Un inedito di Carlo Diano

DIANO EDIZIONI NERI POZZA

Oggi ricorre l’anniversario della nascita di Carlo Diano, uno dei maggiori pensatori del ‘900. Forse qualcuno potrà osservare che io parlo molto spesso di mio padre. Ma nel farlo ho uno scopo preciso. Poiché, nonostante l’enorme influenza che il suo pensiero ha avuto su molti filosofi e filologi contemporanei, molti dei quali lo dichiarano apertamente, la cultura e gli editori italiani l’hanno volutamente relegato nel silenzio, la forza delle mie parole è proporzionale a questo ingenuo tentativo di spegnere un pensiero sempre controcorrente e mai allineato. Diano ha lasciato un segno profondo nella cultura filosofica   del nostro tempo e che ha indicato una nuova strada all’indagine filologica. Le sue categorie della forma  e dell’evento offrono possibilità ermeneutiche in tutti i campi  ancora da esplorare.  Molti filosofi e filologi, grecisti e storici delle religioni si sono formati al suo magistero e sarebbe auspicabile che la cultura italiana ricordasse in modo più degno questo Maestro.

Il breve testo che cito è tratto da uno scritto inedito che risale agli anni (1950-51) in cui Diano andava elaborando le due opere fondamentali del suo pensiero filosofico: Forma ed evento Linee per una fenomenologia dell’arte, entrambi pubblicati da Neri Pozza in numerosissime edizioni ma ormai fuori stampa e di fatto introvabili.

“Evento è l’essere per qualcuno

l’essere nella sua storicità

che è in quanto avviene

l’essere come accidente

che accidente è solo per una presupposta forma

ma togliete la forma

e l’accidente è l’assoluto-”


(C) 2013 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

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Il seggio vacante, J.K.Rowling. Recensione di Francesca Diano

Sono tra quelli che hanno acquistato Casual Vacancy, tradotto in Italiano con Il seggio vacante sperando che la Rowling avesse finalmente iniziato a scrivere qualcosa di letterario, come lei aveva annunciato,  dato che, orrore orrore, ho trovato le storie di Harry Potter mortalmente noiose per gli adulti e in fondo non di molto più originali rispetto  alla grandissima tradizione britannica di narrativa per ragazzi. O meglio, trovavo che il linguaggio e lo stile della sua saga fossero in realtà troppo difficili e arzigogolati per il pubblico cui era rivolta, ma noiosi e ripetitivi per un pubblico di età diversa. Al di là dell’isteria collettiva che s’era creata. Ho letto Harry Potter e la pietra filosofale, o almeno ho tentato di leggerlo, ma non sono riuscita ad andare oltre  l’ottantesima pagina e con fatica. L’argomento e l’idea sono in realtà più che affascinanti, ma, come per le opere di Tolkien, l’artificiosità, il senso di mancanza di “naturalezza” di quelle che mi sono parse solo operazioni letterarie, (non troppo letterarie nel caso di Harry Potter) mi hanno bloccata. Capisco tuttavia il fascino che il magico possa avere sui ragazzi, dato che la nostra società li ha privati del sogno e del mistero. Sono elementi fondamentali per crescere in modo equilibrato, per sviluppare l’immaginazione, che nella vita è uno dei nostri punti di forza. Eppure, qualcosa mi è sempre suonato falso in Harry Potter. E ho trovato fastidioso il business planetario di cui è stato oggetto. Non tanto i romanzi in sé, quanto  tutto il baraccone di annessi e connessi che gli è stato creato intorno, ben lontano dalle ingenuità dell’adolescenza e dalla saggezza di cui il suo percorso di crescita dovrebbe farsi portatore.
Ma, per tornare a questa ultima fatica della Rowling, date le sue grandi dichiarazioni sul fatto di voler finalmente scrivere un “vero” romanzo (perché, gli altri chi li ha scritti?) mi sono detta: forse stavolta ce la fa. Di sicuro l’immaginazione non le manca e l’idea di scovare il Male in una piccola comunità dall’apparenza idilliaca, anche se non certo nuova, mi era piaciuta moltissimo.

Il romanzo si apre con la morte improvvisa di Barry Fairbrother, colui  che, appunto, lascia un posto vacante nel Consiglio della linda cittadina di Pagford. Il che è un interessante punto di partenza. Ora ci si aspetterebbe che i veleni sepolti sotto le facciate tranquille delle casette linde e pinte emergessero in un crescendo distruttivo. E invece… inizia una ridda di personaggi di cui non si riesce a tenere e mente il nome, tanti sono, ciascuno con le sue piccole miserie umane, ma nulla che non si possa trovare nei nostri vicini o conoscenti. Il ritmo è lentissimo,  noioso, prevedibili le azioni, stereotipati, piatti i personaggi,  le dinamiche poco convincenti e lo stile non si discosta affatto da quello degli innumeri Harry Potter.

Dato il tema, ci sarebbe voluta una capacità di vedere il Male, quello vero,  sotto l’apparenza idilliaca, capacità che Agatha Christie,  ad esempio,  ha assai di più della Rowling. Ed è tutto dire.

C’è però un personaggio, quello di Krystal, che è più riuscito degli altri. E’ una sorta di Harry Potter femminile ma al negativo. Un personaggio che paga per tutti e la cui fine – non del tutto plausibile però, va detto – in effetti dà un senso più pregnante alla storia. In qualche modo Krystal e la sua fine sono legate a Fairbrother. Credo che l’aspetto più interessante del romanzo sia proprio la tesi per cui la fragilità della giovinezza e della purezza possano essere schiacciate dal marcio e dalla perfidia di una comunità incapace di vedere oltre i propri egoismi. Ma questo assunto di fondo non è sufficiente a fare di questa una grande opera letteraria. Il tema è robusto, ma non sostenuto da una altrettanto robusta struttura. Il tutto è troppo diluito e dispersivo.

Tuttavia mi ha colpito il giudizio di un lettore che l’ha letto in inglese. Il fatto è che sarebbe il caso di capire quanto la traduzione possa aver avuto un qualche effetto negativo su  uno stile che magari nell’originale è presente in modo più incisivo.  Ho solo qualche esempio confrontando dei brevi testi lasciati in inglese nella traduzione italiana e con traduzione in nota.

You had my heart/ and we’ll never be worlds apart/ maybe in magazines/ but you’ll still be my star – tradotto: “Il mio cuore ti appartiene e staremo sempre insieme, forse sulle riviste, ma sarai sempre la mia star.”  Se vogliamo essere precisi sarebbe “Hai avuto il mio cuore e non saremo mai distanti (o nulla ci separerà)” ecc.

Il secondo è

Now that it’s raining more than ever/Know that we stil have each other/ You can stand under my umbrella – tradotto “Ora che piove come non mai, sappi che noi saremo sempre insieme, puoi ripararti sotto il mio ombrello”. Meglio sarebbe “Ora che piove come non mai, sappi che ci apparteniamo ancora, puoi stare sotto il mio ombrello”.

Ma sono piccoli particolari ed è pur vero che, se di letteratura si trattasse, pure una traduzione non eccezionale qualcosa lascerebbe. E qui di letterario non c’è molto. Si tratta di uno dei tantissimi (troppi) romanzi di cassetta, ben costruiti e con un certo mestieraccio dell’autore che circolano nelle librerie di tutto il mondo. Se non avesse recato il brand Rowling non se ne sarebbe parlato più di tanto.

 

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