James Harpur – San Simeone Stilita, a cura di Francesca Diano

HARPUR SAN SIMEONE

James Harpur  San Simeone Stilita, testo a fronte, a cura di Francesca Diano, Proget Edizioni, 2017

In occasione della presenza in Italia di James Harpur, a fine maggio 2017, che ha tenuto, per la prima volta nel nostro paese, una serie di incontri e conferenze, esce l’elegante plaquette con il lungo poemetto in quattro parti San Simeone Stilita, edito da Proget Edizioni e da me curato. Insieme a questo testo, sarà presto disponibile la ricca antologia Il vento e la creta – selected poems, 1993 – 2016, nella splendida edizione de La Finestra Editrice, che raccoglie testi scelti dalle otto raccolte fino ad ora pubblicate (cui si aggiungono traduzioni dai classici e opere in prosa) e alcuni testi in prosa. Sono le due prime pubblicazioni in italiano in assoluto di James Harpur, un poeta ormai considerato fra i maggiori del nostro tempo a livello internazionale, ma che, in Italia, non ha ancora la fama che merita.

Il poemetto di circa 600 versi, è dedicato alla bizzarra, affascinante figura di San Simeone Stilita. Ne propongo qui la prima parte, con un breve estratto del mio testo introduttivo.

Si può acquistare qui:

http://edizioniproget.it/index.php/component/virtuemart/poesie/san-simeone-stilita-dettagli.html?Itemid=0

F.D.

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“La via in su e la via in giù sono una e la medesima”[1]. E veramente il basamento della colonna da cui clama lo Stilita di James Harpur potrebbe recare incise le parole di Eraclito, poiché quella colonna, che vorrebbe essere una verticale via di fuga dal mondo, ma si rivela vano, illusorio abbaglio, non è vettore unidirezionale verso l’invisibile – ascesa dall’umano al divino, dalla materia allo spirito – ma percorso inverso, anche, dal divino all’umano, ed è, allo stesso tempo, via orizzontale ché, nella tensione che tra quelle polarità si crea, vibra, e questa vibrazione ne dissolve i contorni, fino a sfarli in un alone luminescente. Una vibrazione che si dilata, in onde centrifughe, ad abbracciare lo spazio circostante, permeandolo, inglobandolo.

Fu questa, forse, l’origine dell’attrazione magnetica che colonna e Stilita, non separabile binomio, esercitarono allora, seguitarono ad esercitare dopo la sua morte, ed esercitano, se la sua particolare forma di fuga dal mondo ebbe più di un centinaio di imitatori, ancora fino a metà del XIX secolo, mentre Alfred Tennyson scrisse un poemetto di duecento versi – in realtà assai critico e ironico – sull’anacoreta e Luis Buñuel, nel 1964, girò un film, Simòn del desierto, Leone d’argento alla Mostra del Cinema di Venezia. In entrambi, l’immagine di Simeone è ambigua e contraddittoria; ma questo non deve meravigliare, ché ambiguo e contraddittorio è il rapporto di Simeone con sé stesso, col proprio Dio e con le sue creature.

La colonna, fuga e piedistallo, da lui scelta come distacco-separazione dal mondo e come diretta via d’accesso all’invisibile, è essa stessa  contraddizione, anzi, è un paradosso. In fondo non è che un supporto di pochi metri; nulla rispetto all’immensa distanza – non certo solo fisica – fra terra e cielo. Così il Simeone di Harpur anela negando, rifiuta ciò di cui ha sete, cieco di fronte all’essenza stessa di quanto desidera, s’illude di non dover fare i conti col mondo cui appartiene. A tal punto vi appartiene, da sentirsi costretto a operare una rimozione, un’escissione cruenta, di cui parla in termini chirurgici.

Per quanto Simeone si allontani dalla terra, dalla materia che ricusa con tutto l’essere, per quanta distanza ponga tra sé e la realtà, per quanto tenti, accrescendo sempre più l’altezza del suo trampolino, di farsi possessione di Dio oltre un cielo, per lui, deserto quanto il deserto di rocce e sabbia, lo Stilita è prigioniero di un inganno, di un feroce equivoco. E più Simeone nega il suo corpo (parte di quel mondo fisico da cui fugge), più quel corpo esercita una furiosa attrazione sui suoi seguaci. Il suo occhio, che rifiuta di abbracciare la sfera dell’evento per perdersi in quella della forma, se ne stacca e si solleva verso il vuoto, cercando risposta a una domanda improponibile. La crudeltà del suo auto-inganno è tanto più corrosiva, quanto più Simeone trascura l’impossibilità di eliminare uno dei due poli, la tensione dai quali è generata è la vita stessa. Il Simeone di Harpur non vede, se non alla fine, che la sua colonna è inutile; il cielo è qui, Dio è qui, su quella terra che lui si rifiuta di sfiorare, in mezzo a quell’umanità da cui fugge. Inseguito.

Non si dà forma senza evento, né evento senza forma. Non si accede al divino se non passando attraverso l’uomo. Né si accede all’uomo senza fare i conti col Sacro. L’evento primario, per ogni cristiano, è Cristo incarnato. Tu neghi la carne, neghi l’uomo, e neghi Cristo, ne fai una favoletta. Trascendere è possibile solo a condizione di accettare questa verità, e difatti, in tutto il testo, mai Simeone si rivolge altri che a Dio; solo negli ultimi tre versi, dopo l’avvenuta catarsi, nomina Cristo:

Ciascuno è Cristo

Che solo cammina fra campi di grano

O lungo il mare della Galilea.

Solo. La visione che Simeone ha dell’uomo è finalmente quella di Cristo. Solo, ma non separato. Cristo è nella relazione che dell’umanità fa una. È quella relazione. Simeone lo comprende infine quando l’amore di coloro che lo soccorrono e lo riportano in vita, dopo la quasi-morte, cui come giudice spietato si autocondanna, gli rivela da quale profonda tenebra originasse il suo errore, quando, superato il proprio abbaglio, riconosce negli altri, e dunque in sé, il miracolo, sì abbagliante, dell’incarnazione. Abbandonare l’umano per tornare all’umano, dunque.

La via in su e la via in giù sono una e la medesima. Dio, o il Sacro, come lo si intraveda, se mai lo si intravede, non è tenebra, ma è attraversando la tenebra di sé stessi che, nel cercarlo, solamente lo si può trovare, per attitudine o illuminazione. Non è fuori di noi, è in noi.

 

 

La piattaforma su cui Simeone visse era di forma quadrata (“la quadrata materia”); il simbolismo numerologico del Quattro, sia come manifestazione di tutto ciò che è concreto e immutabile, sia come manifestazione della materia, dell’ordine, dell’orientamento, torna in tutto il poemetto, a partire dalla sua stessa struttura quadripartita. A significare che la salvezza è in questo mondo, in questa realtà, nell’abbracciare la propria umanità.

[…….]  Storicamente, quel corpo che lui aveva negato, dopo la morte scatenò aspre rivalità – vere guerre fra gruppi armati – per il suo possesso. Così, l’originaria negazione del corpo, ne sancisce infine, con ironico rovesciamento, la sacralità, ne fa oggetto di venerazione, facendo del cadavere centro di culto straordinario.

Il corpo fu trasportato ad Antiochia ed esposto per trenta giorni nella chiesa di Cassiano e, successivamente, traslato nel duomo ottagonale costruito da Costantino. L’ottagono, non si dimentichi, è simbolo di resurrezione. Non è chiaro, dai testi, se il corpo o parte di esso, fosse poi portato a Costantinopoli.  Nel VII secolo però, con la caduta di Antiochia  in mani arabe, di quel corpo si perse ogni traccia.

Quel che invece rimase, come sede di culto vivissimo, fu il luogo ove sorgeva la sua colonna, a Telanissos (ora Qalat Siman, nell’attuale Turchia), e dove sorse un enorme monastero e una grande basilica, di cui oggi restano rovine. Notizie, chiaramente gonfiate ad arte, riportano che la chiesa potesse contenere fino a diecimila persone. Numero che semplicemente indica una grande pluralità indefinita, (penso all’uso di tale numero nella tradizione letteraria e filosofica cinese) ma  attesta l’eccezionalità del culto.

[…..]

Francesca Diano

[1] Eraclito, I frammenti e le testimonianze, a cura di Carlo Diano. Fondazione Lorenzo Valla.

 

HARPUR 1

Da
SAN SIMEONE STILITA
Traduzione di Francesca Diano

“Si collocò su di una serie di colonne dove trascorse il resto
della vita. La prima era alta poco meno di tre metri e su
di essa visse quattro anni. La seconda era alta circa cinque
metri e mezzo (tre anni). La terza, di dieci metri, fu la sua casa
per dieci anni, mentre la quarta ed ultima… era alta diciotto
metri. Lì visse per gli ultimi vent’anni della sua vita.”

Oxford Dictionary of the Saints

“Non c’è bisogno di graticole; l’inferno sono gli altri.”
Jean-Paul Sartre

“Ovunque io voli è Inferno; io stesso sono Inferno…”
Milton, Paradiso perduto, IV, 75.

1

Nell’urto del calore,
Tremano gli orizzonti di chiarità fumosa.
Il deserto è un fondale marino
Da cui tutta l’acqua sia riarsa.
Qui non ebbe potenza la creazione
Se non per sabbia, rocce,
Ciuffi d’erba e pidocchi.
Un arco di montagne, vetrose di calore,
Isola questo paradiso adamantino
Dalla profanazione del triviale.

Ho tutto il giorno per volgermi
In direzione dei punti cardinali
In armonia col sole
Osservare il vuoto che m’assedia,
Sabbia che avanza e mai sembra muoversi,
L’armata del non-essere
Che con la notte si dilegua nel nulla.
Sono il centro di un cosmo
Acceso solamente dai miei occhi.
Sono la meridiana del Signore:
La mia ombra è il tempo
Ch’egli proietta dall’eternità.

La notte facevo questo sogno:
Mi trovo a scavare in un deserto
Come scorpione in fuga dal calore;
la buca si fa così ampia e profonda
Che sono chiuso, come in un pozzo,
E sfiorato da un’ombra rinfrescante.
Ogni vangata di sabbia a espellere un peccato
Alleggerisce l’anima dall’oppressione
E illumina il mio corpo dall’interno
Ma mi fa scorgere più buio giù nel fondo
E seguito a scavare
Finché mi sveglio, colgo la luce del giorno.

Con il tempo compresi
Che questo era un sogno capovolto:
Avevo costruito un buco speculare
Ma fatto materiale da blocchi di pietra.
Qui, sulla cima, son mio proprio signore,
Il mio palazzo è una piattaforma balaustrata
Il tetto un baldacchino di sconfinato azzurro,
I terreni di caccia sono un mare di polvere.
Non odo altra voce che la mia,
A profferire anatemi, preghiere – pur solo
Per ricordare il suono,
O mi sussurra in testa, dove evoco
I chiacchierii di Antiochia
Gerusalemme e Damasco,
Di eremiti che ciarlano sui monti.

Signore, è eresia pensare
Che l’isolarsi spiani la via verso di te,
Che la gente sia corrotta ed infetta
Poiché calpesta quiete, silenzio, solitudine
Nel suo accapigliarsi per dar sollievo
Ai tormenti dell’imperfezione?
Quando alla terra ero vincolato, un penitente
Incatenato a una cornice di roccia
Non riuscivo a pregare se non pregando
Che la notte si potesse protrarre
Contro l’onda dell’alba che s’infrangeva
Contro la roccia, rivelando pastorelli
Sboccati, che scagliavano pietre,
E plebaglia di pellegrini
Che passavano da un oracolo all’altro
Condotti senza posa da domande
Lasciate prive di risposta
Per dare un senso alla vita
E far fare esercizio alle gambe.

Perdonami Signore –
Credo di odiare il mio vicino.
Pur se appartengo al mondo
Ora almeno la superficie non la tocco.
So che odio me stesso,
Della vita temo le dita che contaminano,
Pavento gli effluvi del giorno
Sguscianti attraverso sensi incontrollati
Per putrefarsi dentro la mia testa;
Con codardia crescente
Temo l’attaccamento dell’amore
Temo l’infinità della morte
Temo il sonno, l’oscurità, i dèmoni
Striscianti, i loro occhi grigi come pietra.
Lo so che devo rendere me stesso
Un deserto, un vaso ben lustrato,
Perché in me tu riversi il tuo amore
E trasformi in luce la mia carne.
La notte invece sogni immondi
Mi colmano di donne che conobbi –
Ma un po’ mutate e nude –
Che danzando tra velami di sonno
Sussurrano alla mia verginità.

Si dice che simile attrae simile.
Quanto putrido devo essere dentro
Se di continuo mi pasco
D’ira, lussuria, rancori del passato
Rievocando in crudele dettaglio
Involontarie offese che punsero il mio orgoglio,
Lasciando che la vendetta cresca
Con una tale grottesca intensità
Che la bile potrebbe intossicare l’esercito persiano.

Quasi sempre mi sento dilaniato.
Uno spirito che anela alla luce,
E un corpo con colpevoli appetiti
Che domo stando rigido e ritto tutto il giorno,
Osservando la sagoma emaciata
Ruotarmi lenta intorno
In attesa di debolezza, esitazione.
Oppongo la volontà contro la carne
Ma quando il sole viene inghiottito
Mi unisco al buio, ombra mi faccio
Nell’anarchia sudicia dei sogni;
Inerme, alla deriva, tutta notte mi volvo
Attorno alla rammemorante colonna dei miei peccati.

All’alba mi risveglio, avido di provare la letizia
Di Noè che libero galleggia verso
Un mondo incontaminato risplendente,
Ma quando il sole irrompe
Sono un corvo malconcio in un nido
Di sabbia, capelli, feci albe
E croste di pane che un monaco babbeo
Mi lancia insieme a otri –
Un essere senz’ali che sogna di volare
Sento il deserto che mi stipa dentro
Ogni solitudine io abbia mai provato.

Le distese di nulla del deserto
Specchi giganti dell’anima mia
Riflettono ogni frammento di peccato;
Più mi purifico
Più emergono macchie brulicando
Come formiche che schiaccio adirato –
Come può Dio amare la mia carne rattrappita,
La mia fragilità, l’assenza di costanza?
Perché attende per annientarmi?
Mille volte mi inchino ogni giorno –
La notte resto desto a pregare
E prego per star desto.
A volte mi domando s’io preghi
Per tenere il Signore a distanza.

ST SYMEON STYLITES

by
JAMES HARPUR

From
The Dark Age
2007

“He set himself up on a series of pillars where
he spent the remainder of his life. The first one
was about nine feet high, where he lived for four years.
The second was eighteen feet high (three years).
The third, thirty-three feet high, was his home for
ten years, while the fourth and last … was sixty feet
high. Here he lived for the last twenty years of his life.”

OXFORD DICTIONARY OF SAINTS

“No need of a gridiron. Hell it’s other people.”
JEAN-PAUL SARTRE

“Which way I fly is Hell; my self is Hell…”
MILTON, PARADISE LOST, IV.75

1

Heat struck,
Horizons wobble with clarified smoke.
The desert is a sea-bed
From which all water has been burnt.
Creation, here, was impotent
Except in sand, rock,
Spikes of grass, and head lice.
A sweep of mountains, heat glazed,
Cuts off this adamantine paradise
From profanities of the vulgar.

I have all day to turn
Towards the compass points
In rhythm with the sun
And watch the emptiness besiege me,
Advancing sand that never seems to move,
An army of nothingness
Melting away to nothing with the night.
I am the centre of a cosmos
Lit only by my eyes.
I am the sundial of the Lord:
My shadow is the time
He casts from eternity.

I used to have this dream at night:
I’m in a desert digging
Like a scorpion escaping heat;
The hole becomes so wide and deep
That I’m enclosed, as if inside a well,
And lightly touched by cooling shade.
Each spade of sand expels a sin
Relieves the pressure on my soul
And lights my body from within
But makes me see more dark below.
And so I keep on digging
Until I wake and grasp the light of day.

In time I came to realize
The dream was upside-down:
I built a mirror hole
But made material with blocks of stone.
Here, on top, I rule myself,
My palace a balustraded stage
Its roof a canopy of endless blue,
My hunting grounds a sea of dust.
I hear no voice except my own,
Exclaiming curses, prayers – if only
To remind itself of sound,
Or whispering in my head, where I revive
The chatterings of Antioch
Damascus and Jerusalem,
Of hermits gossiping in mountains.

Lord, is it heresy to think
That isolation smoothes the path to you,
That people are infectiously corrupt
Trampling silence, stillness, solitude
In their scramble to relieve
The agony of imperfection?
When I was earthbound, a penitent
Chained up on a mountain ledge
I could not pray except to pray
For night to be protracted
Against the wave of dawn that broke
Against the rock, unveiling shepherds boys
Foul-mouthed, throwing stones,
And ragtag pilgrims
Drifting from oracle to oracle
Led on and on by questions
They kept unanswered
To give their lives a meaning
Their legs some exercise.

Forgive me Lord –
I think I hate my neighbour.
I may be of the world
But now at least I do not touch its surface.
I know I hate myself,
Fearful of life’s contaminating fingers,
Dreading the day’s effluvia
That slip through each unguarded sense
To rot inside my head;
More and more I’m cowardly
Afraid of love’s attachments
Afraid of death’s infinity
Afraid of sleep, darkness, demons
Scuttling, their eyes as grey as stone.
I know I have to make myself
Into a desert, a vessel scoured,
For you to pour your love in me
And turn my flesh to light.
Instead at night foul dreams
Fill me with women I once knew –
But slightly rearranged and naked –
Who dance through veils of sleep
Whispering to my virginity.

It’s said that like draws like.
How putrid I must be inside
That I’m forever feasting on
Anger, lust, spite from years ago
Recalling in excruciating detail
Unwitting slights that pricked my pride,
And letting vengeance grow
With such grotesque intensity
The bile would poison all the Persian army.

Most days I think I’m split in two.
A spirit yearning for the light
And a body of delinquent appetites
I tame by standing stiff all day,
Watching its scraggy silhouette
Revolve around me slowly
Waiting for hesitation, weakness.
I set my will against my flesh
But when the sun is swallowed up
I join the dark, become a shade
Within the filthy anarchy of dreams;
Helpless, adrift, I’m turned nightlong
Around the memory column of my sins.

At dawn I wake, bursting to feel the joy
Of Noah floating free towards
A shining uncontaminated world.
But when the sun erupts
I am a tatty raven in a nest
Of sand, hair, albino faeces
And bread rinds a half-wit monk
Lobs up to me with water-skins –
A wingless creature dreaming of flight
Feeling the desert cram inside me
Every loneliness I’ve ever known.

The desert’s fields of nothing
Are giant mirrors of my soul
Reflecting every scrap of sin;
The more I purge myself
The more the specks crawl out
Like ants I stamp to death in rage –
How can God love my shrinking flesh,
My frailty, lack of constancy?
Why does he wait to strike me down?
I bow a thousand times a day –
At night I stay awake to pray
And pray to stay awake.
Sometimes I wonder if I pray
To keep the Lord away?

 

(C) by James Harpur, 2007 e Francesca Diano 2017. RIPRODUZIONE RISERVATA

L’Uomo della Soglia. Scholia a Nanni Cagnone. Parte II

NANNI 3

Nanni Cagnone. Per gentile concessione di Dino Ignani. (C) Riproduzione riservata.

 *

È necessario, ti sei detto: qualcosa sta facendo di me un servitore. E hai pungolato il cammello.[1]

Nel regno della geometria, concava è la figura che contiene il prolungamento dei propri lati. Angoli concavi sono attraversati dai prolungamenti dei loro lati. Nessuno dei poligoni regolari è figura concava. Dunque la concavità è proprietà di quanto abbia in sé irregolarità. Al medesimo tempo, concavo è ricettivo, teso ad accogliere, aperto al mondo  fluttuante delle lusinghe del possibile. Vacante, come una bocca che chieda cibo, o braccia disposte a contenere. In attesa di divenire colme, di avvolgere. Concavità e irregolarità, in questo senso, convergono come unica cosa. Non v’è concavità senza vuoto, assenza-presenza, da cui non può prescindere, per affermare la propria condizione di strutturata incompletezza, di trionfante imperfezione, d’incoativa ma mai raggiungibile perfettibilità. Dunque, l’irregolarità è tratto distintivo del movimento – e della vita. Ma quel vuoto, sua parte integrante, anzi costitutiva, che saturato la renderebbe regolare e ne decreterebbe la perfectio, la conduzione a termine di un processo di per sé imperfettibile, non potrà che rimanere tale in eterno. Perché, nell’istante stesso in cui ciò accadesse, annienterebbe l’essenza stessa della concavità. Rendendola completa nella sua sostanza o, quando avesse raggiunto il suo scopo, la perfectio ne designerebbe la morte.

Farsi concavo significa, per Nanni Cagnone – il grande irregolare – farsi attraversare dai prolungamenti di sé stesso e, contemporaneamente, abbracciare il vuoto. E, insieme al vuoto, il mondo. È in quei prolungamenti che lo attraversano la sorgente, fons et origo della sua poesia. L’Uomo della Soglia non può che aver ricevuto in sorte il destino di Wanderer, pellegrino senza mappe, senza mete note o divinate, vocato a esplorare quel suo prolungarsi in un eterno altrove, che lo attraversa e lo proietta oltre ogni Sé. Così Cagnone può trascorrere, in uno stesso testo, dalla prima alla terza persona sfolgorando, come la coscienza sognasse sé stessa, all’interno di un sogno molto più vasto, i cui confini – ancora una volta – fuggono sempre altrove.

Ma, come non vedere che, quest’accogliere il vuoto ( e l’intera epifania del mondo) dentro di sé, non sia anche esclusione di appartenenza? Tutta l’opera di Cagnone, in versi o in prosa, di poeta, drammaturgo, saggista, traduttore, è percorsa dal tùrbine dell’impossibilità – forse della voluttà – di non appartenere. Ed è per questo ch’è grande traduttore. Quel vuoto è anche silenzio, il silenzio dello Johannes de Silentio kierkegaardiano (lo chiameremo Nanni de Silentio?) e la sua filosofia – quella che percorre tutti i suoi scritti in prosa – non è filosofia, perché, come Kierkegaard, egli non è filosofo, ma “poetice et eleganter uno scrittore fuori ruolo… che non si dà al sistema né scrive per il sistema”. E, seppur da vie e destini molto diversi, è fra loro cerniera anche la figura d’Agamémnon. L’etica dell’eroe, che in Kierkegaard ha valore di Dharma, in Cagnone diviene tragica distanza. Sufficiente la centralità di Kassándra, in quella sfolgorante Introduzione della sua versione da Eschilo;

Le parole proferite da Kassándra sono le uniche adatte ai sentimenti del Khorós, anzi le stesse che nei coreuti sono latenti. Sapendo-non sapendo (o volendo non sapere), il Khorós si salvava, ma ora – consultando il luogo, ascoltando quel che dice – Kassándra ne rivela gl’inconfessabili segreti. In sua addolorata frenesía, con temporale subbuglio e incompresi moti improvvisi, li rende spudorati. Estatiche grida, sfrenate insonni figure, notturno sopra il giorno. La consapevolezza si dimostra in tal modo una malattia sacra, senza guarigione, quella che da noi più facilmente separa la speranza.

Kassándra ha, da questa visuale, il terribile, imperdonabile dono di colmare il vuoto, di dar parola al silenzio, e dunque non può e non deve essere creduta. È l’ombra oscura di Agamémnon, la sua “esperienza postuma”, che su di lui si protende e lo proietta e ne è proiezione.

Kassándra è fato tanto quanto Edípo. Non si è scelta il destino profetico. Vittima passiva di Apóllon e sua attiva rivale nell’accogliere attivamente il “violento dono”. Attivo/passivo, luce/oscurità. I nodi serpentiformi su cui nasce e si sviluppa la grecità. E’una lettura rivoluzionaria quella che Cagnone fa della tragedia di Eschilo, spostandone l’asse su un diverso tipo di violenza. E di giustizia.

Concavità, vuoto, asintoticità sono i tre attributi araldici del suo scudo, strettamente connessi, attraverso cui leggere ciò che scrive, poiché è lui stesso che ne conviene, o meglio lo dichiara. Ed è sempre bene ascoltare quello che i poeti – e gli artisti – hanno da dire su sé stessi.

È proprio quella concavità, che fa di Cagnone l’outsider, l’irregolare, che è. Un outsider per natura e per chiara fama. Anche troppo chiara, se l’accademia bada a difendersene con ogni mezzo, fosse pure una rimozione freudiana.

La superficie – oh quanto nel profondo giunge in lui la superficie: << Non c’è alcuna profondità in poesia. C’è, tremenda, l’insonnia della superficie >> – è tersa, di una trasparenza vitrea, quasi l’arte dei vetrai di Altare gli avesse lasciato la propria eredità attraverso la fiamma, ché sotto quella superficie, come Cagnone stesso dice, “si agita il magma”. Del resto, è il fuoco l’elemento trasformatore e purificatore per eccellenza; non quello della brace che cova sotto la cenere, ma quello iniziale, del ciclo cosmico che sempre si rinnova generando infinite metamorfosi. E superficie e abisso sono due antinomie, le due polarità, fra le quali – per nulla inconciliabili, se la loro amicizia è quello smarrimento che percorre i suoi scritti – si dilata l’universo delle possibilità, delle vie. Entrambe gioco d’illusione, ché quel che le contiene è il vuoto, solo accennato da esile limite, non altro che senhal del suo amoroso permanere intangibile.

Nella prospettiva di una poetica del vuoto, il muoversi verso direzioni sconosciute – e soli – è l’unico percorso possibile, anzi, obbligato. Un obbligato – ma intenerito –  esilio. Come distanza necessaria perché possa farsi vicinanza.

Lontano, ho motivo

di stare con voi,

come chi va rasente.

Diversamente, non potrei:

verso alberi

non sono che radura.

 

Anche:

 Per ricongiungerlo col mondo, ci sarebbe voluta un’antibussola che lo volgesse verso l’inesplorato, verso un incerto baluginante qualcosa, distogliendolo dalla stolida realtà—dal suo aspetto scoraggiante, dai suoi miserabili sottintesi. «[…] tutto si perde | lontano dal suo culmine—|tutto arcanamente senza sposa.»

Non è solamente quel che ragione, e soprattutto istinto, gli suggeriscono, è il suo stesso inconscio che lo comunica attraverso i sogni. Sogni di un insonne, che sa quanto la perdita sia più regale dell’appartenenza, quanto quel che si ha alle spalle pesi di più di quanto potremmo essere o saremo, quanto la realtà dei sogni penetri gli eventi della vita senza distinguersene, ma chiosandoli e anzi facendoli più veri, a patto che non li si interpreti come sogni, ma solo li si integri nella trama degli eventi. È questa un’altra conciliazione dell’antinomia tra superficie e abisso.

NANNI 4

(C) Foto Dino Ignani. Riproduzione riservata.

Dunque, da un lato il destino dell’appartenenza, dall’altro l’imperativo del sottrarsene, se non altro riconoscendola. Superficie e abisso. Ancora, Apollon – Kassándra.

Cagnone non piacendogli granché, da ragazzo aveva vagheggiato di prestarsi un nom de guerre. Poi ammise di provenire da suo padre e dal padre di suo padre, e considerò che il nome di parecchi pescatori era Picasso. Ad ogni modo, «Sepolto vivo,|se al nome tuo | appartieni».

L’insonnia come narratrice onirica, doppia matrice di realtà, figlia di quel Tempo del Sogno di cui parlavo nel mio primo post su Cagnone. Appunto, la coscienza che sogna sé stessa, dove piani temporali sono annientati e tutto è abbagliante superficie.

Ogni vero poeta sa che mai nessuna parola, per quanto meditata, purificata e perfetta, sarà in grado di esaurire l’inesauribile; forse solo di sfiorare, per qualche breve istante, il riflesso della luce riflessa dall’abisso in cui l’anima del mistico, come quella del poeta, si perde. Eppure, non abbandona la ricerca. Poiché cos’è alla fine il linguaggio, se non un’intemperante tentativo di fuga dal silenzio insostenibile perché irraggiungibile?

In quelle brevi annotazioni che ho scritto in precedenza – altro non so scrivere che scholia su Nanni Cagnone – mi sono posta, per cercar di capire, come osservatore di fronte soprattutto a Cagnone poeta, ma proprio per quella sua costitutiva concavità, per quella capacità non passiva di accogliere ogni via come percorso del possibile, e come necessità di prolungare sé stesso ramificandosi, non si possono trascurare il narratore e il traduttore, che sono soltanto diverse epifanie della sua asintoticità, di quell’andare rasente, sempre sfiorando.

Non meno di quanto avvenga per la poesia, la sua prosa, quanto la sua attività di traduttore, sono officiate come stesse officiando un rito, o una cerimonia del the. La sua Via del The, come è chiamato il rito in Giappone, ha presente in ogni gesto la profonda consapevolezza di ogni pensiero/azione. L’economia di gesti, il senso estetico, la sacralità della lingua-infuso, l’umiltà nel farsi strumento del rito. La cerimonia è preparazione del the verde in polvere, il matcha. Verde come Natura allo stato nascente. Così è Cagnone prosatore e traduttore; tutto è allo stato nascente. Forse è per questo che si ha l’impressione che l’uso del ritmo, delle cadenze, degli scarti imprevisti, dia alla sua scrittura coloriture jazzistiche. La sapienza nell’accorta improvvisazione di infinite variazioni, che nasce invece dalla conoscenza prodigiosa dello strumento ch’è la sua lingua.  Volubile come poche, eppure rigorosa dominatrice. Così, non sai come, quella misura, quella sorvegliatissima ritualità che prima t’apparivano, improvvisamente ti trascinano in un turbine, perdi l’orientamento, i piani temporali sono mischiati, fusi, quel che prima riluceva chiaro si infosca di oscurità, le vie si confondono. Poco eravamo preparati a lasciarci condurre nel regno di Ananke, la Necessità:

Necessario, con le parole di Aristotele, è << anche ciò a cui si è costretti con la forza […] ché si dice necessario quel ch’è obbligato. […]

Sovente, questa forza e violenza che s’impone come necessaria, costringe ad atti non voluti e pretende gli umani come il tempo li vuole irreversibili, è dovuta a un legame col passato – un vecchio debito che ora si deve pagare.  

 Anche:

Sudditi della Storia, siamo preceduti. Ricordiamo. E poiché ricordare invita in alcun modo ad obbedire, la memoria sarà la causa prima, e cosa ereditaria il nostro passato.

 Quel che ci inquieta, il tùrbine, è la sudditanza al passato, di cui poco siamo consapevoli, che si scontra con la violenta forza di uno stato nascente.  

 Così, nel saggio introduttivo all’Agamémnon di Eschilo. Quell’Eschilo che, in terza Liceo, a Savona, parlandogli nel greco, solenne per la memoria, dei versi dei Sette contro Tebe, lo rende suo debitore, come sarà per Hopkins, cui pagherà il suo debito con l’offerta della sua versione italiana del Naufragio del Deutchland. Il modo in cui si pone nei confronti della traduzione è, ancora una volta, asintotico. Si potrebbe parafrasare, pensando a Cagnone poeta traduttore di poeti: << Non c’è alcuna profondità in poesia. C’è, tremenda, l’insonnia della traduzione. >>

Anche nel Naufragio del Deutchland il Fato sconvolge la δόξα. Con il peso del problema della fede, che grava sull’evento del naufragio e lo raddoppia come tragedia. “O la tùche o gli déi“, scrive Carlo Diano in Edipo figlio della tùche.  La dòxa diviene paràdoxa. Ancora una volta, quel conflitto che Kierkegaard illumina in Timore e tremore, erompe come radice esistenziale ed esperienza tragica. Cosa induce Hopkins a scrivere questo testo che, persino per i suoi più attenti esegeti britannici, mantiene luoghi e sensi oscuri? Ancora una volta, il tema del conflitto tra Essere – Bene e Non-essere – Male. Il sacrificio che è già insito nella creazione. Questo, per Cagnone, è il Libro di Giobbe di Hopkins. 

Comunque sia, questo naufragio viene inteso come lo scenario d’un duello tra le ragioni dell’uomo e quelle di Dio, e la morte delle suore si dispone ad essere un’immolazione. Ci si sforza di salvare la relazione, per quanto penosa possa essere, e sostenere la grave disparità – l’antenato abisso – che separa. Speranza del duello sarà tener in vita entrambi i contendenti, offrendo prove della loro somiglianza, rendendoli in certo modo commensurabili. 

E penso a quel capolavoro assoluto che è Il ponte di San Luis Rey, di Thornton Wilder, dove la tragedia del crollo del ponte, storicamente avvenuta, che da secoli collegava Lima a Cuzco, travolgendo con sé nell’abisso cinque persone che, casualmente, si trovavano ad attraversarlo in quello stesso momento, spinge un frate, Fra’ Ginepro, a cercare risposte, indagando scrupolosamente nelle vite delle vittime, a interrogarsi sulle stesse questioni. Perché proprio loro? Caso o destino? Dio o cieca fatalità? E come conciliare la fede con la morte degli innocenti? Punizione o amore divino? Il prete non ha risposte da dare, se non sfiorando l’eresia. Questioni cui il concetto induista e buddhista di Karma offre risposte assai più efficaci. E, in fondo, più razionali, se mi si può passare il termine.

Nel saggio che introduce la versione che Cagnone rende di Hopkins, si leggono queste parole:

Ogni traduzione sarà per sempre un testo incoativo (sfiorare e non prendere, raccogliere le forze e non colpire), nella persuasione innocente che all’impossibilità – per il traduttore – di scomparire si aggiunga l’utilità di non farlo, esponendo invece la propria estraneità. Traduzione non sarà il testo italiano, bensì la riluttante proporzione tra le lingue affrontate.  È da tale attrito, da tale incertezza bilingue, che si può imparare l’originale – impararlo ricordando la traduzione. Comprendere è già tradurre, come lo è volgere una musica in danza, ma ci si deve guardare dal comporre – traducendo – un commento interno, a confronto dell’interpretazione.

Ma chi traduce è il poeta Cagnone, che nel tradurre è anche sempre raffinatissimo filologo e incredibilmente profondo conoscitore di pensiero e letterature, senza mai scordare (e come potrebbe tradire la propria natura?) d’essere questo poeta qui che traduce un poeta. Perciò, la scelta di questi autori non è casuale. In Eschilo, come in Hopkins, riverbera quella immagine del reale che Hopkins chiama dappled, screziata, chiazzata di luci e ombre, marezzata. Un’immagine che percorre e raccorda come fil rouge tutta l’opera di Cagnone, anzi la genera. Un grande traduttore sa quanto sia essenziale scegliersi autori che gli somiglino e che lo riverberano e gli dan modo di conoscere sé stesso più a fondo, perché sono loro – a dire il vero – a tradurlo.

Cagnone traduttore non è diverso dal poeta, dal narratore, dal saggista, dall’uomo. È in lui una coerenza ch’è propria dei grandi outsiders. Così, dappled è il suo universo.

Francesca Diano

*

Qui la prima parte

https://emiliashop.wordpress.com/2017/01/01/luomo-della-soglia-sparsi-scholia-in-margine-a-nanni-cagnone-i-parte/

(C) 2017 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

[1] Enter Balthazār, in Cammina mare, 2017, La Finestra Editrice.

L’Uomo della Soglia. Scholia a Nanni Cagnone. I Parte

 

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Non sono, queste, che poche, prime annotazioni (altre ne verranno in seguito) o meglio meditazioni, in  margine all’opera del grande outsider della poesia e della cultura italiane, Nanni Cagnone. Non più che un trascurabile ringraziamento per gli spazi sconfinati verso cui ha indirizzato il mio sguardo. 

Francesca Diano

*

Nanni Cagnone è uno di quei rari che si sottraggono a qualunque categorizzazione, ma che incarnano l’idea, platonica vorrei dire, del Poeta, non solo perché scrivono versi – sempre, anche quando in versi non scrivono, anche quando pensano, parlano, tacciono, vivono, respirano – ma perché consacrano la vita a dare forma, e rendere quale dono, a una visione nuova del mondo, frutto di una ricerca che mai si interrompe, che è esplorazione e sperimentazione di ogni possibilità, di ogni strumento, mezzo e tecnica che parola e speculazione offrono. E lo fanno da innamorati dell’ignoto. Seguendo, come unica guida, il proprio dàimon. Perché questa è la loro natura.

Dunque poeta.

Eppure, anche così, nel momento in cui lo si vorrebbe definire, subito ti accorgi che quella definizione, che pure non potrebbe essere che la sua, è limitante. Non lo contiene. Che è più una comoda tentazione che un tentativo. Che ti mancano le parole si vorrebbero per dire quel che si intende, si prova, si intuisce, o si “vede”, nel corso di una lettura che chiama alla meditazione. Quasi la impone. E ti fa sentire smarrito di quello stesso smarrimento, che permette a lui di sollevarsi – sempre più nel corso degli anni – al di sopra della vita e di osservarla con sguardo lucreziano. Con quel suo essere schivo e sfolgorante allo stesso tempo.

Pensare di poter scrivere qualcosa di degno su quest’anima libera e sui modi in cui si  manifesta, sarebbe un atto di presunzione, non meno che temerario, da parte mia. Soprattutto significherebbe ingabbiarlo in uno schema, quando, opera dopo opera, testo dopo testo, parola dopo parola, Cagnone ha polverizzato ogni schema, traboccando da ogni confine prevedibile imposto da correnti, generi letterari, mode, tendenze. Anzi, volutamente ignorandole e, proprio per questo,  diventando il più contemporaneo dei contemporanei.

Come gli disse Emilio Villa: <<Fottitene dell’avanguardia. Tu sei un classico. >>

Poiché non ritengo di possedere gli strumenti necessari ad una critica letteraria che si possa dir tale, mi limito ad accostarmi ai grandi – molti del passato, rari del presente – mossa dalla sete come chi, fuggendo dalla guerra, spera in  un approdo; e dunque non posso che limitarmi a dare conto delle sensazioni, delle percezioni e delle immagini che sono emerse nel corso di quello che è stato, e seguiterà ad essere per me, un viaggio nel profondo e una rivelazione. La sensazione di essere trascinata in un vortice.

La prima percezione è quella della libertà.

E libertà significa αἵρεσις, una scelta, un’elezione. Questo il suo significato originario. Solo successivamente il termine che ne deriva, eresia, acquista una connotazione negativa, di condanna. Eresia come deviazione dall’ortodossia, come separazione dalla norma imposta e universalmente accettata, come rifiuto del dogma. Tutto questo impregna l’intera sua visione e tracima da ogni suo scritto.

Si può dire di un poeta che sia un eretico – non un ‘poeta eretico’, ma un eretico? Senza dubbio, perché la poesia, pur se raramente – quando davvero è tale – è di per sé eresia, poiché è uno scardinamento dei dogmi che tengono immerso il mondo nel suo sonno. È un’anomalia. Ma, soprattutto, è un destino.

Avvertire su di sé l’alito di un destino e decidere di assumersene la responsabilità è la scelta del poeta quanto dell’eroe. Cagnone la chiama Necessità. Il che escluderebbe la scelta. Eppure, alla necessità ci si può sottrarre, pur tradendo la propria natura, negandola. O forse, come per Edipo, sottraendosene la si porta a compimento. Dunque persino la necessità richiede un atto di fede.

Il poeta e l’eroe. Tra l’uno e l’altro, non v’è molta differenza, se non per gli strumenti che permettono loro di porre in atto quella scelta. Entrambi sanno, fin da subito, di avere di fronte a sé un cammino iniziatico, disseminato di tranelli e agguati, entrambi sanno che quel percorso strapperà loro di dosso, fibra a fibra, fino all’ultimo brandello, le vesti che sono state loro date alla  nascita, lasciandoli nudi e soli. E, forse, l’eroe è la vera anima del poeta, una volta che, deposte le armi, si debba confrontare con la nudità di sé stesso.

Quella nuda solitudine, che non è separazione, né isolamento dalle relazioni, ma ciò che Duns Scoto definisce haecceitas, la scoperta della propria individualità, della propria vera identità, che comporta tuttavia la responsabilità delle relazioni, l’essenza di questo essere qui e di nessun altro, ma soprattutto, l’ultima solitudo, necessaria perché emerga la persona – Scoto è fra i primi a darne una definizione – una realtà assolutamente indipendente da ogni altra essenza e natura.

Quella ultima solitudo permetterà loro di affacciarsi sull’abisso dell’ignoto e sopportarne la visione. E l’affacciarsi non può essere che lo sporgersi oltre la soglia, senza varcarla mai fino in fondo. Poiché l’iniziato non conosce approdo, ma solo tappe che appaiono ancora e ancora, l’una dopo dell’altra, perché la soglia non è che limite instabile di un’altra soglia. Ma è, soprattutto, relazione, confronto con il limen, tanto della propria natura, quanto della natura dell’abisso stesso che vi sta oltre. Ed è, non meno, un pari affacciarsi dell’abisso oltre quel limen che, essendo instabile, separa ma non divide. Poiché ultima solitudo è la qualità costitutiva e generatrice stessa di quell’ignoto. Dunque diviene lo specchio di chi la osservi. E lo brucia. Qualunque specchio è specchio ustorio, scrive Cagnone. In una condizione asintotica, di cui spesso discorre riferendosi al proprio rapporto con la poesia, col fare poesia. Asintoto come un marchio a fuoco. Per  quell’impossibilità di saldarsi in un’estrema unione, sempre sfiorandola nell’inattuabile intersezione. L’ultimo suono, oltre il quale è silenzio. Restare sulla soglia, né parlare né tacere – è il silenzio. Parlare e tacere costano meno, scrive ancora. Queste sono le parole di un mistico. Questo silenzio non è tacere, ma silere; entrare in contatto con l’ineffabile e perdervisi.

Su questa lunatica

collina di mare,

noncuranza

o barbarie altrui

non può stancare

l’amicizia dei boschi,

né asservire

le indocili province

d’erba di nuvole.

L’acqua – non è spreco –

getta semi nella sabbia.

 

Potrei narrare

-nome nessuno-

o tacere, avendo cura

non superar la soglia

oltre la quale

si va solo sui trampoli.[1]

 

Poiché, come scrive Carlo Diano: “E però si deve dire che tutte le arti tendono alla parola, ma la parola al silenzio. Qui è l’ultimo limite e l’estremo periechon dell’arte, che però è via e non fine, ed è sempre via, come lo è la vita, che riprende sempre e non s’arresta mai, e, toccando in ogni opera il suo culmine, lo cerca ogni volta e sempre in un’altra”.[2]

Questo spazio tra ciò che sta al di qua e tra ciò che sta al di là della soglia, tra il né parlare e il né tacere, è l’ineffabile; ed è il vuoto. E quel vuoto essendo infinito, contiene in potenza l’universo intero e le sue manifestazioni. È la natura del limen, ch’è uno iato tra il non più e il non ancora e si dilata incommensurabilmente.

Si dovrebbe scrivere una poetica del Vuoto in Nanni Cagnone, su quella condizione concava del poeta, come lui la definisce, che riverbera il concetto Zen. Fino a giungere al farsi vuoto non solo dell’idea di sé, ma del Sé. Crogiuolo pronto a ricevere. Lasciarsi colmare.

Invidiato vuoto

che non teme simmetrie, e

si ritrae senza colpire, sciame

di fissità, che non si mostra

virtuoso con roveti e fiori

e a noi perdona lo sguardo–

solo

anello troppo grande,

laccio lucente, escluso.[3]

 

<< […] La mancanza di vero paragone tra mondo del linguaggio, e l’incerta proporzione di presenza e assenza, incomprensione e oblio, avviano a quell’opera estranea che è la poesia. Essa richiede un affetto passivo, un pensiero ricettivo. Poesia non è qualunque atto di raccogliere il mondo come un soccorritore del senso o un adulatore del linguaggio, ma l’esperienza di una fedeltà che vuole trattenere l’indicibile. Poesia è agire al di sopra di ciò che si riesce a pensare.>>[4]

I grandi poeti hanno un rapporto d’ombra con la vita. Cagnone ha un rapporto d’Ombra con la vita.

L’Ombra è la prima delle tre tappe nel processo junghiano di individuazione, dal momento che il riconoscerla, l’accettarla e l’integrarla è il primo passo, ma fondamentale, per la realizzazione di quel processo. Insieme delle funzioni e degli atteggiamenti non sviluppati della personalità, rappresenta tutti i contenuti rimossi e non autorizzati dalla coscienza. In quell’antro dai confini incerti e oscuri è sepolto il tesoro di cui i pirati della poesia vanno avidamente alla ricerca, che saccheggiano, da cui sono nutriti ad  alimentare le loro successive incursioni. Lì è la radice e la fonte.

Quando Cagnone scrive: “Vivere non è abbastanza. Perché la vita sia degna di essere vissuta, a questa nudità si deve aggiungere tutto”[5], a me pare che riveli con molta chiarezza la natura di quel “tutto”.

Quel che si aggiunge, è il riverbero di fuoco delle cose, delle res di cui si compone la realitas, e del loro presentarsi, celate dietro quell’opacità di cui lui spesso parla, quell’Ombra appunto, la cui presenza si rivela solo nella relazione dell’Io con sé stesso prima di tutto, e successivamente della relazione che ne è l’esito, con il mondo esterno.

Soglia,

spartizione di luce.

Per mezzo della notte,

stancare confini,

consistere

ove l’uno e l’altro

si raggiungono,

soglia reciproca

accoglienza,

nessuna distinzione

ostilità nessuna — pace,

se denota in alcun modo

l’infanzia del sorridere.[6]

________

Severamente soglia

congiunse avanti

il vuoto che ci seguiva.

Essa conosce

l’ordine del canto, finché

nei suoi limiti vivente;

poi luminoso strappo

in custodisce la polvere–

si chiude allora la porta,

un’illusione.[7]

 

Ogni soglia è passaggio. Ogni soglia ha in sé il tremendo potere della trasformazione. E del ritorno all’origine.

nanni-1

La seconda sensazione riguarda il concetto dello spazio nella sua visione, e il punto da cui questo spazio è osservato. Il concetto dello spazio è quello infinito, l’àpeiron periechon di Anassimandro e dei Greci; ma in lui questo infinito si rivela solo nell’istante. È l’incontro dell’io con l’Altro, che lo rivela. Questo Altro può essere una regione di sé stesso, un altro essere umano, una locusta egiziana che entra in casa, un bagliore, un’immagine della memoria, una visione meditata o improvvisa, un odore depositato nelle sinapsi.

Da questi capricciosi incroci cartesiani del qui e ora, saetta proiezione quasi istantanea verso dimensioni senza confini, dove la mente si perde e s’accendono visioni. Oculatus abis – vai, provvisto di occhi – è scritto nell’ultima pagina del Mutus Liber. I grandi occhi di Nanni, che mai furono e saranno chiusi di fronte al baluginio elusivo di quella Fata Morgana che è la poesia, da lui assimilata all’“arto fantasma” di un grande invalido, che dichiara la propria invisibile presenza nel dolore dell’assenza. Un miraggio, la cui irraggiungibilità, pur nel suo manifesto rivelarsi, apre fra sé e il poeta regioni incommensurabili (di vertiginoso non-senso?), che mai veramente potranno essere conquistate sino in fondo. Se ne può essere solo impregnati.

<<La più profonda esperienza della poesia è quella di una lontananza costitutiva>>, afferma in Discorde.

*

La terza sensazione – o meglio, visione  – è il senso del tempo. Dico visione, perché mi si è presentata come immagine: uno sconfinato spazio cosmico, segnato da sottili cerchi concentrici e luminosi che si vanno allargando all’infinito, come onde su di una superficie liquida, e, affacciata sul bordo di una di esse, la sua figura in penombra. Sospesa in una dimensione atemporale.

<<Io dispongo di desideri, non di scopi. Non l’orizzonte: la soglia.>>

Poiché desiderare significa ardere, consumarsi e rinnovarsi e ardere ancora nel proprio stesso fuoco di Fenice. In quell’aura di luce pulsante che emana, come un alone, ogni soglia.

Il suo è il Tempo del Sogno degli aborigeni australiani, l’Alcheringa. Un tempo che attraversa e trascende la Storia e la precede, tuttavia vi consiste.  Un tempo dei primordi, lontano da quello occidentale, o storico come oggi lo conosciamo e in cui siamo immersi, come ciechi, sordi e muti.

Tuttavia questo tempo, a-storico più che primordiale, non inganni, né faccia pensare che ciò che Cagnone scrive sia estraneo al presente. Come appunto è per il Tempo del Sogno, esso è di ogni presente tessuto e sostanza, ne dirige gli eventi, dà loro forma modellandoli.

Basterebbe The Book of Giving Back per capirlo. Qui davvero Cagnone è il Custode dei Racconti, così come è nella tradizione aborigena, antica di decine di millenni, dove gli anziani sono i depositari dei racconti del Sogno, e responsabili della loro trasmissione. Queste narrazioni, molte delle quali segrete, sono legate al territorio, ai luoghi e agli esseri sacri. Descrivono una geografia metafisica, di luoghi e cose che possiedono un Mana, una potenza, che il racconto evoca. Così la sua Liguria trasfigurata, così la Natura, che gli si manifesta nelle mille sue forme, vegetali e animali e cosmiche. E, analogamente, Cagnone percorre, nel suo narrare con una lingua resa pura e alta dalla sacralità del tempo del mito a cui appartiene, le Vie dei Canti, quegli itinerari invisibili creati dalle orme degli esseri mitici che le percorsero e le forgiarono. Cantare in strofe tali vie è l’eredità che ogni aborigeno iniziato ai misteri della creazione riceve, ed egli andrà cantando, come in una partitura cosmica, quel mondo, ricreandolo. E Vie dei Canti sono tutti i suoi scritti, dove luoghi, esseri e immagini tracciano un reticolato invisibile, si trasfigurano, evocano la verità delle cose nella loro trasparenza onirica e le rendono materia pulsante.

Dunque è comprensibile anche la cura, l’estrema attenzione per la forma, la necessità della perfezione, che è in realtà dovere d’aderenza a una verità che non tradisca il compito alto.

La sua lingua magnifica, tersissima e distillata nei suoi preziosi alambicchi fino alla quintessenza, è la lingua di un iniziato. Dunque di un eletto, o di un eretico attento al suo dire. È la lingua purificata da ogni scoria che possa offuscarne l’origine. Una lingua sacra, vaticinante, carica di Potenza.

Quello sfrondarla d’ogni referente sintattico che fa libera ogni parola, le rende l’alone edenico, la fa sfolgorare della propria luce. È così, che Cagnone ne trova l’essenza, l’anima.  Quella del puro suono che crea le cose. Come il suono del tamburo di Śiva emana l’universo fenomenico, così la sua danza sfrenata è simbolo del continuo divenire. La danza dei suoni e delle parole, che in Cagnone scorrono con il soffio del fuoco eracliteo.

Rendere ad ogni parola la propria libertà originaria, così che ciascuna poi viva nello stabilire i propri voluti legami.

Ora egli lascia che le parole già scritte mutino i loro legami, consente che alcune si preferiscano, sopporta di perderne alcune, accetta che possano smarrire rilievo o iridescenza nel nuovo legame.”[8]

È quindi anche la lingua segreta, il linguaggio esoterico dei grandi testi alchemici, in cui gli elementi si animano, scegliendo il combinarsi con altri elementi, così adamantina eppure così velata nel suo dire. Vive in quella zona di penombra che filtra tra ombra e luce. Come le sacre Icone sull’iconostasi velano lo spazio sacro del bèma . Così da gettare bagliori illusori di senso, che subito repentini fuggono e sfuggono. Un solve et coagula in un continuo movimento.

Io leggo per fraintendere. Se intendessi, mi verrebbe in mente solo quel che c’è scritto.[9]

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Il sito di Nanni Cagnone      http://www.nannicagnone.eu/

 

[1] Tornare altrove, XIV, 2015

[2] Carlo Diano Linee per una fenomenologia dell’arte, 1956 p. 122

[3] Vuoto e compassione Armi senza insegne, 1986.

[4] Tanti sogni, poca realtà, 1988.

[5] Comuni smarrimenti, p. 1, 1980.

[6] XLVI, Tornare altrove.

[7] Vuoto e compassione – Armi senza insegne, 1986.

[8] Per somnium stasera, 1993.

[9] What’s Hecuba to Him or He to Hecuba, 1975.  

[10] Vaticinio. Libro Quinto. Della Limitazione. 1984.

 

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