James Harpur – Mito modificato. Traduzione di Francesca Diano.

San Patrizio calpesta i demoni. Miniatura 1450 ca. British Library

 

La seguente poesia è parte della raccolta di James Harpur, A Vision of Comets, 1993. Narra la leggenda che San Patrizio abbia scacciato i serpenti dall’Irlanda (che, in effetti, ne è priva), agitando il suo pastorale e trafiggendoli. La leggenda ovviamente adombra la cristianizzazione dell’Irlanda e la messa al bando dell’antica religione druidica, secondo una visione messianica del Male incarnato dal Serpente. Eppure, in questo testo bellissimo, Harpur ci mette in guardia. Il Male non è scomparso dal mondo, si annida persino lì dove non dovrebbe essere, in attesa di colpire quando lo spirito tradisce la sua origine sacra, e forse, dati i tempi, questo suo testo si rivela profetico.

Come per tutte le opere di James Harpur, la traduzione in italiano è mia.

(F. D.)

 

MITO MODIFICATO

 

La serpe stava immobile, l’essenza

Di generazioni di serpi compressa

In ciascun atomo di nervi e muscoli;

Le verdi spire oleose scintillanti

Con l’asciuttezza del colore a smalto.

 

Il santo sereno, sangue caldo

Si piegò e versò gocce d’acqua santa

Finché come forcuto spasmo di saetta

La serpe, crocefissa, sputò e risputò fuori

Il vangelo con sibili e veleno,

Vibrando come un fioretto la lingua cieca,

Distaccata la testa dalla coda

Dal peso abnorme di solida carne.

Uscendo dalla pelle, iniziò a tremare,

E poi sfrecciò attraverso le felci

Che crepitarono come pioggia su un’inferriata viva.

 

Ovunque andasse i serpenti svanivano:

Lui scagliava una croce,

Loro guizzavano in tane di volpe.

Lui schioccava le dita,

Loro sgusciavano fra le crepe di lapidi.

Diceva “Abracadabra”

E loro si scioglievano diventando miraggi.

 

Ma mentre il santo gettava via i sandali

Le serpi si fecero strada a morsi sottoterra,

E s’incontrarono, e serpe mangiò serpe

Finché un solo serpente, pregno dei propri succhi,

Il dorso incrostato dei colli dell’Irlanda

Ristette immobile.

 

Ed ora sta in attesa,

S’ingrossa sotto l’esile pelle del Nuovo Testamento,

Aspettando che i santi su San Pietro

Crollino uno ad uno,

 

Come tante oche ritte in fila al tirassegno.

 

 

REVISED MYTH

 

The snake lay still, the essence

Of snake generations compressed

Into each atom of nerve and muscle;

Its oily green coils glistening

With the dryness of glazed paint.

 

The warm-blooded serene saint

Leant over and let drip drops of holy water

Until like a fork of lightning spasm

The snake, crucified, spat and spat

Back the gospel with hiss and venom,

Its blind tongue flickering foil-like,

Head and tail split from each other

By the great sackweight of solid flesh.

Unpeeling itself, it began to shudder,

Then rocketed through the bracken

That crackled like rain on a live rail.

 

Wherever he went, the snakes vanished:

He lobbed a cross.

They darted into foxholes.

He clicked his fingers,

They slipped between the cracks of gravestones.

He mouthed ‘Abracadabra’,

They melted into their own mirages.

 

But while the saint kicked off his sandals

The snakes chewed their way through thick earth,

And they met, and snake ate snake

Until just one serpent, sweating in its juices,

Its back crusted with the hills of Ireland,

Lay still.

 

And now it lies waiting,

Swelling under the thin skin of the New Testament,

Waiting for the saints on St Peter’s

To drop off, one by one,

 

Like stand-up ducks at a rifle range.

 

(C) James Harpur. Per la traduzione (C) Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

James Harpur – La bianca silhouette

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Andrej Rublev, Il Salvatore.

 

The White Silhouette, lunga poesia che dà il titolo alla recente e acclamata raccolta di James Harpur, (The White Silhouette, Carcanet 2018), è, insieme a Kells, una dichiarazione della sua poetica, della sua ricerca interiore e della sua visione del mondo. Harpur è un instancabile esploratore dello spirito, e nel suo viaggio percorre tutte le vie, dal pensiero Neoplatonico ai mistici di ogni tempo e luogo, senza limiti di credo o appartenenza religiosa, al pensiero filosofico occidentale e orientale, degli antichi e dei moderni. Il suo amore per la figura del Cristo non può dirsi strettamente cristiana, ma più come legata a una spiritualità universale.Per ulteriori approfondimenti, si vedano altri post da me dedicati alle sue opere.

Francesca Diano

 

 

La bianca silhouette[i]

 Traduzione di Francesca Diano

(2014)

 

 

A John F. Deane

 

 

“Una mattina, sopracoperta, si prese a bisbigliare: ‘Abbiamo un passeggero misterioso a bordo.’ “… Spesso, dopo il nostro arrivo a Gerusalemme, ripensai a quella diceria… Quando, vicino alla Porta d’Oro, vedevo l’uomo vestito di bianco che, qualunque tempo facesse, portava la sua lampada accesa, pensavo sempre: ‘C’è un pellegrino misterioso a Gerusalemme.’

Stephen Graham, da With the Russian Pilgrims to Jerusalem. 1913

 

 

 

 

Pensavo ci saremmo incontrati in un luogo sacro

Come la chiesa del villaggio di Bishopstone

Vuota in un giorno d’estate nel Wiltshire

Gli alberi verdeggianti e carichi di corvi

E il torrente fra i prati una corrente

D’argento brunito sotto il ponte dove vidi

Il mio primo martin pescatore dardeggiare

Il suo ago, lasciandomi il suo punto turchese

Nella memoria; ed andavo a sedermi

Nella chiesa e chiudevo gli occhi

Attendendo invano che qualcosa scattasse

Chiedendomi se fosse questa la mia vita

Che sprecavo a casa di mia madre.

A volte portavo con me il Temple di Herbert[ii]

E leggevo il sereno ordine delle sue poesie

E l’immaginavo, come lo videro una volta,

Abbracciare il pavimento della sua chiesa a Bemerton

Chiedendo che l’amore l’accogliesse.

Sedevo dritto disposto alla preghiera

Troppo preso dall’autoanalisi

Troppo inesperto, lo spirito impaziente

Per notare se tu fossi scivolato dentro con l’aspetto

D’un turista che osserva il coro o il fonte battesimale

E acquista cartoline illustrate e firma

Il libro dei visitatori aggiungendo “atmosfera incantevole”;

O d’un camminatore che cerca rifugio dalla pioggia

O d’una donna venuta a decorare l’altare con dei fiori.

 

O in un luogo come l’isola di Patmo

Fuori stagione non invasa dai turisti,

Il mare che salassa il cielo del suo azzurro.

Forse tu sei venuto quel giorno di settembre

Nella grotta di San Giovanni, oro divisionista

Sulle candele e sulle lumeggiature delle icone,

Quando ero lì ad assorbire la frescura,

Immaginando Giovanni nel Giorno del Signore

Prostrato a terra come dinanzi a un trono

E tu non vestito “con una veste lunga e una cintura d’oro”

Né “con capelli bianchi come lana o neve”

Ma come un pellegrino con zaino e fotocamera

Rispettoso, curioso, guida in mano

A esaminare la grana della roccia scabra

Che incontra il mio sguardo e si ferma un secondo

Come fossi un vecchio compagno di scuola.

Se tu eri lì, io non t’ho visto,

Perché troppo accecato dalla nuova Gerusalemme

Che lanciava bagliori di diaspro, di zaffiro e topazio

Scendendo dal cielo come un’enorme corona regale.

 

O in un luogo come Holycross a Tipperary,

Nell’abbazia dove la strada incontra il fiume,

Forse t’eri fermato a interrompere il viaggio

Come io faccio spesso, e m’hai visto nella navata

Avanzare sul pavimento inclinato

Verso la reliquia, frammento della Croce

O forse eri seduto fuori sulla riva del Suir

Su una panchina in un prato d’erba tenera

Forse quel giorno in cui, diretto a nord,

Mi fermai accanto al parcheggio ad osservare

Una sposa, fragile, congelata presso la porta

Le damigelle strette insieme nel freddo di marzo

Che attende e attende di fare il suo ingresso

Nell’improvviso illuminarsi di visi che si voltano

Come un cigno che scivola nel suo abito niveo

Sotto l’arco di un ponte in stato di grazia.

Ero troppo incantato dal suo destino di sposa

Per vederti accendere il motore, partire,

Sollevando la mano nel passarmi accanto

Diretto a Cashel, Fermoy e verso sud.

 

Ma ci fu quel momento in cui fui certo

Che finalmente t’avevo trovato;

Malato a casa, mi misi a meditare

E pregare per vincere l’autocommiserazione

Per settimane accumulando pace

Fino a quella mattina quando i secondi furono svuotati

Mondati i miei pensieri, il mio sé annientato

In una luce arcana pervadente

Che pareva addensarsi e dispiegare

Più strati di radianza ed espormi del tutto

Ché tu potessi varcare la soglia

O la varcassi io, in qualunque momento.

Ma io chiusi la porta del cuore, temendo,

Chissà, di poterti incontrare

Temendo di passare dall’altra parte

E mai poter tornare a quello che mi è noto;

Pensai che mi sarei sempre potuto riaprire

Per accoglierti come si conviene, ben preparato.

Non l’ho mai fatto. Temevo il salto repentino

Nella zona dell’atemporale; troppo impaurito

Ti cercavo in pubblico, per sentirmi al sicuro,

Mi inginocchiavo nelle chiese, scambiavo il segno

Di pace nella chiesa di St James a Piccadilly,

Recitavo preghiere, prendevo il pane e il vino

E intensamente mi concentravo, ma non riuscivo

A credere che fossero il tuo corpo ed il tuo sangue;

Nelle preghiere sentivo uno staccato, come chiodi

Che venissero infissi, quasi a inchiodare assi alle finestre.

 

Certe volte t’ho percepito come un baluginio

Come in quel sogno inatteso che feci

Tu di notte sul lido di un’isola greca;

Avevi il volto celato, ma eri tu;

Le stelle imbullonavano strati di oscurità

Poi le comete vennero, una dozzina forse

Le code come ventagli con sprazzi decrescenti;

Lentamente ruotavano e giravano — le tue mani

Si muovevano in accordo, come tu le guidassi

Quasi fossero legate a dei fili, come aquiloni cinesi.

Le comete rallentarono, s’arrestarono, trasformandosi

In lettere ebraiche, decorando la notte.

E seppi che se avessi compreso le parole,

Il tuo messaggio silente attraverso le stelle,

Avrei saputo il mio destino sulla terra.

Ma mi svegliai, disorientato come Baldassarre.

 

Non ti cerco ormai più

Non so chi cercare, dove farlo;

Troppo stanco, deluso, non son certo

Di ciò che penso o se davvero importi

Così tanto; mia ultima speranza — che la mia rinuncia

Possa essere un segno della Via Negativa,

Uno stadio dell’abnegazione —

Quella speranza impedisce ciò in cui spera.

 

Eppure

Ti scrivo ancora, poesia dopo poesia,

Tentando di dar forma al perfetto modello

Delle parole e del mistero del loro ritmo,

Terrestre musica udibile in cielo —

Ogni poesia è un razzo colorato

Un segnale di soccorso, efflusso

Di me stesso, preghiera mascherata

Lanciata verso la Nube della Non-conoscenza[iii]

E tutto ciò che devo fare è di stare

Fermo dove mi trovo, pronto ad esser salvato

Senza muovermi, parlare o pensare attendendo

Che la Nube s’accenda di luce

E la tua bianca silhouette se ne

Svincoli e sempre più s’avvicini,

Finché vedrò la tua essenza e potrò chiederti

Dove mai ti trovassi

Durante i miei giorni — e solo allora

Comprenderò perché non t’ho trovato

Perché eri troppo vicino a casa

Perché pensavo che avrei dovuto morire

Per vederti lì, proprio lì, rimuovendo

Gli aspetti del tuo travestimento —

La mia pelle segnata dalle rughe

La mia incarnazione spossata dei tuoi occhi —

Il mio volto che diventa il tuo

I miei occhi i tuoi occhi

Io    tu    noi         I you us

Iesus.

 

The White Silhouette

(2014)

for John F. Deane

‘There went a whisper round the decks one morning, “We have a mysterious passenger on board.” … Often I thought of that rumour after we reached Jerusalem … When I saw the man all in white by the Golden Gate carrying in all weather his lighted lamp, I always thought, “There is a mysterious pilgrim in Jerusalem.”’

Stephen Graham, from With The Russian Pilgrims to Jerusalem (1913)

 

 

I thought we would meet in a holy place

Like the church in the hamlet of Bishopstone

Empty on a Wiltshire summer’s day

The trees full of rooks and hung in green

And the stream in the meadows a rush

Of darkling silver beneath the bridge

Where I saw my first kingfisher flash

Its needle, leaving its turquoise stitch

In my memory; and I would sit

In the church and close my eyes

And wait in vain for something to ignite

And wonder whether this was my life

Wasting away in my mother’s home.

Sometimes I’d bring Herbert’s Temple

And read the quiet order of his poems

And picture him, as once he was glimpsed,

Hugging the floor in his church at Bemerton

Asking love to bid him welcome.

I sat with an upright praying disposition

Preoccupied in self-combing

Too callow and spiritually impatient

To notice if you had slipped in

As a tourist to inspect the choir or font

And buy a picture postcard and sign

The book with ‘lovely atmosphere’;

Or as a walker taking refuge from rain

Or a woman primping flowers by the altar.

 

Or somewhere like the island of Patmos

Out of season and the tourist flow,

The sea leeching blue from the skies.

In the cave of St. John, pointillist gold

On tips of candles and highlights of icons,

You might have visited that day in September

When I was there, absorbing the coolness,

Imagining John on the Day of the Lord

Prostrate on the ground as if before a throne

And you not dressed in a ‘robe and gold sash’

Nor with hair ‘as white as wool or snow’

But as a pilgrim with camera and rucksack

Respectful, curious, guide-book in hand

Appreciating the grain of raw stone

Catching my eye and pausing for a second

As if I were a schoolfriend from years ago.

I never saw you, if you were there,

For I was too blinded by the new Jerusalem

Flashing out jasper, topaz, sapphire

Descending from heaven like a huge regal crown.

 

Or somewhere like Holycross in Tipperary,

The abbey at the meeting of road and river,

You might have stopped to break a journey

As I often do, and seen me there in the nave

Ambling down the sloping floor

Towards the relic-splinter of the Cross

Or sitting outside on the banks of the Suir

On a bench on a swathe of tended grass

Perhaps that day when, heading north,

I paused by the car park to watch

A bride, fragile, and frozen by the door

Her bridesmaids huddled in the cold of March

Waiting and waiting to make her entrance

Into the sudden shine of turning faces

Like a swan gliding in its snowdress

From an arch of the bridge in a state of grace.

I was too mesmerised by her destiny

To see you start your car, drive off,

And raise your hand as you passed me by

On the way to Cashel, Fermoy and the south.

 

But there was that time I was so certain

That I had finally found you;

Sick at home, I turned to meditation

And prayer to overcome self-pity

For weeks accumulating quietude

Till that morning when seconds were emptied out

My thoughts cleansed, my self destroyed

Within an uncanny infusing light

That seemed to deepen and unfold

More layers of radiance and lay me wide open

So you could cross the threshold

Or I could cross, at any moment.

But I closed the door of my heart, afraid,

Who knows, that I might have met you

Afraid I would pass to the other side

And never return to all that I knew;

I thought I could always re-open myself

And greet you properly, well prepared.

I never did. I feared that sudden shift

Into the zone of timelessness; too scared

I looked for you in public, for safety,

I kneeled in churches, gave the sign

Of peace in St. James’s Piccadilly,

I recited prayers, took bread and wine

And I concentrated so hard, but failed

To believe they were your blood and body;

I heard staccato prayers, like nails

Banged in, as if to board up windows.

 

Sometimes I’d sense you as a glimmer

As in that dream I once had out of the blue

When you stood at night on a Greek island shore;

Your face was hidden, but it was you;

The stars pinned in place the layers of darkness

Then came the comets, perhaps a dozen,

Their tails fanned out with diminishing sparks;

Slowly they twisted and turned – your hands

Moving in concert, as if you were guiding them,

As if they were on strings, like Chinese kites.

The comets slowed and stopped, and changed

Into letters of Hebrew, emblazoning the night.

And I knew if I could grasp those words,

Your silent message across the stars,

I’d know my destiny on earth.

Instead I woke, as puzzled as Belshazzar.

 

I do not search for you any more

I don’t know whom to seek, or where;

Too weary, disillusioned, I’m not sure

What I think or if I really care

That much; my last hope – that my resignation

Might be a sign of the Via Negativa,

A stage of my self-abnegation –

That hope prevents the thing it hopes for.

 

And yet

I still write to you, poem after poem,

Trying to shape the perfect pattern

Of words and the mystery of their rhythm,

An earthly music audible in heaven –

Each poem is a coloured flare

A distress signal, an outflowing

Of myself, a camouflaged prayer

dispatched towards the Cloud of Unknowing

And all I have to do is stay

Where I am, ready to be rescued

Not move, speak or think but wait

For the brightening of the Cloud

For your white silhouette to break

Free from it and come nearer, nearer,

Till I see your essence and I can ask

Where in the world you were

Throughout my days – and only then

Will I grasp why I never found you

Because you were too close to home

Because I thought I’d have to die

To see you there, right there, removing

The lineaments of your disguise –

My careworn wrinkled skin

My jaded incarnation of your eyes –

My face becoming your face

My eyes your eyes

I   you   us      I you us

Iesus.

 

[i] Pubblicata per la prima volta sulla rivista  Poetry Ireland N° 112

[ii] George Herbert, (Montgomery, 1593 – Bemerton, 1633)  fu un religioso, grande poeta e oratore, considerato santo dalla Chiesa Anglicana, ma oggi ritenuto anche uno dei maggiori poeti  del suo tempo, soprattutto per il carattere  originale e sperimentale dei suoi versi. Esercitò la sua cura pastorale nel Wiltshire e non pubblicò mai le sue poesie in vita. Sul letto di morte consegnò la sua raccolta, The Temple, a Nicholas Ferrar, fondatore di una comunità religiosa, che la pubblicò postuma. Dopo la sua morte i suoi testi conobbero un enorme successo e in seguito ispirarono Samuel Coleridge, Emily Dickinson, Manley Hopkins e T. S.Eliot (N.d.T.)

[iii] The Cloud of Unknowing è un  famoso testo anonimo del XIV secolo, scritto in medio inglese; una guida spirituale dal carattere fortemente ascetico e contemplativo, il cui autore dimostra di possedere profonda conoscenza della mistica del suo tempo, da Richard Rolle a Meister Eckhart, da Enrico Suso a Tommaso da Kempis, da Jacopone a Caterina da Siena. (N.d.T.)

 

(C)2019 by James Harpur e Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

James Harpur. Due poesie per Andrej Rublëv, tradotte da Francesca Diano.

Questi due testi fanno parte dell’ultima raccolta di James Harpur, The White Silhouette, Carcanet, 2018. Compaiono nella sezione Graven Images (Immagini sacre) e sono dedicate alla pittura dell’immenso pittore russo Andrej Rublëv, forse il più grande pittore di icone di ogni tempo.

 

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IL VOLTO

Icona di Cristo Redentore. Andrej Rublëv. Galleria Tret’jakov.

 

 Girai l’angolo e vidi i tuoi occhi

come tu avessi girato un angolo

al chiarore lunare di una città deserta

e avessi visto il mio sguardo sorpreso

dinanzi agli sbiaditi  colori

del tuo volto disincarnato, galleggiante.

Avrei voluto toccarlo

come la donna che osò sfiorare l’orlo

della tua veste per essere sanata.

 

Voglio toccare ancora quell’istante

prima che il legno ti rivendichi

per sempre, ti riassorba nella sua grana,

le tue fattezze troppo ultraterrene,

troppo colme di luce per questo mondo,

assalite dagli sguardi dei credenti

e dei non credenti, che ti cancellano

d’attimo in attimo, di giorno in giorno,

per la troppa speranza, o per vana curiosità.

 

*

THE FACE

Icon of Christ the Redeemer, Andrej Rublëv. Tret’jakov Gallery

 

I turned a corner and saw your eyes

as if you had turned a corner

in the moonlight of a deserted city

and seen me looking in surprise

at the faded colours

of your disembodied, floating face.

I wanted to touch it

like the woman daring to touch the edge

of your robe to heal herself.

 

I want to touch that moment again

before the wood reclaims you

forever, withdraws you into its grain,

your features too unearthly,

too full of light for this world,

assaulted by the stares of believers

and unbelievers, erasing you

second by second, day by day,

with too much hope, or idle curiosity.

 

 

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TRINITÀ

 

Icona della Trinità. Rublëv. Galleria Tret’jakov.

 

Eravamo partiti per Mosca

muovendo dai sobborghi di Dublino

e da diversi distretti del West Cork,

volando verso est nella tenebra,

una notte di stelle preistoriche,

millenni di Cristianesimo evoluti

nei nostri nomi: Joseph, John e James.

E poi arrivammo, infine, dinanzi

al nostro retaggio, nell’eternità,

dimentichi di credenze o miscredenze.

Tutta per noi avevamo l’icona,

come tre angeli, invisibili, o che rendevano

invisibile la gente nella galleria;

adeguandoci a una dolce comunione,

scambiammo pensieri, qualche conoscenza,

affondammo nei colori, nell’immanente oro

nell’interna circolarità della scena,

e sentimmo il nostro io dissolversi…

tre stranieri nel deserto di Mamre,

a condividere la libertà dell’errare

a gioire di eventi inattesi

di piccoli miracoli della vita –

una quercia che allarga la sua ombra,

dell’acqua, bocconi di pane –

e poi frammenti di parole e suoni

che risvegliano l’imprevedibile:

i sussurri di Abramo alla sua tenda,

la risatina beffarda di Sara –

speranza d’una nascita,

due divengono tre,

tre divengono uno.

 

*

 

TRINITY

Icon of the Trinity, Andrei Rublev, Tretyakov Gallery

We had gone to Moscow on a journey
from the suburbs of Dublin
and scattered townlands of West Cork,
flying eastward into darkness,
a night of prehistoric stars,
millennia of Christianity evolved
in our names: Joseph, John, and James.
And then we came, at last, to stand
in timelessness before our heritage,
forgetful of belief and unbelief.
We had the icon to ourselves,
like three angels, invisible, or making
the crowds in the gallery invisible;
conforming to a gentle communion,
sharing thoughts, bits of knowledge,
subsiding to color, inherent gold,
the inner circularity of the tableau,
we felt our selves dissolving…
three strangers in the desert of Mamre,
sharing the freedom of wanderers
rejoicing in the chance events
and small miracles of life—
an oak tree spreading out its shade,
a little water, morsels of bread—
and snatches of words and sounds
that stir to life the unpredictable:
the whispers of Abraham at his tent,
Sarah’s mocking gasp of laughter—
the prospect of a birth,
two becoming three,
three becoming one.

 

 

 

 

Intervista fattami da Livio Partiti per la sua rubrica radiofonica Il Posto delle Parole su Voices of the Book of Kells di James Harpur

 

 

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La trovate qui

http://ilpostodelleparole.typepad.com/blog/2015/09/francesca-diano.html

James Harpur – Bere alla fonte. Un’esplorazione dell’immaginario poetico.

 

Pubblico, per chi non ha avuto la fortuna di ascoltarla dalla viva voce di James Harpur, questa intensissima, rivelatrice Lectio Magistralis sulla poesia, sulla sua origine e sul ruolo del poeta, tenuta in Italia nel maggio scorso. Un grande insegnamento da un grande poeta, che ha scelto di dedicare la sua intera vita alla Poesia. 

F.D.

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Foto di Dino Ignani (C)

 

 

BERE ALLA FONTE. UN’ESPLORAZIONE DELL’IMMAGINARIO POETICO

 

Lectio Magistralis

Torreglia, 28 maggio 2017

 Traduzione di Francesca Diano

 

 

Quando avvenne che l’uomo prese a narrare, per la prima volta, le proprie esperienze di vita in forma poetica? Consideriamo, ad esempio, i pittori della grotta di Lascaux, diciassettemila anni fa; operavano una distinzione fra il loro parlare quotidiano e una forma di comunicazione che potremmo considerare poetica?

Non abbiamo che congetture, basate su vaghi indizi. Quel che sappiamo con certezza è che i nostri antenati della preistoria praticavano altre forme d’arte; la pittura, ad esempio, e la musica, come dimostra un flauto, antico di quarantamila anni, trovato in una grotta nel sud della Germania, costruito usando l’osso di un’ala di un grifone; l’idea di un grifone morente circondato da esseri umani appare un surreale capovolgimento delle sorti.[1] Suonare uno strumento significa anche stimolare in modo naturale dei movimenti del corpo, non foss’altro che battere un piede, dunque è altamente probabile che, in quel periodo, esistesse già la danza. Possiamo esser certi che pittura, musica, danza fossero delle componenti importanti nelle società della preistoria. E, se esistevano la parola e la musica, è possibile che esistessero dei canti, o delle cantilene, o degli incantesimi, impiegati a vari scopi, come – ed è un’altra supposizione – per invocare la pioggia, per ottenere un buon raccolto, oppure in occasione di qualche rito di guarigione, o per commemorare i defunti, o anche solo per canticchiare.

Forse, potremmo capire qualcosa di più delle creazioni musicali dei nostri antenati, guardando alle attuali popolazioni indigene, come le comunità degli Aborigeni australiani, che attribuiscono fondamentale importanza alla tradizione delle “Vie dei Canti”. Si tratta di una tipologia di “poesia”, o di qualcosa d’imparentato con la poesia, cantata, fortemente ritmica, recitata velocemente, con contenuti molto concentrati e pregna, per così dire, di vibrazioni sonore. I versi delle Vie dei Canti si riferiscono a dei percorsi che attraversano il paesaggio, e che si dice siano stati creati dagli animali totemici ancestrali, come l’Emù o il Dingo. I viaggi che compirono e quel che fecero durante quei viaggi “spiega” la creazione della topografia e dei luoghi, come una pozza d’abbeveraggio, una montagna, un termitaio, delle rocce e, in modo analogo, vari animali. Le Vie posseggono anche uno scopo pratico: sono quasi delle Google maps preistoriche, che aiutano gli esseri viventi ad attraversare vaste estensioni di deserto e a segnare il confine fra i diversi territori tribali.

I canti delle Vie dei Canti sono una rappresentazione rituale di questi viaggi ancestrali e, cosa particolarmente interessante per un poeta contemporaneo, non rievocano eventi passati, ma danno la sensazione a chi ascolta di partecipare attivamente alla creazione del paesaggio, della flora e della fauna. In un certo modo, questa differenza è qualcosa di analogo a quella che esiste tra lo studiare a scuola la Rivolta del 1916 a Dublino ed esserne un effettivo protagonista, all’interno del General Post Office, nel corso di una ricostruzione storica. Il fine d’ogni poeta e d’ogni artista dev’essere quello di creare questo stesso grado di incantamento. Ad esempio, in una Via dei Canti del popolo Yanyuwa, nell’Australia settentrionale, si narra di un viaggio dello spirito ancestrale Dingo:

“Impronte del Dingo / sulla sabbia, mentre attraversa / la regione delle dune di sabbia. // Ghiaia riveste il letto / del Fletcher Creek// Dingo cammina sulla ghiaia / nel Fletcher Creek in secca / risale sull’argine // Dingo annusa il vento / della regione delle pianure nel corso del suo viaggio …” Nella lingua originale, questo testo inizia così: Burrundal Burrundalaya // Dawingangi / Windijingarni …”.[2]

Ma è il canto che attiva le parole, portandole sino alla pienezza del loro essere; il sottile levarsi e abbassarsi della melodia imita il procedere del Dingo in un modo che la voce non potrebbe eguagliare nel parlato. Un aspetto che potrebbe offrire un buono spunto di riflessione ai poeti moderni, è che la risonanza sonica, con le sue vibrazioni vitalizzanti, fa vibrare le parole e le addensa, creando una musicalità che le trasforma.

Dunque forse, le nostre prime forme di poesia comprendevano delle parole che venivano modificate da suoni musicali e che avevano uno scopo pratico e concreto – vogliamo la pioggia, vogliamo che le messi crescano – ma si rivolgevano ad esseri che abitavano un’altra dimensione: dèi, spiriti, antenati totemici. Per facilitare la comunicazione con l’altro mondo, v’erano degli specialisti, che oggi definiamo in modo generale ‘sciamani’; delle figure che assommavano in sé le funzioni di profeta, guaritore, sacerdote, psicopompo e, forse, dell’equivalente più prossimo di quel che potremmo definire poeta. Lo sciamano – uomo o donna che fosse – era un intermediario fra dimensioni diverse della realtà, capace di librarsi fino a mondi superiori, o di discendere nell’oltretomba e di conversare con gli spiriti, per poi rivelare quel che aveva appreso ai membri della comunità.[3]

Nella tradizione poetica occidentale, questa idea di una fonte di conoscenza oltremondana si è mantenuta per almeno tremila anni ma, invece di essere riferita agli animali totemici, le è stato attribuito il nome di Musa, rappresentata in genere come una divinità femminile. Nel Proemio dell’Iliade, Omero dice: “Cantami o Diva, del Pelide Achille / l’ira funesta”[4]. Nel Proemio dell’Odissea, dice ancora: “Musa, quell’uom di multiforme ingegno / dimmi”.[5] Nel Proemio dell’Eneide Virgilio scrive: “Musa, mihi causas memora”, ‘Musa, rammentami le cause’ e, nel Paradiso perduto, Milton invoca la Musa Celeste (Heavenly Muse) ma, essendo un bravo patriarca puritano,  trasforma la divinità femminile nello Spirito Santo.

Per i poeti romantici la Musa era ancora vivissima, com’è, ad esempio, nell’Ode a Psiche, di John Keats, o in Most Sweet It Is ( È cosa dolcissima). In Alla Musa, Coleridge afferma che la Musa ‘mi permette di comunicare con il mio spirito’, come dire che diviene un canale d’accesso ai suoi sentimenti più intimi, ed è forse la prima volta che si fa cenno a un’interiorizzazione della Musa.

Giunsero infine i gelidi venti del modernismo. T. S. Eliot la definisce una “trita metafora”. Tuttavia, in Mercoledì delle Ceneri, si rivolge a una figura simile alla Musa, con un’invocazione che possiede la medesima solennità che ha in Omero, Virgilio e Milton: “Beata sorella, santa madre, spirito della fonte, spirito del giardino, / Non tollerare che noi s’inganni noi stessi con la falsità. / Insegnaci a curarci e a non curarci / Insegnaci a rimanere immobili.’

Fra i poeti, il nome della Musa circola ancora, ma vuoto e senza convinzione. A dire il vero, si potrebbe affermare che essa possegga minor potenza del suo esatto opposto: quel dèmone noto come Blocco dello Scrittore. Ma forse, ignoriamo la Musa, cioè una fonte d’ispirazione sovrapersonale, a nostro rischio e pericolo. Ha servito i poeti dai primordi fino a Ted Hughes e Sylvia Plath e ci connette ai nostri proto-poeti sciamanici e a un mondo in cui la declamazione rituale della ‘poesia’, o di qualcosa di analogo ad essa, era inscindibile dalla musica che la sosteneva.

In qualche momento della preistoria compare quel che si definisce ‘pensiero poetico’ e annunzia l’inizio di quella modo d’esprimersi per metafore che a noi moderni è familiare. Quando si invocano agli dei perché facciano piovere o garantiscano un buon raccolto, non sono necessarie immagini di fantasia. Né sono necessarie per le Vie dei Canti. Ma, all’epoca di Gilgamesh, un’epoca che iniziò circa quattro millenni fa in Mesopotamia, il linguaggio dell’immaginario poetico era ormai divenuto parte del tessuto della coscienza umana.

Per darne un piccolo, ma significativo esempio, nell’epopea di Gilgamesh, l’eroe è devastato dalla morte del suo amato amico Enkidu. “Per sei giorni e sette notti piansi per lui”, dice Gilgamesh, e le sue parole sfiorano appena il gelo della morte e il fardello del lutto. Ma poi, troviamo un dettaglio che cambia ogni cosa: “Non consegnai il suo corpo per la sepoltura”, dice, “finché una larva non gli cadde da una narice.” Finché una larva non gli cadde da una narice. L’autore, o gli autori, avrebbero potuto dire, “finché il cadavere non iniziò a putrefarsi”, oppure “a puzzare”; ma l’immagine di una larva, bianca e minuscola, che esce dalla caverna oscura di una narice, un essere vivente che emerge dalla carne morta, s’incista nella mente con la violenza e la precisione di una pallottola sparata da un cecchino. È il pensiero di un poeta.

Quel primo baluginare dell’immaginario poetico che appare in Gilgamesh, giunge alla piena realizzazione in Omero. Nell’Iliade e nell’Odissea, composte circa duemilasettecento anni fa, fa la sua trionfale comparsa la similitudine omerica. Verso la fine dell’Odissea, ad esempio, a Telemaco viene affidato il compito di impiccare dodici ancelle infedeli. Omero ci narra che il giovane tese una sorta di corda da bucato, a un’altezza tale che i loro piedi non toccassero il pavimento. “E come incontra, che o colombe o torde,/ Che al verde chiuso d’una selva entraro / Van con ali spiegate a dar di petto / Nelle pendule reti, ove ciascuna / Trova un letto feral: tali a mirarle / Eran le donne con le teste in fila, / E con avvinto ad ogni collo un laccio, / Di morte infelicissima strumento. / Guizzan co’ piedi alquanto, e più non sono.”[6] È d’un truce realismo, ma narrato con delicatezza; l’immagine degli uccelli acuisce il senso di vulnerabilità, di inquietudine e di pallore delle donne.

Con le sue similitudini, Omero ha elevato l’espressione poetica a un nuovo livello di coscienza immaginativa. Non si tratta tanto di brevi digressioni, di gingilli atti ad ornare il corpo del verso, quanto qualcosa di simile a dei tatuaggi impressi sulla sua pelle. Talvolta esse possono persino prendere il sopravvento sull’azione.

In una famosa scena dell’Iliade, Omero dice che l’eroe greco Diomede si prepara a combattere contro il guerriero troiano Glauco. Diomede è preoccupato; pensa che Glauco possa essere un dio, il che significherebbe morte certa. Dunque, nel pieno dello scontro, gli domanda chi sia. Glauco gli risponde, chiedendogli perché debba tanto preoccuparsi del suo lignaggio, e poi prosegue con questi quattro indimenticabili versi:

“La nostra vita ha il fato delle foglie.

In autunno il vento disperde le vecchie foglie a terra,

ma in primavera sugli alberi germogliano nuovi boccioli.

Così è la vita degli uomini: mentre una nuova generazione nasce, un’altra muore.”

Si potrebbe pensare che questa cupa osservazione faccia da preludio a un massacro reciproco di Glauco e Diomede. Ma Omero ci offre un colpo di scena. Glauco prosegue e spiega a Diomede chi erano i suoi progenitori; si scopre così che i loro nonni erano stati ottimi amici. Dunque, invece di combattere, i due balzano dai loro carri, si stringono la mano e stringono amicizia. È un momento di grande commozione in mezzo a quell’inarrestabile violenza.

L’epica era perfettamente adatta alle lealtà tribali delle città-stato, ma non era in grado di esprimere altrettanto bene i sentimenti e i pensieri personali dell’autore e quel senso di intimità, di confessione, di pensosità, che divennero prerogativa della poesia lirica; brevi testi poetici, in genere accompagnati dalla lira, da cui il nome. È difficile dire quando sia comparsa la forma lirica. Cogliamo una sensibilità lirica, non epica, nei Salmi di Davide, alcuni dei quali potrebbero essere stati scritti intorno al 1.000 a.C. Ma, una delle prime esponenti riconosciute della poesia lirica è Saffo, la poetessa di Lesbo, che visse alla fine del VII secolo a.C.

Le poesie di Saffo parlano d’amore, di perdita e di altre intime vicende del cuore e della mente. Ce ne sono giunti affascinanti frammenti, ma, anche così, persino in un singolo verso, percepiamo una voce personale: “Vieni a me di fronte, mia cara … e svela la grazia dei tuoi occhi.” Oppure; “Un tempo t’ho amato, Attis, in un tempo lontano.” E anche in questo frammento più lungo: “Ma tu sempre morta giacerai, né di te resterà mai memoria, poiché non cogliesti le rose di Pieria, ma vagherai ignorata nelle case di Ade, volando fra le ombre dei morti.” La voce diretta della poetessa dista quanto un intero mare, oscuro come vino, da quella dei grandi poemi epici e delle Vie dei Canti.

La poesia lirica, con la sua voce intima, passò ai poeti di Roma, che ne furono maestri, come Catullo e Orazio. Nelle Odi, (Libro I, 9) di Orazio c’è un testo poetico che, per sensibilità e stile, può considerarsi una poesia moderna. Attraverso la descrizione, il ritmo e soprattutto il movimento, Orazio crea un mondo poetico. L’ode si apre con una visione del monte Soratte coperto di neve, poi si sposta in un interno, accanto a un fuoco che arde nel focolare, con il vino rosso e le conversazioni. La stagione psichica dell’inverno e della vecchiaia confluiscono con naturalezza in un’immagine finale di giovinezza, di primavera e d’amore.

Vidès ut  àlta stèt nive càndidum

Soràcte  nèc iam sùstineànt onus

 silvàe labòrantès gelùque 

flùmina cònstiterìnt  acùto.

Vedi come s’innalza candido per l’alta neve

il Soratte né più sostengono il peso

i boschi affaticati e per il gelo

intenso i corsi d’acqua si sono fermati.

Sciogli il freddo e metti legna sul fuoco

in abbondanza e generosamente

attingi vino di quattro anni,

o Taliarco, dall’anfora Sabina.

Lascia il resto agli dei; non appena

avran placato i venti che sul mare

in burrasca lottavano, né i cipressi

né i vecchi ontani si agitano.

Non chiederti quel che accadrà domani,

e ogni giorno concesso dalla Sorte, a guadagno

ascrivilo e non disprezzare

i dolci amori, ragazzo, né le danze,

Finché, ancor giovane, non ti tocca canizie

fastidiosa. Ora il campo e le piazze

e i lievi sussurri sul far della notte

si cerchino all’ora concordata,

ora il riso traditore della ragazza nascosta

giunge gradito dall’angolo appartato

e il pegno strappato dal braccio

o dal dito che debolmente si oppone.

 

Se mai qualcuno possa dubitare che il potere della poesia trascenda tempo e spazio e avvicini le persone, persino dei nemici, questa poesia ne è una dimostrazione. Lo scrittore di viaggi Patrick Leigh-Fermor, che nel 1943, faceva parte di un commando britannico a Creta durante l’occupazione tedesca, narra di come, insieme a un piccolo gruppo di commandos e di forze della Resistenza cretese, rapì il generale tedesco Heinrich Kreipe. L’idea era di  portarlo di nascosto e attraverso le montagne fino alla costa meridionale, dove un sottomarino britannico l’avrebbe condotto a Il Cairo.

Così scrive Leigh-Fermor: “Durante una sosta, ci svegliammo fra le rocce nel momento in cui un’alba scintillante stava sorgendo oltre la cresta del monte Ida. Da due giorni lo scalavamo faticosamente, sfidando prima le neve e poi la pioggia. Guardando, oltre la vallata, quella luminosa cresta del monte, il generale Kreipe prese a mormorare fra sé e sé: ‘Vides ut alta stet nive candidum / Soracte…”

Leigh-Fermor conosceva a memoria quell’ode e proseguì la recitazione fino alla fine. Così continua: “Gli occhi azzurri del generale si staccarono dalla cima del monte e si fissarono sui miei e, quand’ebbi finito, dopo un lungo silenzio, disse: ‘Ach so, Herr Major!’ Fu molto strano. Come se, per un istante, la guerra avesse cessato di esistere. Entrambi, molto tempo prima, avevamo bevuto alla stessa fonte e, per il tempo che restammo insieme, le cose furono diverse.”

Tuttavia, mentre Orazio vergava eleganti versi sul suo podere in Sabina e contribuiva a creare il genere della poesia lirica, che dura da secoli, nel mondo greco-romano esisteva ancora un vestigio dell’epoca, forse, in cui la poesia greca era strettamente connessa allo sciamanesimo della preistoria (come il mito di Orfeo e del suo viaggio nel sottosuolo suggerirebbe). Si tratta dell’Oracolo di Delfi, che ruotava attorno a una sacerdotessa: la Pizia. La Pizia, che viveva nel numinoso luogo di Delfi, nel cuore della Grecia, posto fra i monti e accanto alla sacra fonte Castalia, cadeva in trance ed era ispirata direttamente da Apollo. La Pizia era la portavoce del dio e, per i suoi discorsi canalizzati, usava una lingua incomprensibile a chiunque, tranne a un abile interprete, un sacerdote, che traduceva quell’apparente inintelligibile barbugliamento in versi, spesso formulati come enigmi.

Quando, nel 480 a. C., Serse si preparava a invadare la Grecia con il suo enorme esercito, gli Ateniesi si affettarono a consultare l’oracolo di Delfi. La Pizia fornì loro due risposte; la prima annunciava terribili sciagure, e la seconda diceva: “Zeus concede a Tritogenia (Atena),  che solo un muro di legno sia inespugnabile, il quale salverà te ed i tuoi figli. Non aspettare inerte, la cavalleria e le forze di terra che arrivano in massa dal continente, ma ritirati, volgi le spalle; verrà ancora un giorno in cui potrai tenere testa… O divina Salamina, tu darai morte a figli di donne, o forse quando il dono di Demetra è seminato o quando si raccoglie.” Il ‘muro di legno’ andava interpretato come un riferimento alle navi, le navi ateniesi, e il riferimento alla distruzione di Salamina, come poi avvenne, non riguardava gli Ateniesi, ma i Persiani. L’oracolo avrebbe potuto essere meno ambiguo, avrebbe potuto dire, con prosa burocratica: “Costruisci delle navi, fidati della tua forza navale e a Salamina vincerai.” Ma seguì l’antica tradizione secondo la quale il linguaggio degli dèi è un linguaggio poetico, ellittico, enigmatico e ricco di immagini potenti.

L’oracolo di Delfi fu in fuunzione fino al tardo IV secolo d.C., quando venne chiuso per ordine di Teodosio I. Ma l’indovinello, o enigma, come forma poetica, rimase, soprattutto nella tradizione anglosassone dove, libero da implicazioni mantiche, aveva la funzione di intrattenere nobili e uomini liberi, seduti nelle sale, attorno al fuoco acceso, durante le lunghe sere d’inverno.

Gli anglosassoni sono famosi per le loro particolari frasi poetiche chiamate kenning (pl. kenningar) –  un sostantivo di origine norrena – delle perifrasi che trasformano cose o persone ben note: ad esempio, il mare era ‘la via delle balene’, una nave era ‘il destriero dell’oceano’, il sole, ‘la candela del cielo’, la morte, ‘il sonno della spada’. Fra la formulazione di un kenning e una poesia a enigma, il passo è breve, come in questa che segue, formata da sette versi, che compare nel Libro di Exeter (N° 51)

Vidi quattro creature        –  erano strane –

si muovevano come un’unica cosa        lasciando tracce scure

Impronte di puro nero;         procedevano rapide,

più veloci di uccelli             volavano nell’aria,

s’immergevano nell’acqua.         Il tenace guerriero

che instancabile lavorava             indicava a tutt’e quattro

la via da seguire               attraverso l’oro splendente.

 

Qui, come altrove, l’indovinello è una metafora sul modo in cui agisce l’immaginazione; getta barlumi di immagini e pensieri, ci stuzzica spostando il centro dell’attenzione e prospettiva. Cosa potrebbero essere queste creature? Quattro esseri, ma un’unica cosa. Come può muoversi più veloce degli uccelli e, allo stesso tempo, immergersi nell’acqua? Chi è il tenace guerriero che le guida? L’indovinello punzecchia la nostra razionalità, fino a che ci rendiamo conto di non poterlo risolvere solo con la pura logica. Se siamo fortunati, abbiamo un’illuminazione, ed è così che funziona l’immaginazione.

La risposta all’indovinello è quella di un pollice e due dita che reggono un calamo, un’unità di quattro cose che si muove più veloce di un uccello e s’immerge nell’inchiostro, guidata da un tenace guerriero, cioè un braccio stanco e dolente (o una persona), che indica al calamo la via verso l’oro splendente, vale a dire, un manoscritto decorato d’oro.

Un indovinello permette di guardare all’ordinario con una visione speciale e, se non altro, suggerisce il modo di ‘dire la verità, ma dirla sghemba’, per usare l’espressione di Emily Dickinson, lei stessa una fulgida creatrice di versi gnomici, concentrati ed enigmatici. La sua visione di sghembo porta l’immaginazione alla ribalta; gli oggetti della poesia sono meno significativi del modo in cui li vediamo. Possiamo scrivere di un cardo scozzese, o di un laccio da scarpe e penetrarne la realtà se, ed è un grande se, siamo in grado di guardare dentro l’essenza delle cose.

William Blake definiva questa capacità ‘Doppia Visione’, cioè la capacità di vedere, in un oggetto, due cose nello stesso tempo. Ci dà un esempio di Doppia Visione in una poesia in cui descrive un cardo scozzese come un vecchio dai capelli grigi. È come se Blake vedesse attraverso la superficie esterna delle spine lanuginose, del capo chino e del corpo esile e, la sua immaginazione, l’avesse trasformato in un vecchio. Così scrive:

“ … doppia visione vedono i miei Occhi

E doppia visione sempre è mia compagnia

Con l’Occhio interno è un vecchio canuto

Con quello esterno un Cardo sulla via.”

Per Blake, la Doppia Visione non dev’essere appannaggio solamente dei poeti, ma di chiunque. Il suo timore, l’ira che prova nei confronti della Visione Univoca, come la definisce, dei newtoniani, del riduzionismo e della pedanteria della scienza, è, a tutti gli effetti, una lotta senza quartiere.

