James Harpur – La bianca silhouette

800px-Rublev's_saviour

Andrej Rublev, Il Salvatore.

 

The White Silhouette, lunga poesia che dà il titolo alla recente e acclamata raccolta di James Harpur, (The White Silhouette, Carcanet 2018), è, insieme a Kells, una dichiarazione della sua poetica, della sua ricerca interiore e della sua visione del mondo. Harpur è un instancabile esploratore dello spirito, e nel suo viaggio percorre tutte le vie, dal pensiero Neoplatonico ai mistici di ogni tempo e luogo, senza limiti di credo o appartenenza religiosa, al pensiero filosofico occidentale e orientale, degli antichi e dei moderni. Il suo amore per la figura del Cristo non può dirsi strettamente cristiana, ma più come legata a una spiritualità universale.Per ulteriori approfondimenti, si vedano altri post da me dedicati alle sue opere.

Francesca Diano

 

 

La bianca silhouette[i]

 Traduzione di Francesca Diano

(2014)

 

 

A John F. Deane

 

 

“Una mattina, sopracoperta, si prese a bisbigliare: ‘Abbiamo un passeggero misterioso a bordo.’ “… Spesso, dopo il nostro arrivo a Gerusalemme, ripensai a quella diceria… Quando, vicino alla Porta d’Oro, vedevo l’uomo vestito di bianco che, qualunque tempo facesse, portava la sua lampada accesa, pensavo sempre: ‘C’è un pellegrino misterioso a Gerusalemme.’

Stephen Graham, da With the Russian Pilgrims to Jerusalem. 1913

 

 

 

 

Pensavo ci saremmo incontrati in un luogo sacro

Come la chiesa del villaggio di Bishopstone

Vuota in un giorno d’estate nel Wiltshire

Gli alberi verdeggianti e carichi di corvi

E il torrente fra i prati una corrente

D’argento brunito sotto il ponte dove vidi

Il mio primo martin pescatore dardeggiare

Il suo ago, lasciandomi il suo punto turchese

Nella memoria; ed andavo a sedermi

Nella chiesa e chiudevo gli occhi

Attendendo invano che qualcosa scattasse

Chiedendomi se fosse questa la mia vita

Che sprecavo a casa di mia madre.

A volte portavo con me il Temple di Herbert[ii]

E leggevo il sereno ordine delle sue poesie

E l’immaginavo, come lo videro una volta,

Abbracciare il pavimento della sua chiesa a Bemerton

Chiedendo che l’amore l’accogliesse.

Sedevo dritto disposto alla preghiera

Troppo preso dall’autoanalisi

Troppo inesperto, lo spirito impaziente

Per notare se tu fossi scivolato dentro con l’aspetto

D’un turista che osserva il coro o il fonte battesimale

E acquista cartoline illustrate e firma

Il libro dei visitatori aggiungendo “atmosfera incantevole”;

O d’un camminatore che cerca rifugio dalla pioggia

O d’una donna venuta a decorare l’altare con dei fiori.

 

O in un luogo come l’isola di Patmo

Fuori stagione non invasa dai turisti,

Il mare che salassa il cielo del suo azzurro.

Forse tu sei venuto quel giorno di settembre

Nella grotta di San Giovanni, oro divisionista

Sulle candele e sulle lumeggiature delle icone,

Quando ero lì ad assorbire la frescura,

Immaginando Giovanni nel Giorno del Signore

Prostrato a terra come dinanzi a un trono

E tu non vestito “con una veste lunga e una cintura d’oro”

Né “con capelli bianchi come lana o neve”

Ma come un pellegrino con zaino e fotocamera

Rispettoso, curioso, guida in mano

A esaminare la grana della roccia scabra

Che incontra il mio sguardo e si ferma un secondo

Come fossi un vecchio compagno di scuola.

Se tu eri lì, io non t’ho visto,

Perché troppo accecato dalla nuova Gerusalemme

Che lanciava bagliori di diaspro, di zaffiro e topazio

Scendendo dal cielo come un’enorme corona regale.

 

O in un luogo come Holycross a Tipperary,

Nell’abbazia dove la strada incontra il fiume,

Forse t’eri fermato a interrompere il viaggio

Come io faccio spesso, e m’hai visto nella navata

Avanzare sul pavimento inclinato

Verso la reliquia, frammento della Croce

O forse eri seduto fuori sulla riva del Suir

Su una panchina in un prato d’erba tenera

Forse quel giorno in cui, diretto a nord,

Mi fermai accanto al parcheggio ad osservare

Una sposa, fragile, congelata presso la porta

Le damigelle strette insieme nel freddo di marzo

Che attende e attende di fare il suo ingresso

Nell’improvviso illuminarsi di visi che si voltano

Come un cigno che scivola nel suo abito niveo

Sotto l’arco di un ponte in stato di grazia.

Ero troppo incantato dal suo destino di sposa

Per vederti accendere il motore, partire,

Sollevando la mano nel passarmi accanto

Diretto a Cashel, Fermoy e verso sud.

 

Ma ci fu quel momento in cui fui certo

Che finalmente t’avevo trovato;

Malato a casa, mi misi a meditare

E pregare per vincere l’autocommiserazione

Per settimane accumulando pace

Fino a quella mattina quando i secondi furono svuotati

Mondati i miei pensieri, il mio sé annientato

In una luce arcana pervadente

Che pareva addensarsi e dispiegare

Più strati di radianza ed espormi del tutto

Ché tu potessi varcare la soglia

O la varcassi io, in qualunque momento.

Ma io chiusi la porta del cuore, temendo,

Chissà, di poterti incontrare

Temendo di passare dall’altra parte

E mai poter tornare a quello che mi è noto;

Pensai che mi sarei sempre potuto riaprire

Per accoglierti come si conviene, ben preparato.

Non l’ho mai fatto. Temevo il salto repentino

Nella zona dell’atemporale; troppo impaurito

Ti cercavo in pubblico, per sentirmi al sicuro,

Mi inginocchiavo nelle chiese, scambiavo il segno

Di pace nella chiesa di St James a Piccadilly,

Recitavo preghiere, prendevo il pane e il vino

E intensamente mi concentravo, ma non riuscivo

A credere che fossero il tuo corpo ed il tuo sangue;

Nelle preghiere sentivo uno staccato, come chiodi

Che venissero infissi, quasi a inchiodare assi alle finestre.

 

Certe volte t’ho percepito come un baluginio

Come in quel sogno inatteso che feci

Tu di notte sul lido di un’isola greca;

Avevi il volto celato, ma eri tu;

Le stelle imbullonavano strati di oscurità

Poi le comete vennero, una dozzina forse

Le code come ventagli con sprazzi decrescenti;

Lentamente ruotavano e giravano — le tue mani

Si muovevano in accordo, come tu le guidassi

Quasi fossero legate a dei fili, come aquiloni cinesi.

Le comete rallentarono, s’arrestarono, trasformandosi

In lettere ebraiche, decorando la notte.

E seppi che se avessi compreso le parole,

Il tuo messaggio silente attraverso le stelle,

Avrei saputo il mio destino sulla terra.

Ma mi svegliai, disorientato come Baldassarre.

 

Non ti cerco ormai più

Non so chi cercare, dove farlo;

Troppo stanco, deluso, non son certo

Di ciò che penso o se davvero importi

Così tanto; mia ultima speranza — che la mia rinuncia

Possa essere un segno della Via Negativa,

Uno stadio dell’abnegazione —

Quella speranza impedisce ciò in cui spera.

 

Eppure

Ti scrivo ancora, poesia dopo poesia,

Tentando di dar forma al perfetto modello

Delle parole e del mistero del loro ritmo,

Terrestre musica udibile in cielo —

Ogni poesia è un razzo colorato

Un segnale di soccorso, efflusso

Di me stesso, preghiera mascherata

Lanciata verso la Nube della Non-conoscenza[iii]

E tutto ciò che devo fare è di stare

Fermo dove mi trovo, pronto ad esser salvato

Senza muovermi, parlare o pensare attendendo

Che la Nube s’accenda di luce

E la tua bianca silhouette se ne

Svincoli e sempre più s’avvicini,

Finché vedrò la tua essenza e potrò chiederti

Dove mai ti trovassi

Durante i miei giorni — e solo allora

Comprenderò perché non t’ho trovato

Perché eri troppo vicino a casa

Perché pensavo che avrei dovuto morire

Per vederti lì, proprio lì, rimuovendo

Gli aspetti del tuo travestimento —

La mia pelle segnata dalle rughe

La mia incarnazione spossata dei tuoi occhi —

Il mio volto che diventa il tuo

I miei occhi i tuoi occhi

Io    tu    noi         I you us

Iesus.

 

The White Silhouette

(2014)

for John F. Deane

‘There went a whisper round the decks one morning, “We have a mysterious passenger on board.” … Often I thought of that rumour after we reached Jerusalem … When I saw the man all in white by the Golden Gate carrying in all weather his lighted lamp, I always thought, “There is a mysterious pilgrim in Jerusalem.”’

Stephen Graham, from With The Russian Pilgrims to Jerusalem (1913)

 

 

I thought we would meet in a holy place

Like the church in the hamlet of Bishopstone

Empty on a Wiltshire summer’s day

The trees full of rooks and hung in green

And the stream in the meadows a rush

Of darkling silver beneath the bridge

Where I saw my first kingfisher flash

Its needle, leaving its turquoise stitch

In my memory; and I would sit

In the church and close my eyes

And wait in vain for something to ignite

And wonder whether this was my life

Wasting away in my mother’s home.

Sometimes I’d bring Herbert’s Temple

And read the quiet order of his poems

And picture him, as once he was glimpsed,

Hugging the floor in his church at Bemerton

Asking love to bid him welcome.

I sat with an upright praying disposition

Preoccupied in self-combing

Too callow and spiritually impatient

To notice if you had slipped in

As a tourist to inspect the choir or font

And buy a picture postcard and sign

The book with ‘lovely atmosphere’;

Or as a walker taking refuge from rain

Or a woman primping flowers by the altar.

 

Or somewhere like the island of Patmos

Out of season and the tourist flow,

The sea leeching blue from the skies.

In the cave of St. John, pointillist gold

On tips of candles and highlights of icons,

You might have visited that day in September

When I was there, absorbing the coolness,

Imagining John on the Day of the Lord

Prostrate on the ground as if before a throne

And you not dressed in a ‘robe and gold sash’

Nor with hair ‘as white as wool or snow’

But as a pilgrim with camera and rucksack

Respectful, curious, guide-book in hand

Appreciating the grain of raw stone

Catching my eye and pausing for a second

As if I were a schoolfriend from years ago.

I never saw you, if you were there,

For I was too blinded by the new Jerusalem

Flashing out jasper, topaz, sapphire

Descending from heaven like a huge regal crown.

 

Or somewhere like Holycross in Tipperary,

The abbey at the meeting of road and river,

You might have stopped to break a journey

As I often do, and seen me there in the nave

Ambling down the sloping floor

Towards the relic-splinter of the Cross

Or sitting outside on the banks of the Suir

On a bench on a swathe of tended grass

Perhaps that day when, heading north,

I paused by the car park to watch

A bride, fragile, and frozen by the door

Her bridesmaids huddled in the cold of March

Waiting and waiting to make her entrance

Into the sudden shine of turning faces

Like a swan gliding in its snowdress

From an arch of the bridge in a state of grace.

I was too mesmerised by her destiny

To see you start your car, drive off,

And raise your hand as you passed me by

On the way to Cashel, Fermoy and the south.

 

But there was that time I was so certain

That I had finally found you;

Sick at home, I turned to meditation

And prayer to overcome self-pity

For weeks accumulating quietude

Till that morning when seconds were emptied out

My thoughts cleansed, my self destroyed

Within an uncanny infusing light

That seemed to deepen and unfold

More layers of radiance and lay me wide open

So you could cross the threshold

Or I could cross, at any moment.

But I closed the door of my heart, afraid,

Who knows, that I might have met you

Afraid I would pass to the other side

And never return to all that I knew;

I thought I could always re-open myself

And greet you properly, well prepared.

I never did. I feared that sudden shift

Into the zone of timelessness; too scared

I looked for you in public, for safety,

I kneeled in churches, gave the sign

Of peace in St. James’s Piccadilly,

I recited prayers, took bread and wine

And I concentrated so hard, but failed

To believe they were your blood and body;

I heard staccato prayers, like nails

Banged in, as if to board up windows.

 

Sometimes I’d sense you as a glimmer

As in that dream I once had out of the blue

When you stood at night on a Greek island shore;

Your face was hidden, but it was you;

The stars pinned in place the layers of darkness

Then came the comets, perhaps a dozen,

Their tails fanned out with diminishing sparks;

Slowly they twisted and turned – your hands

Moving in concert, as if you were guiding them,

As if they were on strings, like Chinese kites.

The comets slowed and stopped, and changed

Into letters of Hebrew, emblazoning the night.

And I knew if I could grasp those words,

Your silent message across the stars,

I’d know my destiny on earth.

Instead I woke, as puzzled as Belshazzar.

 

I do not search for you any more

I don’t know whom to seek, or where;

Too weary, disillusioned, I’m not sure

What I think or if I really care

That much; my last hope – that my resignation

Might be a sign of the Via Negativa,

A stage of my self-abnegation –

That hope prevents the thing it hopes for.

 

And yet

I still write to you, poem after poem,

Trying to shape the perfect pattern

Of words and the mystery of their rhythm,

An earthly music audible in heaven –

Each poem is a coloured flare

A distress signal, an outflowing

Of myself, a camouflaged prayer

dispatched towards the Cloud of Unknowing

And all I have to do is stay

Where I am, ready to be rescued

Not move, speak or think but wait

For the brightening of the Cloud

For your white silhouette to break

Free from it and come nearer, nearer,

Till I see your essence and I can ask

Where in the world you were

Throughout my days – and only then

Will I grasp why I never found you

Because you were too close to home

Because I thought I’d have to die

To see you there, right there, removing

The lineaments of your disguise –

My careworn wrinkled skin

My jaded incarnation of your eyes –

My face becoming your face

My eyes your eyes

I   you   us      I you us

Iesus.

 

[i] Pubblicata per la prima volta sulla rivista  Poetry Ireland N° 112

[ii] George Herbert, (Montgomery, 1593 – Bemerton, 1633)  fu un religioso, grande poeta e oratore, considerato santo dalla Chiesa Anglicana, ma oggi ritenuto anche uno dei maggiori poeti  del suo tempo, soprattutto per il carattere  originale e sperimentale dei suoi versi. Esercitò la sua cura pastorale nel Wiltshire e non pubblicò mai le sue poesie in vita. Sul letto di morte consegnò la sua raccolta, The Temple, a Nicholas Ferrar, fondatore di una comunità religiosa, che la pubblicò postuma. Dopo la sua morte i suoi testi conobbero un enorme successo e in seguito ispirarono Samuel Coleridge, Emily Dickinson, Manley Hopkins e T. S.Eliot (N.d.T.)

[iii] The Cloud of Unknowing è un  famoso testo anonimo del XIV secolo, scritto in medio inglese; una guida spirituale dal carattere fortemente ascetico e contemplativo, il cui autore dimostra di possedere profonda conoscenza della mistica del suo tempo, da Richard Rolle a Meister Eckhart, da Enrico Suso a Tommaso da Kempis, da Jacopone a Caterina da Siena. (N.d.T.)

 

(C)2019 by James Harpur e Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA