Cillín. Un racconto irlandese

Fairy fort at the summit. Related in lore to the Potato Famine. - Picture  of The Hill of Maeve, Tuam - Tripadvisor
Nella foto il sito dove è stato recentemente ritrovato uno dei tanti Cillìnì

Chi, chi vorrà ascoltare la mia storia?

Chi vorrà lasciare che il soffio delle mie parole gli giunga fin dentro l’anima? Chi vorrà comprendere e condividere il mio strazio, ormai sostanza di cui sono fatte la mia carne e le mie ossa, e i capelli e la pelle? Null’altro che questo io sono.

Nulla io sono, se non la storia del mio smarrimento. Tutto è nebbia in questo regno silenzioso che attraverso senza posa, in cerca del mio cuore.

C’è un luogo, da qualche parte, dove giace il mio bambino. Dove? Dove?

Vago la notte, come una falena, su prati, colline, foreste, laghi, isole, corsi d’acqua, sopra cimiteri e rocce affioranti, paludi e torbiere, lungo la riva del mare e sopra le onde che s’infrangono contro gli scogli. Vago alla ricerca di un segno, un indizio che mi possa rivelare la sua presenza.

         Talvolta la luce della luna illumina il mio percorso, talvolta tutto è tenebra. Sfioro l’erba, la terra, nella speranza di avvertire qualcosa. Forse il suo stesso richiamo.

Mi dissero che era morto e non potei nemmeno posare il mio sguardo su di lui.

<<È un maschio. È morto>>, fu tutto quello che mi comunicò la suora che mi assisteva. I dolori del parto non furono nulla di fronte alla disperazione che provai quando me lo disse. Era stata molto più loquace quando, mentre urlavo di dolore, mi sussurrava nell’orecchio che era la giusta punizione per il mio peccato. Che quello era il giusto pagamento per due minuti di piacere. Ne era valsa la pena?

         Con l’ultima, disperata spinta, me lo sentii sgusciare fuori, caldo, appiccicoso, con una meravigliosa sensazione di liberazione e sollievo, eppure colma di felicità per aver fatto qualcosa di grandioso – almeno quello nella mia esistenza – aver dato alla luce una vita, aver creato qualcosa che era parte di me eppure distinto da me. Mi parve un mistero immenso e insondabile, che io stessa, con la mia carne e il mio sangue, avessi generato un essere che era una creatura in sé compiuta.

Ma furono brevi istanti. Quella vita già era preda della morte.

Mi strapparono quel corpicino e non ne ebbi più notizia. Chiesi, implorai che me lo facessero vedere, tenere anche solo un istante, ma fu inutile.

<<È meglio per te>>, mi disse la suora.

Mi sentii morta con lui.

         Gli diedi un nome. Un piccolo nome, come lui: Sean. Un suono dolce come un sospiro, come il respiro che mai esalò. Era il nome del mio nonno materno.

Dopo tre giorni mi fecero tornare a lavorare, ma non avevo forze. Non più, nulla a cui guardare. Nulla in cui sperare.

La “casa del pianto” la chiamavamo. Così l’avevamo battezzata, perché non altro che pianto racchiudevano le sue mura. Silenzioso molto spesso. Il più amaro. Il più crudele.

A guardarla dall’esterno non lo si sarebbe detto. Era un bell’edificio imponente, con due colonne all’ingresso e un grandissimo atrio, al cui centro era uno scalone quasi maestoso. Tutto era tirato a lucido, tutto risplendente, non una briciola di polvere o una macchia. Ma quel lindore, come avrei poi capito, era solo una facciata, frutto di una crudeltà disumana. Della mancanza di carità.

Un sepolcro imbiancato, come disse Nostro Signore Gesù di scribi e farisei, “simili a sepolcri imbiancati: all’esterno son belli a vedersi… ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume”. Poiché era anche una casa della morte.

Io venivo da un piccolo villaggio e non avevo mai visto edifici simili, a parte la chiesa. Perciò, quando arrivai, con la mia vergogna in grembo, come mi dissero, pensai che in quel luogo avrei potuto trascorrere gli ultimi mesi della mia gravidanza in serenità e partorire il mio bambino come si dovrebbe, per un nuovo inizio. Lui mi avrebbe dato la forza di lottare, di bastare a noi due, di rifarmi una vita degna di questo nome.

Ma come mi sbagliavo…

Noi, ragazze perdute, povere e marchiate dall’infamia di aver praticato il sesso fuori dal sacro vincolo del matrimonio, dovevamo ripagarci la carità che ci veniva offerta nell’accoglierci, sia prima del parto, sia dopo, e al nostro bambino se viveva e le suore dicevano che dovevano mantenerci per almeno un anno. Pagavamo pulendo, lustrando e lucidando, lavando e cucinando, facendo infiniti bucati, che ci bruciavano le mani, per privati e ospedali, stirando e spaccando la legna, curando l’orto, e molto altro. Che fossimo incinte o puerpere. Per nove, dieci ore al giorno a romperci la schiena come bestie. Senza tregua, senza respiro, se non le interruzioni per l’allattamento. Anche quelle di noi che avevano perso i figli dovevano fare da balia ai piccoli di chi non aveva latte o era morta di parto. Erano i soli momenti in cui lasciavano vedere i figli alle madri.

Ma le suore non dicevano mai di chi fossero figli. Nemmeno se venivano supplicate piangendo. La loro indifferenza al pianto era gelida e dura come la terra di un cimitero in inverno. La loro perfidia era estrema. Le povere infelici non sapevano quale fosse il loro bambino o la loro bambina. Eppure, nella loro infelicità, erano più fortunate di quelle come me. Noi sapevamo che il frutto della nostra carne se l’era portato via la morte. Solo il latte che ancora produceva il nostro seno ce lo ricordava crudelmente e rinnovava il dolore.

Ogni volta che una di noi si attaccava al petto un neonato, sapendo di averlo partorito vivo, si chiedeva se fosse carne della sua carne, o se fosse un estraneo, eppure lo nutriva con lo stesso amore che avrebbe avuto per il proprio.

Per il resto del tempo venivano separati. Perché, così ci dicevano le suore, non ci affezionassimo troppo, dato che avremmo dovuto lasciarli lì.

Tale era ritenuta l’enormità della nostra vergogna, da doverci punire dimenticando la carità che insegna Nostro Signore. E loro, che si proclamavano Sue serve, sembravano conoscere solo superbia e disprezzo. Loro erano le vergini del Signore, le spose di Cristo. Noi soltanto delle sgualdrine.

Quando il tempo dell’allattamento finiva, la separazione diventava definitiva. Strappati come piantine dalla terra madre. A quelle i cui figli erano sopravvissuti, veniva fatta firmare una carta senza dare nemmeno il tempo di leggere cosa fosse. 

A distanza di un anno dal parto venivamo buttate fuori e abbandonate alla nostra sorte, ma eravamo segnate dal marchio dell’infamia. Dei nostri figli mai più nessuna notizia. Era difficile trovare un lavoro, spesso le famiglie non ci volevano indietro e pochi erano disposti a far lavorare chi era stata in quelle case conoscendone la ragione. Così, ad eccezione di poche fortunate, molte finivano per strada a prostituirsi. O peggio.

Eppure erano ricche le suore, a loro non mancava niente. Spesso vedevamo arrivare signore e signori eleganti, che si diceva facessero beneficenza e venivano accolti con dolci e squisitezze che non avevamo mai visto in vita nostra.

E la fame… oh la fame! È un ricordo impossibile da cancellare. Persino ora, nella mia condizione. La minestra acquosa che ci davano e il poco pane non bastavano certo a soddisfarla o a nutrirci.

Il mio pensiero fisso, non mi vergogno a confessarlo, era il cibo; talvolta superava persino lo strazio di aver perso il mio Sean. Arrivai a bere le gocce di latte che mi spremevo dal seno. Il latte che avrei dovuto dare al mio piccolo e che invece davo ai figli delle altre infelici. E allora immaginavo di tenere in braccio Sean, di cullarlo, e parlavo alla piccola creatura che mi porgevano come avrei parlato a lui. Era una magra consolazione, ma me la facevo bastare.

Ma c’era anche l’angoscia che provavo perché il mio piccolino non era stato battezzato. La sofferenza di sapere che non era con gli Angeli del Signore, ma nel Limbo. Me lo immaginavo un luogo grigio, freddo, dove tante piccole anime come la sua vagavano in cerca della mamma, forse piangendo di paura e solitudine… Oh, come avrei voluto essere lì con lui, potergli far sentire il calore del mio amore. E pregavo, pregavo, di poterlo ritrovare un giorno. Ma sapevo che era impossibile, perché io ero stata battezzata e, che fossi finita all’Inferno, in Purgatorio o in Paradiso, comunque sarebbe sempre stato separato da me.

Mio Sean, mio fiorellino dalla corolla schiacciata.

Avessi almeno avuto una tomba su cui poterlo piangere, su cui posare un fiore… ma nessuno mi disse mai dove fosse finito il corpo del mio bambino.

Ero nata in una piccola fattoria del Kerry. Non eravamo poveri, ma non nuotavamo certo nell’abbondanza. In casa eravamo in otto, i nostri genitori, tre fratelli e due sorelle oltre a me. I maschi della famiglia lavoravano tutti nei campi o nell’orto. Avevamo un po’ di terra, sufficiente per il nostro consumo di patate e avena, qualche albero di mele, due vacche, alcune pecore e delle galline. Io ero la maggiore delle sorelle e aiutavo mia madre a prendermene cura, perché lei non era una donna robusta. Ma lo era il suo spirito ed era lei che teneva salda la famiglia. Era la nostra roccia. Poi, quando ebbi undici anni, mia madre morì nel dare alla luce la più piccola.

         Lo ricordo ancora il funerale. Fui io a lavarla e a vestirla. Il pomeriggio iniziò la veglia funebre, che durò fino al mattino seguente. Vennero tutti i vicini, portarono cibo, tabacco, candele e birra. Mia madre era stesa sul tavolo di cucina, con i piedi rivolti verso la porta, vestita con l’abito da sposa, il volto sereno. La vecchia prefica intonò il caoíne, la lamentazione funebre e tutte noi donne levammo in coro il grido del cordoglio dopo ogni strofa. Tutti narrarono le loro storie, tutti tesserono le lodi della mamma, che era stata una donna buona e generosa e aveva sempre aiutato chi aveva bisogno. Io tenevo in braccio la mia sorellina, che dormiva tranquilla. Ora avrei dovuto fare da mamma per tutti.

         Poi la portammo in Chiesa per la Messa funebre e la seppellimmo nel cimitero che guarda il mare. Ricordo ancora il tremendo rumore della terra sul legno della bara. In quel momento sentii che qualcosa mi si spezzava dentro. Il suono sordo di quella rottura si fuse con il rumore delle zolle di terra.

Al dolore devastante per la sua perdita si aggiunse qualcosa che non seppi capire, un’angoscia, come un presagio.

Per Sean non ci fu alcun rumore, nessuna bara. Se non io stessa.

Mio padre non resse allo strazio e cominciò a bere. Non riconoscevamo più l’uomo tranquillo, lavoratore e timorato di Dio in quella povera larva di essere umano, che spesso diventava violento e alzava persino le mani. Dopo pochi anni i miei fratelli emigrarono e io restai sola a badare alla casa, alle mie sorelle e a lui. Dovemmo vendere quel poco di terra e quasi tutti gli animali.

         Così, a sedici anni, decisi di andare a servizio nella cittadina vicina, in casa di un commerciante di birra. Un posto che mi aveva trovato il prete della nostra parrocchia.

         In casa il lavoro era duro e la padrona non molto gentile, ma era lavoro e almeno potevo dare dei soldi in casa. Il padrone però era un uomo gioviale e spesso mi dava qualche scellino di nascosto della moglie. Così mi affezionai a lui, perché mi pareva di aver trovato un secondo padre.

         Ma, una sera che sua moglie era assente perché era andata a trovare dei parenti, salì in camera mia e fece con me delle cose che non riesco nemmeno a nominare. Mi lasciò tramortita. Mi sentivo sporca, colpevole e non riuscivo più ad alzare gli occhi su di lui o su sua moglie. Ma avevo bisogno di lavorare.

         Il mese dopo non ebbi le mie cose e nemmeno i mesi seguenti. Mi sentivo strana, priva di forze, la mattina vomitavo, finché mi si gonfiò la pancia. Allora capii.

         Ma lo capì anche la padrona e, dopo una scenata terribile, mi cacciò di  casa. Non seppe mai chi mi aveva messo incinta.

         Mio padre non mi volle indietro, mi disse che ero la vergogna e la disgrazia della famiglia. Che andassi a fare il mestiere di cui ero degna e che non tornassi mai più. Così il prete mi fece mandare lì, in quella che chiamavano la Casa della Madre e del Bambino. La casa del pianto. La casa della morte.

Non fui più la stessa dopo la perdita del mio bambino. Lavoravo come un automa, non mangiavo quasi più nemmeno il poco cibo che ci davano e quando finì l’anno di soggiorno obbligatorio, le suore mi mandarono via, senza curarsi del mio destino. Come avveniva per tutte noi.

         Girai per le strade della città. Guardavo tutte quelle persone che camminavano, che entravano nei negozi, che si affrettavano a tornare a casa. Alla loro casa, alla loro famiglia. Chi parlava e rideva con qualche amico o conoscente, chi era assorto nei propri pensieri, chi si fermava davanti a una vetrina o entrava in un locale.

         E allora pensai a che mistero sono gli esseri umani, che mistero è la nostra vita. Tutte quelle persone vivevano, immerse nelle loro faccende, e pensavano, soffrivano, amavano, lavoravano, sognavano, si incrociavano, eppure tutte loro sarebbero svanite come ombre. Le strade che percorrevano, le case che abitavano sarebbero rimaste vuote di loro. Le abitudini quotidiane, i gesti ripetuti giorno dopo giorno, tutto sarebbe scomparso senza lasciare traccia. Come era stato per milioni di esseri umani nel tempo. Come già era per me. Avevo ancora un corpo, ma era invisibile, già un’ombra nel mondo.

         Tutto mi parve privo di senso, se non il dolore atroce della mia perdita. La sola realtà era il vuoto di Sean, un abisso che risucchiava ogni altra cosa.

La sera stessa andai sulla scogliera e mi buttai giù, nel ventre del mare, perché mi accogliesse, pregando Gesù e la Santa Vergine che mi facessero la grazia di riunirmi al mio Sean. Perché forse il mio gesto, nato dalla disperazione, mi sarebbe stato perdonato per intercessione della Vergine, che conosceva il dolore della morte di un figlio e, non potendo l’Inferno, o il Purgatorio, o il Paradiso accogliermi, sarei approdata al Limbo, accanto al mio Sean.

         E invece vago ancora sulla terra, a cercare il suo corpicino.

Lo cerco, lo cercherò fino alla fine dei tempi. So che quando lo troverò saremo infine riuniti e in pace. E da allora non faccio che vagare come una falena su prati, colline, foreste, laghi, isole, corsi d’acqua, sopra cimiteri e rocce affioranti, paludi e torbiere, lungo la riva del mare e sopra le onde che s’infrangono contro gli scogli. Vago alla ricerca di un segno, un indizio che mi possa rivelare la presenza del suo piccolo corpo che qualche punto della terra accoglie nel suo abbraccio ghiacciato e silenzioso.

So che mi aspetta.

*

Cillín (pl. Cillíní), in gaelico “piccolo cimitero” o “cimitero dei piccoli”, era il nome che in Irlanda si dava ad aree di terreno non consacrato in cui venivano sepolti in forma del tutto anonima i corpicini di bambini nati morti, o morti poco dopo la nascita e non battezzati, in base al credo cattolico che vietava la sepoltura in terreno consacrato di chi non aveva ricevuto il battesimo. I Cillíní, tenuti segreti e non individuabili, spesso si trovavano appena all’esterno di cimiteri, vicino al mare o a corsi d’acqua, oppure nei pressi di luoghi che si consideravano dominio degli esseri fatati, come circoli di pietre, menhir o dolmen ecc. Luoghi comunque liminali, e per questo in qualche modo appartenenti alla sfera del sacro.  Questo avvenne per secoli, in una contaminazione fra folklore e credo cattolico.

Dagli inizi del ‘900 però, e soprattutto quando, con la nascita della Repubblica d’Irlanda, furono istituite le Mother and Child Homes, strutture per l’accoglienza di ragazze madri, rette da diversi ordini di suore e facenti capo alla Chiesa Cattolica Irlandese, la pratica divenne molto più sinistra. In quelle strutture infatti, le ragazze venivano nutrite poco e male e pesantemente sfruttate per lavori gravosi, a guisa di schiave, così come i bambini, che soffrivano di malnutrizione. In queste condizioni, moltissimi furono i bimbi nati morti e quelli che morirono entro poco tempo per le pessime condizioni in cui erano costretti a vivere. In alcune di esse, negli anni Trenta e Quaranta la percentuale di mortalità infantile entro il primo anno di vita, fu dell’82%! Di conseguenza, i loro corpi venivano sepolti di nascosto dalle suore in modo anonimo, in luoghi segreti e non consacrati, senza funerale, lapide, o nome. Persino gettati in pozzi neri in disuso, come di recente è stato scoperto nell’Irlanda del Nord. Proprio perché si diceva che questi bambini, nati morti e dunque non battezzati, sarebbero andati al Limbo, divennero noti come Limbo babies.

Mentre le madri venivano mandate via dopo un anno dal parto senza più rivedere i loro figli, i bambini che sopravvivevano venivano trattenuti e, dopo quattro o cinque anni, le suore li davano in adozione, ma di fatto venivano venduti, procurando un notevole reddito alle istituzioni religiose, oppure mandati nelle Industrial Schools, in teoria scuole di avviamento al lavoro, ma in effetti delle case correzionali, dove subivano spesso abusi e violenze. Queste pratiche atroci proseguirono fino agli anni Settanta del secolo scorso, ma le ultime Mother and Child Homes vennero chiuse solo negli anni Novanta.

In anni recenti, grazie al lavoro di alcuni antropologi e archeologi forensi, sono stati scoperti numerosi cillíní, con molte migliaia di corpicini e molti ancora, si teme, se ne scopriranno, poiché i cillíní erano diffusissimi in tutta l’Irlanda. In base alle testimonianze di persone che ricordano di essere state in quelle istituzioni o che sono figli e figlie di ragazze madri che vi finirono, negli ultimi anni è esploso un grande scandalo che ha coinvolto stato e Chiesa ed è stata avviata un’inchiesta che non si è ancora conclusa, anche perché le istituzioni tendono a secretare il più possibile testimonianze e documenti, come è avvenuto definitivamente per le terribili Magdalene Laundries. Tuttavia la Chiesa Cattolica d’Irlanda e il Primo Ministro irlandese hanno chiesto pubblicamente perdono per queste vicende. Per quel che vale.  

FRANCESCA DIANO

(C)2020 by FRANCESCA DIANO RIPRODUZIONE RISERVATA

An Blascaod Mór di Francesca Diano

 

The Great Blasket seen from the mainland provided by Wilf Judd

 

In Irlanda, all’estremità della Dingle Peninsula, nel Kerry, vi è un piccolo gruppo di isole, le Blasket Islands, l’unica abitata delle quali, fino agli anni ’50 del secolo scorso, era la più grande, la Great Blasket, in gaelico An Blascaod Mòr. Gli abitanti dell’isola, che vivevano di pesca, allevamento e le poche cose che si potevano coltivare, parlavano un gaelico particolarmente puro e nobile, tanto da attirare, fin dai primi decenni del ‘900, studiosi non solo irlandesi, ma anche americani e svedesi. La vita era, come si può immaginare, molto dura, ma sulla Great Blasket le antiche tradizioni, il ricchissimo folklore e la suprema arte della narrazione erano cose vivissime. Sulla Great Blasket visse anche Peig Sayers, una seanchaì (storyteller) leggendaria, che conosceva a memoria 300 fra storie e leggende, alcune lunghe anche più notti (così si contava la lunghezza di una storia)  e dalle incredibili capacità narrative, tanto da essere definita “l’Omero donna”. Peig morì sulla terraferma nel 1958, amata e riverita come una regina dai maggiori studiosi di folklore irlandese.

Ma, per le difficoltà della vita, (non c’era nemmeno la corrente elettrica) nei primi decenni del ‘900, molti giovani cercarono fortuna o sulla terraferma o in America e l’isola – già abitata da poche decine di persone – cominciò a spopolarsi. Tuttavia, l’interesse di studiosi per l’antica cultura convinse alcuni degli isolani più dotati nell’arte della narrazione a scrivere le proprie memorie e a consegnare alla storia una cultura antica e nobile che presto sarebbe sparita. Infatti, alla fine degli anni ’50, tutti gli abitanti vennero trasferiti sulla terraferma. 

L’isola, i suoi paesaggi, il suono del mare, sono un’esperienza di struggente bellezza e profondamente spirituale, che ancora ho nel cuore e vivissima nella memoria. Come le storie dei suoi seanchaì.

Questo testo è parte di un piccolo gruppo di testi poetici, sia in italiano che in inglese, che mi sono stati ispirati dall’Irlanda, sia durante il mio soggiorno che in seguito. Solo un modesto tributo di riconoscenza al moltissimo che da questa terra ho ricevuto. 

Sia lode ai poeti di An Blascaod Mòr e possa la loro voce sempre risuonare insieme a quella del mare e dei venti.

F. D.

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Peig Sayers nella sua casa. Foto del Department of Irish Folklore. University College Dublin

 

An Blascaod Mór

 

Eco – mia isola grande

acque d’amaro d’ambra

nel forzato abbandono.

Fluttuante transito d’ombre

d’altro mondo silenti

antiche tempeste sferzano

coste costole del grande

corpo di guerriero dormiente

cresta d’onda terra s’è fatta

su scintille d’oceano

zolle saline nutrimento

che alimenta spettri,

sussurro di mia stirpe

regale spira di correnti.

 

Circolare il tacere memoria

insaziata del negato ritorno.

Agli avi faccio dono

delle ossa loro solo dominio.

Vita s’è consumata

come spuma nel canto

degli scogli – roccia l’anima.

Sussurri d’antichi poeti

affidati al vento alle tempeste.

La luna lascia scie

sulle acque donando

parte della sua luce

nel riflesso dell’attimo

che mai si estingue.

 

 

(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

Halloween, Samhain o Ognissanti?

Il dipinto celebra una festa di Halloween a Blarney cui Maclise, il più famoso pittore irlandese di epoca vittoriana, partecipò nel 1832

Daniel Maclise. Snap-apple Night, olio su tela, 1833. Il dipinto celebra una festa di Halloween a Blarney cui Maclise, il più famoso pittore irlandese di epoca vittoriana, partecipò nel 1832 e in cui si può vedere uno dei più popolari giochi tradizionali della festa, quello di afferrare una mela coi denti.

Halloween (All Hallows Eve) è una festa che non ha nulla a che vedere con l’America, ma era la solenne celebrazione dell’inizio dell’anno celtico, la notte del giorno compreso fra il tramonto del 31 ottobre e il tramonto del 1° novembre. I Celti infatti, contavano per notti e non per giorni. Il suo nome era Samuin, o Samhain, che significa “fine dell’estate”. Nel Calendario gallico di Coligny, compare il nome Samo(nios) a indicare questo mese. La festa celebrava la fine della stagione dei raccolti e l’ingresso nella parte più oscura della natura e dell’anno ed era molto sentita in Irlanda, Scozia e nell’Isola di Man, ma festività analoghe venivano celebrate in Galles, Cornovaglia e Bretagna.

La festa propriamente detta durava tre giorni (i tre giorni di Samhain), ma si estendeva da una settimana prima a una settimana dopo il momento culminante, tale era la sua importanza. Tutti i fuochi venivano spenti in Irlanda, mentre, sulla collina reale di Tara i druidi dell’ard rì (il Sommo Re, che presiedeva a tutti i re locali, o capi clan) riaccendevano il Sacro Fuoco, che veniva poi portato da staffette nelle Quattro Parti d’Irlanda. Il fuoco infatti, nel valore simbolico di purificazione, protezione e rinnovamento,  era una delle componenti più importanti nelle celebrazioni rituali della festa.