Pensando per metafore, i poeti adottano spontaneamente, e in sommo grado, la doppia visione. Si veda, ad esempio, il poeta giapponese Matsuo Bashō. Nel corso di un lungo viaggio a piedi attraverso il Giappone, gli venne dato un paio di sandali di paglia con dei lacci azzurri. In seguito, su questi sandali, compose un haiku:

“Steli di ireos

Si aggrovigliano ai miei piedi –

Come lacci di sandali.”

Bashō guarda esternamente i lacci azzurri, internamente vede dei fiori di ireos, con tutta la loro delicatezza e promessa di vitalità.   Bashō disse che, per scrivere una poesia su qualche cosa, è necessario immergersi nell’oggetto ‘in modo sufficientemente profondo da vedere una sorta di celato baluginio’. Per Blake il celato baluginio nel cardo era un vecchio imbronciato. Per Bashō, il celato baluginio in un paio di lacci azzurri era un fiore di iris.

La Doppia Visione non è esclusivo appannaggio dei poeti. Per Leonardo da Vinci era cosa naturale. Pare che si mettesse a fissare un muro che avesse delle macchie o diverse tramature e vi scopriva dei paesaggi con fiumi, rocce, alberi e vallate; oppure delle battaglie, delle figure in azione, o strani visi e abiti, come coloro che recitano le Vie dei Canti che osservano il deserto e vi trovano dei significati. Leonardo diceva che:  “Egli è ben vero che in tale macchia si vedono varie invenzioni di ciò che l’uomo vuole cercare in quella, cioè teste d’uomini, diversi animali, battaglie, scogli, mari, nuvoli e boschi ed altre simili cose; e fa come il suono delle campane, nelle quali si può intendere quello dire quel che a te pare.”

Al giorno d’oggi i poeti tendono a considerare l’immaginazione una proprietà personale, soggetta alla volontà, piuttosto che a un contenitore di qualcosa di Altro, come la Musa. Dunque, l’ossessione per il Blocco dello Scrittore, l’idea che scrivere sia un diritto naturale e che, il non riuscirvi, significa che dev’esserci qualcosa che blocca l’accesso idee, pensieri e parole. Ma è proprio così? È possibile che la tradizione di attendere con pazienza che la Musa parli sia andata persa o venga trascurata? Forse, dal momento in cui fu chiuso l’Oracolo di Delfi, l’ispirazione canalizzata ebbe i giorni contati. Uno dei suoi ultimi responsi fu: “Apollo non abita più in questa casa, perduto è il suo alloro profetico, perduta la fonte che ispirava la parola e le acque parlanti sono state messe a tacere.”

Ma le acque parlanti non sono mai state messe a tacere del tutto. Leigh Fermor e Kreipe vi si sono abbeverati entrambi. E l’immagine di una sacerdotessa, posseduta da un essere spirituale, che pronuncia parole che verranno messe in versi da un interprete, potrebbero descrivere perfettamente Georgie Yeats in stato di trance, mentre trasmette materia grezza, ricca di immagini, a beneficio del marito.

Yeats è importante per molte cose e, la sua idea di un regno universale del mito è una di esse. Era sua convinzione che, “i confini dei nostri ricordi sono mutevoli e che i nostri ricordi sono parte di una grande memoria, la memoria della Natura stessa” e che, “questa grande mente e questa grande memoria può essere evocata dai simboli.” L’idea dell’’anima mundi’, ha una lunga e illustre tradizione, che risale almeno al Mondo delle Idee di Platone e che, in tempi moderni, è stata formulata da Jung in termini di inconscio collettivo. Più di recente, Ted Hughes si è riferito a qualcosa di simile quando ha parlato di ‘circuito di potenza elementale dell’universo.’

I poeti corrono il pericolo di sentirsi paghi del loro stagno privato, invece di rendere sé stessi degli abbeveratoi capaci di ricevere pioggia dal cielo, pioggia che sono costretti ad attendere. Viviamo in un’epoca in cui l’Ego si rifiuta di andare dolcemente verso la notte, col disperato desiderio di lasciar traccia di sé attraverso i “mi piace” dei social media – i graffiti del mondo virtuale. Nel frattempo, le acque parlanti di Delfi scorrono via, goccia a goccia, nei rivoli di scolo dello scientismo, del liberalismo e del materialismo. Potrebbe apparire una situazione deprimente, se non fosse che offre ai poeti una ragion d’essere. A parte scrivere poesie, i poeti, attraverso la loro immaginazione, attraverso il loro rifiuto di accettare limitazioni mentali ed emotive, possono ricordare a chi li circonda, soprattutto agli adepti del culto della Visione Univoca che,  come afferma Louise MacNeice, “ il mondo è più imprevisto di quanto immaginiamo. Il mondo è più folle e in esso v’è ben di più di quanto pensiamo”, per ricordare a chiunque ha voglia di ascoltare che un cardo non è solo un cardo e un laccio da scarpe non è solo un laccio da scarpe, o che un semaforo non è solo un semaforo.

Di recente, a Melbourne, una donna di nome Penelope Buckley, una scrittrice, critica e vedova del poeta australiano Vincent Buckley, mi portò in giro in macchina. Fermi al semaforo, disse queste parole: “Oh, mi piacciono i semafori. I colori sono bellissimi. Spero che non li cambino mai. Guarda l’intensità di quel rosso.” Per me, che sono un guidatore impaziente, i semafori hanno sempre significato irritazione o ansia. Adesso li considero un momento di pausa, mi calmo, ne assaporo i colori che in natura non si trovano in alcun luogo. Il momento poetico, la larva nella narice – o la percezione di sghembo, che sposta la nostra prospettiva e apre la mente, è disponibile per tutti noi; possiamo riceverla o donarla, che siamo dei pittori di Lascaux, degli sciamani, dei poeti epici, lirici o chiunque sia devoto all’immaginazione.

 

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[1] Nature N° 460, pp. 737-740. Agosto 2009

[2] John Bradley, Yanyuwa Families, Singing Saltwater Country: Journey to the Songlines of Carpentaria, Allen Unwin, 2010, p. 265

[3] Fra le pubblicazioni sullo sciamanesimo: Shirley Nicholson, Shamanism: An Extended View of Reality, Quest Books, 2000, e il classico di Mircea Eliade, Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, Edizioni Mediterranee, 1974.

[4] Nella traduzione di Vincenzo Monti. (N. d. T.)

[5] Nella traduzione di Ippolito Pindemonte. (N. d. T.)

[6] Odissea, Libro XXII, Traduzione di Ippolito Pindemonte, vv. 592 – 600. (N. d. T.)

 

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Questo è il video della conferenza che ho sopra presentato e che James Harpur ha tenuto alla Temenos Academy di Londra nell’ottobre 2017.

(C)by James Harpur, per la traduzione by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA