Sul passaggio e sul passare: l’anno che verrà

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Ingresso di una tomba a camera sulla collina di Tara, Irlanda
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Nel 1906 Arnold Van Gennep pubblicò Les rites de passage (I riti di passaggio), un’opera grandemente innovativa per gli studi etnografici e folklorici e fondamentale anche per i successivi studi di Joseph Campbell e Victor Turner. Il concetto di “passaggio”, di transizione, legato al rito che lo segna, lo celebra, lo facilita e lo individua, si riassume nel termine “liminalità”. Ricordo le bellissime lezioni di folklore che seguivo all’università di Cork del grande Gearóid Ó Crualaioch proprio sul concetto di liminalità e su quali e quante implicazioni esso avesse.
Secondo Van Gennep i riti di passaggio hanno una struttura tripartita e universale, che esiste in ogni tempo e in ogni cultura:
1) riti preliminali – riti di separazione – E’ la fase della morte metaforica, in cui si abbandona forzatamente qualcosa di sé o della propria vita.Individuale o collettiva, a seconda dello scopo per cui si intenda il rito.
2) riti liminali – riti di transizione – E’ la fase della cancellazione, della rimozione di ogni limite o vincolo col passato. L’enorme potenza distruttiva di questi riti, la loro potenziale pericolosità in una fase ancora incerta, di terra di nessuno, sospesa fra tempo e non-tempo, ma appunto per questo trasformativa, richiede che essi avvengano secondo una rigida codificazione e sequenza, sotto la guida di un’autorità preposta. Questo stadio è appunto quello del “varcare una soglia che segna il confine fra due fasi”. Un momento sospeso, una terra incognita, il cui attraversamento va compiuto con estrema cautela. Poiché qui le regole e le convenzioni, le stesse leggi naturali, sono sospese. E’ di fatto quello iato abissale che si apre fra la fine di un ciclo e l’inizio di un nuovo ciclo, al di fuori dello spazio e del tempo.
3) riti postliminali – riti di incorporazione. E’ la fase in cui l’iniziato viene reincorporato nella società con una nuova identità e un nuovo status.
Questa struttura tripartita è presente in ogni momento di passaggio, sia esso la morte, l’ingresso nella società degli adulti, la fine e l’inizio di un ciclo naturale. Direi persino quello di ogni fase importante della nostra vita.
Secondo il nostro calendario, questa notte termina un ciclo e ne inizia un altro. Si conclude un anno solare, un anno della nostra vita e della nostra esperienza. Poiché il tempo di cui facciamo esperienza è scandito con precisione da stagioni e culture, ma non abbastanza da non lasciare delle fissurazioni da cui irrompe l’infinito e il numinoso.
Non prendo mai sottogamba il valore dei simboli e dei riti, e la cancellazione consapevole di limiti e blocchi che ci hanno caratterizzato nel passato può essere un buon modo per celebrarlo. Lasciando spazio al nuovo, morendo e rinascendo. Non significa cancellare il passato, che ci fa ciò che siamo, ma conservarne la memoria come costruzione del Sé e liberarci dai pesi inutili che lo destrutturano.
Ognuno sa come fare. Ma varcare quella soglia, simbolica di molte altre soglie, è un momento solenne.
(C)2015 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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Francesca Diano – Comete

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COMETE

A Saffo  a Emily D.  a Sylvia P. ad Anne S.

 

 Illusione è veleno sottile

stilema dell’anima – sorriso alla notte

che il buio stupisce e scolora.

Il cromo emana luce e le biacche

riflettono in mille bagliori

un sole andato in frantumi.

Terre di Siena assorbono come ramarri

impazziti i tentennamenti dell’Es –

Stelle congiunte si danno la mano

nel cosmo e silenzi – silenzi

si tingono d’acqua.

 

Le poetesse – sole come comete –

volvono versi stilati col sangue

– ghiaccio fuso –

Saldiamo col fuoco le sillabe

ustioni d’aceto e catrame

illuse cerchiamo risposte – illuse parliamo

sole – a noi stesse –

un monologo quieto

come la quieta follia di Ofelia

 

1985

 

(C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA