Giorgio Linguaglossa – Blumenbilder

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Il nostro universo – si legge in alcuni testi sapienziali – è già tutto presente  nella sua estità e non vi è evoluzione se non apparente. Passato, presente, futuro sono categorie, o meglio illusioni, create dall’uomo per dare un senso a quanto in apparenza e in loro assenza, non ne avrebbe. La realtà è come  la pellicola di un film. Noi ne vediamo solo un fotogramma, che è la realtà in cui ci muoviamo. Ma la pellicola di un film contiene già tutta la storia, tutta  contemporaneamente presente, che tuttavia risulta inconoscibile  se se ne considera un unico fotogramma. E’ questa esattamente la percezione che ne abbiamo.

La nostra difficoltà nel vedere “l’intero”, la totalità e la nostra condanna  a doverci affidare all’esperienza – vale a dire all’illusione – è tutta qui.

Due sono gli strumenti che possediamo per superare, o aggirare, questo impasse: l’arte e la percezione del Sacro. Perché sono le due dimensioni in cui l’Essere esiste come Forma, come assoluto. Anzi, l’arte tende al Sacro. Poiché “tutte le arti tendono alla parola e la parola al silenzio.”

In quella sfera il tempo nel suo scorrere eracliteo non esiste e i dormienti si destano. E’ in questo stato dell’essere che davvero “vediamo”.  E qui l’assolutamente discreto coincide con l’assolutamente continuo.

Come dice Carlo Diano: “Unità che risolve le parti e ne eleva l’organicità a totalità, dalla sfera analitica della ragione a quella intuitiva dell’intelletto sfera nella quale esse si compenetrano pur rimanendo se stesse come le idee nel kosmos noetos di Plotino, e fanno ciascuna rispetto all’altra da centro e da limite. Unità che è propria della coscienza e fa del corpo spirito – L’unicità a sua volta risolve in sé lo spazio e fa della cosa un assoluto = l’essere di Parmenide –” (Appunti per Forma ed evento, 1950-51)

In Blumenbilder,Natura morta con fiori ( Introduzione di Andrej Silkin, Passigli 2013) come nel successivo (in ordine compositivo) Paradiso,  Giorgio Linguaglossa non isola il fotogramma, ma lo assolutizza e ne fa un archetipo. Un simbolo del tutto. Che la visione sia quella dell’assolutamente continuo è cosa già presente nella struttura che lega le diverse parti. Ciascun testo inizia con puntini di sospensione e i punti fermi sono, dall’intero testo, completamente banditi. Perché non esiste interruzione  del Discorso.

Il tutto si svolge in uno spazio plotiniano – che mi ha molto ricordato la stanza luminosa in cui giunge alla fine del suo viaggio l’astronauta nel film di Kubrick 2001 Odissea nello spazio. Un luogo che è l’universo intero. Un universo che si ripiega su se stesso. Questo universo è il salone di una  casa, in cui si muove l’elusiva Dama dai capelli purpurei (la porpora imperiale)  e dai multiformi aspetti insieme  ai multiformi aspetti in cui si manifesta il suo compagno/amante. E’, del resto, una Natura morta quella di cui parliamo.

“Sono trascorsi venticinque anni dalla stesura  di queste composizioni. Ora esse sono defunte veramente. Adesso soltanto posso consegnarle ai lettori perché sono parole morte di un autore anch’esso  scomparso tanto tempo fa da rendermelo, oggi, ad un tempo, familiare ed estraneo, irriconoscibile e intimo…”, sono le prime parole di Linguaglossa  che introducono la bella presentazione di Andrej Silkin.

Appunto, parole morte. Come, se non quando tutto si è compiuto, si può mai  attingere a quel luogo misterioso in cui si forma la Parola, poetica e creatrice? Come, se non nell’incommensurabile distanza di un’assenza  è possibile vedere e poi de-scrivere quel che è invisibile nell’immediatezza dell’esperienza, cioè il simbolo?

L’ho detto già altrove, la poesia di Linguaglossa è una poesia aristocratica, molto lontana dalle mode italiane correnti. A differenza di chi crede che per scrivere qualcosa di nuovo oggi si debba infarcire i propri testi di quella koinè ignorante e limitata oltre che becera, pensando che così si suoni dissacranti o “moderni”, ma in realtà ci si mostra solo del tutto digiuni di ogni tecnica o esperienza  di cosa davvero significhi scrivere poesia, questa  è davvero una poesia rivoluzionaria. Per i motivi cui ho accennato, ma anche per la sua estraneità all’Italietta poetante e asservita alle mode.

Perché questo sulfureo Canzoniere, questo poema circolare, che coniuga incredibilmente  D’Annunzio, Bisanzio (non dimentico mai, nemmeno per un istante, che Linguaglossa vi è nato) il simbolismo russo, Aleksandr Blok, un manieroso  700 rivisitato nelle illustrazioni degli anni ’30, il Dark Gothik  e Guido Gozzano, non altro è che uno di quei rari accessi al magma in cui si generano miti e simboli.  Difatti le immagini traboccano con violenza o tenerezza, di colori, di odori, di travolgimenti e fra le trine e le parrucche scorre un rivolo di sangue rappreso. Io non ci vedo affatto un’allegoria della morte, né tanto meno del tramonto, ma un ordinato universo self-contained, autonomo e indipendente.

Il linguaggio è sempre, come altrove in Linguaglossa, potentemente visionario e generatore di visioni. La ricca bizzarria di quelle visioni  può essere resa solo con la scelta di termini obsoleti, preziosi, rari, ed è in questo mosaico di tessere d’oro, di lapislazzuli, di malachite, di pietra di luna, di ambra e sardonica che si consuma un dramma solo apparente. Poiché non può esservi dramma fuori dell’evento. Tutto nasce e s’annulla nel sorriso  della Dama, che apre e conclude, in un eterno ritorno, lo spazio di Blumenbilder

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… non scacciare le figurine della mia insonnia

non lo consente la lingua degli dèi

sul davanzale della finestra sfioriscono le viole

bruciate dal gelo invernale…

il tranquillo terrore

del tuo guardinfante che volteggia leggero

al notturno di Chopin, mi turba…

noi ciechi di ebrezza e dissipazione amiamo

il nitore del passo marziale e l’insonnia,

la corona dei tuoi capelli purpurei lentamente

ondeggia sulle nude spalle come una caravella

con tutte le sue alberature…

non chiedermi la parola che ti possa salvare

in questa notte di pioggia e di tedio regale

assopita sul guanciale del mio feroce sarcasmo

sono assetato di immoralità e immorale

ho indosso il costume screziato del pesce

e mi smarrisco tra le tue squame azzurre

e ti guardo come il piccolo Manuel Osorio De Zuniga

guarda l’infinito dal fondo del ritratto

di Francisco Goya…

la forbice degli anni allontana i tuoi capelli

dai miei occhi vitrei, il tremore si irrigidisce

sul fondale dell’apparenza, sul crinale dell’aria

non chiedermi se in questa notte di ardori,

come i figli di Cheope, narrerò al sovrano,

per tenerlo desto, la storia dello scriba nel

palazzo invernale, del tradimento dell’amata

e della vendetta che ne seguì…

ho indosso l’abito dell’erba

che resiste al vento e alla pioggia…

sotto il gran candeliere delle stelle ci siamo noi

mia amata: arsenici, prussici

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… questa stanza è una rete di immagini…

la porta socchiusa e le finestre

ermeticamente sprangate; i divani,

le consolle hanno una posizione neutrale…

v’è una parentela fra i tendaggi

e i linguaggi della polvere, ragnatela di collisioni

incompiute… i diaframmi delle immagini

riflettono l’indistinzione del mio occhio vitreo…

come per il cieco la notte è già un vedere

così esiste un ecosistema delle immagini,

una cronistoria delle immagini isotopiche

è già esistita…

la nostra angoscia assume la forma

d’un pallone invisibile che ci palleggiamo

con le nostre mani inadatte a dei lavori

servili…

le tue mani così inabili

a impugnare le cesoie del giardiniere…

(C) Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

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Keeners – a poem by Francesca Diano

Image Detail from Gospel of Luke, Book of Kells

From the Book of Kells

 

KEENERS

The woman of tears, that cries from distant darkness

Is your lonely companion – and yet she bears no loneliness.

You dug deeply into the bog of souls

Into the misty eyes of subtle whispers

Crowds of whispers – linked together – shape your path –

Like pebbles thrown into the water.

Wide circles trembling over the skin of time

Delicacy – white skin of singing echoes.

Silence thrust into sound – rings of glowing distress –

Hidden amid the stony route – a single sign –

Cobweb-like trace of hidden gods – now only energies.

Dappled green – dappled brown – intertwined in a cloak

Strips of grey hair set loose to reach the wind.

The ancient mothers knew.

They wore their sorrow like a golden lace

Around their throats and spoke so silently

To the ones who had set on the journey

Reaching for distant shores – across the sea of tears

Beyond reach – beyond space – beyond delusion.

They chose you to give voice to, – you to disclose

Once again secret rites – that they be kept

– trapped into the chalice –

A secret token to the dormant ones.

 

 

(C) 2006 by Francesca Diano RIPRODUZIONE  RISERVATA

Stefano Bellin – Mari e papaveri

 

Poseidone doma i cavalli marini

 

Ho incontrato Stefano Bellin sul filo della poesia di Carlo Diano. E’ stata  una bellissima sorpresa, perché Bellin, pur molto giovane, ha già una lunga  vita alle spalle, fatta di studi di filosofia e di arte, di esperienze all’estero, di scrittura e di poesia. Quando mi ha mandato questi quattro testi ho deciso  di pubblicarli sul mio blog perché ci sento una profonda consonanza con un linguaggio poetico che mi è familiare. Soprattutto è un linguaggio poetico  non scontato e non frequente oggi. Classico nel senso del sostrato culturale da cui nasce, ma non invischiato negli schemi classicisti. Questo lo rende molto contemporaneo, perché traslittera  e filtra un io arcaico in un io contemporaneo.

E’ un linguaggio limpido, asciutto, ma non semplificato. Tutto all’opposto.  Perché i riferimenti sono complessi, le antere delle sue parole si spingono lontano e si intrecciano. Originale perché rifiuta la poesia modaiola  e standardizzata che tanto piace oggi in Italia.

Ci sono mari viventi e fiori senzienti in queste poesie. In dialogo costante  con un apeiron periechon che perde la sua minacciosità ma non il suo mistero.

 

Stefano Bellin (Vicenza, 1985) si è laureato in Filosofia all’Università di Padova con una tesi sulle ‘Teorie e pratiche della molteplicità’. Dopo aver lavorato al Museo d’Arte Contemporanea di Barcellona (MACBA) si è e trasferito a Londra per fare un master in Teoria dell’Arte Contemporanea alla Goldsmiths University. Nel 2011 ha cominciato a collaborare con l’organizzazione culturale Land in Focus e nel 2012 ha cominciato un dottorato in Letteratura Comparata al University College London. La sua ricerca si intitola ‘The Shame of Being a Man: Literature and the Outside’ e si concentra su Primo Levi ed altri autori contemporanei.

 

 

*§*§*§*§*§*§*§*§*

Ci son tempeste,

guglie di mare

che l’umana corteccia

in arido gorgo

schiantano

Ma essa,

non roccia

non gentil sughero

che danza

sulla leggera spuma

come sperduto navio

alla scure luna

si frange

E ancora

le tenaci spoglie

tra cicale e salsedine

in sanguinoso grembo

si fan meriggio:

Nuova tremula ventura

Vecchia impavida paura.

 

*

 

POSIDONE

 

O nume,

ricco di pesci,

dimmi, perché mi tormenti?

Un occhio vale tanti pianti?

 

Come, ungendo gli scogli,

flutti e riflutti

Come il destino dei pesci

tutti in banco

e insieme unico argento

Come la sabbia risponde al vento

così,

lo sai,

è la mi vita.

 

Lasciami dunque

respirare il sole

e amare il vento.

Ondeggiando nei flutti

solo cerco di aggrapparmi

a un solido tronco d’olivo.

 

*

 

SENTIERI

 

Sdraiato

il cielo negli occhi

mi son perso.

Come?

Il cielo non ha sentieri?

 

Le fronde schivavano il vento

mi son girato

e non ti ho visto più.

Sarà questo il freddo?

 

Quattro piedi vennero da laggiù

ora ritornano

in due.

Soli, oltre il pianto,

si guardano:

sono tutto e sono nulla.

 

 *

 

LA LEGGE

 

Compagni,

la guerra

è finita!

. disse un fiore

sopravvissuto

quando la macchina

tacque

nel campo.

Ma un onirico

bambino

saltellando

interrogava

il caso e la vita:

Rosso o bianco?

Finalmente

nudo

il papavero

si vergognò

del suo segreto.

 

(C) 2013 by Stefano Bellin  RIPRODUZIONE RISERVATA

PCR Per colpa ricevuta. Il Male secondo Barbara Codogno

P.C.R. Per Colpa Ricevuta. Due favole per adulti. Barbara Codogno, Cleuo Editore, Collana Vicoli

 

 

Sì può quantificare la malvagità umana? Si può abitare anche solo per un istante l’abisso di un cuore nero per condividerne l’alito soffocante e narrarlo? Così, credo, abbia fatto Barbara Codogno, in questo suo ultimo libro, PCR, Per colpa ricevuta. Due favole per adulti  (Cleup Editore, 2012.) Perché favole? E perché per adulti? Le fiabe sono un patrimonio tramandato oralmente per trasmettere una saggezza antica e, soprattutto,  delle “istruzioni” per affrontare i difficili percorsi della vita umana. Popolate di esseri fantastici, di elementi magici, raccontano l’invisibile che alita sull’uomo. Le favole invece, che hanno in genere per protagonisti animali  antropoformizzati o oggetti inanimati, hanno origine più recente, spesso un autore e possiedono una morale. Raramente il loro obiettivo è un pubblico infantile.

Dunque la scelta che Barbara Codogno ha fatto, di specificare che le sue sono favole, ha un senso ben preciso. Non solo esiste una morale in questi racconti (racconti morali, dunque) ma io vedrei un rovesciamento dei ruoli, poiché qui non di animali dai comportamenti umani si tratta, ma di esseri umani dal comportamento animale. Nel senso che il motore delle azioni  è l’istinto; un puro istinto – in questo caso malvagio – scevro da ogni scrupolo morale. Se l’azione nata da un impulso istintuale è, nel mondo degli animali, neutra poiché non pone alternative, un identico comportamento non è neutro nell’uomo, perché l’uomo possiede la libera scelta. Può decidere di agire secondo il bene o secondo il male. Ecco, nelle favole di Codogno, molti dei personaggi rifiutano la scelta. Agiscono in base a un istinto oscuro. Ciò che li domina è l’oscurità. Ciò che li domina è la colpa.

Il titolo, Per colpa ricevuta, ha un senso profondo. Quello biblico: le colpe dei padri ricadono sui figli.  Una maledizione distruttiva, che serpeggia lungo le generazioni finché non è lavata e riscattata da una vittima sacrificale.  La malvagità, l’avidità, l’ipocrisia, l’odio, sono non solo i sentimenti che Codogno addita, ma prima motori e poi  strumenti di questo lavacro di sangue.

Perché un ragazzo si tolga la vita, questo è il cuore nero del primo racconto, Il tuffo. Perché si debba percorrere un sentiero ingombro di cadaveri e costellato di omicidi a sangue freddo è il cuore nero del secondo racconto,  La tara.

Nonostante i due lunghi racconti siano lontani fra loro nel tempo e nello spazio (il primo in una Londra quasi contemporanea e il secondo nella Polonia e nella Vienna del ‘600 (assai ben documentate storicamente) in realtà luoghi e tempi sono di contorno. Il luogo è uno solo: il cuore dell’uomo e le sue  oscurità e il tempo non conta. C’è un che di melvilliano nel tema.

Entrambi i racconti terminano con queste stesse parole: “Prese a cullarlo e a baciarlo. ‘Andiamo via, te lo prometto, andiamo via!’ gli ripeteva. E finalmente, in quel momento, (nome del protagonista) sentì che per la prima volta amava. Davvero”

Questo identico finale parrebbe rassicurante. La favola si conclude con un lieto fine. La pace è scesa in quei cuori. Eppure non è così. Perché quei cuori hanno perso l’innocenza. La colpa ricevuta, frutto delle azioni di altri e ricaduta sui loro discendenti, ha distrutto, lacerato, avvelenato e i danni sono irreversibili. Quell’amore, quell’aver imparato ad amare davvero, che parrebbe essere tranquillizzante messaggio sulla possibilità di riscatto. Ma è davvero così?

Barbara Codogno non fa sconti. Ed è giusto che non li faccia. V’è un’indicibilità del male. Quello che lei non dice nel corso della sua bellissima scrittura sapiente è il respiro ustionante della malvagità umana. Non ce leo dice direttamente, ma ce ne fa avvertire tutto l’orrore.

Francesca Diano

(C) 2013 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA