In Sardegna con Grazia Deledda. Un viaggio con Rossana Dedola

Risultato immagini per in sardegna con grazia deledda

Per chi, come me, la Sardegna la conosce solo grazie ai libri o alle immagini, questo libro, edito di recente da Perrone Editore, si rivela un preziosissimo strumento per entrare nel paesaggio, nello spirito e soprattutto nella scrittura di Grazia Deledda, che della Sardegna e del suo spirito è stata il bardo donna. La sua autrice, Rossana Dedola, anche lei sarda, scrittrice, saggista ed esperta psicologa junghiana, ma soprattutto profondissima conoscitrice della Deledda, cui ha già dedicato una ricchissima e affascinante biografia, Grazia Deledda. I luoghi, gli amori, le opere, Avagliano Editore, ci prende per mano e ci accompagna lungo un doppio viaggio, fisico e letterario, nei luoghi che fanno da sfondo ai romanzi della scrittrice sarda.

Potremmo definirlo un “viaggio sentimentale”, o un travelogue, ma è anche molto di più, perché esplora due territori che si fondono in un’unica dimensione archetipica: l’uno è visivo e fisico, l’altro letterario. E questa fusione avviene passo dopo passo, paesaggio dopo paesaggio, incontro dopo incontro, citazione dopo citazione, fino a che ci rendiamo conto che i luoghi e i paesaggi che Deledda descrive e Dedola ripercorre nel corso di diversi viaggi e di diverse stagioni sono anche proiezione della mappa interiore non solo dei suoi personaggi, ma di lei stessa.

Come ben si sa, nonostante Grazia Deledda sia stata l’unica donna italiana ad aver ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura, invece di essere celebrata come tale con orgoglio nazionale, è ancora incredibilmente relegata in un ruolo quasi secondario, quasi fosse un’autrice di nicchia. Prova ne sia lo spazio esiguo, se non inesistente, che trova ancora oggi nelle antologie scolastiche, dove decine di pagine sono dedicate a Svevo, Montale, Ungaretti (assai meno all’altro Nobel, Quasimodo), o il fatto che ancora esistano rancorosi critici (maschi), i quali riecheggiano i rabbiosi giudizi di alcuni suoi contemporanei, dettati dall’invidia o dall’assoluta incapacità di comprendere una scrittura originale, diversa da tutte le altre, che oltretutto vorrebbero etichettare con ismi del tutto fuori luogo. Perché sì, diciamolo pure, Deledda è stata ed è un unicum nella nostra letteratura. E tale rimane, perché non può avere seguaci. Perché? E’ presto detto: la sua è una scrittura che io ho definito nuragica, vale a dire possente, robusta, arcaica, coesa, nutrita di mito, primordiale e figlia di un tempo al di fuori del tempo. La sua è una terra del mito, anche se narra di personaggi e situazioni a lei contemporanei.

Risultato immagini per grazia deledda

Il mondo che descrive non è così diverso da quello omerico, medesime le leggi, così come figure tragiche sono i suoi personaggi, i quali si muovono in una dimensione arcaica e precristiana. Ed è forse per questo muoversi in quello che è il tempo e lo spazio del mito, pur calato nella contemporaneità, per questa sua unicità, che la sua scrittura non è facilmente comprensibile. Non lo è perché mostra costantemente un mondo che precede il conflitto tra cultura e natura, in un paese come l’Italia, dove questo conflitto s’è radicato da secoli. Nei suoi romanzi tutto è natura, al punto che non v’è differenza sostanziale fra rocce, vegetazione, animali, uomini, acque, esseri magici, creature invisibili, cosmo. Tutto è fatto della medesima sostanza, tutto obbedisce alle medesime leggi primordiali.

E’ proprio questo che Rossana Dedola ha messo in luce, mentre ci guida lungo strade assolate, paesini calcinati dal sole, sentieri velati di pioggia, distese di erbe e fiori dai profumi stordenti, monti e colline e grotte, venti, feste, e soprattutto, fino alla visione del mare, che apre il libro, dal punto esatto in cui Deledda lo vide per la prima volta. Così Rossana Dedola compie quello che in realtà è un pellegrinaggio alla fonte del Sacro, il vero respiro che alita sulla scrittura della Deledda.

Questa dimensione sacrale emerge in particolare in alcuni momenti di questo libro. Quando si parla delle tradizioni, così forti ancora, che rivelano il permanere di una memoria antichissima, quando Dedola trascrive brani di meravigliose lamentazioni funebri, in realtà esempi altissimi di poesia, che le prefiche recitavano per celebrare e facilitare il passaggio verso un’altra dimensione, quando ci mostra la bellezza delle statuine arcaiche che indicano un culto radicato della Grande Dea Madre.

Ogni tratto di strada, ogni scorcio di paesaggio è accompagnato dai brani dei romanzi che fanno da contrappunto letterario alla visione dei luoghi deleddiani e la profonda capacità di identificazione della Dedola con lo spirito naturale dei luoghi, non meno che quel suo sapersi immergere con sapienza nelle pieghe più profonde della scrittura della Deledda rendono questo viaggio un percorso interiore affascinante.

Il paesaggio in letteratura è sempre uno specchio assai preciso della mappa interiore dell’autore, non meno che una sua proiezione, perché la scelta di quel paesaggio, di quello scorcio, di quello sfondo dell’azione sono sempre e comunque scelte precise di paesaggi e percorsi interiori. Ritagliano uno spazio all’interno dell’infinito spazio e ne fanno una geografia universale. Ma la Sardegna, un’isola assai più isolata in sé delle altre isole mediterranee, per molti motivi, ha conservato qualcosa che altrove s’è perso, la connessione con una dimensione primordiale. Poiché nulla del genere è rimasto così intatto in Italia nei millenni e poiché è questa la dimensione che la scrittura della Deledda esplora – e che lei ben conosceva – libera da condizionamenti e influssi estranei, la sua scrittura rimane un unicum, ed è ancora poco compresa. Nuragica, come dicevo, ma capace di vedere nella sua terra quella dimensione materna, creatrice, uterina, che è propria dei luoghi dove le fonti sacre sono manifestazioni della Dea, dove le donne sono maghe e dee della casa e possiedono il potere di dare la vita e la morte. Dove sono le traghettatrici verso l’Oltre.

La Deledda ha narrato per tutta la vita quella Sardegna, che la permeava e la invadeva anche quando se ne era poi fisicamente distaccata. Come fanno gli esuli, che si portano dentro l’immagine e la voce della patria intatta per tutta la vita, avvolta in un’aura luminosa e mitica.

Credo che una simile analisi della scrittura della Deledda quale quella che Rossana Dedola ci regala, con grandi doti di scrittrice lei stessa e di finissima osservatrice, non fosse mai stata fatta. Dunque, chi vorrà davvero trovare una chiave d’accesso alla scrittura della Deledda, non potrà fare a meno di lasciarsi guidare per mano dall’autrice.

Risultato immagini per rossana dedola

FRANCESCA DIANO

(C)2021 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Lettera ad Astolfo Malinverno, figlio di Domenico Dara

Caro Astolfo,

a malincuore ti ho appena salutato e già mi manchi, e come avviene quando qualcuno ci manca, desideriamo mantenere un colloquio, fosse pure un dialogo fra quella parte di noi che l’altro si è portato con sé e noi stessi, sicuri che le nostre parole giungeranno in chissà quale modo alla creatura cui le indirizziamo, a colmare quell’assenza. La tua non è stata certo quello che si dice una vita fortunata, serena, lineare, ché tu pure, come il piccolo Edgar Poe ti sei trovato da bambino ad abbracciare nel letto la mamma morta, così come non lineare è il tuo passo, nonostante la zoppìa non ti abbia mai impedito di percorrere le strade della tua Timpamara, o le distanze fra la “tua” biblioteca e il “tuo” cimitero – ché tali oramai erano divenuti. Quella zoppìa che non ti ha mai permesso di dimenticare di essere la parte sopravvissuta di un’originaria unità gemellare, a tal punto introiettata, da farti capire più di tanti altri il senso della morte e la vita che la morte contiene e celebra. Ma hai avuto una grande fortuna, quella di avere, oltre ai due genitori biologici, per padre un grande scrittore e per madre la Letteratura. Perché è stato grazie a loro che tu hai avuto voce in questo mondo. E come ci sarebbe mancata la tua voce se non te l’avessero donata.

La tua voce… chissà come suona. Te lo ricordi, certo, come Domenico, a un certo punto, irrompa con grazia naturale nel tuo racconto, intrecci la sua voce alla tua, ne rovesci totalmente la prospettiva – quasi come un cameo in un film, la firma dell’autore alla maniera di Hitchcock – e si chieda quale voce abbiano i personaggi letterari. Te lo ricordi, certo, perché in quel momento tu e lui diventaste la stessa, medesima creatura, la stessa, medesima voce.

Che voce hanno i personaggi della letteratura? Con quale voce Amleto rievocava l’omicidio del padre, con quale Francesca parlava di Paolo a Dante, con quale Faust pronunciava a Mefistofele dell’attimo Sei così bello! Fermati!? Com’era il timbro di Raskol’nikov, di Chisciotte e Sancho, di re Lear, di Orlando?

….. Quella della donna misteriosa fu per sempre la voce di Madame Bovary.

Pensai a quale potesse essere il tono di un personaggio di nome Astolfo Malinverno, che faceva il guardiano del cimitero, che s’era innamorato della foto di una lapide e un giorno trovava quella donna di fronte a sé e mi sforzai di riprodurlo: “Ma non è stata solo la tristezza a farmi fermare qui”.

E giustamente, nell’iniziare a narrare la tua storia, hai voluto stabilire con precisione assoluta le coordinate esatte del tempo, del luogo e delle circostanze, come già fecero Tristram Shandy e Robinson Crusoe, poiché ogni esistenza è intreccio non casuale di numeri e coincidenze, di ascisse e ordinate, su cui si rappresentano le figure dei nostri destini. Si capisce fin dall’inizio che per te vite perfette e libri perfetti devono possedere un ordine interno che collochi le une e gli altri nell’armonia del grande disegno dell’universo e dia loro un senso.

Hai ragione, sai, quando tu dici: Non nasciamo il giorno in cui vediamo la luce, nell’attimo in cui braccia sconosciute ci trascinano nell’indefinito e indecifrabile corso della storia, ma molto prima, quando il pensiero di noi si è insinuato nella mente ancora libera di uomini e donne, quando il nome d’un essere inesistente appare nell’orizzonte sfumato d’una vita possibile.

E posso confermarti che questo è proprio vero, perché alcuni anni fa, un giorno che Domenico era venuto nella mia città a presentare un tuo fratello maggiore, Appunti di meccanica celeste, quando ancora nessuno di noi non solo ti conosceva, ma nemmeno sospettava della tua futura esistenza, mi disse che stava pensando alla storia di un bibliotecario che era anche guardiano di un cimitero. Stava pensando proprio a te! Tu già abitavi i suoi pensieri. Chissà se ti aveva già battezzato con il nome del valoroso Paladino di Carlo Magno, che a cavallo del suo Ippogrifo e l’aiuto di San Giovanni, giunse su su fino alla luna a cercare il senno perduto del Campione Orlando. Il tuo amatissimo Orlando. O chissà se questo tuo nome gli si è venuto plasmando dentro mano mano che la tua natura gli si disvelava e prendeva forma dentro la sua mente e il suo cuore.

Si dice che nel nome sia il destino, e nel tuo di sicuro fu quella sorte che ti ha condotto ad avere natura lunare e notturna, solitaria e sognatrice, coraggiosa, anche, nell’azione, a tuo modo, ma soprattutto a farti tramite fra i mondi: il mondo degli uomini e quello delle loro storie, il mondo dei vivi e quello dei morti, che poi sono tutti dimensioni liminali, sospese tra un qui e un altrove. Certo, nascere in un paese dove i libri vanno a morire nel maceratoio per farne altra carta e altri libri è cosa singolare, eppure nemmeno lì muoiono, perché i nomi dei loro personaggi e dei loro luoghi poi si travasano in carne viva e i tuoi compaesani sono i Fiodoro, i Prospero, i Mopassàn, gli Eraclito, e le Margherite, le Isotte, le Ofelie… Del resto, per quanto la morte cartacea cerchi di afferrarli, il vento ne disperde spesso i fogli – come le foglie omeriche – che vanno a raccontare agli uomini le loro storie, oppure gli operai della cartiera talvolta se li portano a casa, o ne fanno dono d’amore.

E così, nella tua Timpamara, l’amore per le storie è lo stesso dell’amore per la vita. Ché ogni uomo è una storia e pure i libri che vanno a morire sono come gli esseri umani che vanno a morire, eppure anche quelli seguitano ad avere una voce. E tu ne sai qualcosa, vero Astolfo? Tu l’avevi trovata la tua Emma Bovary, così simile a te, fragile, sognatrice, bellissima e senza nome. Solo una foto su una lapide. L’avevi trovato il tuo mistero da svelare. Così come avevi trovato che talvolta i libri vanno riscritti alla fine, perché un libro perfetto deve concludersi con la morte del protagonista e, se la descrizione della morte non è in armonia con la sua indole e con gli eventi narrati, tu la riscrivevi, in bell’ordine, alla fine del libro, come avvenne per Don Chisciotte ed Emma Bovary, dei quali facesti anche pubblicare il necrologio con l’annuncio della cerimonia funebre. Oh come ti ho amato quando narrasti che avevi dato dignità di sepoltura in un angolino del tuo cimitero ai libri troppo frusti e malandati per essere letti! Perché fra libri e vite non c’è differenza, e si potrebbe scrivere un romanzo intero anche su una vita apparentemente banale. Nulla è banale di quanto è destino.

Tu riscrivevi le morti come tuo fratello maggiore, il Postino, riscriveva le vite. Così simili siete, così necessaria per entrambi quell’armonia che aggiusta, come nell’arte antica del Kintsugi, le piccole fratture dell’universo e le rende materia preziosa. Come sentisti che questo era il tuo destino, di bibliotecario e guardiano del cimitero, previsto dalle leggi di natura, considerato e calcolato, perché è questo che cerchiamo noi uomini: il posto giusto nello scacchiere universale. E non te l’aveva detto del resto Mopassàn, che per tutta la vita aveva studiato le coincidenze numeriche (ah, ancora il Postino e le sue infinite coincidenze!) nelle date di nascita e di morte, che esistono delle simmetrie numeriche, una legge che ci governa,fatta di numeri che decidono vita e morte, un algoritmo perfetto? Perché sì, il tuo racconto è tutto sull’amore e sulla morte, su come l’amore rende vita la morte e l’annulla. Ma non riveliamo troppo di quanto avverrà alla fine della tua storia, dove ogni cosa si compie nell’arco di una perfetta corrispondenza d’armonie. Lasciamo la sorpresa al lettore.

Tu, figlio di una terra grande, bellissima e tormentata, terra di Orfici, che ha generato nei secoli grandi pensatori, filosofi, scrittori, artisti, la cui cifra comune è sempre stata quella del sogno, dell’utopia, della trascendenza, come tuo padre Domenico Dara, custode della memoria degli antichi aedi, tu, a cui la donna che ami disse, “Benedetto il giorno in cui ti ho incontrato, Astolfo Malinverno, custode di libri, guardiano del cimitero, protettore dei vinti“, tu Astolfo, conosci la sottilissima membrana che separa la vita e la morte e la sua inconsistenza quando è l’amore a dissolverla. Tu che non temi la morte, perché sai che la vita acquista valore e significato solo e proprio in grazia della sua presenza, puoi essere buon maestro agli uomini di questo tempo sconsiderato, in cui per il terrore folle della morte fisica si distruggono legami, affetti, speranze, futuro. Tu, che ignorando le miopi leggi scritte dagli uomini, unisti in matrimonio una ragazza al suo promesso sposo defunto anzitempo (così letterario il tema della sposa e della Morte), tu che desti onorata sepoltura ai versi rutilanti di Ciro di Pers, macinandoli in polvere fine e facendone sabbia per una clessidra, come quelle che nei suoi versi cantava, metafora del tempo divoratore di uomini e di mondi, tu Astolfo, che hai fatto della letteratura sostanza vivente, perché tu, fra tutti, sei la prova respirante e parlante che la Letteratura, quando è tale, è materia viva, sangue pulsante, tu rimani in me e in tutti coloro che ascolteranno la tua storia, insieme al Postino, ad Archidemu, a Cuncettina la secca, ad Angeliaddu, a Lulù il pazzo, alla Calabria trasfigurata quale centro di un universo che Domenico Dara sa vedere oltre le apparenze. Quella Calabria cui per sangue e cuore appartengo come figlia di un suo grande figlio e che in te ritrovo intatta.

Francesca Diano

Malinverno di Domenico Dara: Vi porto a Timpamara, dove abita Madame Bovary

(C) 2020 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Cillín. Un racconto irlandese

Fairy fort at the summit. Related in lore to the Potato Famine. - Picture  of The Hill of Maeve, Tuam - Tripadvisor
Nella foto il sito dove è stato recentemente ritrovato uno dei tanti Cillìnì

Chi, chi vorrà ascoltare la mia storia?

Chi vorrà lasciare che il soffio delle mie parole gli giunga fin dentro l’anima? Chi vorrà comprendere e condividere il mio strazio, ormai sostanza di cui sono fatte la mia carne e le mie ossa, e i capelli e la pelle? Null’altro che questo io sono.

Nulla io sono, se non la storia del mio smarrimento. Tutto è nebbia in questo regno silenzioso che attraverso senza posa, in cerca del mio cuore.

C’è un luogo, da qualche parte, dove giace il mio bambino. Dove? Dove?

Vago la notte, come una falena, su prati, colline, foreste, laghi, isole, corsi d’acqua, sopra cimiteri e rocce affioranti, paludi e torbiere, lungo la riva del mare e sopra le onde che s’infrangono contro gli scogli. Vago alla ricerca di un segno, un indizio che mi possa rivelare la sua presenza.

         Talvolta la luce della luna illumina il mio percorso, talvolta tutto è tenebra. Sfioro l’erba, la terra, nella speranza di avvertire qualcosa. Forse il suo stesso richiamo.

Mi dissero che era morto e non potei nemmeno posare il mio sguardo su di lui.

<<È un maschio. È morto>>, fu tutto quello che mi comunicò la suora che mi assisteva. I dolori del parto non furono nulla di fronte alla disperazione che provai quando me lo disse. Era stata molto più loquace quando, mentre urlavo di dolore, mi sussurrava nell’orecchio che era la giusta punizione per il mio peccato. Che quello era il giusto pagamento per due minuti di piacere. Ne era valsa la pena?

         Con l’ultima, disperata spinta, me lo sentii sgusciare fuori, caldo, appiccicoso, con una meravigliosa sensazione di liberazione e sollievo, eppure colma di felicità per aver fatto qualcosa di grandioso – almeno quello nella mia esistenza – aver dato alla luce una vita, aver creato qualcosa che era parte di me eppure distinto da me. Mi parve un mistero immenso e insondabile, che io stessa, con la mia carne e il mio sangue, avessi generato un essere che era una creatura in sé compiuta.

Ma furono brevi istanti. Quella vita già era preda della morte.

Mi strapparono quel corpicino e non ne ebbi più notizia. Chiesi, implorai che me lo facessero vedere, tenere anche solo un istante, ma fu inutile.

<<È meglio per te>>, mi disse la suora.

Mi sentii morta con lui.

         Gli diedi un nome. Un piccolo nome, come lui: Sean. Un suono dolce come un sospiro, come il respiro che mai esalò. Era il nome del mio nonno materno.

Dopo tre giorni mi fecero tornare a lavorare, ma non avevo forze. Non più, nulla a cui guardare. Nulla in cui sperare.

La “casa del pianto” la chiamavamo. Così l’avevamo battezzata, perché non altro che pianto racchiudevano le sue mura. Silenzioso molto spesso. Il più amaro. Il più crudele.

A guardarla dall’esterno non lo si sarebbe detto. Era un bell’edificio imponente, con due colonne all’ingresso e un grandissimo atrio, al cui centro era uno scalone quasi maestoso. Tutto era tirato a lucido, tutto risplendente, non una briciola di polvere o una macchia. Ma quel lindore, come avrei poi capito, era solo una facciata, frutto di una crudeltà disumana. Della mancanza di carità.

Un sepolcro imbiancato, come disse Nostro Signore Gesù di scribi e farisei, “simili a sepolcri imbiancati: all’esterno son belli a vedersi… ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume”. Poiché era anche una casa della morte.

Io venivo da un piccolo villaggio e non avevo mai visto edifici simili, a parte la chiesa. Perciò, quando arrivai, con la mia vergogna in grembo, come mi dissero, pensai che in quel luogo avrei potuto trascorrere gli ultimi mesi della mia gravidanza in serenità e partorire il mio bambino come si dovrebbe, per un nuovo inizio. Lui mi avrebbe dato la forza di lottare, di bastare a noi due, di rifarmi una vita degna di questo nome.

Ma come mi sbagliavo…

Noi, ragazze perdute, povere e marchiate dall’infamia di aver praticato il sesso fuori dal sacro vincolo del matrimonio, dovevamo ripagarci la carità che ci veniva offerta nell’accoglierci, sia prima del parto, sia dopo, e al nostro bambino se viveva e le suore dicevano che dovevano mantenerci per almeno un anno. Pagavamo pulendo, lustrando e lucidando, lavando e cucinando, facendo infiniti bucati, che ci bruciavano le mani, per privati e ospedali, stirando e spaccando la legna, curando l’orto, e molto altro. Che fossimo incinte o puerpere. Per nove, dieci ore al giorno a romperci la schiena come bestie. Senza tregua, senza respiro, se non le interruzioni per l’allattamento. Anche quelle di noi che avevano perso i figli dovevano fare da balia ai piccoli di chi non aveva latte o era morta di parto. Erano i soli momenti in cui lasciavano vedere i figli alle madri.

Ma le suore non dicevano mai di chi fossero figli. Nemmeno se venivano supplicate piangendo. La loro indifferenza al pianto era gelida e dura come la terra di un cimitero in inverno. La loro perfidia era estrema. Le povere infelici non sapevano quale fosse il loro bambino o la loro bambina. Eppure, nella loro infelicità, erano più fortunate di quelle come me. Noi sapevamo che il frutto della nostra carne se l’era portato via la morte. Solo il latte che ancora produceva il nostro seno ce lo ricordava crudelmente e rinnovava il dolore.

Ogni volta che una di noi si attaccava al petto un neonato, sapendo di averlo partorito vivo, si chiedeva se fosse carne della sua carne, o se fosse un estraneo, eppure lo nutriva con lo stesso amore che avrebbe avuto per il proprio.

Per il resto del tempo venivano separati. Perché, così ci dicevano le suore, non ci affezionassimo troppo, dato che avremmo dovuto lasciarli lì.

Tale era ritenuta l’enormità della nostra vergogna, da doverci punire dimenticando la carità che insegna Nostro Signore. E loro, che si proclamavano Sue serve, sembravano conoscere solo superbia e disprezzo. Loro erano le vergini del Signore, le spose di Cristo. Noi soltanto delle sgualdrine.

Quando il tempo dell’allattamento finiva, la separazione diventava definitiva. Strappati come piantine dalla terra madre. A quelle i cui figli erano sopravvissuti, veniva fatta firmare una carta senza dare nemmeno il tempo di leggere cosa fosse. 

A distanza di un anno dal parto venivamo buttate fuori e abbandonate alla nostra sorte, ma eravamo segnate dal marchio dell’infamia. Dei nostri figli mai più nessuna notizia. Era difficile trovare un lavoro, spesso le famiglie non ci volevano indietro e pochi erano disposti a far lavorare chi era stata in quelle case conoscendone la ragione. Così, ad eccezione di poche fortunate, molte finivano per strada a prostituirsi. O peggio.

Eppure erano ricche le suore, a loro non mancava niente. Spesso vedevamo arrivare signore e signori eleganti, che si diceva facessero beneficenza e venivano accolti con dolci e squisitezze che non avevamo mai visto in vita nostra.

E la fame… oh la fame! È un ricordo impossibile da cancellare. Persino ora, nella mia condizione. La minestra acquosa che ci davano e il poco pane non bastavano certo a soddisfarla o a nutrirci.

Il mio pensiero fisso, non mi vergogno a confessarlo, era il cibo; talvolta superava persino lo strazio di aver perso il mio Sean. Arrivai a bere le gocce di latte che mi spremevo dal seno. Il latte che avrei dovuto dare al mio piccolo e che invece davo ai figli delle altre infelici. E allora immaginavo di tenere in braccio Sean, di cullarlo, e parlavo alla piccola creatura che mi porgevano come avrei parlato a lui. Era una magra consolazione, ma me la facevo bastare.

Ma c’era anche l’angoscia che provavo perché il mio piccolino non era stato battezzato. La sofferenza di sapere che non era con gli Angeli del Signore, ma nel Limbo. Me lo immaginavo un luogo grigio, freddo, dove tante piccole anime come la sua vagavano in cerca della mamma, forse piangendo di paura e solitudine… Oh, come avrei voluto essere lì con lui, potergli far sentire il calore del mio amore. E pregavo, pregavo, di poterlo ritrovare un giorno. Ma sapevo che era impossibile, perché io ero stata battezzata e, che fossi finita all’Inferno, in Purgatorio o in Paradiso, comunque sarebbe sempre stato separato da me.

Mio Sean, mio fiorellino dalla corolla schiacciata.

Avessi almeno avuto una tomba su cui poterlo piangere, su cui posare un fiore… ma nessuno mi disse mai dove fosse finito il corpo del mio bambino.

Ero nata in una piccola fattoria del Kerry. Non eravamo poveri, ma non nuotavamo certo nell’abbondanza. In casa eravamo in otto, i nostri genitori, tre fratelli e due sorelle oltre a me. I maschi della famiglia lavoravano tutti nei campi o nell’orto. Avevamo un po’ di terra, sufficiente per il nostro consumo di patate e avena, qualche albero di mele, due vacche, alcune pecore e delle galline. Io ero la maggiore delle sorelle e aiutavo mia madre a prendermene cura, perché lei non era una donna robusta. Ma lo era il suo spirito ed era lei che teneva salda la famiglia. Era la nostra roccia. Poi, quando ebbi undici anni, mia madre morì nel dare alla luce la più piccola.

         Lo ricordo ancora il funerale. Fui io a lavarla e a vestirla. Il pomeriggio iniziò la veglia funebre, che durò fino al mattino seguente. Vennero tutti i vicini, portarono cibo, tabacco, candele e birra. Mia madre era stesa sul tavolo di cucina, con i piedi rivolti verso la porta, vestita con l’abito da sposa, il volto sereno. La vecchia prefica intonò il caoíne, la lamentazione funebre e tutte noi donne levammo in coro il grido del cordoglio dopo ogni strofa. Tutti narrarono le loro storie, tutti tesserono le lodi della mamma, che era stata una donna buona e generosa e aveva sempre aiutato chi aveva bisogno. Io tenevo in braccio la mia sorellina, che dormiva tranquilla. Ora avrei dovuto fare da mamma per tutti.

         Poi la portammo in Chiesa per la Messa funebre e la seppellimmo nel cimitero che guarda il mare. Ricordo ancora il tremendo rumore della terra sul legno della bara. In quel momento sentii che qualcosa mi si spezzava dentro. Il suono sordo di quella rottura si fuse con il rumore delle zolle di terra.

Al dolore devastante per la sua perdita si aggiunse qualcosa che non seppi capire, un’angoscia, come un presagio.

Per Sean non ci fu alcun rumore, nessuna bara. Se non io stessa.

Mio padre non resse allo strazio e cominciò a bere. Non riconoscevamo più l’uomo tranquillo, lavoratore e timorato di Dio in quella povera larva di essere umano, che spesso diventava violento e alzava persino le mani. Dopo pochi anni i miei fratelli emigrarono e io restai sola a badare alla casa, alle mie sorelle e a lui. Dovemmo vendere quel poco di terra e quasi tutti gli animali.

         Così, a sedici anni, decisi di andare a servizio nella cittadina vicina, in casa di un commerciante di birra. Un posto che mi aveva trovato il prete della nostra parrocchia.

         In casa il lavoro era duro e la padrona non molto gentile, ma era lavoro e almeno potevo dare dei soldi in casa. Il padrone però era un uomo gioviale e spesso mi dava qualche scellino di nascosto della moglie. Così mi affezionai a lui, perché mi pareva di aver trovato un secondo padre.

         Ma, una sera che sua moglie era assente perché era andata a trovare dei parenti, salì in camera mia e fece con me delle cose che non riesco nemmeno a nominare. Mi lasciò tramortita. Mi sentivo sporca, colpevole e non riuscivo più ad alzare gli occhi su di lui o su sua moglie. Ma avevo bisogno di lavorare.

         Il mese dopo non ebbi le mie cose e nemmeno i mesi seguenti. Mi sentivo strana, priva di forze, la mattina vomitavo, finché mi si gonfiò la pancia. Allora capii.

         Ma lo capì anche la padrona e, dopo una scenata terribile, mi cacciò di  casa. Non seppe mai chi mi aveva messo incinta.

         Mio padre non mi volle indietro, mi disse che ero la vergogna e la disgrazia della famiglia. Che andassi a fare il mestiere di cui ero degna e che non tornassi mai più. Così il prete mi fece mandare lì, in quella che chiamavano la Casa della Madre e del Bambino. La casa del pianto. La casa della morte.

Non fui più la stessa dopo la perdita del mio bambino. Lavoravo come un automa, non mangiavo quasi più nemmeno il poco cibo che ci davano e quando finì l’anno di soggiorno obbligatorio, le suore mi mandarono via, senza curarsi del mio destino. Come avveniva per tutte noi.

         Girai per le strade della città. Guardavo tutte quelle persone che camminavano, che entravano nei negozi, che si affrettavano a tornare a casa. Alla loro casa, alla loro famiglia. Chi parlava e rideva con qualche amico o conoscente, chi era assorto nei propri pensieri, chi si fermava davanti a una vetrina o entrava in un locale.

         E allora pensai a che mistero sono gli esseri umani, che mistero è la nostra vita. Tutte quelle persone vivevano, immerse nelle loro faccende, e pensavano, soffrivano, amavano, lavoravano, sognavano, si incrociavano, eppure tutte loro sarebbero svanite come ombre. Le strade che percorrevano, le case che abitavano sarebbero rimaste vuote di loro. Le abitudini quotidiane, i gesti ripetuti giorno dopo giorno, tutto sarebbe scomparso senza lasciare traccia. Come era stato per milioni di esseri umani nel tempo. Come già era per me. Avevo ancora un corpo, ma era invisibile, già un’ombra nel mondo.

         Tutto mi parve privo di senso, se non il dolore atroce della mia perdita. La sola realtà era il vuoto di Sean, un abisso che risucchiava ogni altra cosa.

La sera stessa andai sulla scogliera e mi buttai giù, nel ventre del mare, perché mi accogliesse, pregando Gesù e la Santa Vergine che mi facessero la grazia di riunirmi al mio Sean. Perché forse il mio gesto, nato dalla disperazione, mi sarebbe stato perdonato per intercessione della Vergine, che conosceva il dolore della morte di un figlio e, non potendo l’Inferno, o il Purgatorio, o il Paradiso accogliermi, sarei approdata al Limbo, accanto al mio Sean.

         E invece vago ancora sulla terra, a cercare il suo corpicino.

Lo cerco, lo cercherò fino alla fine dei tempi. So che quando lo troverò saremo infine riuniti e in pace. E da allora non faccio che vagare come una falena su prati, colline, foreste, laghi, isole, corsi d’acqua, sopra cimiteri e rocce affioranti, paludi e torbiere, lungo la riva del mare e sopra le onde che s’infrangono contro gli scogli. Vago alla ricerca di un segno, un indizio che mi possa rivelare la presenza del suo piccolo corpo che qualche punto della terra accoglie nel suo abbraccio ghiacciato e silenzioso.

So che mi aspetta.

*

Cillín (pl. Cillíní), in gaelico “piccolo cimitero” o “cimitero dei piccoli”, era il nome che in Irlanda si dava ad aree di terreno non consacrato in cui venivano sepolti in forma del tutto anonima i corpicini di bambini nati morti, o morti poco dopo la nascita e non battezzati, in base al credo cattolico che vietava la sepoltura in terreno consacrato di chi non aveva ricevuto il battesimo. I Cillíní, tenuti segreti e non individuabili, spesso si trovavano appena all’esterno di cimiteri, vicino al mare o a corsi d’acqua, oppure nei pressi di luoghi che si consideravano dominio degli esseri fatati, come circoli di pietre, menhir o dolmen ecc. Luoghi comunque liminali, e per questo in qualche modo appartenenti alla sfera del sacro.  Questo avvenne per secoli, in una contaminazione fra folklore e credo cattolico.

Dagli inizi del ‘900 però, e soprattutto quando, con la nascita della Repubblica d’Irlanda, furono istituite le Mother and Child Homes, strutture per l’accoglienza di ragazze madri, rette da diversi ordini di suore e facenti capo alla Chiesa Cattolica Irlandese, la pratica divenne molto più sinistra. In quelle strutture infatti, le ragazze venivano nutrite poco e male e pesantemente sfruttate per lavori gravosi, a guisa di schiave, così come i bambini, che soffrivano di malnutrizione. In queste condizioni, moltissimi furono i bimbi nati morti e quelli che morirono entro poco tempo per le pessime condizioni in cui erano costretti a vivere. In alcune di esse, negli anni Trenta e Quaranta la percentuale di mortalità infantile entro il primo anno di vita, fu dell’82%! Di conseguenza, i loro corpi venivano sepolti di nascosto dalle suore in modo anonimo, in luoghi segreti e non consacrati, senza funerale, lapide, o nome. Persino gettati in pozzi neri in disuso, come di recente è stato scoperto nell’Irlanda del Nord. Proprio perché si diceva che questi bambini, nati morti e dunque non battezzati, sarebbero andati al Limbo, divennero noti come Limbo babies.

Mentre le madri venivano mandate via dopo un anno dal parto senza più rivedere i loro figli, i bambini che sopravvivevano venivano trattenuti e, dopo quattro o cinque anni, le suore li davano in adozione, ma di fatto venivano venduti, procurando un notevole reddito alle istituzioni religiose, oppure mandati nelle Industrial Schools, in teoria scuole di avviamento al lavoro, ma in effetti delle case correzionali, dove subivano spesso abusi e violenze. Queste pratiche atroci proseguirono fino agli anni Settanta del secolo scorso, ma le ultime Mother and Child Homes vennero chiuse solo negli anni Novanta.

In anni recenti, grazie al lavoro di alcuni antropologi e archeologi forensi, sono stati scoperti numerosi cillíní, con molte migliaia di corpicini e molti ancora, si teme, se ne scopriranno, poiché i cillíní erano diffusissimi in tutta l’Irlanda. In base alle testimonianze di persone che ricordano di essere state in quelle istituzioni o che sono figli e figlie di ragazze madri che vi finirono, negli ultimi anni è esploso un grande scandalo che ha coinvolto stato e Chiesa ed è stata avviata un’inchiesta che non si è ancora conclusa, anche perché le istituzioni tendono a secretare il più possibile testimonianze e documenti, come è avvenuto definitivamente per le terribili Magdalene Laundries. Tuttavia la Chiesa Cattolica d’Irlanda e il Primo Ministro irlandese hanno chiesto pubblicamente perdono per queste vicende. Per quel che vale.  

FRANCESCA DIANO

(C)2020 by FRANCESCA DIANO RIPRODUZIONE RISERVATA

Louise Glück e la catarsi tragica. Cinque poesie tradotte da Francesca Diano.

Chi è Louise Glück, Premio Nobel Letteratura 2020 | Donne Magazine

Sono davvero felice che il Nobel sia andato a questa grandissima poetessa americana. Davvero grande, per la profondità della sua opera, per la limpidezza (non semplicità, quella è solo apparente) del linguaggio, un mare di cristallo sotto cui respira un’anima potente, per la sensibilità con cui affronta temi universali e difficili, per la grande familiarità che ha col mito classico, che in lei rivive e fruttifica. Ho letto pareri di vario tipo sulla sua poesia; chi la definisce dura, che non fa sconti, chi la definisce semplice seppur ricca di contenuti, chi definisce la sua lingua diretta, chi ancora antiquata e tradizionalista. Sicuramente qualcosa di questo è in parte vero – a parte la semplicità, che proprio non è nelle sue corde di anima tormentata e cristallina insieme, né nella sua lingua. E non certo l’essere antiquata e tradizionalista. Forse si dimentica che, per fare grande poesia, non c’è bisogno di usare paroloni obsoleti o arcaicizzanti, né di essere oscuri e incomprensibili, come tanti poeti italiani, anche ritenuti grandi suppongono, facendo della poesia un vuoto esercizio autoreferenziale e narcisista, parimenti non è limitandosi a descrivere in modo asettico “la cosa”, invece di pagarla col sangue, o di perdersi in vuoti sperimentalismi fini a se stessi, ma è necessario attingere alla fonte profonda del Sé, come lei fa, elaborare una propria mitologia interiore creatrice del mondo, capace di riscriverlo. E’ questa la differenza fra un grande poeta e un poeta mediocre. Anzi, io trovo che proprio quella sua classicità, quella sua misura aurea della forma, in così grande contrasto con temi estremamente drammatici e forti, sia la sua cifra innovativa.

Direi che, da questo punto di vista, Frammento arcaico sia assolutamente paradigmatico. Pur se il testo affonda le radici in uno dei più dolorosi nodi della sua personalità, quel difficile rapporto con se stessa e con la propria identità, un conflitto sfociato poi nell’anoressia nervosa, che le è costato molti anni di analisi, in particolare il verso – Non puoi odiare la materia e amare la forma – non è solo da intendersi come il rivelare il noto conflitto di chi è affetto da questa malattia, fra il rifiuto del corpo e la sublimazione ossessiva, perfezionista della propria immagine, ma diviene metafora del suo fare poetico. Lo scontro fra pulsioni interiori potenzialmente distruttive e l’aspirazione a dar loro una forma strutturata e unificatrice. Credo sia questo un possibile filtro di lettura per comprendere quella che apparentemente è una forma classica – analogamente alla ricerca di risposte nel nutriente serbatoio del mito – e la materia della sua poesia, che è tragica. Insomma, la tecnica è quella della catarsi tragica, come Carlo Diano insegna, che nasce come incontro fra tèchne alypias, tecnica per la liberazione del dolore, ideata da Antifonte Sofista, e la praemeditatio futurorum malorum dei Cirenaici. Insomma, una forma di meditatio mortis, e in effetti il tema della morte, fisica e simbolica, è uno dei suoi temi ricorrenti. Da questo punto di vista, la poesia della Gluck è una forma di catarsi. E, come tale, travalica la dimensione personale e si fa universale.

Grandissima e famosissima, eppure in Italia sono uscite solo due sue opere, curate da quel raffinato anglista che è Massimo Bacigalupo, ma presso due piccolissimi editori. A dimostrazione che, quando si propone un grande autore straniero alle case editrici italiane, magari premiatissimo e famoso nel resto del mondo, ma da noi sconosciuto, invece di ringraziarti e aprirgli le porte, ti snobbano, proprio con la scusa che a loro è ignoto. Salvo poi scoprire anni dopo che magari ha avuto il Nobel e avrebbero potuto averlo in catalogo per primi.

Io ne conoscevo dei testi, ma non mi sono mai misurata con la traduzione, così, in questa occasione, desidero recarle omaggio con quattro testi da me scelti e tradotti.

F. D.

*********

PAESAGGIO ABORIGENO

Stai pestando tuo padre, disse mia madre,

ed in effetti stavo esattamente al centro

di un tappeto erboso, così curato che avrebbe potuto

essere la tomba di mio padre, pur se non v’era lapide a segnarla.

Stai pestando tuo padre, ripeté,

più forte questa volta, il che mi parve strano,

poiché era morta; l’aveva ammesso anche il medico.

 Mi spostai leggermente di lato, fin dove

finiva mio padre e mia madre iniziava.

Il cimitero era silenzioso. Vento soffiava tra gli alberi;

sentivo un suono flebile di pianto a molte file di distanza,

e, più oltre, il guaito di un cane.

Infine i suoni tacquero. Mi venne in mente

che non ricordavo d’essere stata condotta lì,

in quello che ora pareva un cimitero, benché potesse essere

solo nella mia mente un cimitero; forse era un parco, o se non un parco,

un giardino, o una pergola, profumata, ora notavo, di rose –

douceur de vivre colmava l’aria, la dolcezza del vivere,

come si dice. A un certo punto,

 

mi resi conto d’essere sola.

Dov’erano le altre,

le cugine e mia sorella, Caitlin e Abigail?

 

La luce stava ormai scemando. Dov’era l’auto

che ci aspettava per portarci a casa?

 

Cercai allora qualche alternativa. Avvertii

crescere l’impazienza, direi approssimarsi l’ansia.

Infine, in lontananza, scorsi un trenino,

fermo, sembrava, dietro del fogliame, il controllore

poggiato a una portiera, fumava una sigaretta.

 

Non si scordi di me, gridai mentre correvo

superando molte tombe, molti padri e madri–

 

Non si scordi di me, gridai quando infine lo raggiunsi.

Signora, disse, indicando i binari,

certo si rende conto che questo è il capolinea, i binari non vanno oltre.

Le sue parole erano dure, eppure gli occhi erano gentili;

questo m’incoraggiò a insistere di più.

Ma ritornano indietro, dissi e gli feci notare

la loro robustezza, come ancora avessero in sé molti di quei ritorni.

 

Sa, disse, il nostro è un lavoro difficile: ci confrontiamo

con tanto dolore e delusione.

Mi guardò con crescente franchezza.

Un tempo ero come lei, aggiunse, innamorato dell’agitazione.

 

Allora gli parlai come si parla a un caro amico:

Che le è successo, dissi, poiché era libero di andarsene,

non desidera tornare a casa,

di rivedere la città?

 

È questa la mia casa, disse.

La città – la città è dove io scompaio.   

 

  

Aboriginal Landscape

You’re stepping on your father, my mother said,

and indeed I was standing exactly in the center

of a bed of grass, mown so neatly it could have been

my father’s grave, although there was no stone saying so.

You’re stepping on your father, she repeated,

louder this time, which began to be strange to me,

since she was dead herself; even the doctor had admitted it.

I moved slightly to the side, to where

my father ended and my mother began.

The cemetery was silent. Wind blew through the trees;

I could hear, very faintly, sounds of  weeping several rows away,

and beyond that, a dog wailing.

At length these sounds abated. It crossed my mind

I had no memory of   being driven here,

to what now seemed a cemetery, though it could have been

a cemetery in my mind only; perhaps it was a park, or if not a park,

a garden or bower, perfumed, I now realized, with the scent of roses 

douceur de vivre filling the air, the sweetness of  living,

as the saying goes. At some point,

it occurred to me I was alone.

Where had the others gone,

my cousins and sister, Caitlin and Abigail?

By now the light was fading. Where was the car

waiting to take us home?

I then began seeking for some alternative. I felt

an impatience growing in me, approaching, I would say, anxiety.

Finally, in the distance, I made out a small train,

stopped, it seemed, behind some foliage, the conductor

lingering against a doorframe, smoking a cigarette.

Do not forget me, I cried, running now

over many plots, many mothers and fathers 

Do not forget me, I cried, when at last I reached him.

Madam, he said, pointing to the tracks,

surely you realize this is the end, the tracks do not go further.

His words were harsh, and yet his eyes were kind;

this encouraged me to press my case harder.

But they go back, I said, and I remarked

their sturdiness, as though they had many such returns ahead of them.

You know, he said, our work is difficult: we confront

much sorrow and disappointment.

He gazed at me with increasing frankness.

I was like you once, he added, in love with turbulence.

Now I spoke as to an old friend:

What of  you, I said, since he was free to leave,

have you no wish to go home,

to see the city again?

This is my home, he said.

The city — the city is where I disappear.

Ognissanti

Ancora questo paesaggio si va componendo.

Le colline s’oscurano. I buoi

dormono nel loro giogo azzurro,

i campi sono stati

ripuliti, i fasci

uniformemente legati e accatastati sul bordo della strada

fra le potentille, mentre la luna dentata si leva:

Questa è la brullità

del raccolto o della pestilenza.

E la moglie che si sporge alla finestra

la mano tesa, come a pagare,

e i semi

distinti, d’oro, chiamano

Vieni qui

Vieni qui piccolino

E l’anima striscia fuori dall’albero.   

 

All Hallows

 

Even now this landscape is assembling.

The hills darken. The oxen

sleep in their blue yoke,

the fields having been

picked clean, the sheaves

bound evenly and piled at the roadside

among cinquefoil, as the toothed moon rises:

This is the barrenness

of harvest or pestilence.

And the wife leaning out the window

with her hand extended, as in payment,

and the seeds

distinct, gold, calling

Come here

Come here, little one

And the soul creeps out of the tree.

Frammento arcaico

 

Stavo cercando di amare la materia.

Attaccai un biglietto sullo specchio:

Non puoi odiare la materia e amare la forma.

 

Era una bella giornata, seppur fredda.

Questo, per me, fu un gesto bizzarramente emotivo.

 

……. la tua poesia:

tentai, ma non potei.

 

Attaccai un biglietto sul primo biglietto:

Grida, piangi, colpisciti, stracciati le vesti–   

 

Lista delle cose da amare:

terra, cibo, conchiglie, capelli umani.

 

……. diceva

eccesso di cattivo gusto. Allora

stracciai i biglietti.

AIAIAIAI

gridò lo specchio nudo.

 

Archaic Fragment

I was trying to love matter.

I taped a sign over the mirror:

You cannot hate matter and love form.

It was a beautiful day, though cold.

This was, for me, an extravagantly emotional gesture.

…….your poem:

tried, but could not.

I taped a sign over the first sign:

Cryweep, thrash yourselfrend your garments

List of things to love:

dirt, food, shells, human hair.

.   …… said

tasteless excess. Then I

rent the signs.

AIAIAIAI cried

the naked mirror.

Mito di devozione

 

Quando Ade decise che amava la fanciulla

creò per lei un duplicato della terra,

uguale in tutto, fin nei prati,

ma con l’aggiunta di un letto.

 

Tutto uguale, compresa la luce,

perché sarebbe stato duro per una fanciulla

passare tanto in fretta dalla luce splendente alla totale tenebra.

 

A gradi, pensò, avrebbe inserito la notte,

dapprima come ombre di foglie ondeggianti.

Poi la luna, le stelle. Poi né luna, né stelle.

Che Persefone vi si abitui pian piano.

Alla fine, pensò, lo troverà rassicurante.

Una replica della terra

solo che qui v’era amore.

Non vogliono tutti amore?

 

Attese molti anni,

costruendo un mondo, osservando

Persefone nel prato.

Persefone, che odorava, assaporava.

Se hai un appetito, pensò,

li hai tutti.

 

Forse che ognuno non vuol sentire nella notte

il corpo amato, bussola, stella polare,

ascoltare il quieto respiro che dice

sono vivo, che significa anche

che tu sei viva perché mi ascolti,

sei qui con me. E quando si gira l’uno

anche l’altra si gira–

 

Questo sentiva, il signore delle tenebre

guardando il mondo che aveva

creato per Persefone. Non gli venne mai in mente

che lì non vi sarebbe più stato un odorare,

e certamente non più un mangiare.

 

Senso di colpa? Terrore? Paura dell’amore?

Queste cose non poteva immaginarle;

non le immagina mai nessun amante.

 

Sogna, si chiede come chiamare questo luogo.

Dapprima pensa: Il Nuovo Inferno. Poi: Il Giardino.

Infine, decide di chiamarlo

Fanciullezza di Persefone.

 

Una morbida luce si leva sopra il prato,

dietro il letto. La prende fra le braccia.

Vuole dirle ti amo, nulla ti può ferire

 

ma pensa

che è una bugia, così alla fine dice

sei morta, nulla ti può ferire

che a lui sembra

un inizio più promettente, più vero. 

A Myth of Devotion

 

When Hades decided he loved this girl
he built for her a duplicate of earth,
everything the same, down to the meadow,
but with a bed added.

Everything the same, including sunlight,
because it would be hard on a young girl
to go so quickly from bright light to utter darkness

Gradually, he thought, he’d introduce the night,
first as the shadows of fluttering leaves.
Then moon, then stars. Then no moon, no stars.
Let Persephone get used to it slowly.
In the end, he thought, she’d find it comforting.

A replica of earth
except there was love here.
Doesn’t everyone want love?

He waited many years,
building a world, watching
Persephone in the meadow.
Persephone, a smeller, a taster.
If you have one appetite, he thought,
you have them all.

Doesn’t everyone want to feel in the night
the beloved body, compass, polestar,
to hear the quiet breathing that says
I am alive, that means also
you are alive, because you hear me,
you are here with me. And when one turns,
the other turns—

That’s what he felt, the lord of darkness,
looking at the world he had
constructed for Persephone. It never crossed his mind
that there’d be no more smelling here,
certainly no more eating.

Guilt? Terror? The fear of love?
These things he couldn’t imagine;
no lover ever imagines them.

He dreams, he wonders what to call this place.
First he thinks: The New Hell. Then: The Garden.
In the end, he decides to name it
Persephone’s Girlhood.

A soft light rising above the level meadow,
behind the bed. He takes her in his arms.
He wants to say I love you, nothing can hurt you

but he thinks
this is a lie, so he says in the end
you’re dead, nothing can hurt you
which seems to him
a more promising beginning, more true.

Da Averno, 2006.

Fine d’estate

Dopo che ogni cosa mi fu venuta in mente,

mi venne in mente il vuoto.

V’è un limite

al piacere che ho avuto nella forma –

in questo non sono come te,

non ho sollievo in un altro corpo,

non ho bisogno

di rifugi che mi siano esterni-

Mia povera ispirata

creazione, sei

non altro che distrazione, infine,

mera decurtazione; sei

come me troppo piccola alla fine

per soddisfarmi.

E poi così decisa-

esigi un pagamento

per scomparire,

tutto pagato in qualche luogo della terra,

qualche souvenir, come un tempo fosti

ricompensata per la fatica,

poiché lo scriba lo si paga

con l’argento, il pastore con l’orzo,

benché non sia la terra duratura, né

questi piccoli frammenti di materia-

Se tu aprissi gli occhi

mi vedresti, vedresti

la vacuità del cielo,

che si rispecchia sulla terra, i campi

vuoti di nuovo, senza vita, innevati,

poi luce bianca

non più camuffata da materia.

End of Summer

After all things occurred to me,

the void occurred to me.

There is a limit

to the pleasure I had in form –

I am not like you in this,

I have no release in another body,

I have no need

of shelter outside myself –

My poor inspired

creation, you are

distractions, finally,

mere curtailment; you are

too little like me in the end

to please me.

And so adamant –

you want to be paid off

for your disappearance,

all paid in some part of the earth,

some souvenir, as you were once

rewarded for labor,

the scribe being paid

in silver, the shepherd in barley

although it is not earth

that is lasting, not

these small chips of matter –

If you would open your eyes
you would see me, you would see

the emptiness of heaven

mirrored on earth, the fields

vacant again, lifeless, covered with snow –

then white light

no longer disguised as matter.

.

 Per la traduzione (C)2020 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

La quiete durante la tempesta

Leopold Schulz, 1831. Tempesta sul lago di Tiberiade.

 

 Di tutte le immagini che ci sono venute o che ci sono state scaricate addosso in questi mesi – dolorose, spaventose, terrorizzanti, ipocrite, struggenti, crudeli, grottesche – di tutte, più di qualunque altra, perché così paradigmatica, mi è rimasta incisa negli occhi e nella mente quella di Papa Francesco, il 27 marzo. L’immensa piazza San Pietro vuota, al crepuscolo, sotto un cielo plumbeo, con la pioggia che rendeva lucenti selciato, colonne, marmi. Davanti alla facciata del Maderno, sul sagrato, era stato installato un baldacchino al centro del quale erano collocati una grande poltrona rossa e oro e un microfono. Sulla sinistra, un leggio con il Vangelo e un altro microfono. A un tratto, dal centro della piazza, si vede arrivare il Papa accompagnato da un sacerdote. Francesco appare stanco, invecchiato, cammina zoppicando, curvo sotto la pioggia. Con fatica sale i gradini che lo separano dallo scranno. Tutto è vuoto e assordante silenzio.

  L’evento è eccezionale, come tutto quello che sta succedendo da tempo. La sua portata è storica. Solo in secoli lontani la Chiesa invocava solennemente l’intervento divino per far cessare le terribili epidemie che uccidevano milioni e per cui non v’era cura. Ma in passato si tenevano processioni, preghiere collettive, raduni di fedeli. Oggi tutto avviene nel vuoto circoscritto dal perimetro del colonnato del Bernini, nell’assenza resa ancora più pregnante dalla piccola figura di un uomo vecchio, stanco e traballante. Il Papa pregherà per la fine della pandemia.

Il sacerdote legge un passo del Vangelo di Marco, quello dell’episodio della tempesta (Mc. 4, 35). “Venuta la sera”, così inizia. E poi, Gesù, sereno mentre la barca è sballottata dalle onde e i discepoli temono per la propria vita: “Perché avete paura? Non avete ancora voi fede?”

  Mi colpisce, durante la lunga omelia, che pure in sé sarebbe significativa e toccante se non fosse per il tono con cui viene letta, l’espressione smarrita di Francesco. La voce è flebile, non ha forza, oserei dire che non ha convinzione. Oserei persino dire che il suo aspetto è quello di un uomo vinto. Le sue parole cadono a terra e si confondono con le gocce di pioggia. Nel grigiore.

Il passo testamentario era ed è quanto mai appropriato e adeguato. Ma dov’era la potenza della fede che Gesù invocava, serenamente disteso nel fragile e spoglio guscio di una barchetta? Serenamente, ma con la serenità del forte. Dov’era la sicurezza che il suo Vicario dovrebbe trasmettere e che invece cozzava in tutta la sua tremante fragilità contro le immagini statiche dell’inutile grandiosità degli edifici, contro lo splendore dell’arte, la pompa e il potere mondano che i Papi del passato hanno voluto a dimostrazione del potere della Chiesa? Tutto è dissolto.

La Chiesa non si è nemmeno provata a protestare contro il divieto imposto ai fedeli di seguire una messa, di avere il conforto dello spirito, non meno importante, per coloro che credono, della salute del corpo, ha taciuto sull’orrore barbarico di funerali negati, di salme sottratte alle famiglie senza poter dare loro un ultimo saluto e fatte sparire nella cremazione. Ha taciuto quando un poliziotto ha fatto irruzione armato in una chiesa interrompendo la messa celebrata da un sacerdote – quello sì coraggioso – pur nel totale rispetto delle misure di  sicurezza. Il Papa ha taciuto. La Chiesa ha taciuto. Da sola si è imbavagliata. Ha seguito le regole. Una Chiesa che si è autofondata sulle parole e sugli atti di uno dei maggiori rivoluzionari della storia.

Voglio precisare che, per quanto mi riguarda, la Chiesa non è altro che una struttura di potere rafforzato nei secoli; non mi piace, è ben lontana dalla rivoluzione che il Cristo aveva segnato, non affido il mio sentimento della trascendenza, il mio senso del Sacro, che pure sono profondi, a un’istituzione che ha perpetrato orrori e si è macchiata di terribili crimini nel corso della sua storia. Ma è un simbolo. Lo è comunque. E se riduci un simbolo a vuota forma, ne cancelli ogni significato e non senza danni collaterali.

  Ecco, quell’immagine di Piazza San Pietro incredibilmente, e certo inconsapevolmente, simbolica, mi ha colpita in modo profondo perché è il compendio di tutto ciò che stiamo vivendo, e dell’epoca in cui stiamo vivendo. A che si ricordi, mai nella sua storia, l’uomo si è trovato globalmente privato all’improvviso di tutti i propri diritti, della propria dignità, degli affetti, della socialità in nome del profitto e del potere assoluto di pochi. Le maschere – quelle vere – sono cadute e dietro non c’è che il vuoto.

  Penso alla splendida poesia del grande poeta irlandese James Harpur, Mito modificato in cui si narra di come San Patrizio scacciò i serpenti dall’Irlanda:

La serpe stava immobile, l’essenza

Di generazioni di serpi compressa

In ciascun atomo di nervi e muscoli;

Le verdi spire oleose scintillanti

Con l’asciuttezza del colore a smalto.

Il santo sereno, sangue caldo

Si piegò e versò gocce d’acqua santa

Finché come forcuto spasmo di saetta

La serpe, crocefissa, sputò e risputò fuori

Il vangelo con sibili e veleno,

Vibrando come un fioretto la lingua cieca,

Distaccata la testa dalla coda

Dal peso abnorme di solida carne.

Uscendo dalla pelle, iniziò a tremare,

E poi sfrecciò attraverso le felci

Che crepitarono come pioggia su un’inferriata viva.

Ovunque andasse i serpenti svanivano:

Lui scagliava una croce,

Loro guizzavano in tane di volpe.

Lui schioccava le dita,

Loro sgusciavano fra le crepe di lapidi.

Diceva “Abracadabra”

E loro si scioglievano diventando miraggi.

Ma mentre il santo gettava via i sandali

Le serpi si fecero strada a morsi sottoterra,

E s’incontrarono, e serpe mangiò serpe

Finché un solo serpente, pregno dei propri succhi,

Il dorso incrostato dei colli dell’Irlanda

Ristette immobile.

Ed ora sta in attesa,

S’ingrossa sotto l’esile pelle del Nuovo Testamento,

Attendendo che i santi su San Pietro

Crollino uno ad uno,

Come tante oche ritte in fila al tirassegno.

È bastato un virus, un’entità biologica parassitaria, di cui del resto ancora oggi si sa ben poco – per quanto se ne dica – a far emergere la verità, a sollevare il velo sull’inconsistenza della società che l’Occidente ha costruito e che non ha più anima. Dunque facilmente manipolabile. Una società che somiglia, da molti punti di vista, a un virus. Da alcuni secoli, persa la sua anima, si sta nutrendo ed è cresciuta predando risorse ed esseri umani, approvvigionandosene in terre più ricche in nome del profitto. Per giustificare questa attività predatoria ha creato il mito dell’inferiorità delle creature di cui si è nutrita. Ha violentato la natura, ha dimenticato che l’uomo è parte della natura, senza la quale non esisterebbe. L’immensa hybris con cui ha compiuto tutto questo, ha ridotto l’Occidente e i paesi occidentalizzati a un mero ammasso di mercanti, di merci e di consumatori. Merce essi stessi.

Il mito dello sviluppo economico e tecnologico senza limiti si è sgretolato. Ma come sa bene chiunque si interessi di simboli, spesso se ne mantiene la forma, il guscio, per svuotarlo e sostituirlo con un nuovo significato e farlo accettare in modo apparentemente indolore e fluido. Se la religione in Occidente ha perso il suo vigore, oggi vediamo la scienza e la tecnologia assurte a rango di religione, con i loro sacerdoti, con i loro luoghi di culto, con i loro dogmi, mettendo in discussione i quali si diventa eretici di fronte ai nuovi tribunali di una nuova inquisizione. Proprio questa violenta tacitazione di ogni dissenso rende sospetto il potere cieco e assoluto che la cosiddetta scienza vorrebbe imporre. Quella che oggi viene spacciata per Scienza, ma che della vera scienza, figlia del dubbio e del costante superamento dei risultati raggiunti, che si nutre di ipotesi e di incertezze, di confronti e collaborazione, ha ormai ben poco, essendo stata trasformata in un blocco granitico di assoluti che si spaccia per Verità, scienza non è.

Dimentico del passato, cieco al presente, proiettato verso un futuro virtuale in cui il mostruoso potere economico di pochi assicurerà loro il dominio del globo sulla pelle dei molti che lo alimenteranno passivamente, l’Occidente e i paesi occidentalizzati hanno resecato ogni contatto con la propria cultura e la propria spiritualità. Ma anche con la realtà.

“Se perdi la tua cultura e le tue tradizioni, perdi la tua anima”, ha detto una donna indiana. È la grande illusione. Condannati a vivere nel presente di un’illusoria immobilità della storia, in cui eravamo convinti che tutto potesse rimanere sempre come lo conosciamo, la storia ci si è rovesciata addosso. Soprusi, epidemie, ingiustizie, sfruttamento, ribellioni, annullamento dei diritti umani, oppressione, li abbiamo creduti – ce li hanno fatti credere – lontani da noi, se non nel tempo, certo nello spazio. Non ci riguardavano. Ammaliati da un benessere reale per pochi, ma precario per i molti, ci siamo cullati nell’idea che tutto questo fosse uno stato immutabile delle cose, che oltre 70 anni di pace e crescita economica in Occidente potessero costituire un traguardo da mantenere ad libitum.

Non era così. Quel serpente sotterraneo, nascosto, pregno dei propri succhi di cui parla Harpur, era rimasto in attesa e ora mostra il suo muso sinistro e appuntito.

Persino al passaggio della morte è stata negata la sacralità del rito e degli affetti. Corpi sottratti, ancora vivi, ai parenti, una volta morti, portati di notte a cremare senza che i familiari potessero congedarsene con amore. Ci siamo dimenticati di Antigone, che obbedì alla legge della pietà e non del potere.

Ed è questo quello di cui parlo: la dimenticanza. In nome di una minaccia globale, di un’epidemia, o pandemia come vogliono, anche quell’esile legame che l’Occidente manteneva con le proprie radici culturali, spirituali, etiche, con il proprio passato, che lo teneva saldo in sé stesso, si è dissolto. Tutto s’è sgretolato.

Dalla finestra che si apre sul giardino, vedo una luna quasi piena e orgogliosa del proprio scintillìo. Illumina gli alberi e i tetti silenziosi delle case. Ricordo che, quando ero piccola, mia madre mi aveva insegnato un rito gentile – uno dei rarissimi bei ricordi che mi vengono da lei – che aveva appreso a sua volta dalle contadine delle montagne abruzzesi quando era bambina: l’inchino alla luna. Tenendo in mano una monetina, alla luce della luna piena, si esprime un desiderio e si fanno tre inchini all’astro scintillante. Ora ho scoperto che questo antichissimo rito di adorazione dell’astro ritorna quasi identico anche in molte altre tradizioni folkloriche. È un legame che amo conservare con le mie ave sconosciute.

In questi mesi di arresti domiciliari, il passato torna a farsi sentire con molta forza. Amo il passato, il lontano passato e ho sempre cercato, nella mia vita, radici lontane di chi io sia, non solo e non tanto come persona, ma come essere umano. Dunque i miti, le tradizioni folkloriche, la storia, l’archeologia, le religioni. Ma questo passato, quello che in questo periodo riemerge, è quello dei miei ricordi, degli incontri, delle persone e dei momenti che costituiscono la mia storia. Forse perché sono ormai una donna che un tempo si sarebbe definita anziana, anche se non me ne accorgo, e i ricordi sono le ghiande che per tanti anni ho raccolto come provvista per l’inverno. Non li cerco, si presentano e mi rendono felice. Non sono tutti belli, perché la mia vita è stata una lunga battaglia, ma, come diceva mio figlio quando era ancora fra noi: “Anche i ricordi dolorosi sono belli”.

La memoria di volti, momenti, luoghi, discorsi, paesaggi, che affiora non sollecitata, mi dà un senso di continuità e solidità. Mi fa sentire radicata e forse la psiche, nella sua saggezza, sa che è questo ciò di cui ho bisogno. Di cui tutti abbiamo bisogno. Di sapere chi siamo. Di sentirsi radicati nel caos devastante in cui sono state fatte precipitare le vite degli uomini da gente incapace di gestire quel che sta succedendo, ma molto capace di alimentare terrore e paura per raggiungere i propri scopi.

Così tutti dovremmo, ora più che mai, mantenere saldamente il nostro legame non solo con i nostri ricordi, che ci danno la dimensione di chi noi siamo e ci dicono da dove veniamo, ma con il nostro passato. Perché, nella tradizione antica, Mnemosine aveva due facce: l’una rivolta al passato e l’altra rivolta al futuro. E l’uno non è possibile senza l’altro. Tutti dovremmo, pur sul guscio di noce che è la nostra barchetta sballottata dalle onde della tempesta, rimanere ben saldi in noi stessi e non cedere alla tentazione della paura. E forse, quel sonno cui serenamente il Cristo si lasciava andare durante la tempesta, dovrebbe esserci d’ispirazione. Non è il sonno di chi si rifugia nell’oblio, obnubila la coscienza e si rifiuta di mantenere desta la propria consapevolezza, non è il “sonno della ragione” di Goya, che genera mostri. Un sonno così simile alla morte; no, è il sonno di chi affronta con la forza della serenità e della speranza anche un momento apparentemente drammatico e non si lascia travolgere dalla confusione e dalla disperazione generale. Il sonno sereno di chi non teme, non cede agli inganni della Maya e non ha perduto sé stesso. Non lasciamoci sradicare, non perdiamo la memoria. Non perdiamo noi stessi.

(C) 2020 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

James Harpur. Teti. Una cantata

 

Immagine:Pittore di Damone - Teti e le Nereidi compiangono Achille (560 a.C.).jpg

Teti e le Nereidi piangono Achille. Pittore di Damone, VI sec. a. C. Louvre. 

 

Questo bellissimo testo, che James Harpur mi ha concesso di pubblicare in anteprima mondiale e nella mia traduzione, è una Cantata, che gli è stata commissionata, proprio sul tema di Teti e di Achille, da Nicola LeFanu, grande compositrice, direttrice d’orchestra e accademica inglese di origine irlandese, nota e grandemente apprezzata in tutto il mondo. LeFanu, che tra l’altro ha studiato anche in Italia con Goffredo Petrassi, è autrice di oltre 100 opere, tra cui pezzi per orchestra, gruppi da camera e voce, e sei opere. Ringrazio anche lei per avermi concesso la possibilità di pubblicare il testo tradotto e in inglese, dato che è lei la committente. Si uniscono così, in quest’opera, due grandissime voci internazionali, una poetica e una musicale, della cultura angloirlandese.

L’opera mi tocca particolarmente da vicino per molti motivi, anche personali; la Cantata sarà composta da una delle non moltissime donne compositrici, il tema è quello di una madre che piange il figlio morto, la sostanza e la struttura sono ispirate a un caoìne, una lamentazione funebre irlandese codificata, che in Irlanda ha una tradizione nobile e antichissima, come antichissima è la tradizione del threnos greco, da cui deriva direttamente, e il soggetto è classico.

L’andamento ipnotico e ritmico, che suggerisce la circolarità del tempo – l’eterno ritorno – che è la dimensione in cui Teti esiste, è interrotta dall’aspro ritornello in cui la Dea grida il suo strazio, non tanto divino, quanto umano. Non è solo l’eterno ritorno del tempo, ma l’eterno ritorno del dolore, la condanna che l’immortalità porta con sé. E vorrei dire che, se la morte di un figlio è lo strazio più atroce che una persona – e una madre – possa vivere, un dolore che è difficilmente esprimibile e non passa mai, è il miracolo dell’arte riuscire a dirlo, a comunicarlo con questa intensità e verità anche se non lo si è provato. E’ quanto fa Harpur, che coglie anche quell’aspetto della ciclicità che questo tipo di dolore ha in sé. Chi lo conosce, infatti, sa che anche dopo molti anni riemerge intatto, inaspettato, feroce come nell’istante della perdita.  Non tutto guarisce il tempo.   

Ho cercato di mantenere, nella traduzione, questo ritmo e per quanto possibile, gli effetti sonori-  

Nella Nota premessa da Harpur, sono chiariti  il significato e la struttura della composizione, che, si tenga conto, è una Cantata, dunque prevede una messa in musica. Nicola LeFanu non ha ancora completato la composizione e dunque questa è un’anteprima davvero preziosa. 

Francesca Diano

 

***************************

 

JAMES HARPUR

TETI

Traduzione di Francesca Diano

 

 Lo spettro-falena

(Teti, la dea del mare, piange il figlio Achille)

 

 

Ora non vedi le alghe sulla sabbia,

la via tra le dune lungo cui passeggiavi,

la grotta che si animava di frulli d’ali.

 

Le onde che in un ruggito riverso dalla bocca,

le risucchio in un sibilo tra i denti.

 

Nulla, figlio, mi aveva preparata

alle fiamme delle tue ossa,

all’odore dell’olio che arde,

al pianto corale degli uomini

trasportato dal vento

sulla piana di Troia oscura come il vino.

 

Fin da quei giorni io seppi

che anzitempo tu saresti morto;

oh, come attesi i segni! –

la carcassa di un delfino alla deriva,

il grido improvviso d’un gabbiano

come il balenio d’una freccia.

 

E ora non vedi più le alghe sulla sabbia,

la strada sulle dune lungo cui passeggiavi,

la grotta che si animava di frulli d’ali.

 

Le onde che in un ruggito riverso dalla bocca,

le risucchio in un sibilo tra i denti.

 

Nel mio abbraccio mai nulla muore:

le mie immagini sono simili ai pesci

che incrociano le correnti del mio essere –

io tento di respingerle ogni giorno

ma s’affollano sempre: la tua nascita,

la massa dei tuoi capelli risplendente,

l’acquamarina dei tuoi occhi

ed ora, il tuo spettro-falena

che fiuta l’Ade alla ricerca di sangue.

 

Da tempo ho abbandonato un mondo

vuoto di te, mio Achille,

e tu così giovane, ma morto,

io viva ma mai vecchia,

i ricordi mi incrostano

come cirripedi, anemoni,

i miei occhi fissi in eterno

 

sulle alghe sulla sabbia,

sulla via tra le dune lungo cui passeggiavi,

sulla grotta che si animava di frulli d’ali.

 

Le onde che in un ruggito riverso dalla bocca,

le risucchio in un sibilo tra i denti.

 

NOTA di James Harpur

Teti, la dea del mare, piange la morte del figlio Achille, l’eroe greco che sarebbe stato imortale se non avesse avuto sul tallone quel punto vulnerabile, colpito da una freccia di Paride. Teti è la personificazione del mare e dunque la sua sostanza è legata al ritmo delle maree, dunque il testo cerca di trasmettere questo aspetto attraverso l’uso di una “ripresa” o refrain, più ampia e sciolta rispetto ai versi più brevi e netti del resto della poesia.

Inoltre, Teti è immortale e la ripresa vuole enfatizzare l’eterna continuità della sua esistenza – l’ininterrotto ritmo del respiro, l’andare e venire della vita.

Il cuore del testo è una intensa elegia per il figlio – il dolore crudo di una madre che perde il figlio, ma anche l’idea del proprio tragico fato di essere immortale. L’apparente fortuna di una vita eterna porta con sé la maledizione di dover vivere in eterno con i ricordi; in questo caso, quello di una perdita. Man mano che questo si fa chiaro nel testo – un dolore che mai si sopirà – la ripresa sottolinea, nella ripetizione dei due versi, gli aspetti visivi/sonori non solo del naturale movimento del mare, ma anche dell’innaturale dolore per il lutto e l’ira della dea.

L’immagine per sempre fissa nello sguardo di Teti ( e che mai potrà dimenticare)  è quella della cremazione di Achille – l’odore dell’olio di oliva che brucia, il pianto dei compagni e poi i ricordi di Achille bambino, che contrastano con il suo attuale stato nell’Ade, dove i morti sono larve vaganti e fluttuanti, che hanno necessità di nutrirsi di sangue per assumere aspetto umano. Così Ulisse, nel Libro XI dell’Odissea deve provvedere del sangue per parlare con Achille e Agamennone.

Il testo è dunque costruito secondo uno schema circolare e senza soluzione di continuità, ma anche lineare, a evocare il tempo mortale, nelle terzine e si conclude, ritornando su se stesso in un ciclo ininterrotto che, tuttavia, può essere inteso forse come una ciclica catarsi, seppur temporanea.

 

 

***********************************

 

JAMES HARPUR

THETIS

 

The Moth-Ghost

 

(The sea goddess Thetis mourns her son, Achilles)

 

Now you cannot see the seaweed on the sand,

the path above the dunes where you would stroll,

the cave that came to life with flitting wings.

 

The waves that roll from my mouth in a roar

my teeth suck back with a hiss.

 

Nothing, my son, prepared me

for the flames on your bones,

the scent of burning oil,

the choral wailing of men

that drifted on the wind

across the wine-dark plain of Troy.

 

Throughout those days I knew

you’d die before your time;

and how I waited for the signs! –

the drifting carcass of a dolphin,

a seagull’s sudden cry

like the flash of an arrow.

 

And now you cannot see the seaweed on the sand,

the path above the dunes where you would stroll,

the cave that came to life with flitting wings.

 

The waves that roll from my mouth in a roar

my teeth suck back with a hiss.

 

Nothing dies in my embrace:

my images are like the fish

that cross the currents of my being –

each day I try to shed them,

but still they swarm: your birth,

your shining shock of hair,

the aquamarine of your eyes

and, now, your moth-ghost

sniffing for blood in Hades.

 

I’ve long outgrown a world

without you, dear Achilles,

and you so young, but dead,

and me alive and never old,

memories encrusting me

like barnacles, anemones,

my eyes forever pinned

 

on the seaweed on the sand,

the path above the dunes where you would stroll,

the cave that came to life with flitting wings.

 

The waves that roll from my mouth in a roar

my teeth suck back with a hiss.

 

(C)by James Harpur e per la traduzione by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

James Harpur – Mito modificato. Traduzione di Francesca Diano.

San Patrizio calpesta i demoni. Miniatura 1450 ca. British Library

 

La seguente poesia è parte della raccolta di James Harpur, A Vision of Comets, 1993. Narra la leggenda che San Patrizio abbia scacciato i serpenti dall’Irlanda (che, in effetti, ne è priva), agitando il suo pastorale e trafiggendoli. La leggenda ovviamente adombra la cristianizzazione dell’Irlanda e la messa al bando dell’antica religione druidica, secondo una visione messianica del Male incarnato dal Serpente. Eppure, in questo testo bellissimo, Harpur ci mette in guardia. Il Male non è scomparso dal mondo, si annida persino lì dove non dovrebbe essere, in attesa di colpire quando lo spirito tradisce la sua origine sacra, e forse, dati i tempi, questo suo testo si rivela profetico.

Come per tutte le opere di James Harpur, la traduzione in italiano è mia.

(F. D.)

 

MITO MODIFICATO

 

La serpe stava immobile, l’essenza

Di generazioni di serpi compressa

In ciascun atomo di nervi e muscoli;

Le verdi spire oleose scintillanti

Con l’asciuttezza del colore a smalto.

 

Il santo sereno, sangue caldo

Si piegò e versò gocce d’acqua santa

Finché come forcuto spasmo di saetta

La serpe, crocefissa, sputò e risputò fuori

Il vangelo con sibili e veleno,

Vibrando come un fioretto la lingua cieca,

Distaccata la testa dalla coda

Dal peso abnorme di solida carne.

Uscendo dalla pelle, iniziò a tremare,

E poi sfrecciò attraverso le felci

Che crepitarono come pioggia su un’inferriata viva.

 

Ovunque andasse i serpenti svanivano:

Lui scagliava una croce,

Loro guizzavano in tane di volpe.

Lui schioccava le dita,

Loro sgusciavano fra le crepe di lapidi.

Diceva “Abracadabra”

E loro si scioglievano diventando miraggi.

 

Ma mentre il santo gettava via i sandali

Le serpi si fecero strada a morsi sottoterra,

E s’incontrarono, e serpe mangiò serpe

Finché un solo serpente, pregno dei propri succhi,

Il dorso incrostato dei colli dell’Irlanda

Ristette immobile.

 

Ed ora sta in attesa,

S’ingrossa sotto l’esile pelle del Nuovo Testamento,

Aspettando che i santi su San Pietro

Crollino uno ad uno,

 

Come tante oche ritte in fila al tirassegno.

 

 

REVISED MYTH

 

The snake lay still, the essence

Of snake generations compressed

Into each atom of nerve and muscle;

Its oily green coils glistening

With the dryness of glazed paint.

 

The warm-blooded serene saint

Leant over and let drip drops of holy water

Until like a fork of lightning spasm

The snake, crucified, spat and spat

Back the gospel with hiss and venom,

Its blind tongue flickering foil-like,

Head and tail split from each other

By the great sackweight of solid flesh.

Unpeeling itself, it began to shudder,

Then rocketed through the bracken

That crackled like rain on a live rail.

 

Wherever he went, the snakes vanished:

He lobbed a cross.

They darted into foxholes.

He clicked his fingers,

They slipped between the cracks of gravestones.

He mouthed ‘Abracadabra’,

They melted into their own mirages.

 

But while the saint kicked off his sandals

The snakes chewed their way through thick earth,

And they met, and snake ate snake

Until just one serpent, sweating in its juices,

Its back crusted with the hills of Ireland,

Lay still.

 

And now it lies waiting,

Swelling under the thin skin of the New Testament,

Waiting for the saints on St Peter’s

To drop off, one by one,

 

Like stand-up ducks at a rifle range.

 

(C) James Harpur. Per la traduzione (C) Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Le paure dell’Occidente

Black Iris. Georgia O’Keefee, 1926

L’Occidente ha rimosso il concetto, l’idea stessa della morte. Non lo dico io, ma moltissimi studi di sociologi, psicologi, antropologi, storici del costume ecc. L’ha rimosso perché ne ha paura, ne ha terrore. Ovvio, chi non teme la morte, a parte le anime più evolute, che hanno fatto della spiritualità il loro percorso di vita? A parte chi non vede nella morte una fine, ma un nuovo inizio, o uno stadio di un lungo cammino? Ma, nella psicologia collettiva dell’Occidente moderno, la morte è una fine. E lo è perché si tendono a privilegiare solo gli aspetti materiali della vita: l’efficienza e il benessere del corpo, la giovinezza, che si tenta disperatamente di conservare almeno nell’aspetto, fino ad effetti grotteschi, con mille metodi spesso cruenti, la ricchezza, lo status sociale – indicato dall’esibizione volgare di brand e marchi di lusso, auto costose, stile di vita dispendioso – il successo misurato solo ed esclusivamente dalla disponibilità economica e altro del genere. L’esibizionismo e il narcisismo alimentato in modo parossistico dai social media. La svalutazione dei rapporti umani più profondi e autentici. Molte di queste cose sono il prodotto di esportazione dell’America, dove degli individui si parla non chiamandoli per nome e cognome, ma citando i loro guadagni annuali. He’s a 2.5 million $ man, he’s a 700.000 $ man, ecc. tanto per fare un esempio. Dunque la morte priva di tutto questo (“Il sudario non ha tasche”, ha detto Papa  Francesco, anche se poi s’è scoperto che ha un più che sostanzioso conto bancario personale), priva cioè di tutto quello che, in mancanza di una visione metafisica, in mancanza di una trascendenza, dà un senso alla vita e la rende degna di essere vissuta. Dopo non c’è che il nulla. Mentre si vive in solitudine, anche in mezzo alla folla, anche costantemente “connessi” grazie alle tecnologie con gente che non vediamo e non tocchiamo. E spesso nemmeno conosciamo.

Ma c’è dell’altro. La rimozione di qualcosa che ci fa paura è un meccanismo di difesa ben noto della psiche. Non del tutto efficace sul lungo percorso, ma utile nell’immediato. In una società materialista e che ha eliminato il concetto del Sacro, la morte è oscena, disturbante. Ci ricorda che il nostro tempo è limitato e che non siamo eterni, così come tutti i trastulli forniti dai beni materiali di cui siamo inondati invece vorrebbero farci credere. La cultura, la conoscenza, il coltivare la spiritualità, il guardarsi dentro, il fare i conti con se stessi non sono cose gradite, perché ci mettono in contatto con gli strati più profondi, in cui si annidano appunto le nostre paure. E, se mai ci si rivolge a queste cose, lo si fa spesso in modo passivo, delegando ai media, ai finti santoni e venditori di spiritualità, ai truffatori, ai manipolatori delle coscienze, un lavoro che dovremmo fare noi. Così non siamo più abituati a prenderci cura della nostra anima in modo attivo. Non siamo abituati perché siamo stati accuratamente educati a non farlo. Se lo facessimo, non saremmo più un semplice numero sterminato di consumatori di beni e di prodotti che l’industria del consumismo sforna a ritmi deliranti per mantenere se stessa, ma anche per alimentare i poteri che dominano il mondo. Siamo burattini mossi da fili che rifiutiamo di vedere. Che temiamo di vedere.

