Appunti di meccanica celeste. Ovvero l’Universo secondo Domenico Dara

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Angelo di Dio

che sei il mio custode

illumina, custodisci,

reggi, governa me

che ti fui affidata

dalla pietà celeste.

Così sia.

 

Questa è stata la prima preghiera che mio padre mi ha insegnato quando avevo tre anni, e recitavo tutte le sere inginocchiata con le mani giunte davanti al lettino. Queste parole – ciascuna di esse –  sono il filo conduttore, la chiave di lettura del nuovo romanzo di Domenico Dara, Appunti di meccanica celeste, Nutrimenti editore. Ritrovarle nel romanzo dello scrittore fra quelli che più amo e che più mi hanno insegnato, è stato come ritrovare la via di casa, di un luogo d’amore e protezione.

La Pietà celeste è la pietas, l’amore che accoglie, sana e trasforma; di Dio per gli uomini, degli uomini per Dio e dell’uomo per l’uomo. La compassione, la tenerezza, la Provvidenza e la fede nella Provvidenza. La gratitudine e la devozione per le potenze celesti che sostengono l’umanità nei suoi percorsi spesso incomprensibili e dolorosi.

La preghiera all’Angelo custode è quella che ogni cuore di bambino rivolge al proprio angelo, ché ciascuno di noi ne ha uno accanto. E queste sono le parole che si mescolano e si rimescolano  in infinite combinazioni, evocate da una quieta follia, come le foglie trascinate dalla forza del vento, nella mente confusa di Lulù il pazzo, uno dei due personaggi innocenti e puri di cuore, dei sette che compongono la costellazione di questo romanzo. Ma sono anche una sorta di rumore di fondo del suo universo, come l’eco di un originario Big Bang.

Ma se questo è il filo conduttore, i centri del romanzo sono molteplici e di molteplice natura. Centri e non centro, perché ogni Essente è in sé un centro, attorno a cui volve l’universo mondo. Molti centri, come molte sono le dimensioni quando la materia curva lo spazio/tempo. E qui Girifalco diventa uno di quei punti, in cui lo spazio/tempo si modifica  e modifica l’universo. Tutto può accadere. Anche ciò che è apparentemente impossibile secondo la nostra limitata visione.

Il primo centro, reale e geografico, è il paese calabrese di Girifalco, quello che, nella mia recensione al Breve Trattato sulle coincidenze, due anni fa, per prima paragonai al Macondo di Màrquez. Girifalco, paese natale di Dara, è un vero e proprio Axis Mundi, il luogo in cui, secondo la definizione  che Mircea Eliade dà dell’espressione, cielo, terra e inferi si congiungono. E dunque, tutto ciò che vi accade, ha valore universale. E qui veramente Cielo e Terra e Inferisi uniscono, poiché in questo luogo le leggi della fisica e quelle – che le rispecchiano – dei comportamenti e dei moti del cuore umani si sovrappongono e si fondono. Dai più amabili e innocenti, ai più oscuri e malvagi. Perché, in questo romanzo, alita questa volta potente, l’ombra del Male.

Il secondo centro è un magico circo che, apparentemente per volere del caso e per “errore”, capita nella cittadina la mattina che segue la notte di San Lorenzo, quando alcuni degli abitanti del paese hanno scorto in cielo una stella cadente brillantissima. “Alle nove e ventiquattro dell’undici agosto, da quelle strade da cui negli anni era giunto di tutto, da mandrie di cinghiali imbestialiti a fiumare d’acqua piovana, arrivò un circo.” Dara è sempre precisissimo nel situare i suoi racconti nel tempo e nello spazio, perché la precisione è il respiro dell’universo e lo strumento dello scrittore. Il proprietario del circo Engelmann è Cassiel Engelmann. Ora, Cassiel è il nome di un angelo, uno dei sette angeli planetari (il suo dominio è il pianeta Saturno) ed Engelmann è sì un cognome, ma in tedesco significa “uomo angelo”. E’ anche il nome di uno dei due angeli nel film di Wim Wenders Il cielo sopra Berlino. E tutti gli artisti del circo che sono in qualche modo  collegati ai sette protagonisti del romanzo, hanno nomi di angeli, tratti soprattutto da diverse tradizioni, islamiche, cabbalistiche ed esoteriche. Ad esempio Batral, Grafathas, Nakir, Jibril (Gabriele nell’Islam) ecc.

Questo circo, lontanissimo da quelli felliniani, ha invece un precedente letterario estremamente illustre: il circo che arriva a Mosca ne Il Maestro e Margherita, di Michail Bulgakov. Qui il direttore del circo è un elegantissimo straniero dai modi di gentiluomo, di nome Woland. Woland è uno dei nomi tedeschi del demonio, che compare anche nel Faust di Goethe. E demoni sono tutti i componenti di quel circo, che porterà lo scompiglio nella Mosca staliniana, congelata e statica, prigioniera dell’orrore, ma libererà il Maestro, un’anima pura, rinchiuso in un manicomio dal regime. Il demonio, si sa, è padre del caos.  Qui invece il circo è una epifania angelica, il kairòs che irrompe nella vita umana in un punto preciso dello spazio-tempo e la trasforma.

Ciò che accade è che sette vite, immobili nella loro condizione e perpetuamente rotanti lungo orbite fisse, vengano scalzate da quelle orbite per trasformarsi completamente e per vedere realizzati i loro più segreti desideri attraverso una magia che solo l’amore può compiere. Ciascuna di quelle vite trova, in uno degli artisti del circo, l’Angelo custode che si prenderà cura delle loro anime ferite e ristabilirà quell’equilibrio, quell’ordine armonico che solo il mistero dell’universo conosce.

Il terzo centro di questo secondo capolavoro di Dara è la traduzione delle leggi della meccanica celeste, della fisica quantistica, dei principi della termodinamica in termini di comportamenti umani. Poiché veramente, come afferma Hermete Trismeghisto in uno dei Sette Principi della sua perduta Tavola Smeraldina, quello della Corrispondenza: “Come sopra, così sotto – come sotto così sopra. Come dentro, così fuori – come fuori così dentro. Come nel grande, così nel piccolo.” E questo è un elemento che non posso non amare, perché è la mia stessa convinzione.

Incontriamo allora i sette (numero fatale e ricco di significati) personaggi, ciascuno centro di un universo chiuso, ma ciascuno dei quali è un satellite che ruota attorno al proprio grumo di dolore:

Archidemu Crisippo, ultimo di una stirpe di filosofi stoici, che osserva, col distacco dell’entomologo e dello scienziato/filosofo dal suo balcone i compaesani che passano in piazza, dove quattro vie convengono, seguendo con la precisione millimetrica di una megaptera o di un corpo celeste, sempre gli stessi percorsi. Il distacco filosofico di Archidemu però è solo apparente, perché dentro lo tormenta il tarlo del senso di colpa. Molti anni prima, in una calda giornata in collina, il fratello Sciachineddu era scomparso senza lasciare traccia.

Poi c’è Lulù il pazzo, bambino in un corpo di adulto, che cerca da sempre la mamma a cui venne crudelmente strappato, capace di suonare con le foglie meravigliose melodie. Lulù, che da sempre è ospite del manicomio di Girifalco, gira però serenamente per il paese, amato e accolto da tutti. O quasi…

Cuncettina la secca, così detta perché incapace di procreare. L’aridità del suo ventre l’ha resa una pianta senza linfa e infelice a vita, ossessionata dalla sua sterilità al punto da trascurare la sua vita stessa e i suoi affetti.

Angeliaddu, il bambino senza padre, (ricordate il Postino?) segnato da una macchia di capelli bianchi fra i capelli biondi. Piccolo angelo dal cuore di eroe, reietto come la sua mamma, che s’ammazza di fatica per mettere insieme pochi soldi ed è perseguitata da una delle anime nere, che in questo romanzo non mancano, perché non ha ceduto alle sue voglie di maschio prepotente e deve pagare duramente con suo figlio la sua onestà e indipendenza.

