Tra fine e inizio.Storie di cicli e soglie.

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Tra fine e inizio – che si parli di un ciclo di vita, di un anno solare, di un evento della nostra esistenza sufficientemente significativo – esiste uno iato, per quanto impercettibile, che segna il passaggio da un “prima” a un “poi”. Un prima che non c’è più e un poi che non c’è ancora. E’ un tempo sospeso, un momento liminare, secondo la definizione di Van Gennep, che è però anche una soglia. E, come tutte le soglie, che non appartengono al tempo come noi lo conosciamo, chiede di essere varcata affidandosi al rito perché il passaggio avvenga in modo protetto e sicuro. E dunque festeggiamo la fine di un anno, l’inizio di un nuovo anno, l’avvicendarsi delle stagioni, spesso ignorando che stiamo ripercorrendo quanto i nostri lontani antenati facevano per proteggersi dalle forze potenti e pericolose che si affacciavano da quella soglia. Perché ne percepivano il senso numinoso e sentivano che quello spazio che dalla soglia si affacciava, era oscuro, infinito, indistinto e non controllabile. Non con gli strumenti che le culture e le società umane mettevano loro a disposizione. Dunque sapevano di poter fare una sola cosa: invocare quelle potenze e possibilmente renderle amiche, o almeno non nemiche.

Ricordo le feste di Natale di quando ero bambina, che molto spesso passavamo a Roma, a casa dei nonni materni, affrontando un viaggio in treno che durava all’epoca molte ore. Il doppio di quanto richieda oggi. E già la lunghezza di quel viaggio e la diversa dimensione cui dava accesso era una forma di rito di passaggio. Erano riunioni di una numerosissima famiglia – quando ancora esisteva nella mia vita una famiglia degna di questo nome, almeno in superficie – con i due capostipiti, due formidabili personaggi archetipici, e i tantissimi figli e nipoti. A Roma, ma in genere in tutto il Sud, l’ultimo dell’anno, a mezzanotte, l’usanza era quella – certo incivile ma antica – di buttare dalla finestra oggetti vecchi e rotti: piatti, tazze, bicchieri, lampadine fulminate, che facessero un bel botto e c’era perfino chi, come nei film di Fantozzi, buttava dalla finestra cose ben più pesanti. A Capodanno ovunque si fanno i “botti”, i fuochi d’artificio, (con conseguenti morti e feriti), quando vivevo a Cosenza gli spari isterici dalle finestre con fucili e pistole davano l’impressione di stare in trincea. Follie e degenerazioni di una tradizione che però ha un senso molto profondo. Buttare via roba vecchia, fare tutto questo rumore, non ha il significato di liberarsi del passato, di buttarsi alle spalle un passato che non si vuole più rivivere, o almeno non solo, ma invece quello di spaventare e tenere a bada le forze  oscure e malevole che potrebbero affacciarsi pericolosamente da quella soglia. Insomma, fare un baccano indiavolato per tenere lontani gli spiriti maligni non del passato, ma del presente e del futuro. Oggi si chiamano superstizioni, ma in realtà sono riti primordiali. Non è molto spesso lo strato che ci separa dai nostri progenitori cosiddetti primitivi. Anzi, è molto sottile e basta poco a grattarlo via.

Oggi abbiamo perduto il senso profondo di questi che per noi sono festeggiamenti, ma in origine erano riti apotropaici e li consideriamo soltanto un tempo di vacanze, di riunioni, di divertimento, di buoni propositi e qualche volta di bilanci. Ma in realtà sono solo convenzioni, dell’antico significato originario è rimasto solo l’involucro esterno, la formalità più che la forma. Per chi crede, ci sono i riti religiosi, che in parte mantengono il significato originario. Ma anche quelli oggi sono molto sbiaditi e annacquati.

Ma, a parte tutto questo, nella vita di ognuno di noi esistono dei cicli, delle fini e degli inizi, dei prima e dei poi, dei momenti di trasformazione che possono richiedere molto tempo o, all’opposto, essere repentini e innescati da qualche avvenimento che disserra stanze prima oscure del nostro inconscio e si manifestano come rivelazione. Può trattarsi di un passaggio da un ciclo della vita a un altro; infanzia, adolescenza, fine degli studi, matrimonio, maternità o paternità, maturità, pensionamento, vecchiaia. E poi ci sono i lutti, le perdite. Che tutte queste siano soglie, in genere lo capiamo a posteriori, eppure quasi tutti questi momenti sono segnati da festeggiamenti di qualche genere, da cerimonie, insomma, da riti di passaggio. Dal primo, che è la nascita, all’ultimo, che è la morte. Nel mezzo ci siamo noi, con le tante morti e trasformazioni che sperimentiamo nel corso della nostra vita. La chiave magica, quella che dà accesso al passaggio più importante, che ci conduce oltre la soglia (o le soglie) da cui iniziare un nuovo cammino è la consapevolezza. E’ quella che ci dà l’accesso a noi stessi, al nostro Sé.

Guai a non cogliere l’invito a oltrepassare la soglia, pericoloso non fluire dal “prima” al “poi”. Pericoloso rifiutare di compiere il passaggio e rimanere invece prigionieri in quello iato, in quella fessura del non-tempo, da cui poi diventa impossibile fuggire. Penso alla signora cinese (dicono che si chiami Maria, che abbia 40 anni, anche se ne dimostra di più e che lavori saltuariamente in un magazzino) che, da almeno tre anni, siede composta e dignitosa su di un cartone di fronte all’ingresso della stazione di Padova,  sul quale anche dorme, circondata da sacchetti e oggetti che costituiscono i suoi beni terreni. Estate e inverno, primavera e autunno, caldo o freddo, pioggia o canicola, lei siede al riparo della tettoia, in una rientranza di uno degli ingressi, con un pezzo di carta sulle ginocchia e una penna fra le dita. E scrive. Scrive e scrive e scrive, per ore e giorni e mesi e anni, lo sguardo perso nel vuoto, a volte senza nemmeno sfiorare la carta, con gesti circolari e regolari. Scrive senza lasciarsi disturbare dal via vai continuo di gente che entra ed esce, di un mondo che non la riguarda e che probabilmente non vede nemmeno. Cosa scrive? Che storia dolorosa, o drammatica, o fantastica racconta? Perché è così importante scrivere nel vuoto, con una scrittura invisibile, un’infinita vicenda che solo lei conosce eppure vuole in qualche modo comunicare?

Una volta le sono andata vicino, le ho chiesto se avesse bisogno di qualcosa, ma non mi ha guardata né mi ha risposto. Un’altra volta le ho portato qualcosa di buono da mangiare. In quell’occasione mi ha guardata, ha fatto cenno di no, che non accettava e mi ha indicato un involto per farmi capire che lei aveva il suo cibo e mangiava solo quello. Mi ha colpita, mi ha toccata profondamente  la dignità, la semplice eleganza del suo rifiuto, ma forse quel rifiuto era parte della sua estraneità totale, cibo compreso, a un mondo che lei non riconosce come suo. E questa scrittrice dell’invisibile, questa narratrice di un universo quantico, mi ha ricordato la paziente di cui Carl Jung parla nei suoi Ricordi. Una donna anziana, di cui nessuno ricordava più l’epoca del ricovero, che da anni ripeteva silenziosamente sempre lo stesso, misterioso gesto. Solo Jung riuscì a ricostruirne la storia e a scoprire che quel gesto era cucire le suole delle scarpe: moltissimi anni prima infatti, la donna aveva perso il suo grande amore, un ciabattino e, incapace di superare quel lutto traumatico, manteneva viva la memoria del suo amore identificandosi in lui.

Fiabe e leggende narrano di viaggiatori incauti, che accettano l’invito degli Esseri Fatati a unirsi a loro, danzando insieme a loro, mangiando il loro cibo, visitando le loro dimore sotterranee. E, così facendo, ne rimangono prigionieri. Pensano di aver trascorso con loro una notte o qualche giorno, ma, se hanno la fortuna di ritornare nel nostro mondo, si accorgono che sono trascorsi molti anni, talvolta centinaia. Perché sono rimasti intrappolati in una dimensione del non-tempo, in quel tempo liminare così pericoloso, che blocca ogni trasformazione, ogni passaggio. Così la signora cinese, la scrittrice dell’invisibile, forse traumatizzata da qualche evento a noi ignoto, è rimasta intrappolata in un mondo fatato, che non le permette di uscire da un’eterna dimensione circolare. Circolare come i suoi eleganti gesti di scrittura. Quella con cui tramanda a lettori invisibili una storia così importante e totalizzante da averla rapita al mondo e divorata.

Dunque, ci sono momenti enormemente significativi da questo punto di vista. A volte crediamo di aver finalmente imparato una o due lezioni importanti, di aver fatto maggiore chiarezza su chi siamo veramente, su cosa veramente vogliamo per noi stessi, su quello che non vogliamo e non permettiamo più. Eppure, nonostante si creda di aver capito un nodo fondamentale da sciogliere, in realtà può servire un’ultima, importante lezione. E questo tipo di lezioni arriva sempre da gente che ha quest’unico ruolo nella nostra vita, dopo di che, grazie a dio, sparisce per sempre. Anzi, spesso fortunatamente si autoelimina, quando capisce che non ci sono appigli o non offriamo loro più fonti di approvvigionamento energetico. Eppure, dobbiamo essere loro grati. Fra i maestri più importanti – non i Maestri, ma i maestri – ci sono proprio coloro che, pur creando qualche danno, ma sempre meno grave via via che la nostra consapevolezza aumenta, in realtà ti indicano quali parti di noi dobbiamo ancora sanare e amare. A quali parti di noi stessi dobbiamo ancora mettere mano. Dunque, anche a questi vampiri falliti,  a questi tristi predoni si deve essere grati, perché senza di loro le lezioni più importanti non verrebbero apprese.

Così ci si libera del vecchio fardello, che non ci è più utile, si abbandonano le spoglie di maschere e stracci che abbiamo accettato di indossare per farci accettare, senza capire che erano solo proiezioni altrui per tenerci a bada e controllarci. Ci si libera di vecchie scorie inutili. Perché ogni passaggio richiede un alleggerimento del bagaglio, una qualche forma di purificazione. Così inizia veramente un nuovo ciclo, quello in cui cominciamo ad appartenere a noi stessi, in cui diventiamo noi stessi e non abbiamo bisogno dell’approvazione altrui, soprattutto di chi non ci conosce e non ci ama, per accettarci e riconoscerci. Quello in cui non ci vediamo più attraverso gli occhi degli altri, ma attraverso quelli del nostro Sé. E possiamo finalmente dare a noi stessi il benvenuto.

 

© by Francesca Diano. 2018. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Sul passaggio e sul passare: l’anno che verrà

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Ingresso di una tomba a camera sulla collina di Tara, Irlanda
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Nel 1906 Arnold Van Gennep pubblicò Les rites de passage (I riti di passaggio), un’opera grandemente innovativa per gli studi etnografici e folklorici e fondamentale anche per i successivi studi di Joseph Campbell e Victor Turner. Il concetto di “passaggio”, di transizione, legato al rito che lo segna, lo celebra, lo facilita e lo individua, si riassume nel termine “liminalità”. Ricordo le bellissime lezioni di folklore che seguivo all’università di Cork del grande Gearóid Ó Crualaioch proprio sul concetto di liminalità e su quali e quante implicazioni esso avesse.
Secondo Van Gennep i riti di passaggio hanno una struttura tripartita e universale, che esiste in ogni tempo e in ogni cultura:
1) riti preliminali – riti di separazione – E’ la fase della morte metaforica, in cui si abbandona forzatamente qualcosa di sé o della propria vita.Individuale o collettiva, a seconda dello scopo per cui si intenda il rito.
2) riti liminali – riti di transizione – E’ la fase della cancellazione, della rimozione di ogni limite o vincolo col passato. L’enorme potenza distruttiva di questi riti, la loro potenziale pericolosità in una fase ancora incerta, di terra di nessuno, sospesa fra tempo e non-tempo, ma appunto per questo trasformativa, richiede che essi avvengano secondo una rigida codificazione e sequenza, sotto la guida di un’autorità preposta. Questo stadio è appunto quello del “varcare una soglia che segna il confine fra due fasi”. Un momento sospeso, una terra incognita, il cui attraversamento va compiuto con estrema cautela. Poiché qui le regole e le convenzioni, le stesse leggi naturali, sono sospese. E’ di fatto quello iato abissale che si apre fra la fine di un ciclo e l’inizio di un nuovo ciclo, al di fuori dello spazio e del tempo.
3) riti postliminali – riti di incorporazione. E’ la fase in cui l’iniziato viene reincorporato nella società con una nuova identità e un nuovo status.
Questa struttura tripartita è presente in ogni momento di passaggio, sia esso la morte, l’ingresso nella società degli adulti, la fine e l’inizio di un ciclo naturale. Direi persino quello di ogni fase importante della nostra vita.
Secondo il nostro calendario, questa notte termina un ciclo e ne inizia un altro. Si conclude un anno solare, un anno della nostra vita e della nostra esperienza. Poiché il tempo di cui facciamo esperienza è scandito con precisione da stagioni e culture, ma non abbastanza da non lasciare delle fissurazioni da cui irrompe l’infinito e il numinoso.
Non prendo mai sottogamba il valore dei simboli e dei riti, e la cancellazione consapevole di limiti e blocchi che ci hanno caratterizzato nel passato può essere un buon modo per celebrarlo. Lasciando spazio al nuovo, morendo e rinascendo. Non significa cancellare il passato, che ci fa ciò che siamo, ma conservarne la memoria come costruzione del Sé e liberarci dai pesi inutili che lo destrutturano.
Ognuno sa come fare. Ma varcare quella soglia, simbolica di molte altre soglie, è un momento solenne.
(C)2015 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Halloween, Samhain o Ognissanti?

Il dipinto celebra una festa di Halloween a Blarney cui Maclise, il più famoso pittore irlandese di epoca vittoriana, partecipò nel 1832

Daniel Maclise. Snap-apple Night, olio su tela, 1833. Il dipinto celebra una festa di Halloween a Blarney cui Maclise, il più famoso pittore irlandese di epoca vittoriana, partecipò nel 1832 e in cui si può vedere uno dei più popolari giochi tradizionali della festa, quello di afferrare una mela coi denti. Nel dipinto, a sinistra, accanto alla donna con la cuffietta e lo scialle rosso, si vede il ritratto di T. C. Croker, amico e primo mecenate di Maclise. 

Halloween (All Hallows Eve) è una festa che non ha nulla a che vedere con l’America, ma era la solenne celebrazione dell’inizio dell’anno celtico, la notte del giorno compreso fra il tramonto del 31 ottobre e il tramonto del 1° novembre. I Celti infatti, contavano per notti e non per giorni. Il suo nome era Samuin, o Samhain, che significa “fine dell’estate”. Nel Calendario gallico di Coligny, compare il nome Samo(nios) a indicare questo mese. La festa celebrava la fine della stagione dei raccolti e l’ingresso nella parte più oscura della natura e dell’anno ed era molto sentita in Irlanda, Scozia e nell’Isola di Man, ma festività analoghe venivano celebrate in Galles, Cornovaglia e Bretagna.

La festa propriamente detta durava tre giorni (i tre giorni di Samhain), ma si estendeva da una settimana prima a una settimana dopo il momento culminante, tale era la sua importanza. Tutti i fuochi venivano spenti in Irlanda, mentre, sulla collina reale di Tara i druidi dell’ard rì (il Sommo Re, che presiedeva a tutti i re locali, o capi clan) riaccendevano il Sacro Fuoco, che veniva poi portato da staffette nelle Quattro Parti d’Irlanda. Il fuoco infatti, nel valore simbolico di purificazione, protezione e rinnovamento,  era una delle componenti più importanti nelle celebrazioni rituali della festa.

Nell’antica letteratura mitologica irlandese, molti eventi importanti si svolgono a Samhain, ad esempio l’invasione dell’Ulster, narrata nel  Tàin Bò Cùailnge  o l’epica Seconda Battaglia di Maighe Tuireadh, così come è presente la tradizione che, in questa notte, si aprano le porte dell’Altro Mondo.
Segnando un passaggio da un vecchio ciclo ad uno nuovo, Samhain è un “momento liminale” per eccellenza, secondo la definizione di Van Gennep, o “liminoide” secondo Turner e, come tale, uno iato, che apre squarci pericolosi e minaccia l’infiltrazione di energie incontrollabili fra due dimensioni. Dunque la celebrazione accurata dei riti deve assicurare che il passaggio venga compiuto in modo sicuro e protetto. E in Irlanda i riti erano particolarmente complessi e articolati. Allo stesso tempo, venivano prese importanti decisioni di natura giuridica, quasi a significare che il passaggio da un vecchio ciclo a un nuovo ciclo esigesse la chiusura, secondo giustizia e verità (aspetti cui i Celti attribuivano fondamentale importanza) di ogni pendenza in sospeso.

Samhain segna dunque, non solo l’aprirsi di uno iato, ma anche un contatto fra il mondo di qua e quello di là. Il radicamento della tradizione era così profondo e forte, che la conversione al Cristianesimo non ebbe il potere di cancellarla, attribuendo invece, come spesso si verifica nel passaggio fra mondo pagano e mondo cristiano, a una medesima simbologia un diverso significato. E’ avvenuto così anche nel passaggio dalla paganità romana al Cristianesimo, quando non solo festività, ma forme architettoniche (la basilica), figure del mito, elementi decorativi, sono stati assorbiti dalla nuova religione, ma con un nuovo significato.

Nel IX sec. la Chiesa fissò il 1° novembre come festa di Ognissanti e il 2 come celebrazione dei Defunti, ma nel mondo celtico la festa conservò per molti secoli la sua potenza originaria e il suo radicamento. In realtà fino ad oggi.

Rimane tuttavia sempre presente il senso originario del contatto fra due dimensioni, quella dei vivi e quella degli spiriti disincarnati, ma modificato nella Comunione dei Santi e nella celebrazione di coloro che hanno varcato la soglia, il limen, della morte. In realtà, quel contatto che Samhain celebrava (e proteggeva), tra i vivi e l’Aldilà, non si è trasformato nella sua sostanza, poiché la solennità della festa è pari alla potenza del contatto col Sacro.

Nella tradizione folklorica, che traghetta in senso popolare la tradizione mitologica “alta”, era credenza che gli Esseri Fatati, non meno dei defunti, si aggirassero e costituissero un pericolo, dunque anche nella versione popolare della festa, i travestimenti, le offerte di cibo lasciate per fate e defunti, gli spettacoli dei Mummers, tradizionali dal XVI sec. in questa data, ecc. avevano lo scopo di esorcizzare energie pericolose.
A Monselice, nel padovano, è viva ancora oggi l’antica Fiera dei Morti, una festa che dura tre giorni (i tre giorni di Samhain!) e che potrebbe affondare le radici nella tradizione ancestrale pre-romana.
Nel mio soggiorno in Irlanda ho visto che le celebrazioni di Samhain sono ancora accompagnate da narrazioni di storie e leggende e in generale legate alla tradizione folklorica, ancora fortissima e molto ricca.
La moderna celebrazione “all’americana” nasce dalla trasformazione di una tradizione che gli immigrati irlandesi portarono con sé in America, e che poi ha subito, come un po’ tutto negli USA, forme di commercializzazione selvaggia.
E’ vero però che permane, pur in forme commercializzate e degradate, quell’aspetto originario della funzione iniziatica, del contatto fra il mondo di qua e quello di là, del memento che non esiste solo ciò che è visibile e che esistono forze potenti, minacciose e oscure con cui confrontarsi. Forze però che – è bene tenerlo presente – sono soprattutto dentro di noi.

NOTA. Daniel Maclise,  (Cork, 1806 – Londra, 1870) fu un grandissimo pittore, famosissimo ritrattista e autore di dipinti storici e di ispirazione letteraria. Fu aiutato nella sua giovinezza da Thomas Crofton Croker, il grande pioniere degli studi folklorici in Irlanda, di cui illustrò un’edizione delle Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland, da me tradotto e curato in italiano e che lo introdusse a Londra nella cerchia culturale e politica dell’epoca. Maclise affrescò, fra le altre cose, le sale di Whitehall ed ebbe uno straordinario successo.

(C) 2014 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA