I dormenti di Carlo Diano

Questo testo, che alla luce dell’oggi, ha quasi una valenza profetica e che, come ha osservato Ernesto Ruocco, abbaglia come un frammento di Eraclito, comparve nel 1929 sulla rivista Bilychnis, Rivista mensile di studi religiosi, Anno XVIII, fasc. III, marzo 1929. La rivista, pubblicata fra il 1912 e il 1931, edita dalla Facoltà della Scuola Teologica Battista di Roma, prende il nome dalla lucerna a due fiamme del primo Cristianesimo, quale simbolo di un dialogo tra scienza e fede di stampo interreligioso e improntato alla libertà di pensiero e di coscienza. Sulla rivista, poi chiusa dal fascismo, scrissero nomi di grande rilievo, di credo e posizioni diverse, quali il grande arabista Giorgio Levi Della Vida (poi maestro di Noam Chomsky negli USA), Dante Lattes, lo slavista Ettore Lo Gatto, l’orientalista ed esploratore Giuseppe Tucci, il filosofo Giuseppe Rensi e molti altri liberi pensatori e grandi studiosi e intellettuali, dei quali Diano poi divenne amico.

Lo stile, quello di un dialogo diretto, in forma di domande pressanti, con lo stesso Eraclito, un colloquio personale con gli antichi che tornerà molti anni dopo ne La poetica di Epicuro.

Nemmeno io lo conoscevo ed è stata per me una scoperta sorprendente. Si era allora fra le due guerre, tempi bui si stavano affacciando all’orizzonte, ed è incredibile come il problema morale che questo testo profondo solleva anticipi di molto la celebre frase di Martin Luther King: “Non ho paura delle parole dei violenti, ma del silenzio degli onesti.” Luther King, che nacque proprio nel 1929. E altrettanto significativa è questa sua visione che trova nel pensiero degli antichi le radici dell’insegnamento del Cristo, come avvenne anche per la sua rivoluzionaria lettura dell’Alcesti di Euripide. Perché, seppure non amasse la Chiesa come istituzione, né ciò a cui nei secoli era stato ridotto il messaggio di Cristo, Diano, che aveva anche la natura di un mistico, vedeva nella sua figura la summa dell’amore di Dio per l’uomo, culminato nel sacrificio per la sua salvezza. Il suo Cristo non è un cadavere esposto sulla croce, ma una figura eroica, possente, una forza attiva il cui grido finale (e inutile) che alla fine del testo risuona: <<Vegliate!>>, è un appello di risveglio a tutte le coscienze, che attraversa i tempi e le civiltà.

Mai come oggi, quasi 100 anni dopo che Diano scrisse questo testo, in quel clima già oppresso dal fascismo – che poi farà chiudere non a caso questa rivista – su cui si radunavano le nubi nere di un conflitto spaventoso, le sue parole, già allora profetiche, tornano a metterci in guardia. Contro la cecità, la paura e il sacrificio d’ogni bene e libertà in nome della “misera vita”.

Francesca Diano

Un giovane Carlo Diano, all’epoca di questo testo

I dormenti, operai e cooperatori di ciò che avviene nel mondo. In che senso lo dici, Eraclito? Gocce d’acqua in un fiume, divise e veloci, che premono e sono premute? Ma operai e cooperatori come? Se un bene è compiuto, se un male è sofferto, noi nel nostro sonno ne abbiamo merito e colpa?

Chi vuole, quegli è che opera; ma chi non sa di volere, come opererebbe? Viviamo nel sonno, agitati da oscure visioni, andiamo con gli occhi opachi, calpestando innumerevoli vite e il grido dell’altrui volere non giunge oltre la soglia della nostra anima assorta.

In una solitudine sconfinata non possiamo reggere sotto l’oppressione del cielo. Invano innalziamo muri che arrestino e contengano la nostra paura; invano cingiamo di fiorite siepi i fantasmi del nostro voler essere; dovunque penetra il vuoto; tra gli occhi e la mano s’apre come un abisso.

A chi tenderemo le braccia, chi udrà la nostra voce? Nel sogno ci rincorriamo e chi insegue non giunge e chi fugge non ha scampo. Precisi contorni ha nel sole la nostra ombra e nella notte il terrore ci assale. Non intendiamo la vita ma non vogliamo morire.

Dormenti. È la nostra colpa. Combattiamo colle ombre del sogno e diciamo di fare il bene e di vincere il male. Ma il bene e il male stanno nel centro della terra e bisogna sollevarla tutta col nostro dolore.

Cristo, Tu non hai dato pane agli affamati e non vendetta agli offesi, né per la misera vita hai detto: <<Lazzaro, sorgi!>>

Quella notte terribile, nell’orto di Getsemani, quando sul Tuo vigile cuore pesò l’universo, i Tuoi discepoli dormivano, cooperatori delle tenebre. <<Vegliate>>, gridasti invano. Ma perché il sonno si fuggisse dalle loro anime dovesti scendere al centro della terra.

CARLO DIANO

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