Pranzo d’anniversario – Francesca Diano

 

 

PRANZO D’ANNIVERSARIO

Un racconto di Francesca Diano

 

 Lisciò con delicatezza la bella tovaglia di fiandra color crema, attenta che le dita screpolate non ne tirassero qualche filo. Aprì l’anta inferiore della grande credenza di noce intagliato e prese i preziosi piatti di porcellana Ginori – marchio precedente alla fusione con Richard nel 1896 –  dall’orlo smerlato, decorati con piccoli festoni azzurri e fiorellini rosa e oro.

Un piatto piano per il Dottore, uno per la Signora, uno per sé. Un piatto fondo per il Dottore, uno per la Signora, uno per sé. Calcolò la precisa posizione dei piatti sul tavolo rotondo, in modo che fossero perfettamente equidistanti. A lato pose i tovaglioli ripiegati in un perfetto triangolo.

Aprì il cassetto di destra della credenza, dove le posate d’argento erano ordinate nei loro sacchetti salvapolvere. Le impugnature panciute erano cesellate a decori floreali. Un regalo per le nozze della Signora e del Dottore.

Un coltello, due forchette, un cucchiaio, una forchettina, un coltellino da frutta e un cucchiaino da dolce per il Dottore, poi per la Signora e poi per sé.

Aprì l’anta superiore della credenza e ne trasse sei bicchieri di cristallo, tre grandi per l’acqua e tre più piccoli per il vino e li pose di fronte ai piatti, leggermente spostati sulla destra, in modo che il bicchiere da vino fosse in linea col bordo  dei piatti. Come le aveva insegnato la Signora.

In una boccia di cristallo boemo  sistemò mazzetti di rose bianche contornati di edera, che aveva colto in giardino. La trasparenza lucente del cristallo e la cupezza delle foglie d’edera esaltavano il bianco vellutato dei petali di rosa. Arretrò e contemplò soddisfatta l’opera. Tutto era perfetto.

Dalla cucina arrivava il profumo del timballo di riso che stava finendo di cuocere in forno, cui si fondeva l’aroma pungente del fegato alla veneziana, creando un composto aromatico variegato e singolare.

Il timballo di riso, o sartù, come lo chiamava la Signora, era stata una delle prime ricette che le aveva insegnato. La preparazione laboriosa ne faceva una pietanza adatta a ricorrenze speciali, proprio come questa. Si era alzata prima dell’alba per prepararlo. Strati di riso condito, ragù, polpettine di carne di maiale ben rosolate, uova sode, fettine di mozzarella, pisellini freschi. Non aveva dimenticato nulla. Poi aveva spolverato la superficie del sartù con abbondante pangrattato e parmigiano e aveva infornato.

Alla Signora piaceva moltissimo, le ricordava la sua terra. Anche il Dottore l’apprezzava, ma gradiva non meno anche il suo figà aea venessiana, col suo aroma stuzzicoso. <<Un piatto semplice, popolano>>, diceva il Dottore, <<ma che gusto!>>

Ormai era tutto pronto. Portò in tavola la caraffa con l’acqua fresca e una bottiglia di Amarone, il preferito del Dottore con qualunque pietanza.

<<Dottore!>> chiamò Antonietta. <<Vieni che è pronto>>, disse, portando in tavola il sartù fumante.

*

Affrontando un lungo viaggio per risalire la penisola, il Dottore e la Signora erano arrivati nel piccolo paese della Bassa padovana  poco dopo la guerra, e il Dottore, che era farmacista, aveva preso possesso della nuova farmacia di cui era diventato titolare. Un paese che era un puntino sulla carta geografica, quasi invisibile incrocio fra tre province, le cui uniche vette in un paesaggio piatto piatto erano un matitone di settanta metri su cui, proprio quell’anno, era spuntata una pianta di fico – ghe xé un figaro sora del campanile, aveva gridato il sacrista una mattina d’afa quando aveva alzato gli occhi al cielo – piantato accanto al suo chiesone, così grande da poter contenere buona parte degli abitanti. Soprattutto da quando i giovani, appena finito il conflitto, avevano preso ad emigrare in cerca di  maggiori opportunità. Una piazza, lo spaccio con l’insegna DROGHE E COLONIALI, due botteghette, la farmacia, due osterie, l’ufficio postale e l’Adige che serviva da placido confine del paese e della provincia. E del mondo.

Il Dottore e la Signora si erano subito rivolti al parroco perché trovasse loro una brava ragazza, pulita e onesta che andasse a fare la domestica. La madre di Antonietta tirava avanti facendo qualche mestiere in canonica e il parroco si mise una mano sul cuore. Così, a poco più di tredici anni, era andata a servizio. L’aria selvatica, i modi bruschi, gli occhi che non abbassava mai quando le rivolgevi la parola, la facevano apparire molto più grande della sua età. Ma aveva uno sguardo intelligente, perciò fu giudicata adatta e poi la Signora pensava che l’avrebbe potuta istruire come piaceva a lei. Nonostante l’ignoranza, sarebbe diventata una buona domestica, anche se all’inizio facevano un po’ fatica a capirla, con tutte quelle parole in dialetto. Ma Antonietta, che di imparare non aveva paura, si mise in testa fin dall’inizio di parlare come il Dottore e la Signora, che avevano studiato e venivano dalla città del Papa.

<<Hai la stessa età di quando si è sposata la mia nonna>>, le aveva detto una volta il Dottore.

<<A tredici anni??>> aveva ribattuto Antonietta con aria incredula.

<<Sì, ma era a metà ‘800, al Sud. Si usava. Il nonno era medico e aveva trent’anni. Quando il nonno andava a visitare i suoi pazienti e lei rimaneva da sola, prima di avere i figli, giocava con le bambole.>>

Beata lei, che almeno aveva il tempo di giocare, pensò Antonietta. Chi l’aveva mai vista una bambola?

Abituata all’unico stanzone abitabile del cason lungo il canale poco fuori del paese, in cui viveva con padre, madre e fratello, con cesso esterno, uno sputo d’orto e qualche gallina,  l’appartamento del Dottore le parve il palazzo del re. Tutte quelle stanze, e addirittura un bagno dentro casa, con il lusso dello sciacquone…

Un anno dopo il loro arrivo, il Dottore e la Signora andarono ad abitare nell’appartamento che avevano fatto costruire sopra la farmacia. Qui di bagni ce n’erano due e perfino una lavanderia e, per non fare avanti e indietro tutti i giorni,  Antonietta si trasferì definitivamente da loro,  in una stanzetta dietro la cucina.

Per la prima volta nella vita aveva un posto tutto suo in cui dormire da sola. Le parve impossibile essere riuscita a scappare dalla miseria e dalla violenza del padre ubriacone e manesco. La madre e il fratello, un povero ritardato che tutti additavano come lo scemo del paese, anche se con un certo affetto ruvido, se ne liberarono quando l’avvinazzato finalmente, in una sera di nebbia che pareva bava di lumaca,  finì in un fosso ruzzolando dalla bici sgangherata e, pieno di vino, finì per affogare in tre palmi d’acqua fetida. Non fu pianto né rimpianto.

Antonietta non era una da lacrime e nemmeno di molte parole. Aveva imparato ad affrontare la vita a testa bassa e muscoli tesi, pronta a lottare da sola per la sopravvivenza. E di lavoro in casa del Dottore e della Signora ce n’era da fare, perché anche la farmacia andava tenuta lustra e impeccabile. Ma c’era anche da mangiare e Antonietta mangiava per tutte le generazioni di morti di fame da cui discendeva. Una fame antica, che niente pareva soddisfare. Per quanto mangiasse, non metteva su nemmeno un grammo. Pelle muscoli e ossa.

Fu il Dottore a mandarla dal medico condotto per capire il motivo di questa voracità dagli effetti invisibili. “Ipertiroidea”, disse il medico, “ma per il resto sana come un pesce.” Ma Antonietta sapeva che la sua fame veniva da una vita di stenti, di miseria, di denutrizione che aveva tormentato i suoi genitori, i suoi nonni, i suoi bisnonni e chissà quante altre generazioni di disperati. Veniva da quelle campagne che ai suoi avi braccianti non avevano reso mai nulla. Veniva da un buco nero che  dal passato allungava le sue ombre come grinfie. Veniva da donne che s’erano rotte la schiena ad arrangiarsi per sopravvivere a una vita che le colpiva e si riproduceva come una maledizione. Ce l’aveva negli occhi enormi, un po’ sporgenti, quella fame, che parevano sempre accesi, anche quando dormiva. E alle cinque del mattino, quando si alzava, erano già belli e spalancati come non li avesse mai chiusi. Perciò. quello che non le riusciva di mangiare, se lo conservava sotto il letto, nella disgraziata evenienza che quella fortuna non durasse.

Avevano voglia il Dottore e la Signora a dirle che nessuno l’avrebbe privata del pasto successivo. Lo capiva con la testa, anche se il dubbio le rimase per un bel po’, ma vallo a dire allo stomaco e all’angoscia che non l’abbandonava mai. Eppure, per la prima volta, si sentiva parte di una famiglia; come se poi avesse mai saputo cosa fosse una famiglia.

Il Dottore e la Signora, non più giovani, non avevano avuto figli e le volevano bene. Non che non fossero esigenti, la Signora soprattutto, ma erano buoni e non la maltrattavano. Nella loro casa, fra le persone, esistevano dei fili che le tenevano legate. Il Dottore aveva un grande rispetto e affetto per la Signora e la Signora parlava del Dottore con devozione.

<<Ha inventato una medicina che prima non esisteva, sai>>, le disse. <<Una medicina che fa bene al fegato, un epatoprotettore. Purtroppo non ha fatto in tempo a brevettarla e gli hanno rubato la formula.>> E Antonietta, che badava molto al modo in cui la gente diceva le cose più che a quello che diceva,  capiva che in quella frase, di cui ignorava il significato, c’era qualcosa di brutto, di triste, che il Dottore aveva subito. E che forse spiegava lo sguardo che pareva aver perso qualcosa che non si poteva ritrovare.

A casa sua invece, di fili che tenevano legate le persone non ce n’erano. Il padre sempre a bere e a menare le mani, emetteva solo urli, porchi o bofonchi. La madre abbrutita dal lavoro, dalle busse e dal far quadrare quel poco che entrava, usava il fiato residuo per qualche monosillabo. Il fratello pareva non vedere nemmeno quello che gli succedeva intorno.

Quanto sarebbe durata la sua fortuna?  Non poteva permettersi di perderla. Di certo in quella stamberga non sarebbe tornata mai più.

<<Fati, no paroe, fati no paroe>>, ripeteva continuamente fra sé e sé il povero infelice che aveva per fratello, percorrendo a piedi, instancabile, le strade nebbiose d’inverno e addentate dal sole l’estate, che tagliavano la pianura come ferite, guidando a mano il relitto di bicicletta del padre, che aveva recuperato dal fosso. Dove avesse sentito quella frase nessuno sapeva. Forse durante una predica in chiesa o da qualche aspirante sindacalista all’uscita dell’osteria. E il soprannome Fatti gli rimase attaccato, a sostituire un nome proprio che nessuno ricordava.

Nonostante lo sguardo assente di Fatti, Antonietta non aveva mai pensato che fosse davvero scemo, ma solo che vivesse in un suo mondo felice in cui nessuno poteva raggiungerlo. Un mondo in cui il bianco era bianco e il nero era nero. In cui non c’era spazio per le sfumature che imbrogliano la vita degli uomini. Per cui quel motto ossessivo divenne per lei fondamento e guida. Il mondo del Dottore e della Signora, che lo aiutava in farmacia, era un mondo che le appariva bianco, proprio come il camice che il Dottore indossava e come il bancone e gli scaffali che contenevano le medicine.

Era emersa dal nero e non ci sarebbe tornata mai più.

Il Dottore e la Signora erano primi cugini e per sposarsi avevano dovuto chiedere la dispensa al Papa. Anche se la Signora le diceva che di figli ne avrebbe voluti, Antonietta sapeva che da unioni del genere nascono solo dei mostri e quindi era un bene che non ce ne fossero stati. Avevano però una nipote cui erano molto affezionati e che, quando vivevano a Roma, avevano cresciuto in casa loro. Ormai era sposata e li veniva a trovare raramente. La Signora avrebbe voluto vederla più spesso e, anche se non lo diceva, Antonietta capiva che quello era un tarlo che aveva nel cuore.

La nipote non era gentile come i suoi padroni. Quando veniva con il marito a trovare gli zii, in genere per Pasqua, la trattava da serva, la ignorava e le rivolgeva la parola solo per darle degli ordini.

<<Io ho solo la terza elementare>>, si lamentava Antonietta con la Signora, <<però non mi piace che vostra nipote mi tratti così.>>

<<Hai ragione Antonietta, ma devi avere pazienza. Viene da Roma e ti vede come una contadinella. Non si rende conto che per noi sei come una figlia.>>

Antonietta scrollava le spalle, convinta che forse se ne rendeva anche troppo conto.

<<Devi stare attenta a quella là, zia>>, aveva detto la nipote a Sara.

<<Perché? È una brava ragazza e, anche se ha visto tanta povertà, è onesta.>>

<<È molto sveglia e fra un po’ diventerà grande abbastanza. Non vorrai che poi si ripeta quello che è successo a Roma.>>

<<Per carità di Dio!>> aveva detto la zia. <<Non un altro scandalo… ma quella era una zoccola, una furbona e lo zio si è fatto abbindolare dai suoi scondinzoli.>>

<<Lo zio si fa abbindolare troppo facilmente, ma se la tua gelosia non fosse così ossessiva, se tu non lo soffocassi tanto…. guarda, adesso l’hai costretto a finire in questo buco, lontano da tutto, per le tue ossessioni. Lo sai che i cani non vanno mai tenuti a una catena troppo corta. Poi si ribellano e ti mordono le mani.>>

<<Ma come ti viene in mente questo paragone?>> La zia era inorridita.

<<Qui stiamo bene, stiamo tranquilli. E poi Antonietta poverina è tutta pelle e ossa, non hai visto? Che vuoi che gli interessi?>>

<<Tu comunque stai attenta>>, le aveva ripetuto la nipote.

Il tarlo così era stato insinuato, a tenere compagnia all’altro, ma la Signora cercava di scacciarlo, insieme a tanti altri fantasmi. Se avessero avuto dei figli, se lei non fosse stata più vecchia del marito, se lui non fosse stato così bello che pareva un divo del cinema. Dicevano che somigliasse a Tyron Power. Se non l’avesse sposata per riconoscenza, perché orfano dei genitori e, solo al mondo, era stato accolto in casa degli zii, i genitori della Signora, come un figlio e lei aveva passato da un pezzo l’età da marito.