Don Venanzio l’epicureo, che nella sua bottega di sarto sopraffino, accoglie segretamente le femmine del paese per soddisfare un desiderio sessuale inesauribile, ma che non si è mai innamorato e, al pari di Archidemu, vive in un deserto interiore.

Rorò la venturata, baciata da ogni fortuna e benedizione della vita, cui tutto è sempre andato bene, e tuttavia ossessionata dal terrore del fuoco, fino all’istante in cui, scivolando con le pantofole sul balcone bagnato di pioggia, muore all’istante.

Mararosa (talvolta chiamata Malarosa) la mala, un tempo promessa al marito di Rorò, ma poi abbandonata, che consuma la sua vita nell’odio per la sua ignara rivale, lanciandole maledizioni e augurandole la morte. La sua vita è priva di luce, orribile, malvagia, una condanna al male. Eppure…

eppure la pietà celeste ha le sue traiettorie, i suoi sistemi e le sue leggi quantiche. Il lettore avido, come solo può essere un lettore di Dara, vedrà.

Ma, nonostante la struttura infinitamente complessa eppure perfetta di questo romanzo sia già di per sé cosa meravigliosa, non è ancora questa che fa di questo romanzo una pietra miliare della nostra asfittica letteratura, che quasi sempre ormai è paralizzata nella stanza soffocante di inutili e noiosi tratturi dell’Io, o in analisi obsolete di rapporti di coppia o di figli/genitori. No, non è solo la sua struttura. Sono la vastità del pensiero e della visione che vi sta dietro e la lingua che Dara ha creato.

E questo è il quarto centro: lo stile. Oltre ad aver creato una lingua letteraria assolutamente nuova, frutto di fusione fra italiano, dialetto e italiano regionale e di registri alti – di origine letteraria, scientifica, filosofica – e popolari, passando dagli uni agli altri con l’agilità e l’eleganza di un acrobata, come l’angelico acrobata del suo circo, non c’è parola, non c’è metafora, non c’è similitudine che non sia profondamente meditata e assolutamente inattesa. A volte, come gemme rare, nelle vene d’oro di questa scrittura scintillano dei neologismi, talmente perfetti e, direi, necessari, da non apparire tali.

Ci sarebbe molto, molto altro da dire, ma in effetti si dovrebbe scrivere un Breve trattato su Domenico Dara. Lasciamolo a chi, prima o poi, ci farà delle tesi si laurea.

In seguito a degli smottamenti conseguenti a un’alluvione, negli anni ’70 a Girifalco è stata trovata, insieme ad altri reperti di epoca pre-greca, la scultura in terracotta di un singolarissimo animale, detto “il Sauro di Girifalco” (qui sotto in una foto dell’archeologo Domenico Canino). Parrebbe autentico, ma il fatto è che rappresenta unoi stegosauro…. Impossibile? Una follia? No, si trova a Girifalco dove, cari Signore e Signori, i Postini e gli Angeli cambiano i destini degli uomini.

Dara è uno dei pochi scrittori, chissà forse l’unico caso, in Italia il cui enorme successo non è dovuto né a conoscenze, né ad amicizie, né a campagne di marketing, né ad appartenenze politiche. E’ dovuto solo e unicamente al suo talento robusto, alla sua originalità, all’anima che traspare da ogni parola, all’essere già un classico fin dalla sua prima opera per l’universalità dei suoi temi e per l’amore e il rispetto profondo che dimostra nei confronti della letteratura e dei lettori.
S’è mostrato al mondo così, nella nudità della sua verità.
E tutto questo dovrebbe molto far riflettere sulla capacità che hanno i lettori di riconoscere la grande letteratura quando la trovano e sul fatto che essa sia viva. Vivissima.

FRANCESCA DIANO

(C)2016 FRANCESCA DIANO. RIPRODUZIONE RISERVATA

Di iris, di savonarole, di un anziano professore e del profumo dello scrivere.

Efisio Mameli e sua moglie

Efisio Mameli e sua moglie, la chimica Anne Mannessier. (Fonte, web)

Si può vivere tutta la vita o quasi, senza sapere che l’eccezionale ti sia passato accanto o, se lo hai percepito, senza scoprirne il senso. Il senso per te.
 Quando avevo due anni, ci trasferimmo a Padova da Roma e nell’appartamento sotto il nostro abitava il professor Efisio Mameli. Era vedovo, viveva in solitudine, ed era un signore dall’aspetto elegante, il viso appuntito, piccolo di statura, i capelli bianchissimi, il pizzetto e due occhietti penetranti. Io lo vedevo molto vecchio ovviamente, ma all’epoca doveva avere 75 anni, che oggi conterebbero assai meno del passato.
Ogni tanto andavo a trovarlo a casa sua, dove mi colpivano molto delle poltroncine di un tipo che non avevo mai visto e lui mi disse che si chiamavano savonarole, come il predicatore arso vivo. Quelle poltroncine di stile medievale, con i ricchi intarsi, ma l’aria austera, perfino tetra, come tutto l’insieme dell’arredamento del resto, molto liberty, dopo questa rivelazione mi apparvero un po’ sinistre, eppure tanto più affascinanti. Anche perché ne vidi poi di simili nella casa di Petrarca, che era vissuto più o meno all’epoca – per me – di Robin Hood. Dunque figurarsi quanto antico dovesse apparirmi il professore.
Il professor Mameli era un signore molto gentile, anche se riservato, ma la cosa più straordinaria che lo riguardava, almeno per i miei occhi di bambina, erano i fiori che aveva piantato, forse due o tre anni dopo il nostro arrivo, nel giardino del nostro piccolo condominio. Grandi bocche di leone dai molti colori, che se opportunamente manovrate, potevano parlare, ed enormi iris dai colori fiabeschi: violetti con pennellate crema e dorate, bianchi con striature lilla e viola scurissimo, ocra tigrati di viola e di marrone, bruniti con sfumature iridate.  Diceva che glieli aveva regalati sua sorella e presto si moltiplicarono, orlando le aiuole rettangolari lungo il muro, a destra e a sinistra del portoncino d’ingresso.
Fiori così non li avevo mai visti e mi apparivano creature fantastiche, vive.  Quasi non fiori ma farfalle che si posavano sugli alti steli. Ogni primavera, verso aprile, rifiorivano,  diffondendo un profumo delicatissimo, vanigliato, che ancora ho nelle narici.
Per molti anni, dopo la morte del professore, questa sua eredità profumata seguitò a ricordare ad ogni primavera la sua presenza. Perché la vita, anche dopo la morte, continua, e non solo nel ricordo, ma nelle tante tracce che lasciamo di noi. Eppure a volte, quelle tracce più evidenti ne contengono altre di più misteriose. Messaggi da essere decifrati al momento opportuno.
Io bambina con gli iris della madre di Italo Calvino, Eva Mameli

Io bambina nel giardino di casa con gli iris e le bocche di leone della madre di Italo Calvino, Eva Mameli.

Ferma al ricordo di quei fiori, di quelle savonarole e di quegli occhietti penetranti di proprietà di un signore anziano che abitava sotto di noi,  solo di recente ho scoperto che in realtà Efisio Mameli è stato un grandissimo chimico e tossicologo di fama internazionale, fondatore dell’Istituto di chimica farmaceutica e tossicologica dell’Università di Padova. Che Mameli era stato un eroe di guerra nella Prima Guerra Mondiale, attivamente presente nella vita politica italiana, difensore dei diritti delle donne, studioso all’avanguardia nel suo campo.
Ma non solo; era lo zio di Italo Calvino, perché sua sorella Eva Mameli Calvino, da lui molto amata e che gli regalava le sue piante, preziosi ibridi e incroci, botanica eccezionale, era appunto la madre dello scrittore. Tra “gli zii chimici” (Efisio Mameli e sua moglie, anche lei chimica di valore), come lui li chiamava, e Italo Calvino, c’era un grande affetto e si frequentavano spesso. Infatti, alla sua morte, Efisio Mameli lasciò la sua intera biblioteca, quella che io vedevo racchiusa in solide librerie intagliate di quercia scura, alla sorella e al nipote.
Io purtroppo ero una bambina – quando Mameli morì avevo nove anni – e non facevo certo caso a chi venisse a trovare il professore, ma è possibile che mi sia accaduto di incrociare il giovane Calvino in giardino o sulle scale di casa o la sua mamma.
E così, con un gioco di immaginazione, amo pensare che il grande amore che ho per la scrittura di Calvino, il considerarlo uno dei miei Maestri, l’ispirazione che sempre ho tratto da lui sia una magia di quei fiori rarissimi. Forse il suo influsso è passato attraverso il loro profumo, le loro forme e i loro colori bizzarri.
Il Postino di Domenico Dara – e io con lui – annoterebbe tutto questo nel suo quadernetto delle Coincidenze.
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(C)2016 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Francesca Diano intervista Filippo La Porta. Ovvero, della distrazione ben sorvegliata

la porta

Filippo La Porta è un uomo gentile. Oggi questo aggettivo si usa assai parcamente, così come la qualità che indica e, di certo, per nulla nel suo significato etimologico. Ecco, lui è etimologicamente gentile. Misurato, attento, curioso del mondo apparentemente con moderatezza, ma poi ti sorprende con un ribollire di entusiasmi e un grande calore umano. E’ un uomo che “va incontro”. Alla sua città, Roma, che narra con un amore che, si sente, “gli va dittando dentro” le parole per farlo tracimare. Alle persone che, senza barriere di sorta, ritiene abbiano qualcosa da dirgli, anche solo con il loro modo di essere.  Alla cultura e al suo tempo. Non è un uomo che si tira indietro. Nemmeno nello scoprirsi. Dunque mi piaceva fargli alcune domande e non mi ha affatto sorpresa l’ossimoro, o meglio gli ossimori, che ha scelto per definirsi, molto eraclitei se vogliamo. Perché? Perché per lui, Roma, che trionfa nel suo libro come splendida Dea bugiarda e ingannatrice, come qualunque bugia VERA, gli offre, attraverso l’inganno sublime, la sola strada verso la verità di se stessa. Perché oggi, se ci si vuole salvare dalla palude e vedere con limpidezza, non resta che rifugiarsi in un’armonica contraddizione. Del resto, non diceva Walt Whitman: “Mi contraddico? Ebbene, mi contraddico.” ?  

F.D.

1 – Tu ti occupi da moltissimo tempo di letteratura e si può dire con sicurezza che tu abbia il polso della situazione in Italia. Come sta la nostra letteratura? Impazzano i generi, i filoni, i rivoli, le dispersioni. Il senso del vuoto. Dove sta andando? 

Impazza il Romanzo, tutti gli editori chiedono disperatamente  romanzi (anche se ne pubblicano troppi, con un effetto di confusione), e all’interno del romanzo la pervasiva autofiction. Gli scrittori, privi di immaginazione e di empatia, incapaci di inventarsi personaggi diversi da loro, mettono in scena se stessi, con risultati disuguali (buoni con Walter Siti, mediocri con altri). Quanto ai generi, specie d’estate il “genere unico” nel nostro paese è il giallo, un genere di importazione, che non siamo stati capaci di reinventare (come il manierista Sergio Leone  ha fatto con il western). Il giallo è diseducativo perché racconta azioni efferate e non il  mostruoso nel quotidiano, perché identifica la letteratura con le trame e perché   è insensibile alla sofferenza delle vittime

 

2 – Il tuo ultimo libro, Roma è una bugia, è un inno levato alla città in cui sei nato e che ancora, lo si voglia o no, è il cuore di questo paese e un centro con cui si devono fare i conti, in molti sensi. È un cuore un po’ malandato, è vero, eppure, quando anche io ci torno, ne sento il respiro potente e mi abbaglia. Cos’è Roma per te? E chi sei tu per Roma?

Beh, nel libro dico che  è la città degli opposti: santa e blasfema, cinica (“Chette frega!”) e stupefatta (“anvedi”), tollerante e sguaiata, bellissima e a volte bruttissima (ad altezza d’uomo),  stagnante e vitalissima, eterna ed effimera (anzi, nasconde l’eterno nell’effimero)…La  mia “scoperta” a proposito di Roma è questa: tutto ciò che vi arriva muore (dal cristianesimo al fascismo e alla Resistenza), ma in un certo senso non smette di morire. Un interminabile  precipitare, una catastrofe sempre rinviata, un crepuscolo artico che si tinge del rosso dei tramonti.

 

3 – Tu sei uno dei pochi intellettuali di questo paese. E scelgo il termine “intellettuali” per indicare chi esercita il libero pensiero e usa il proprio bagaglio culturale per leggere e analizzare la società in cui vive. Pensi che oggi sia ancora possibile in Italia per un intellettuale – ma anche per uno scrittore –  intervenire e avere un ruolo determinante nella coscienza della società, come ha tentato ad esempio di fare Pasolini? Fallendo, ovviamente, perché era un sognatore che sognava la Verità.

Ti ringrazio!  Non so se sono uno dei “pochi intellettuali”, ma certo tento di usare il mio bagaglio per capire la società, o meglio la condizione umana in questa epoca e in questa società (più antropologo che sociologo). Un intellettuale vate o profeta alla Pasolini non può più esserci perché oggi nessun intellettuale è davvero autorevole e può contare su un certo ascolto. Nel senso comune non c’è più l’ammirazione di una volta per la cultura, e un uomo pubblico può perfino vantarsi di non aver letto un libro! Allora: chi dice la verità? Credo che oggi la verità,  il pensiero critico, le idee dissidenti, etc. sono tutte cose che si trovano nei luoghi più impensati, cercando nella   intellettualità di massa che caratterizza il nostro tempo, fuori e dentro la Rete, fuori e dentro i luoghi deputati del sapere. . Ad esempio la mattina quando al bar prendo “Metro”,  il più famoso freepress del globo, leggo rubriche di giornalisti sconosciuti, giovanissimi, in cui vi è un sorprendente scialo di  idee controcorrente, di intelligenza corrosiva, di pensieri eccentrici e non allineati. Comunque: oggi l’”impegno” andrebbe rideclinato. Non è detto che l’ideologia di un autore coincida con l’ideologia della sua opera. Doninelli e Picca sarebbero “di destra” ma scrivono romanzi spesso contundenti, Benni e Baricco, con il cuore certamente a sinistra, vogliono rassicurare troppo i loro lettori.

 

4 – Quanto conta l’illusione in letteratura e quanto nella vita? L’illusione è sempre inganno e bugia o, dato che tutto è maya, ha ben altro ruolo?

Come diceva Leopardi le illusioni, “larve mirabili”, sono tutto,   e ne abbiamo bisogno. In un certo senso è illusione l’amore, la sincerità, la purezza, la pretesa di “durare” con un’opera d’arte, la vita stessa,  etc. , però a ben vedere  sono un’illusione anche i loro contrari: l’odio, la menzogna, la corruzione, la morte (che ne sappiamo se davvero tutto finisce con la morte?)…Tutto è  maschera, velo di Maja senza però che dietro ci sia qualcosa.  E allora, proviamo a distinguere tra illusioni belle, creative, gioiose,  che   esprimono vitalità, che corrispondono al proprio vigore,  alle emozioni e agli istinti, che arricchiscono l’immaginazione,  e illusioni tappabuchi,  a cui ci aggrappiamo per paura, per accidia, per sottrarci all’esperienza reale (che sentiamo minacciosa).

 

5 – Quali pensatori e scrittori del passato hanno avuto maggiore peso nella tua formazione e perché?

Di solito di fronte a  domande del genere si scatena il narcisismo dell’intervistato, che vuole apparire più colto e raffinato  di quello che è… provo a risponderti citando le mie prime letture, quelle fatte a 14 anni: Il mito di Sisifo di Camus, i racconti di Kafka, L’esistenzialismo è un umanismo di Sartre, Il manifesto del partito comunista di Marx, Antoine Bloye di Nizan, Omaggio alla catalogna di Orwell, Delitto e castigo di Dostoevskij.

 

6 – Quale diversa attitudine – se ritieni che diversità ci sia – anima la tua scrittura come scrittore, come critico e come giornalista?

Direi che il mio stile –  e forse il mio genere letterario –   è  sempre lo stesso: un mix di saggistica, memoir, narrativa, pamphlet, satira culturale, diario morale, osservazione linguistica

 

7 – In cosa credi? E, oltre e al di là di questo, hai trovato delle risposte tue personali all’esistenza?

Credo nell’esistenza, nella realtà degli altri, nei sensi,  nell’essere (che comprende anche il nulla), in questo mondo sublunare(l’unico, anche se ha molte dimensioni al suo interno: tutto si gioca qui ed ora), nell’eternità che percepiamo ogni tanto in qualche esperienza(nelle peak experiences di cui parla Maslow),  credo in mio figlio, in mia moglie, negli amici, credo nell’arte, nella musica.

 

8 – Crea una metafora per definire te stesso.   

Scelgo un’altra figura retorica, l’ossimoro: distrazione ben sorvegliata, vigile dormiveglia…

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Domenico Dara – Breve trattato sulle coincidenze.

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Ogni tanto accade il miracolo, anche nella nostra esangue letteratura, e compare una voce nuova e forte, che afferma la propria presenza e che, soprattutto, viene ascoltata dagli editori. Perché questa è la qualità della voce di Domenico Dara, il cui primo romanzo, che sta risalendo tutte le classifiche a una velocità mercuriale, ha spiccato il volo come finalista al Premio Calvino (che avrebbe in realtà dovuto vincere).

Il protagonista è un postino, di cui non sappiamo il nome fino all’ultima pagina, il luogo la cittadina calabrese di Girifalco, dove Dara è nato, il tempo l’estate del 1969, quando il primo uomo mise piede sulla luna. Stabilite con precisione le coordinate però, inizia poi il gioco delle illusioni e degli inganni, come nel castello del Mago Atlante. Il postino, più che consegnare le lettere, le apre e le riscrive a suo modo. Girifalco perde i suoi confini certi e si dilata a contenere l’universo mondo. Il tempo si rimescola in un caleidoscopio di frammenti a incastro.

Il postino, che ha la statura di un filosofo stoico, conduce una vita solitaria, isolata, ma ha un dono molto speciale, oltre a quello di una mente filosofica: sa imitare alla perfezione qualunque scrittura. Questa specialissima qualità gli permette di introdursi nelle vicende più segrete dei suoi concittadini e di apportarvi dei cambiamenti, riscrivendo le lettere che ricevono. Non per semplice diletto, ma per modificarne il Destino e, in un certo senso, per operare secondo Giustizia. Quella che a lui appare essere Giustizia.

Il romanzo ha un tono epico. Fato (altrimenti definito Destino, ma sempre con l’iniziale maiuscola e senza articolo) guida, come un regista sapiente le vicende umane. Ma Fato a volte è oscuro nel suo agire e richiede che se ne sappiano decifrare i percorsi misteriosi. I piccoli fari che illuminano quel cammino, come i sassolini di Pollicino, sono le coincidenze, che il postino annota diligentemente in un suo quaderno. In quei segnali luminosi è visibile una perfetta geometria, come legge che fa da corollario al principio di conservazione dell’energia, nulla si crea, nulla si distrugge. Da due lettere fra loro molto diverse, l’una una lettera d’amore senza mittente, con un misterioso sigillo di ceralacca, inviata a una donna diversa da quella il cui nome compare sulla busta, l’altra la rivelazione di un tramaccio del sindaco, pronto per sporco interesse a ingannare i compaesani e ad abbattere una splendida foresta per installarvi una discarica di rifiuti tossici, tutto il meccanismo si mette in moto. E così il postino si autoattribuisce il ruolo di Demiurgo, per raddrizzare i torti, far trionfare la Giustizia e, quando possibile, l’amore. Lui, che l’amore l’ha perduto per un’ingiustizia. Lui, che reca dentro le piaghe di un ingiusto abbandono paterno.

Ma la Giustizia è qui davvero Equilibrio. “La natura tende a livellare le misure. Tutti i fenomeni naturali possono essere condotti a questa legge, e soprattutto i più importanti, la vita e la morte”, diceva al postino il suo insegnante, il professor Viapiana. E anche l’amore.

C’è molta sapienza in questo libro sorprendente, che fonde in una sintesi armonica il mondo del mito, la filosofia greca e la contemporaneità.

Dara è figlio del Mito. Ed è figlio della sua terra. Perché Girifalco, come Macondo, entra grazie a lui nel patrimonio del mito. Poiché, ciò che lì accade, accade in uno spazio-tempo non lineare, ma sferico, dove ogni cosa si compie e ritorna. Che poi è anche il grande dubbio che il postino ha, e anche il suo maggior timore.

La fiaba di Pollicino, infatti, e il linguaggio che è proprio della fiaba. Con questa lingua magica che Dara crea, in cui il dialetto scorre come un ruscello mormorante e rinfrescante, insinuandosi fra le strutture di un italiano elegante e a volte solenne. Nel mondo dell’Evento, che è Girifalco, dove il postino-Ermete appunto interviene sugli eventi e li trasforma, come il mercurio ermetico e alchemico trasforma la materia. Perché il postino altro non è che il mercurio filosofale e questo è, non a caso, un Trattato.

Dunque, più che un romanzo – che però è tale del tutto fino in fondo e godibile e affascinante quant’altri mai – questo è un conte philosophique, un romanzo a chiave, un racconto allegorico e, perfino, un romanzo cavalleresco. Non meno che un racconto iniziatico, poiché il postino è un fanciullo, (Pollicino) che si aggira da solo in una foresta, guidato solo dal lumicino delle straordinarie coincidenze a lui solo visibili, per approdare poi – novello Lucio apuleiano, nel cui cuore arde l’Amore per una Psiche lontana – a un nuovo sé stesso.

E tuttavia è anche una storia alchemica, poiché ogni personaggio è un simbolo – simbolici sono quasi tutti i cognomi. Un profondo apologo sulla potenza della scrittura, che cambierà il mondo.

Parlando con Dara, in un nostro recente incontro, gli dicevo come, nella vita, sia importante arrivare a vedere l’intero disegno dell’arazzo, di cui spesso ci limitiamo a vedere solo alcuni fili della trama e dell’ordito. Ed è per questo che spesso il percorso della nostra vita e il suo intrecciarsi con fili di altre vite ci risulta incomprensibile. Perché ne vediamo solo dei pezzetti, di questo magnifico disegno. E gli mostravo, dicendolo, l’intreccio multicolore e complicatissimo di un mio scialle indiano che indossavo. Non avevo ancora letto il suo romanzo. Dara ha annuito con grande convinzione. E poi, leggendo, ho capito perché. Perché il senso profondo di questo libro, la grande sapienza di chi l’ha scritto, sta proprio in questo: che alla fine il disegno di quell’arazzo si manifesta in tutta la sua abbagliante bellezza.

(C)2014 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA