Quasimodo, Vassalini e la gogna mediatica. Che significa tradurre i classici?

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Atene, 1958. Da sinistra, Bruno Lavagnini, Caterina Vassalini, Salvatore Quasimodo.

 

Uno degli sport nazionali preferiti è quello di usare grandi nomi (di defunti, in genere) della nostra cultura o dell’arte, meglio se hanno ricevuto riconoscimenti internazionali, e creare quelle che in inglese si chiamano smear campaigns (to smear significa sporcare, infangare, macchiare), magari riprendendo vecchissime polemiche cadute nel dimenticatoio e rinverdirle. E’ una tecnica attuata in genere dai narcisisti patologici per smantellare in modo sistematico la reputazione, il buon nome, la credibilità, le relazioni personali di un’altra persona.  Ma ottima anche per richiamare l’attenzione su chi le mette in atto, come finto scoop, certi del fatto che i defunti non si possono difendere. Nel rigido schema comportamentale del narcisista, il mezzo più efficace per portare a termine questa impresa e assicurare la distruzione della vittima, è quello di ingaggiare le cosiddette “scimmie volanti” (termine tecnico usato dagli studiosi del settore) che si fanno portatori delle bugie, delle maldicenze, dei sospetti instillati in chi vi presta orecchio. La nostra è una società gravemente ammalata di narcisismo e lo si può vedere in tutti i settori, ivi compreso quello della cultura e della letteratura.

Salvatore Quasimodo ogni tanto è costretto a pagare di nuovo un Nobel che non gli fu mai perdonato dai suoi contemporanei, soprattutto da quelli che si rosero tutta la vita per averlo e mai lo ebbero. Relegato ancora oggi a poche paginette nelle antologie scolastiche delle superiori, quasi fosse un poeta minore, invece di andar fieri di un nome che ha portato all’Italia uno fra i nostri pochi Nobel per la letteratura, schiacciato fra le decine di pagine dedicate a Ungaretti, al non immenso Montale e al mediocrissimo Svevo, Quasimodo è sempre utile in qualche modo a quello scopo.

Vengo a sapere solo ieri di una pubblicazione che analizza il ruolo che Caterina Vassalini ebbe nella traduzione de Il fiore dell’Antologia Palatina, leggendone una recensione su un quotidiano locale. Recensione che, pur lodando e condividendo l’assunto di fondo, perlomeno ha il merito di essere abbastanza diplomatica rispetto ad altre, davvero vergognose nei confronti di Quasimodo che ho trovato in rete su altri (sospettosamente) numerosi quotidiani nazionali. Trovo di fatti tutta una serie di recensioni al volume, pronte a buttare altre vagonate di fango,  piene di cattiveria, sul poeta premio Nobel. E quasi tutte – mi pare siano tutte di uomini –  fanno appello a un’esibita forma di solidarietà di genere (oggi così fashion), in modo da titillare lo sdegno delle donne in quanto creature sfruttate.  Che poi, in Italia, mi pare che certe grida di sdegno sollevate dagli uomini a difesa delle donne siano molto spesso finalizzate ad altro, non certo a una vera difesa delle donne come protagoniste della cultura e della vita sociale. Tant’è vero che le discriminazioni seguitano eccome.

In sostanza, il suddetto libro, (che non ho letto e dunque qui parlo solo ed esclusivamente delle recensioni grondanti di lodi, alcune delle quali a tutta pagina) che è la tesi di specializzazione della giovanissima autrice, in cui vengono anche pubblicate delle lettere di Caterina Vassalini a Quasimodo, è presentato appunto dalla sua rampante autrice, (così infatti risulta tanto dalle trionfali recensioni sui quotidiani nazionali e da varie sinossi che ho visto) come uno scoop sul bieco sfruttamento che Quasimodo avrebbe messo in atto ai danni della Vassalini. Quasi, il fatto che Quasimodo si fosse appoggiato alle grandissime competenze di filologa classica della Vassalini, fosse una scoperta rivoluzionaria. Come se questo, invece, non gli facesse onore. Cosa che né l’uno né l’altra hanno mai nascosto. Lo sapevano tutti. Dov’è lo scoop? Oltretutto il volume è corredato di una corposa introduzione  della Vassalini, delle sue note e della comparsa del suo nome  sul frontespizio. Ma, a parte questa sua notevole presenza, mai fu un mistero il suo contributo all’accuratezza filologica della traduzione.