Era soltanto un uomo debole, molto debole. Lo si vedeva da quella bocca morbida e carnosa, languida, quasi molle, con gli angoli leggermente rivolti all’ingiù.  Ma lei non poteva sopportare l’idea che potesse innamorarsi di qualcuna, che tutte quelle donne di cui era circondato nella grande farmacia di Roma potessero abbindolarlo. Poi era scoppiato lo scandalo. La commessa sedotta, le chiacchiere, la vergogna. Le era sembrato di morire. Gli aveva fatto delle scenate terribili. Era arrivata a controllargli i minuti di strada fra la farmacia e casa. Aveva minacciato il suicidio. Per mettere tutto a tacere, per il quieto vivere, il Dottore aveva acconsentito a lasciare la farmacia sul Corso, il laboratorio in cui conduceva le sue ricerche, i suoi esperimenti, tutto. A seppellirsi vivo con lei in una bara nel mezzo del nulla.

Qui almeno, in quel buco di paesino in mezzo alle campagne, sul confine di tutto, non avrebbe avuto occasioni e, nonostante le insinuazioni della nipote, la Signora sapeva che Antonietta non sarebbe stata un pericolo. Troppo selvatica, troppo rozza, troppo segaligna. Con quei suoi modi spicci che non conoscevano civetterie.

Poi il Dottore cominciò a bere troppo. In pubblico nessuno l’aveva mai visto ubriaco ma la sera, dopo la chiusura della farmacia, si metteva a bere già prima di cena ascoltando Corelli, Mozart, Sibelius, Respighi.  Quand’era ora di andare a letto parlava con la bocca impastata e non si reggeva bene sulle gambe. E allora Antonietta doveva aiutare la Signora a metterlo a letto, perché nemmeno la Signora si sentiva ormai tanto bene. In pochi mesi era dimagrita moltissimo e le mancavano le forze.

Quando il Dottore sbagliò le dosi di una preparazione galenica e mancò poco che non provocasse dei danni seri, Antonietta decise che non poteva lasciare che il suo nome e la sua reputazione venissero distrutte. Quella era la sua famiglia, lì era cresciuta, lì aveva trovato da mangiare, da aiutare il fratello rimasto solo dopo la morte della madre, lì aveva potuto perfino mettere da parte qualche risparmio per la vecchiaia. Come da giovane faceva col cibo sotto il letto. Forse, alla fine, nemmeno lì tutto era bianco, anche lì il nero si insinuava sfumando nel grigio. Ma forse, alla fine, nel mondo di bianco proprio bianco non ce n’è.

Non le parve un tradimento consolare il Dottore. Era parte della famiglia. E la famiglia si stava sgretolando sotto i suoi occhi. Doveva tenerla unita. Senza tante chiacchiere, senza tante spiegazioni. Contano i fatti, non le parole.

Già molte volte in passato il Dottore l’aveva abbracciata, tenuta stretta per la vita, palpata, quando la Signora non vedeva. Antonietta lasciava fare, dura, in silenzio, come fosse parte dei suoi doveri domestici. Gli era affezionata, gli era grata. Anche quello era un modo di mostrare la sua devozione. E poi, meglio lei che qualche estranea. Lasciava fare, anche per la Signora.

Lei, che aveva solo la terza elementare, cominciò a controllare tutte le ricette, serviva i clienti, stava alla cassa. Alla presenza del Dottore, si capisce, ma il Dottore si limitava a conversare amabilmente con i clienti e faceva cenni d’assenso quando Antonietta, per salvare la forma, gli mostrava le ricette e le scatolette dei medicinali.

Cominciò a tenere i rapporti con i rappresentanti di medicinali, con i fornitori, a tenere in ordine i conti, a gestire il denaro di casa. Da sola mandò avanti la farmacia quando la Signora dovette essere ricoverata in oncologia perché un cancro le stava divorando l’utero sterile.  Ablazione totale, le disse il Dottore.

<<Non c’è più niente da fare Antonietta>>, le disse il Dottore finendo di scolare la mezza bottiglia di Curvoisier che aveva accanto. Il viso era livido, tirato, la pelle ingiallita, i tratti come crollati sotto un peso insostenibile. Anche la Signora, come da piccolo sua madre, lo stava abbandonando.

<<No, non deve prenderla così. La Signora è forte, si riprenderà>>, gli disse con dolcezza Antonietta.

<<Sta morendo. Le resta poco da vivere. Le metastasi sono ovunque. Possiamo solo tenere a bada i dolori con la morfina.>>

<<Non so che sono le metastasi, ma dobbiamo avere speranza.>>

<<Speranza? L’ho resa infelice tutta la vita, l’ho tradita, non le ho dato figli. E lei, come una santa, ha sopportato tutto.>>

<<Forse non poteva averne lei, forse è stato un bene>>, cercò di consolarlo. Che vuoi dire a un uomo finito?

Il Dottore guardava nel vuoto. Poi si alzò, si strinse ad Antonietta e la prese lì, sul tappeto del salotto, con la disperazione di chi va a morire. Lo lasciò fare, come si nutre un neonato affamato che s’attacca al seno.

In camera da letto la Signora aveva ricominciato a gridare. I dolori erano insopportabili, devastanti. Antonietta si liberò dall’abbraccio di un corpo quasi inerte e la raggiunse. Le fece l’ennesima iniezione di morfina.

<<Non lo abbandonare>>, sussurrò a fatica la Signora. <<So cosa fate. Lo so da tanto…tem…>> Non poté finire la frase.

Antonietta assentì con la testa e non disse nulla. Non si mente ai morenti.

Poi le chiuse gli occhi. E per la prima volta, da quando era nata, pianse.

Nel testamento la Signora, a cui era intestata la casa e che risultava proprietaria di tutti gli oggetti di valore che conteneva, dei titoli e delle azioni, lasciò erede universale la nipote, con diritto di usufrutto al Dottore. Alla morte del Dottore ogni cosa sarebbe andata a lei.

Due anni dopo, al matrimonio, per cui la nipote aveva gridato allo scandalo —  <<si sposa la serva!>> aveva detto a tutto il parentado scandalizzato — Antonietta indossava un abito vaporoso, dal tessuto cosparso di fiori d’ogni colore, con una fascia color verde brillante in vita. Glielo aveva regalato il Dottore perché, diceva, ora che la vita gli sfuggiva, la voleva piena di colori. Ridotto a un’ombra dalla cirrosi che se lo stava divorando vivo, la portò sul Lago di Garda, a Verona, a Venezia, tutti luoghi che Antonietta non aveva mai visto. A Venezia alloggiarono al Bauer. Antonietta lasciò fare, perché anche lui aveva diritto a un po’ di felicità. E anche se nemmeno la felicità è sempre bianca, ma in genere sfumata di molti grigi, sempre felicità è.

<<Anche tu adesso devi fare la signora>>, le disse il Dottore.

<<No Dottore, di Signora ce n’è una sola.>>

*

<<Dottore!>> chiamò Antonietta. <<Vieni che è pronto>>, disse, portando in tavola il sartù fumante.

Trascinando i piedi, il Dottore arrivò dallo studio. Si sedette a tavola e Antonietta gli porse la bottiglia del vino perché lo aprisse e, come le aveva spiegato,  lo facesse respirare. Quasi fosse una cosa viva, il vino, che, dopo essere stato rinchiuso per tanto tempo in un contenitore di vetro, fermo, zitto e immobile, avesse bisogno di prendere un po’ d’aria, prima di scivolare, gorgogliando, in gola e nello stomaco. Di aria ne vedeva poca. Una sorte proprio triste.

Con la pala d’argento tagliò una fetta di sartù, che gli servì fumante di profumi. Poi ne depose una porzione nel piatto della Signora e infine una bella fetta per sé, e si sedette a tavola.

<<Ah, che profumo di paradiso…>>, disse il Dottore, rompendo la crosticina croccante con la forchetta, che immerse poi nella magica combinazione di quegli ingredienti legati ad arte. <<La Signora sarebbe orgogliosa di te.>>

<<Mi ha imparato a cucinare la Signora>>, osservò Antonietta, fissando con un mezzo sorriso la sedia vuota e il piatto intatto che era fra loro.

<<Insegnato, non imparato>>, osservò il Dottore.

<<Eh sì, hai ragione, ma comunque è sicuro che se c’era mangiava di gusto poveretta.>>

Alla Signora non aveva mai dato del tu. E, fino a un anno prima, nemmeno al Dottore.

Era il terzo anniversario della morte della Signora e, come ogni anno, si ripeteva il rito funebre gastronomico. Tavola delle feste, sartù, fegato alla veneziana, zuppa inglese. I loro piatti preferiti. Gli altri giorni l’apparecchiatura e il menù erano più modesti, perché il Dottore aveva la cirrosi epatica e doveva stare a dieta. Ma, fin dal giorno seguente alla morte della Signora, i posti in tavola erano stati sempre tre. Solo quando la Signora era ancora in vita erano stati due, perché Antonietta mangiava in cucina dopo aver finito di servire e sparecchiare.

La Signora, per cui Antonietta nutriva una grande venerazione silenziosa, non se n’era mai andata. Nemmeno dal letto matrimoniale che Antonietta divideva con il Dottore, ormai legalmente da un anno, dopo le seconde nozze del vedovo. Di fronte, sul comò, c’era la foto del Dottore e della Signora quando si erano sposati.

Ogni sera, prima di entrare nel letto coniugale, Antonietta si faceva il segno della croce e recitava un ‘Eterno riposo’ per lei.

 

Il racconto è stato pubblicato all’interno dell’antologia Io sono il Nordest, 2016, Apogeo Editore e farà parte di una nuova edizione dei miei racconti, Fiabe d’amor crudele. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Annarosa Maria Tonin – Le visitatrici

Le visitatrici

 

In Ricordi, sogni, riflessioni, Jung scrive: “La storia di una vita comincia da un punto qualsiasi, da un qualche dettaglio che ci capita di ricordare e a quel punto essa era già molto complessa.  Noi non sappiamo dove tende la vita; perciò la sua storia non ha principio, e se ne può arguire la meta solo vagamente. La vita umana è un esperimento dall’esito incerto.”

Ci pensavo leggendo i racconti di questo ultimo libro di Annarosa Maria Tonin, edito da Edizioni La Gru, a brevissimo in libreria. Annarosa è una scrittrice che mi piace molto, per numerosi motivi. Prima di tutto scrive bene, ma bene davvero. Del mestiere di scrivere conosce sfumature, trabocchetti e intelligenze. Mi piace per il peso che il passato ha nelle sue storie, il peso specifico intendo. Tutto riconduce sempre, affondando, verso quell’altrove temporale. Poi mi piace come persona. Diretta, senza fronzoli, ma di mente acuta e raffinata, colta, attiva e allo stesso tempo amante della solitudine, senza la quale – si capisce leggendo quello che scrive – non potrebbe far maturare la sua prosa limpida e mai scontata, di gradevolissima lettura.  Eppure ti accorgi poi, che quello che scrive e che hai creduto così immediato, ti costringe a riflettere moltissimo. Non solo su quello che ha scritto, sui suoi personaggi, ma su te stesso.

E’ fine la sua scrittura, lieve va a scandagliare gotiche ombre incistate nel reale, dove non le penseresti. Così ho trovato nei suoi libri

Il brano di Jung mi è tornato alla mente leggendo Le visitatrici, perché qui è della sua storia che si tratta. Di una memoria che ha necessità di ritrovare sé stessa, di ricostruire attraverso lettere, fotografie, pellegrinaggi lungo strade e di fronte a case, in proiezioni di personaggi reali o immaginari o frutto di collage psicologici, parti di sé, evocando quelli che sono, in un certo senso, i suoi Lari.

In realtà si tratta di cartografia. Una cartografia fisica che mappa terre incognite, ereditate dall’inconscio. Si dice che nelle famiglie la vera eredità che viene passata di generazione in generazione sia quella psichica: traumi, segreti, perdite, sofferenze di antenati che, se non rivelati alla coscienza ed elaborati, riemergono puntuali lungo la discendenza e si ripresentano. Tutto si rimescola in una sorta di inconscio collettivo familiare e chiede di avere voce. Così, quella che noi crediamo semplicemente la nostra vita, o al massimo quelle dei membri che conosciamo, è in realtà un affare già molto complesso alla nostra nascita, la cui storia affonda le radici in un passato assai lontano. E quel che lo rivela, sono appunto minimi dettagli che ogni tanto emergono alla memoria, o che si ritrovano in storie, lettere, foto di persone che non abbiamo conosciuto ma che sono in noi. Non esistono interruzioni. In psicologia sistemica si chiama “costellazione familiare sistemica”.

Questa rete di zii, zie, padri, madri, figli morti in guerra, cugini, conoscenti, personaggi, forma un fitto tessuto in cui però vi sono degli strappi dagli orli slabbrati. In quegli strappi si trova l’identità. Che va cercata in indizi e suggerimenti e rimandi distribuiti con accorta parsimonia lungo tutte le pagine, dove anche le sequenze temporali vengono costantemente scombinate e riassemblate.

I racconti sono organizzati a costruire un mosaico dalle tessere apparentemente non ancora del tutto composte in un disegno finito, che Annarosa Tonin definisce un “ritratto cubista” di sé stessa – anche quando la storia esonda abbondantemente dall’autobiografia del cuore – cosa che in effetti si percepisce da queste tessere-frammento, che infine è il lettore stesso a porre definitivamente in opera. Il racconto Quadri di una liberazione è, da questo punto di vista, paradigmatico. Così come, in Cambiamenti di stato, dove, la non definibile materia (insieme alla sua collocazione in una spazio-temporalità interna) che la protagonista sente di essere, proprio per l’inafferrabilità della sua sostanza, opera uno scarto nella narrazione, quasi quantico, d’essere e non essere in luoghi e stati diversi contemporaneamente:

 “Oggi è sabato e vado verso un posto mai visto prima. Vado a celebrare me stessa. Fuori dal cassetto.
L’uomo che amo oggi compie gli anni, ma non posso stare con lui, non mi è permesso. Forse non è più amore. Forse, non lo è mai stato. Che festeggi il suo compleanno con gli altri abitanti del cassetto. Quanto mangeranno neanche da dire, colate di grasso sulla griglia, abbondantemente annaffiate, e urla e battiti di mani.
Fuori dal cassetto la materia non definibile non parteciperà alla festa. E non è detto che sia un male, anche se a lei fa male. Io sto sia dentro che fuori, dentro questa città e fuori, dentro il cassetto e fuori. Oggi è sabato e vado verso un posto mai visto prima. Non posso dire se è dentro o fuori, perché ancora non lo conosco.
Ci vado perché sono sicura che non mi chiederà da che parte sto.”

Allora, quell’ “esperimento dall’esito incerto” di Jung, quel suo iniziare da un qualunque punto o dettaglio, trova in questa immagine cubista, o continuamente assemblantesi come in un caleidoscopio, che è l’insieme di questi racconti, il suo specchio.

Francesca Diano

 

(C)2018 by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

Buon compleanno Maya Angelou.

QUATTRO POESIE DI MAYA ANGELOU

Traduzione  di Francesca Diano

 

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Foto di (C) Ross Rossin, 2013

 

Maya Angelou (Saint Louis 4/04/1928 – Winston-Salem 2014), icona femminile americana, scrittrice e poetessa afroamericana, è stata una donna che, con un’espressione inglese, si può definire, senza tema di esagerare, larger than life. Poetessa famosissima, scrittrice sì, ma anche attrice di teatro, ballerina, attivista fra le più importanti, al fianco di Malcom X e Martin Luther King, autrice di drammi teatrali, di programmi televisivi, cantante, giornalista, docente universitaria, regista cinematografica e, per un breve periodo in gioventù, anche prostituta.

Soleva affermare spesso: “Sono umana e nulla di umano mi è estraneo”, poiché la vita le aveva insegnato a non giudicare e non condannare, ma a capire, a perdonare e a trasformare.

Ha vinto i premi letterari più importanti ed è stata finalista al Pulitzer per la poesia. Autrice di ben sette autobiografie, che in realtà Angelou voleva fossero considerate delle autofiction, negli USA è stata ed è ancora un’istituzione nazionale. La sua  voce è stata fra le più autorevoli, sia come poetessa e scrittrice, che come saggista e attivista. È stata nominata più volte membro di commissioni della Presidenza degli Stati Uniti ed insignita di Medaglia nazionale delle Arti dal Congresso e di una Medaglia presidenziale per la Libertà dal presidente Obama. Il Presidente Clinton la volle al proprio fianco durante la cerimonia del suo insediamento e in quell’occasione Angelou compose e lesse la poesia Still I Rise.

L’opera che le diede la grande notorietà fu una delle sue autobiografie, I Know Why the Caged Bird Sings, (So perché canta l’uccello in gabbia) in cui narra anche dello stupro subito da adolescente e della durezza della sua infanzia e adolescenza. Pubblicò varie raccolte poetiche, da cui queste poesie sono tratte. Molto del grande fascino della sua poesia è nella potenza e nella suggestione della recitazione, un aspetto che, se da noi è trascurato, riceve invece grandissima attenzione all’estero, soprattutto fra i poeti americani.

In Italia, dove è ben poco conosciuta, di lei non è tradotto quasi nulla, se non una raccolta di saggi e i due primi volumi dei sette autobiografici.

Tutta la produzione letteraria e l’ispirazione di Maya Angelou affondano le radici nella condizione difficile di donna, di nera e povera in un’America ancora violentemente discriminante, condizione che ha combattuto tutta la vita con la forza, la passione e il coraggio delle sue azioni e delle sue parole. Rivendicando con orgoglio, ma sempre con la semplicità dell’amore, il proprio essere donna, nera ma soprattutto un essere umano. È stata, fino agli ultimi anni della sua vita, un’instancabile conferenziera, poiché convinta del potere trasformatore della parola.

Forse le sue poesie possono apparire leggermente retoriche, ma sbaglieremmo a giudicarle tali. Il suo linguaggio è diretto, talvolta colloquiale, semplice solo in apparenza. La forma cantilenante, le sonorità della rima e delle assonanze, facilitano invece la penetrazione di idee tutt’ora niente affatto scontate nella società americana, convogliando in uno stile un po’ “da predicatore” a volte, a volte da canzone di protesta, concetti forti di uguaglianza di genere, di culture, di razze, di livello socioeconomico.

Sì, Buon Compleanno Donna Fenomenale! Abbiamo ancora bisogno di te.

F. D.

 

SOLI

 

A letto, a pensare

Ieri notte

Come trovare casa alla mia anima

Dove l’acqua non abbia sete

E il pane non sia pietra

Ho capito una cosa

Non credo di sbagliarmi

Che nessuno

Ma nessuno

Qui può cavarsela da solo.

 

Da solo, tutto solo

Nessuno, proprio nessuno

Qui può cavarsela da solo.

 

Ci sono milionari

Con denaro che non sanno usare

Le mogli corrono a destra e a manca come furie

I loro figli fanno il piagnisteo

Si rivolgono a medici costosi

Per curare i loro cuori di pietra.

Ma nessuno

No, nessuno

Qui può cavarsela da solo.

 

Adesso se mi ascolti attentamente

Ti dirò quel che so

Nuvole tempestose si vanno adunando

Il vento soffierà

La razza umana soffre

E io ne sento i gemiti,

Perché nessuno

Ma proprio nessuno

Qui può cavarsela da solo.

 

 

ALONE

Lying, thinking

Last night

How to find my soul a home

Where water is not thirsty

And bread loaf is not stone

I came up with one thing

And I don’t believe I’m wrong

That nobody,

But nobody

Can make it out here alone.

 

Alone, all alone

Nobody, but nobody

Can make it out here alone.

 

There are some millionaires

With money they can’t use

Their wives run round like banshees

Their children sing the blues

They’ve got expensive doctors

To cure their hearts of stone.

But nobody

No, nobody can make it out here alone.

 

Alone, all alone

Nobody, but nobody

Can make it out here alone.

 

Now, if you listen closely

I’ll tell you what I know

Storm clouds are gathering

The wind is gonna blow

The race of man is suffering

And I can hear the moan,

‘Cause nobody,

But nobody

Can make it out here alone.

 

 

LA PULSAZIONE DEL MATTINO 1

 

Una Roccia, Un Fiume, Un Albero

Ospitanti di specie scomparse da tempo,

Segnavano il mastodonte,

Il dinosauro, che ha lasciato ricordi rinsecchiti

Del suo soggiorno qui

Sul suolo del pianeta,

Ogni chiaro allarme del suo fato che rapido incombeva

È perso nelle tenebre del tempo e della polvere.

 

Ma oggi, la Roccia ci grida a gran voce, chiara e potente,

Venite, potete stare sul mio

Dorso e guardare il lontano destino che vi attende,

Ma non cercate il cielo alla mia ombra,

Non vi offrirò quaggiù alcun nascondiglio.

 

Voi, creati appena meno degli

Angeli, siete rimasti acquattati troppo a lungo

Nel buio che ferisce

Troppo a lungo siete rimasti

A muso duro nell’ignoranza,

Riversando dalla bocca parole

Pronte in armi al massacro.

 

Oggi la roccia grida a gran voce, potete stare su di me,

Ma non nascondetevi la faccia.

Oltre il muro del mondo,

Un fiume canta uno splendido canto,

Venite a riposare accanto a me.

 

Ognuno di voi è un paese rinchiuso fra confini

Delicato e stranamente inorgoglito

Eppure costantemente sotto assedio.

Le vostre lotte armate per il profitto

Hanno lasciato colletti di rifiuti sul

Mio lido, correnti di detriti sul mio petto.

Ma oggi vi chiamo alla mia riva,

Se smetterete di studiare la guerra.

 

Venite, vestiti di pace e io canterò i canti

Che il Creatore mi ha dato quando io

E l’albero e la pietra eravamo un’unica cosa.

Prima che il cinismo vi marchiasse a fuoco la fronte

E quando ancora sapevate di non sapere nulla.

Il fiume canta e seguita a cantare.

 

C’è un’autentica brama di rispondere al

Fiume che canta e alla roccia sapiente.

Così dicono gli asiatici, gli ispanici, gli ebrei.

Gli africani e i nativi americani, i Sioux,

I cattolici, i greci, i francesi e i musulmani.

 

Gli irlandesi, il rabbino, il prete, lo sceicco,

Il gay, l’etero, il predicatore,

Il privilegiato, il senzatetto, l’insegnante.

La sentono. Tutti loro la sentono

La voce dell’albero.

 

Oggi, il primo e l’ultimo di ogni albero

Parlano all’umanità. Venite da me, qui accanto al fiume.

Piantatevi vicino a me, qui accanto al fiume.

 

Per ognuno di voi, discendenti di qualche

Viaggiatore passato, c’è stato un pagamento.

Voi, che mi avete dato il mio primo nome,

Tu Pawnee, Apache e Seneca,

Tu nazione Cherokee, che ti sei riposata con me,

Poi, costretti a marciare con piedi insanguinati,

Mi lasciaste al servizio di altri cercatori –

Avidi di guadagno, affamati d’oro.

 

Voi, il turco, lo svedese, lo scozzese, il tedesco…

Voi gli ashanti, gli youruba, i kru,

Comprati, venduti, rubati, che arrivaste in un incubo

Pregando per un sogno.

 

Ecco, radicatevi accanto a me.

Sono l’albero piantato accanto al fiume,

Che non sarà rimosso.

Io, la roccia, io il fiume, io l’albero

Io sono vostro – i vostri viaggi sono stati pagati.

Alzate il viso, avete un acuto bisogno

Che questo mattino luminoso sorga per voi.

La storia, nonostante il suo straziante dolore,

Non può essere annullata e, se guardata con coraggio,

Non ha bisogno di esser rivissuta.

 

Alzate gli occhi al

Giorno che per voi sta spuntando.

Generate di nuovo

Il sogno.

 

Donne, bambini, uomini,

Prendetelo fra le vostre mani.

Modellatelo secondo il vostro

Più privato bisogno. Scolpitelo a formare

La vostra immagine pubblica.

Sollevate i cuori.

Ad ogni nuova ora nuove possibilità

Per nuovi inizi.

 

Non rimanete legati per sempre

Alla paura, aggiogati in eterno

Alla brutalità.

 

L’orizzonte si tende,

Offrendovi lo spazio per nuovi passi verso il cambiamento.

Qui, seguendo il pulsare di questa bella giornata

Potrete avere il coraggio

Di alzare gli occhi verso di me,

La roccia, il fiume, l’albero, il vostro paese.

Tanto per Mida che per il mendicante.

Così ora per voi come allora per il mastodonte.

 

Qui, sul pulsare di questo nuovo giorno

Potreste avere la grazia di alzare gli occhi e scorgere

Gli occhi della sorella,

Il viso del fratello, il vostro paese

E dire semplicemente

Molto semplicemente

Con speranza

Buon mattino.


  1. Testo letto alla cerimonia di insediamento di Bill Clinton, che volle Maya Angelou come inaugural poet. Fu Kennedy il primo presidente americano a stabilire tale tradizione.

 

ON THE PULSE OF THE MORNING

 

A Rock, A River, A Tree

Hosts to species long since departed,

Mark the mastodon.

The dinosaur, who left dry tokens

Of their sojourn here

On our planet floor,

Any broad alarm of their hastening doom

Is lost in the gloom of dust and ages.

 

But today, the Rock cries out to us, clearly, forcefully,

Come, you may stand upon my

Back and face your distant destiny,

But seek no haven in my shadow.

I will give you no hiding place down here.

 

You, created only a little lower than

The angels, have crouched too long in

The bruising darkness,

Have lain too long

Face down in ignorance.

Your mouths spilling words

Armed for slaughter.

 

The rock cries out today, you may stand upon me,

But do not hide your face.

Across the wall of the world,

A river sings a beautiful song,

Come rest here by my side.

 

Each of you a bordered country,

Delicate and strangely made proud,

Yet thrusting perpetually under siege.

Your armed struggles for profit

Have left collars of waste upon

My shore, currents of debris upon my breast.

Yet, today I call you to my riverside,

If you will study war no more.

 

Come, clad in peace and I will sing the songs

The Creator gave to me when I

And the tree and stone were one.

Before cynicism was a bloody sear across your brow

And when you yet knew you still knew nothing.

The river sings and sings on.

 

There is a true yearning to respond to

The singing river and the wise rock.

So say the Asian, the Hispanic, the Jew,

The African and Native American, the Sioux,

The Catholic, the Muslim, the French, the Greek,

 

The Irish, the Rabbi, the Priest, the Sheikh,

The Gay, the Straight, the Preacher,

The privileged, the homeless, the teacher.

They hear. They all hear

The speaking of the tree.

 

Today, the first and last of every tree

Speaks to humankind.

Come to me, here beside the river.

 

Plant yourself beside me, here beside the river.

Each of you, descendant of some passed on

Traveller, has been paid for.

 

You, who gave me my first name,

You Pawnee, Apache and Seneca,

You Cherokee Nation, who rested with me,

Then forced on bloody feet,

Left me to the employment of other seekers—

Desperate for gain, starving for gold.

 

You, the Turk, the Swede, the German, the Scot…

You the Ashanti, the Yoruba, the Kru,

Bought, sold, stolen, arriving on a nightmare

Praying for a dream.

 

Here, root yourselves beside me.

I am the tree planted by the river,

Which will not be moved.

I, the rock, I the river, I the tree

I am yours—your passages have been paid.

Lift up your faces, you have a piercing need

For this bright morning dawning for you.

History, despite its wrenching pain,

Cannot be unlived, and if faced with courage,

Need not be lived again.

 

Lift up your eyes upon

The day breaking for you.

Give birth again

To the dream.

 

Women, children, men,

Take it into the palms of your hands.

Mold it into the shape of your most

Private need. Sculpt it into

The image of your most public self.

Lift up your hearts.

Each new hour holds new chances

For new beginnings.

Do not be wedded forever T

o fear, yoked eternally

To brutishness.

 

The horizon leans forward,

Offering you space to place new steps of change.

Here, on the pulse of this fine day

You may have the courage

To look up and out upon me,

The rock, the river, the tree, your country.

No less to Midas than the mendicant.

No less to you now than the mastodon then.

 

Here on the pulse of this new day

You may have the grace to look up and out

And into your sister’s eyes,

Into your brother’s face, your country

And say simply

Very simply

With hope

Good morning.

 

 

ANCORA SORGO

 

Mi potrai denigrare nella storia

Con odiose menzogne travisanti,

Potrai schiacciarmi nel letame

Ma ancora, come polvere, mi saprò levare.

 

La mia sfacciataggine ti offende?

Perché sei così tetro?

Perché cammino come avessi un giacimento

Da cui estraggo petrolio nel salotto?

 

Proprio com’è per la luna e per il sole,

Con la certezza delle maree,

Proprio come il librarsi di speranze,

Ancora saprò sorgere.

 

Tu volevi vedermi avvilita?

Testa china ed occhi bassi?

Spalle cadenti come lacrime,

Infiacchita da pianti disperati?

 

Il mio orgoglio ti offende?

Ma non prenderla sul tragico

Perché rido come avessi giacimenti

D’oro nel mio cortile da scavare.

 

Mi puoi sparare con le tue parole,

Coi tuoi occhi mi puoi  perforare,

Col tuo odio puoi uccidermi,

Ma ancora come l’aria mi saprò levare.

 

La mia sensualità ti turba?

È per te una sorpresa

Che io danzi come avessi dei diamanti

Lì dove si uniscono le cosce?

 

Dalle baracche della vergogna della storia

Io sorgo

Da un passato radicato nel dolore

Io sorgo

Sono un oceano nero, vasto e danzante,

Sgorgando e gonfiandomi ho in me la marea.

Abbandonando le notti di paura e terrore

Io sorgo

Nell’alba di un giorno meravigliosamente chiaro

Io sorgo

Con me ho i doni dei miei antenati,

Sono sogno e speranza dello schiavo.

Io sorgo

Io sorgo

Io sorgo.

 

 

STILL I RISE

 

You may write me down in history

With your bitter, twisted lies,

You may trod me in the very dirt

But still, like dust, I’ll rise.

 

Does my sassiness upset you?

Why are you beset with gloom?

‘Cause I walk like I’ve got oil wells

Pumping in my living room?

 

Just like moons and like suns,

With the certainty of tides,

Just like hopes springing high,

Still I’ll rise.

 

Did you want to see me broken?

Bowed head and lowered eyes?

Shoulders falling down like teardrops,

Weakened by my soulful cries?

 

Does my haughtiness offend you?

Don’t you take it awful hard

‘Cause I laugh like I’ve got gold mines

Diggin’ in my own backyard.

 

You may shoot me with your words,

You may cut me with your eyes,

You may kill me with your hatefulness,

But still, like air, I’ll rise.

 

Does my sexiness upset you?

Does it come as a surprise

That I dance like I’ve got diamonds

At the meeting of my thighs?

 

Out of the huts of history’s shame

I rise

Up from a past that’s rooted in pain

I rise

I’m a black ocean, leaping and wide,

Welling and swelling I bear in the tide.

 

Leaving behind nights of terror and fear

I rise

Into a daybreak that’s wondrously clear

I rise

Bringing the gifts that my ancestors gave,

I am the dream and the hope of the slave.

I rise

I rise

I rise.

 

DONNA FENOMENALE

 

Le donne graziose si chiedono dove stia il mio segreto.

Non sono vezzosa né ho un corpo da modella

Ma quando inizio a dirlo

Pensano che io menta.

 

Io dico,

È nell’apertura delle mie braccia,

Nell’ampiezza dei miei fianchi,

Nell’andatura dei miei passi,

Nella curva delle mie labbra.

 

Sono una donna

In modo fenomenale.

Una donna fenomenale,

Ecco chi sono.

 

Entro in una stanza

Distaccata quanto vi pare

Vado verso un uomo

Gli altri stanno in piedi o

Cadono in ginocchio

Poi mi sciamano intorno

Un nugolo di api.

 

Io dico

È il fuoco che ho negli occhi

E il balenio dei miei denti

Il mio ancheggiare

E la gioia dei piedi.

 

In modo fenomenale.

Una donna fenomenale.

Ecco chi sono.

 

Gli stessi uomini si sono chiesti

Cosa vedano in me

In ogni modo tentano

Ma non riescono a sfiorare

Il mistero che è in me.

Quando tento di mostrarlo

Ancora dicono di non riuscirci.

 

Io dico

È nell’arco della mia schiena

È il sole del mio sorriso

È l’attrazione dei miei seni

La grazia del mio stile.

 

In modo fenomenale.

Una donna fenomenale.

Ecco chi sono.

 

Ora capite

Perché non piego la testa

Perché non grido né mi metto a saltare

O devo parlare a voce alta

Quando mi vedete passare

Dovreste essere orgogliose.

 

Io dico

È il ticchettio dei miei tacchi,

L’onda dei capelli,

Il palmo delle mani,

Il bisogno di aver cura di me.

 

Perché sono una donna

In modo fenomenale.

Una donna fenomenale

Ecco chi sono.

 

PHENOMENAL WOMAN 

Pretty women wonder where my secret lies.

I’m not cute or built to suit a fashion model’s size

But when I start to tell them,

They think I’m telling lies.

 

I say, It’s in the reach of my arms

The span of my hips,

The stride of my step,

The curl of my lips.

I’m a woman

Phenomenally.

Phenomenal woman,

That’s me.

 

I walk into a room Just as cool as you please,

And to a man,

The fellows stand or

Fall down on their knees.

Then they swarm around me,

A hive of honey bees.

 

I say,

It’s the fire in my eyes,

And the flash of my teeth,

The swing in my waist,

And the joy in my feet.

 

I’m a woman

Phenomenally.

Phenomenal woman,

That’s me.

 

Men themselves have wondered

What they see in me.

They try so much

But they can’t touch

My inner mystery. When I try to show them

They say they still can’t see.

 

I say, It’s in the arch of my back,

The sun of my smile,

The ride of my breasts,

The grace of my style.

 

I’m a woman

Phenomenally.

Phenomenal woman,

That’s me.

 

Now you understand

Just why my head’s not bowed.

I don’t shout or jump about

Or have to talk real loud.

When you see me passing

It ought to make you proud.

 

I say,

It’s in the click of my heels,

The bend of my hair, the palm of my hand,

The need of my care,

‘Cause I’m a woman

Phenomenally.

Phenomenal woman,

That’s me.

Salvatore Martino – Manoscritto trovato nella sabbia. Inediti.

 

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Mi piacciono i poeti-narratori e i poeti-filosofi. Mi piacciono i poeti che, con una lingua che la vita ha filtrato attraverso il setaccio dell’esperienza e della sete di conoscenza, della cultura e della curiosità, dell’esplorazione di sé stessi attraverso il mondo, esprimono quel che hanno lasciato decantare dentro di sé come enorme quantità di materiale e ne ri-narrano la quintessenza. Mi piacciono i poeti che hanno una poetica e una visione del mondo da cui spiccare il volo, capaci di lasciarsele alle spalle senza paura del vuoto. Mi piacciono i poeti la cui lingua, come la loro voce, è chiara, limpida, musicalissima, (dove poesia senza musica?) spoglia di ridicoli orpelli, termini obsoleti cercati sul dizionario e barocchismi, che son buoni solo per i poeti wannabe e solamente servono a mascherare l’assenza di pensiero e di idea e un deserto di sordità poetica. Capaci di una lingua raffinatissima e colta e scolpita. Mi piacciono i poeti che non hanno bisogno di volgarità, modernità a tutti i costi, finti sperimentalismi vecchi come il mondo, perché la vera novità è quella dello sguardo che hanno sul mondo e su sé stessi; libero, non legato a mode, a trend, a scuole, e che sanno rendere il Passato Presente, eppure sanno uscire dal presente. Bisogna essere grandi per essere limpidi e chiari. Il che non significa semplici. 

Dunque ringrazio Salvatore Martino, grande poeta, grande attore di teatro, uomo coltissimo, mente profonda, figlia del mondo mediterraneo ma anche di molto altro, che mi ha permesso di pubblicare alcuni suoi inediti. Gliene sono grata. 

Francesca Diano

 

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Salvatore Martino è nato a Cammarata, nel cuore più segreto della Sicilia, il 16 gennaio del 1940. Attore e regista, vive in campagna nei pressi di Roma. Ha pubblicato: Attraverso l’Assiria (1969), La fondazione di Ninive (1977), Commemorazione dei vivi (1979), Avanzare di ritorno (1984), La tredicesima fatica (1987), Il guardiano dei cobra (1992), Le città possedute dalla luna (1998), Libro della cancellazione (2004), Nella prigione azzurra del sonetto (2009). La metamorfosi del buio, (2012) Cinquantanni di poesia – 1963-2012 (2015)  Ha ottenuto numerosi riconoscimenti: i premi Ragusa, Pisa, Città di Arsita, Gaetano Salveti, Città di Adelfia, il premio della Giuria al Città di Penne e all’Alfonso Gatto, i premi Montale e Sikania per la poesia inedita. Nel 1980 gli à stato conferito il “Davide di Michelangelo”, nel 2000 il premio internazionale Ultimo Novecento – Pisa nel Mondo per la sezione Teatro e Poesia, nel 2005 il Premio della Presidenza del Consiglio.

È direttore editoriale della rivista di Turismo e Cultura «Belmondo». Dal 2002 al 2010, con la direzione di Sergio Campailla e insieme a Fabio Pierangeli, ha condotto un laboratorio di scrittura creativa poetica presso l’Università Roma Tre.

*************

I testi che in questo ordine si succedono rispettano la cronologia nella quale sono nati, così da registrare lo scorrere del mio pensiero, delle mie emozioni, nell’arco di un tempo disegnato forse in combutta col mio dàimon. Le tematiche quindi non hanno uno svolgimento ravvicinato tra di loro ma disegnano frequenti ritorni come un’avventura circolare, che si svolge nel circuito che dal profondo trascina la mia presunta creatività. Questi miei versi scandiscono gli archetipi, i simboli, le metafore che da sempre hanno costituito la linfa della mia poesia: il viaggio, la casa, l’Altro, Dio,lo specchio, la maschera, il sogno,la barca, i compagni, la dimenticanza, il giardino, gli dei, il fiume, i ritratti, e soprattutto la steep darkness, l’abisso di cui parla Nietsche, o quello rammentato con terribili parole da Rilke: l’abisso tra noi e Dio è pieno del buio di Dio, e quando qualcuno lo prova deve calarsi e ululare in quel baratro, più necessario che valicarlo. Credo che l’avvicinarsi dell’evento mi consegni uno sguardo tranquillo a disegnare questa meditatio certamente monotona e ossessiva, che scivola verso un viaggio che tutti ci appartiene.

Salvatore Martino

 

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Manoscritto trovato nella sabbia

 

Con il mondo vero abbiamo

abolito anche il mondo apparente

F. Nietzche : Crepuscolo degli idoli

 

Qualcuno forse io stesso

aveva abbandonato parte di questi versi

perché fossero trascritti nella sabbia

cancellati per sempre

Non riempivano pagine di un libro

sostavano nel limbo di un’attesa

lontani dalla luce e dal pensiero

Ma il caso che guida ogni mistero

e azzera l’impulso della tua ragione

ha guidato un mattino la mia mano

a togliere il pacciume dalle ortensie

e ingiallite dal vento e dall’umidità

sono riaffiorate quelle carte

Così mi hanno costretto a rivedere

quei versi le cadenze quei pensieri

le immagini che un tempo avevo inciso

mentre nascevano altri versi

inchiodati sulla carta che il dàimom

dettava da un luogo imprecisato

Chissà se risvegliarle queste morte parole

può essere un inganno un’illusione

o l’ultima concessione declinata

al gioco affascinante della sorte.

 

*************************************

 

La tranquilla ossessione dell’oblio

 

Se mai potessi ritrovare

il letale disegno della solitudine

il grido stampato nell’addome

e coniugare il tempo racchiuso

dal cerchio dell’inganno

e domandare al Caso d’intercedere

presso il comando delle tenebre

per una una dilazione

che permetta alla rabbia di tornare

tra la catena e il piede

in un frammento di cielo

o nel tremore della terra

il tracciato obliquo delle stelle

e intessere un colloquio coi pianeti

perché la cenere possa dilagare

e il controllo dell’aria nei polmoni

obbedisca a una legge di soffocamento

a questo tormento escatologico

segnato nella pietra

che tutti ci addormenta nel risveglio

per obbligare il Fato

a scendere a patti con la verità.

 

********************************

 

 

 

 

Risultati immagini per book of kells fish

Dove ci conduce questo fiume

di pietre levigate?

Dove corteggiano le sue rive

famiglie di uccelli predatori

che fiondano il corpo dentro la corrente

in un banchetto frenetico di pesci?

Privo di zattera o di barca ci trascina

verso un arrivo sconosciuto

che invano ti ostini a ricercare

e le rive sorridono al tuo passo

occhieggiano i topi divertiti

i corpi usciti dai loro nascondigli

Possiede la sabbia

un’iscrizione mutevole col vento

in un idioma che un tempo avevi coniugato

come un sorriso tra le labbra

un respiro del tuo Fato.

 

*************************

 

Ennio-Calabria

Ennio Calabria, Patologia della luce. Acrilico su tela. 2012.

 

Patologie della luce **

 

Se nel racconto dell’anima intuissi

una dissonanza del respiro

dall’ossessione della tua diversità

un brivido disceso ad acquietare i morti

soggiogasse il tuo spirito

e un caotico inganno contrassegnasse

il tempo della tua condanna

e il silenzio che segna il tuo vagare

toccasse i vertici della dissoluzione

e un suono allucinato di campane

tracciasse l’unico nome che ti corrisponde

Siederai sul fosso che genera la luce

dove si accecano i contrasti

nel cavo delle nostre miserie

e il numero che invoca la tua fine

sarà scagliato contro la tua bocca

per fermarsi tra l’addome e il cuore

mentre il sangue rappreso

gioca sulle tue ginocchia

segnate da un cammino

di astratta penitenza

verso quella Montagna dell’Oscuro

dove il discorso si disperde

e l’eco si trascina senza suono

e l’Uomo resta solo

ingannato dalle sue parole

Lui già presago

del Monte altro che lo aspetta

pronto a raccogliere il suo grido

l’accusa inascoltata verso il Padre

Delusa da questo povero discorso

la gente cominciava a sfollare

di una storia diversa si illudeva

la domanda rimaneva inespressa

il Messia tanto invocato

oppure un ciarlatano vagabondo?

La luce del tramonto

cancellava la promessa e il rito

e la voce del Rabbi

quasi un sordo respiro

Beati gli ultimi

perché saranno ultimi

alla consumazione del giorno.

 

** Titolo di un quadro di Ennio Calabria ( Acrilico su tela 2012 )

 

*********************************

 

Nel giorno settantasei di compleanno

 

 

Si aggrumano i pensieri

che incagliano

il nostro passaggio sulla luna

un fiume di memorie

ha sedotto nel tempo la tua vita

E se una sera

colpito dal tramonto sul mare

non so se giallo o arancio

forse tendeva al viola

potrai decidere di affrontare

quella soglia indicata dal destino

discendere nel gorgo meridiano

dove potrai concedere alle stelle di tacere

al cuore dell’oceano di annegare il tuo viaggio

e se una sera

gli olmi le querce i rododendri

declinassero anch’essi

un girotondo di domande

contro le grate della tua prigione

Si fletteranno dentro il cielo

responsi indecifrabili

saliti un giorno

che il vento non smetteva di tacere

lungo i crinali della montagna a Delfi

o fu nella Tuscia non ricordo

ai piedi del mitico Soratte

dove avevi fissato la tua casa

quell’oscuro colloquio con la morte?

Nel fondo di questa logica illusione

potrai dipingere il tuo autoritratto

salito dall’acqua dello stagno

o evaso dallo specchio

in quel tracciato speculare all’Altro

che inchioda i tuoi mattini

Dove siamo caduti?

In quale spazio alberga

questo bieco assalire delle cose

il nostro scheletro di sabbia?

Quando una sera infinita dell’estate

incontreremo l’immagine salita dal suo fiume

forse potremo riconoscere

lo spazio e il tempo il numero

che ci hanno lanciati in questa mischia

senza bagagli e treni

in una geometria dell’impossibile

un teorema che avrà dimenticato

le sue incognite le sue promesse soluzioni.

 

 

(C)by Salvatore Martino 2018 RIPRODUZIONE RISERVATA

I Libri Scrigno di Gilberto Rolla – di Francesca Diano

 

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Un libro, come ogni essere vivente ed ogni oggetto, ha un arco finito d’esistenza, assai spesso più lungo di quello di una vita umana, talvolta più breve. Può disfarsi se gettato in una cantina umida, andar bruciato in un rogo o un incendio, può perdersi sepolto dal fango, può essere divorato dagli insetti, può finire al macero. Se la sua sorte è infelice e non sarà amorevolmente conservato per secoli nelle biblioteche pubbliche o private, o nei musei, perché il suo valore materiale o quello del suo contenuto ne segnano benevolmente il destino, potrà giacere dimenticato insieme a dei suoi simili e, una volta bollato col marchio infamante di “libro vecchio” (non vecchio libro, che contiene invece in sé un’amorevolezza semantica), potrà essere gettato in una discarica, amara come una fossa comune.

Ci sono libri aristocratici e libri poveri. Spesso il loro destino è molto diverso.

Forse, i libri la cui sorte è tale, guarderanno le nubi passare nel cielo sopra di loro, come le due marionette Totò e Ninetto Davoli nell’episodio Che cosa sono le nuvole? girato da Pasolini per il film Capriccio all’italiana, nuvole che sempre trascorrono, sempre cambiano forma e non si estinguono mai.

Che cosa sono i libri? Gilberto Rolla forse è convinto che siano come le nuvole, se possono cambiare forma nelle sue mani di demiurgo librario. La sua formazione di architetto, unita a una non comune capacità di geniale inventore (e invenire significa trovare scoprendo) di soluzioni innovatrici coperte da brevetti in molti campi, gli danno l’abilità di vedere quel che molti non vedrebbero.

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I libri li ama a tal punto da aver fondato il Centro Europeo del Libro di Pontremoli, che tuttavia oggi non esiste più, sacrificato sull’altare del dio Mammona.

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Di fronte a cumuli di libri vecchi, destinati alla distruzione, che trovava nel corso dei suoi lavori di architetto e restauratore di antiche case e ville, qualcosa dentro gli si ribellò e iniziò a salvarli, a conservarli ed accantonarli nel suo studio.

Fu nel 1981 che gli venne l’idea di riporre dentro uno di quei volumi un suo disegno a china ancora umido. Così ricavò una nicchia all’interno del libro incidendone le pagine. Ora il libro aveva cambiato funzione, era divenuto un riparo in cui riporre un oggetto prezioso e caro. Ma non era sufficiente, perché l’arte di quei disegni – sue opere di piccolo formato raccolte fin dagli anni ’70 – richiedeva una veste adatta. Così, come naturale conseguenza, cominciò il lavoro sulle copertine e sull’intero corpo di quei libri, in modo da renderlo solido e prezioso.

Quando i libri erano oggetti molto costosi e rari, codici miniati che richiedevano mesi e anni per essere creati uno ad uno negli scriptoria usando pelli d’agnello lungamente lavorate per le pagine e pigmenti ottenuti macinando pietre dure e minerali e applicazioni di foglia d’oro, lustrata a dovere col brunitoio, per le illustrazioni miniate, anche la loro veste esterna era altrettanto preziosa. Di cuoio impresso in oro, con rilievi a sbalzo, cerniere e fibbie d’argento, oppure di legni pregiati, riccamente decorati, o ancora d’argento cesellato e sbalzato, con smalti, pietre preziose e semipreziose. Queste pregiatissime opere d’arte erano supporto e veicolo della Parola di Dio, oppure, qualche secolo più tardi, erano Libri d’Ore, come quello prodigioso del Duca di Berry, il capolavoro dei fratelli de Limbourg, o Erbari o Bestiari, quando la Natura e la vita quotidiana s’affacciarono a filtrare oltre le parole del Sacro. Il contenuto sacrale e di un sapere alto, richiedeva che la veste, il veicolo, fossero altrettanto nobili, perché l’atteggiamento che s’ha a tenere nei confronti della conoscenza è quello della devozione, della deferenza e del grato rispetto.

È il motivo per cui Machiavelli scriveva, in una famosa lettera a Francesco Vettori:

Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.”

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Ai suoi Libri Scrigno, Gilberto Rolla ha dato “panni reali e curiali”, spogliandoli della vecchia e obsoleta “veste cotidiana” che fu, e che però, come fantasima, aleggia invisibile e grata della trasformazione e della rinascita, e li riveste di abiti sontuosi e solidi. Un lungo lavoro amorevole rende ogni Libro Scrigno un guardiano del nuovo contenuto: disegni, chine, bozzetti raccolti negli anni. Del resto, la scelta di definirli “Scrigno”, indica chiaramente quale funzione Rolla attribuisca loro. In uno scrigno si conservano tesori, reliquie, documenti importanti e preziosi.

La veste è in genere o un lustro nero-catrame o foglia d’oro dai morbidi riflessi e lucori, con interventi d’immagini e a rilievo in prima e in quarta di copertina e sul dorso, quasi cortecce preziosissime e robuste, dalla consistenza fortemente materica, che ricorda lo scafo di una nave, soprattutto in quelli neri, quasi calafatati. Le antiche pagine sono come solidificate e rese un tutt’uno da colle e leganti e divengono parte integrante dello Scrigno.

Nulla li lega al libro originario che fa da supporto, se non lo “scheletro” del libro, il cui antico contenuto era forse modesto o di non grandissimo interesse, ma pur sempre aveva il merito di aver aggiunto qualcosa alla conoscenza del mondo.

Dunque sì, il vecchio volume è un supporto, ma non un supporto qualunque, perché ha avuto una storia, qualcuno lo scrisse, qualcuno lo stampò, qualcuno lo vendette e qualcuno lo lesse e lo conservò, e tutti costoro vi hanno certo lasciato tracce d’anima. Ché è quella a richiamare nuova vita fra le mani dell’artista.    Così si compie la metamorfosi, suggellata dal nuovo nome. Ogni Libro Scrigno ha un suo nome (definirlo titolo sarebbe fuorviante per lo spirito con cui Rolla crea la sua opera), nome che evoca il disegno che vi è custodito e il suo significato, ma non solo immagine vi è all’interno, ma piccole scritte a mano, nella sua elegante calligrafia, pensieri e minuscoli poème en prose. Dunque nulla si nega dell’esistenza concettuale del libro, non la sua veste, non il pensiero tramandato dalla scrittura, non l’immagine.

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Opere come queste hanno in sé una doppia anima, quella di una creazione artistica originale, nata da un’idea nuova, fine a sé stessa e quella di una tradizione d’arte applicata (quella che si definisce anche artigianato artistico) della più nobile qualità. La loro fusione produce piccole (di dimensioni) opere d’arte di grande originalità. Un tempo si operava una decisa distinzione fra le belle arti e il loro cugino ‘povero’, l’artigianato, nonostante arte e artigianato abbiano il medesimo significato: un fare con le mani. Certo, l’artista come oggi lo intendiamo ( raccogliendo l’eredità della sua concezione rinascimentale), è sempre innovatore, scopritore, inventore ed esploratore. L’artigiano invece ripete, sia pur con immensa sapienza, forme e tecniche già esistenti, talvolta con piccole innovazioni personali.

Ma, dalla seconda metà del XIX secolo qualcosa cambia. E cambia con la Rivoluzione Industriale e il diverso atteggiamento  nei confronti della produzione. Un punto di svolta, in questo senso, si ebbe con la prima Esposizione Universale di Londra del 1851, quando fu evidente la necessità di coniugare produzione industriale e gradevolezza estetica. Teorici dell’arte e artisti si rendono conto che anche nel campo delle arti decorative e dell’artigianato artistico la qualità può non essere inferiore a quella di un’opera d’arte, pur sempre santificata da un valore intellettuale unico e priva di quello che Alois Riegl, il fondatore della moderna Critica d’Arte, definisce “scopo pratico” . Nella sua fondamentale opera Stilfragen (Problemi di Stile. Fondamenti di una storia dell’arte ornamentale, pubblicato in Italia nel 1963 a cura di Arturo Carlo Quintavalle), lo stesso Riegl aveva posto le basi di quella che definirà la “storia dell’arte senza nomi”. Del resto, già artisti come Cellini, artista immenso ma anche orafo d’eccezionale valore, avevano annullato il confine rigoroso fra arti belle e arti decorative. La distinzione sta tutta qui, l’esistenza o meno di un fine pratico. Eppure, la nascita di movimenti come Arts and Crafts e il Liberty in Inghilterra e le Deutsche Werkstätte in Germania, cui seguì nel nuovo secolo il Bauhaus, indicano come gli artisti abbiano cercato e trovato nuove vie d’espressione, sperimentando con materiali, tecniche, spaziando in campi un tempo preclusi.

Attraverso la sua arte, Rolla trasforma libri poveri in libri aristocratici e ne cambia il destino, li salva dall’annientamento. Li consegna alla Storia.

Perché sì, in questi Libri si declina una storia d’amore col Tempo e dunque con la Storia. Da un tempo lontano sono approdati, alle primissime origini del libro si richiamano, transitano nel suo studio-scriptorium per un nuovo, lungo viaggio nel futuro, dopo essere stati rinfrancati e rigenerati da cure amorevoli. In loro è il Tempo che parla.

Seguendo questo suo costante dialogo col Tempo, di recente Rolla ha iniziato ad inserire all’interno di quella che potremmo definire la “rilegatura” dei suoi Scrigni, vale a dire nei recessi più profondi e irraggiungibili della loro struttura, un’ulteriore minuscola nicchia – insomma, un cuore dotato di cavità – in cui colloca piccole miniature e disegni. Né queste cavità né i disegni in esse contenuti sono accessibili, a meno di non voler distruggere l’opera. Rimangono dunque un segreto, un messaggio affidato a una sorta di capsula del tempo che mai potranno essere conosciuti. Qual’è allora il loro scopo? A detta di Rolla è un ponte verso il futuro, un messaggio a future generazioni. E se lo dice lui è certo vero. Sì, è anche questo, ma io vedo qualcosa d’altro. E’ un bisbiglio quasi inaudibile, un affidare una parte segreta dell’artista che vi traspone sé stesso ma non vuole esporla ad occhi estranei, tanto da custodirla come celata dall’iconostasi costituita dalle immagini di ciò che è visibile. Dunque si crea un gioco di scatole cinesi al cui interno è il cuore dell’artista, che dunque dialoga con l’esterno a due livelli, uno visibile e uno invisibile, uno parlante e uno silenzioso.

Noi abbiamo percezione del tempo non tanto per il trascorrere delle stagioni e delle tracce che gli anni imprimono su di noi, quanto per l’insieme dei ricordi e della loro successione dentro di noi, della loro collocazione in uno spazio interno che raramente è lineare. Ognuna di queste opere è figlia del Ricordo, della Memoria. Non solo quella personale di Rolla stesso, ma di una millenaria storia di esseri e di cose e di pensiero e di parola che da ognuna di esse bisbiglia.

 

(C)by Francesca Diano 2017 RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

James Harpur – Bere alla fonte. Un’esplorazione dell’immaginario poetico.

 

Pubblico, per chi non ha avuto la fortuna di ascoltarla dalla viva voce di James Harpur, questa intensissima, rivelatrice Lectio Magistralis sulla poesia, sulla sua origine e sul ruolo del poeta, tenuta in Italia nel maggio scorso. Un grande insegnamento da un grande poeta, che ha scelto di dedicare la sua intera vita alla Poesia. 

F.D.

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Foto di Dino Ignani (C)

 

 

BERE ALLA FONTE. UN’ESPLORAZIONE DELL’IMMAGINARIO POETICO

 

Lectio Magistralis

Torreglia, 28 maggio 2017

 Traduzione di Francesca Diano

 

 

Quando avvenne che l’uomo prese a narrare, per la prima volta, le proprie esperienze di vita in forma poetica? Consideriamo, ad esempio, i pittori della grotta di Lascaux, diciassettemila anni fa; operavano una distinzione fra il loro parlare quotidiano e una forma di comunicazione che potremmo considerare poetica?

Non abbiamo che congetture, basate su vaghi indizi. Quel che sappiamo con certezza è che i nostri antenati della preistoria praticavano altre forme d’arte; la pittura, ad esempio, e la musica, come dimostra un flauto, antico di quarantamila anni, trovato in una grotta nel sud della Germania, costruito usando l’osso di un’ala di un grifone; l’idea di un grifone morente circondato da esseri umani appare un surreale capovolgimento delle sorti.[1] Suonare uno strumento significa anche stimolare in modo naturale dei movimenti del corpo, non foss’altro che battere un piede, dunque è altamente probabile che, in quel periodo, esistesse già la danza. Possiamo esser certi che pittura, musica, danza fossero delle componenti importanti nelle società della preistoria. E, se esistevano la parola e la musica, è possibile che esistessero dei canti, o delle cantilene, o degli incantesimi, impiegati a vari scopi, come – ed è un’altra supposizione – per invocare la pioggia, per ottenere un buon raccolto, oppure in occasione di qualche rito di guarigione, o per commemorare i defunti, o anche solo per canticchiare.

Forse, potremmo capire qualcosa di più delle creazioni musicali dei nostri antenati, guardando alle attuali popolazioni indigene, come le comunità degli Aborigeni australiani, che attribuiscono fondamentale importanza alla tradizione delle “Vie dei Canti”. Si tratta di una tipologia di “poesia”, o di qualcosa d’imparentato con la poesia, cantata, fortemente ritmica, recitata velocemente, con contenuti molto concentrati e pregna, per così dire, di vibrazioni sonore. I versi delle Vie dei Canti si riferiscono a dei percorsi che attraversano il paesaggio, e che si dice siano stati creati dagli animali totemici ancestrali, come l’Emù o il Dingo. I viaggi che compirono e quel che fecero durante quei viaggi “spiega” la creazione della topografia e dei luoghi, come una pozza d’abbeveraggio, una montagna, un termitaio, delle rocce e, in modo analogo, vari animali. Le Vie posseggono anche uno scopo pratico: sono quasi delle Google maps preistoriche, che aiutano gli esseri viventi ad attraversare vaste estensioni di deserto e a segnare il confine fra i diversi territori tribali.

I canti delle Vie dei Canti sono una rappresentazione rituale di questi viaggi ancestrali e, cosa particolarmente interessante per un poeta contemporaneo, non rievocano eventi passati, ma danno la sensazione a chi ascolta di partecipare attivamente alla creazione del paesaggio, della flora e della fauna. In un certo modo, questa differenza è qualcosa di analogo a quella che esiste tra lo studiare a scuola la Rivolta del 1916 a Dublino ed esserne un effettivo protagonista, all’interno del General Post Office, nel corso di una ricostruzione storica. Il fine d’ogni poeta e d’ogni artista dev’essere quello di creare questo stesso grado di incantamento. Ad esempio, in una Via dei Canti del popolo Yanyuwa, nell’Australia settentrionale, si narra di un viaggio dello spirito ancestrale Dingo:

“Impronte del Dingo / sulla sabbia, mentre attraversa / la regione delle dune di sabbia. // Ghiaia riveste il letto / del Fletcher Creek// Dingo cammina sulla ghiaia / nel Fletcher Creek in secca / risale sull’argine // Dingo annusa il vento / della regione delle pianure nel corso del suo viaggio …” Nella lingua originale, questo testo inizia così: Burrundal Burrundalaya // Dawingangi / Windijingarni …”.[2]

Ma è il canto che attiva le parole, portandole sino alla pienezza del loro essere; il sottile levarsi e abbassarsi della melodia imita il procedere del Dingo in un modo che la voce non potrebbe eguagliare nel parlato. Un aspetto che potrebbe offrire un buono spunto di riflessione ai poeti moderni, è che la risonanza sonica, con le sue vibrazioni vitalizzanti, fa vibrare le parole e le addensa, creando una musicalità che le trasforma.

Dunque forse, le nostre prime forme di poesia comprendevano delle parole che venivano modificate da suoni musicali e che avevano uno scopo pratico e concreto – vogliamo la pioggia, vogliamo che le messi crescano – ma si rivolgevano ad esseri che abitavano un’altra dimensione: dèi, spiriti, antenati totemici. Per facilitare la comunicazione con l’altro mondo, v’erano degli specialisti, che oggi definiamo in modo generale ‘sciamani’; delle figure che assommavano in sé le funzioni di profeta, guaritore, sacerdote, psicopompo e, forse, dell’equivalente più prossimo di quel che potremmo definire poeta. Lo sciamano – uomo o donna che fosse – era un intermediario fra dimensioni diverse della realtà, capace di librarsi fino a mondi superiori, o di discendere nell’oltretomba e di conversare con gli spiriti, per poi rivelare quel che aveva appreso ai membri della comunità.[3]

Nella tradizione poetica occidentale, questa idea di una fonte di conoscenza oltremondana si è mantenuta per almeno tremila anni ma, invece di essere riferita agli animali totemici, le è stato attribuito il nome di Musa, rappresentata in genere come una divinità femminile. Nel Proemio dell’Iliade, Omero dice: “Cantami o Diva, del Pelide Achille / l’ira funesta”[4]. Nel Proemio dell’Odissea, dice ancora: “Musa, quell’uom di multiforme ingegno / dimmi”.[5] Nel Proemio dell’Eneide Virgilio scrive: “Musa, mihi causas memora”, ‘Musa, rammentami le cause’ e, nel Paradiso perduto, Milton invoca la Musa Celeste (Heavenly Muse) ma, essendo un bravo patriarca puritano,  trasforma la divinità femminile nello Spirito Santo.

Per i poeti romantici la Musa era ancora vivissima, com’è, ad esempio, nell’Ode a Psiche, di John Keats, o in Most Sweet It Is ( È cosa dolcissima). In Alla Musa, Coleridge afferma che la Musa ‘mi permette di comunicare con il mio spirito’, come dire che diviene un canale d’accesso ai suoi sentimenti più intimi, ed è forse la prima volta che si fa cenno a un’interiorizzazione della Musa.

Giunsero infine i gelidi venti del modernismo. T. S. Eliot la definisce una “trita metafora”. Tuttavia, in Mercoledì delle Ceneri, si rivolge a una figura simile alla Musa, con un’invocazione che possiede la medesima solennità che ha in Omero, Virgilio e Milton: “Beata sorella, santa madre, spirito della fonte, spirito del giardino, / Non tollerare che noi s’inganni noi stessi con la falsità. / Insegnaci a curarci e a non curarci / Insegnaci a rimanere immobili.’

Fra i poeti, il nome della Musa circola ancora, ma vuoto e senza convinzione. A dire il vero, si potrebbe affermare che essa possegga minor potenza del suo esatto opposto: quel dèmone noto come Blocco dello Scrittore. Ma forse, ignoriamo la Musa, cioè una fonte d’ispirazione sovrapersonale, a nostro rischio e pericolo. Ha servito i poeti dai primordi fino a Ted Hughes e Sylvia Plath e ci connette ai nostri proto-poeti sciamanici e a un mondo in cui la declamazione rituale della ‘poesia’, o di qualcosa di analogo ad essa, era inscindibile dalla musica che la sosteneva.

In qualche momento della preistoria compare quel che si definisce ‘pensiero poetico’ e annunzia l’inizio di quella modo d’esprimersi per metafore che a noi moderni è familiare. Quando si invocano agli dei perché facciano piovere o garantiscano un buon raccolto, non sono necessarie immagini di fantasia. Né sono necessarie per le Vie dei Canti. Ma, all’epoca di Gilgamesh, un’epoca che iniziò circa quattro millenni fa in Mesopotamia, il linguaggio dell’immaginario poetico era ormai divenuto parte del tessuto della coscienza umana.

Per darne un piccolo, ma significativo esempio, nell’epopea di Gilgamesh, l’eroe è devastato dalla morte del suo amato amico Enkidu. “Per sei giorni e sette notti piansi per lui”, dice Gilgamesh, e le sue parole sfiorano appena il gelo della morte e il fardello del lutto. Ma poi, troviamo un dettaglio che cambia ogni cosa: “Non consegnai il suo corpo per la sepoltura”, dice, “finché una larva non gli cadde da una narice.” Finché una larva non gli cadde da una narice. L’autore, o gli autori, avrebbero potuto dire, “finché il cadavere non iniziò a putrefarsi”, oppure “a puzzare”; ma l’immagine di una larva, bianca e minuscola, che esce dalla caverna oscura di una narice, un essere vivente che emerge dalla carne morta, s’incista nella mente con la violenza e la precisione di una pallottola sparata da un cecchino. È il pensiero di un poeta.

Quel primo baluginare dell’immaginario poetico che appare in Gilgamesh, giunge alla piena realizzazione in Omero. Nell’Iliade e nell’Odissea, composte circa duemilasettecento anni fa, fa la sua trionfale comparsa la similitudine omerica. Verso la fine dell’Odissea, ad esempio, a Telemaco viene affidato il compito di impiccare dodici ancelle infedeli. Omero ci narra che il giovane tese una sorta di corda da bucato, a un’altezza tale che i loro piedi non toccassero il pavimento. “E come incontra, che o colombe o torde,/ Che al verde chiuso d’una selva entraro / Van con ali spiegate a dar di petto / Nelle pendule reti, ove ciascuna / Trova un letto feral: tali a mirarle / Eran le donne con le teste in fila, / E con avvinto ad ogni collo un laccio, / Di morte infelicissima strumento. / Guizzan co’ piedi alquanto, e più non sono.”[6] È d’un truce realismo, ma narrato con delicatezza; l’immagine degli uccelli acuisce il senso di vulnerabilità, di inquietudine e di pallore delle donne.

Con le sue similitudini, Omero ha elevato l’espressione poetica a un nuovo livello di coscienza immaginativa. Non si tratta tanto di brevi digressioni, di gingilli atti ad ornare il corpo del verso, quanto qualcosa di simile a dei tatuaggi impressi sulla sua pelle. Talvolta esse possono persino prendere il sopravvento sull’azione.

In una famosa scena dell’Iliade, Omero dice che l’eroe greco Diomede si prepara a combattere contro il guerriero troiano Glauco. Diomede è preoccupato; pensa che Glauco possa essere un dio, il che significherebbe morte certa. Dunque, nel pieno dello scontro, gli domanda chi sia. Glauco gli risponde, chiedendogli perché debba tanto preoccuparsi del suo lignaggio, e poi prosegue con questi quattro indimenticabili versi:

“La nostra vita ha il fato delle foglie.

In autunno il vento disperde le vecchie foglie a terra,

ma in primavera sugli alberi germogliano nuovi boccioli.

Così è la vita degli uomini: mentre una nuova generazione nasce, un’altra muore.”

Si potrebbe pensare che questa cupa osservazione faccia da preludio a un massacro reciproco di Glauco e Diomede. Ma Omero ci offre un colpo di scena. Glauco prosegue e spiega a Diomede chi erano i suoi progenitori; si scopre così che i loro nonni erano stati ottimi amici. Dunque, invece di combattere, i due balzano dai loro carri, si stringono la mano e stringono amicizia. È un momento di grande commozione in mezzo a quell’inarrestabile violenza.

L’epica era perfettamente adatta alle lealtà tribali delle città-stato, ma non era in grado di esprimere altrettanto bene i sentimenti e i pensieri personali dell’autore e quel senso di intimità, di confessione, di pensosità, che divennero prerogativa della poesia lirica; brevi testi poetici, in genere accompagnati dalla lira, da cui il nome. È difficile dire quando sia comparsa la forma lirica. Cogliamo una sensibilità lirica, non epica, nei Salmi di Davide, alcuni dei quali potrebbero essere stati scritti intorno al 1.000 a.C. Ma, una delle prime esponenti riconosciute della poesia lirica è Saffo, la poetessa di Lesbo, che visse alla fine del VII secolo a.C.

Le poesie di Saffo parlano d’amore, di perdita e di altre intime vicende del cuore e della mente. Ce ne sono giunti affascinanti frammenti, ma, anche così, persino in un singolo verso, percepiamo una voce personale: “Vieni a me di fronte, mia cara … e svela la grazia dei tuoi occhi.” Oppure; “Un tempo t’ho amato, Attis, in un tempo lontano.” E anche in questo frammento più lungo: “Ma tu sempre morta giacerai, né di te resterà mai memoria, poiché non cogliesti le rose di Pieria, ma vagherai ignorata nelle case di Ade, volando fra le ombre dei morti.” La voce diretta della poetessa dista quanto un intero mare, oscuro come vino, da quella dei grandi poemi epici e delle Vie dei Canti.

La poesia lirica, con la sua voce intima, passò ai poeti di Roma, che ne furono maestri, come Catullo e Orazio. Nelle Odi, (Libro I, 9) di Orazio c’è un testo poetico che, per sensibilità e stile, può considerarsi una poesia moderna. Attraverso la descrizione, il ritmo e soprattutto il movimento, Orazio crea un mondo poetico. L’ode si apre con una visione del monte Soratte coperto di neve, poi si sposta in un interno, accanto a un fuoco che arde nel focolare, con il vino rosso e le conversazioni. La stagione psichica dell’inverno e della vecchiaia confluiscono con naturalezza in un’immagine finale di giovinezza, di primavera e d’amore.

Vidès ut  àlta stèt nive càndidum

Soràcte  nèc iam sùstineànt onus

 silvàe labòrantès gelùque 

flùmina cònstiterìnt  acùto.

Vedi come s’innalza candido per l’alta neve

il Soratte né più sostengono il peso

i boschi affaticati e per il gelo

intenso i corsi d’acqua si sono fermati.

Sciogli il freddo e metti legna sul fuoco

in abbondanza e generosamente

attingi vino di quattro anni,

o Taliarco, dall’anfora Sabina.

Lascia il resto agli dei; non appena

avran placato i venti che sul mare

in burrasca lottavano, né i cipressi

né i vecchi ontani si agitano.

Non chiederti quel che accadrà domani,

e ogni giorno concesso dalla Sorte, a guadagno

ascrivilo e non disprezzare

i dolci amori, ragazzo, né le danze,

Finché, ancor giovane, non ti tocca canizie

fastidiosa. Ora il campo e le piazze

e i lievi sussurri sul far della notte

si cerchino all’ora concordata,

ora il riso traditore della ragazza nascosta

giunge gradito dall’angolo appartato

e il pegno strappato dal braccio

o dal dito che debolmente si oppone.

 

Se mai qualcuno possa dubitare che il potere della poesia trascenda tempo e spazio e avvicini le persone, persino dei nemici, questa poesia ne è una dimostrazione. Lo scrittore di viaggi Patrick Leigh-Fermor, che nel 1943, faceva parte di un commando britannico a Creta durante l’occupazione tedesca, narra di come, insieme a un piccolo gruppo di commandos e di forze della Resistenza cretese, rapì il generale tedesco Heinrich Kreipe. L’idea era di  portarlo di nascosto e attraverso le montagne fino alla costa meridionale, dove un sottomarino britannico l’avrebbe condotto a Il Cairo.

Così scrive Leigh-Fermor: “Durante una sosta, ci svegliammo fra le rocce nel momento in cui un’alba scintillante stava sorgendo oltre la cresta del monte Ida. Da due giorni lo scalavamo faticosamente, sfidando prima le neve e poi la pioggia. Guardando, oltre la vallata, quella luminosa cresta del monte, il generale Kreipe prese a mormorare fra sé e sé: ‘Vides ut alta stet nive candidum / Soracte…”

Leigh-Fermor conosceva a memoria quell’ode e proseguì la recitazione fino alla fine. Così continua: “Gli occhi azzurri del generale si staccarono dalla cima del monte e si fissarono sui miei e, quand’ebbi finito, dopo un lungo silenzio, disse: ‘Ach so, Herr Major!’ Fu molto strano. Come se, per un istante, la guerra avesse cessato di esistere. Entrambi, molto tempo prima, avevamo bevuto alla stessa fonte e, per il tempo che restammo insieme, le cose furono diverse.”

Tuttavia, mentre Orazio vergava eleganti versi sul suo podere in Sabina e contribuiva a creare il genere della poesia lirica, che dura da secoli, nel mondo greco-romano esisteva ancora un vestigio dell’epoca, forse, in cui la poesia greca era strettamente connessa allo sciamanesimo della preistoria (come il mito di Orfeo e del suo viaggio nel sottosuolo suggerirebbe). Si tratta dell’Oracolo di Delfi, che ruotava attorno a una sacerdotessa: la Pizia. La Pizia, che viveva nel numinoso luogo di Delfi, nel cuore della Grecia, posto fra i monti e accanto alla sacra fonte Castalia, cadeva in trance ed era ispirata direttamente da Apollo. La Pizia era la portavoce del dio e, per i suoi discorsi canalizzati, usava una lingua incomprensibile a chiunque, tranne a un abile interprete, un sacerdote, che traduceva quell’apparente inintelligibile barbugliamento in versi, spesso formulati come enigmi.

Quando, nel 480 a. C., Serse si preparava a invadare la Grecia con il suo enorme esercito, gli Ateniesi si affettarono a consultare l’oracolo di Delfi. La Pizia fornì loro due risposte; la prima annunciava terribili sciagure, e la seconda diceva: “Zeus concede a Tritogenia (Atena),  che solo un muro di legno sia inespugnabile, il quale salverà te ed i tuoi figli. Non aspettare inerte, la cavalleria e le forze di terra che arrivano in massa dal continente, ma ritirati, volgi le spalle; verrà ancora un giorno in cui potrai tenere testa… O divina Salamina, tu darai morte a figli di donne, o forse quando il dono di Demetra è seminato o quando si raccoglie.” Il ‘muro di legno’ andava interpretato come un riferimento alle navi, le navi ateniesi, e il riferimento alla distruzione di Salamina, come poi avvenne, non riguardava gli Ateniesi, ma i Persiani. L’oracolo avrebbe potuto essere meno ambiguo, avrebbe potuto dire, con prosa burocratica: “Costruisci delle navi, fidati della tua forza navale e a Salamina vincerai.” Ma seguì l’antica tradizione secondo la quale il linguaggio degli dèi è un linguaggio poetico, ellittico, enigmatico e ricco di immagini potenti.

L’oracolo di Delfi fu in fuunzione fino al tardo IV secolo d.C., quando venne chiuso per ordine di Teodosio I. Ma l’indovinello, o enigma, come forma poetica, rimase, soprattutto nella tradizione anglosassone dove, libero da implicazioni mantiche, aveva la funzione di intrattenere nobili e uomini liberi, seduti nelle sale, attorno al fuoco acceso, durante le lunghe sere d’inverno.

Gli anglosassoni sono famosi per le loro particolari frasi poetiche chiamate kenning (pl. kenningar) –  un sostantivo di origine norrena – delle perifrasi che trasformano cose o persone ben note: ad esempio, il mare era ‘la via delle balene’, una nave era ‘il destriero dell’oceano’, il sole, ‘la candela del cielo’, la morte, ‘il sonno della spada’. Fra la formulazione di un kenning e una poesia a enigma, il passo è breve, come in questa che segue, formata da sette versi, che compare nel Libro di Exeter (N° 51)

Vidi quattro creature        –  erano strane –

si muovevano come un’unica cosa        lasciando tracce scure

Impronte di puro nero;         procedevano rapide,

più veloci di uccelli             volavano nell’aria,

s’immergevano nell’acqua.         Il tenace guerriero

che instancabile lavorava             indicava a tutt’e quattro

la via da seguire               attraverso l’oro splendente.

 

Qui, come altrove, l’indovinello è una metafora sul modo in cui agisce l’immaginazione; getta barlumi di immagini e pensieri, ci stuzzica spostando il centro dell’attenzione e prospettiva. Cosa potrebbero essere queste creature? Quattro esseri, ma un’unica cosa. Come può muoversi più veloce degli uccelli e, allo stesso tempo, immergersi nell’acqua? Chi è il tenace guerriero che le guida? L’indovinello punzecchia la nostra razionalità, fino a che ci rendiamo conto di non poterlo risolvere solo con la pura logica. Se siamo fortunati, abbiamo un’illuminazione, ed è così che funziona l’immaginazione.

La risposta all’indovinello è quella di un pollice e due dita che reggono un calamo, un’unità di quattro cose che si muove più veloce di un uccello e s’immerge nell’inchiostro, guidata da un tenace guerriero, cioè un braccio stanco e dolente (o una persona), che indica al calamo la via verso l’oro splendente, vale a dire, un manoscritto decorato d’oro.

Un indovinello permette di guardare all’ordinario con una visione speciale e, se non altro, suggerisce il modo di ‘dire la verità, ma dirla sghemba’, per usare l’espressione di Emily Dickinson, lei stessa una fulgida creatrice di versi gnomici, concentrati ed enigmatici. La sua visione di sghembo porta l’immaginazione alla ribalta; gli oggetti della poesia sono meno significativi del modo in cui li vediamo. Possiamo scrivere di un cardo scozzese, o di un laccio da scarpe e penetrarne la realtà se, ed è un grande se, siamo in grado di guardare dentro l’essenza delle cose.

William Blake definiva questa capacità ‘Doppia Visione’, cioè la capacità di vedere, in un oggetto, due cose nello stesso tempo. Ci dà un esempio di Doppia Visione in una poesia in cui descrive un cardo scozzese come un vecchio dai capelli grigi. È come se Blake vedesse attraverso la superficie esterna delle spine lanuginose, del capo chino e del corpo esile e, la sua immaginazione, l’avesse trasformato in un vecchio. Così scrive:

“ … doppia visione vedono i miei Occhi

E doppia visione sempre è mia compagnia

Con l’Occhio interno è un vecchio canuto

Con quello esterno un Cardo sulla via.”

Per Blake, la Doppia Visione non dev’essere appannaggio solamente dei poeti, ma di chiunque. Il suo timore, l’ira che prova nei confronti della Visione Univoca, come la definisce, dei newtoniani, del riduzionismo e della pedanteria della scienza, è, a tutti gli effetti, una lotta senza quartiere.

Pensando per metafore, i poeti adottano spontaneamente, e in sommo grado, la doppia visione. Si veda, ad esempio, il poeta giapponese Matsuo Bashō. Nel corso di un lungo viaggio a piedi attraverso il Giappone, gli venne dato un paio di sandali di paglia con dei lacci azzurri. In seguito, su questi sandali, compose un haiku:

“Steli di ireos

Si aggrovigliano ai miei piedi –

Come lacci di sandali.”

Bashō guarda esternamente i lacci azzurri, internamente vede dei fiori di ireos, con tutta la loro delicatezza e promessa di vitalità.   Bashō disse che, per scrivere una poesia su qualche cosa, è necessario immergersi nell’oggetto ‘in modo sufficientemente profondo da vedere una sorta di celato baluginio’. Per Blake il celato baluginio nel cardo era un vecchio imbronciato. Per Bashō, il celato baluginio in un paio di lacci azzurri era un fiore di iris.

La Doppia Visione non è esclusivo appannaggio dei poeti. Per Leonardo da Vinci era cosa naturale. Pare che si mettesse a fissare un muro che avesse delle macchie o diverse tramature e vi scopriva dei paesaggi con fiumi, rocce, alberi e vallate; oppure delle battaglie, delle figure in azione, o strani visi e abiti, come coloro che recitano le Vie dei Canti che osservano il deserto e vi trovano dei significati. Leonardo diceva che:  “Egli è ben vero che in tale macchia si vedono varie invenzioni di ciò che l’uomo vuole cercare in quella, cioè teste d’uomini, diversi animali, battaglie, scogli, mari, nuvoli e boschi ed altre simili cose; e fa come il suono delle campane, nelle quali si può intendere quello dire quel che a te pare.”

Al giorno d’oggi i poeti tendono a considerare l’immaginazione una proprietà personale, soggetta alla volontà, piuttosto che a un contenitore di qualcosa di Altro, come la Musa. Dunque, l’ossessione per il Blocco dello Scrittore, l’idea che scrivere sia un diritto naturale e che, il non riuscirvi, significa che dev’esserci qualcosa che blocca l’accesso idee, pensieri e parole. Ma è proprio così? È possibile che la tradizione di attendere con pazienza che la Musa parli sia andata persa o venga trascurata? Forse, dal momento in cui fu chiuso l’Oracolo di Delfi, l’ispirazione canalizzata ebbe i giorni contati. Uno dei suoi ultimi responsi fu: “Apollo non abita più in questa casa, perduto è il suo alloro profetico, perduta la fonte che ispirava la parola e le acque parlanti sono state messe a tacere.”

Ma le acque parlanti non sono mai state messe a tacere del tutto. Leigh Fermor e Kreipe vi si sono abbeverati entrambi. E l’immagine di una sacerdotessa, posseduta da un essere spirituale, che pronuncia parole che verranno messe in versi da un interprete, potrebbero descrivere perfettamente Georgie Yeats in stato di trance, mentre trasmette materia grezza, ricca di immagini, a beneficio del marito.

Yeats è importante per molte cose e, la sua idea di un regno universale del mito è una di esse. Era sua convinzione che, “i confini dei nostri ricordi sono mutevoli e che i nostri ricordi sono parte di una grande memoria, la memoria della Natura stessa” e che, “questa grande mente e questa grande memoria può essere evocata dai simboli.” L’idea dell’’anima mundi’, ha una lunga e illustre tradizione, che risale almeno al Mondo delle Idee di Platone e che, in tempi moderni, è stata formulata da Jung in termini di inconscio collettivo. Più di recente, Ted Hughes si è riferito a qualcosa di simile quando ha parlato di ‘circuito di potenza elementale dell’universo.’

I poeti corrono il pericolo di sentirsi paghi del loro stagno privato, invece di rendere sé stessi degli abbeveratoi capaci di ricevere pioggia dal cielo, pioggia che sono costretti ad attendere. Viviamo in un’epoca in cui l’Ego si rifiuta di andare dolcemente verso la notte, col disperato desiderio di lasciar traccia di sé attraverso i “mi piace” dei social media – i graffiti del mondo virtuale. Nel frattempo, le acque parlanti di Delfi scorrono via, goccia a goccia, nei rivoli di scolo dello scientismo, del liberalismo e del materialismo. Potrebbe apparire una situazione deprimente, se non fosse che offre ai poeti una ragion d’essere. A parte scrivere poesie, i poeti, attraverso la loro immaginazione, attraverso il loro rifiuto di accettare limitazioni mentali ed emotive, possono ricordare a chi li circonda, soprattutto agli adepti del culto della Visione Univoca che,  come afferma Louise MacNeice, “ il mondo è più imprevisto di quanto immaginiamo. Il mondo è più folle e in esso v’è ben di più di quanto pensiamo”, per ricordare a chiunque ha voglia di ascoltare che un cardo non è solo un cardo e un laccio da scarpe non è solo un laccio da scarpe, o che un semaforo non è solo un semaforo.

Di recente, a Melbourne, una donna di nome Penelope Buckley, una scrittrice, critica e vedova del poeta australiano Vincent Buckley, mi portò in giro in macchina. Fermi al semaforo, disse queste parole: “Oh, mi piacciono i semafori. I colori sono bellissimi. Spero che non li cambino mai. Guarda l’intensità di quel rosso.” Per me, che sono un guidatore impaziente, i semafori hanno sempre significato irritazione o ansia. Adesso li considero un momento di pausa, mi calmo, ne assaporo i colori che in natura non si trovano in alcun luogo. Il momento poetico, la larva nella narice – o la percezione di sghembo, che sposta la nostra prospettiva e apre la mente, è disponibile per tutti noi; possiamo riceverla o donarla, che siamo dei pittori di Lascaux, degli sciamani, dei poeti epici, lirici o chiunque sia devoto all’immaginazione.

 

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[1] Nature N° 460, pp. 737-740. Agosto 2009

[2] John Bradley, Yanyuwa Families, Singing Saltwater Country: Journey to the Songlines of Carpentaria, Allen Unwin, 2010, p. 265

[3] Fra le pubblicazioni sullo sciamanesimo: Shirley Nicholson, Shamanism: An Extended View of Reality, Quest Books, 2000, e il classico di Mircea Eliade, Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, Edizioni Mediterranee, 1974.

[4] Nella traduzione di Vincenzo Monti. (N. d. T.)

[5] Nella traduzione di Ippolito Pindemonte. (N. d. T.)

[6] Odissea, Libro XXII, Traduzione di Ippolito Pindemonte, vv. 592 – 600. (N. d. T.)

 

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Questo è il video della conferenza che ho sopra presentato e che James Harpur ha tenuto alla Temenos Academy di Londra nell’ottobre 2017.

(C)by James Harpur, per la traduzione by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

Francesca Diano – Bestiario

 

Propongo qui il mio testo introduttivo al mio Bestiario, NeroCromo, Vicenza, 2017, pubblicato in elegante veste di libro d’arte da Paolo Gidoni e  illustrato da Patrizia Da Re. Premessa al volume è il Preludio di Adriana Gloria Marigo.  Sedici testi poetici affiancati da sedici immagini in una doppia edizione, da collezione in edizione limitata di grande formato e in formato più piccolo. Per me un grande onore e una grande emozione vedere, dopo tanti anni dalla sua composizione, un’edizione così bella del mio piccolo Bestiario.

In copertina un particolare del Ragno di Patrizia Da Re.

F.D.

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INTRODUZIONE

 

Agli inizi degli anni Ottanta, seguendo il desiderio, o meglio la necessità, di approfondire le mie conoscenze sul mito e sui simboli, mi immersi in una serie intensissima di letture di mitologia comparata, che mi condussero poi a studi e testi di antropologia, etnologia, di storia delle religioni, di alchimia, di astrologia e Qabbālāh. Mi furono guide costanti Carl G. Jung,  Károly Kerényi, James Frazer e Mircea Eliade. Fons et origo di quella necessità fu la lettura dello splendido saggio che Maurizio Calvesi scrisse sull’incisione di Albrecht Dürer Melencolia I, cui ero giunta, come storica dell’arte, sulla scia degli studi iconologici di Panofsky, Wittkover e Warburg. Nel leggerlo, mi resi conto una volta di più che mi mancavano dei tasselli essenziali per comprendere l’arte del tardo Medio Evo e del Rinascimento e non solo, dai quali non potevo prescindere se avessi voluto avvicinarmi con maggiore attenzione all’universo che la nutriva. Ma, come spesso accade, inoltrarsi lungo strade sconosciute finisce per condurre a nuove scoperte di sé.

