Visione a ritroso

Patrick Smith – Getty Images

La maggior parte degli esseri umani ha gli occhi sulla nuca. Non la vedono mai davanti a sé, ma la vedono – se la vedono – solo quando l’hanno alle spalle. E se quella stessa verità si ripresenta, identica ma sotto nuove vesti, ancora non la riconoscono.

Francesca Diano

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Francesca Diano. Note di traduzione

Queste note nascono dalla mia esperienza ormai quasi quarantennale di traduttrice letteraria, in particolare per quel che riguarda la traduzione della poesia e accompagnano l’Antologia delle opere del grande poeta irlandese James Harpur che spero di dare presto alle stampe. Dal mio lavoro su molti poeti di area anglofona, ma soprattutto su quello della sua poesia, che dura ormai da quindici anni, ho imparato moltissimo e forse ho anche capito qualcosa di più sull’essenza più profonda della poesia.

Voynich Manuscript | Manuscriptum
Pagine del misterioso Manoscritto Voynich, la cui scrittura non è stata mai deifrata.

Per me, tradurre è – come nel quesito posto dal kōan zen – cercar di trovare il suono d’una sola mano. Un paradosso, forse un’impossibilità, se sono due i poli che interagiscono – il testo e il suo specchiarsi in un’altra lingua – due mani che, unendosi, generano una terza entità, prima fluttuante solo nel regno del possibile, cui non si può accedere aggrappandosi a forzate teorie accademiche sulla traduzione, ma solo con l’umile pratica. Quella terza entità è il suono del silenzio che si crea in quel rispecchiamento. Eppure, è qualcosa che mi viene naturale. Forse perché ho imparato osservando un Maestro, e ho respirato l’arte del tradurre fin da bambina.

Il suono d’una sola mano è un silenzio colmo; così è il silenzio del testo originale a colmare di sé la sua traduzione. Tradurre poesia è impresa quasi disperata. Quasi. Se la poesia è la ricerca, che mai può giungere a mèta, d’una parola che tutto contenga, manifesti ed esaurisca, insomma dell’inesprimibile; se il suo orizzonte è sempre al di là d’un altro orizzonte, legata indissolubilmente al ‘sentimento’, oltre che alla struttura, della lingua in cui viene generata e prende forma, e all’intrecciarsi inestricabile d’esperienza conoscenza vissuto inconscio visioni fantasmi suoni interni del poeta, come si potrà trovare forma altrettanto fedele, o anche solo evocatrice di quello, in ogni senso, straniero dire? Travasare un inesprimibile in un altro inesprimibile? Eppure, ci si avventura a farlo. Per amore, passione, fiducioso e sconsiderato entusiasmo. Ma soprattutto, almeno per me, per condividere la felicità di qualcosa che mi ha resa maggiormente me stessa, che ha aperto mente, cuore e spazi prima ignoti.

Tradurre non può che essere un atto d’amore. Con una chiosa necessaria: tradurre, per me, è conoscere. Del resto, anche l’amore lo è. Non è forse l’amore il più grande traduttore dell’altro, e di noi stessi?

Un’artigiana della traduzione quale io sono, impara che è questo il mezzo più diretto ed efficace per penetrare all’interno dei meccanismi della creazione, osservarli, percepirli nel loro divenire. Sotto la superficie dell’opera compiuta, com’essa appare all’esterno, pulsa un tessuto segreto, che la costituisce e la sostiene. È il regno cui si ha accesso traducendo. Questo sguardo furtivo, arricchito di conoscenza, privilegio d’ogni traduttore, va fatto scivolare fino a raggiungere la propria interità, perché la permei e la metta al servizio dell’autore che si è scelto. Si dev’essere generosi di sé. Parlo di scelta, perché è bene, soprattutto nel tradurre testi poetici, accostarsi a poeti che si amano, che si conoscono, che si sono seguiti a lungo, o dei quali ci si è improvvisamente innamorati. Così, forse si potrà sperare d’avvicinarsi alla loro voce e di dar loro, nella nostra lingua, un suono che non strida, non entri in conflitto o, peggio ancora, non li tradisca del tutto. Come talvolta purtroppo avviene.

Si deve lasciare rispettosamente uno spazio tra l’originale e l’opera che un traduttore di poesia compie. Uno spazio veritiero. L’autentica traduzione è quello spazio stesso; il suono d’una sola mano. Tuttavia, è indispensabile un accurato lavoro filologico ed ermeneutico, senza il quale ogni traduzione d’un grande testo sarà fallimentare. Però, una volta compiuto questo lavoro, lo si dovrà dimenticare e lasciare che il testo si impadronisca di te e ti modifichi. Come se, nel momento in cui ci si avvicina ad esso, si vivesse una metamorfosi e si dimenticasse d’essere ciò che si è per lasciarsi catturare, per diventare il testo stesso, il poeta stesso. Eppure, anche questo può accadere solo in parte, perché il testo e il suo autore incontrano l’universo del traduttore, che non può che far da filtro, da setaccio, oltre che da crogiuolo. Ed ecco perché due traduzioni d’uno stesso testo – intendo due buone e dignitose traduzioni – non potranno mai essere uguali. Un po’ come, nel generare dei figli, due patrimoni genetici si uniscono creando combinazioni sempre diverse.

E mai come per un poeta quale è Harpur, tutto questo è vero. La sua vastissima cultura, i numerosissimi riferimenti, talvolta solo suggeriti, il sottofondo filosofico, rendono necessario un complesso lavoro filologico anche se, fortunatamente, il poeta è sempre generosamente pronto a fugare ogni dubbio possa sorgere. Ma poi, il resto, quello che deve dare al poeta voce il più autentica possibile nella tua lingua, tocca al traduttore e non al filologo.

In quest’antologia, ho cercato di rendere la grande varietà dei temi e degli stili di Harpur, che nondimeno presentano una straordinaria coerenza e una continuità in costante evoluzione.

Ho ritenuto importante aggiungere integralmente anche due testi teorici: l’uno, una conferenza tenuta da Harpur su quello che egli definisce Il viaggio del poeta, l’altro, Bere alla fonte. Un’esplorazione dell’immaginario poetico, Lectio Magistralis tenuta a Padova nel maggio 2017. A questi ho aggiunto l’intervista da lui rilasciata per la Poetry Ireland Review, al suo grande amico e notissimo poeta John F. Deane, da cui ho tratto, in questa Introduzione, alcune citazioni. Ho infatti ritenuto che non fossero solo importanti per comprendere la sua poetica, ma anche perché testimoniano la sua profonda consapevolezza come artista, la cui arte è intensamente meditata quale espressione coerente di una visione del mondo. Sono dunque preziosi strumenti di una più profonda comprensione della sua personalità e del suo percorso poetico. Ho infatti sempre pensato che nessuno, meglio di un poeta o di un artista, possa parlare con maggior competenza e conoscenza delle proprie opere, e dunque è giusto ascoltare sopra ogni altra cosa la loro voce.

Tradurre l’opera di Harpur non è cosa semplice: anzitutto perché il suo linguaggio, benché limpidissimo e mai scontato, è intessuto di riferimenti, di stratificazioni storico-culturali, di echi delle tante tradizioni culturali e letterarie che in lui si fondono e, ancora, per la musicalità ed estrema preziosità della parola e per l’arte con cui egli costruisce i testi: allitterazioni, assonanze, rime infrequenti (e perciò particolarmente significative), il ricorso alla metrica greca e latina o a quella della tradizione bardica.

Con umiltà ho cercato di udire in tutto questo il suono d’una sola mano, la sua.

Francesca Diano

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I dormenti di Carlo Diano

Questo testo, che alla luce dell’oggi, ha quasi una valenza profetica e che, come ha osservato Ernesto Ruocco, abbaglia come un frammento di Eraclito, comparve nel 1929 sulla rivista Bilychnis, Rivista mensile di studi religiosi, Anno XVIII, fasc. III, marzo 1929. La rivista, pubblicata fra il 1912 e il 1931, edita dalla Facoltà della Scuola Teologica Battista di Roma, prende il nome dalla lucerna a due fiamme del primo Cristianesimo, quale simbolo di un dialogo tra scienza e fede di stampo interreligioso e improntato alla libertà di pensiero e di coscienza. Sulla rivista, poi chiusa dal fascismo, scrissero nomi di grande rilievo, di credo e posizioni diverse, quali il grande arabista Giorgio Levi Della Vida (poi maestro di Noam Chomsky negli USA), Dante Lattes, lo slavista Ettore Lo Gatto, l’orientalista ed esploratore Giuseppe Tucci, il filosofo Giuseppe Rensi e molti altri liberi pensatori e grandi studiosi e intellettuali, dei quali Diano poi divenne amico.

Lo stile, quello di un dialogo diretto, in forma di domande pressanti, con lo stesso Eraclito, un colloquio personale con gli antichi che tornerà molti anni dopo ne La poetica di Epicuro.

Nemmeno io lo conoscevo ed è stata per me una scoperta sorprendente. Si era allora fra le due guerre, tempi bui si stavano affacciando all’orizzonte, ed è incredibile come il problema morale che questo testo profondo solleva anticipi di molto la celebre frase di Martin Luther King: “Non ho paura delle parole dei violenti, ma del silenzio degli onesti.” Luther King, che nacque proprio nel 1929. E altrettanto significativa è questa sua visione che trova nel pensiero degli antichi le radici dell’insegnamento del Cristo, come avvenne anche per la sua rivoluzionaria lettura dell’Alcesti di Euripide. Perché, seppure non amasse la Chiesa come istituzione, né ciò a cui nei secoli era stato ridotto il messaggio di Cristo, Diano, che aveva anche la natura di un mistico, vedeva nella sua figura la summa dell’amore di Dio per l’uomo, culminato nel sacrificio per la sua salvezza. Il suo Cristo non è un cadavere esposto sulla croce, ma una figura eroica, possente, una forza attiva il cui grido finale (e inutile) che alla fine del testo risuona: <<Vegliate!>>, è un appello di risveglio a tutte le coscienze, che attraversa i tempi e le civiltà.

Mai come oggi, quasi 100 anni dopo che Diano scrisse questo testo, in quel clima già oppresso dal fascismo – che poi farà chiudere non a caso questa rivista – su cui si radunavano le nubi nere di un conflitto spaventoso, le sue parole, già allora profetiche, tornano a metterci in guardia. Contro la cecità, la paura e il sacrificio d’ogni bene e libertà in nome della “misera vita”.

Francesca Diano

Un giovane Carlo Diano, all’epoca di questo testo

I dormenti, operai e cooperatori di ciò che avviene nel mondo. In che senso lo dici, Eraclito? Gocce d’acqua in un fiume, divise e veloci, che premono e sono premute? Ma operai e cooperatori come? Se un bene è compiuto, se un male è sofferto, noi nel nostro sonno ne abbiamo merito e colpa?

Chi vuole, quegli è che opera; ma chi non sa di volere, come opererebbe? Viviamo nel sonno, agitati da oscure visioni, andiamo con gli occhi opachi, calpestando innumerevoli vite e il grido dell’altrui volere non giunge oltre la soglia della nostra anima assorta.

In una solitudine sconfinata non possiamo reggere sotto l’oppressione del cielo. Invano innalziamo muri che arrestino e contengano la nostra paura; invano cingiamo di fiorite siepi i fantasmi del nostro voler essere; dovunque penetra il vuoto; tra gli occhi e la mano s’apre come un abisso.

A chi tenderemo le braccia, chi udrà la nostra voce? Nel sogno ci rincorriamo e chi insegue non giunge e chi fugge non ha scampo. Precisi contorni ha nel sole la nostra ombra e nella notte il terrore ci assale. Non intendiamo la vita ma non vogliamo morire.

Dormenti. È la nostra colpa. Combattiamo colle ombre del sogno e diciamo di fare il bene e di vincere il male. Ma il bene e il male stanno nel centro della terra e bisogna sollevarla tutta col nostro dolore.

Cristo, Tu non hai dato pane agli affamati e non vendetta agli offesi, né per la misera vita hai detto: <<Lazzaro, sorgi!>>

Quella notte terribile, nell’orto di Getsemani, quando sul Tuo vigile cuore pesò l’universo, i Tuoi discepoli dormivano, cooperatori delle tenebre. <<Vegliate>>, gridasti invano. Ma perché il sonno si fuggisse dalle loro anime dovesti scendere al centro della terra.

CARLO DIANO

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Epicuro, Scritti Morali. nuova edizione a cura di Carlo Diano

Pubblico un breve estratto della mia Nota introduttiva alla nuova edizione BUR degli Scritti Morali di Epicuro a cura di Carlo Diano. L’edizione, in una bellissima veste editoriale, è anche corredata da una sostanziosa nota biografica e da una rinnovata bibliografia.

F. D.

E’ uscita finalmente per i tipi della BUR la nuova edizione degli Scritti morali, gli Ethica epicurei, a cura di Carlo Diano. Questa edizione si rivelerà più completa e più fedele al testo che mio padre volle alla fine della sua vita, poiché, come è chiaro dal titolo, essa vede alcune sostanziali modifiche rispetto a quella in passato pubblicata dalla BUR nel 1983 e più volte ristampata, e riproduce l’edizione critica curata da Carlo Diano per l’Editore Sansoni nel 1946, Epicuri Ethica, ivi poi ristampata nel 1974 in edizione anastatica con l’aggiunta di due importanti studi sui papiri ercolanesi delle Lettere di Epicuro, dal titolo Epicuri Ethica et Epistulae, studi che, nella precedente edizione BUR, limitata agli Ethica, non erano stati inclusi.Come nell’edizione del 1946, anche in quella del 1974 compaiono la sua edizione critica della Vita di Epicuro di Diogene Laerzio e la sua edizione del De finibus bonorum et malorum, Libro I di Cicerone, tuttavia, essendo questi testi il primo in greco e il secondo in latino e privi di traduzione, non sono stati qui inclusi.

Nell’edizione anastatica del 1974, con note e commenti in latino, che egli curò poco prima della sua scomparsa, Carlo Diano volle aggiungere alla precedente originale edizione del 1946 i testi: Lettere di Epicuro e dei suoi, nuovamente o per la prima volta edite da Carlo Diano, testo, note, traduzione e commento (Annotazioni), edito da Sansoni nel 1946. Si trattava di una nuova, all’epoca, importante edizione critica di testi epicurei dalle Pragmateiai di Filodemo. Inoltre Lettere di Epicuro agli amici di Lampsaco, a Pitocle e a Mitre, commento e traduzione, estratto degli Studi italiani di Filologia Classica N. S., vol. XXIII fasc. 1-2, 1948. Fu appunto questa la sua volontà per l’edizione del 1974. Ho ritenuto che, pur trattandosi di due lavori piuttosto tecnici, la loro importanza storica nell’ambito degli studi sui papiri ercolanesi e la novità dei risultati, tuttora preziosi per gli studiosi di Epicuro e, allo stesso tempo, la difficoltà nel reperirli altrimenti, costituiscano motivi assolutamente validi per non escluderli da questa nuova versione.

Dunque, nel rispetto del volere di mio padre, ho creduto giusto restituire nuovamente integra (a parte i testi di Diogene Laerzio e di Cicerone, come s’è detto) l’edizione da lui curata alla fine della sua vita, la cui significatività traspare dalla dedica a colui che egli sempre considerò amatissimo Maestro e padre.Infatti, mentre l’edizione Sansoni del 1946 degli Ethica reca la dedica: “Achilli Vogliano D.”, per l’edizione anastatica del 1974, cui Diano aggiunse appunto i due studi sopra citati, egli volle la seguente dedica generale: “Quae singula olim singulis dedicavi nunc omnia in unum complexus memoriae Ioannis Gentile sacra esse volo”, parole solenni e commoventi da cui traspaiono la grandissima devozione. il grande amore e la riconoscenza che egli nutrì sempre per Giovanni Gentile.Entrambe le dediche, in precedenza omesse, sono qui giustamente restituite.

Nell’Avvertenza (Praemonitum) premessa all’edizione del 1946, Diano onora il debito di riconoscenza e affetto che egli sentiva nei confronti di Achille Vogliano, per gli stimoli e i consigli e l’amicizia che ne ricevette. Ringrazia analogamente Robert Philippson e Giorgio Pasquali, il quale, come egli testimonia, lo assistette e lo formò nei suoi primi passi di filologo, ricordando l’affetto reciproco, le lunghe conversazioni e i fruttuosi scambi di idee. Il Praemonitum si conclude con un commosso pensiero per Giovanni Gentile, che lo incitò a lavorare all’edizione degli Ethica e “che da adolescente ascoltai come Maestro, successivamente amai come un padre, la cui memoria mai abbandona il mio animo”.

Quale introduzione, si è mantenuta la scelta iniziale di riprodurre La filosofia del piacere e la società degli amici,tratto dal volume Saggezza e poetiche degli antichi,Neri Pozza Editore, Vicenza 1968 e la versione integrale della Nota sulla vita, le opere e la dottrina di Epicuro, nella precedente edizione BUR tagliata in alcuni punti, raccolta in Studi e saggi di filosofia antica, Editrice Antenore, Padova 1973. La Nota è un rifacimento e ampliamento dell’articolo pubblicato in «Enciclopedia Cattolica», Vol. V, pp. 413 ss., 1950, rifacimento che Diano redasse nel 1968, allorché l’Enciclopedia Britannica gli commissionò le voci Epicurus ed Epicureanism.

Credo possa essere utile per il lettore conoscere l’origine dell’interesse che Diano dedicò, per buona parte della sua vita, agli studi su Epicuro, iniziati nei primi anni ’30 e che lo resero internazionalmente noto quale uno dei maggiori studiosi e interpreti del filosofo di Samo; ritengo dunque che nessuno, meglio di lui stesso, possa chiarirlo. Riporto perciò di seguito uno stralcio del Curriculum Studiorum ch’egli approntò nel 1948 in occasione del concorso a cattedra:

<<I miei studi epicurei nacquero per caso, dal commento ch’io feci al I del De Finibus e nacquero da ragioni puramente filologiche, come da base strettamente filologica e sempre in vista della restituzione e dell’intelligenza dei testi, partono tutte le ricerche che io ho condotto in questo campo, anche se in qualcuna di esse la filosofia vi ha gran parte. Ma, come non si può fare la filologia di un poeta senza poetare, chi fa la filologia di un filosofo deve filosofare, e non in termini generici e astratti, ma entro precisi limiti storici e di contenuto e di forma, che è come dire di lingua. Senza di che la dimostrazione, non nascendo dalla cosa, è generica, i risultati, privi di quella necessità che la filologia, non meno delle altre scienze, ha di mira, rimangono casuali o precari. Ora, fin dalle prime questioni affrontate, io mi resi conto che i metodi fino allora seguiti nell’interpretazione di quei testi, in parte guasti, ma in parte assai più grande non interpretati e spesso ritenuti guasti solo perché non capiti, erano affatto inadeguati. Si partiva da un greco generico, si procedeva per raccostamenti il più delle volte casuali e arbitrari, e quando c’era da entrare in merito al contenuto, ci si rifaceva a una filosofia generica: se anche ci si metteva sul terreno storico, le cose non miglioravano di molto, perché l’indagine non era approfondita, e, per la difficoltà di passare dalla logica sincretistica dei moderni a quella assai più precisa e determinata degli antichi (la quale per altro è lungi dall’essere chiarita), la problematica rimaneva vaga e insufficiente. Una raccolta dei risultati ottenuti per quella via si ha nell’Epicuro del Bailey. L’idea avuta in questi ultimi anni dal Bignone di spiegare Epicuro con l’Aristotele perduto e l’Aristotele perduto con Epicuro, se era sbagliata in anticipo, perché partiva dal presupposto che Epicuro non conoscesse le opere di scuola dello Stagirita, e i risultati delle mie ricerche credo che abbiano dimostrato ad abundantiam il contrario, considerata dal punto di vista del metodo, rappresentò, rispetto a tutto quello che s’era fatto prima, un progresso enorme, perché si metteva su un terreno storico preciso. Quando uscirono i primi nuovi saggi del Bignone, le mie ricerche erano già avviate e le regole che io mi ero proposte stabilite: ed erano queste: 1) rimanere nel greco d’Epicuro e interpretare ed emendare, ove ce n’era bisogno, i testi, fino a che fosse stato possibile, in base ai soli elementi formali e sostanziali di ciascuno di essi, e da questi partire per le ulteriori ricerche; 2) collocare il suo linguaggio nell’atmosfera storica in cui era sorto, e per conseguenza fare la storia specifica dei problemi a cui quel linguaggio rispondeva; 3) ritrovare la logica del sistema, che sola poteva dar ragione di quella della parola e della frase. Fu un gorgo nel quale, tratto di cosa in cosa, più in fondo, io girai molti anni. Ma i risultati furono copiosi, perché quelli da me pubblicati non sono che una parte.>>

In effetti, parte di quei risultati costituirono la base per altre opere su Epicuro, che Diano pubblicò in anni successivi.

Queste indicazioni sono estremamente preziose, poiché chiariscono quale fosse la peculiarità e l’originalità del metodo che Diano seguiva e che sempre fu alla base di tutte le sue ricerche in ogni campo, metodo in qualche modo “trasversale”, che non conosceva barriere tra discipline, e che, supportato da una cultura di inusitata vastità e versatilità, univa una rigorosissima analisi filologica, storica, filosofica, letteraria, a profonde conoscenze in campi quali storia delle religioni, arte, sociologia, etnologia, psicologia, scienze matematiche e naturali, pensiero indiano e cinese – come la sua immensa biblioteca, in cui era presente anche buona parte delle letterature del mondo e di tutte le epoche, attestava – e, in senso più ampio, tendeva a una totale ricostruzione e a un’immersione nella cultura che quei testi e quel pensiero aveva prodotti, liberandoli da ogni incrostazione o stratificazione che il tempo, o analisi precedenti vi avessero depositato. Non sarà azzardato dire ch’egli giungesse quasi a identificarsi con l’autore stesso nell’esatto contesto storico e culturale in cui era immerso, azzerando ogni barriera temporale.

Partendo di frequente da un unico termine o da un singolo problema, che si poneva di fronte agli occhi del filologo, (“I miei studi epicurei nacquero per caso, dal commento ch’io feci al I del De Finibus, e nacquero da ragioni puramente filologiche”), giungeva poi a ricostruire e abbracciare quell’intera cultura. Un metodo che, seguendo i tre stadi da lui stesso indicati, potrebbe definirsi di restauro, di interpretazione e di scoperta, (“sempre in vista della restituzione e dell’intelligenza dei testi”). Nella sostanza, un metodo che gli consentiva di porsi di fronte ai testi con gli occhi e lo spirito d’un contemporaneo, grazie al quale egli fu in grado di riportare a nuova luce, e in tutto il loro smalto originale, tutte le opere e gli autori dei quali si occupò, non solo antichi, spesso non appieno compresi o travisati. Un metodo che, nascendo sempre da un problema, gli permetteva poi di trovarne la soluzione. E fu proprio partendo da quanto questo metodo rigoroso gli permise di scoprire, che egli poi giunse a maturare un suo pensiero filosofico ed estetico originale, come i due fondamentali testi, Forma ed evento. Principii per una interpretazione del mondo greco, e Linee per una fenomenologia dell’arte fra gli altri e soprattutto testimoniano, ove le due categorie fenomenologiche della forma e dell’evento integrano e allo stesso tempo costituiscono la struttura metodologica della sua ricerca.

Ma lo studio e la frequentazione di Epicuro non si limitarono alla ricostruzione e all’interpretazione dei testi; attraverso quel lavoro, il pensiero filosofico di Epicuro rivela aspetti del tutto nuovi rispetto agli studi precedenti. Allo stesso tempo Epicuro divenne, per il “platonico” Diano, un amico con cui discorrere, come emerge in quello che può definirsi parte dialogo platonico, parte operetta morale di ispirazione leopardiana: la Poetica di Epicuro, dialogo fra Epicuro, il Grammatico (dietro cui si cela Diano stesso) e Posidonio.

Per quanto riguarda i testi epicurei, lungo e accuratissimo fu il suo lavoro di trascrizione e di integrazione dei Papiri ercolanesi, che ebbe modo di consultare sia nel corso di vari viaggi a Napoli, sia su microfilm.

Una parte non indifferente, alla luce di questo metodo, ebbe la sua attività di traduttore, che non si limitò solo ai classici, poiché si misurò anche con i moderni e i contemporanei, sia dal tedesco che dallo svedese. La traduzione fu parte integrante della sua ricerca, poiché poteva accadere che, muovendo dall’analisi di un unico termine o di un singolo problema di traduzione, egli fosse attirato nel gorgo – per usare la sua stessa espressione – di un’indagine filologica, storica, filosofica, epistemologica che lo portava poi a scoperte anche rivoluzionarie – come accadde per l’Alcesti di Euripide ad esempio –, che gettavano nuova luce su un autore o sul pensiero di un’epoca. La traduzione dei classici, che per i poeti e i Tragici sempre condusse splendidamente in versi – Diano fu anche poeta – fu per lui un altro modo di esplorare gli autori e i testi che amava, fino a rivelarne aspetti sino ad allora ignoti, con un lavoro incessante di scavo, tanto da non poter separare il filologo, il filosofo, lo storico, il papirologo, il fenomenologo, lo storico delle religioni, il poeta, dal traduttore. Accadeva che, quando traduceva Sofocle o Euripide, “cantasse” ad alta voce i versi, magari passeggiando nei boschi delle Apuane o intorno a Bressanone, per saggiarne la musicalità e il ritmo in italiano. Essa fu, in un certo senso, il necessario corollario. E, poiché, come scrisse: “non si può fare la filologia di un poeta senza poetare, chi fa la filologia di un filosofo deve filosofare”, Diano fu non solo un grande filologo, ma, come è oggi ormai riconosciuto anche internazionalmente, soprattutto un filosofo originale.

FRANCESCA DIANO

(C) 2021 by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

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In Sardegna con Grazia Deledda. Un viaggio con Rossana Dedola

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Per chi, come me, la Sardegna la conosce solo grazie ai libri o alle immagini, questo libro, edito di recente da Perrone Editore, si rivela un preziosissimo strumento per entrare nel paesaggio, nello spirito e soprattutto nella scrittura di Grazia Deledda, che della Sardegna e del suo spirito è stata il bardo donna. La sua autrice, Rossana Dedola, anche lei sarda, scrittrice, saggista ed esperta psicologa junghiana, ma soprattutto profondissima conoscitrice della Deledda, cui ha già dedicato una ricchissima e affascinante biografia, Grazia Deledda. I luoghi, gli amori, le opere, Avagliano Editore, ci prende per mano e ci accompagna lungo un doppio viaggio, fisico e letterario, nei luoghi che fanno da sfondo ai romanzi della scrittrice sarda.

Potremmo definirlo un “viaggio sentimentale”, o un travelogue, ma è anche molto di più, perché esplora due territori che si fondono in un’unica dimensione archetipica: l’uno è visivo e fisico, l’altro letterario. E questa fusione avviene passo dopo passo, paesaggio dopo paesaggio, incontro dopo incontro, citazione dopo citazione, fino a che ci rendiamo conto che i luoghi e i paesaggi che Deledda descrive e Dedola ripercorre nel corso di diversi viaggi e di diverse stagioni sono anche proiezione della mappa interiore non solo dei suoi personaggi, ma di lei stessa.

Come ben si sa, nonostante Grazia Deledda sia stata l’unica donna italiana ad aver ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura, invece di essere celebrata come tale con orgoglio nazionale, è ancora incredibilmente relegata in un ruolo quasi secondario, quasi fosse un’autrice di nicchia. Prova ne sia lo spazio esiguo, se non inesistente, che trova ancora oggi nelle antologie scolastiche, dove decine di pagine sono dedicate a Svevo, Montale, Ungaretti (assai meno all’altro Nobel, Quasimodo), o il fatto che ancora esistano rancorosi critici (maschi), i quali riecheggiano i rabbiosi giudizi di alcuni suoi contemporanei, dettati dall’invidia o dall’assoluta incapacità di comprendere una scrittura originale, diversa da tutte le altre, che oltretutto vorrebbero etichettare con ismi del tutto fuori luogo. Perché sì, diciamolo pure, Deledda è stata ed è un unicum nella nostra letteratura. E tale rimane, perché non può avere seguaci. Perché? E’ presto detto: la sua è una scrittura che io ho definito nuragica, vale a dire possente, robusta, arcaica, coesa, nutrita di mito, primordiale e figlia di un tempo al di fuori del tempo. La sua è una terra del mito, anche se narra di personaggi e situazioni a lei contemporanei.

Risultato immagini per grazia deledda

Il mondo che descrive non è così diverso da quello omerico, medesime le leggi, così come figure tragiche sono i suoi personaggi, i quali si muovono in una dimensione arcaica e precristiana. Ed è forse per questo muoversi in quello che è il tempo e lo spazio del mito, pur calato nella contemporaneità, per questa sua unicità, che la sua scrittura non è facilmente comprensibile. Non lo è perché mostra costantemente un mondo che precede il conflitto tra cultura e natura, in un paese come l’Italia, dove questo conflitto s’è radicato da secoli. Nei suoi romanzi tutto è natura, al punto che non v’è differenza sostanziale fra rocce, vegetazione, animali, uomini, acque, esseri magici, creature invisibili, cosmo. Tutto è fatto della medesima sostanza, tutto obbedisce alle medesime leggi primordiali.

E’ proprio questo che Rossana Dedola ha messo in luce, mentre ci guida lungo strade assolate, paesini calcinati dal sole, sentieri velati di pioggia, distese di erbe e fiori dai profumi stordenti, monti e colline e grotte, venti, feste, e soprattutto, fino alla visione del mare, che apre il libro, dal punto esatto in cui Deledda lo vide per la prima volta. Così Rossana Dedola compie quello che in realtà è un pellegrinaggio alla fonte del Sacro, il vero respiro che alita sulla scrittura della Deledda.

Questa dimensione sacrale emerge in particolare in alcuni momenti di questo libro. Quando si parla delle tradizioni, così forti ancora, che rivelano il permanere di una memoria antichissima, quando Dedola trascrive brani di meravigliose lamentazioni funebri, in realtà esempi altissimi di poesia, che le prefiche recitavano per celebrare e facilitare il passaggio verso un’altra dimensione, quando ci mostra la bellezza delle statuine arcaiche che indicano un culto radicato della Grande Dea Madre.

Ogni tratto di strada, ogni scorcio di paesaggio è accompagnato dai brani dei romanzi che fanno da contrappunto letterario alla visione dei luoghi deleddiani e la profonda capacità di identificazione della Dedola con lo spirito naturale dei luoghi, non meno che quel suo sapersi immergere con sapienza nelle pieghe più profonde della scrittura della Deledda rendono questo viaggio un percorso interiore affascinante.

Il paesaggio in letteratura è sempre uno specchio assai preciso della mappa interiore dell’autore, non meno che una sua proiezione, perché la scelta di quel paesaggio, di quello scorcio, di quello sfondo dell’azione sono sempre e comunque scelte precise di paesaggi e percorsi interiori. Ritagliano uno spazio all’interno dell’infinito spazio e ne fanno una geografia universale. Ma la Sardegna, un’isola assai più isolata in sé delle altre isole mediterranee, per molti motivi, ha conservato qualcosa che altrove s’è perso, la connessione con una dimensione primordiale. Poiché nulla del genere è rimasto così intatto in Italia nei millenni e poiché è questa la dimensione che la scrittura della Deledda esplora – e che lei ben conosceva – libera da condizionamenti e influssi estranei, la sua scrittura rimane un unicum, ed è ancora poco compresa. Nuragica, come dicevo, ma capace di vedere nella sua terra quella dimensione materna, creatrice, uterina, che è propria dei luoghi dove le fonti sacre sono manifestazioni della Dea, dove le donne sono maghe e dee della casa e possiedono il potere di dare la vita e la morte. Dove sono le traghettatrici verso l’Oltre.

La Deledda ha narrato per tutta la vita quella Sardegna, che la permeava e la invadeva anche quando se ne era poi fisicamente distaccata. Come fanno gli esuli, che si portano dentro l’immagine e la voce della patria intatta per tutta la vita, avvolta in un’aura luminosa e mitica.

Credo che una simile analisi della scrittura della Deledda quale quella che Rossana Dedola ci regala, con grandi doti di scrittrice lei stessa e di finissima osservatrice, non fosse mai stata fatta. Dunque, chi vorrà davvero trovare una chiave d’accesso alla scrittura della Deledda, non potrà fare a meno di lasciarsi guidare per mano dall’autrice.

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FRANCESCA DIANO

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Lettera ad Astolfo Malinverno, figlio di Domenico Dara

Caro Astolfo,

a malincuore ti ho appena salutato e già mi manchi, e come avviene quando qualcuno ci manca, desideriamo mantenere un colloquio, fosse pure un dialogo fra quella parte di noi che l’altro si è portato con sé e noi stessi, sicuri che le nostre parole giungeranno in chissà quale modo alla creatura cui le indirizziamo, a colmare quell’assenza. La tua non è stata certo quello che si dice una vita fortunata, serena, lineare, ché tu pure, come il piccolo Edgar Poe ti sei trovato da bambino ad abbracciare nel letto la mamma morta, così come non lineare è il tuo passo, nonostante la zoppìa non ti abbia mai impedito di percorrere le strade della tua Timpamara, o le distanze fra la “tua” biblioteca e il “tuo” cimitero – ché tali oramai erano divenuti. Quella zoppìa che non ti ha mai permesso di dimenticare di essere la parte sopravvissuta di un’originaria unità gemellare, a tal punto introiettata, da farti capire più di tanti altri il senso della morte e la vita che la morte contiene e celebra. Ma hai avuto una grande fortuna, quella di avere, oltre ai due genitori biologici, per padre un grande scrittore e per madre la Letteratura. Perché è stato grazie a loro che tu hai avuto voce in questo mondo. E come ci sarebbe mancata la tua voce se non te l’avessero donata.

La tua voce… chissà come suona. Te lo ricordi, certo, come Domenico, a un certo punto, irrompa con grazia naturale nel tuo racconto, intrecci la sua voce alla tua, ne rovesci totalmente la prospettiva – quasi come un cameo in un film, la firma dell’autore alla maniera di Hitchcock – e si chieda quale voce abbiano i personaggi letterari. Te lo ricordi, certo, perché in quel momento tu e lui diventaste la stessa, medesima creatura, la stessa, medesima voce.

Che voce hanno i personaggi della letteratura? Con quale voce Amleto rievocava l’omicidio del padre, con quale Francesca parlava di Paolo a Dante, con quale Faust pronunciava a Mefistofele dell’attimo Sei così bello! Fermati!? Com’era il timbro di Raskol’nikov, di Chisciotte e Sancho, di re Lear, di Orlando?

….. Quella della donna misteriosa fu per sempre la voce di Madame Bovary.

Pensai a quale potesse essere il tono di un personaggio di nome Astolfo Malinverno, che faceva il guardiano del cimitero, che s’era innamorato della foto di una lapide e un giorno trovava quella donna di fronte a sé e mi sforzai di riprodurlo: “Ma non è stata solo la tristezza a farmi fermare qui”.

E giustamente, nell’iniziare a narrare la tua storia, hai voluto stabilire con precisione assoluta le coordinate esatte del tempo, del luogo e delle circostanze, come già fecero Tristram Shandy e Robinson Crusoe, poiché ogni esistenza è intreccio non casuale di numeri e coincidenze, di ascisse e ordinate, su cui si rappresentano le figure dei nostri destini. Si capisce fin dall’inizio che per te vite perfette e libri perfetti devono possedere un ordine interno che collochi le une e gli altri nell’armonia del grande disegno dell’universo e dia loro un senso.

Hai ragione, sai, quando tu dici: Non nasciamo il giorno in cui vediamo la luce, nell’attimo in cui braccia sconosciute ci trascinano nell’indefinito e indecifrabile corso della storia, ma molto prima, quando il pensiero di noi si è insinuato nella mente ancora libera di uomini e donne, quando il nome d’un essere inesistente appare nell’orizzonte sfumato d’una vita possibile.

E posso confermarti che questo è proprio vero, perché alcuni anni fa, un giorno che Domenico era venuto nella mia città a presentare un tuo fratello maggiore, Appunti di meccanica celeste, quando ancora nessuno di noi non solo ti conosceva, ma nemmeno sospettava della tua futura esistenza, mi disse che stava pensando alla storia di un bibliotecario che era anche guardiano di un cimitero. Stava pensando proprio a te! Tu già abitavi i suoi pensieri. Chissà se ti aveva già battezzato con il nome del valoroso Paladino di Carlo Magno, che a cavallo del suo Ippogrifo e l’aiuto di San Giovanni, giunse su su fino alla luna a cercare il senno perduto del Campione Orlando. Il tuo amatissimo Orlando. O chissà se questo tuo nome gli si è venuto plasmando dentro mano mano che la tua natura gli si disvelava e prendeva forma dentro la sua mente e il suo cuore.

Si dice che nel nome sia il destino, e nel tuo di sicuro fu quella sorte che ti ha condotto ad avere natura lunare e notturna, solitaria e sognatrice, coraggiosa, anche, nell’azione, a tuo modo, ma soprattutto a farti tramite fra i mondi: il mondo degli uomini e quello delle loro storie, il mondo dei vivi e quello dei morti, che poi sono tutti dimensioni liminali, sospese tra un qui e un altrove. Certo, nascere in un paese dove i libri vanno a morire nel maceratoio per farne altra carta e altri libri è cosa singolare, eppure nemmeno lì muoiono, perché i nomi dei loro personaggi e dei loro luoghi poi si travasano in carne viva e i tuoi compaesani sono i Fiodoro, i Prospero, i Mopassàn, gli Eraclito, e le Margherite, le Isotte, le Ofelie… Del resto, per quanto la morte cartacea cerchi di afferrarli, il vento ne disperde spesso i fogli – come le foglie omeriche – che vanno a raccontare agli uomini le loro storie, oppure gli operai della cartiera talvolta se li portano a casa, o ne fanno dono d’amore.

E così, nella tua Timpamara, l’amore per le storie è lo stesso dell’amore per la vita. Ché ogni uomo è una storia e pure i libri che vanno a morire sono come gli esseri umani che vanno a morire, eppure anche quelli seguitano ad avere una voce. E tu ne sai qualcosa, vero Astolfo? Tu l’avevi trovata la tua Emma Bovary, così simile a te, fragile, sognatrice, bellissima e senza nome. Solo una foto su una lapide. L’avevi trovato il tuo mistero da svelare. Così come avevi trovato che talvolta i libri vanno riscritti alla fine, perché un libro perfetto deve concludersi con la morte del protagonista e, se la descrizione della morte non è in armonia con la sua indole e con gli eventi narrati, tu la riscrivevi, in bell’ordine, alla fine del libro, come avvenne per Don Chisciotte ed Emma Bovary, dei quali facesti anche pubblicare il necrologio con l’annuncio della cerimonia funebre. Oh come ti ho amato quando narrasti che avevi dato dignità di sepoltura in un angolino del tuo cimitero ai libri troppo frusti e malandati per essere letti! Perché fra libri e vite non c’è differenza, e si potrebbe scrivere un romanzo intero anche su una vita apparentemente banale. Nulla è banale di quanto è destino.

Tu riscrivevi le morti come tuo fratello maggiore, il Postino, riscriveva le vite. Così simili siete, così necessaria per entrambi quell’armonia che aggiusta, come nell’arte antica del Kintsugi, le piccole fratture dell’universo e le rende materia preziosa. Come sentisti che questo era il tuo destino, di bibliotecario e guardiano del cimitero, previsto dalle leggi di natura, considerato e calcolato, perché è questo che cerchiamo noi uomini: il posto giusto nello scacchiere universale. E non te l’aveva detto del resto Mopassàn, che per tutta la vita aveva studiato le coincidenze numeriche (ah, ancora il Postino e le sue infinite coincidenze!) nelle date di nascita e di morte, che esistono delle simmetrie numeriche, una legge che ci governa,fatta di numeri che decidono vita e morte, un algoritmo perfetto? Perché sì, il tuo racconto è tutto sull’amore e sulla morte, su come l’amore rende vita la morte e l’annulla. Ma non riveliamo troppo di quanto avverrà alla fine della tua storia, dove ogni cosa si compie nell’arco di una perfetta corrispondenza d’armonie. Lasciamo la sorpresa al lettore.

Tu, figlio di una terra grande, bellissima e tormentata, terra di Orfici, che ha generato nei secoli grandi pensatori, filosofi, scrittori, artisti, la cui cifra comune è sempre stata quella del sogno, dell’utopia, della trascendenza, come tuo padre Domenico Dara, custode della memoria degli antichi aedi, tu, a cui la donna che ami disse, “Benedetto il giorno in cui ti ho incontrato, Astolfo Malinverno, custode di libri, guardiano del cimitero, protettore dei vinti“, tu Astolfo, conosci la sottilissima membrana che separa la vita e la morte e la sua inconsistenza quando è l’amore a dissolverla. Tu che non temi la morte, perché sai che la vita acquista valore e significato solo e proprio in grazia della sua presenza, puoi essere buon maestro agli uomini di questo tempo sconsiderato, in cui per il terrore folle della morte fisica si distruggono legami, affetti, speranze, futuro. Tu, che ignorando le miopi leggi scritte dagli uomini, unisti in matrimonio una ragazza al suo promesso sposo defunto anzitempo (così letterario il tema della sposa e della Morte), tu che desti onorata sepoltura ai versi rutilanti di Ciro di Pers, macinandoli in polvere fine e facendone sabbia per una clessidra, come quelle che nei suoi versi cantava, metafora del tempo divoratore di uomini e di mondi, tu Astolfo, che hai fatto della letteratura sostanza vivente, perché tu, fra tutti, sei la prova respirante e parlante che la Letteratura, quando è tale, è materia viva, sangue pulsante, tu rimani in me e in tutti coloro che ascolteranno la tua storia, insieme al Postino, ad Archidemu, a Cuncettina la secca, ad Angeliaddu, a Lulù il pazzo, alla Calabria trasfigurata quale centro di un universo che Domenico Dara sa vedere oltre le apparenze. Quella Calabria cui per sangue e cuore appartengo come figlia di un suo grande figlio e che in te ritrovo intatta.

Francesca Diano

Malinverno di Domenico Dara: Vi porto a Timpamara, dove abita Madame Bovary

(C) 2020 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Cillín. Un racconto irlandese

Fairy fort at the summit. Related in lore to the Potato Famine. - Picture  of The Hill of Maeve, Tuam - Tripadvisor
Nella foto il sito dove è stato recentemente ritrovato uno dei tanti Cillìnì

Chi, chi vorrà ascoltare la mia storia?

Chi vorrà lasciare che il soffio delle mie parole gli giunga fin dentro l’anima? Chi vorrà comprendere e condividere il mio strazio, ormai sostanza di cui sono fatte la mia carne e le mie ossa, e i capelli e la pelle? Null’altro che questo io sono.

Nulla io sono, se non la storia del mio smarrimento. Tutto è nebbia in questo regno silenzioso che attraverso senza posa, in cerca del mio cuore.

C’è un luogo, da qualche parte, dove giace il mio bambino. Dove? Dove?

Vago la notte, come una falena, su prati, colline, foreste, laghi, isole, corsi d’acqua, sopra cimiteri e rocce affioranti, paludi e torbiere, lungo la riva del mare e sopra le onde che s’infrangono contro gli scogli. Vago alla ricerca di un segno, un indizio che mi possa rivelare la sua presenza.

         Talvolta la luce della luna illumina il mio percorso, talvolta tutto è tenebra. Sfioro l’erba, la terra, nella speranza di avvertire qualcosa. Forse il suo stesso richiamo.

Mi dissero che era morto e non potei nemmeno posare il mio sguardo su di lui.

<<È un maschio. È morto>>, fu tutto quello che mi comunicò la suora che mi assisteva. I dolori del parto non furono nulla di fronte alla disperazione che provai quando me lo disse. Era stata molto più loquace quando, mentre urlavo di dolore, mi sussurrava nell’orecchio che era la giusta punizione per il mio peccato. Che quello era il giusto pagamento per due minuti di piacere. Ne era valsa la pena?

         Con l’ultima, disperata spinta, me lo sentii sgusciare fuori, caldo, appiccicoso, con una meravigliosa sensazione di liberazione e sollievo, eppure colma di felicità per aver fatto qualcosa di grandioso – almeno quello nella mia esistenza – aver dato alla luce una vita, aver creato qualcosa che era parte di me eppure distinto da me. Mi parve un mistero immenso e insondabile, che io stessa, con la mia carne e il mio sangue, avessi generato un essere che era una creatura in sé compiuta.

Ma furono brevi istanti. Quella vita già era preda della morte.

Mi strapparono quel corpicino e non ne ebbi più notizia. Chiesi, implorai che me lo facessero vedere, tenere anche solo un istante, ma fu inutile.

<<È meglio per te>>, mi disse la suora.

Mi sentii morta con lui.

         Gli diedi un nome. Un piccolo nome, come lui: Sean. Un suono dolce come un sospiro, come il respiro che mai esalò. Era il nome del mio nonno materno.

Dopo tre giorni mi fecero tornare a lavorare, ma non avevo forze. Non più, nulla a cui guardare. Nulla in cui sperare.

La “casa del pianto” la chiamavamo. Così l’avevamo battezzata, perché non altro che pianto racchiudevano le sue mura. Silenzioso molto spesso. Il più amaro. Il più crudele.

A guardarla dall’esterno non lo si sarebbe detto. Era un bell’edificio imponente, con due colonne all’ingresso e un grandissimo atrio, al cui centro era uno scalone quasi maestoso. Tutto era tirato a lucido, tutto risplendente, non una briciola di polvere o una macchia. Ma quel lindore, come avrei poi capito, era solo una facciata, frutto di una crudeltà disumana. Della mancanza di carità.

Un sepolcro imbiancato, come disse Nostro Signore Gesù di scribi e farisei, “simili a sepolcri imbiancati: all’esterno son belli a vedersi… ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume”. Poiché era anche una casa della morte.

Io venivo da un piccolo villaggio e non avevo mai visto edifici simili, a parte la chiesa. Perciò, quando arrivai, con la mia vergogna in grembo, come mi dissero, pensai che in quel luogo avrei potuto trascorrere gli ultimi mesi della mia gravidanza in serenità e partorire il mio bambino come si dovrebbe, per un nuovo inizio. Lui mi avrebbe dato la forza di lottare, di bastare a noi due, di rifarmi una vita degna di questo nome.

Ma come mi sbagliavo…

Noi, ragazze perdute, povere e marchiate dall’infamia di aver praticato il sesso fuori dal sacro vincolo del matrimonio, dovevamo ripagarci la carità che ci veniva offerta nell’accoglierci, sia prima del parto, sia dopo, e al nostro bambino se viveva e le suore dicevano che dovevano mantenerci per almeno un anno. Pagavamo pulendo, lustrando e lucidando, lavando e cucinando, facendo infiniti bucati, che ci bruciavano le mani, per privati e ospedali, stirando e spaccando la legna, curando l’orto, e molto altro. Che fossimo incinte o puerpere. Per nove, dieci ore al giorno a romperci la schiena come bestie. Senza tregua, senza respiro, se non le interruzioni per l’allattamento. Anche quelle di noi che avevano perso i figli dovevano fare da balia ai piccoli di chi non aveva latte o era morta di parto. Erano i soli momenti in cui lasciavano vedere i figli alle madri.

Ma le suore non dicevano mai di chi fossero figli. Nemmeno se venivano supplicate piangendo. La loro indifferenza al pianto era gelida e dura come la terra di un cimitero in inverno. La loro perfidia era estrema. Le povere infelici non sapevano quale fosse il loro bambino o la loro bambina. Eppure, nella loro infelicità, erano più fortunate di quelle come me. Noi sapevamo che il frutto della nostra carne se l’era portato via la morte. Solo il latte che ancora produceva il nostro seno ce lo ricordava crudelmente e rinnovava il dolore.

Ogni volta che una di noi si attaccava al petto un neonato, sapendo di averlo partorito vivo, si chiedeva se fosse carne della sua carne, o se fosse un estraneo, eppure lo nutriva con lo stesso amore che avrebbe avuto per il proprio.

Per il resto del tempo venivano separati. Perché, così ci dicevano le suore, non ci affezionassimo troppo, dato che avremmo dovuto lasciarli lì.

Tale era ritenuta l’enormità della nostra vergogna, da doverci punire dimenticando la carità che insegna Nostro Signore. E loro, che si proclamavano Sue serve, sembravano conoscere solo superbia e disprezzo. Loro erano le vergini del Signore, le spose di Cristo. Noi soltanto delle sgualdrine.

Quando il tempo dell’allattamento finiva, la separazione diventava definitiva. Strappati come piantine dalla terra madre. A quelle i cui figli erano sopravvissuti, veniva fatta firmare una carta senza dare nemmeno il tempo di leggere cosa fosse. 

A distanza di un anno dal parto venivamo buttate fuori e abbandonate alla nostra sorte, ma eravamo segnate dal marchio dell’infamia. Dei nostri figli mai più nessuna notizia. Era difficile trovare un lavoro, spesso le famiglie non ci volevano indietro e pochi erano disposti a far lavorare chi era stata in quelle case conoscendone la ragione. Così, ad eccezione di poche fortunate, molte finivano per strada a prostituirsi. O peggio.

Eppure erano ricche le suore, a loro non mancava niente. Spesso vedevamo arrivare signore e signori eleganti, che si diceva facessero beneficenza e venivano accolti con dolci e squisitezze che non avevamo mai visto in vita nostra.

E la fame… oh la fame! È un ricordo impossibile da cancellare. Persino ora, nella mia condizione. La minestra acquosa che ci davano e il poco pane non bastavano certo a soddisfarla o a nutrirci.

Il mio pensiero fisso, non mi vergogno a confessarlo, era il cibo; talvolta superava persino lo strazio di aver perso il mio Sean. Arrivai a bere le gocce di latte che mi spremevo dal seno. Il latte che avrei dovuto dare al mio piccolo e che invece davo ai figli delle altre infelici. E allora immaginavo di tenere in braccio Sean, di cullarlo, e parlavo alla piccola creatura che mi porgevano come avrei parlato a lui. Era una magra consolazione, ma me la facevo bastare.

Ma c’era anche l’angoscia che provavo perché il mio piccolino non era stato battezzato. La sofferenza di sapere che non era con gli Angeli del Signore, ma nel Limbo. Me lo immaginavo un luogo grigio, freddo, dove tante piccole anime come la sua vagavano in cerca della mamma, forse piangendo di paura e solitudine… Oh, come avrei voluto essere lì con lui, potergli far sentire il calore del mio amore. E pregavo, pregavo, di poterlo ritrovare un giorno. Ma sapevo che era impossibile, perché io ero stata battezzata e, che fossi finita all’Inferno, in Purgatorio o in Paradiso, comunque sarebbe sempre stato separato da me.

Mio Sean, mio fiorellino dalla corolla schiacciata.

Avessi almeno avuto una tomba su cui poterlo piangere, su cui posare un fiore… ma nessuno mi disse mai dove fosse finito il corpo del mio bambino.

Ero nata in una piccola fattoria del Kerry. Non eravamo poveri, ma non nuotavamo certo nell’abbondanza. In casa eravamo in otto, i nostri genitori, tre fratelli e due sorelle oltre a me. I maschi della famiglia lavoravano tutti nei campi o nell’orto. Avevamo un po’ di terra, sufficiente per il nostro consumo di patate e avena, qualche albero di mele, due vacche, alcune pecore e delle galline. Io ero la maggiore delle sorelle e aiutavo mia madre a prendermene cura, perché lei non era una donna robusta. Ma lo era il suo spirito ed era lei che teneva salda la famiglia. Era la nostra roccia. Poi, quando ebbi undici anni, mia madre morì nel dare alla luce la più piccola.

         Lo ricordo ancora il funerale. Fui io a lavarla e a vestirla. Il pomeriggio iniziò la veglia funebre, che durò fino al mattino seguente. Vennero tutti i vicini, portarono cibo, tabacco, candele e birra. Mia madre era stesa sul tavolo di cucina, con i piedi rivolti verso la porta, vestita con l’abito da sposa, il volto sereno. La vecchia prefica intonò il caoíne, la lamentazione funebre e tutte noi donne levammo in coro il grido del cordoglio dopo ogni strofa. Tutti narrarono le loro storie, tutti tesserono le lodi della mamma, che era stata una donna buona e generosa e aveva sempre aiutato chi aveva bisogno. Io tenevo in braccio la mia sorellina, che dormiva tranquilla. Ora avrei dovuto fare da mamma per tutti.

         Poi la portammo in Chiesa per la Messa funebre e la seppellimmo nel cimitero che guarda il mare. Ricordo ancora il tremendo rumore della terra sul legno della bara. In quel momento sentii che qualcosa mi si spezzava dentro. Il suono sordo di quella rottura si fuse con il rumore delle zolle di terra.

Al dolore devastante per la sua perdita si aggiunse qualcosa che non seppi capire, un’angoscia, come un presagio.

Per Sean non ci fu alcun rumore, nessuna bara. Se non io stessa.

Mio padre non resse allo strazio e cominciò a bere. Non riconoscevamo più l’uomo tranquillo, lavoratore e timorato di Dio in quella povera larva di essere umano, che spesso diventava violento e alzava persino le mani. Dopo pochi anni i miei fratelli emigrarono e io restai sola a badare alla casa, alle mie sorelle e a lui. Dovemmo vendere quel poco di terra e quasi tutti gli animali.

         Così, a sedici anni, decisi di andare a servizio nella cittadina vicina, in casa di un commerciante di birra. Un posto che mi aveva trovato il prete della nostra parrocchia.

         In casa il lavoro era duro e la padrona non molto gentile, ma era lavoro e almeno potevo dare dei soldi in casa. Il padrone però era un uomo gioviale e spesso mi dava qualche scellino di nascosto della moglie. Così mi affezionai a lui, perché mi pareva di aver trovato un secondo padre.

         Ma, una sera che sua moglie era assente perché era andata a trovare dei parenti, salì in camera mia e fece con me delle cose che non riesco nemmeno a nominare. Mi lasciò tramortita. Mi sentivo sporca, colpevole e non riuscivo più ad alzare gli occhi su di lui o su sua moglie. Ma avevo bisogno di lavorare.

         Il mese dopo non ebbi le mie cose e nemmeno i mesi seguenti. Mi sentivo strana, priva di forze, la mattina vomitavo, finché mi si gonfiò la pancia. Allora capii.

         Ma lo capì anche la padrona e, dopo una scenata terribile, mi cacciò di  casa. Non seppe mai chi mi aveva messo incinta.

         Mio padre non mi volle indietro, mi disse che ero la vergogna e la disgrazia della famiglia. Che andassi a fare il mestiere di cui ero degna e che non tornassi mai più. Così il prete mi fece mandare lì, in quella che chiamavano la Casa della Madre e del Bambino. La casa del pianto. La casa della morte.

Non fui più la stessa dopo la perdita del mio bambino. Lavoravo come un automa, non mangiavo quasi più nemmeno il poco cibo che ci davano e quando finì l’anno di soggiorno obbligatorio, le suore mi mandarono via, senza curarsi del mio destino. Come avveniva per tutte noi.

         Girai per le strade della città. Guardavo tutte quelle persone che camminavano, che entravano nei negozi, che si affrettavano a tornare a casa. Alla loro casa, alla loro famiglia. Chi parlava e rideva con qualche amico o conoscente, chi era assorto nei propri pensieri, chi si fermava davanti a una vetrina o entrava in un locale.

         E allora pensai a che mistero sono gli esseri umani, che mistero è la nostra vita. Tutte quelle persone vivevano, immerse nelle loro faccende, e pensavano, soffrivano, amavano, lavoravano, sognavano, si incrociavano, eppure tutte loro sarebbero svanite come ombre. Le strade che percorrevano, le case che abitavano sarebbero rimaste vuote di loro. Le abitudini quotidiane, i gesti ripetuti giorno dopo giorno, tutto sarebbe scomparso senza lasciare traccia. Come era stato per milioni di esseri umani nel tempo. Come già era per me. Avevo ancora un corpo, ma era invisibile, già un’ombra nel mondo.

         Tutto mi parve privo di senso, se non il dolore atroce della mia perdita. La sola realtà era il vuoto di Sean, un abisso che risucchiava ogni altra cosa.

La sera stessa andai sulla scogliera e mi buttai giù, nel ventre del mare, perché mi accogliesse, pregando Gesù e la Santa Vergine che mi facessero la grazia di riunirmi al mio Sean. Perché forse il mio gesto, nato dalla disperazione, mi sarebbe stato perdonato per intercessione della Vergine, che conosceva il dolore della morte di un figlio e, non potendo l’Inferno, o il Purgatorio, o il Paradiso accogliermi, sarei approdata al Limbo, accanto al mio Sean.

         E invece vago ancora sulla terra, a cercare il suo corpicino.

Lo cerco, lo cercherò fino alla fine dei tempi. So che quando lo troverò saremo infine riuniti e in pace. E da allora non faccio che vagare come una falena su prati, colline, foreste, laghi, isole, corsi d’acqua, sopra cimiteri e rocce affioranti, paludi e torbiere, lungo la riva del mare e sopra le onde che s’infrangono contro gli scogli. Vago alla ricerca di un segno, un indizio che mi possa rivelare la presenza del suo piccolo corpo che qualche punto della terra accoglie nel suo abbraccio ghiacciato e silenzioso.

So che mi aspetta.

*

Cillín (pl. Cillíní), in gaelico “piccolo cimitero” o “cimitero dei piccoli”, era il nome che in Irlanda si dava ad aree di terreno non consacrato in cui venivano sepolti in forma del tutto anonima i corpicini di bambini nati morti, o morti poco dopo la nascita e non battezzati, in base al credo cattolico che vietava la sepoltura in terreno consacrato di chi non aveva ricevuto il battesimo. I Cillíní, tenuti segreti e non individuabili, spesso si trovavano appena all’esterno di cimiteri, vicino al mare o a corsi d’acqua, oppure nei pressi di luoghi che si consideravano dominio degli esseri fatati, come circoli di pietre, menhir o dolmen ecc. Luoghi comunque liminali, e per questo in qualche modo appartenenti alla sfera del sacro.  Questo avvenne per secoli, in una contaminazione fra folklore e credo cattolico.

Dagli inizi del ‘900 però, e soprattutto quando, con la nascita della Repubblica d’Irlanda, furono istituite le Mother and Child Homes, strutture per l’accoglienza di ragazze madri, rette da diversi ordini di suore e facenti capo alla Chiesa Cattolica Irlandese, la pratica divenne molto più sinistra. In quelle strutture infatti, le ragazze venivano nutrite poco e male e pesantemente sfruttate per lavori gravosi, a guisa di schiave, così come i bambini, che soffrivano di malnutrizione. In queste condizioni, moltissimi furono i bimbi nati morti e quelli che morirono entro poco tempo per le pessime condizioni in cui erano costretti a vivere. In alcune di esse, negli anni Trenta e Quaranta la percentuale di mortalità infantile entro il primo anno di vita, fu dell’82%! Di conseguenza, i loro corpi venivano sepolti di nascosto dalle suore in modo anonimo, in luoghi segreti e non consacrati, senza funerale, lapide, o nome. Persino gettati in pozzi neri in disuso, come di recente è stato scoperto nell’Irlanda del Nord. Proprio perché si diceva che questi bambini, nati morti e dunque non battezzati, sarebbero andati al Limbo, divennero noti come Limbo babies.

Mentre le madri venivano mandate via dopo un anno dal parto senza più rivedere i loro figli, i bambini che sopravvivevano venivano trattenuti e, dopo quattro o cinque anni, le suore li davano in adozione, ma di fatto venivano venduti, procurando un notevole reddito alle istituzioni religiose, oppure mandati nelle Industrial Schools, in teoria scuole di avviamento al lavoro, ma in effetti delle case correzionali, dove subivano spesso abusi e violenze. Queste pratiche atroci proseguirono fino agli anni Settanta del secolo scorso, ma le ultime Mother and Child Homes vennero chiuse solo negli anni Novanta.

In anni recenti, grazie al lavoro di alcuni antropologi e archeologi forensi, sono stati scoperti numerosi cillíní, con molte migliaia di corpicini e molti ancora, si teme, se ne scopriranno, poiché i cillíní erano diffusissimi in tutta l’Irlanda. In base alle testimonianze di persone che ricordano di essere state in quelle istituzioni o che sono figli e figlie di ragazze madri che vi finirono, negli ultimi anni è esploso un grande scandalo che ha coinvolto stato e Chiesa ed è stata avviata un’inchiesta che non si è ancora conclusa, anche perché le istituzioni tendono a secretare il più possibile testimonianze e documenti, come è avvenuto definitivamente per le terribili Magdalene Laundries. Tuttavia la Chiesa Cattolica d’Irlanda e il Primo Ministro irlandese hanno chiesto pubblicamente perdono per queste vicende. Per quel che vale.  

FRANCESCA DIANO

(C)2020 by FRANCESCA DIANO RIPRODUZIONE RISERVATA

La quiete durante la tempesta

Leopold Schulz, 1831. Tempesta sul lago di Tiberiade.

 

 Di tutte le immagini che ci sono venute o che ci sono state scaricate addosso in questi mesi – dolorose, spaventose, terrorizzanti, ipocrite, struggenti, crudeli, grottesche – di tutte, più di qualunque altra, perché così paradigmatica, mi è rimasta incisa negli occhi e nella mente quella di Papa Francesco, il 27 marzo. L’immensa piazza San Pietro vuota, al crepuscolo, sotto un cielo plumbeo, con la pioggia che rendeva lucenti selciato, colonne, marmi. Davanti alla facciata del Maderno, sul sagrato, era stato installato un baldacchino al centro del quale erano collocati una grande poltrona rossa e oro e un microfono. Sulla sinistra, un leggio con il Vangelo e un altro microfono. A un tratto, dal centro della piazza, si vede arrivare il Papa accompagnato da un sacerdote. Francesco appare stanco, invecchiato, cammina zoppicando, curvo sotto la pioggia. Con fatica sale i gradini che lo separano dallo scranno. Tutto è vuoto e assordante silenzio.

  L’evento è eccezionale, come tutto quello che sta succedendo da tempo. La sua portata è storica. Solo in secoli lontani la Chiesa invocava solennemente l’intervento divino per far cessare le terribili epidemie che uccidevano milioni e per cui non v’era cura. Ma in passato si tenevano processioni, preghiere collettive, raduni di fedeli. Oggi tutto avviene nel vuoto circoscritto dal perimetro del colonnato del Bernini, nell’assenza resa ancora più pregnante dalla piccola figura di un uomo vecchio, stanco e traballante. Il Papa pregherà per la fine della pandemia.

Il sacerdote legge un passo del Vangelo di Marco, quello dell’episodio della tempesta (Mc. 4, 35). “Venuta la sera”, così inizia. E poi, Gesù, sereno mentre la barca è sballottata dalle onde e i discepoli temono per la propria vita: “Perché avete paura? Non avete ancora voi fede?”

  Mi colpisce, durante la lunga omelia, che pure in sé sarebbe significativa e toccante se non fosse per il tono con cui viene letta, l’espressione smarrita di Francesco. La voce è flebile, non ha forza, oserei dire che non ha convinzione. Oserei persino dire che il suo aspetto è quello di un uomo vinto. Le sue parole cadono a terra e si confondono con le gocce di pioggia. Nel grigiore.

Il passo testamentario era ed è quanto mai appropriato e adeguato. Ma dov’era la potenza della fede che Gesù invocava, serenamente disteso nel fragile e spoglio guscio di una barchetta? Serenamente, ma con la serenità del forte. Dov’era la sicurezza che il suo Vicario dovrebbe trasmettere e che invece cozzava in tutta la sua tremante fragilità contro le immagini statiche dell’inutile grandiosità degli edifici, contro lo splendore dell’arte, la pompa e il potere mondano che i Papi del passato hanno voluto a dimostrazione del potere della Chiesa? Tutto è dissolto.

La Chiesa non si è nemmeno provata a protestare contro il divieto imposto ai fedeli di seguire una messa, di avere il conforto dello spirito, non meno importante, per coloro che credono, della salute del corpo, ha taciuto sull’orrore barbarico di funerali negati, di salme sottratte alle famiglie senza poter dare loro un ultimo saluto e fatte sparire nella cremazione. Ha taciuto quando un poliziotto ha fatto irruzione armato in una chiesa interrompendo la messa celebrata da un sacerdote – quello sì coraggioso – pur nel totale rispetto delle misure di  sicurezza. Il Papa ha taciuto. La Chiesa ha taciuto. Da sola si è imbavagliata. Ha seguito le regole. Una Chiesa che si è autofondata sulle parole e sugli atti di uno dei maggiori rivoluzionari della storia.

Voglio precisare che, per quanto mi riguarda, la Chiesa non è altro che una struttura di potere rafforzato nei secoli; non mi piace, è ben lontana dalla rivoluzione che il Cristo aveva segnato, non affido il mio sentimento della trascendenza, il mio senso del Sacro, che pure sono profondi, a un’istituzione che ha perpetrato orrori e si è macchiata di terribili crimini nel corso della sua storia. Ma è un simbolo. Lo è comunque. E se riduci un simbolo a vuota forma, ne cancelli ogni significato e non senza danni collaterali.

  Ecco, quell’immagine di Piazza San Pietro incredibilmente, e certo inconsapevolmente, simbolica, mi ha colpita in modo profondo perché è il compendio di tutto ciò che stiamo vivendo, e dell’epoca in cui stiamo vivendo. A che si ricordi, mai nella sua storia, l’uomo si è trovato globalmente privato all’improvviso di tutti i propri diritti, della propria dignità, degli affetti, della socialità in nome del profitto e del potere assoluto di pochi. Le maschere – quelle vere – sono cadute e dietro non c’è che il vuoto.

  Penso alla splendida poesia del grande poeta irlandese James Harpur, Mito modificato in cui si narra di come San Patrizio scacciò i serpenti dall’Irlanda:

La serpe stava immobile, l’essenza

Di generazioni di serpi compressa

In ciascun atomo di nervi e muscoli;

Le verdi spire oleose scintillanti

Con l’asciuttezza del colore a smalto.

Il santo sereno, sangue caldo

Si piegò e versò gocce d’acqua santa

Finché come forcuto spasmo di saetta

La serpe, crocefissa, sputò e risputò fuori

Il vangelo con sibili e veleno,

Vibrando come un fioretto la lingua cieca,

Distaccata la testa dalla coda

Dal peso abnorme di solida carne.

Uscendo dalla pelle, iniziò a tremare,

E poi sfrecciò attraverso le felci

Che crepitarono come pioggia su un’inferriata viva.

Ovunque andasse i serpenti svanivano:

Lui scagliava una croce,

Loro guizzavano in tane di volpe.

Lui schioccava le dita,

Loro sgusciavano fra le crepe di lapidi.

Diceva “Abracadabra”

E loro si scioglievano diventando miraggi.

Ma mentre il santo gettava via i sandali

Le serpi si fecero strada a morsi sottoterra,

E s’incontrarono, e serpe mangiò serpe

Finché un solo serpente, pregno dei propri succhi,

Il dorso incrostato dei colli dell’Irlanda

Ristette immobile.

Ed ora sta in attesa,

S’ingrossa sotto l’esile pelle del Nuovo Testamento,

Attendendo che i santi su San Pietro

Crollino uno ad uno,

Come tante oche ritte in fila al tirassegno.

È bastato un virus, un’entità biologica parassitaria, di cui del resto ancora oggi si sa ben poco – per quanto se ne dica – a far emergere la verità, a sollevare il velo sull’inconsistenza della società che l’Occidente ha costruito e che non ha più anima. Dunque facilmente manipolabile. Una società che somiglia, da molti punti di vista, a un virus. Da alcuni secoli, persa la sua anima, si sta nutrendo ed è cresciuta predando risorse ed esseri umani, approvvigionandosene in terre più ricche in nome del profitto. Per giustificare questa attività predatoria ha creato il mito dell’inferiorità delle creature di cui si è nutrita. Ha violentato la natura, ha dimenticato che l’uomo è parte della natura, senza la quale non esisterebbe. L’immensa hybris con cui ha compiuto tutto questo, ha ridotto l’Occidente e i paesi occidentalizzati a un mero ammasso di mercanti, di merci e di consumatori. Merce essi stessi.

Il mito dello sviluppo economico e tecnologico senza limiti si è sgretolato. Ma come sa bene chiunque si interessi di simboli, spesso se ne mantiene la forma, il guscio, per svuotarlo e sostituirlo con un nuovo significato e farlo accettare in modo apparentemente indolore e fluido. Se la religione in Occidente ha perso il suo vigore, oggi vediamo la scienza e la tecnologia assurte a rango di religione, con i loro sacerdoti, con i loro luoghi di culto, con i loro dogmi, mettendo in discussione i quali si diventa eretici di fronte ai nuovi tribunali di una nuova inquisizione. Proprio questa violenta tacitazione di ogni dissenso rende sospetto il potere cieco e assoluto che la cosiddetta scienza vorrebbe imporre. Quella che oggi viene spacciata per Scienza, ma che della vera scienza, figlia del dubbio e del costante superamento dei risultati raggiunti, che si nutre di ipotesi e di incertezze, di confronti e collaborazione, ha ormai ben poco, essendo stata trasformata in un blocco granitico di assoluti che si spaccia per Verità, scienza non è.

Dimentico del passato, cieco al presente, proiettato verso un futuro virtuale in cui il mostruoso potere economico di pochi assicurerà loro il dominio del globo sulla pelle dei molti che lo alimenteranno passivamente, l’Occidente e i paesi occidentalizzati hanno resecato ogni contatto con la propria cultura e la propria spiritualità. Ma anche con la realtà.

“Se perdi la tua cultura e le tue tradizioni, perdi la tua anima”, ha detto una donna indiana. È la grande illusione. Condannati a vivere nel presente di un’illusoria immobilità della storia, in cui eravamo convinti che tutto potesse rimanere sempre come lo conosciamo, la storia ci si è rovesciata addosso. Soprusi, epidemie, ingiustizie, sfruttamento, ribellioni, annullamento dei diritti umani, oppressione, li abbiamo creduti – ce li hanno fatti credere – lontani da noi, se non nel tempo, certo nello spazio. Non ci riguardavano. Ammaliati da un benessere reale per pochi, ma precario per i molti, ci siamo cullati nell’idea che tutto questo fosse uno stato immutabile delle cose, che oltre 70 anni di pace e crescita economica in Occidente potessero costituire un traguardo da mantenere ad libitum.

Non era così. Quel serpente sotterraneo, nascosto, pregno dei propri succhi di cui parla Harpur, era rimasto in attesa e ora mostra il suo muso sinistro e appuntito.

Persino al passaggio della morte è stata negata la sacralità del rito e degli affetti. Corpi sottratti, ancora vivi, ai parenti, una volta morti, portati di notte a cremare senza che i familiari potessero congedarsene con amore. Ci siamo dimenticati di Antigone, che obbedì alla legge della pietà e non del potere.

Ed è questo quello di cui parlo: la dimenticanza. In nome di una minaccia globale, di un’epidemia, o pandemia come vogliono, anche quell’esile legame che l’Occidente manteneva con le proprie radici culturali, spirituali, etiche, con il proprio passato, che lo teneva saldo in sé stesso, si è dissolto. Tutto s’è sgretolato.

Dalla finestra che si apre sul giardino, vedo una luna quasi piena e orgogliosa del proprio scintillìo. Illumina gli alberi e i tetti silenziosi delle case. Ricordo che, quando ero piccola, mia madre mi aveva insegnato un rito gentile – uno dei rarissimi bei ricordi che mi vengono da lei – che aveva appreso a sua volta dalle contadine delle montagne abruzzesi quando era bambina: l’inchino alla luna. Tenendo in mano una monetina, alla luce della luna piena, si esprime un desiderio e si fanno tre inchini all’astro scintillante. Ora ho scoperto che questo antichissimo rito di adorazione dell’astro ritorna quasi identico anche in molte altre tradizioni folkloriche. È un legame che amo conservare con le mie ave sconosciute.

In questi mesi di arresti domiciliari, il passato torna a farsi sentire con molta forza. Amo il passato, il lontano passato e ho sempre cercato, nella mia vita, radici lontane di chi io sia, non solo e non tanto come persona, ma come essere umano. Dunque i miti, le tradizioni folkloriche, la storia, l’archeologia, le religioni. Ma questo passato, quello che in questo periodo riemerge, è quello dei miei ricordi, degli incontri, delle persone e dei momenti che costituiscono la mia storia. Forse perché sono ormai una donna che un tempo si sarebbe definita anziana, anche se non me ne accorgo, e i ricordi sono le ghiande che per tanti anni ho raccolto come provvista per l’inverno. Non li cerco, si presentano e mi rendono felice. Non sono tutti belli, perché la mia vita è stata una lunga battaglia, ma, come diceva mio figlio quando era ancora fra noi: “Anche i ricordi dolorosi sono belli”.

La memoria di volti, momenti, luoghi, discorsi, paesaggi, che affiora non sollecitata, mi dà un senso di continuità e solidità. Mi fa sentire radicata e forse la psiche, nella sua saggezza, sa che è questo ciò di cui ho bisogno. Di cui tutti abbiamo bisogno. Di sapere chi siamo. Di sentirsi radicati nel caos devastante in cui sono state fatte precipitare le vite degli uomini da gente incapace di gestire quel che sta succedendo, ma molto capace di alimentare terrore e paura per raggiungere i propri scopi.

Così tutti dovremmo, ora più che mai, mantenere saldamente il nostro legame non solo con i nostri ricordi, che ci danno la dimensione di chi noi siamo e ci dicono da dove veniamo, ma con il nostro passato. Perché, nella tradizione antica, Mnemosine aveva due facce: l’una rivolta al passato e l’altra rivolta al futuro. E l’uno non è possibile senza l’altro. Tutti dovremmo, pur sul guscio di noce che è la nostra barchetta sballottata dalle onde della tempesta, rimanere ben saldi in noi stessi e non cedere alla tentazione della paura. E forse, quel sonno cui serenamente il Cristo si lasciava andare durante la tempesta, dovrebbe esserci d’ispirazione. Non è il sonno di chi si rifugia nell’oblio, obnubila la coscienza e si rifiuta di mantenere desta la propria consapevolezza, non è il “sonno della ragione” di Goya, che genera mostri. Un sonno così simile alla morte; no, è il sonno di chi affronta con la forza della serenità e della speranza anche un momento apparentemente drammatico e non si lascia travolgere dalla confusione e dalla disperazione generale. Il sonno sereno di chi non teme, non cede agli inganni della Maya e non ha perduto sé stesso. Non lasciamoci sradicare, non perdiamo la memoria. Non perdiamo noi stessi.

(C) 2020 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

James Harpur. Teti. Una cantata

 

Immagine:Pittore di Damone - Teti e le Nereidi compiangono Achille (560 a.C.).jpg

Teti e le Nereidi piangono Achille. Pittore di Damone, VI sec. a. C. Louvre. 

 

Questo bellissimo testo, che James Harpur mi ha concesso di pubblicare in anteprima mondiale e nella mia traduzione, è una Cantata, che gli è stata commissionata, proprio sul tema di Teti e di Achille, da Nicola LeFanu, grande compositrice, direttrice d’orchestra e accademica inglese di origine irlandese, nota e grandemente apprezzata in tutto il mondo. LeFanu, che tra l’altro ha studiato anche in Italia con Goffredo Petrassi, è autrice di oltre 100 opere, tra cui pezzi per orchestra, gruppi da camera e voce, e sei opere. Ringrazio anche lei per avermi concesso la possibilità di pubblicare il testo tradotto e in inglese, dato che è lei la committente. Si uniscono così, in quest’opera, due grandissime voci internazionali, una poetica e una musicale, della cultura angloirlandese.

L’opera mi tocca particolarmente da vicino per molti motivi, anche personali; la Cantata sarà composta da una delle non moltissime donne compositrici, il tema è quello di una madre che piange il figlio morto, la sostanza e la struttura sono ispirate a un caoìne, una lamentazione funebre irlandese codificata, che in Irlanda ha una tradizione nobile e antichissima, come antichissima è la tradizione del threnos greco, da cui deriva direttamente, e il soggetto è classico.

L’andamento ipnotico e ritmico, che suggerisce la circolarità del tempo – l’eterno ritorno – che è la dimensione in cui Teti esiste, è interrotta dall’aspro ritornello in cui la Dea grida il suo strazio, non tanto divino, quanto umano. Non è solo l’eterno ritorno del tempo, ma l’eterno ritorno del dolore, la condanna che l’immortalità porta con sé. E vorrei dire che, se la morte di un figlio è lo strazio più atroce che una persona – e una madre – possa vivere, un dolore che è difficilmente esprimibile e non passa mai, è il miracolo dell’arte riuscire a dirlo, a comunicarlo con questa intensità e verità anche se non lo si è provato. E’ quanto fa Harpur, che coglie anche quell’aspetto della ciclicità che questo tipo di dolore ha in sé. Chi lo conosce, infatti, sa che anche dopo molti anni riemerge intatto, inaspettato, feroce come nell’istante della perdita.  Non tutto guarisce il tempo.   

Ho cercato di mantenere, nella traduzione, questo ritmo e per quanto possibile, gli effetti sonori-  

Nella Nota premessa da Harpur, sono chiariti  il significato e la struttura della composizione, che, si tenga conto, è una Cantata, dunque prevede una messa in musica. Nicola LeFanu non ha ancora completato la composizione e dunque questa è un’anteprima davvero preziosa. 

Francesca Diano

 

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JAMES HARPUR

TETI

Traduzione di Francesca Diano

 

 Lo spettro-falena

(Teti, la dea del mare, piange il figlio Achille)

 

 

Ora non vedi le alghe sulla sabbia,

la via tra le dune lungo cui passeggiavi,

la grotta che si animava di frulli d’ali.

 

Le onde che in un ruggito riverso dalla bocca,

le risucchio in un sibilo tra i denti.

 

Nulla, figlio, mi aveva preparata

alle fiamme delle tue ossa,

all’odore dell’olio che arde,

al pianto corale degli uomini

trasportato dal vento

sulla piana di Troia oscura come il vino.

 

Fin da quei giorni io seppi

che anzitempo tu saresti morto;

oh, come attesi i segni! –

la carcassa di un delfino alla deriva,

il grido improvviso d’un gabbiano

come il balenio d’una freccia.

 

E ora non vedi più le alghe sulla sabbia,

la strada sulle dune lungo cui passeggiavi,

la grotta che si animava di frulli d’ali.

 

Le onde che in un ruggito riverso dalla bocca,

le risucchio in un sibilo tra i denti.

 

Nel mio abbraccio mai nulla muore:

le mie immagini sono simili ai pesci

che incrociano le correnti del mio essere –

io tento di respingerle ogni giorno

ma s’affollano sempre: la tua nascita,

la massa dei tuoi capelli risplendente,

l’acquamarina dei tuoi occhi

ed ora, il tuo spettro-falena

che fiuta l’Ade alla ricerca di sangue.

 

Da tempo ho abbandonato un mondo

vuoto di te, mio Achille,

e tu così giovane, ma morto,

io viva ma mai vecchia,

i ricordi mi incrostano

come cirripedi, anemoni,

i miei occhi fissi in eterno

 

sulle alghe sulla sabbia,

sulla via tra le dune lungo cui passeggiavi,

sulla grotta che si animava di frulli d’ali.

 

Le onde che in un ruggito riverso dalla bocca,

le risucchio in un sibilo tra i denti.

 

NOTA di James Harpur

Teti, la dea del mare, piange la morte del figlio Achille, l’eroe greco che sarebbe stato imortale se non avesse avuto sul tallone quel punto vulnerabile, colpito da una freccia di Paride. Teti è la personificazione del mare e dunque la sua sostanza è legata al ritmo delle maree, dunque il testo cerca di trasmettere questo aspetto attraverso l’uso di una “ripresa” o refrain, più ampia e sciolta rispetto ai versi più brevi e netti del resto della poesia.

Inoltre, Teti è immortale e la ripresa vuole enfatizzare l’eterna continuità della sua esistenza – l’ininterrotto ritmo del respiro, l’andare e venire della vita.

Il cuore del testo è una intensa elegia per il figlio – il dolore crudo di una madre che perde il figlio, ma anche l’idea del proprio tragico fato di essere immortale. L’apparente fortuna di una vita eterna porta con sé la maledizione di dover vivere in eterno con i ricordi; in questo caso, quello di una perdita. Man mano che questo si fa chiaro nel testo – un dolore che mai si sopirà – la ripresa sottolinea, nella ripetizione dei due versi, gli aspetti visivi/sonori non solo del naturale movimento del mare, ma anche dell’innaturale dolore per il lutto e l’ira della dea.

L’immagine per sempre fissa nello sguardo di Teti ( e che mai potrà dimenticare)  è quella della cremazione di Achille – l’odore dell’olio di oliva che brucia, il pianto dei compagni e poi i ricordi di Achille bambino, che contrastano con il suo attuale stato nell’Ade, dove i morti sono larve vaganti e fluttuanti, che hanno necessità di nutrirsi di sangue per assumere aspetto umano. Così Ulisse, nel Libro XI dell’Odissea deve provvedere del sangue per parlare con Achille e Agamennone.

Il testo è dunque costruito secondo uno schema circolare e senza soluzione di continuità, ma anche lineare, a evocare il tempo mortale, nelle terzine e si conclude, ritornando su se stesso in un ciclo ininterrotto che, tuttavia, può essere inteso forse come una ciclica catarsi, seppur temporanea.

 

 

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JAMES HARPUR

THETIS

 

The Moth-Ghost

 

(The sea goddess Thetis mourns her son, Achilles)

 

Now you cannot see the seaweed on the sand,

the path above the dunes where you would stroll,

the cave that came to life with flitting wings.

 

The waves that roll from my mouth in a roar

my teeth suck back with a hiss.

 

Nothing, my son, prepared me

for the flames on your bones,

the scent of burning oil,

the choral wailing of men

that drifted on the wind

across the wine-dark plain of Troy.

 

Throughout those days I knew

you’d die before your time;

and how I waited for the signs! –

the drifting carcass of a dolphin,

a seagull’s sudden cry

like the flash of an arrow.

 

And now you cannot see the seaweed on the sand,

the path above the dunes where you would stroll,

the cave that came to life with flitting wings.

 

The waves that roll from my mouth in a roar

my teeth suck back with a hiss.

 

Nothing dies in my embrace:

my images are like the fish

that cross the currents of my being –

each day I try to shed them,

but still they swarm: your birth,

your shining shock of hair,

the aquamarine of your eyes

and, now, your moth-ghost

sniffing for blood in Hades.

 

I’ve long outgrown a world

without you, dear Achilles,

and you so young, but dead,

and me alive and never old,

memories encrusting me

like barnacles, anemones,

my eyes forever pinned

 

on the seaweed on the sand,

the path above the dunes where you would stroll,

the cave that came to life with flitting wings.

 

The waves that roll from my mouth in a roar

my teeth suck back with a hiss.

 

(C)by James Harpur e per la traduzione by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

James Harpur – Mito modificato. Traduzione di Francesca Diano.

San Patrizio calpesta i demoni. Miniatura 1450 ca. British Library

 

La seguente poesia è parte della raccolta di James Harpur, A Vision of Comets, 1993. Narra la leggenda che San Patrizio abbia scacciato i serpenti dall’Irlanda (che, in effetti, ne è priva), agitando il suo pastorale e trafiggendoli. La leggenda ovviamente adombra la cristianizzazione dell’Irlanda e la messa al bando dell’antica religione druidica, secondo una visione messianica del Male incarnato dal Serpente. Eppure, in questo testo bellissimo, Harpur ci mette in guardia. Il Male non è scomparso dal mondo, si annida persino lì dove non dovrebbe essere, in attesa di colpire quando lo spirito tradisce la sua origine sacra, e forse, dati i tempi, questo suo testo si rivela profetico.

Come per tutte le opere di James Harpur, la traduzione in italiano è mia.

(F. D.)

 

MITO MODIFICATO

 

La serpe stava immobile, l’essenza

Di generazioni di serpi compressa

In ciascun atomo di nervi e muscoli;

Le verdi spire oleose scintillanti

Con l’asciuttezza del colore a smalto.

 

Il santo sereno, sangue caldo

Si piegò e versò gocce d’acqua santa

Finché come forcuto spasmo di saetta

La serpe, crocefissa, sputò e risputò fuori

Il vangelo con sibili e veleno,

Vibrando come un fioretto la lingua cieca,

Distaccata la testa dalla coda

Dal peso abnorme di solida carne.

Uscendo dalla pelle, iniziò a tremare,

E poi sfrecciò attraverso le felci

Che crepitarono come pioggia su un’inferriata viva.

 

Ovunque andasse i serpenti svanivano:

Lui scagliava una croce,

Loro guizzavano in tane di volpe.

Lui schioccava le dita,

Loro sgusciavano fra le crepe di lapidi.

Diceva “Abracadabra”

E loro si scioglievano diventando miraggi.

 

Ma mentre il santo gettava via i sandali

Le serpi si fecero strada a morsi sottoterra,

E s’incontrarono, e serpe mangiò serpe

Finché un solo serpente, pregno dei propri succhi,

Il dorso incrostato dei colli dell’Irlanda

Ristette immobile.

 

Ed ora sta in attesa,

S’ingrossa sotto l’esile pelle del Nuovo Testamento,

Aspettando che i santi su San Pietro

Crollino uno ad uno,

 

Come tante oche ritte in fila al tirassegno.

 

 

REVISED MYTH

 

The snake lay still, the essence

Of snake generations compressed

Into each atom of nerve and muscle;

Its oily green coils glistening

With the dryness of glazed paint.

 

The warm-blooded serene saint

Leant over and let drip drops of holy water

Until like a fork of lightning spasm

The snake, crucified, spat and spat

Back the gospel with hiss and venom,

Its blind tongue flickering foil-like,

Head and tail split from each other

By the great sackweight of solid flesh.

Unpeeling itself, it began to shudder,

Then rocketed through the bracken

That crackled like rain on a live rail.

 

Wherever he went, the snakes vanished:

He lobbed a cross.

They darted into foxholes.

He clicked his fingers,

They slipped between the cracks of gravestones.

He mouthed ‘Abracadabra’,

They melted into their own mirages.

 

But while the saint kicked off his sandals

The snakes chewed their way through thick earth,

And they met, and snake ate snake

Until just one serpent, sweating in its juices,

Its back crusted with the hills of Ireland,

Lay still.

 

And now it lies waiting,

Swelling under the thin skin of the New Testament,

Waiting for the saints on St Peter’s

To drop off, one by one,

 

Like stand-up ducks at a rifle range.

 

(C) James Harpur. Per la traduzione (C) Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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