Parlo di paure, e volutamente evito di menzionare ciò da cui nasce la psicosi collettiva che sta avvolgendo l’Occidente e i paesi occidentalizzati in questi giorni. Ma, quello cui tutti stiamo assistendo, lo spauracchio di una pandemia, spauracchio che si autoalimenta, e le reazioni inconsulte e talvolta deliranti della gente e dei media, non è che la conferma di quanto s’è detto. All’improvviso l’Occidente si è svegliato e ha scoperto che si può morire!

Ovvio che tutti lo sappiamo, ma un conto è l’idea astratta, un conto vedere città semideserte, scuole, musei, negozi ed esercizi pubblici chiusi, gente isolata in quarantena, personale che si aggira in tute bianche come nei film catastrofici, gente che teme di darsi la mano, ecc. Ascoltare a tamburo battente bollettini terrorizzanti, notizie contraddittorie che generano panico e caos. Sentire che quello che accade è un’emergenza cui l’Occidente, ricco e sfruttatore dei paesi più poveri, non è preparato. E la parola CONTAGIO che viene ripetuta ovunque. All’improvviso ci siamo resi conto che il tranquillo tran tran cui siamo abituati, il sonno delle coscienze cullato da social media, smartphone, TV, viene interrotto da eventi e misure che solo chi ha attraversato gli orrori della II Guerra Mondiale ricorda.  E quelli che lo ricordano sono ormai quasi novantenni.

La morte fa parte della vita, anzi, secondo un’antica visione celtica, è “il punto centrale di una lunga vita”, ma fa parte della vita se ne abbiamo consapevolezza. Rispetto al passato, in Occidente e nei paesi occidentalizzati, l’aspettativa di vita non è mai stata così alta, e quando si muore, raramente si muore in famiglia, ma negli ospedali e nelle cliniche. Nascosti al mondo insomma. La naturalezza della morte, nel proprio letto se malati, circondati dai propri cari, che vedevano nel corso della loro vita morire giovani e anziani e dunque avevano dimestichezza con il distacco, reso amorevole e solenne da riti funebri carichi di significato e bellezza, quella naturalezza è scomparsa.

Non a caso, dunque, le migliaia di morti di questa che è stata classificata come pandemia, in alcune regioni italiane vengono fatte sparire dagli ospedali senza che i familiari possano non solo dare loro l’ultimo saluto, ma nemmeno hanno un funerale e vengono cremati lontano dagli occhi di tutti. Sono solo numeri, snocciolati quotidianamente dai bollettini ufficiali. Numeri… privati della loro individualità, umanità, della loro storia. Numeri…

Dunque, quando, non gradualmente, non dolcemente, ma tutto a un tratto e nel modo più violento, media e potere politico non meno confusi e disorientati quanto tutti gli altri, ci dicono UFFICIALMENTE qualcosa che l’uomo ha sempre saputo, ma  che è stato rimosso da un mondo egoico, da una società malata,  e cioè che siamo mortali, si scatena il panico. Non siamo più preparati, non abbiamo più gli anticorpi dei nostri antenati per affrontare le paure ancestrali che in realtà non sono mai scomparse, perché sono parte integrante dell’identità della nostra specie. Affrontare i rischi del vivere diventa un’emergenza invece che pratica quotidiana.  La fragile superiorità ed evoluzione storica che l’Occidente crede di aver raggiunto, alla fine non è che una sottile pellicola pronta a sfilacciarsi quando la Natura mostra la sua potenza.

E questo ci espone al pericolo di essere manipolati. Dai media, dai poteri politici ed economici che ben conoscono i meccanismi della manipolazione. Perché la paura è lo strumento più potente per manipolare e paralizzare le persone, chiudendole in una gabbia da loro stessi costruita.  Capace di operare una regressione a stadi infantili e primitivi.

Eppure, in tutto questo c’è moltissimo di positivo. Ed è il risveglio della coscienza. Una società in  cui la coscienza sia sopita, in cui viga il pensiero unico, in cui si demandi a qualcun altro – in genere poco raccomandabile – la direzione che ci è necessario prendere,  è una società sofferente, che si nutre di angoscia e di paure.  Il terrore che attanaglia l’Occidente e i paesi occidentalizzati in questi giorni non è che la proiezione, su un evento esterno, della sofferenza e dell’angoscia generate da una coscienza ignorata a livello individuale. Una regressione a una fase neonatale. Ebbene, questo evento, come anche il ritrovarsi al potere in molti paesi dei premier che si possono tranquillamente definire degli psicopatici (come spesso in passato anche è accaduto), i quali non agiscono per il bene del proprio paese, ma spinti da pericolosi impulsi narcisisti, ci richiama alla consapevolezza. E’ un risveglio. Non esistono male e bene assoluti nell’economia dell’universo. Esistono percorsi.

Dunque, è giusto applicare misure di prudenza e di prevenzione di fronte a momenti come questi, giusto salutare con ammirazione e rispetto il lavoro di tutti coloro che si prodigano attivamente per risolvere il problema, ma è errato alimentare paure irrazionali, che infettano le coscienze e paralizzano e distruggono e causano danni più di qualunque agente patogeno. Giusto è, io credo, riconnettersi con la nostra parte spirituale, col nostro Sé e, soprattutto, amare noi stessi e la vita che ci è stata data in dono. Giusto è, io credo, non lasciare che altri ci usino e ci manipolino usando gli strumenti del terrore e della paura. Giusto è, io credo, ricordare che i rapporti umani, la cura, gli affetti, l’amorevolezza, l’attenzione, la difesa della dignità umana e un sano e robusto pensiero critico sono le più grandi armi che possediamo per sconfiggere i lati oscuri dell’Occidente. E i nostri.

Francesca Diano

(C)2020 by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

Music in a bottle – by Francesca Diano

 

 Music in a bottle

                                                                                                                 For Udayji

 

I wish to thank dear Sunanda Sharma, sublime singer of Thumri, for having brilliantly suggested the title of my short story.

***********

 

She had never seen before – and seen, she thought, was the apt word to use – a singer of that kind.

She had met other singers and musicians of Indian classical music, among the greatest in fact, and appreciated their skills, had felt deeply touched and moved by their art, but this time she was experiencing something altogether different; because he not only sang Dhrupad in a heavenly way, but he also moulded the sounds with his hands, making the invisible visible. While the sounds emerged from his throat and lips, in fact from his entire frame, and then merged with the surrounding air, he seemed to gather with his palms a living substance, twisting it and shaping it into sinuous forms.

She could actually visualize slowly dancing waves of notes and sounds as if they were a shiny, translucent matter he almost kneaded with his hands and fingers. He gathered it, spread it, expanded it between his palms and then compressed it into round or elongated shapes. Or even, while the notes rose upwards, he pulled them down from above his head, persuading them gently to flow back towards the core.

Form is luminous in itself, being its luminosity nothing but the visibility that is its true essence, a philosopher had once said. And here she was seeing form after form floating around him like planets around their star.

He was creating a new, sonorous reality of existence. This was the first time she understood what it meant that the universe had been created by sound, that matter had emanated from an original, primaeval sound, but also that sound is energy vibrating into matter. That sound and matter are of a one and same nature.

He shaped the deep, dark, low sound that was forming down within him, right at the centre of his body, and yet it was as if he were drawing it from the hidden burning core of the earth.

He dived into it, letting the flowing stream permeate his flesh and bones, and then conveyed the flow through his entire frame, imbuing each atom and molecule, until it reached the resounding cavity of his mouth till the lips. He let it free and then collected it with solemn gestures, as if performing a sacred rite, taking it with his palms and fingers, raising it, caressing it, shaping new visible worlds of swirling rhythm and harmony.

He was singing Raag Yaman.

That night she was witnessing the miracle of creation, reproduced and performed by an artist, who was the heir of an ancient musical tradition, of hundreds of Gurus, who had handed down to their disciples their unique knowledge. And yet it was not just an artistic tradition, it was also an exoteric one. Because his gestures, the peculiar qualities of his vocal art, his whole hieratic composure, but most of all what it evoked, revealed a secret knowledge he had certainly received together with the teachings from his Guruji. And she had had the distinct feeling of perceiving some part, it didn’t matter if only just a glimpse, of what that could be. She felt overwhelmed and cried.

Was she dreaming? Or was the miracle of that singing that had captured her, so powerful, that had carried her away through space and time back to the origin of all things?

She felt blessed then by the chance she had been given of listening in person to Guruji, an artist who was also a messenger of Truth and Beauty; Truth and Beauty being one. He was the living proof that music had a sacred origin, and that the universe had originated from a sacred sound.

Later that night, after the concert, she was lucky enough to have dinner with Guruji and other people. She sat across him. Guruji, still a young, handsome man, was a lovely, kind person, and, although a world-famous artist, he had in him the gentleness and the simplicity of all truly great souls.

He engaged gladly in conversation and appreciated the Italian food he was served. While they were talking, she could smell, lingering in the air, a heavenly scent, not too sweet, slightly spiced and musky, with a hint of black pepper, yet mellow and opulent.

<<What a lovely perfume>>, she couldn’t help to say.

<<Is it this you mean?>>, said Guruji, bringing his wrist closer to her.

<<Indeed it is!>>, she exclaimed. <<What an exquisite scent.>>

He then drew out from his pocket a tiny silver box, and, from the box, a small glass vial with a golden cap, containing some golden oil. He handed it to her. She reached out and opened it carefully, almost with reverence. Guruji’s scent…

Wafts of blissful sensations reached her nostrils and penetrated into her brain. She felt swept along with them to a place of happiness and contentment. And suddenly the sounds of that sublime music came back to her, the soft translucent matter and shapes Guruji had evoked and moulded on the stage at the dim light of the theatre.

<<It’s yours to keep if you like it>>, said Guruji with a smile.

<<Really?? Do you really mean it?>> she asked almost in awe. She couldn’t believe her ears. It was such a great gift, even greater because so spontaneously offered.

She couldn’t find enough words to thank him. She was moved to the core.

Back home, she did some research online about the shop, whose name was printed on the tiny label. She discovered that it was the oldest perfume shop in Delhi, Old Delhi actually, founded in 1816, where, in a tiny space crammed with glass and cut crystal bottles of all sizes and shapes,  the perfume masters created their marvellous attars with fresh flowers, natural ingredients and precious oils. She explored, full of wonder, that fascinating world. During the 200 years of their history, they had prepared exclusive attars for Mughal emperors and royalties and still to these days, following a centuries-old tradition, they kept the secrets of their recipes and mixtures.

Guruji’s attar had been created for him and every time she opened it and inhaled its complex aroma (it was too precious to her to wear it), it evoked that same mystic bliss she had experienced at his concert. Following the wafts of scent emanating from the little bottle, she could go back to that world of music, where invisible became visible, where sound turned into a translucent, shiny matter, imbued with all the colours of the rainbow, where vision, hearing and imagination could become a liquid, golden substance and melt into a scent that was the secret essence of Guruji’s art itself. Where there was no separation among beings or things and everything was one.

 

 

 

(C) by Francesca Diano 2020  ALL RIGHTS RESERVED. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

James Harpur – La bianca silhouette

800px-Rublev's_saviour

Andrej Rublev, Il Salvatore.

 

The White Silhouette, lunga poesia che dà il titolo alla recente e acclamata raccolta di James Harpur, (The White Silhouette, Carcanet 2018), è, insieme a Kells, una dichiarazione della sua poetica, della sua ricerca interiore e della sua visione del mondo. Harpur è un instancabile esploratore dello spirito, e nel suo viaggio percorre tutte le vie, dal pensiero Neoplatonico ai mistici di ogni tempo e luogo, senza limiti di credo o appartenenza religiosa, al pensiero filosofico occidentale e orientale, degli antichi e dei moderni. Il suo amore per la figura del Cristo non può dirsi strettamente cristiana, ma più come legata a una spiritualità universale.Per ulteriori approfondimenti, si vedano altri post da me dedicati alle sue opere.

Francesca Diano

 

 

La bianca silhouette[i]

 Traduzione di Francesca Diano

(2014)

 

 

A John F. Deane

 

 

“Una mattina, sopracoperta, si prese a bisbigliare: ‘Abbiamo un passeggero misterioso a bordo.’ “… Spesso, dopo il nostro arrivo a Gerusalemme, ripensai a quella diceria… Quando, vicino alla Porta d’Oro, vedevo l’uomo vestito di bianco che, qualunque tempo facesse, portava la sua lampada accesa, pensavo sempre: ‘C’è un pellegrino misterioso a Gerusalemme.’

Stephen Graham, da With the Russian Pilgrims to Jerusalem. 1913

 

 

 

 

Pensavo ci saremmo incontrati in un luogo sacro

Come la chiesa del villaggio di Bishopstone

Vuota in un giorno d’estate nel Wiltshire

Gli alberi verdeggianti e carichi di corvi

E il torrente fra i prati una corrente

D’argento brunito sotto il ponte dove vidi

Il mio primo martin pescatore dardeggiare

Il suo ago, lasciandomi il suo punto turchese

Nella memoria; ed andavo a sedermi

Nella chiesa e chiudevo gli occhi

Attendendo invano che qualcosa scattasse

Chiedendomi se fosse questa la mia vita

Che sprecavo a casa di mia madre.

A volte portavo con me il Temple di Herbert[ii]

E leggevo il sereno ordine delle sue poesie

E l’immaginavo, come lo videro una volta,

Abbracciare il pavimento della sua chiesa a Bemerton

Chiedendo che l’amore l’accogliesse.

Sedevo dritto disposto alla preghiera

Troppo preso dall’autoanalisi

Troppo inesperto, lo spirito impaziente

Per notare se tu fossi scivolato dentro con l’aspetto

D’un turista che osserva il coro o il fonte battesimale

E acquista cartoline illustrate e firma

Il libro dei visitatori aggiungendo “atmosfera incantevole”;

O d’un camminatore che cerca rifugio dalla pioggia

O d’una donna venuta a decorare l’altare con dei fiori.

 

O in un luogo come l’isola di Patmo

Fuori stagione non invasa dai turisti,

Il mare che salassa il cielo del suo azzurro.

Forse tu sei venuto quel giorno di settembre

Nella grotta di San Giovanni, oro divisionista

Sulle candele e sulle lumeggiature delle icone,

Quando ero lì ad assorbire la frescura,

Immaginando Giovanni nel Giorno del Signore

Prostrato a terra come dinanzi a un trono

E tu non vestito “con una veste lunga e una cintura d’oro”

Né “con capelli bianchi come lana o neve”

Ma come un pellegrino con zaino e fotocamera

Rispettoso, curioso, guida in mano

A esaminare la grana della roccia scabra

Che incontra il mio sguardo e si ferma un secondo

Come fossi un vecchio compagno di scuola.

Se tu eri lì, io non t’ho visto,

Perché troppo accecato dalla nuova Gerusalemme

Che lanciava bagliori di diaspro, di zaffiro e topazio

Scendendo dal cielo come un’enorme corona regale.

 

O in un luogo come Holycross a Tipperary,

Nell’abbazia dove la strada incontra il fiume,

Forse t’eri fermato a interrompere il viaggio

Come io faccio spesso, e m’hai visto nella navata

Avanzare sul pavimento inclinato

Verso la reliquia, frammento della Croce

O forse eri seduto fuori sulla riva del Suir

Su una panchina in un prato d’erba tenera

Forse quel giorno in cui, diretto a nord,

Mi fermai accanto al parcheggio ad osservare

Una sposa, fragile, congelata presso la porta

Le damigelle strette insieme nel freddo di marzo

Che attende e attende di fare il suo ingresso

Nell’improvviso illuminarsi di visi che si voltano

Come un cigno che scivola nel suo abito niveo

Sotto l’arco di un ponte in stato di grazia.

Ero troppo incantato dal suo destino di sposa

Per vederti accendere il motore, partire,

Sollevando la mano nel passarmi accanto

Diretto a Cashel, Fermoy e verso sud.

 

Ma ci fu quel momento in cui fui certo

Che finalmente t’avevo trovato;

Malato a casa, mi misi a meditare

E pregare per vincere l’autocommiserazione

Per settimane accumulando pace

Fino a quella mattina quando i secondi furono svuotati

Mondati i miei pensieri, il mio sé annientato

In una luce arcana pervadente

Che pareva addensarsi e dispiegare

Più strati di radianza ed espormi del tutto

Ché tu potessi varcare la soglia

O la varcassi io, in qualunque momento.

Ma io chiusi la porta del cuore, temendo,

Chissà, di poterti incontrare

Temendo di passare dall’altra parte

E mai poter tornare a quello che mi è noto;

Pensai che mi sarei sempre potuto riaprire

Per accoglierti come si conviene, ben preparato.

Non l’ho mai fatto. Temevo il salto repentino

Nella zona dell’atemporale; troppo impaurito

Ti cercavo in pubblico, per sentirmi al sicuro,

Mi inginocchiavo nelle chiese, scambiavo il segno

Di pace nella chiesa di St James a Piccadilly,

Recitavo preghiere, prendevo il pane e il vino

E intensamente mi concentravo, ma non riuscivo

A credere che fossero il tuo corpo ed il tuo sangue;

Nelle preghiere sentivo uno staccato, come chiodi

Che venissero infissi, quasi a inchiodare assi alle finestre.

 

Certe volte t’ho percepito come un baluginio

Come in quel sogno inatteso che feci

Tu di notte sul lido di un’isola greca;

Avevi il volto celato, ma eri tu;

Le stelle imbullonavano strati di oscurità

Poi le comete vennero, una dozzina forse

Le code come ventagli con sprazzi decrescenti;

Lentamente ruotavano e giravano — le tue mani

Si muovevano in accordo, come tu le guidassi

Quasi fossero legate a dei fili, come aquiloni cinesi.

Le comete rallentarono, s’arrestarono, trasformandosi

In lettere ebraiche, decorando la notte.

E seppi che se avessi compreso le parole,

Il tuo messaggio silente attraverso le stelle,

Avrei saputo il mio destino sulla terra.

Ma mi svegliai, disorientato come Baldassarre.

 

Non ti cerco ormai più

Non so chi cercare, dove farlo;

Troppo stanco, deluso, non son certo

Di ciò che penso o se davvero importi

Così tanto; mia ultima speranza — che la mia rinuncia

Possa essere un segno della Via Negativa,

Uno stadio dell’abnegazione —

Quella speranza impedisce ciò in cui spera.

 

Eppure

Ti scrivo ancora, poesia dopo poesia,

Tentando di dar forma al perfetto modello

Delle parole e del mistero del loro ritmo,

Terrestre musica udibile in cielo —

Ogni poesia è un razzo colorato

Un segnale di soccorso, efflusso

Di me stesso, preghiera mascherata

Lanciata verso la Nube della Non-conoscenza[iii]

E tutto ciò che devo fare è di stare

Fermo dove mi trovo, pronto ad esser salvato

Senza muovermi, parlare o pensare attendendo

Che la Nube s’accenda di luce

E la tua bianca silhouette se ne

Svincoli e sempre più s’avvicini,

Finché vedrò la tua essenza e potrò chiederti

Dove mai ti trovassi

Durante i miei giorni — e solo allora

Comprenderò perché non t’ho trovato

Perché eri troppo vicino a casa

Perché pensavo che avrei dovuto morire

Per vederti lì, proprio lì, rimuovendo

Gli aspetti del tuo travestimento —

La mia pelle segnata dalle rughe

La mia incarnazione spossata dei tuoi occhi —

Il mio volto che diventa il tuo

I miei occhi i tuoi occhi

Io    tu    noi         I you us

Iesus.

 

The White Silhouette

(2014)

for John F. Deane

‘There went a whisper round the decks one morning, “We have a mysterious passenger on board.” … Often I thought of that rumour after we reached Jerusalem … When I saw the man all in white by the Golden Gate carrying in all weather his lighted lamp, I always thought, “There is a mysterious pilgrim in Jerusalem.”’

Stephen Graham, from With The Russian Pilgrims to Jerusalem (1913)

 

 

I thought we would meet in a holy place

Like the church in the hamlet of Bishopstone

Empty on a Wiltshire summer’s day

The trees full of rooks and hung in green

And the stream in the meadows a rush

Of darkling silver beneath the bridge

Where I saw my first kingfisher flash

Its needle, leaving its turquoise stitch

In my memory; and I would sit

In the church and close my eyes

And wait in vain for something to ignite

And wonder whether this was my life

Wasting away in my mother’s home.

Sometimes I’d bring Herbert’s Temple

And read the quiet order of his poems

And picture him, as once he was glimpsed,

Hugging the floor in his church at Bemerton

Asking love to bid him welcome.

I sat with an upright praying disposition

Preoccupied in self-combing

Too callow and spiritually impatient

To notice if you had slipped in

As a tourist to inspect the choir or font

And buy a picture postcard and sign

The book with ‘lovely atmosphere’;

Or as a walker taking refuge from rain

Or a woman primping flowers by the altar.

 

Or somewhere like the island of Patmos

Out of season and the tourist flow,

The sea leeching blue from the skies.

In the cave of St. John, pointillist gold

On tips of candles and highlights of icons,

You might have visited that day in September

When I was there, absorbing the coolness,

Imagining John on the Day of the Lord

Prostrate on the ground as if before a throne

And you not dressed in a ‘robe and gold sash’

Nor with hair ‘as white as wool or snow’

But as a pilgrim with camera and rucksack

Respectful, curious, guide-book in hand

Appreciating the grain of raw stone

Catching my eye and pausing for a second

As if I were a schoolfriend from years ago.

I never saw you, if you were there,

For I was too blinded by the new Jerusalem

Flashing out jasper, topaz, sapphire

Descending from heaven like a huge regal crown.

 

Or somewhere like Holycross in Tipperary,

The abbey at the meeting of road and river,

You might have stopped to break a journey

As I often do, and seen me there in the nave

Ambling down the sloping floor

Towards the relic-splinter of the Cross

Or sitting outside on the banks of the Suir

On a bench on a swathe of tended grass

Perhaps that day when, heading north,

I paused by the car park to watch

A bride, fragile, and frozen by the door

Her bridesmaids huddled in the cold of March

Waiting and waiting to make her entrance

Into the sudden shine of turning faces

Like a swan gliding in its snowdress

From an arch of the bridge in a state of grace.

I was too mesmerised by her destiny

To see you start your car, drive off,

And raise your hand as you passed me by

On the way to Cashel, Fermoy and the south.

 

But there was that time I was so certain

That I had finally found you;

Sick at home, I turned to meditation

And prayer to overcome self-pity

For weeks accumulating quietude

Till that morning when seconds were emptied out

My thoughts cleansed, my self destroyed

Within an uncanny infusing light

That seemed to deepen and unfold

More layers of radiance and lay me wide open

So you could cross the threshold

Or I could cross, at any moment.

But I closed the door of my heart, afraid,

Who knows, that I might have met you

Afraid I would pass to the other side

And never return to all that I knew;

I thought I could always re-open myself

And greet you properly, well prepared.

I never did. I feared that sudden shift

Into the zone of timelessness; too scared

I looked for you in public, for safety,

I kneeled in churches, gave the sign

Of peace in St. James’s Piccadilly,

I recited prayers, took bread and wine

And I concentrated so hard, but failed

To believe they were your blood and body;

I heard staccato prayers, like nails

Banged in, as if to board up windows.

 

Sometimes I’d sense you as a glimmer

As in that dream I once had out of the blue

When you stood at night on a Greek island shore;

Your face was hidden, but it was you;

The stars pinned in place the layers of darkness

Then came the comets, perhaps a dozen,

Their tails fanned out with diminishing sparks;

Slowly they twisted and turned – your hands

Moving in concert, as if you were guiding them,

As if they were on strings, like Chinese kites.

The comets slowed and stopped, and changed

Into letters of Hebrew, emblazoning the night.

And I knew if I could grasp those words,

Your silent message across the stars,

I’d know my destiny on earth.

Instead I woke, as puzzled as Belshazzar.

 

I do not search for you any more

I don’t know whom to seek, or where;

Too weary, disillusioned, I’m not sure

What I think or if I really care

That much; my last hope – that my resignation

Might be a sign of the Via Negativa,

A stage of my self-abnegation –

That hope prevents the thing it hopes for.

 

And yet

I still write to you, poem after poem,

Trying to shape the perfect pattern

Of words and the mystery of their rhythm,

An earthly music audible in heaven –

Each poem is a coloured flare

A distress signal, an outflowing

Of myself, a camouflaged prayer

dispatched towards the Cloud of Unknowing

And all I have to do is stay

Where I am, ready to be rescued

Not move, speak or think but wait

For the brightening of the Cloud

For your white silhouette to break

Free from it and come nearer, nearer,

Till I see your essence and I can ask

Where in the world you were

Throughout my days – and only then

Will I grasp why I never found you

Because you were too close to home

Because I thought I’d have to die

To see you there, right there, removing

The lineaments of your disguise –

My careworn wrinkled skin

My jaded incarnation of your eyes –

My face becoming your face

My eyes your eyes

I   you   us      I you us

Iesus.

 

[i] Pubblicata per la prima volta sulla rivista  Poetry Ireland N° 112

[ii] George Herbert, (Montgomery, 1593 – Bemerton, 1633)  fu un religioso, grande poeta e oratore, considerato santo dalla Chiesa Anglicana, ma oggi ritenuto anche uno dei maggiori poeti  del suo tempo, soprattutto per il carattere  originale e sperimentale dei suoi versi. Esercitò la sua cura pastorale nel Wiltshire e non pubblicò mai le sue poesie in vita. Sul letto di morte consegnò la sua raccolta, The Temple, a Nicholas Ferrar, fondatore di una comunità religiosa, che la pubblicò postuma. Dopo la sua morte i suoi testi conobbero un enorme successo e in seguito ispirarono Samuel Coleridge, Emily Dickinson, Manley Hopkins e T. S.Eliot (N.d.T.)

[iii] The Cloud of Unknowing è un  famoso testo anonimo del XIV secolo, scritto in medio inglese; una guida spirituale dal carattere fortemente ascetico e contemplativo, il cui autore dimostra di possedere profonda conoscenza della mistica del suo tempo, da Richard Rolle a Meister Eckhart, da Enrico Suso a Tommaso da Kempis, da Jacopone a Caterina da Siena. (N.d.T.)

 

(C)2019 by James Harpur e Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Voci precedenti più vecchie