Giorgio Linguaglossa sulla poesia di Francesca Diano

Pubblico come post, con gratitudine e commozione, questo splendido testo che il poeta e critico Giorgio Linguaglossa ha generosamente scritto sulla mia attività poetica, con una particolare attenzione al testo “Il Minotauro”, testo che mi fu ispirato dall’omonima statua dello scultore Sergio Rodella. La sua critica, profonda, acuta, coltissima, e molto generosa, è apparsa sul suo sito (sotto il titolo il link al sito di Linguaglossa). Come spesso avviene quando il nostro lavoro viene analizzato da uno sguardo attento ed esperto come il suo – che non è solo quello di un critico militante, ma anche quello di un raffinatissimo poeta – siamo i primi a vedervi alcuni aspetti nuovi. Gli sono dunque grata per questa sua analisi che veramente va alle radici della mia poesia. 

 

LA POESIA di Francesca Diano ” Il Minotauro”- Presentazione di Giorgio Linguaglossa

http://www.giorgiolinguaglossa.com/index.php/giorgio-linguaglossa-critica34

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Sergio Rodella – Il Minotauro. Marmo bianco di Carrara e marmi policromi.

 

Non si dà metafisica senza una mitologia e non c’è simbologia senza una metafisica. La migliore poesia moderna, in quando figlia di Mnemosine, porta in sé la traccia di quel ricordo, rammenta il simbolo come un cieco ricorda la luce del sole, non può farne a meno. Di qui quella caratteristica «connessione d’accecamento» di cui ci parla Adorno ne “La dialettica dell’illuminismo”, quella problematicità dell’arte moderna di voler pronunciare l’impronunciabile, l’indicibile, per poi scoprire la propria impotenza.

Nella poesia di Francesca Diano il «presente» è il «passato» e il «passato» è il «futuro», l’«io» non è il nocchiero di alcun «presente», se intendiamo il presente ciò a cui pensiamo non come quiquid ubique  ma ciò che quicquid évenit hic et nunc, ciò che avviene per noi e solo per noi. Analogamente, il «mito» è ieri e oggi e domani, e continuerà a parlarci fin quando noi saremo capaci di interrogare l’inferriata dei suoi molteplici significati. Ma, si tratta, appunto, per noi oggi di una inferriata del senso, che deve essere continuamente scandagliata, interrogata, problematizzata. Occorre allora ripristinare l’Interrogazione, tornare a porre delle domande al mito come fa Francesca Diano. Nella poesia “L’esclusa” è appunto una donna respinta dalla comunità che parla, e il suo dire diventa un atto d’accusa; nella poesia “Il Minotauro” è Asterione, il figlio degli astri; un dio dunque che parla, e la sua parola diventa fatalmente un atto di accusa nei confronti di Teseo l’ateniese, l’estraneo, il nuovo modello di civiltà che egli rappresenta; Dedalo, nella omonima poesia, è il padre colpevole di aver ucciso il figlio che parla.

 

Molto tempo è passato dalla invenzione della relatività speciale, la prima grande teoria di Einstein, oggi confermata da innumerevoli esperienze; al contrario, la poesia oggi sembra ancora dipendente da un concetto tolemaico dell’«io», come se l’«io» fosse un centro immobile attorno al quale ruotano i pianeti degli avvenimenti. Ma come non esiste un «presente» nell’universo e la storia delle cose non è separabile in passato, presente e futuro, così non esiste un «presente» del pianeta «io». L’idea di un «presente» esteso nello spazio è un’approssimazione, legata alla lentezza della nostra capacità mentale di risolvere tempi brevi (decimi di secondo), paragonata ai tempi (nano-secondi, al più milli-secondi) che impiega la luce a percorrere le distanze nelle quali ci muoviamo abitualmente. Il nostro presente è una piccola bolla approssimativa, limitata nello spazio, e se cerchiamo di estenderlo incontriamo contraddizioni insormontabili. La metafisica del presente, cioè l’idea che la realtà esista tutta nel presente, non è sostenibile, perché fa leva su un errore: estende il nostro presente locale a distanze siderali e arbitrarie.

Questo non implica che il cambiamento sia illusione, come spesso si conclude un po’ frettolosamente. Il cambiamento e il fluire del tempo possono essere concepiti, ma localmente e non globalmente, e in relazione a un osservatore. Nella poesia di Francesca Diano l’«io» è semplicemente un osservatore, una posizione dalla quale si osserva il mondo, e il mondo è contemporaneamente passato, presente e futuro. È questa la novità di posizione della sua poesia e la chiave di volta per comprenderne i segreti. Che cosa misurano i ticchettii dei nostri orologi se il tempo non esiste?, Di che cosa parlano le poesie del nostro tempo se il tempo altro non è che il cambiamento, sul quale una speculazione bimillenaria si è arrovellata senza cavare un ragno dal buco?. Ricordiamo l’assioma di Agostino: «so che cos’è il tempo solo se nessuno me lo chiede», al quale ben potrebbe fare da contraltare «so che cos’è la poesia solo se nessuno me lo chiede». Così la poesia è lo spazio, dove microcosmo e macrocosmo coesistono senza collidere, come la semplicissima lumaca, che in sé ricapitola l’intero universo:

 

Lumaca, luna, lunula

Dell’unghia labirintica

Che l’universo congloba

In un’ansa ellittica

Spiralata meteora

Dal cammino tortuoso

Universale pronuba

Del dio meraviglioso

Microcosmo di regole

Di circonvoluzioni

Galattiche e sintattiche

Microrivoluzioni

Strisciando lenta dondoli

Sospesa tra due interi

L’immenso ed il minuscolo

Spiralati emisferi

 

Il «Bestiario» della Diano altro non è che un universo in miniatura che ricapitola il macrocosmo in ogni sua piccolissima parte. Anche il verso breve che oscilla tra settenario e novenario ricapitola il «dondolio» della lumaca «sospesa tra due interi»; l’universo è una intelaiatura di segnali e di rimandi che si inseguono e ammiccano gli uni agli altri: «L’occhio fisso del caprone / Segue misteriosamente il segnale / Algebrico che il sole / Filtra tra i lecci appestati».

Ma soffermiamoci sulla poesia “Il Minotauro”. Ritengo questo “Minotauro” di Francesca Diano una delle poesie più complesse architettonicamente che abbia letto in questi ultimi anni. Innanzitutto, la lettura del mito del minotauro che viene qui ribaltato nel suo contrario: il minotauro è il negativo che deve essere soppresso affinché vi sia civilizzazione, il suo sacrificio è scritto nel télos della Storia. La ferinità che il mostro rappresenta con il suo stesso corpo metà umano e metà di toro deve essere ricacciata nel buio, seppellita dalla rimozione collettiva; la sua natura deve essere rinnegata e denegata, così la storia dovrà-potrà proseguire secondo la volontà degli dèi antropomorfi che non possono permettere che la mostruosità della Dea bianca possa continuare a sopravvivere. Il delitto di Teseo è necessario e giusto (ma un delitto può mai essere giusto?). Teseo è il vincitore, colui che uccide il lato ferino del mostro umano. Così la civiltà occidentale può essere edificata con la coscienza tranquilla dei vincitori e Arianna, sorella di Asterione, è complice di Teseo, e la Storia può scorrere tranquillamente verso il suo epilogo senza fine di disastri e stragi intervallate da brevi tregue (armate)… adesso la via è aperta alla civiltà antropomorfa, alle religioni teologiche, al dio monocratico, alla tecnologia, al superuomo… allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, alla ipocrisia delle religioni rivelate e della giustizia rivelata. Adesso il Minotauro è stato ucciso. E Tutto è bene.

Conosciamo il mito del Minotauro: Pasifae, moglie di Minosse, s’innamora del toro e si unisce a lui. Da questa turpe unione nasce il Minotauro, un mostro con il corpo di uomo e la testa di toro. Un mostro pericoloso e al tempo stesso di così alta stirpe, il suo nome è anche Asterione (figlio luminoso degli astri), e dunque ha una duplice natura: divina e umana, ferina e razionale. Da un atto turpe e obbrobrioso, da un coito di lussuria nasce un mostro da scongiurare che minaccia la ratio ed il benessere del regno. Minosse lo rinchiude in un palazzo costruito da un architetto ateniese di nome Dedalo il quale, iniziato da Atenea a tutte le invenzioni dell’arte e dell’industria, costruisce un palazzo:  il labirinto di Cnosso, un inestricabile susseguirsi di camere, corridoi, sale, finti ingressi e finte porte, un luogo dove perdersi e da cui fosse impossibile uscire. La Diano ribalta la lettura del mito, dà la parola ad Asterione, figlio degli astri, lui, il mostro è in realtà il figlio di un dio e ci parla di un’altra verità, della verità di un altro dio che è stato rimosso e mutilato della facoltà della parola. La sua verità collide e confligge con quella invalsa dalla nuova ideologia della polis divisa in classi e governata dalla Politica. Asterione è il rappresentante della ferinità, della civiltà della grande Dea bianca, della società matricentrica e pastorale che sta declinando e che deve essere sopraffatta, cancellata, usurpata, rimossa. Il Minotauro viene chiamato dalla Diano, Asterione; il suo vero nome, e la sua parola rimbomba con la forza della verità soppressa e soffocata, lui parla a nome dell’ombra, è ombra che ridiventa luce («Ombra del buio che sorge dalla luce.
Ed io luce dal buio sorgo – immortale.»). Lui che sa che Teseo è stato inviato da Atene per ucciderlo, egli è il rappresentante della polis, in quanto mostro pericoloso esso deve essere eliminato per l’ordine della polis. Teseo è dunque l’araldo della nuova ideologia, Teseo entra nel Labirinto. L’esecuzione (anzi, l’assassinio) diventa inevitabile. Il Minotauro è la vittima non il carnefice, la nuova civiltà oligarchica e monarchica della polis lo ha derubricato in «mostro» da abbattere mediante un atto di forza. Ma Pasifae era figlia di Helios, cioè Phoibos, il Sole luminoso, quindi il Minotauro era nipote di Febo-Apollo. Pasifae si congiunge con un toro: nessun commento se non che si trattava del Toro luminoso di Poseidone, quindi il Minotauro è in un certo senso nipote anche del dio del mare. Minosse è figlio di Europa e di Zeus, tramutatosi in toro per rapirla e amarla. Il Minotauro è dunque nipote anche di Zeus. Non un mostro, quindi, ma un discendente luminoso delle maggiori divinità.
Arianna, sorellastra di Asterione, aiuta l’inviato di Atene, Teseo, tradisce il padre e concorre all’uccisione del fratellastro. Forse lo fece per amore, forse per altri motivi, ma il tradimento resta evidente.

