Francesca Diano – QUADERNO DI TRADUZIONI

 

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Francesco Marotta, grande poeta e uomo di rara generosità, mi ha chiesto di approntare una piccola antologia di mie traduzioni poetiche – cosa di cui gli sono immensamente grata – da pubblicare sulla sua bellissima rivista “La dimora del tempo sospeso”, che si può leggere qui  https://rebstein.wordpress.com/2017/03/02/quaderni-di-traduzioni-xxxi/ nella sezione Quaderni di Traduzione. In questa occasione ho scritto una piccola nota sul mio rapporto con la traduzione, che qui riporto. Ringrazio ancora Francesco Marotta e Mario Santiago per la loro gentilezza e per l’ospitalità – che mi onora – su una rivista letteraria di grande raffinatezza e ormai nota per essere fra le più serie e accreditate.

 

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Tradurre è per me, come per il quesito posto dal kōan zen, cercar di trovare il suono di una sola mano. Un paradosso, forse un’impossibilità, se due sono i poli che fra loro agiscono – il testo e il suo specchiarsi in un’altra lingua – le due mani che, unendosi, generano una terza entità, prima sconosciuta, cui non si può accedere aggrappandosi a sforzate teorie sulla traduzione, ma solo con l’umile pratica, quando infine la risposta a un problema difficile si affaccia – spesso non cercata – alla mente. Quella terza entità è il suono del silenzio che si crea in quel rispecchiamento.

Eppure è qualcosa che mi viene da sempre naturale. Forse perché ho imparato osservando un Maestro, e ho respirato l’arte del tradurre fin da bambina. Sentirlo “cantare” a voce alta i suoi versi italiani dei tragici greci, passeggiando, guidando, aggiustando qualcosa, per ascoltarne il risonare, non è esperienza che dimentico. Come non dimentico la mole immensa di scavo filologico e il bagaglio di sapienza che vi stavano dietro.

Il suono di una sola mano è un silenzio colmo; così è il silenzio del testo originale che colma di sé la sua traduzione. Mai così vero è in un testo poetico.

Tradurre poesia è impresa quasi disperata. Quasi. Se la poesia è la ricerca, che mai può giungere a meta, dell’una parola che tutto contenga, manifesti ed esaurisca, insomma, dell’inesprimibile; se il suo orizzonte  è sempre al di là di un altro orizzonte, legata indissolubilmente al ‘sentimento’, oltre che alla struttura, della lingua in cui è generata e prende forma, e all’intrecciarsi inestricabile di esperienze conoscenza vissuto inconscio visioni fantasmi suoni interni del poeta, come sarà mai possibile trovare forma altrettanto fedele, o anche solo evocatrice di quello straniero, in ogni senso, dire? Travasare un inesprimibile in un altro inesprimibile?

Eppure ci si avventura a farlo. Per amore, per passione, per fiducioso e sconsiderato entusiasmo. Ma soprattutto, almeno per me, per condividere la felicità di qualcosa che mi ha resa più me stessa, che ha aperto mente, cuore e spazi prima ignoti.

Tradurre non può che essere un atto d’amore. Con una chiosa necessaria: tradurre, per me, è conoscere. Del resto, anche l’amore lo è. Non è l’amore il più grande traduttore dell’altro? E, non meno, di noi stessi?

Un’artigiana della traduzione, quale io sono, ha imparato che è questo il mezzo più diretto ed efficace di penetrare all’interno dei meccanismi della creazione, osservarli, percepirli nel loro divenire. Sotto la superficie dell’opera compiuta, com’essa appare all’esterno, è un robusto tessuto segreto, che la costituisce e la sostiene. È il regno a cui si ha accesso traducendo. Questo sguardo furtivo, arricchito di conoscenza, privilegio d’ogni traduttore, va fatto scivolare fino a raggiungere la propria interità, perché la permei e la metta al servizio dell’autore che ci si è scelti. Si deve essere generosi di sé.

Parlo di scelta, perché è bene, soprattutto nel tradurre dei testi poetici, accostarsi a poeti che si amano, che si conoscono, che si sono seguiti nel tempo, o per i quali ci ha preso improvviso innamoramento. Così forse si potrà sperare di avvicinarsi, almeno un poco, alla loro voce e dar loro un suono nella nostra lingua, che non strida, non entri in conflitto o, peggio ancora, non li tradisca del tutto.

Si deve lasciare rispettosamente uno spazio tra l’originale e l’opera che un traduttore di poesia compie. Uno spazio veritiero. L’autentica traduzione è quello spazio stesso; il suono di una sola mano.

E tuttavia, è indispensabile un robusto lavoro filologico, ermeneutico, senza il quale ogni traduzione di un grande testo sarà fallimento. Compiuto questo lavoro però, bisogna poi dimenticarlo e lasciare che il testo ti ingoi e ti modifichi. Come se, nel momento in cui ci si avvicina ad esso, si vivesse una metamorfosi e si dimenticasse di essere ciò che si è, per lasciarsi catturare, per diventare il testo stesso. Eppure, anche questo può accadere solo in parte, perché il testo e il suo autore incontrano l’universo del traduttore, che non può che far da filtro, da setaccio, oltre che da crogiuolo. Ed ecco perché due traduzioni di uno stesso testo – intendo ovviamente due buone e dignitose traduzioni – non potranno mai essere uguali. Un po’ come, nel generare un figlio, due patrimoni genetici si uniscono creando combinazioni sempre diverse.

La mia attività di traduttrice letteraria, iniziata in modo più sistematico dal 1981, è legata soprattutto alla narrativa e alla saggistica. Le traduzioni di testi poetici sono la mia vacanza, che però affianca da sempre l’altra attività. Dunque, posso dire di essere costantemente in vacanza.

Così, fra i poeti che mi sono scelta, e che presento in questa piccola antologia, questi sono fra i miei più amati in lingua inglese. Di alcuni propongo più testi, di altri solo qualche esempio. Ma certamente non sono i soli. Impossibile escludere Keats e Shelley, Donne e Hopkins.

Confesso uno specialissimo amore per James Harpur, l’autore su cui, insieme al folklorista Thomas Crofton Croker, ho lavorato di più e più a lungo nel tempo – oltre un decennio per Harpur, molti decenni per Croker –  e non casualmente. Ritengo Harpur uno dei maggiori poeti viventi, non solo in lingua inglese, sicuramente il maggiore poeta irlandese. Ho, nei suoi confronti, molti debiti di riconoscenza, per motivi diretti e indiretti.

Questo è dunque il suono di una sola mano, di ciascuna delle loro mani, che io odo dentro.

Francesca Diano

 

(C)Francesca Diano 2017 RIPRODUZIONE RISERVATA

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Gerard Hanberry – The Wilde Poems. Poesie per Wilde. Tradotte da Francesca Diano

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QUELLO SGUARDO DI SGHEMBO SULLE COSE DEL MONDO

 A volte basta una frase, una soltanto, ed ecco la rivelazione. Tutto è improvvisamente chiaro, ogni cosa è illuminata dalla giusta luce e si fa nitida. E questo raggio che guida il percorso  è una frase contenuta in una lettera di Hanberry stesso, che mi scrive: “l’Irlanda e gli irlandesi hanno un loro modo di porsi leggermente di sghembo rispetto al mondo e alle cosiddette realtà del mondo e penso che questo faccia parte di me e che sia nelle mie opere…”

Questo sguardo “di sghembo”, anticonvenzionale, che è anche un ritrarsi un poco dentro sé stessi, e dunque defilato, questa riservatezza che è propria degli irlandesi, è anche però la ragione di quella loro capacità di vedere le cose da punti di vista inusitati, persino bizzarri. Dunque originali. È quello stesso sguardo, quasi meravigliato e stralunato, che i grandi miniaturisti anonimi hanno conferito alle loro figure nel Libro di Kells.

Forse il termine ‘riservatezza’ potrà sembrare strano a chi non conosca bene questo popolo, che a noi appare così estroverso, festaiolo, aperto e disponibile e, in fondo, tanto simile a noi. Ma le cose non stanno esattamente così. È vero, gli irlandesi sono estroversi, amabili, disponibili, parlano agli sconosciuti, amano far festa ad ogni possibile occasione (come i loro padri Celti), sono trascinatori, grandi affabulatori e accoglienti. Ma un irlandese non ti apre facilmente la parte più profonda del proprio animo. Quando lo fa – se lo fa – è per sempre. Ma non è cosa né immediata né scontata, a dispetto delle apparenze. C’è sempre questa parte protetta, non rivelata, come le colline cave che al loro interno nascondono il Daoine  Sídhe, come si  chiamano gli esseri fatati.

No, gli irlandesi  non sono poi così simili a noi. E dunque ha ragione Hanberry quando parla di questo suo osservare da una posizione un po’ defilata, non ortogonale rispetto all’immagine che si contempla. Perché è da quella prospettiva che si può abbracciare anche l’invisibile. O ciò che si nasconde alla vista.

L’Irlanda è un’isola. Di più; è un’isola al di là di un’altra isola. E questa, che è una remotezza non solo geografica, ma soprattutto temporale e psichica, ha permesso di preservare un’identità culturale, un legame profondo col proprio passato, che  in altri luoghi l’Europa ha in buona parte perso. Con il lato invisibile, nascosto della realtà, che è anche un altrove. Non ha però impedito agli irlandesi di proiettarsi in avanti, verso il futuro, appena ne hanno avuto l’opportunità.

È sempre bene ascoltare quello che un poeta dice di sé, e dunque  tutto questo va tenuto presente se si vuole davvero comprendere la poesia di Gerard Hanberry.

Uno degli aspetti più immediati, a una prima lettura, è la duplice stratificazione tonale della nota di fondo dei suoi versi: l’ironia e la malinconica riflessione sul mondo. Dico duplice stratificazione, perché ironia e malinconia si rincorrono, si intrecciano e si fondono in una danza costante, divenendo quasi un unico suono, senza che l’una prevarichi mai sull’altra. E, a ben vedere, questa disposizione verso le cose del mondo conferisce al suo sguardo una sorta di distacco contemplativo. Ma è un distacco gentile, mai giudicante, spesso compassionevole. Che mai si adombra di pessimismo o scetticismo.

Nei suoi versi, la ribellione che serpeggia da secoli in molta della poesia irlandese, da quella bardica all’epica, dalla poesia civile alla lirica, non ha toni accesi o violenti, ma vesti dai colori pacati, non per questo tuttavia meno efficaci. Poiché Hanberry, pur con quella sua ironica o dolente gentilezza, non tace certamente sui mali del mondo, anzi, sa bene quanto potente sia l’ombra che proiettano sull’animo umano e quanto fragile sia la bellezza che ce ne può salvare.

La salvezza è nei sentimenti più intimi e nella contemplazione della natura. Una natura dai paesaggi grandiosi e di una dolcezza pervadente, ma anche aspri, selvaggi, primordiali, come quelli delle isole Aran, che si protendono verso l’infinito dell’oceano, o del Burren, l’immenso tavolato calcareo nella Contea di Clare, percorso da fessure e crepe  profonde (grykes) in cui cresce una incredibile varietà di piante locali, ma anche mediterranee e alpine, fra cui la genziana blu, che è il simbolo del luogo, o in cui appaiono come per magia laghetti che poi altrettanto rapidamente  scompaiono. Immagini fuggevoli in un paesaggio di pietra.

L’aspra immutabilità e la delicata mutevolezza fuse insieme in un miracolo di bellezza, di un’armonia che nasce da potenti contrasti. La bellezza come ossimoro, o come la coincidentia oppositorum del dio di Niccolò Cusano. Poiché è proprio nella dilatazione all’infinito dei singoli elementi, per opposti che siano, che essi finiranno per coincidere. Ed è questa la tensione verso l’infinito che la contemplazione di una natura al suo stato selvaggio, di quelle coste che affacciano sullo spazio incommensurabile dell’oceano, qual è quella irlandese, alimenta nell’anima.

Non c’è dubbio che il paesaggio, il luogo fisico in cui un poeta vive – e Hanberry è profondamente legato alla sua Galway e alle contee che la circondano – abbia un effetto potente sulla sua poesia e sulla sua poetica. Lo è di certo per lui.

Dunque per Hanberry davvero la bellezza può salvare il mondo. E questa bellezza è forza. Chiedete a un irlandese, a qualunque irlandese, se non sia questa la sua stessa  convinzione.

Ma lo stile è sottile, pacato è il ritmo della parola, spesso piano, ampio,  arioso, talvolta quasi classico. E tutto questo comunica al lettore un senso di serenità, di pace, anche quando, come in Cillìn ad esempio, l’argomento è di quelli atroci, o quando registra, con occhio sempre attento all’umano, la condizione attuale del mondo, con la sua violenza, le sue ingiustizie, le sue paure. Non ultima quella della morte.

Hanberry è anche un poeta della tenerezza. I testi dedicati alla moglie, come Braci, o Occhiali da sole, in cui arde la luce gloriosa di un’estate romana e degli scavi di Ostia, e alla madre, come In Grattan Road, rivelano la capacità di un amore limpido e profondo, in grado di superare gli scogli del quotidiano e la prova degli anni.

Dalle piccole cose alle grandi questioni della vita. Così si potrebbe riassumere lo spirito dell’ultima raccolta, What Our Shoes Have to Say About Us, che prende il titolo dal testo omonimo. Che dicono di noi le nostre scarpe, infatti è un rovesciamento di visione, dal basso verso l’alto, dal piccolo al grande, dal suolo su cui poggiamo i piedi, a ciò che ci sovrasta. I rozzi scarponi del padre insegnano valori antichi, semplici; quel grande buon senso degli irlandesi, che permette però a un animo visionario di spiccare balzi altissimi nell’etere.

Ma è anche dalla prospettiva delle scarpe dei boia che vediamo i piedi nudi di un condannato alla sedia elettrica e le preziose pantofole di un papa ne tradiscono la pompa terrena. Tuttavia è nella contemplazione di una singola scarpa, antica di cinquemila anni, rinvenuta in Armenia nel corso di uno scavo, che tutto torna nella giusta prospettiva: nulla è cambiato nei millenni. Il percorso dell’uomo parrebbe girare in tondo. Non c’è progresso. Noi camminiamo come i nostri antenati, seguendo un percorso già tracciato, senza mai allontanarcene. Ignorando ostinatamente le infinite, possibili deviazioni. Tenendo lo sguardo ostinatamente fisso davanti a noi.

Quella nota ironica che serpeggia ed emerge a tratti nei suoi versi. Lo sguardo di sghembo coglie ogni sottile sfumatura giocosa che colora le cose e le trasforma. Anche le più modeste, in apparenza.

E cosa c’è di più modesto, elementare, apparentemente, della punteggiatura? Con l’alfabeto, la base della scrittura. Quella che ne scandisce il ritmo, insieme al suono della lettura ad alta voce e ne struttura la forma.

In Vi presento la punteggiatura, (che ho già pubblicato qui sul mio blog)  l’ironia nasce dal contrasto tra l’astrattezza dei simboli grafici e l’umanizzazione di questi segni a prima vista aridi, cui Hanberry attribuisce sentimenti, pregi e difetti umani. La loro funzione, enfatizzata dall’occhio e dall’orecchio attento di un grande poeta, emerge con tale forza, da costringerci ad un’attenzione da amanuense e ad un rispetto maggiore per questi indispensabili, umili compagni della parola scritta, senza i quali essa rimarrebbe non solo spesso ambigua, ma appiattita e atona, confinata alla carta, senza raggiungere la mente e il cuore. Poiché sono davvero le piccole cose a rivelare il valore delle più grandi. In fondo, non è attraverso la leggerezza che si giunge, in punta di piedi, al cuore stesso delle maggiori verità?

Questo testo giocoso – delizioso il riferimento alle arie che si dà la Lineetta dopo l’incontro con Emily Dickinson – rivela solo una delle corde creative di Hanberry, che sono molteplici e spaziano dal dramma, al folklore, dall’intimità, all’impegno civile, dall’idillio al pathos. E, nel leggerla e tradurla, non ho potuto non pensare a quelle pause di levità che i monaci irlandesi si concedevano durante il faticoso lavoro di amanuensi e di prodigiosi miniatori nei loro scriptoria, quando, con gli occhi arrossati e la mente affaticata per la stanchezza, nella concentrazione necessaria a tracciare complicatissimi disegni di intrecci, spirali e viluppi nastriformi, disegnavano lungo i margini della pergamena gatti che inseguivano topolini, salmoni danzanti fra le onde, piccole caricature di confratelli. Ma pur sempre usando quello stesso inchiostro, quello stesso calamo, quegli stessi pigmenti con cui creavano i capolavori che ci hanno lasciato in eredità.

Forse non tutti sanno che furono proprio gli irlandesi a inventare il libro scritto come noi lo conosciamo. Le lettere maiuscole, la punteggiatura, gli spazi fra le parole, i paragrafi, la decorazione delle lettere maiuscole e la decorazione delle pagine sono tutte invenzioni degli amanuensi irlandesi, nate dalla necessità di facilitare la lettura a voce alta delle Sacre Scritture. Questa rivoluzione, che è  mentale prima ancora che visiva, è significativa del valore che l’Irlanda ha da sempre attribuito alla scrittura e al suo ruolo ordinatore del pensiero. La struttura ritmica dello spazio e del tempo, che dalla pagina scritta si incanala, attraverso gli occhi e la voce, verso la mente e la plasma.

Un discorso a sé merita il lungo poemetto in cinque parti, Poesie per Wilde (The Wilde Poems).Nel 2011 Hanberry pubblica una rivoluzionaria biografia di Oscar Wilde, More Lives Than One – The Remarkable Wilde Family Through The Generations, (Più di una vita – la straordinaria famiglia Wilde lungo le generazioni) in cui, con un lavoro di ricerca durato un decennio e grazie alla scoperta di nuovi documenti, anche processuali, non solo getta una nuova luce su aspetti poco noti della personalità di Wilde, ma rivela la vera, la reale causa, fin’ora ignota, della durezza della sua condanna e i retroscena politici che portarono al suo vergognoso processo. Di fatto, alla sua distruzione. La novità, rispetto alle molte, pur autorevoli, biografie di Oscar Wilde, è nell’accurata ricostruzione delle origini e delle vicende della sua famiglia alla ricerca del perché Wilde, all’apice della fama, abbia trascinato sé stesso e il nome della sua famiglia nel fango. Così ecco le vite dei famosissimi genitori, Sir William e Lady Jane Francesca ‘Speranza’, personaggi di spicco della storia e dell’aristocrazia culturale irlandese, ma anche protagonisti di molti scandali, dello sciagurato fratello, della moglie infelice, morta per un tragico errore medico, fino a giungere ai suoi attuali discendenti, che ancora oggi recano il cognome Holland, quello che la moglie di Wilde scelse di assumere dopo lo scandalo.

L’ombra di Oscar Wilde non ha evidentemente abbandonato Hanberry e, nei Wilde Poems, è più dominante che mai, insieme a quella di suo padre. La fama di Sir William, l’orgoglio per i due figli, lo scandalo che lo travolge. La gloria letteraria, la fulgida stella di Oscar presto disintegrate dalla catastrofe, che lo seppellisce sotto la vergogna, lo stigma sociale e i sensi di colpa, l’errare lontano dalla patria. Ed è significativo come in questo testo, nella parte dedicata a Oscar, Hanberry concentri la sua attenzione quasi unicamente sugli anni della sua rovina e sull’amarezza della fine.

Padre e figlio sono legati da un fato comune; le radici della tragedia di Oscar affondano negli eventi della vita di Sir William. E poiché questa vicenda ha davvero la statura di una tragedia greca, i Wilde Poems sono strutturati come un coro, la cui voce si alterna a dei monologhi. La narrazione è quella di un osservatore esterno. All’inizio, nell’intera sezione 1-I, quasi un primo stasimo, è il coro che parla, prima in tono interrogativo e poi con voce accorata, come a preannunciare la tragedia che verrà. La voce in prima persona di Sir William, nelle sezioni 1-II e 1-III, ignaro dei mali che sta attirando sulla sua casa e degli eventi futuri. In 2, 3 e 4 un narratore esterno, potrebbe essere un messo o un corifeo, narra le stazioni della discesa all’inferno e, nell’ultima poesia, la quinta, l’esodo, il narratore è il padrone del caffè parigino, davvero a man of no importance, in cui Wilde, sotto falso nome, si rifugiava negli ultimi giorni del suo calvario.

In tutto il testo la voce di Wilde tace, lontana, annichilita. Già morta al mondo. Perché quel che aveva da dire l’ha detto nelle sue opere ed è lì che va cercata la sua verità. La sua caduta, la sua fine non sono quelle dell’artista prodigioso, ma dell’uomo travolto da sé stesso e dagli eventi. Come per ogni artista, la verità di Wilde vive nel mondo di quella forma che lo ha abbagliato, non dell’evento. Lo aveva capito, lo aveva detto già nel Ritratto di Dorian Gray.

Ce lo ricorda Hanberry, parlando da poeta di un altro poeta. Con il suo sguardo di sghembo sulle cose del mondo.

F.D.

Questa Nota Introduttiva e una scelta delle poesie di Gerard Hanberry nella mia traduzione è di prossima uscita sulla rivista Poesia di Crocetti 

Gerard Hanberry è nato a Galway nel 1955, dove tuttora risiede. Si è laureato alla National University of Ireland Galway e, nella stessa università, insegna scrittura creativa e inglese. Negli anni ’80 e ’90 ha collaborato come giornalista al Galway Observer ed è autore di testi di canzoni e cantautore egli stesso. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie, Rough Night, Stonebridge Pubblications, 2002, Something Like Lovers, Stonebridge Pubblications, 2005, At Grattan Road, Salmon Poetry, 2009, What Our Shoes Say About Us, Salmon Poetry, 2014 e la biografia in forma di saga familiare  di Oscar Wilde e della sua famiglia, More Lives Than One- The Remarkable Wilde Family Through The Generations, The Collins Press, 2011.

I suoi testi sono stati pubblicati su riviste e quotidiani in Irlanda, in Inghilterra, USA e Australia, tutti paesi in cui ha partecipato a trasmissioni televisive e radiofoniche ed è stato invitato a presentare i suoi libri. Ha ricevuto numerosissimi premi, fra cui il  Brendan Kennelly/Sunday Tribune Poetry Award. Per More Lives Than One, che ha avuto grande eco anche negli USA e in Australia, è stato ricevuto personalmente dal Presidente della Repubblica Irlandese.

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Sir William Wilde

POESIE PER WILDE

Da What Our Shoes Say About Us (Salmon Poetry 2014)

 

 1 SIR WILLIAM WILDE A MOYTURA HOUSE

            (Cong, Contea di Mayo, 1865)

I

Eccolo lì,

a correre veloce sulle strade col suo phaeton elegante

dalle grandi ruote dipinte,

le redini di canapa come fosse un patito delle corse.

 

Mi chiedo che lo conduca mai

ogni giorno ai vecchi forti delle fate.[1]

A valutare a misurare a passi, a sradicare  rocce

che stanno lì dai tempi di Noè.

 

Non è propizio  questo modo di fare,

il Piccolo Popolo mantiene il riserbo sui  propri segreti.

Una notte, per via,  incontrerà la nera megera,

ne sentirà il respiro gelido sul collo.

 

Si dice che abbia preso le ossa di un gigante

dal tumulo di pietre di Ballykine,

le abbia chiuse dentro una valigia

e se le sia portate via.

 

Non ne verrà nulla di buono,

la cosa è più che certa,

e se la maledizione non cadrà su di lui

ricadrà sopra i suoi discendenti.

 

Certo che un uomo di tale intelligenza,

che gira il vasto mondo,

dovrà sapere quale sventura

si sta attirando sopra la testa.

 

II

 Ho sentito le armate dei Firbolg[2] ieri notte

attraversare i campi verso ovest

per affrontare i Danann morti da lungo tempo.

Si sono viste le forme spettrali

turbinare fra i vapori che salgono dal Corrib.

Gli Annali certo avevano ragione.

È questo il luogo dove le loro ossa di guerrieri

riposano sotto i tumuli di pietre.

Tutto va registrato, e tutto reso noto.

III

Vengo diffamato a Dublino,

dove i cantanti di strada sbeffeggiano il mio nome:

Cercherò di dirti se hai voglia di sentire

Come l’oculista a Molly Travers gli occhi ha saputo aprire.

 

Naturalmente è pazza,

non le crede nessuno

ma tutti fanno pettegolezzi.

Alla fine un quarto di penny è quanto ha avuto per gli inconvenienti.

Io ho cercato di ignorarla, oh sì!

Due volte la signora infernale è andata a Liverpool

ma è tornata pretendendo di più,

strepitando per tutta la città.

Gli avvocati si son riempiti le tasche,

farabutti, ma che sia almeno finita.

Ho pensato di trovar pace qui nell’ovest

dove per strada almeno i contadini mi salutano.

Certo della faccenda qualcosa hanno sentito.

La settimana prossima verrà la mia Signora moglie

e presto anche i ragazzi arriveranno

da scuola per l’estate.

Ah i ragazzi! Quanto amano Moytura.

Tutti i loro insegnanti ne tessono le lodi.

Nutro grandi speranze,

grandi speranze davvero.

2 PIÙ DI UNA VITA[3]

 I

Guardatelo scendere dalla carrozza,

risplendente nel lungo mantello

con il colletto di velluto nero

ed il garofano verde all’occhiello.

Freme il teatro invaso dai profumi,

lo straordinario ingegno.

Autore! Autore!

Il puro genio di quest’uomo.

II

Ammanettato, la divisa da detenuto a righe,

attende a Clapham Junction

il treno per Reading

sul marciapiede scoperto coi carcerieri

sotto la grigia pioggia di novembre

in mezzo al trambusto del meriggio.

Estranei puntano il dito a quell’uomo grottesco,

afflitto ed umiliato,

poi qualcuno lo chiama per nome.

Si raduna una folla che lo irride.

Lui china la testa quasi rasata,

con la spalla si netta uno sputo sulla guancia.

Ogni giorno per un intero anno

a quella stessa ora piange

e per lo stesso lasso di tempo.

III

A Napoli c’è un giardino solitario

dove gli afflitti trovano sollievo

quando il fardello si fa troppo gravoso.

In una notte senza stelle un uomo ringobbito

entrò in quel luogo  d’ombre

e sedette da solo in gran disperazione.

Udì come un fruscio,

poi cose apparvero quasi nubi di nebbia.

Capì che erano gli spiriti irrequieti

di coloro che erano ormai andati

ma non avevano trovato pace. Lasciò il parco

e arrancò sul colle ad affrontare un altro giorno.

3 “IN TUTTO IL MIO GIARDINO NON C’È UNA ROSA ROSSA!”

L’usignolo e la rosa – Oscar Wilde

Impossibile il sonno

dietro la ‘parete gocciolante’,

egli volge la mente

ai grandi monti viola

fra cui sorgeva il casino di caccia

sulla riva di un lago circondato di giunchi

pieno di carpe malinconiche sempre immobili

se non destate da antiche canzoni

e sussurrii dei locali barcaioli.

Emerge dalle nebbie un verde colle del Connemara,

scanalato di lazybed[4], resti dei giorni della carestia.

Tomba di un gigante egoista che rifiutò ogni condivisione.

Sente la voce di sua madre

che legge Eschilo camminando su e giù

nel loro palazzo di Dublino nella piazza elegante

con i suoi bei giardini protetti e ben serrati

dietro inferriate dalla punta aguzza.

Solo chi ha la chiave può entrarvi.

Poi finalmente l’alba  striscia su Reading

dove persino i denti di leone si rifiutano di mostrare la faccia.

Ah, da che piccole cose dipende la felicità!!

 

 

4 WILDE A BERNEVAL-SUR-MER[5]

 

Dopo il canto,

le fragole,

l’ultima alzata di bicchiere

prende la lampada e sale

alla soffitta del suo tormento,

si toglie la maschera da Errante.

Nello specchio, un volto disgustoso,

orrendo, dev’essere distrutto.

Ma prima un discorso di commiato,

su come ognuno uccide ciò che ama[6].

Per lo spettrale Melmoth[7], a cui ha rubato il nome,

non un rapido colpo di pugnale,

la sua sarà una ferita più lenta,

mentre arranca sui boulevard,

ma nondimeno una morte sicura.

5 L’ULTIMO ASSENZIO DI OSCAR WILDE

 

Guardate come arriva,

a passo strascicato dall’albergo di Dupoirier

come chi si trascina i bracci di una croce.

Gli inglesi dicono sia un mostro,

un orco dagli strani desideri,

quanto poco ne sanno in Inghilterra.

Il più generoso degli uomini,

per lo meno quando ha le tasche piene.

Si dice abbia bevuto col Principe di Galles.

Gli piace sedersi qui di pomeriggio

a sorseggiare assenzio, lontano dai boulevard

dove, quando lui entra, se ne vanno.

Che vita di spine.

Nel mio caffè è sempre il benvenuto.

Ah! Monsieur Melmoth, bonsoir…

[1] In inglese fairy-forts. Così sono chiamate in Irlanda quelle antiche costruzioni circolari di pietre a secco, antiche di decine di secoli. Secondo la tradizione, si crede infatti che siano rifugio e abitazione degli esseri fatati e che non sia consigliabile entrarvi o avvicinarvisi. (N.d.T.)

[2] Mitico popolo che invase l’Irlanda, sconfiggendo i mostruosi Fomori. Secondo il Leabhar Gabhála Éireann, (il Libro delle conquiste d’Irlanda) in seguito essi vennero sconfitti nell’epica Prima battaglia di Mag Tuired, (Moytura) presso il lago Corrib,  dalla stirpe divina dei Tuatha Dé Danann che, successivamente, all’arrivo dei Milesi, i Celti d’Irlanda, si resero invisibili ad occhio umano. (N.d.T.)

[3] Il titolo è tratto da un verso della Ballata del carcere di Reading: “For he who lives more lives than one/ more deaths than one must die”. “Poiché chi vive più di una vita/ più di una morte poi dovrà morire”. (N.d.T.)

[4] Il lazybed , letteralmente “fondo pigro”, è una tecnica molto arcaica di coltivazione, secondo cui si scavano con un  particolare badile dei solchi di terreno in linee parallele, formando con la terra scavata delle strisce di terreno  rialzate, alternate a solchi. Molto diffusa in Irlanda per la coltivazione delle patate, fino alla Grande Carestia del 1845.52. (N.d.T.)

[5] O. Wilde vi andò subito dopo la sua scarcerazione e qui scrisse The Ballad of Reading Gaol. (N.d.T.)

[6] Yet each man kills the thing he loves, è un verso della Ballata. (N.d.T.)

[7] Melmoth l’Errante è un famosissimo romanzo gotico di Charles Robert Maturin, prozio di O.Wilde. Durante il suo esilio in Francia, Wilde ne assunse il nome. (N.d.T.)

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THE WILDE POEMS

  1. Sir William Wilde at Moytura House

(Cong, Co Mayo 1865)

I

There he goes,

galloping the roads in his fancy phaeton

with the big painted wheels,

hemp rope for reins as if he was a turf-man.

 

What takes him every day

to the old fairy-forts I wonder?

Measuring and stepping, uprooting rocks

that have stood here since Noah.

 

There’s no luck in that carry-on,

the ‘little people’ like to hold their secrets close.

He will meet the black hag some night on the road,

feel her cold breath on his neck.

 

They say he took the bones of a giant

from the rock-pile at Ballykine,

packed them into a travelling bag

and away with him.

 

Nothing good will come of it,

that’s for certain sure,

and if the curse does not land on him

it will light on those who will come after.

 

Surely a smart man the likes of him,

out in the broad world,

must know the misfortune

he is drawing down around his shoulders.

 

II

I heard the Firbolg host last night

as they passed westward through the fields

to face the long-dead Dannans.

Their spirit-shapes were seen

swirling in the mists off the Corrib.

The annals surely have it right.

This is the place where their warrior bones

have been resting under the piled cairns.

All must be recorded, all must be made known.

III

I am vilified in Dublin

where the street-singers mock my name:

If you will listen to tell I will try

How the oculist opened Moll Travers’s eye.

She’s mad of course,

no one believes her,

but every tongue wagging.

A farthing she got in the end for her troubles.

I tried to wash my hands of her, oh yes!

Twice the infernal lady went to Liverpool

but returned, demanding more,

ranting through the city.

The lawyers have stuffed their pockets,

the rogues, but let that be an end to it.

I thought to find peace here in the West

where at least the peasants salute me on the road.

Surely they have heard something of the case.

My Lady wife arrives next week

and the boys will soon be down

from school for the summer.

Ah, the boys! How they love Moytura.

The teachers all sing their praises.

I have high hopes,

high hopes indeed.

  1. More Lives Than One

I

See him step from the hansom,

resplendent in his long coat

with its black velvet collar

and green carnation buttonhole.

The scented theatre is throbbing,

the dazzling wit.

Author! Author!

The sheer genius of the man.

II

Handcuffed and in convict stripes,

he waits at Clapham Junction

for the Reading train

on the open platform with his prison guards

in grey November drizzle

amid the afternoon bustle.

.

Strangers point at the grotesque,

humbled and distressed,

then someone calls his name.

A jeering mob gathers.

He bows a close-cropped head,

with his shoulder wipes spittle from his cheek.

Every day for one full year

he weeps at that same hour

and for the exact same space of time.

 

III

In Naples there is a lonely garden

where the burdened find release

when their load becomes too weighty.

One starless night a stooping man

came to that shady place

to sit alone in his great despair.

He heard a rustling noise,

then misty, cloud-like things appeared.

He knew they were the restless spirits

of those who had gone before

but had found no peace. He left the park

and trudged the hill to face another day

  1. ‘No Red Rose In All My Garden!’

‘The Nightingale and The Rose’- Oscar Wilde

 

Sleep an impossibility

behind the ‘dripping wall’,

he takes his mind away

to the great purple mountains

where their hunting lodge stood

on the edge of a rushy lake

full of melancholy carp that never moved

unless roused by ancient songs

and local boatmen’s whisperings.

A green Connemara hillock climbs from the mists,

ribbed with lazybeds from famine days.

The grave of a selfish giant who refused to share.

He hears his mother’s voice

reading Aeschylus as she paces the floor

in their Dublin mansion on the genteel Square

with its beautiful gardens safely locked

behind spiked railings.

Only those with the key may enter.

Then dawn at last creeps over Reading

where even the dandelions refuse to show their faces.

Ah, on what little things does happiness depend!

 

  1. Wilde At Berneval-Sur-Mer

After the singing,

the strawberries,

the last raised glass

he takes the lamp and climbs

to the attic room of his misery,

removes his Wanderer’s mask.

In the mirror, a loathsome face,

hideous, it must be destroyed.

But first a valediction,

how each man kills the thing he loves.

For ghostly Melmoth, whose name he has stolen,

no swift dagger-slash,

his will be a slower wounding,

shambling through the boulevards,

but certain death nonetheless.

  1. Oscar Wilde’s Last Absinthe

Look how he comes,

shuffling from Dupoirier’s place

like a man dragging the spars of his cross.

The English say he is a monster,

an ogre of strange desires,

how little they know in England.

The most generous of men,

at least when his pockets are full.

They say he drank with the Prince of Wales.

He likes to sit here in the afternoon

sipping his absinthe, away from the boulevards

where they leave when he enters.

What a life of thorns.

He is welcome in my café anytime.

Ah! Monsieur Melmoth, bonsoir…

 

 

 

(C) 2015 by Francesca Diano per l’Introduzione e la traduzione. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

James Harpur – un moderno neoplatonico, di Francesca Diano

James Harpur ((c) Le#293E83

 

Pubblico qui l’introduzione alla mia monografia di James Harpur, (Introduzione e antologia di traduzioni) pubblicata sul N°304 di Poesia Crocetti Editore, Maggio 2015.  

F.D.

 

In un primo momento abbaglia, poi stordisce, poi oscura, poi consola. Infine illumina, seppur di una flebile luce, la tenebra in cui ti ha fatto penetrare. È quanto si prova nel leggere la parola di James Harpur e il suo inglese corrusco.

Un lungo percorso di ricerca escatologica, tanto personale quanto collettiva, il suo, che emerge chiarissimo dalle sue stesse parole. “Sono giunto alla poesia solo negli anni dell’università. D’un tratto mi sono trovato ad obbedire a un impulso sotterraneo e decisi che la poesia era un’impresa nobile e un mezzo per esplorare le fondamentali questioni spirituali, quali l’esistenza di un Dio, se la vita abbia un senso, cosa c’è dopo la morte, ecc. questioni che nella mia vita sono sempre state una forza centrale e propulsiva. Forse tutti quegli uomini di chiesa nel mio DNA… La poesia mi apparve una missione, il mezzo che mi avrebbe permesso di penetrare l’escatologia della vita o, almeno, di venire a patti con i miei rapporti personali, con i grandi temi dell’esistenza. Da questo punto di vista, per me scrivere era ed è tuttora un’attività sacra, quasi quanto la meditazione e la preghiera.” [1]

Non sono molti, oggi, i poeti che vedono nella poesia un’attività che li collega al divino, così com’era alle sue origini. Ma Harpur è un poeta delle origini. Un Urdichter, si potrebbe dire, poiché la sua poesia attinge proprio a quel magma originario da cui la Parola emerge come lògos, come portatrice di tutti i significati possibili e, allo stesso tempo, come potenza ordinatrice dell’universo. Che separa, distingue, nomina e ordina.

Che questa sia la funzione che Harpur le attribuisce è forse sommamente evidente nel lungo poemetto Voices of the Book of Kells, (Voci del Libro di Kells) esplorazione della genesi di questo prodigioso Evangeliario miniato, dell’animo degli anonimi monaci irlandesi che lo miniarono e, allo stesso tempo, della genesi dell’arte. In quella sfera misteriosa della creazione, che è anche lotta costante fra la materia e lo spirito.

Nato in Inghilterra nel 1956, da padre irlandese e madre inglese, di antiche ascendenze anglonormanne, Harpur tiene a spiegare che il significato originario del suo cognome, documentato già nel XII secolo, è arpista, dunque poeta. Lo fu sicuramente un suo antenato. Ma discende anche da una tradizione familiare di uomini di chiesa, Church of Ireland, come lo fu suo nonno e altri prima di lui. Tuttavia Harpur ha scelto un’altra strada.  In lui si sono fuse l’anima dell’arpista medievale e quella del mistico. Perché Harpur è un cantore del Sacro. Nel senso più ampio del termine.

La sua prima raccolta organica, A Vision of Comets, (Anvil Press) è del 1993 e raccoglie buona parte dei testi poetici scritti durante il suo soggiorno a Creta, dove ha vissuto per un anno insegnando inglese. L’isola egea gli fa esplodere dentro una potenza poetica e visionaria che diventerà negli anni la sua voce originale, e la poesia che dà titolo alla raccolta ne è riconoscimento e accoglimento.

Le raccolte successive, The Monk’s Dream, 1996 Oracle Bones, 2001 The Dark Age, 2007, Angels and Harvesters, 2012, tutte edite da Anvil Press, insieme a The Gospel of Joseph of Arimathea, (Iona Books) 2007 e Voices of the Book of Kells, 2012, confermano la natura esplorativa di questa ricerca, attraverso i due elementi che raccolgono e  alimentano la poesia di Harpur: la luce e la tenebra, che non solo non le è opposta, ma le è complemento speculare ed essenziale.

Uno degli aspetti più profondi e significativi della mentalità celtica è la fascinazione per tutto ciò che è passaggio, trasformazione, per il liminale, per quello spazio e quel tempo che si insinuano fra il momento in cui tutto finisce e quello in cui tutto inizia di nuovo, secondo un tempo ciclico, per quello iato abissale che si apre sul mistero che irrompe fra il “non più” e il “non ancora”. Il non casuale twilight di Yeats.  Questo spazio incommensurabile, temibile nel quale si inoltra il pensiero del mistico e dell’artista.

È questo spazio che Harpur esplora. Perché per lui il faticoso e misterioso processo creativo è simile a quello della ricerca spirituale. Lo afferma più volte lui stesso. Un’avventurosa, travagliata esplorazione come uomo e come artista, non immune dal dolore, che tanto somiglia al fortunoso viaggio di Brendano, cui del resto Harpur dedica in The Dark Age un testo qui presentato.

Come dice Adam Zagajevski, “nella poesia si mette ciò che non si sa”. Ma il non sapere richiede che solidi siano i supporti da cui muovere. Per non perdersi nelle fauci del nulla. Il percorso che Harpur si è scelto quindi, chiede strumenti adatti. La sua formazione classica (conosce perfettamente il greco e il latino e gli autori della classicità, di cui ha fatto alcune traduzioni) lo spinge ad esplorare le possibilità che la metrica antica, greca soprattutto, offre alla sua lingua. Trimetro giambico, pentametro, distico elegiaco suonano nel suo inglese con lo stesso elegante equilibrio classico dei testi redatti dagli antichi monaci e santi irlandesi che preservarono la cultura antica e la mantennero viva nelle abbazie, nei cenobi e nei monasteri da loro fondati. Ma l’attingere al patrimonio metrico degli antichi non è solo un espediente tecnico, è l’attingere direttamente alla fonte poetica di quella cultura, da cui non si sente affatto separato o lontano.

Tipicamente irlandese è questa fusione armonica – quasi un fluire dell’una nell’altro –  fra l’antica cultura celtica, rutilante di meandri, miti visionari, eroi luminosi anche se sconfitti, percorsi circolari e un cristianesimo coltissimo, esplorativo, costellato di santi anacoreti, misticismo, bizzarria e magia. Una spiritualità in fondo non poi così diversa, nelle sue componenti, da quanto l’ha preceduta in quell’isola.

Ed è infatti questo momento aurorale del cristianesimo, irlandese, ma anche greco e siriaco,  che affascina Harpur.  Non meno del lento estinguersi dell’antica tradizione classica nei suoi epigoni. Si veda la sua traduzione di Boezio dal titolo  The Fortune’s Prisoner, oppure L’augure a riposo, in Ossa oracolari;  non meno del patrimonio mitologico  celtico, che è costantemente presente in sottofondo.

Nell’interazione fra questi due momenti nella storia dell’Occidente, fra il paganesimo e il cristianesimo, fra l’antico e la modernità,  Harpur non legge solo il passaggio fra due epoche, fra due culture, ma un aspetto ben più profondo e inquietante; la lotta, appunto, fra natura e spirito. Come è nel mito di fondazione della conversione irlandese al cristianesimo da parte di San Patrizio, in cui i serpenti che egli scaccia dall’Irlanda, non sono altro che i pericolosi “rettili della mente” di Blake, niente affatto sconfitti.

“Il mio rapporto con la religione, col Cristianesimo e la chiesa è complesso. Mi considero un agnostico rinato, o un ricercatore spirituale. Sono attratto dai mistici di ogni religione e cultura, da Meister Eckhart a Rumi, a Kabir e dal più profondo e radicale maestro spirituale dei tempi moderni che io abbia mai incontrato, J. Krishnamurti. Nutro profonda diffidenza nei riguardi delle strutture religiose istituzionali e delle gerarchie e mi piace il commento di Blake, che, per il culto religioso, un pub sarebbe un luogo migliore di una chiesa”, afferma ancora Harpur nell’intervista già citata.

Fra quelle che Harpur definisce “questioni che nella mia vita sono state forza centrale e propulsiva”, non di secondaria importanza è il problema del fato, il chiedersi se un destino segnato esista, se lo si possa cambiare. È sicuramente centrale in The Monk’s Dream, raccolta pubblicata nel 1996, successivamente alla morte del padre. La poesia che dà il titolo alla raccolta si riferisce alle sospette circostanze della morte del poco amato re Guglielmo II (1056- 1100) in un incidente di caccia. Pare che un anonimo monaco avesse sognato la fine del re e l’avesse fatto avvertire, ma questo non cambiò il fato che lo attendeva. La sezione centrale di questa raccolta è dedicata interamente alla malattia, alla morte e ai funerali del padre di Harpur ed è una lunga meditatio mortis, ma anche una profonda riflessione sul destino finale di ogni vita. E ancora ritorna, come questione aperta, in Ossa oracolari, dove l’eroe nazionale Cuchulainn, protagonista del ciclo mitologico dell’Ulster, sfida il proprio destino già segnato, ignorando volutamente i segni premonitori e i tabù che non potrebbe infrangere, andando consapevolmente verso la morte. Morendo da eroe e da uomo libero.

Fondamentale è stata per lui, in età giovanile, la lettura di Jung e la scoperta della sua teoria dell’inconscio collettivo, che gli dischiudono una nuova visione del mito, quale narrazione fondante della psiche. Così Harpur legge, nelle vite dei santi, talvolta bizzarre e sorprendenti, una ricchezza di miti e leggende non meno articolati e variegati di quelli del mondo pagano e classico, tale da tracciare una mappa della psiche umana.

In questa inesausta ricerca della luce del Sacro attraverso la tenebra della psiche, individuale e collettiva, e della storia dell’uomo, Harpur conversa con i santi e i mistici e gli asceti pagani e cristiani, talvolta anonimi o immaginari, spesso realmente esistiti, ai quali non di rado dà voce. Con Jakob Böhme, con Giuliano di Norwich, con Richard Rolle, con Marguerite Porete. E, soprattutto, in un poemetto di circa 400 versi, con San Simeone lo Stilita, l’anacoreta la cui vita è una parabola della via negationis  che, non potendo fuggire dal mondo in orizzontale, lo fuggì in verticale, dimorando per trentasette anni su di una colonna alta quindici metri. Negando se stesso, la propria natura, la propria umanità, il mondo, alla ricerca dell’Assoluto. Ma solo per accorgersi poi, che il mondo accorreva a frotte verso di lui, talché sotto la sua colonna, come dice Harpur, si radunava una sorta di permanente Woodstock!

San Simeone, come lo scrittore, come il poeta, ha sete d’isolamento, di solitudine, ma come l’artista creatore, comprende poi di non poter trascendere, di non poter negare il mondo, così come lo comprese Faust.

Sostenute da un virtuosismo linguistico prodigioso, da una perizia tecnica degna di un antico bardo irlandese, tensione, ascensione, sete e cerca sono i punti nevralgici della sua poesia – poesia mistica, religiosa si potrebbe dire, consapevoli che per Harpur un mistico è anche l’artista – che forse ha solo in Gerard Manley Hopkins, seppur in modo e con origine del tutto diversi, un predecessore in lingua inglese. Forse soprattutto nella ricerca di un metro nuovo, di una lingua nuova, capaci di esprimere l’ineffabile, l’invisibile, l’ascesi, ma che nascono dalla consuetudine con l’antico,  ponendosi Harpur volutamente al di fuori delle correnti contemporanee postmoderne, e  tantomeno limitandosi a un chiuso mondo, in cui l’io rimane prigioniero delle cose cui arriva la sua vista fisica. No, il mondo di Harpur è fatto più di visioni, di rivelazioni che dalle cose emanano – della capacità di vedere il miracolo, il mistero,  irrompere nel quotidiano, come nel testo Angeli e mietitori che dà il nome all’ultima raccolta – e non ha confini né di tempo né di luogo. Ė terra incognita, l’oceano sconosciuto su cui si avventuravano Brendano e i suoi monaci alla ricerca dell’Isola dei Beati, incontrando nel corso del viaggio mostri minacciosi e dèmoni. È la sua stessa anima di poeta e di uomo.

L’uso di immagini sorprendenti e inattese, il concatenarsi delle metafore, la fluidificazione del mito, che scorre potente verso di noi con l’ardore bruciante della fiamma ma con veste rinnovata, e della sua potenza visionaria, la profonda conoscenza del patrimonio culturale dell’Irlanda celtica, della cultura classica, della tradizione cristiana, l’uso sottilissimo del linguaggio, fanno di Harpur il più irlandese dei poeti irlandesi. Perché è su queste basi culturali che si è formata l’Irlanda moderna.

Tutta la sua produzione poetica è un unico, ininterrotto dialogo, che fluisce lungo quel costone semi-illuminato che è il passaggio dal mondo antico e pagano alla modernità, e dalla modernità alla contemporaneità.

È una poesia fortemente impregnata di spiritualità dunque, molto nella grande tradizione  poetica bardica irlandese, ma una spiritualità che ha una profondissima connessione con la modernità.

Il travaglio del passaggio da un’epoca a un’altra infatti è l’eco del nostro, le domande  che torturano i suoi asceti, cristiani e pagani, i dubbi che attanagliano i suoi uomini,  i suoi peccatori, i suoi indovini, i suoi monaci, sospesi tra un mondo e un altro, sono i nostri, la fine drammatica  di un’epoca che si avvia incerta verso l’ignoto è la nostra.

 

Francesca Diano

[1] Intervista su Poetry Ireland Review, N° 105 Inverno, 2011/12

 

(C)2015 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA