Carlo Diano – D’Annunzio e la Grecia

Prassitele, Hermes e Dioniso. Olimpia

Prassitele, Hermes e Dioniso. Olimpia

Ancora oggi capita di leggere – soprattutto sul web, ma non solo – giudizi superficiali e affrettati su Gabriele D’Annunzio, in genere di tale superficialità e finanche stupidità da essere risibili. E pronunciati non solo da parte di persone digiune di cultura, che ripetono pedissequamente stereotipi ormai frusti ma ben radicati nel modesto bagaglio culturale collettivo. No, anche da parte di, diciamo così, addetti ai lavori, quali professori di scuola, scrittori, poeti, giornalisti. So persino di professori delle superiori che, se non lo liquidano in mezza lezione,  lo fanno a pezzi nei loro programmi, limitandosi a leggere La pioggia nel pineto, che di fatto è anche l’unica cosa che di D’Annunzio hanno letto loro stessi. Mai, credo, in Italia, a parte la Bibbia, c’è stata una produzione letteraria così ignorata, così poco conosciuta e sulla quale però tutti si sentono di stilare giudizi, quanto l’opera di D’Annunzio. Basterebbe solo il Notturno, Alcyone e le Cento e cento e cento pagine del Libro Segreto di Gabriele D’Annunzio tentato di morire per consacrare una volta per sempre un autore in un qualunque altro paese civile.

Mi sono decisa perciò a pubblicare il testo di una conferenza che Carlo Diano tenne, senza supporti di testo scritto, nel 1963, nel corso di una riunione conviviale, registrata e poi trascritta, che seguì di qualche mese  la conferenza, essa pure registrata e trascritta, assai più ampia e meno informale di questa, tenuta alcuni mesi prima a Gardone  Riviera durante il Convegno internazionale per il centenario della nascita di D’Annunzio. La lettura che Diano dà del poeta è unica nel panorama critico su D’Annunzio, non mai più seguita da nessuno e ancora oggi originalissima e rivoluzionaria.

F.D.

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CARLO DIANO

D’ANNUNZIO E LA GRECIA

(1963)[1]

Ho partecipato al Congresso dannunziano. Congresso d’obbligo: quando scadono i cento anni gli uomini si sentono commuovere, un po’ per omaggio al passato, un po’ per omaggio a sé stessi e così organizzano di queste celebrazioni. Il Congresso per il centenario della nascita è stato abbastanza equivoco. Quando io sono arrivato, ultimo, a parlare di un tema in apparenza marginale, qual è quello di D’Annunzio e la Grecia, la conclusione cui si era arrivati era suppergiù questa, che D’Annunzio per noi non è più comprensibile, o almeno è incomprensibile per la letteratura contemporanea. Si aveva l’impressione che il Congresso si dovesse chiudere seppellendo D’Annunzio con un epitaffio che ne mettesse definitivamente in pace le ossa tormentate.

Io però devo dire che i poeti della gloria non hanno bisogno; anzi, se sono davvero poeti, non la cercano. La poesia è un destino; si nasce sotto questo destino. Ricordo il poema che apre i Fiori del male di Baudelaire; questo bambino che nasce maledetto dai suoi genitori, perseguitato da tutti e che parla con la nuvola, parla col vento e con l’angelo che lo segue “dans son pélégrinage, pleure de le voir gai/ comme un oiseau des bois”… Ricordo questi versi di Baudelaire perché questa gioia dell’uccello nei boschi è l’estrema conclusione della vita di D’Annunzio, una vita intimamente tormentata, come dall’opera non appare, ma come ci è rivelato dall’ultimo suo libro, Il Libro segreto di G. D’A, tentato di morire; vita tormentata che è stata anche a tratti una vita ascetica, malgrado le sue apparenti dispersioni.

Parlando di sé, nella prefazione di Più che l’amore, e ricordando il Laus Vitae, che considerava la sua opera maggiore e il poema più grande che fosse stato scritto dopo la Divina Commedia, egli scrive: “due fra tanti insegnamenti colui ritenga con più strenua tenacia, due arti eroiche: l’arte di inventare ogni giorno la propria virtù contro l’evento e l’arte di serbarsi puro.”

Più volte il tema della purità e dell’innocenza ritorna in D’Annunzio e i suoi critici l’hanno considerato sempre come una delle tante apparenti, non dico menzogne, ma insomma vanterie, presunzioni di questo poeta trasmutabile per tutti i modi, e che si vantava di aver assunto tutte le forme e di aver tentato tutte le esperienze. Ma nel fondo bisogna dire che D’Annunzio ha tutta la sua vita perseguito una disciplina severa nella ricerca di se stesso, una ricerca estremamente difficile,  perché egli si è trovato a vivere in una cultura, in una tradizione letteraria, artistica e di idee contro cui tutto il suo essere ripugnava.

Quello che sto per dire desterà certo la vostra meraviglia, come l’ha destata in coloro cui l’ho detto in precedenza.

D’Annunzio non appartiene al XIX o XX secolo, bensì al II millennio avanti Cristo. L’esperienza di D’Annunzio è l’esperienza dell’uomo del Neolitico. Nel fondo del suo essere si agitavano sensi mitici e visioni delle quali egli non poteva avere coscienza immediata e, che soltanto nei momenti culminanti del suo rapimento lirico egli riusciva a tradurre in espressioni perfette. Solo al termine della sua vita egli giunse a capirlo.

E ora vi dirò qual è il suo segreto. Ho detto duemila anni avanti Cristo; perché? Su D’Annunzio e la Grecia c’è un articolo di un grande filologo italiano, il più grande che noi abbiamo avuto dopo il Vitelli – e per tanti riguardi anche più grande del Vitelli: Giorgio Pasquali che, se non è stato mio maestro diretto, lo è stato nella ininterrotta conversazione di molti anni. Giorgio Pasquali vide che, se c’era una cosa di cui D’Annunzio poteva vantarsi, era la conoscenza della Grecia. Il greco e la Grecia egli li conosceva “più e meglio del professionale Pascoli”.

La sua era una conoscenza diretta. Egli “aveva bevuto alla fonte”, dice Pasquali. Solo che la grecità di D’Annunzio non è la grecità classica, è la grecità ellenistica. Il paesaggio, che è uno degli elementi costitutivi della poetica dannunziana, è un fatto ellenistico; il senso dell’arte come gioco è anch’esso ellenistico. Ed ellenistico è anche quel senso dell’infinito che egli ha, quel suo trasmutarsi come Proteo in tutte le forme, quel perdere i limiti del proprio essere nei corpi della natura, nelle cose della natura. Questo dice Pasquali.

Partendo da queste osservazioni, che erano precise, ma non completamente esatte per quanto riguarda l’appartenenza di D’Annunzio all’esperienza greca e rileggendo Laus Vitae, il primo libro delle Laudi, che è la sua maggiore composizione poetica, quella in cui egli ha messo il maggiore impegno, anche se non è la più perfetta, perché la più perfetta rimane Alcyone, rimasi sorpreso da questo fatto. D’Annunzio va in Grecia. In quel poema, in Maia, egli racconta il viaggio in Grecia compiuto nel 1895 su un panfilo di Edoardo Scarfoglio. Insieme con Scarfoglio medesimo, col suo traduttore francese Hérelle e con un parlamentare abruzzese, Marcantonio, amico e finanziatore di D’Annunzio. Una delle tappe del viaggio è Olimpia, la valle dell’Altis. A Olimpia ci sono i resti della più pura arte greca, più pura nel senso della forma. Le opere del tempio di Olimpia, le sculture del frontone, di cui abbiamo solo dei resti – e uno di questi è il formidabile Apollo – sono del primo trentennio del V secolo, quindi del periodo culminante in cui l’arcaismo trapassa nella classicità vera e propria e che si concluderà con Fidia.

Ora, nel museo di Olimpia, la statua più significativa per chi voglia intendere la Grecia in ciò ch’ebbe di unico e che solo Firenze e la Toscana riuscirono a ritrovare per misteriosi tramiti, è appunto l’Apollo, di cui non si conosce l’autore e che si attribuisce appunto al Maestro di Olimpia. Ora, che cosa accade lungo l’itinerario ellenico del poeta? Accade che egli passa accanto a questa statua senza vederla, accade che egli non abbia occhi per l’Apollo. Ciò che egli vede in sua vece è l’Ermete di Prassitele. Hermes che regge fra le braccia un fanciullo. E ad Ermete D’Annunzio dedica il più lungo degli inni di Maia, circa 700 versi.

Che cos’è Ermete e perché una così straordinaria simpatia per questo dio? Ermete non è un dio greco, è un dio pre-greco. L’Olimpo greco è costituito da divinità che hanno i tratti greci, in parte e da divinità che invece appartengono allo strato pre-greco, che erano oggetto del culto degli abitatori della Grecia prima che giungessero dal Nord queste popolazioni guerriere portatrici di una religione celeste.

Nella Grecia mediterranea la religione era ctonia, veniva cioè venerata una Dea Madre, Dea della vita e della morte, che troviamo un po’ ovunque nel Mediterraneo, ed è sempre la stessa dea, che a volte è unita a un paredro, che è insieme amante e figlio, a volte è congiunta in una diade con la figlia, ed è la Terra Madre che genera ogni anno i suoi frutti. Demetra e Kore sono l’esempio classico di questo tipo di divinità. Una religione di tipo matriarcale, mentre quella che portavano i Greci venuti dal Nord era una religione patriarcale. Agricoltori e navigatori i Mediterranei, guerrieri invece e allevatori di cavalli questi Greci venuti dal Nord.

Ma questi Greci, questi Elleni, che alla Grecia hanno dato il nome, questi Achei, avevano in sé qualcosa, portavano qualcosa con sé a cui noi dobbiamo tutta la nostra civiltà. Se noi oggi siamo qui riuniti e possiamo parlare questo linguaggio e tenere una simile celebrazione, in una sala così formata, lo dobbiamo esclusivamente a questi barbari allevatori di cavalli e guerrieri, i cui gli ultimi rappresentanti noi vediamo nell’Iliade. Questi uomini fanno la guerra per la guerra, combattono per la gloria, come quell’eroe del Boiardo che era guerriero e mai non aveva pace. Sono guerrieri e mai non hanno pace, perché nella guerra essi realizzano per un attimo la loro virtù, toccano o sfiorano quel limite d’eccellenza che è concesso all’uomo, e fin dal principio per essi la morte è  scontata. La morte è una specie di trasfigurazione del loro essere terrestre.

Questo tratto c’è in D’Annunzio. Il D’Annunzio combattente combatte certo nel nome dell’Italia, perché c’è stato un amore profondo di D’Annunzio per l’Italia, l’Italia terrestre, l’Italia con i suoi monti, con le sue acque, con i suoi mari, con le sue selve, con la sua storia millenaria. Ma soprattutto, dell’Italia, egli ha amato la Toscana, che è il fiore di tutta la storia italiana. È in Toscana che ha scritto le opere maggiori e col paesaggio toscano s’identifica il paesaggio dannunziano. Questo elemento c’è, ma soprattutto la guerra D’Annunzio l’ha sentita come guerra in sé e per sé, ed ha amato sempre il rischio ed ha sempre cercato la morte.

Uno dei suoi ultimi pensieri è precisamente questo: che la cosa più facile di questo mondo è la morte violenta; e il destino lo ha tradito, perché è morto nel suo letto, ed è morto nella maniera più banale in cui possa morire un uomo. D’Annunzio cercava la morte gloriosa. Questo è un elemento che lo collega, non per riflessione, non per temperamento, ma per qualche cosa di misterioso che era al fondo del suo essere, con questa Grecia eroica.

Ma questa Grecia eroica rimane marginale di fronte ad un’altra Grecia, la Grecia mitica. Ed è qui che Ermete è al centro del mondo di D’Annunzio.

Che cos’è Ermete? Ermete era rappresentato a Cillene da un semplice sasso, una pietra. E le erme non erano se non delle pietre quadrangolari con in cima la testa di Ermete, e falliche il più delle volte, che servivano a delimitare le strade; e sotto questo aspetto Ermete è il dio della strada. Ma Ermete non in questo è singolare; è singolare nel fatto che, a differenza di tante altre divinità che pure sono divinità sessuali (come sono tante divinità delle religioni arcaiche, del mondo primitivo), e per le quali è il problema della propagazione della vita quello che si presenta più urgente, e ne viene così minimizzata la potenza che nella vita si esprime, a differenza di queste divinità Ermete è e rimane fanciullo, la sua virilità è la virilità aurorale del fanciullo, ed egli rimane sempre dio fanciullo e come tale viene rappresentato.

Gli amori di Ermete sono di due tipi: o insegue le Ninfe, (Opaon è il seguace delle Ninfe, di cui fa rapina) o si unisce con Afrodite per generare Eros, e una volta con la dea di sotterra, con Ecate e questa unione con la dea sotterranea giustifica il fatto che Ermete è psicopompo, accompagna cioè le anime all’Ade. Quindi egli è il dio del primo apparire della vita e del suo finire. Con lui è l’alba della vita e con lui è il vespero della vita. Ed è il dio notturno. Ed è il messaggero degli dèi, grato, dice Orazio, agli dèi celesti e agli dèi inferi, ed agli uomini anche.

Ermete, come dio fanciullo e come dio di questa virilità appena nascente, floreale, è dio momentaneo, che gioca, che fa di tutto il suo operare un gioco. Dio inventivo per eccellenza, dio di tutti i sotterfugi, di tutti gli inganni, protettore dei ladri, dio della menzogna e dell’eloquenza, che l’eloquenza apprende agli uomini ed è dunque anche dio degli avvocati, del commercio. Insomma, Ermete è colui che si muove in tutte le dimensioni della realtà e che da tutte sfugge.

Nell’ Inno omerico a Hermes, che è una delle pagine più belle che noi abbiamo della letteratura greca, Ermete, nato all’alba, a mezzogiorno aveva già raggiunto la sua relativa maturità. Appena nato, balza fuori dalla culla, esce dalla grotta e incontra la tartaruga. Le dice: “Fuori si sta male, vieni dentro con me”, e così se la porta nella grotta, la svuota con un ferro, estrae e distende le minugia e inventa così la lira. Inventa la lira e cosa canta? Canta gli amori furtivi della madre e del padre, di Maia e di Zeus (e Maia è la Madre, la Terra) e lo fa con le parole e nelle forme motteggevoli e ironiche che si usano nei conviti dei giovani. Poesia giambica, poesia erotica. E poi ruba i bovi di Apollo e inganna Apollo e canta una seconda volta, davanti ad Apollo. Canta la generazione degli dei e delle cose e Apollo rimane incantato, egli, che pure è il dio delle Muse, che guida i cori delle Muse. Apollo rimane ammaliato da questa musica di Ermete, ed Ermete gli fa dono della lira ed Apollo gli fa dono della mantica, cioè della capacità di profetare. Ma egli potrà profetare soltanto in sogno e i suoi sogni saranno veri e falsi. Insomma, Ermete è il dio ambiguo per eccellenza.

Tutti questi elementi si trovano in D’Annunzio e spiegano in modo formidabile tutta l’arte di D’Annunzio e la vita di D’Annunzio. Gli amori di D’Annunzio sono anch’essi di tipo ermetico. L’amore per lui fu sempre un gioco, ma non un gioco quale può essere per l’amatore comune, è un gioco che è sentito e vissuto come qualcosa di primigenio e di cui egli non ha mai potuto sentire né vergogna né pentimento. Soltanto la dissipazione fa sì che egli si ritragga in periodi di ascetico, frenetico lavoro.

D’Annunzio è un momentaneo ed ha il senso della momentaneità che è proprio di Ermete. Tutta la sua poesia è fatta di questo senso del momentaneo. Ha l’inventività e la penetrante intelligenza di Ermete, un’intelligenza che si ferma al particolare e non riesce mai a vedere una forma nella sua totalità. E infatti, quello che manca in D’Annunzio è la costruzione. La sua prosa, come la sua poesia, procedono in ordine seriale. E il suo amore per i vocabolari – nessuno lesse i vocabolari con la passione con cui li leggeva D’Annunzio – era non amore di grammatico, era amore ermetico, perché in ogni parola sentiva qualcosa di nuovo, scopriva sensi inediti, era per lui una specie di infinito mare di possibilità. E ci sono poesie che sono addirittura costruite col linguaggio del vocabolario. L’onda, è stato dimostrato, non fa che mettere in versi la voce “Onda” del Dizionario nautico del Guglielmotti. D’Annunzio possiede la, diciamo, sfrontatezza, la mancanza di pudore (ma non certo in senso deteriore) che sono proprie di Ermete. Non si ferma davanti a nessuna espressione, senza tuttavia mai cadere nella volgarità.

D’Annunzio ha, come Ermete, l’amore per gli animali. Ermete è un dio che protegge gli animali e li ama. E D’Annunzio dichiara che non si può capire la sua umanità se non si tien conto del fatto che egli è stato amato come nessuno, fino in fondo e senza cautela, dalle donne, dagli animali e dai bambini. E tutti sanno dell’amore che D’Annunzio ebbe per i cavalli e i cani. Vi leggerò qui una pagina del proemio della Vita di Cola di Rienzo, che mostra questo senso dell’animalità, il senso primigenio dell’animalità che c’è in D’Annunzio.

“Il palafreniere curvo sulla lettiera asciutta, nell’ombra della pancia zaccherosa, equello che stropicciava il fianco schiumante con una. manciata di paglia per ogni mano, e quello che tuffava la spugna nella secchia tenendo la coda o il piede, ognuno accompagnava la bisogna con un certo soffiare ch’era come un suono lieve di persuasione e di blandimento, onde talvolta si formava non so che parola comunicando all’ inquietudine della bestia sensibile la pena e l’amore dell’uomo. Credi tu ch’io fossi più ebro di me quando nel Deserto d’Arabia alla sosta della sera abbiadavo con un po’ di crusca o con un pugno d’orzo il mio stornello impastoiato, cominciando la luna appena a segnare tra immensità ed eternità il miracolo della mia ombra? Anche là, in quella stalla chiusa, tutto era lontananze e apparizioni dello spirito, tutto era disegni e scritture dello spirito, azioni mutue tra me e gli iddii subitanei. Anche là sentivo il mio cuore divenire più profondo e il mio occhio riacquistare la limpidità infantile, come nel deserto, come su la spiaggia pisana, come intra du’Arni, come nel Gombo, come nella Versilia, come quando nasceva, dal mio respiro Undulna. Era. ben là. Undulna, trasfigurata in una grande cavalla baia che meritava il nome della pieghevole dea “dai pie d’ali”.  Non docile, abbassava le orecchie, increspava le labbra mostrando le gengive, guardava a traverso mostrando il bianco venato di vermiglio; ma per entro i suoi belli occhi biechi scoprivo l’essere sconosciuto e divino che mi spiava come io un giorno tra le canne del Serchio spiavo il Centauro.”

È un senso, questo, della vita e dell’essere che è assolutamente nuovo nella letteratura occidentale. Non c’è una pagina simile a questa, e questa, credo, è una delle pagine chiave per capire il mondo di D’Annunzio, l’essere profondo di D’Annunzio. È in questo stesso proemio che egli scrive: “Hai mai pensato tu che imbestiare – riprendendo una frase del Tasso – che imbestiare sia trasumanare? …Vedo che il mio segreto lirico è in una sensualità rapita fuor dai sensi.” E continuamente egli ritorna su questo motivo, che non può poetare, non può trovare la sua poesia, se non sentendola provenire da questa sensualità che costituisce il fondo abissale del suo essere. Ma attenzione, non si tratta della sensualità comunemente intesa, della sensualità che cade nel vizio, si tratta della sensualità di un essere che rivive in sé qualche cosa dell’aurora della vita. C’è un’aurora fisiologica della vita, che è di questo tipo, aperta a tutte le possibilità, che muove gioiosa ed è fuori del tempo.             E, allora, il fanciullo. Se D’Annunzio non sentisse in sé il fanciullo, non ritornasse di continuo a questa sua innocenza di fanciullo, potrebbe essere confuso con uno qualsiasi dei poeti erotici. E invece egli non ha niente a che vedere coi poeti erotici. Il suo erotismo viene sempre bruciato, superato, trasfigurato, si traduce sempre in ascesi, portando al suo limite il senso della morte. Egli cerca abissi profondi, e la sua è una ricerca di natura religiosa a rovescio, se così si può dire, abissale, ma che cerca il principio primo della vita.

L’innocenza di D’Annunzio. Nella valle dell’Altis, ad Olimpia, prima ancora della rivelazione di quella mirabile statua che è l’Ermete di Prassitele, nella notte ha una rivelazione che veramente è la creazione di un mito. Dorme in riva all’Alfeo, con le sue pecore, un pastore fanciullo; poco prima egli ha sentito la rivelazione del comando, il responso di Giove:

«Combattere e vincere i mostri

non ti varrà su la Terra

se trasfigurarli non sai,

Aedo, in fanciulli divini».

E i campani d’un gregge

sonavan tra i marmi abbattuti.

Subitamente si tacque

in me l’audace tumulto,

come se la preghiera

accolta mi fosse e compiuto

il desiderio e mutato

già l’orizzonte in cintura

più bella e mondata la Terra

e disvelata la faccia

di Pan che conduce

nei tempi il Ritorno eternale.

E un fanciullo pastore

m’apparve, il pastore del gregge:

simile a riflesso di stella

in tremule acque m’apparve

il puerile sorriso.

Al lume dei cieli

biancheggiar vidi i suoi denti

puri nel saluto venusto:

sentii la rugiada cadere.

Volto avea Boote l’obliquo

timon del plaustro fra i Trioni.

Sì lucida era la notte

che gli arbori su le colline

leggere di là dall’Alfeo

segnavano l’ombre

visibili. Tanto era dolce

il lineamento dei gioghi

che parea, come il fiume,

continuamente fluire.

Giaceva sul dorico tempio

il gregge lanoso;

gli umili velli ed i marmi

augusti in tepore spirante

parean convivere. Tutto

era plenitudine e pace:

non morte, non ruina:

armonia di forme perfette,

concordia del Coro infinito.

Necessità, come l’urto

del piè nella danza tu eri!

Su l’erba colcato il pastore

poggiava il florido capo

al tronco d’un platano. E quivi

io vigile stetti al suo fianco

in silenzio. Ed èramo volti

ai monti d’Arcadia, all’indizio

del di nascituro. E il fanciullo

mordeva mentastro odoroso,

scendendogli il fiore del sonno

su’ cigli virginei. Caddegli

il ramicello selvaggio

dalla bocca aulente che al fiato

eguale si schiuse. La valle

parve tutta allora una cuna

divina per quella innocenza.

Vidi su i vertici l’Alba

avvolgere al piè della Notte

il lembo del suo primo velo.

D’amore tremai come s’ella

ver me si piegasse e dicesse:

«O tu che m’attendi, io ti cerco!».

Queste due pagine che vi ho letto, nella prosa e nella poesia di D’Annunzio, mi sembrano fra le più significative. Ma non s’intendono se non si svela il senso del tempo che D’Annunzio ebbe. Qual è il senso del tempo che ebbe D’Annunzio? Per noi il tempo è lineare: ieri, oggi, domani. Ogni istante fa cadere l’istante che lo precede. Nell’esperienza religiosa il tempo è sferico e verticale. Come dice Dante,  Dio è colui “ove s’appunta ogni ubi ed ogni quando”. Tutto il tempo e tutto lo spazio sono racchiusi in quel polo che abbraccia e comprende l’universo.

Il tempo di D’Annunzio è un tempo momentaneo, che fluisce nell’infinito, senza nessuna direzione, senza un prima e senza un poi, e che ripete sempre il medesimo miracolo, perché è il miracolo di questa eterna, risorgente vitalità.

Io nacqui in ogni alba che si leva.

Ogni mio risveglio

fu come un’improvvisa

nascita nella luce.

E, alla fine della sua vita dirà: che significa per me immortalità? Poiché io rinacqui ogni mattina.            Questo è un senso dell’essere. Non è una convinzione, non dipende da una filosofia, da una riflessione, no. D’Annunzio ha questo senso del mondo. Misterioso. E allora due cose non può comprendere: la morte e Dio quale noi lo pensiamo. E rimane fermo all’immagine dei suoi sedici anni e ritrova il culmine della sua poesia quando ritrova quella fanciullezza innocente, fanciullezza virile ma innocente, pura, che è della natura del fiore, una specie di sosta, di pausa nella vita.

Quando l’uomo cresce, ecco ad un certo istante pare che si fermi, ha raggiunto finalmente questo boccio, la sua forma perfetta. Non è ancora l’uomo, ma in lui è già potenzialmente tutto l’uomo, è la forma più bella dell’uomo, la forma più pura dell’uomo, ha dinanzi a sé tutte le possibilità dell’uomo.             È un momento di sosta, il momento del fiore. Il fiore, questa cosa misteriosa  della natura, inutile, che non serve al frutto, che non serve alla vita, che testimonia di qualcosa che rende ancor più misteriosa e incomprensibile la nostra esistenza, ma verso cui tutti aneliamo nel ricordo e nella speranza. Il fiore, che alcune religioni fermano per sempre e che è eterno nella sua integrità, anche se dura un’ora e poi sparisce, ingoiato dalla fola di vento, abbattuto dalla pioggia. E la cosa incomprensibile, in questo mondo, è che i fiori muoiano.

I fiori non possono morire – è la poesia di D’Annunzio. Si dovrebbe farla questa antologia, perché ancora nessuno ha capito D’Annunzio. Non esiste un libro su D’Annunzio. Perché si è guardato a lui muovendo dall’ambito di esperienze che gli sono totalmente estranee, che egli ha sofferto come una veste impostagli dalla storia e da cui è venuto fuori in momenti di empito lirico, di rapimento lirico, con se stesso e contro se stesso, e che è stato il martirio lento di tutta la vita, un martirio non confessato, tale era la potenza della vitalità che era in lui.

Ma la sua poesia? La poesia che non muore mai? Questi professori, questi critici, che dicono quello che vogliono, ma non sanno niente, forse che loro capiscono Dante, vivono Dante, sentono Dante? Ma no. Dante è morto, per tutti, tranne per quell’unico che in una notte può dimenticare il sonno e può sfondare le pareti della sua povera stanza per rivivere quella visione immensa.

I poeti non appartengono alla vita di tutti i giorni, non sono soggetti alla vita di tutti i giorni; questi giudizi non li toccano veramente. Attendono sempre, di volta in volta, che qualcuno ricanti le loro poesie, dia esistenza con la propria esistenza, con la propria sofferenza, al sogno che essi in un momento sognarono.

Voglio finire con le parole che egli scrive nel Notturno. Dice: “Il cuore mi batteva di disperata gioventù. Ringiovanisco d’un tratto con un aspetto tirannico e folle. Le linee si ricompongono in una figura di spiritualità intenta e attonita. È un viso di giovinetto. È il mio viso di sedici anni.” E nel Libro segreto, qualche anno prima della morte: “Venite a guardare il mio viso due o tre ore dopo la morte… Allora soltanto io avrò il viso che m’era destinato, immune dagli anni, dalle fatiche, dai patimenti, dagli innumerevoli eventi che forzò, forza e forzerà pur in estremo il mio disperato coraggio. Allora soltanto, sino alla terza ora, sarà il mio viso la cima sovranamente effigiata della mia anima bella: il viso della giovinezza sublime, di là dall’opera, di là dalla gloria, la maschera del porfirogenito”. Cioè a dire, del figlio dell’imperatore.

Questo è D’Annunzio.

CARLO DIANO

[1] Il testo è la trascrizione della registrazione di un intervento tenuto “a braccio” da Diano a una riunione conviviale a Padova nel 1963 e ripropone nel suo senso, con alcune modifiche e  in forma molto più concisa,  quello di poco precedente, D’Annunzio e l’Ellade, tenuto, sempre “a braccio” al  Convegno L’arte di Gabriele D’Annunzio – Venezia-Gardone Riviera-Pescara, 7-13 ottobre 1963 contenuto (pp.51-67) negli Atti, pubblicati da Mondadori nel 1968,  curati da Emilio Mariano. Colpisce la fluidità del discorso, pur essendo stato porto senza supporti scritti, ad eccezione dei due testi dannunziani. Diano non leggeva mai un testo  nelle sue conferenze, nemmeno in quelle che teneva in francese, tedesco o svedese. Dunque, chi leggerà il testo poi trascritto dalla registrazione e pubblicato negli Atti del Convegno su D’Annunzio leggerà due testi diversi, ma simili nella sostanza.  Questo è volutamente più “semplice” dato il contesto conviviale in cui è stato tenuto.

(C)2014 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Carlo Diano “Giulietta” Un’anticipazione dell’Alcesti

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Il testo della poesia che viene qui dato di seguito e che mio padre Carlo Diano aveva pubblicato nel 1933 in una raccolta intitolata “L’acqua del tempo”, (Società Anonima Editrice Dante Alighieri) mi ha spinta a un’analisi più approfondita di quanto avessi fatto in passato, perché, rileggendolo di recente, mi sono resa conto di un aspetto assolutamente nuovo e importantissimo nel pensiero di Carlo Diano. Mi sono resa conto che in “Giulietta””, è contenuta già tutta la visione che, molti anni dopo, costituirà la sua rivoluzionaria lettura dell’Alcesti di Euripide, nel bellissimo saggio “Il senso dell’Alcesti” (In Saggezza e poetiche degli antichi, Neri Pozza, 1967).
La lunga nota  che ho posto di seguito a “Giulietta”, è una lettura mai data di questo testo e contiene una scoperta che nessuno aveva mai fatto in precedenza. Sono felice di averla fatta io.

GIULIETTA

da L’acqua del tempo, 1933

Poi che, gemendo, la sua bella forma
mortal lasciata, dileguò nel buio
della morte Giulietta, corse a un tratto
un veloce pel ciel rabbrividire.
Ella fuggia con angosciosa lena
cercando l’eternal piaggia e chiamava
in suon di pianto disperato il nome
del suo Romeo. D’accanto ombre infinite
ne agguagliavano il passo e le traea
diverso affanno dalla vita vana.
Ma nessuna l’udia, ché forse suono
non avea la sua voce, e greve ognuna
dei suoi giorni terreni il carco amaro
incalzava implacabile; ed andavano
cieche e sicure per l’estrema via,
come se già fin dalla prima luce
quella percorsa avessero in un sogno.

Giulietta andava e non sentiva più
rammarico del sole e non del bianco
gelido corpo, che d’amore i primi
dolci messaggi disgelato aveva
alle speranze sue timide e ignare,
ma sì una brama, un’assetata brama
senza riposo, più che nella vita,
d’un bene eterno, immobile, infinito,
cui già tremò sognando al primo sguardo,
allora, e al primo palpito d’amore,
e pianse ignote lacrime e soffrì
dell’esser suo e desiò morire.
Ed or più forte quel dolor la preme,
unico immenso, dileguando l’ombra
rosea del mondo e le parvenze infide:
dolore incoscio, silenzioso pianto
dell’essere, indicibile sospiro
dell’uno al tutto, dell’eterno al nulla:
primo sussulto della gemma anela
dentro lo scabro ramo, ultimo grido
del cuore stanco al turbinio del mondo.

Ed ecco giunse sulla sterminata
pianura e al pigro fiume. Ivi al traghetto
nave non era e non lume e non guida,
ma un ponte v’era, dove sempre in folla
traean l’anime rapide anelando
all’altra sponda, all’immutato oblio.
Come uno sciame d’api che al suo bugno
subita pioggia incalza, una sull’altra
ondante flutto svolano, e da lunge
altre ne arriva e trepide stridendo
contro l’arnia si premono e s’accalcano;
tale di qua dal ponte il nereggiante
stuolo mareggia, e via di là s’allarga
lento e stupito per l’inferna riva,
varcata l’acqua dell’oblio, la cupa
tacita eterna corrente del Lete.
Passò Giulietta. Ed ecco a lei fluiva
entro il cavo dell’anima una pace
grande. Come  nel ciel, quando la notte
cade e il muto crepuscolo s’imbianca,
nell’alta quiete un pallido stupore
riveste il mondo: or, sull’affanno e il pianto
era silenzio e l’anima posava
in un’azzurra tenebra di sogno.
Così movea, qual trepida falena,
lieve tra le vaganti ombre dei morti.

Erano mille e mille ombre, più vane
dell’aria immota sul notturno prato
di verde smalto, cui lontan cerchiava
una cerulea tenebra silente.
Mute vagavan, senza duol né gioia
Nei volti scialbi cerei stupiti:
madri che insonni pargoli invocavano
là nella vita derelitti e tristi;
canute fronti di mestizia impresse,
ombre cui già gravò gli anni più belli
di sue vane chimere il mondo vano;
visi soavi ove l’antico lume
di giovinezza traspariva a pena,
simile a fiore in limpide cilestri
profondità marine; oscure e torve
occhiaie aperte su maligni abissi,
gravi di bieche colpe e sozze brame,
inerte popolo che l’estrema luce
fermò per sempre; e qua e là solinghe
coppie d’amanti in un eterno amplesso,
stretti nell’immutabile mistero
del lor desio cui cementò la morte.
Tutto il dolore e la miseria e il pianto
e il male e i sogni e le speranze umane
impietrava nel pallido riflesso
dei morti volti una stupita quiete.

Romeo, laggiù, pallida fronte, intente,
pupille, immote schiuse labbra, invano
come in un grido – l’ultimo più forte,
fuggendo il sangue, in un nome soave –
sedea solingo, e a lui lieve da lungi
ecco Giulietta sul notturno prato,
Giulietta sola verso lui venire.
Come la cima discoscesa e nuda
contro l’azzurro, se al potente fiato
nuvoletta trascorra e l’inghirlandi,
copre pei fianchi un subito pallore,
fresco alle sitibonde ispide rocce;
così Romeo trascorse un lento moto,
come il ricordo d’un desio già spento,
e gli occhi opachi nelle occhiaie nere
corse un baglior, come di notte l’onda
sulla buia distesa ampia del mare.
Ma non si mosse: a lui venia Giulietta,
come portata nuvola dal vento:
vento di morte, vento era d’amore.
O gioie, o affanni contenuti un tempo
nel cuor segreto, o trepide parole
fatte di nulla, o labili carezze
degli istanti d’oblio, roseo fiorire
d’inaudite primavere, incanti
d’ignoti beni e subiti desii,
palpito d’onde dal perenne fiume
della vita placata or nell’immenso
eterno mare, ove rifluttua sola
la muta e lieve immagine d’un’ombra,
la breve, azzurra linea d’un sogno.
Venia Giulietta a lui, per sempre, e il volto
suo verginale rifiorìa una luce
candida opaca, quale nelle notti
dell’estate odorosa in fondo al cielo
sale da cupe azzurrità la luna;
quieto riflesso, ove non più s’infosca
ombra d’affanno, luminoso oblio
intorno al muto suo sguardo d’amore.

E su lui s’abbatté come una lenta
onda, per sempre, nell’eterna pace.

CARLO DIANO

NOTA di Francesca Diano

La fiaba tragica di Giulietta e Romeo, non diversamente da quella di Tristano e Isotta, da cui ha origine,  è immagine della visione che la società cavalleresca dell’Occidente medievale ha dell’amore. L’amour-passion, la cui tensione estrema non può risolversi che nella morte. Non solo perché la morte è il punto di rottura di un sentimento che si fa intollerabile per la propria intensità e impossibilità di essere vissuto, ma perché solo nella morte l’amante dà  all’amato prova della sua totale fedeltà. Fa dono di sé. Appunto, oltre la vita. Così come il cavaliere fa dono di sé alla sua Dama e Signora, provando il proprio valore in imprese eroiche, a lei dedicate, sfidando la morte.
Questa visione dell’amore, che appare in Occidente intorno al XII secolo, come il meraviglioso saggio L’amore e l’Occidente  di Denis De Rougemont analizza, viene da de Rougemont  definito “il mito della passione” ed egli ne ravvisa le origini nel mito di Tristano e Isotta, anche se le sue radici affondano in un tessuto ben più vasto: dal Manicheismo ai Catari, dalla Gnosi alla mitologia e alla religione celtica, con antichissime origini indiane, iraniche ed egiziane.
La matrice più forte però, per de Rougemont è quella dell’eresia catara, che al contempo trapela anche dai versi oscuri e a chiave dei poeti provenzali e stilnovisti, soprattutto in Guinizelli. La visione catara dell’amore è quella di una totale e assoluta sublimazione e negazione della materia, giungendo al rifiuto di ogni contatto fisico anche tra coniugi. L’amore più perfetto è l’amore puro e sublimato, la virtù suprema.
Verona è stata una delle roccaforti dell’eresia catara, contando gruppi nutritissimi di seguaci e di sicuro questo ha lasciato una traccia nella leggenda di Giulietta e Romeo che, letta sotto questa luce, svela risvolti di significato molto più vasto.

A parte il Paolo e la Francesca di Dante tuttavia, il mito dell’amore fino alla morte, ch’è anche specchio del sacrificio di Cristo, nelle versioni che ne dà l’Occidente medievale, si ferma alla soglia del passaggio finale.
Ciò che è importante è provare la propria fedeltà, il patto sigillato dall’offerta, che ha come beneficio l’immortalità della memoria. Non ciò che accade dopo.
L’Occidente cristiano non ammette l’amore se non sublimato e negato nelle sue forme materiali.
Dunque, solo Dante, che ben conosce tutto questo e al pari lo sublima, e tuttavia  non riesce a cancellare l’amore per il corpo di Beatrice, se non tentando di trasformarlo in un corpo mistico, rivede nell’unione inscindibile di Paolo e Francesca la propria. Questo è il senso della violenta sincope che lo coglie al termine del racconto di Francesca.
Nel mito classico di Orfeo ed Euridice la vicenda si rovescia. L’amante non può tollerare la morte dell’amata, non può trovare alcun sollievo nell’idea di una vita oltre la vita. Che nell’Ade non è che esistenza larvale. E quella morte la rifiuta.
Il mondo, non genericamente  pagano, ma più precisamente precristiano, non contempla un amore che non sia lo specchio del desiderio di tutto l’essere, che in tutto l’essere non si riversi, perché non concepisce separazione tra anima e corpo. Dunque, la morte di Euridice è anche la morte di Orfeo e della sua arte.
Orfeo non può non ritrovare Euridice, perché perderebbe se stesso. E difatti, nel voltarsi verso di lei, cioè nel non credere che davvero la morte sia vinta, nella mancanza di speranza e di fede nella promessa fattagli in nome della sua arte, perde Euridice. Cioè perde se stesso.
L’amore cristiano, da questo punto di vista, è salvifico. Vince la morte. Perché del corpo ne fa un nulla.

Nella favola di Giulietta però, come in quella di Tristano e Isotta, questa salvezza non c’è. Eros e thanatos si sono ormai saldati insieme nel tòpos, che tanta fortuna avrà in Occidente,  dell’amore-passione come amore-sofferenza.
Ricordo che, quando uscì il meraviglioso film Orfeo Negro, di Marcel Camus, dalla piéce teatrale di Vincius De Moraes, mio padre ne fu affascinato e commosso. Ne parlò a lungo. Nella versione di De Moraes, Orfeo ed Euridice muoiono entrambi, ed anzi è Orfeo che, per una terribile disattenzione, causa la morte di Euridice. In modo analogo alla favola classica.  Ma un bambino prende il posto di Orfeo che ogni mattina, con la sua musica magica faceva sorgere il sole e, pur esitante, inizia a suonare e il sole torna a sorgere. Mio padre si era commosso alla scena finale, quando i due bambini e la bambina cantano e danzano la samba, nell’esplosione della vita che continua. Della speranza che non muore.
Il finale del film ha un chiaro significato: l’amore, l’arte, la bellezza, non sono proprietà esclusiva di un solo uomo. Sono degli assoluti di cui gli uomini raccolgono il testimone, l’uno dopo l’altro. Se ne passano la consegna perché l’amore, come l’arte e la bellezza, non muore mai e vive indipendentemente dal fatto che vi sia chi lo accolga in sé o meno. Perché la sua origine è nella sfera del sacro.

La versione che Carlo Diano dà della favola di Romeo e Giulietta è, da tutti questi punti di vista, molto nuova.
Ciò che gli interessa è l’amore che li lega dopo la morte. Quello che accade tra i due amanti  in un mondo dei morti che è però l’Ade e non l’aldilà cristiano.
Non c’è nulla del mondo cristiano in questo luogo dove le anime vagano, in attesa di varcare il Lete,  già quasi dimentiche della vita appena abbandonata, sospese tra un mondo e un altro.
Giulietta cerca Romeo che, lontano e come immerso in uno stupore trasognato, pare non ricordare. A differenza di Giulietta. L’immobilità di Romeo, già preda di quella dimenticanza che gli Orfici vincevano, secondo le istruzioni date al defunto, non bevendo “alla fonte presso i cipressi”, ma a quella di Mnemosine, è la condizione che i defunti vivono nell’Ade. E quale potenza vince la morte? L’amore. È l’amore di Giulietta che lo riscuote, che lo riporta alla vita.
Che gli si abbatte addosso come un’onda. Come una scossa che inneschi nuovamente le funzioni vitali.  E non come frutto dell’istante. Ma per sempre.
La terra da cui Carlo Diano veniva, era stata uno dei centri più importanti dell’Orfismo e al mondo degli Orfici l’aveva iniziato il suo primo maestro del mondo antico, Carlo Felice Crispo, come lui vibonese, come lui perso nella visione abbacinante del loro passato ancestrale.
Dunque, questo scuotimento che travolge Romeo, e lo ridesta dalla dimenticanza, operato dalla potenza dell’amore di Giulietta, ha le radici in quel lontano mondo di iniziati.

Quando Carlo Diano scrisse questi versi, quel saggio sul significato dell’Alcesti, che avrebbe rivoluzionato il senso della favola narrata da Euripide, era ancora lontano. Eppure non posso non vedere già qui tutto quello che nell’Alcesti si sarebbe ai suoi occhi rivelato. Occhi di iniziato.
L’amore oltre la morte, l’amore come salvezza. L’amore come dono di vita e sacrificio di sé. Ma, come Diano spiega , il sacrificio di Alcesti che le assicura l’appellativo generalmente destinato agli eroi morti in battaglia, di àriste, rientra nelle regole di una società cavalleresca e aristocratica, quale descritta da Euripide, per quanto inusitato sia il conferirlo a una donna. La morte gloriosa ed eroica garantisce in questo modo l’onore della memoria.
Ma nell’Alcesti Diano vede ben altro. Vede un annuncio dell’amore del  Cristo. Che dà la propria vita non solo per tutta l’umanità, ma per ciascun individuo, perché la salvezza è sempre e solo individuale. È la storia di un’anima.
Alcesti non si sacrifica per Admeto, ma dà la sua vita in cambio di quella di Admeto. Per un gesto d’amore che non obbedisce a nessuna regola sociale o cavalleresca. Ma per puro e semplice amore. L’Alcesti di Euripide si conclude in apparenza in modo simile a quello della fiaba di Orfeo ed Euridice. Eracle, per ricompensare Admeto, che lo ha accolto come ospite nella sua casa e per delicatezza e rispetto gli ha tenuto celato il lutto, scende nell’Ade  e gli riporta Alcesti. O meglio, una donna velata, come velata era Euridice.
È Alcesti? Questo suggerirebbe il testo euripideo. Il corpo tornato in vita di Alcesti, come quello di Euridice, non ha ancora compiuto il passaggio tra il mondo dei morti e quello dei vivi, finché la convinzione che sia così non è totale. Orfeo non la possiede e perde Euridice, Admeto esita, poi cede alla speranza. Dunque, serve un ulteriore atto d’amore: il credere fermamente che l’amore compia il miracolo di riportare in vita l’amata. Un atto d’amore non limitato solo ad esplicarsi nei confronti dell’Altro, ma che superi i confini dell’Io, vi rinunci in parte, vincendo le resistenze dell’Ego che tutto trattiene e si protenda nell’Oltre. Un atto d’amore – e di speranza, quale virtù – che nell’istante stesso del suo porsi in atto, diviene amore universale e accresce, con la sua luce, la Luce, la Fonte, da cui la vita stessa proviene. Capace dunque di trasformare la morte in vita. In Vita.
La particolarissima e rivoluzionaria lettura che Diano dà dell’Alcesti, è dunque già presente in Giulietta. È Giulietta che, incapace di vivere senza Romeo, lo cerca nell’Ade e lo riporta alla vita. Lo travolge con l’onda di un amore immortale. Molti anni prima che venisse scritto Il senso dell’Alcesti.
Il concetto dell’amore che aveva Carlo Diano, e secondo il quale ha vissuto, era quello di una potenza capace di superare la morte, di una potenza capace, se necessario, di spingere a sacrificare la propria vita per quella dell’essere amato. A offrirgliela in dono. Perché questo era il dramma che aveva segnato tutta la sua vita.
Suo padre era morto quando lui aveva otto anni. Di una peritonite acuta. Ed era morto esattamente un anno dopo che sua moglie, la madre di mio padre, Caterina, aveva rischiato di morire per una febbre puerperale. Pare che, di fronte al letto di morte della moglie, mio nonno abbia pregato che la vita di mia nonna fosse risparmiata, offrendo in cambio la propria.
Questa tragedia, che lo aveva lasciato orfano bambino, ha segnato la vita di mio padre in modo incancellabile.
È dunque alla luce di questa esperienza fondante che la lettura che Carlo Diano ha dato dell’Alcesti, assolutamente nuova, si comprende in tutta la sua potenza.
“Ella (Alcesti) si sacrifica certo da donna che ha una tradizione ed è ‘prode’ ma lo fa per amore. ‘Non volli vivere divisa da te coi figli orfani’, dice al marito. E il giuramento che, contro ogni tradizione del costume greco, gli fa prestare davanti ai figli, impegnandolo a rimanerle fedele e a non sposare un’altra donna, non è se non la prova che ella lo ama e solo per amore gli ha fatto dono della vita.”
Dunque, quando Admeto tocca il fondo del dolore, capisce che “la scelta migliore l’ha fatta lei, perché per lui la vita senza Alcesti è peggiore della morte.”
È questa, dice Diano, la rivelazione che costituisce il culmine del dramma euripideo: la scoperta dell’amore,  che non è l’eros che i Greci conoscono e concepiscono per una donna.
“E’ qui che il sacrificio si rivela impossibile. Perché, se c’è l’amore, e la morte è la separazione per sempre dall’essere amato, o tutti e due devono morire, o nessuno dei due si può sacrificare per l’altro. ….
“E allora?
“Alcesti ha temuto di vivere, e Admeto non può sopravvivere. Allora non c’è che una soluzione, ed è che Alcesti risorga, e cioè che la morte non sia l’ultima linea delle cose, ma che nell’aldilà le anime si possano ritrovare  e ricompongano il nodo che le ha strette nella vita.
L’amore vuole la resurrezione.”
Il tragico equivoco che spinge Romeo a darsi la morte, perché la vita senza Giulietta è peggio della morte, e la terribile scelta di Giulietta, compiuta senza timore o esitazione, perché non potrebbe vivere senza Romeo e solo la morte può appunto ricomporre il nodo che li ha stretti in vita, si placa, nei versi di Carlo Diano, in una resurrezione che l’universo di Shakespeare non può contemplare, ma può avvenire grazie al miracolo dell’immortalità dell’amore. In un Aldilà che, deserto di angeli o dei, s’illumina dello sguardo di Giulietta, che cerca Romeo e lo accende della propria luce.

Come non vedere, in questi versi:

Venia Giulietta a lui, per sempre, e il volto
suo verginale rifiorìa una luce
candida opaca, quale nelle notti
dell’estate odorosa in fondo al cielo
sale da cupe azzurrità la luna;
quieto riflesso, ove non più s’infosca
ombra d’affanno, luminoso oblio
intorno al muto suo sguardo d’amore.

già tutta quella visione, chiara, limpida, già fatta immagine, che quasi venti anni dopo tornerà a schiudere a Carlo Diano “il senso dell’Alcesti”?

Francesca Diano

Carlo Diano Nota biografica.

Carlo Diano (1902 Vibo Valentia – 1974 Padova) è stato uno dei più brillanti e originali pensatori del ‘900 di fama mondiale. Grande grecista, filologo, filosofo, storico e traduttore dei classici greci (Omero, Eschilo, Sofocle, Euripide, Epicuro, Eraclito, Epitteto), è stato anche poeta, compositore di musica, pittore e scultore. Uno di quei rari spiriti rinascimentali in cui la vastità del sapere si univa a un amore sconfinato per la conoscenza.
Allievo a Roma, dove si era laureato con una tesi su Leopardi, di Nicola Festa e Vittorio Rossi, conosce Giovanni Gentile, a cui lo legherà un affetto filiale profondo e ricambiato, tanto da commemorare pubblicamente il Maestro subito dopo il vile assassinio.
Fu lettore di italiano per molti anni nelle Università di Lund, Uppsala e Goeteborg in Svezia e a Copenhagen in Danimarca, dove imparò alla perfezione lo svedese e il danese, oltre a conoscere perfettamente il tedesco, il francese e l’inglese Nel 1950 fu chiamato dall’Università di Padova per ricoprire la cattedra di Letteratura Greca che era stata di Manara Valgimigli e dove rimase fino alla morte. A Padova fondò anche il Centro per la tradizione aristotelica nel Veneto.
I suoi interessi spaziavano dalle arti alle scienze matematiche e fisiche, dalla musica alla storia delle religioni, dall’antropologia alla sociologia. Le sue straordinarie conoscenze di filologia, storia,  filosofia e papirologia lo resero il maggior esperto dei testi di Epicuro ritrovati nella villa di Ercolano, di cui curò l’edizione e la traduzione.
Tra le numerosissime pubblicazioni, due soprattutto raccolgono gli aspetti più importanti del suo pensiero filosofico originale: Forma ed evento e Linee per una fenomenologia dell’arte, in cui Diano analizza la cultura, il pensiero e l’arte dei Greci attraverso le due categorie della forma e dell’evento, che tuttavia si offrono anche come strumento di comprensione a tutto il pensiero umano.
Numerosissime le rappresentazioni teatrali delle sue traduzioni dei tragici greci.
Insignito di numerosissime onorificenze e premi, tra cui il Premio dei Lincei, ebbe profonde amicizie con Giorgio Pasquali, Sergio Bettini, Salvatore Quasimodo, Ugo Spirito, Giulio Carlo Argan, Carlo Bo, Bernard Berenson, Mircea Elide, Walter F. Otto, Silvio Ceccato, Gian Francesco Malipiero.

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