Tutte le religioni teologali, cioè monocratiche e monarchiche, della polis o dell’impero o dello stato di diritto nazionale hanno bisogno di un delitto ab ovo, dal quale trarre la propria legittimità e il proprio credito. Il cristianesimo, nella accezione paolina, è un esempio, credo il più emblematico, di questa cosa: l’uccisione di un giusto ad opera di ingiusti, la resurrezione e la venuta sulla terra della «città di Dio». Dunque, un omicidio, e su quell’omicidio viene eretto un gigantesco castello di legittimità (cioè di discorsi sulla verità e sulla menzogna). Dunque, il delitto fonda la legittimità. Il delitto fonda il diritto. Il delitto fonda la ratio della civiltà occidentale, la sua teologia e anche la sua filosofia, oltre che la prassi giuridica. E l’arte?, e l’arte seguirà le regole imposta dalla committenza, non potrà fare altrimenti che rimanere soggiogata al capro espiatorio.
Il grande merito di Francesca Diano è l’aver messo su carta una poesia di potenza altisonante, di aver scoperchiato il vaso di Pandora su un aspetto della nostra contemporaneità, di aver fatto rivivere, dalla viva parola del Minotauro, il delitto primigenio che fonda la civiltà. È proprio l’opposto di quanto la vulgata delle religioni e della filosofia occidentale e orientale ci ha detto fin qui: La parola del Minotauro è la parola della verità, quello di Teseo è la voce dell’assassino. E la filosofia che vuole giustificare quell’assassinio si rivela per quello che è: una filosofia della morte, della menzogna, della giustificazione.
Quindi, grande rispetto e ammirazione per questa composizione, una delle più grandi che siano state scritte nella poesia italiana di questi ultimi lustri.

In questo testo, come anche in tutti i testi della sezione «Congedi», la voce di Francesca Diano raggiunge una purezza, un diapason e una forza di dizione davvero notevole, i testi hanno la forza di un epicedio, del parlato e di un inno insieme; la voce si identifica in quella dei perdenti, degli esclusi dei reietti, delle bambine stuprate ad opera del Padrone; di Asterione, delle «escluse». La Diano ne condivide le ragioni, alza il velo della menzogna e della ipocrisia che la nuova civiltà della polis ha preparato a propria giustificazione: il delitto, l’uccisione del mostro. Ha inizio l’epoca della Politica della polis, dell’ordine e della legge a spese della pulsione istintuale e della libertà sensuale. Si entra nel regno della Civiltà a spese di un ignobile assassinio. «Madre, Grande Dea dalle dita di arcobaleno», la grande Dea, la dea madre è  morta per sempre, per essa non ci può essere resurrezione,  questo l’amaro commento della Diano.

Non è semplice indovinare la chiave di violino del pentagramma stilistico di questo libro, che si sviluppa attraverso un intrico composito di sentieri stilistici irti di ostacoli e di vie laterali, di divagazioni e di indirezioni. Ad esempio, particolarità del poemetto «Viatico in undici stazioni» è il recupero della tecnica degli analettici (si chiama analessi la posticipazione di un avvenimento della fabula nell’intreccio – fenomeno simmetrico è la prolessi in cui si ha la anticipazione di un avvenimento rispetto a un altro) per sezioni anteriori alla narrazione di base. Tipica procedura di derivazione narrativa che viene importata nella forma-poesia. Altro elemento da evidenziare è il montaggio che la Diano fa: il procedimento del “ritardamento” di un evento mediante la inserzione di digressioni e di riflessioni ad opera della fabulazione del personaggio femminile. Attorno a questo asse portante: cioè la narrazione dell’evento narrato, si svolgono i motivi laterali e paralleli che vengono ad intrecciarsi con la fabula centrale.

Ovviamente, qui il tono e il lessico della dominante stilistica sono quelli del piano medio-alto del linguaggio, che concede all’autore la possibilità di svariare in basso e in alto mediante l’impiego di immagini e di iperboli (rare).
Qui è la forma-poesia che fa propria tutta una serie di tecniche retoriche di origine narrativa, la capacità inusuale della Diano sta tutta qui, nel maneggiare un piano del linguaggio che oscilla tra l’andante largo e il moderato, il flusso del discorso ha la dispersione equilibrata degli accenti tonici, cosa che influisce sulla dominante stilistica senza procurare sbilanciamenti metrici e fonici. Metrica e fonica, simbologia e alchimia procedono insieme lungo il viale alberato dello stile sobrio e pacato.

La sezione finale del libro, suddivisa in quattro stanze, “Fisiologia delle comete”, è costruito seguendo il processo alchemico secondo la tradizione della Grande Opera, in cui la materia grezza è trasmutata e sublimata. Come suggerito dalle parole che vi compaiono, la prima parte è la nigredo, l’Opera al nero, la seconda l’albedo, l’Opera al bianco, la terza la rubedo, l’Opera al rosso e la quarta è la definitiva fusione degli opposti e sublimazione, il Rebis.

Nel testo compaiono moltissimi termini alchemici ( cauda pavonis, putrefazione, mercuriale, il nucleo nero che è il sole nero della nigredo ecc.) e riferimenti al procedimento della trasformazione alchemica. Inoltre, nella terza parte c’è il riferimento a quella cometa che anni fa si schiantò sulla superficie di Giove e che diede all’autrice l’idea di una fecondazione di un ovulo e di uno spermatozoo di proporzioni cosmiche.

Il principio è quello di Hermete Trismeghisto: come in alto così in basso. Macrocosmo e microcosmo sono la stessa cosa. Dunque, le comete siamo noi, l’anima la materia che brucia senza ardere, l’arte, che brucia i simboli pulsanti di vita, tutti processi di trasformazione e sublimazione proprie del microcosmo che obbediscono alle medesime leggi del macrocosmo

 

Francesca Diano è nata a Roma nel 1948 e vive a Padova. Laureata in Storia dell’Arte, ha vissuto a Oxford e Londra. Ha insegnato all’Istituto Italiano di Cultura e ha lavorato al Courtauld Insitute. Ha vissuto a Cork, in Irlanda, dove ha insegnato all’University College e ha tenuto lezioni pubbliche sull’arte italiana contemporanea. Dai primi anni ’80 è consulente editoriale e traduttrice letteraria di poesia, narrativa e saggistica per vari editori, tra cui Fabbri, Neri Pozza, Donzelli, Guanda. E’ la traduttrice italiana delle opere di Anita Nair. Studiosa di folklore e tradizione orale irlandese, ha curato l’edizione italiana delle Fairy Legends and Tratitions of the South of Ireland di Thomas Crofton Croker (Neri Pozza, 1998) e quella anastatica dell’originale (The Collins Press, 1998).  Autrice di saggi, testi narrativi e poetici, nel 2012 ha vinto il Premio Teramo. Nel 2016 ha pubblicato il romanzo La Strega Bianca – una storia irlandese (Carteggi Letterari Edizioni) e la raccolta di racconti Fiabe d’amor crudele (Edizioni La Gru, 2013). Nel 2017 è uscita come libro d’arte la plaquette Bestiario (NeroCromo Edizioni)

 

 

IL MINOTAURO

 

Io mi sono perduto in quest’abbaglio

Di terra e pietre il cui disegno esatto

Mesce follia e ragione.

Io nacqui alla vendetta che mia madre

Pasifae – tacque agli dei. Il mio nome

È Asterione e pur del nome m’hanno depredato.

Ma io divino sono

Ché in me riverberando

L’impronta della luce di Elio

Si fa bestiale traccia dell’origine

Tutta della stirpe dell’uomo.

Dio e bestia io sono

E questo mi fa mostro – ché gli dei mi esiliarono

Per non vedere in me  il loro volto invisibile

E gli uomini al pari m’hanno esiliato

Che non ricordi al loro sguardo cieco

Ciò che di loro appare.

Fu così che Minosse – figlio di Zeus –

Che mia madre insultò con la sua immonda copula

M’ha fatto prigioniero nel Palazzo della Bipenne.

Non mi vuole vedere – perché è in me

Che si specchia la sua colpa – la sete di potere

Che gli rese nemico Poseidone.

Io da un toro divino sono nato

Sorto dall’acqua come segno di un dio.

Ma forse solo un’ombra o un’illusione

E dunque sono figlio di un sortilegio.

Di un  inganno illusorio porto la forma

Ombra del buio che sorge dalla luce.

Io sono ciò che siete –  la vostra doppia natura

Non la volete vedere in questo specchio.

Vago in questo palazzo chiuso alla vita

E l’ira mi divora – l’ira per l’ingiustizia

Dell’esser nato da un dio per poi dover morire

Da bestia immonda – da voi tutti odiata.

Non volete vedere ciò che si cela dietro l’apparenza

Di mostro – del mio corpo di uomo

Dalla testa di toro. Eppure un dio in me

Si manifesta. Elio – il padre di mia madre

Febo che fende i cieli col suo carro di fuoco

E cancella i terrori che genera la tenebra.

La luce brucia e annienta i demoni del buio

L’oscurità si scioglie – si dissolve

Abbagliando l’aurora – emerge dalle ombre.

Io sono quella luce – quel bagliore accecante

Che voi fuggite e mi negate la vita.

E siete voi la tenebra della menzogna.

Minosse ha raccontato che io divoro vergini

Per soddisfare la mia fame immonda –

Eppure non è questa la verità.

È la sua fame di potere che si cela dietro l’inganno.

Io sono puro dal sangue innocente

E le mie grida di cui tremano i muri

Di questo odioso labirinto sono le grida

Dell’ingiustizia che nessuno ascolta.

Si prepara l’inganno della mia morte

Il sacrificio che vi libererà dalla paura.

Mia sorella Arianna – la traditrice

Colta dalla follia d’amore per Teseo

Accecata dalla lussuria per questo scellerato

Lo condurrà nel labirinto perché mia dia la morte.

E sarà questo che a voi verrà narrato.

Questa menzogna livida e spietata.

Ma il mio padre divino – il toro equoreo sorto dagli abissi

Ha infine accolto la mia preghiera

Il mio urlo spezzato e quando Teseo con l’inganno

Seguendo il filo rosso di sangue che Arianna

Gli tendeva illudendosi che l’avrebbe legato

A lei per sempre – quando Teseo mi vide

Rabbrividì e snudando la spada

Mi  trafisse vigliaccamente

Ecco che dal mio corpo di mostro

Con fatica la mia forma divina

Sgusciando come un serpe dalla pelle

Lentamente sorse ed emerse dalla sua spuma oscura.

Libero dalla gabbia del mio aspetto bestiale

Il mio corpo s’abbaglia del  suo stesso nitore.

Traluce la mia forma che ondulando – rappresa in luce –

Diafana oscilla in una danza sacra nel liberarsi.

Io – Asterione – figlio degli astri

Libero emergo dalla morsa della mia pelle

Di animale divino e divino

Figlio della Luce libero infine

Abbandono la spoglia di quel che fui

Di quello che voi siete – vostro eterno tormento –

Ombra del buio che sorge dalla luce.

Ed io luce dal buio sorgo – immortale.

 

(6 novembre 2007)

Intervista a Giorgio Linguaglossa a cura di Matteo Chiavarone

 

Giuseppe Pedota, Dopo il Moderno. Saggi sulla poesia contemporanea (2012, CFR Editrice)

 

Pubblico volentieri sul mio blog l’intervista che Giorgio Linguaglossa ha rilasciato a Matteo Chiavarone.

Nel suo lungo percorso di conoscenza e analisi della poesia italiana moderna e contemporanea, Linguaglossa, critico militante, poeta lui stesso e autore di saggi dal linguaggio graffiante,  onesto e diretto,  svincolato dalle tante patrie fratrie, ha offerto gli strumenti per una visione più limpida  della produzione poetica italiana.  Non  servile e non asservita alle dinamiche del potere letterario ed  editoriale. 

 La sua è dunque, e ovviamente deve esserlo, una critica dissacrante in molti casi. Ma è una dissacrazione che spalanca porte e finestre di una stanza angusta e polverosa, dove si respirava a fatica. Con lui si può essere o meno in accordo, ma gli si deve riconoscere il coraggio di porsi al di fuori e di farlo con strumenti critici ed ermeneutici solidi, efficaci, mai scontati.

Francesca Diano

Dopo il Moderno. Saggi sulla poesia contemporanea di Giuseppe Pedota (CFR, Piateda, 2012 pp. 120 € 13,00).

Intervistiamo Giorgio Linguaglossa, curatore della collana di saggistica della casa editrice CFR che ha appena pubblicato il volume Dopo il moderno. Saggi sulla poesia contemporanea, raccolta degli appunti critici di Giuseppe Pedota, composti dal 2005 al 2010.

Buongiorno, grazie per l’intervista. «Dopo il Moderno»: di che si tratta? Perché riproporre questi testi di Giuseppe Pedota?

 

L’ho già raccontato: tanto tempo fa, a metà degli anni Novanta con il «Manifesto della nuova poesia metafisica» uscito sul quadrimestrale di letteratura «Poiesis» nel 1995 (altra rivista auto finanziata dal sottoscritto), io e Giuseppe Pedota abbiamo stipulato un patto con noi stessi, cioè che avremmo scritto (a torto o a ragione) quello che pensavamo dei libri di poesia che leggevamo.  In quel torno di anni però ci siamo resi conto che non potevamo semplicemente scrivere delle poesie senza impegnarci anche sul terreno di una «nuova critica» (militante), perché quella «nuova critica» avrebbe anche chiarito i legami  che la collegavano alla «nuova poesia» degli anni Novanta.  E così è accaduto che «Poiesis» è stata il terreno di cultura di una nuova sensibilità e una palestra della «nuova critica». Ebbene, a distanza di venti anni si può dire che io e Giuseppe Pedota siamo rimasti degli isolati. Siamo stati sconfitti? Può darsi, anzi sicuramente siamo stati sconfitti ma ci sono anche delle vittorie di Pirro, non tutte le vittorie portano dei vantaggi né tutte le sconfitte solo svantaggi. La vittoria del minimalismo romano-milanese era ampiamente prevista. È stata una vittoria incontrastata. È stata una valanga che ha travolto e seppellito ogni resistenza del pensiero critico. Ma oggi, a distanza di venti anni, possiamo seriamente affermare che la vittoria del minimalismo romano-milanese corrisponda ai reali «valori» della poesia italiana?  L’intento di Pedota è stato appunto quello di aver posto in discussione il dogma secondo cui quello che fanno gli Uffici stampa dei grandi editori rispecchi i reali valori della poesia italiana. Per certo, Pedota è rimasto fedele a se stesso, non si è mai pentito di quell’antico patto di fedeltà che aveva stipulato con se stesso.

 

Chi è per lei Giuseppe Pedota? Che rapporto aveva con questo artista così poliedrico e anticonformista?

All’epoca, parlo alla fine degli anni Ottanta, Giuseppe Pedota era un intellettuale disorganico e isolato, un pittore che aveva smesso di dipingere quadri da almeno un ventennio e un poeta che aveva cessato di scrivere poesie da almeno un ventennio quando ci siamo incontrati e conosciuti per il tramite di un poeta romano, Leopoldo Attolico. Ritengo che il lavoro di critico e di poeta di Giuseppe Pedota abbia un valore inestimabile per i giovani e per chi voglia davvero capire che cosa accadeva (ed è accaduto) dietro e sotto la superficie patinata della collana bianca dell’Einaudi che pubblicava i testi dei minimalisti (da Patrizia Cavalli a Valerio Magrelli e adesso i post-minimalisti come la Gualtieri). Dal punto di vista della collana bianca dell’Einaudi Pedota è un autore dimenticato e rimosso? Io ritengo che la poesia e gli scritti critici di Pedota parlino una lingua molto chiara e cristallina. C’è stato anche qualcuno che ha tentato di dimenticare in fretta dicendo che in questi ultimi trenta anni non c’è stato nulla di nuovo nella poesia italiana (Maurizio Cucchi). Ovviamente, le cose non stanno così.  Lo ripeto ancora una volta, né io né Pedota siamo nati con la camicia di «critico» ma ci siamo  sforzati di pensare come «critici» perché ritenevamo che i tempi richiedessero da noi un impegno «critico» che non potevamo deludere né eludere, pena la nostra capitolazione intellettuale (ed etica, che poi è la stessa cosa). Lo sforzo critico del libro di Pedota è diretto verso i giovani (non contro i giovani), sono i giovani che debbono ereditare l’esempio e le tesi dei suoi lavori critici, sono i giovani che devono ricevere il testimone. Il messaggio di Giuseppe Pedota è rivolto ai più giovani affinché essi riprendano a pensare con la propria testa e non si facciano intimidire dalla minaccia del castigo dell’isolamento (diretto e/o indiretto) o altro. Ritengo che anche in letteratura occorra avere coraggio, il coraggio delle proprie idee, altrimenti si finisce tutti nella melassa epigonica di coloro che scrivono come vogliono gli Ottimati. Se io, e altri come me, Ennio Abate, Giuseppe Pedota facciamo della critica è perché questo è un lavoro che riteniamo ineludibile, necessario.
Certo, anch’io ho dovuto pagare un certo prezzo per questa mia libertà di critico. Degli esempi? Bene ve lo dirò: ho proposto negli ultimi tempi dei miei scritti a LE PAROLE E LE COSE a LA NAZIONE INDIANA e a LA POESIA E LO SPIRITO che sono stati passati sotto silenzio; alcune riviste come «L’immaginazione» si sono rifiutate, a priori, di recensire libri che avevo scritto io perché, è stato detto, avevo osato criticare autori come Cacciatore e Sanguineti. E la lista potrebbe continuare. Ma nel nostro povero paese tutto ciò è diventato normale: non c’è più la censura del regime ma c’è la censura degli epigoni degli epigoni che è occhiuta e salace quant’altri mai.

 

Per chi è stato scritto questo libro? Qual è il suo pubblico ideale?

 

Il pubblico ideale del libro di Pedota sono i giovani, coloro che vogliono capire qualcosa della storia d’Italia attraverso la storia della poesia contemporanea.  

 

Che cosa si intende per “moderno” parlando di poesia?

 

Oggi, nel Moderno dispiegato parlare di poesia o di «critica militante» rasenta la blasfemia. La tesi forte da cui parte Pedota è che negli anni Sessanta la poesia italiana ha imboccato la via del «riformismo moderato» inaugurata da autori come Giovanni Giudici con La vita in versi (1965) e Vittorio Sereni con Gli strumenti umani, ed ha camminato per quella via accumulando un ritardo storico rispetto alle esperienze poetiche che intanto si erano fatte (e si facevano) in altri paesi. La verità è un’altra, la spina dorsale della poesia del secondo Novecento è costituita da poeti come franco Fortini, Angelo Maria Ripellino e Helle Busacca. E mi chiedo: è consentito capovolgere le «verità» acquisite? È lecito porsi delle domande? È lecito chiedersi  come è accaduto che in Italia si sia instaurato un consenso (un conformismo di facciata) su un tipo di poesia assolutamente elitaria scritta per i professori di linguistica e di glottologia come quella di Zanzotto? E perché questo è accaduto? Come è accaduto che un poeta intraducibile e incomprensibile con il suo sperimentalismo idiolettico è stato recepito come il maggior poeta italiano? Il libro di Pedota si pone delle domande, domande inquietanti, domande scomode. Pedota legge la poesia di Antonio Riccardi, di Maurizio Cucchi, di Mario Benedetti e si chiede: come mai il «reale» sfugge dalle mani degli esistenzialisti milanesi che vorrebbero catturarlo? C’è una spiegazione a questo fenomeno? E Pedota si pone la domanda finale: Il «reale» sfugge alla poesia italiana? E perché? Perché la poesia di Milo De Angelis dopo il suo brillante esordio con Somiglianze del 1980 si è accartocciata su se stessa? E si è isterilita in giochi sintattici e in inversioni di immagini? E Pedota si chiede: perché la poesia dei minimalisti romano-milanesi è diventata una congerie di commenti a luoghi comuni e luogo comune essa stessa? E Pedota si chiede: vogliamo voltare pagina? Vogliamo chiudere, e per sempre, il libro del minimalismo? Domande legittime, mi sembra.
Che Pedota sia un eretico? Ma eretico di che, di quale ortodossia? E chi l’ha stabilita l’ortodossia? Io penso molto semplicemente che Pedota sia un critico che pensa il proprio oggetto: il Moderno, o meglio, ciò che è accaduto nel Dopo il Moderno. Pedota non è mai stato interessato a far da sponda a questo o a quello, i suoi non sono «giudizi» tribunalizi, lui non è un giudice monocratico che emette sentenze, è un essere pensante che esprime valutazioni e argomentazioni.
A mio avviso, un libro come quello di Giuseppe Pedota, se fossimo in un paese serio, intendo se fossimo in un consesso di intellettuali credibili, dovrebbe essere analizzato e discusso; e invece nulla di tutto ciò. È per questo che io ritengo che in Italia gli effetti devastanti della «stagnazione economica, spirituale e stilistica» si propagano a macchia d’olio su tutti gli aspetti della vita associata. Perché? vogliamo dirlo? La poesia è una attività pubblica, che si fa in privato ma si esercita in pubblico. Ma, ovviamente, il luogo pubblico della poesia non coincide con quello del mercato.

 

Questo volume è una carrellata di poeti, più o meno conosciuti. Chi di loro ha avuto meno successo di quello che meritava?

Poeti come Giorgia Stecher (di cui ricordo Altre foto per Album del 1996), Maria Rosaria Madonna (con Stige del 1992), Maria Marchesi (con L’occhio dell’ala del 2003 e Evitare il contatto con la luce del 2005), Chiara Moimas (con L’Angelo della morte e altre poesie del 2003), Laura Canciani (con L’aquila svolata del 1983 e Il contagio dell’acqua del 2010), Dante Maffìa (del quale basti ricordare Il leone non mangia l’erba del 1975, Lo specchio della mente del 2000 e La Biblioteca d’Alessandria del 2006), Luigi Manzi (con Mele rosse del 2004), oltre che lo scrivente, sono tutti autori sotto valutati, direi non solo per svista e incuria ma per una assenza di pensiero critico indipendente.

Peraltro, occorre distinguere il successo editoriale da quello dei lettori e da quello della critica. Il primo è nullo o quasi; il secondo evanescente e illusorio, nel senso che la critica della poesia contemporanea è affondata in un birc à brac pseudo critico letterario, in un gergo tra lo ieratico e lo ierofanico.

 

Riprendo una domanda che sta alla base del saggio finale. C’è una crisi della ragione poetica?

 

È in atto da almeno trenta anni una Crisi della ragione poetica. È incontrovertibile.

La poesia delle nuove generazioni impiega l’arma dell’ironia, fa le capriole, assume pose attoriali, celebra cerimonie, prende possesso del palcoscenico come d’un artificio, d’una messinscena. Il divertimento del poeta desublimato corrisponde alla irriverenza con cui tratta il proprio materiale poetico; l’entrata in gioco (ovvero, l’entrata in scena) è anche la presa di possesso d’un materiale poetico povero, automatizzato, sclerotizzato, socialdemocraticamente complicato da rime, contro rime e anti rime, assonanze interne (ed esterne) dove è possibile perfino registrare il «gioco» tra presenza (dell’orecchio) e assenza (dell’occhio), squisita mistificazione del poeta di corte. Ne esce l’istantanea composita di un «mondo in vetrina». Sono gli indizi del lutto che la società del villaggio globale annunzia: gli oggetti scaduti (tra cui anche la poesia di ieri), l’amore di coppia, il sublime (e l’anti sublime) della tragicommedia dell’«io» moderno. Mentre l’eterna Arcadia italica si esprime «nella lingua della clericatura», nella lingua di uso pragmatico (sempre più periferica e marginale) suonando il plettro delle viandanze turistiche, la migliore poesia dei giovani dell’ultima generazione preferisce esprimersi nell’idioma della propria marginalità assoluta, marginalità linguistica e stilistica che è stata scacciata dai circuiti della produzione-consumo (quel coacervo di superconformismo di una sottoclericatura destinata al servizio di corte): la marginalità della merce riciclata e riutilizzata dell’epoca della stagnazione stilistica.

La gran parte della odierna poesia oggi in voga (una sorta di sub-derivazione del minimalismo), con tanto di sublime nel sub-jectum, scrive in un super latino della comunità internazionale qual è diventato il gergo poetico in Europa (di cui l’italiano è una sub componente gergale). Ma, è ovvio, qui siamo ancora (e sempre) sul vascello di una poesia leggera, che va a gonfie vele sopra la superficie dei linguaggi neutralizzati del Dopo il Moderno: srotolando questo linguaggio come un tappeto ci si accorge che ci sono cibi precotti, già confezionati, da esportazione: non c’è profondità, non c’è spessore, non ci sono più limiti. La leggerezza rimbalza sulla superficie, non ne affronta cause ed effetti drammatici, non c’è indagine della superficialità fino a indagarne e metterne a nudo le profondità.
Ci sono i linguaggi del tappeto volante del tutto e subito e del paghi uno e prendi tre, del bianco che più bianco non si può. C’è una libertà sfrenata, una democrazia demagogica: si può andare dappertutto, e con qualsiasi veicolo, verso il rococò, verso la nuova Arcadia, verso la poesia civile, verso un nuovo maledettismo (con tanto di conto corrente dei genitori in banca) e verso lo stile lapidario; una direzione vale l’altra, o meglio, c’è una indirezionalità ubiquitaria che ha fatto a meno della bussola: il nord equivale al sud, la sinistra equivale alla destra, l’alto sta sullo stesso piano del basso. In realtà, non si va in alcun luogo, si finisce sempre nell’ipermarket della superficie, dentro il tegumento dei linguaggi e dei temi neutralizzati. Siamo tutti finiti in quella che io ho recentemente definito poesia da superficie.

 

Cosa ne pensa lei della situazione della poesia oggi? Quanto sta influendo, in bene e in male, la rete nei processi naturali di una forma d’arte tanto complessa quanto la poesia?

 

«Sì, la scacchiera va buttata per aria», sono d’accordo con Ivan Pozzoni e Francesca Tuscano, forse la rete può servire ma occorrerebbe una miccia come quella che ha innescato la catena delle rivoluzioni maghrebine  ma per far ciò occorre un «pensiero critico», occorre riscrivere le «regole minime» per la lettura di una poesia. Lei mi chiede qual è la prima delle regole minime? Le rispondo: l’onestà intellettuale (molto più importante di quella monetaria). Lei mi chiede che cos’è un «pensiero critico»? Le rispondo: sembra di parlare di ircocervi in scatola! Dove si trova? Negli Almanacchi? Nelle innumerevoli Antologie auto promozionali? Nelle riviste auto promozionali?
Sì, dobbiamo uscire anche dal pathos dell’autenticità del pensiero militante (ormai storicamente tramontato) e prendere atto che il mondo della chiacchiera letteraria è consustanziale al mondo della chiacchiera poetica; nella misura in cui la poesia È FUORI MERCATO, essa, la poesia corrente è anche fuori della storia, abita il presente, il presenzialismo, la fugace visibilità, la performance; è diventata fluida, liquida, elusiva, esclusiva; il senza-espressione (o l’intensificazione forsennata dell’espressione) tende a prevalere sulla formulazione di un discorso poetico organizzato sulla finalità della conoscenza dell’oggetto.
Non mi meraviglia che la poesia corrente sia finita FUORI MERCATO; se ciò è accaduto è perché il livello qualitativo della poesia corrente (quella proposta dai Grandi Editori) è stata ed è terribilmente basso. Si pubblica per ragioni di contiguità, di affinità e di visibilità accademico-mediatica. Ma andando per questa via in discesa, abbassando sempre di più il livello qualitativo della poesia proposta, si è giunti al punto di non ritorno: non è più possibile scendere più in basso, abbiamo toccato il punto più basso dagli inizi del Novecento, ed i lettori si sono rivolti altrove. Inoltre, la poesia corrente è sempre più idiolettica, auto esasperata, impreziosita di ologrammi e di fantasmi, posticcia, falsa come una moneta falsa e la puoi sentire dal tinnire fesso della sua materia. In queste condizioni che fare?
Pubblichiamo di meno. Anzi, come qualche tempo fa scrisse Luigi Manzi, non pubblichiamo affatto, facciamo una serrata di 10 anni non pubblicando alcun libro di poesia! Sarebbe già qualcosa. Ma, ovviamente da solo questo non basta. E bisogna ritornare a mettere in onda un «pensiero critico» applicato alla poesia. Non c’è altra strada, credo.

 

Nella foto, Giorgio Linguaglossa