Nell’antica letteratura mitologica irlandese, molti eventi importanti si svolgono a Samhain, ad esempio l’invasione dell’Ulster, narrata nel  Tàin Bò Cùailnge  o l’epica Seconda Battaglia di Maighe Tuireadh, così come è presente la tradizione che, in questa notte, si aprano le porte dell’Altro Mondo.
Segnando un passaggio da un vecchio ciclo ad uno nuovo, Samhain è un “momento liminale” per eccellenza, secondo la definizione di Van Gennep, o “liminoide” secondo Turner e, come tale, uno iato, che apre squarci pericolosi e minaccia l’infiltrazione di energie incontrollabili fra due dimensioni. Dunque la celebrazione accurata dei riti deve assicurare che il passaggio venga compiuto in modo sicuro e protetto. E in Irlanda i riti erano particolarmente complessi e articolati. Allo stesso tempo, venivano prese importanti decisioni di natura giuridica, quasi a significare che il passaggio da un vecchio ciclo a un nuovo ciclo esigesse la chiusura, secondo giustizia e verità (aspetti cui i Celti attribuivano fondamentale importanza) di ogni pendenza in sospeso.

Samhain segna dunque, non solo l’aprirsi di uno iato, ma anche un contatto fra il mondo di qua e quello di là. Il radicamento della tradizione era così profondo e forte, che la conversione al Cristianesimo non ebbe il potere di cancellarla, attribuendo invece, come spesso si verifica nel passaggio fra mondo pagano e mondo cristiano, a una medesima simbologia un diverso significato. E’ avvenuto così anche nel passaggio dalla paganità romana al Cristianesimo, quando non solo festività, ma forme architettoniche (la basilica), figure del mito, elementi decorativi, sono stati assorbiti dalla nuova religione, ma con un nuovo significato.

Nel IX sec. la Chiesa fissò il 1° novembre come festa di Ognissanti e il 2 come celebrazione dei Defunti, ma nel mondo celtico la festa conservò per molti secoli la sua potenza originaria e il suo radicamento. In realtà fino ad oggi.

Rimane tuttavia sempre presente il senso originario del contatto fra due dimensioni, quella dei vivi e quella degli spiriti disincarnati, ma modificato nella Comunione dei Santi e nella celebrazione di coloro che hanno varcato la soglia, il limen, della morte. In realtà, quel contatto che Samhain celebrava (e proteggeva), tra i vivi e l’Aldilà, non si è trasformato nella sua sostanza, poiché la solennità della festa è pari alla potenza del contatto col Sacro.

Nella tradizione folklorica, che traghetta in senso popolare la tradizione mitologica “alta”, era credenza che gli Esseri Fatati, non meno dei defunti, si aggirassero e costituissero un pericolo, dunque anche nella versione popolare della festa, i travestimenti, le offerte di cibo lasciate per fate e defunti, gli spettacoli dei Mummers, tradizionali dal XVI sec. in questa data, ecc. avevano lo scopo di esorcizzare energie pericolose.
A Monselice, nel padovano, è viva ancora oggi l’antica Fiera dei Morti, una festa che dura tre giorni (i tre giorni di Samhain!) e che potrebbe affondare le radici nella tradizione ancestrale pre-romana.
Nel mio soggiorno in Irlanda ho visto che le celebrazioni di Samhain sono ancora accompagnate da narrazioni di storie e leggende e in generale legate alla tradizione folklorica, ancora fortissima e molto ricca.
La moderna celebrazione “all’americana” nasce dalla trasformazione di una tradizione che gli immigrati irlandesi portarono con sé in America, e che poi ha subito, come un po’ tutto negli USA, forme di commercializzazione selvaggia.
E’ vero però che permane, pur in forme commercializzate e degradate, quell’aspetto originario della funzione iniziatica, del contatto fra il mondo di qua e quello di là, del memento che non esiste solo ciò che è visibile e che esistono forze potenti, minacciose e oscure con cui confrontarsi. Forze però che – è bene tenerlo presente – sono soprattutto dentro di noi.

NOTA. Daniel Maclise,  (Cork, 1806 – Londra, 1870) fu un grandissimo pittore, famosissimo ritrattista e autore di dipinti storici e di ispirazione letteraria. Fu aiutato nella sua giovinezza da Thomas Crofton Croker, il grande pioniere degli studi folklorici in Irlanda, di cui illustrò un’edizione delle Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland, da me tradotto e curato in italiano e che lo introdusse a Londra nella cerchia culturale e politica dell’epoca. Maclise affrescò, fra le altre cose, le sale di Whitehall ed ebbe uno straordinario successo.

(C) 2014 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Origini del folklore irlandese