso labirinto sono le grida

Dell’ingiustizia che nessuno ascolta.

Si prepara l’inganno della mia morte

Il sacrificio che vi libererà dalla paura.

Mia sorella Arianna – la traditrice

Colta dalla follia d’amore per Teseo

Accecata dalla lussuria per questo scellerato

Lo condurrà nel labirinto perché mia dia la morte.

E sarà questo che a voi verrà narrato.

Questa menzogna livida e spietata.

Ma il mio padre divino – il toro equoreo sorto dagli abissi

Ha infine accolto la mia preghiera

Il mio urlo spezzato e quando Teseo con l’inganno

Seguendo il filo rosso di sangue che Arianna

Gli tendeva illudendosi che l’avrebbe legato

A lei per sempre – quando Teseo mi vide

Rabbrividì e snudando la spada

Mi  trafisse vigliaccamente

Ecco che dal mio corpo di mostro

Con fatica la mia forma divina

Sgusciando come un serpe dalla pelle

Lentamente sorse ed emerse dalla sua spuma oscura.

Libero dalla gabbia del mio aspetto bestiale

Il mio corpo s’abbaglia del  suo stesso nitore.

Traluce la mia forma che ondulando – rappresa in luce –

Diafana oscilla in una danza sacra nel liberarsi.

Io – Asterione – figlio degli astri

Libero emergo dalla morsa della mia pelle

Di animale divino e divino

Figlio della Luce libero infine

Abbandono la spoglia di quel che fui

Di quello che voi siete – vostro eterno tormento –

Ombra del buio che sorge dalla luce.

Ed io luce dal buio sorgo – immortale.

 

(6 novembre 2007)

Tra fine e inizio.Storie di cicli e soglie.

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Tra fine e inizio – che si parli di un ciclo di vita, di un anno solare, di un evento della nostra esistenza sufficientemente significativo – esiste uno iato, per quanto impercettibile, che segna il passaggio da un “prima” a un “poi”. Un prima che non c’è più e un poi che non c’è ancora. E’ un tempo sospeso, un momento liminare, secondo la definizione di Van Gennep, che è però anche una soglia. E, come tutte le soglie, che non appartengono al tempo come noi lo conosciamo, chiede di essere varcata affidandosi al rito perché il passaggio avvenga in modo protetto e sicuro. E dunque festeggiamo la fine di un anno, l’inizio di un nuovo anno, l’avvicendarsi delle stagioni, spesso ignorando che stiamo ripercorrendo quanto i nostri lontani antenati facevano per proteggersi dalle forze potenti e pericolose che si affacciavano da quella soglia. Perché ne percepivano il senso numinoso e sentivano che quello spazio che dalla soglia si affacciava, era oscuro, infinito, indistinto e non controllabile. Non con gli strumenti che le culture e le società umane mettevano loro a disposizione. Dunque sapevano di poter fare una sola cosa: invocare quelle potenze e possibilmente renderle amiche, o almeno non nemiche.

Ricordo le feste di Natale di quando ero bambina, che molto spesso passavamo a Roma, a casa dei nonni materni, affrontando un viaggio in treno che durava all’epoca molte ore. Il doppio di quanto richieda oggi. E già la lunghezza di quel viaggio e la diversa dimensione cui dava accesso era una forma di rito di passaggio. Erano riunioni di una numerosissima famiglia – quando ancora esisteva nella mia vita una famiglia degna di questo nome, almeno in superficie – con i due capostipiti, due formidabili personaggi archetipici, e i tantissimi figli e nipoti. A Roma, ma in genere in tutto il Sud, l’ultimo dell’anno, a mezzanotte, l’usanza era quella – certo incivile ma antica – di buttare dalla finestra oggetti vecchi e rotti: piatti, tazze, bicchieri, lampadine fulminate, che facessero un bel botto e c’era perfino chi, come nei film di Fantozzi, buttava dalla finestra cose ben più pesanti. A Capodanno ovunque si fanno i “botti”, i fuochi d’artificio, (con conseguenti morti e feriti), quando vivevo a Cosenza gli spari isterici dalle finestre con fucili e pistole davano l’impressione di stare in trincea. Follie e degenerazioni di una tradizione che però ha un senso molto profondo. Buttare via roba vecchia, fare tutto questo rumore, non ha il significato di liberarsi del passato, di buttarsi alle spalle un passato che non si vuole più rivivere, o almeno non solo, ma invece quello di spaventare e tenere a bada le forze  oscure e malevole che potrebbero affacciarsi pericolosamente da quella soglia. Insomma, fare un baccano indiavolato per tenere lontani gli spiriti maligni non del passato, ma del presente e del futuro. Oggi si chiamano superstizioni, ma in realtà sono riti primordiali. Non è molto spesso lo strato che ci separa dai nostri progenitori cosiddetti primitivi. Anzi, è molto sottile e basta poco a grattarlo via.

Oggi abbiamo perduto il senso profondo di questi che per noi sono festeggiamenti, ma in origine erano riti apotropaici e li consideriamo soltanto un tempo di vacanze, di riunioni, di divertimento, di buoni propositi e qualche volta di bilanci. Ma in realtà sono solo convenzioni, dell’antico significato originario è rimasto solo l’involucro esterno, la formalità più che la forma. Per chi crede, ci sono i riti religiosi, che in parte mantengono il significato originario. Ma anche quelli oggi sono molto sbiaditi e annacquati.

Ma, a parte tutto questo, nella vita di ognuno di noi esistono dei cicli, delle fini e degli inizi, dei prima e dei poi, dei momenti di trasformazione che possono richiedere molto tempo o, all’opposto, essere repentini e innescati da qualche avvenimento che disserra stanze prima oscure del nostro inconscio e si manifestano come rivelazione. Può trattarsi di un passaggio da un ciclo della vita a un altro; infanzia, adolescenza, fine degli studi, matrimonio, maternità o paternità, maturità, pensionamento, vecchiaia. E poi ci sono i lutti, le perdite. Che tutte queste siano soglie, in genere lo capiamo a posteriori, eppure quasi tutti questi momenti sono segnati da festeggiamenti di qualche genere, da cerimonie, insomma, da riti di passaggio. Dal primo, che è la nascita, all’ultimo, che è la morte. Nel mezzo ci siamo noi, con le tante morti e trasformazioni che sperimentiamo nel corso della nostra vita. La chiave magica, quella che dà accesso al passaggio più importante, che ci conduce oltre la soglia (o le soglie) da cui iniziare un nuovo cammino è la consapevolezza. E’ quella che ci dà l’accesso a noi stessi, al nostro Sé.

Guai a non cogliere l’invito a oltrepassare la soglia, pericoloso non fluire dal “prima” al “poi”. Pericoloso rifiutare di compiere il passaggio e rimanere invece prigionieri in quello iato, in quella fessura del non-tempo, da cui poi diventa impossibile fuggire. Penso alla signora cinese (dicono che si chiami Maria, che abbia 40 anni, anche se ne dimostra di più e che lavori saltuariamente in un magazzino) che, da almeno tre anni, siede composta e dignitosa su di un cartone di fronte all’ingresso della stazione di Padova,  sul quale anche dorme, circondata da sacchetti e oggetti che costituiscono i suoi beni terreni. Estate e inverno, primavera e autunno, caldo o freddo, pioggia o canicola, lei siede al riparo della tettoia, in una rientranza di uno degli ingressi, con un pezzo di carta sulle ginocchia e una penna fra le dita. E scrive. Scrive e scrive e scrive, per ore e giorni e mesi e anni, lo sguardo perso nel vuoto, a volte senza nemmeno sfiorare la carta, con gesti circolari e regolari. Scrive senza lasciarsi disturbare dal via vai continuo di gente che entra ed esce, di un mondo che non la riguarda e che probabilmente non vede nemmeno. Cosa scrive? Che storia dolorosa, o drammatica, o fantastica racconta? Perché è così importante scrivere nel vuoto, con una scrittura invisibile, un’infinita vicenda che solo lei conosce eppure vuole in qualche modo comunicare?

Una volta le sono andata vicino, le ho chiesto se avesse bisogno di qualcosa, ma non mi ha guardata né mi ha risposto. Un’altra volta le ho portato qualcosa di buono da mangiare. In quell’occasione mi ha guardata, ha fatto cenno di no, che non accettava e mi ha indicato un involto per farmi capire che lei aveva il suo cibo e mangiava solo quello. Mi ha colpita, mi ha toccata profondamente  la dignità, la semplice eleganza del suo rifiuto, ma forse quel rifiuto era parte della sua estraneità totale, cibo compreso, a un mondo che lei non riconosce come suo. E questa scrittrice dell’invisibile, questa narratrice di un universo quantico, mi ha ricordato la paziente di cui Carl Jung parla nei suoi Ricordi. Una donna anziana, di cui nessuno ricordava più l’epoca del ricovero, che da anni ripeteva silenziosamente sempre lo stesso, misterioso gesto. Solo Jung riuscì a ricostruirne la storia e a scoprire che quel gesto era cucire le suole delle scarpe: moltissimi anni prima infatti, la donna aveva perso il suo grande amore, un ciabattino e, incapace di superare quel lutto traumatico, manteneva viva la memoria del suo amore identificandosi in lui.

Fiabe e leggende narrano di viaggiatori incauti, che accettano l’invito degli Esseri Fatati a unirsi a loro, danzando insieme a loro, mangiando il loro cibo, visitando le loro dimore sotterranee. E, così facendo, ne rimangono prigionieri. Pensano di aver trascorso con loro una notte o qualche giorno, ma, se hanno la fortuna di ritornare nel nostro mondo, si accorgono che sono trascorsi molti anni, talvolta centinaia. Perché sono rimasti intrappolati in una dimensione del non-tempo, in quel tempo liminare così pericoloso, che blocca ogni trasformazione, ogni passaggio. Così la signora cinese, la scrittrice dell’invisibile, forse traumatizzata da qualche evento a noi ignoto, è rimasta intrappolata in un mondo fatato, che non le permette di uscire da un’eterna dimensione circolare. Circolare come i suoi eleganti gesti di scrittura. Quella con cui tramanda a lettori invisibili una storia così importante e totalizzante da averla rapita al mondo e divorata.

Dunque, ci sono momenti enormemente significativi da questo punto di vista. A volte crediamo di aver finalmente imparato una o due lezioni importanti, di aver fatto maggiore chiarezza su chi siamo veramente, su cosa veramente vogliamo per noi stessi, su quello che non vogliamo e non permettiamo più. Eppure, nonostante si creda di aver capito un nodo fondamentale da sciogliere, in realtà può servire un’ultima, importante lezione. E questo tipo di lezioni arriva sempre da gente che ha quest’unico ruolo nella nostra vita, dopo di che, grazie a dio, sparisce per sempre. Anzi, spesso fortunatamente si autoelimina, quando capisce che non ci sono appigli o non offriamo loro più fonti di approvvigionamento energetico. Eppure, dobbiamo essere loro grati. Fra i maestri più importanti – non i Maestri, ma i maestri – ci sono proprio coloro che, pur creando qualche danno, ma sempre meno grave via via che la nostra consapevolezza aumenta, in realtà ti indicano quali parti di noi dobbiamo ancora sanare e amare. A quali parti di noi stessi dobbiamo ancora mettere mano. Dunque, anche a questi vampiri falliti,  a questi tristi predoni si deve essere grati, perché senza di loro le lezioni più importanti non verrebbero apprese.

Così ci si libera del vecchio fardello, che non ci è più utile, si abbandonano le spoglie di maschere e stracci che abbiamo accettato di indossare per farci accettare, senza capire che erano solo proiezioni altrui per tenerci a bada e controllarci. Ci si libera di vecchie scorie inutili. Perché ogni passaggio richiede un alleggerimento del bagaglio, una qualche forma di purificazione. Così inizia veramente un nuovo ciclo, quello in cui cominciamo ad appartenere a noi stessi, in cui diventiamo noi stessi e non abbiamo bisogno dell’approvazione altrui, soprattutto di chi non ci conosce e non ci ama, per accettarci e riconoscerci. Quello in cui non ci vediamo più attraverso gli occhi degli altri, ma attraverso quelli del nostro Sé. E possiamo finalmente dare a noi stessi il benvenuto.

 

© by Francesca Diano. 2018. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

James Harpur. Due poesie per Andrej Rublëv, tradotte da Francesca Diano.

Questi due testi fanno parte dell’ultima raccolta di James Harpur, The White Silhouette, Carcanet, 2018. Compaiono nella sezione Graven Images (Immagini sacre) e sono dedicate alla pittura dell’immenso pittore russo Andrej Rublëv, forse il più grande pittore di icone di ogni tempo.

 

christ the redeemer

 

IL VOLTO

Icona di Cristo Redentore. Andrej Rublëv. Galleria Tret’jakov.

 

 Girai l’angolo e vidi i tuoi occhi

come tu avessi girato un angolo

al chiarore lunare di una città deserta

e avessi visto il mio sguardo sorpreso

dinanzi agli sbiaditi  colori

del tuo volto disincarnato, galleggiante.

Avrei voluto toccarlo

come la donna che osò sfiorare l’orlo

della tua veste per essere sanata.

 

Voglio toccare ancora quell’istante

prima che il legno ti rivendichi

per sempre, ti riassorba nella sua grana,

le tue fattezze troppo ultraterrene,

troppo colme di luce per questo mondo,

assalite dagli sguardi dei credenti

e dei non credenti, che ti cancellano

d’attimo in attimo, di giorno in giorno,

per la troppa speranza, o per vana curiosità.

 

*

THE FACE

Icon of Christ the Redeemer, Andrej Rublëv. Tret’jakov Gallery

 

I turned a corner and saw your eyes

as if you had turned a corner

in the moonlight of a deserted city

and seen me looking in surprise

at the faded colours

of your disembodied, floating face.

I wanted to touch it

like the woman daring to touch the edge

of your robe to heal herself.

 

I want to touch that moment again

before the wood reclaims you

forever, withdraws you into its grain,

your features too unearthly,

too full of light for this world,

assaulted by the stares of believers

and unbelievers, erasing you

second by second, day by day,

with too much hope, or idle curiosity.

 

 

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TRINITÀ

 

Icona della Trinità. Rublëv. Galleria Tret’jakov.

 

Eravamo partiti per Mosca

muovendo dai sobborghi di Dublino

e da diversi distretti del West Cork,

volando verso est nella tenebra,

una notte di stelle preistoriche,

millenni di Cristianesimo evoluti

nei nostri nomi: Joseph, John e James.

E poi arrivammo, infine, dinanzi

al nostro retaggio, nell’eternità,

dimentichi di credenze o miscredenze.

Tutta per noi avevamo l’icona,

come tre angeli, invisibili, o che rendevano

invisibile la gente nella galleria;

adeguandoci a una dolce comunione,

scambiammo pensieri, qualche conoscenza,

affondammo nei colori, nell’immanente oro

nell’interna circolarità della scena,

e sentimmo il nostro io dissolversi…

tre stranieri nel deserto di Mamre,

a condividere la libertà dell’errare

a gioire di eventi inattesi

di piccoli miracoli della vita –

una quercia che allarga la sua ombra,

dell’acqua, bocconi di pane –

e poi frammenti di parole e suoni

che risvegliano l’imprevedibile:

i sussurri di Abramo alla sua tenda,

la risatina beffarda di Sara –

speranza d’una nascita,

due divengono tre,

tre divengono uno.

 

*

 

TRINITY

Icon of the Trinity, Andrei Rublev, Tretyakov Gallery

We had gone to Moscow on a journey
from the suburbs of Dublin
and scattered townlands of West Cork,
flying eastward into darkness,
a night of prehistoric stars,
millennia of Christianity evolved
in our names: Joseph, John, and James.
And then we came, at last, to stand
in timelessness before our heritage,
forgetful of belief and unbelief.
We had the icon to ourselves,
like three angels, invisible, or making
the crowds in the gallery invisible;
conforming to a gentle communion,
sharing thoughts, bits of knowledge,
subsiding to color, inherent gold,
the inner circularity of the tableau,
we felt our selves dissolving…
three strangers in the desert of Mamre,
sharing the freedom of wanderers
rejoicing in the chance events
and small miracles of life—
an oak tree spreading out its shade,
a little water, morsels of bread—
and snatches of words and sounds
that stir to life the unpredictable:
the whispers of Abraham at his tent,
Sarah’s mocking gasp of laughter—
the prospect of a birth,
two becoming three,
three becoming one.

 

 

 

 

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