Le sollecitazioni a livello del profondo sgorgate da queste letture furono molto intense e non tardarono a manifestarsi in modi inattesi, anche nella mia vita personale. Una maggiore attenzione alla mia vita psichica, un più acuto sentire me stessa e il mondo, una curiosità più profonda di nuove esperienze interiori.

Stavo scoprendo nuovi sentieri da percorrere, orizzonti vastissimi; una rete intricata di percorsi che s’intrecciavano, si dividevano, si riunivano, si richiamavano, conducevano ad altri sentieri da seguire, senza che se ne potesse scorgere la fine. In tutta questa sconfinata e scintillante selva di immagini e strutture psichiche, di richiami estremamente seducenti del passato, era possibile individuare delle convergenze e degli aspetti comuni, i quali tutti riconducevano a una fonte unica: il Sacro. La stessa fonte a cui attinge l’arte, anzi, da cui l’arte ha tratto la sua origine.

Fra gli aspetti che più mi colpirono, vi fu la dovizia di simboli collegati alle figure animali e delle funzioni loro attribuite, la loro pervadente trasversalità attraverso le epoche e le culture, nella sfera del mito, in quella religiosa e folklorica,  ben prima che in quella letteraria, e la loro potenza mitopoietica.

Non v’è cultura che, fin dalle sue manifestazioni più arcaiche, fin dalla preistoria, non abbia attribuito agli animali un ruolo fortemente – talvolta violentemente – simbolico. E il significato di un simbolo non è mai qualcosa di univoco, chiaro o compatto, ma sempre molteplice, ambiguo ed evocatore.

Se è vero che l’uomo è un animale simbolico, è però anche vero che l’animale è simbolo e metafora dell’umano. In quest’apparente paradosso sta il vero rapporto che l’uomo ha stabilito fin dalla preistoria con gli esseri animati diversi da sé. Lo spazio vuoto che esiste tra l’uomo dotato di lògos e dunque di linguaggio e di capacità simbolica e gli animali che ne sono privi (o così crediamo), è colmato dalla funzione simbolica che l’uomo attribuisce all’animale. Tramite e attore di questa saldatura è, fin dalle più arcaiche tradizioni, lo sciamano.

Nell’originaria visione animista, originaria perché primordiale e comune a tutte le culture primitive o cosiddette tali, che ogni cosa possegga un’anima e che tutto sia parte di un Uno, non significa che quell’Uno sia un’entità coesa e indifferenziata. Esso è piuttosto una fusione fluida, un mosaico in cui ogni particola è manifestazione della sacralità dell’Unità, concorre anzi a formarla ed è ad essa necessaria e da essa inscindibile. Questa è la visione che permane nelle religioni politeiste, la cui pluralità di divinità non è che il rivelarsi delle innumerevoli manifestazioni del divino.

Dovremmo usare forse, il più appropriato termine mana, la forza vitale, la potenza spirituale che ogni cosa visibile o invisibile possiede. Vi sono gradi e distinzioni nel manifestarsi della potenza e gli animali, forse proprio perché più evidentemente vicini all’uomo rispetto alle piante, alle rocce, alle acque, alla terra e ai fenomeni naturali, ma pur sempre forme di vita ad esso estranee e misteriose, tramite fra la fragilità dell’uomo e le potenze sconosciute e spesso invisibili di una natura temibile, dovevano apparire, agli occhi dei nostri antenati, manifestazioni della potenza divina non meno dei fenomeni naturali.

Contemplando le pitture rupestri, le più antiche mai scoperte, e in assoluto le più belle, che rappresentano orsi, leoni, cavalli, cervi, bisonti, mammut, gufi, ma anche esseri umani, tracciate da ignoti uomini di Cro-Magnon circa 32.000 anni fa, con immensa arte, sulle pareti della Grotta Chauvet, scoperta solo vent’anni fa nella Francia meridionale, è evidente il senso di meraviglia e timor sacro con cui guardavano ai loro soggetti. Figure umane e animali entrano ed escono letteralmente dalle rocce, grazie al miracolo di un’ancestrale visione prospettica, unitamente allo sfruttamento delle sporgenze e delle rientranze della superficie, che fungono in molti casi da rilievo per i muscoli in movimento. Certe “istantanee” degli animali al galoppo o in corsa non sono normalmente visibili ad occhio nudo. Sono dei fotogrammi; noi riusciamo a catturarli solo attraverso una macchina fotografica o il fermo immagine di una cinepresa. Eppure quegli uomini erano in grado di cogliere ogni frazione di movimento e, insieme, la travolgente potenza fisica e spirituale di quegli animali. Che non sono dipinti dal vero, ma, parrebbe, in una trance ipnotica, o in uno stato onirico. In una fusione totale con lo spirito dell’animale.

Il luogo reca tracce di un possibile grande santuario ancestrale, dove già compaiono abbaglianti tutti gli archetipi della psiche umana e le loro manifestazioni: animali totemici, tracce di pratiche sciamaniche, rappresentazioni di peni e vagine umani, la Grande Madre, riti legati al ciclo  morte e rinascita, evocazione degli spiriti animali, e chissà quanto altro.  E, nonostante questi capolavori, che superano tutti gli altri dipinti rupestri conosciuti, siano antichi di 32.000 anni, sono già arte e pensiero simbolico maturi. Quale percorso hanno alle spalle?

Quegli uomini sapevano di potersi impossessare dello spirito dell’animale solo entrando in contatto con il suo mana, facendosene possedere e divenendo essi stessi quell’animale. Per acquisirne l’essenza e le qualità. Per fondere in un’unità l’umano e il sovraumano. Così come l’uomo che impersona il dio cacciatore Muthappan diviene il dio stesso.

L’animale possiede una forza, fisica e spirituale e una libertà negate all’uomo. Ogni animale evoca una specifica potenza, associata a un principio spirituale. Come, ad esempio, Frazer rintraccia nelle culture europee ed extraeuropee la presenza costante dello Spirito del Grano – o dei diversi cereali –  che si manifesta sotto forma di animale così, fra i Batak dell’Amazzonia, esiste il Padre delle Api, che possiede aspetto animale e umano, e dev’essere propiziato durante la raccolta del miele selvatico attraverso danze e riti specifici. Questi spiriti animali vanno ritualmente uccisi per assicurare un buon raccolto o la pioggia. In Kerala il dio cacciatore Muthappan, di cui, a differenza di tutte le divinità hindu, non esistono statue, ma che viene impersonato ogni giorno da un uomo, che ne assume l’aspetto, le vesti, le insegne, abbandonando la sua natura umana, e incontra i suoi fedeli, dunque è un vero “dio vivente”, è sempre accompagnato da un cane. I cani sono sacri a Muthappan e, se dovessero mancare nel tempio a lui dedicato, l’uomo che lo impersona non riuscirà a portare a compimento la trasformazione nel dio; quindi, il cane è lo spirito animale di Muthappan, il tramite con l’uomo, senza il quale egli non potrà compiere la sua ierofania. Esempi analoghi si possono rintracciare in moltissime culture, anche in Europa, benché citarli richieda uno spazio che questo mio breve discorso introduttivo a un libro d’artista non può concedere.

Dunque, appropriarsi dello spirito dell’animale – o cibandosene o propiziandoselo con riti e sacrifici, o impersonandolo con l’assumerne l’aspetto, o rappresentarlo con un rito magico-religioso  – significa appropriarsi di quella potenza. Significa appropriarsi dello spirito dell’animale, che diviene lo spirito guida, l’alter ego a livello sovraumano dell’uomo che ne è a sua volta posseduto. Si sa come, in molte culture dei Nativi Americani, si assuma il nome dello spirito guida animale che si è rivelato nel corso di una cerimonia di iniziazione. E, con il suo nome, anche le sue qualità, le sue caratteristiche spirituali e le energie che nell’animale si manifestano.

L’animale è in diretto contatto col Sacro, la sua valenza simbolica ha la funzione di stabilire una relazione diretta fra il piano umano e la sfera del Sacro. Ogni forma o struttura religiosa, all’origine, ha i suoi animali sacri, le sue divinità zoomorfe, i suoi animali totemici; persino il Cristianesimo trabocca di animali simbolici (l’agnello, la colomba, il pavone, l’aquila, il leone, il toro, il serpente, l’asino, ecc.) retaggio non solo della tradizione classica e mediterranea, ma di culti assai più arcaici. Forse di pratiche sciamaniche.

Non potevo evitare questa premessa, poiché è da questo insieme di riflessioni e circostanze che sono nati questi testi: scritti nell’arco di due giorni, di getto – cosa per me assai inusuale – tanto da potersi dire quasi una scrittura automatica, si sono presentati come un insieme compiuto. A differenza di buona parte di quanto scrivo, non furono meditati o mediati, ma sgorgarono direttamente dalle sollecitazioni che quelle letture avevano operato nel profondo. Pochi e limitatissimi sono stati miei interventi e cambiamenti successivi.

Gli animali che qui compaiono, in ordine alfabetico, si sono voluti così manifestare. Un discorso a parte meritava il toro, come animale sacrificale, legato ai riti della fecondità, di morte e rinascita delle società agricole, come Spirito del Grano, cui ho dedicato, nello stesso periodo, una serie di testi cui ho dato il titolo di Taurofania. Essi non esauriscono ovviamente l’affollatissima costellazione degli animali simbolici, ma sono quelli che in me hanno preso voce. Loro e non altri. E mi rendo conto che, in effetti, sono i miei preferiti. Forse quelli che più rappresentano parti di me.

La forma è quella di invocazioni, di formule magiche, rituali. Lo spirito dell’animale vi è evocato elencandone gli attributi, la potenza, le qualità, la presenza nei miti e nelle tradizioni popolari di epoche e culture diverse. Ma anche il valore metaforico e allegorico che li trasforma in figure archetipiche e dell’inconscio, cui s’aggiungono immagini legate al mio vissuto: le strutture per i combattimenti dei galli nel Museo Nazionale di St Fagans in Galles, la Porta Ermetica di Piazza Vittorio a Roma, gli scarabei del Museo Egizio di Torino, i cigni che scivolavano sull’acqua del fiume Cam a Cambridge in una fredda notte nevosa di gennaio, i numerosi corvi che si posavano d’inverno sui prati del parco davanti alla mia casa londinese, perché il loro valore simbolico e magico non si esaurisce nei miti del passato, nelle immagini dipinte sulle pareti delle caverne preistoriche, o nei visionari Bestiari medievali, ma protende inesauribile le sue spire anche nel nostro quotidiano.

Piccoli inni sacri dunque, che hanno scelto di manifestarsi con un ritmo cantilenante, a volte ipnotico, ingannevolmente semplice, per lasciare affiorare liberamente l’accecante fulgore del simbolo.

Non ho voluto aggiungere alcuna nota esplicativa ai testi, ho scelto di non citare i riferimenti ai miti, alle leggende o alle tradizioni che vi emergono, perché la lingua del Sacro rifugge dalle giustificazioni; è e deve rimanere ambigua, velata, metamorfica. È frutto di una lenta decantazione, purificazione e trasformazione, così come nei procedimenti alchemici.

La qualità fortemente visiva di questi testi mi aveva fatto desiderare da tempo che essi potessero trovare chi volesse e sapesse trasformarli in immagini. Nel caso di questo libro, il tempo s’è rivelato alleato perché, come è detto della mia Ragna:

 

Ragna lenta, ragna paziente

Il tempo lavora e mai non ti mente.

Sei machiavellica, tu non hai fretta

Vince pur sempre chi tempo aspetta.

 

Così ho saputo aspettare l’arrivo nella mia vita di Patrizia Da Re. Un’idea nata all’improvviso, chiacchierando. Avevo visto alcune sue opere che mi avevano catturata. La forza dei suoi colori, l’energia della sua pittura, le immagini oniriche, le tecniche inusuali e l’immaginazione visionaria erano quello che i miei testi aspettavano. Patrizia è una donna colta, di grandi letture e dall’immaginazione ricchissima. La sua pittura è più visione che immagine e perciò adattissima ad affiancare e commentare le mie parole. Mai le sarò sufficientemente grata per aver accettato all’istante.

Poi accadde una cosa singolare; come le mandai i testi, immediatamente le sue immagini sgorgarono potenti, quasi imponendosi con la stessa forza con cui le parole erano sgorgate in me. I simboli prendevano vita e forma visibile. Vedere la curva azzurrità del delfino, l’Uovo Cosmico del serpente, lo sguardo allucinato del rospo, la trina delicata tessuta dal ragno, il favo d’oro delle api, che quasi appare la morula di un embrione nell’aggregarsi delle sue cellule, (ri)sentire lo stridio dei corvi nel campo brullo, e poi quelle geniali invenzioni nell’accostare i colori, nello scegliere i supporti e le tecniche, è stata un’emozione intensa. È stato come se, d’un tratto, avessero preso vita davanti a me entità prodotte da quell’ “immaginazione attiva” di cui parla Jung. Le sue immagini rutilanti emanano mistero e magia, potenza e ritmo. Patrizia ha compreso profondamente il sapore arcaico dei testi, la loro potenza simbolica, evocatrice e li ha tradotti con ispirata delicatezza e aggraziata forza in visione.

I suoi dipinti sono il perfetto commento visivo, con quella convergenza di parola e immagine, che rende preziosi gli antichi bestiari miniati da mani sapienti.

Sì, v’è sapienza nelle sue immagini.

Ma ancora tutto questo sarebbe rimasto un mutus liber se non avessi incontrata Adriana Gloria Marigo, donna e poetessa di inusuale sensibilità e grazia, cui mi lega un comune sentire. A lei devo – dobbiamo – la preziosa metamorfosi in libro a stampa. Lei l’ha guidato fino al porto sicuro di Paolo Gidoni e alla sua casa editrice. Lei per prima ci ha creduto e, con l’entusiasmo che le è proprio, l’ha proposto. Paolo Gidoni ha aperto braccia e cuore e ne ha fatto questo splendido objet d’art.

A tutti loro va la mia gratitudine, non scevra da meraviglia, nel riflettere su come quella lontana lettura del saggio di Calvesi su un’incisione che è in sé uno dei più misteriosi trattati sul valore del simbolo e sul significato del tempo, abbia operato la sua alchimia, collegando tempo e simbolo e conducendo, dopo tanti decenni, a questo minuscolo laudario degli animali simbolici.

 

(C) by Francesca Diano 2017

 

 

 

 

 

 

 

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