Purtroppo, prima di affermare certe cose, bisognerebbe confrontarsi con molte fonti, testimonianze, fatti incontrovertibili. Magari la giovane autrice l’avrà fatto, ma io qui mi riferisco – e lo ribadisco – solo e unicamente alle recensioni sui quotidiani. Recensioni di chi non ha conosciuto né l’uno né l’altra e dunque poco sa su come andarono le cose. O, se lo sa, finge di ignorarlo. Perché è il tono di questi articoli e il modo in cui interpretano volutamente l’argomento che mi ha colpita sgradevolmente.
L’articolone pubblicato su un grande quotidiano nazionale a firma di uno che nella vita fa lo scrittore, parla di vittima, silenzio, addirittura abuso a proposito di Caterina Vassalini! Ma quale vittima, ma quale silenzio, ma quali abusi!
Ecco, posso dirlo senza tema di smentita perché io conoscevo bene entrambi fin da bambina, dal momento che frequentavano casa, e incontrai la Vassalini in molte occasioni, dato che mio padre, Carlo Diano, e Quasimodo erano legati da profonda e duratura amicizia. La Vassalini, sua compagna ufficiale per molti decenni e fino alla morte di lui, era una donna di fortissimo carattere, (fortissimo, posso assicurarlo) grecista raffinata, grande intellettuale e protagonista della vita culturale veronese, inoltre autrice di varie pubblicazioni. Proprio l’ultima donna, per carattere e intelletto a prestarsi a sfruttamenti di sorta o a vivere nell’ombra di chicchessia, sia pur per amore.
Quasimodo il greco lo conosceva, certo non come lei, ma lo traduceva. La traduzione dei Lirici Greci fu condotta ben prima di incontrare la Vassalini e comunque appunto, lo scrupolo del Quasimodo traduttore lo spinse sempre a confrontarsi con grecisti illustri, fra cui Luciano Anceschi.

Il loro rapporto  e sodalizio nel lavoro e nella vita fu solido, duraturo e costruito su profonda affinità intellettuale e sancito da profondo affetto e grande ammirazione reciproca, anche se il poeta, cui piacevano molto le donne, ogni tanto si prendeva le sue “evasioni”, di cui – è chiaro – la Vassalini non era contenta, le prendeva però nel pacchetto di un rapporto con un uomo che non era affatto facile, ma per il quale nutriva amore e ammirazione. Ma erano cose momentanee, perché i rapporti più solidi li costruì con donne delle quali ammirava l’intelligenza e la cultura, con cui aveva un dialogo e un confronto intellettuale costante.

L’Antologia Palatina fu una collaborazione voluta e scelta da entrambi, che arricchiva entrambi, in cui Quasimodo univa la sua grandezza di poeta al rigore filologico della Vassalini. Che però, e sia ben chiaro, collaborò moltissimo alla traduzione ma non la fece da sola. Fu un lavoro veramente a quattro mani.
Entrambi ne ebbero dei vantaggi. Lui perché poté affidarsi con sicurezza al rigore filologico di lei e lei – che del resto aveva numerose proprie pubblicazioni alle spalle – perché sapeva di contribuire alla grande poesia e di lasciare un segno accanto al nome di lui. Lui non era filologo, lei non era poetessa, ma da questa unione nacquero splendide versioni poetiche.

Ovviamente, in una traduzione, soprattutto quando si parla di traduzioni poetiche di grandi poeti del passato, l’ideale è che la persona che traduce riunisca in sé le molte competenze necessarie: conoscenze storiche, letterarie, filologiche, linguistiche, sociali, talvolta filosofiche se necessario, e capacità poetica. E traduttori che abbiano insieme tutte queste capacità ve ne sono stati – rari, ma ve ne sono stati. Quello che mancava a Quasimodo era una conoscenza rigorosamente filologica del greco ma, proprio perché consapevole di questo, invece di affidarsi a traduzioni già fatte, volle affiancarsi a chi potesse davvero mostrargli gli aspetti e i significati  più riposti della lingua. In questo caso, dandone atto a chi glielo permise.
Mio padre, che era il grecista che era, apprezzava le traduzioni di Quasimodo, traduzioni che sono – e questo va ricordato – interpretazioni di un poeta. Saffo è la Saffo di Quasimodo, Alceo è l’Alceo di Quasimodo, ecc.
Certo, ha sempre dato fastidio che Quasimodo si sia battuto duramente per sostenere la tesi che i soli traduttori dei poeti dovrebbero essere i poeti. Tesi che sostengo io stessa.

Mi chiedo se, tutti gli autori dei maligni articoli in questione siano dei valenti traduttori o se abbiano dimestichezza con l’arte e il mestiere del tradurre. Soprattutto quando si tratta di traduzioni di grandi fatte da grandi. Mi chiedo se sarebbero altrettanto propensi a scoprire qualche altarino nascosto di certi noti personaggi viventi o ancora potenti  dopo la recente dipartita, aureolati di fama letteraria, che hanno prodotto traduzioni da lingue che conoscono poco e male, se non per nulla, ma che o le hanno condotte su traduzione in altra lingua dell’originale, oppure le hanno scopiazzate da altre preesistenti, o se le sono fatte fare da terzi SENZA farne menzione. A casa mia questa si chiama frode. Come mai di questi non si osa parlare? Io qualche esempio di prima mano ne conosco. Ad esempio quello di un tizio assai osannato, che ha una conoscenza veramente mediocre dell’inglese, tanto da prendere sonore cantonate, ma che ha dato alle stampe la traduzione di uno dei testi in assoluto più ostici, difficili e incomprensibili della letteratura inglese (ovviamente già magistralmente tradotto molti anni fa da un grandissimo e raffinatissimo anglista che era anche un poeta e anche da un’altra persona) presentandolo come novità. Un testo che gli stessi accademici inglesi hanno difficoltà a interpretare. Lo stesso tizio che si misura in traduzioni dal greco pur non essendo un grecista, di testi molto complessi ma già ampiamente tradotti e ritradotti. Di gente così non si osa dire nulla? Ma in fondo, questa è tutta gente mediocre che non dà poi così fastidio.

Io faccio la traduttrice letteraria da quasi 40 anni, sono figlia di uno dei maggiori traduttori dei classici, ho respirato il mestiere della traduzione fin da sempre. Credo di saper distinguere dove stia la frode e dove no. E qui non c’è alcuna frode, qui c’è solo un immenso amore per la poesia degli antichi, che spinse un Quasimodo, da giovane digiuno di latino e greco a impararli privatamente per leggere i classici nella loro lingua. Consapevole che non avrebbe mai avuto gli strumenti di un filologo, non esitò a cercare la collaborazione di chi lo era per rendere ai suoi amatissimi poeti greci la veste più nobile che potesse loro dare. E mai lo nascose. Questa si chiama onestà intellettuale, unita alla modestia di un grande.

Questa era gente che non andava pubblicando cose in giro solo per una forma di esibizionismo o mania di protagonismo, come molti oggi fanno. Questa era gente che viveva per la cultura, la passione del sapere e la diffusione della conoscenza. Certo, non esenti da debolezze umane, ma sicuramente non quella di sfruttare il prossimo a proprio vantaggio.
Ma – ed è qui la cosa risibile – questo grande scoop che il libro vorrebbe costituire, o che così viene presentato nelle recensioni – è in realtà la scoperta dell’acqua calda e va a ritirare fuori vecchissime polemiche nate, guarda caso, proprio dopo il Nobel, che gli intellettualetti italiani, soprattutto la (non)premiata ditta Moravia & Co. non gli perdonarono mai. E, da quella volta, ancora girano le discendenti di quelle prime scimmie volanti.
Perché, che la Vassalini, del resto menzionata nell’Antologia e autrice della corposa prefazione e delle note, avesse ampiamente aiutato Quasimodo nella traduzione, era cosa universalmente nota, mai nascosta da loro e liberamente voluta. Dove starebbe la novità?
Accostare la vicenda Quasimodo Vassalini ad altre – quelle sì di sfruttamento di donne vissute veramente nell’ombra –  riportate in una delle recensioni a firma di uno che per mestiere fa lo scrittore, è grottesco e non veritiero. Utilissime dunque queste recensioni per cercare di gettare ancora oggi fango sul povero Quasimodo e attirare l’attenzione su si sé usando il suo nome. Alla fine, anche se si tenta sempre di relegarlo nell’angolino delle punizioni, è sempre un grande nome che torna comodo.

Ricordo ancora molto bene come, un giorno che Quasimodo venne a pranzo a casa nostra, non moltissimo tempo dopo che gli fu conferito il Nobel,  con uno sguardo di profonda tristezza, disse a mio padre quanta amarezza provasse nel constatare l’ostilità e persino l’astio di cui si era trovato circondato in Italia già all’indomani del premio.  E lui, che era uomo mediterraneo e dotato di grande emotività, aveva le lacrime agli occhi. Non riusciva a capirne il motivo, a capacitarsene. E io, che ero una ragazzina, fui toccata in modo intensissimo nel vedere questo grande poeta soffrire così e ingiustamente per la gratuita cattiveria altrui. Solo perché la sua voce di poeta era stata onorata e ammessa fra i grandi.

Ecco, oggi è quella ragazzina che scrive queste righe.

Aggiungo anche che questi articoli non solo alterano la verità storica, ma con la scusa di voler rendere un buon servizio alla figura della Vassalini, la fanno invece passare per una povera donna che si fece usare dal letterato cattivone e sfruttatore (in uno di questi Quasimodo è addirittura definito “ladro”!) e accettò, perché  travolta dai propri sentimenti, quindi debole, di vivere nell’ombra dell’uomo famoso. Be’. non era affatto così. Tutto l’opposto.

Se io fossi Alessandro Quasimodo, che ha aperto il suo archivio e ha permesso alla giovane autrice di usare le lettere inedite della Vassalini al padre, per poi ritrovarsi in base ad esse un’immagine tale del padre, ecco, io chiederei un risarcimento danni. Non avendo letto il libro, ripeto, non so se e come veramente sia questa l’immagine che ne emerga, (mi auguro di no) e dunque su questo non mi esprimo, e forse non era questo l’intento della giovanissima autrice, ma sicuramente lo chiederei a tutti gli autori di queste recensioni che hanno colto la palla al balzo per dare del poeta un’immagine ignobile e ancora tentano di sminuirne l’opera, la figura e la poesia.

Inoltre se ne trae una grande lezione. Quando si è eredi e depositari del lascito intellettuale di un grande, si deve prestare un’infinita attenzione a che il materiale venga affidato a chi è in grado di farne buon uso. A chi ha l’esperienza e le conoscenze sufficienti per farlo. Si devono avere delle garanzie che quel materiale sarà usato per un onesto scopo, a vantaggio dell’autore, per far luce sulla sua opera e non a vantaggio di chi lo usa in modo discutibile o inesperto.

Il fatto è che non ci si fa grandi sminuendo la grandezza altrui. I piccoli diventano ancora più piccoli e i grandi più grandi.

 

(C)2019 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

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