Lo stupore – di Francesca Diano

Massimiliana Bettiol - Marina - Olio su tela

Massimiliana Bettiol – Marina – Olio su tela

LO STUPORE

Lava che ribollendo brucia ustiona

Non cauterio salvifico ma piaghe

Salnitro amaro che s’incista

A mezzo dentro il ventre

A scisti a scavare latomie

Tenebrosi cunicoli di rabbia

Rauca cacofonia dall’occhio insonne –

Contemplo la rovina col distacco

Del perdono – che è un bel vincer di guerra

E’ l’aurea regola che nutre

Pianure late immemori orizzonti –

Le pietre gridano nomi dalle tombe

Il suono stride nella coclea

Erode immagini vacilla –

E’ lo stupore il segno che delimita

La corrosione – sanatore munifico –

Sottrae la grevità dissolve zolle

Tettoniche s’infiltra come vento

Tra le lenzuola stese

Cancellando il corrotto fetore dell’assenza

Di anime perdute

E lo metamorfizza in vapori vibratili

Lievi e veloci come sguardo angelico

Come pulviscolo di ali di farfalla –

Benedetto sia tu stupore aereo

Per la tua leggerezza di guerriero

Fedele baluardo alla morte seconda –

(C)2014 by Francesca Diano TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Qui letta su youtube da Valter Zanardi

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Natali di Francesca Diano

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Edward Burne-Jones – The Star of Bethlehem, 1890

 

 

NATALI

 

Ovunque io vada non si tace il rito
Del tuo ritorno – il sacrificio della vita
Offerta per generare vita nella ripetizione
Che fa sacra l’immagine di te.
Germe di sole radiante  sfuma per te
La tenebra disciolta in corpuscoli di luce –
Se ogni nascita è una resurrezione
Così fu la tua – figlio – immagine pulsante
Di acque cosmiche  – un crogiuolo di stelle
Autorigenerantisi dal centro rovente di Sirio
Che è guardiano alla notte –
Ogni istante di un tempo digiuno di cesure
E’ Natale nell’abisso riverberante
Del tuo presente
Essere ed essere nella luce sono sinonimi –
Sostanza consubstanziata
I tuoi Natali .

 

(C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Giorgio Linguaglossa. Su Francesca Diano da “Dopo il Novecento”

Giorgio Linguaglossa. Dopo il Novecento.  2013 Società Editrice Fiorentina

Giorgio Linguaglossa. Dopo il Novecento. 2013 Società Editrice Fiorentina

 

Ringrazio Giorgio Linguaglossa, critico militante fra i più noti in Italia, per avermi voluta includere fra le voci degne di nota nella poesia italiana contemporanea, nel suo nuovissimo saggio Dopo il Novecento (2013, Società Editrice Fiorentina) che fa seguito ai precedenti saggi, La nuova poesia modernista italiana. Edilazio (2010) e nel 2011 Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) Edilazio. Da Antonella Anedda ad Andrea Zanzotto, passando, tra gli altri,  per Attilio Bertolucci, Franco Buffoni, Laura Canciani, Giorgio Caproni, Patrizia Cavalli e poi Milo De Angelis, Franco Fortini, Mario Luzi, Dante Maffìa, Aldo Nove, Cesare Ruffato, Vittorio Sereni e Patrizia Valduga (per non nominarne che alcuni da lui analizzati. Linguaglossa traccia un quadro vastissimo e acutissimo della poesia italiana del XXI secolo.

Per avermi inclusa nella sua analisi, sono estremamente grata a Giorgio Linguaglossa, che non ho ancora avuto la fortuna di conoscere di persona. Per questo desidero riportare parte di quanto dice a proposito della mia poesia.

 

“In un’altra poetessa, Francesca Diano, si rinnova una ricostruzione di vicende mitiche e di personaggi emblematici, indagati nel momento della decisione anticipatrice della morte. La Diano scava paesaggi nel mito che sono un Um-Weg, una via indiretta, contorta; percorrere un Umweg per raggiungere un luogo non significa girarvi intorno, l’Umweg non è un Irrweg (falsa strada) e nemmeno un Holzweg (sentiero che si interrompe nel bosco), ma occorre compiere tutte le traiettorie necessarie perché la “dritta via” è non più percorribile; come dice Wittgenstein, è “permanentemente chiusa”. Non c’è più alcuna strada maestosa e tranquilla, costellata dai cipressi della speculazione e del poetato, che indichi la via che possa condurre alla “cosa stessa”. Quella cosa  da sempre nascosta alla vista ed è soltanto con lo scavare cunicoli sotterranei che noi contemporanei possiamo giungere a una diversa ricostruzione del significato delle “cose”. Nella poesia della Diano non c’è più la purezza dello sguardo restaurativo, ma è un guardare dis-locante dentro le cose e dal di fuori.” Op. cit. p 24  

 

“In quella (la poesia) di Francesca Diano invece il discorso poetico parte da un atto di allontanamento dal “reale”. Ne Il Minotauro e in Congedi, apparsi su Moltinpoesia nel 2012, il “soggetto” ha cessato di funzionare come il legislatore dell’atto poetico: è invece centrale l’atto dello straniamento dall’ “io”, dagli oggetti e dalla Storia. E’ mutata la topologia del simbolico e dell’immaginario. Il Minotauro segna uno dei punti di maggiore complessificazione del discorso poetico dell’ultimo decennio ottenuta mediante un ribaltamento dell’ermeneutica del mito del Minotauro. Il discorso poetico viene costruito come intreccio e sovrapposizione tra il discorso segreto e il discorso manifesto, capovolgimento ermeneutico tra il significato tramandatoci dalla tradizione e il nuovo significato nato da un atto di riflessione critica.” Op. cit pp27-28

 

(C) 2013 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Dante Maffìa. Io. Poema totale della dissolvenza. Una nota di Giorgio Linguaglossa

IO POEMA TOTALE MAFFIA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dante Maffìa ha appena pubblicato per i tipi di EdiLet  un testo monumentale, Io. Poema totale della dissolvenza.  Qui Un poema dunque, di circa 30.000 versi e 712 pagine. Sufficiente a collocare il nome di Maffìa, il poeta italiano vivente davvero più originale e rilevante, tra i grandi della letteratura contemporanea. Un testo poetico che non ha eguali dal Novecento ad oggi, non solo in Italia.  E monumentale non per il numero di versi, o per quello delle pagine, o perché si tratta di un poema (chi ha la forza – in tutti i sensi – di scrivere più un poema oggi?) ma davvero perché questo è un monumentum, uno mnomeìon di questa epoca, l’avvolge e la contiene nella sua totalità.

Ospito, come guida per il lettore, un testo limpidissimo e folgorante di Giorgio Linguaglossa, critico militante e poeta egli stesso, che conosce come nessuno l’opera di Maffìa ed è uno strumento prezioso per avvicinarsi a quest’opera.

F.D.

*

Giorgio Linguaglossa

L’UNIVERSO ATOPICO DELLA DISSOLVENZA

 

«Fair is foul and foul is fair: il bello è brutto, il brutto è bello, cantano le tre streghe all’inizio del Macbeth. È il ritornello che governa gli eventi. Sono le parole che accompagnano Macbeth al potere e lo trascinano alla rovina. La tragedia del potere e della follia, dove «la vita non è che un’ombra in cammino; un povero attore che si agita e pavoneggia per un’ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla. Il racconto raccontato da un idiota, pieno di strepito e furore, ma che non significa niente». La loro eco e la loro danza macabra arrivano fino a noi. Nell’epoca della borghesia, come spiegano ancora efficacemente Marx ed Engels nel Manifesto del partito comunista, tutto è volatile, istantaneo e rapidissimo, sottoposto a un inarrestabile processo di rivoluzionamento. Le vecchie idee sono state disintegrate in migliaia di frammenti, le idee nuove diventano vecchie prima ancora di fissarsi e consolidarsi. Ogni cosa sacra è profanata e le cose profane vengono consacrate. La conoscenza si certifica con la falsificazione (Popper)», scrive Rinaldo Caddeo in un recente articolo riproposto sul blog moltinpoesia.wordpress.com.

Con questo poema di Dante Maffìa entriamo nell’età della Crisi irreversibile della forma-poesia, nell’epoca della recessione spirituale, politica e stilistica del Dopo il Moderno, della «dissolvenza» incessante e progressiva, della transvalutazione, del mondo come volontà e rappresentazione, della volontà di potenza dispiegata del capitalismo e della crisi di un Modello unico di rappresentazione che ha la «fede» per antonomasia alla base del suo progetto totale di dominio sugli uomini: il capitalismo con la sua religione laica della fede come «credito» in Altro e col suo potere di trasformare il Tutto in Altro, secondo una deformazione immonda e turpe del pensiero teologico secolarizzato. «Tutti i mondi possibili esistono davvero», scrive un filosofo contemporaneo, David Lewis; nulla svanisce, tutto si trasforma: questa è la natura per Linneo; nulla  si trasforma e tutto svanisce: questo è il principio dimostrativo del cosmo di Maffìa, al contrario della legge base della relatività di Einstein: nulla si crea e nulla si distrugge: tutto resta sempre eguale a se stesso: l’eterno ritorno ha un cuore antico che conia la sempre uguale legge della «dissolvenza». Il fondamento della realtà è la «dissolvenza» dell’«io» e del «cosmo», e la poiesis non è un arbitro in posizione di terzietà in questo processo ma è un «ente» in dissoluzione come tutti gli altri «enti»: la forma-poesia precipita in «dissolvenza»  anch’essa, come tutte le forme ereditate dal Novecento: quello che resta è una forma-fluviale, una cascata Niagara, una forma-valanga che travolge lungo il suo percorso ogni cosa che trova; una forma-detrito che si nutre di detriti; una forma-processo in continuo divenire, una formidabile transvalutazione di tutti gli «enti», una metamorfosi perpetua dell’«ente» per eccellenza: la «parola»: la sua profonda degenerazione, la sua infingardaggine, la falsa coscienza della «parola», di quella di tutti i giorni e di quella che impiega il poeta; parola politica anch’essa, e quindi figurata (e sfigurata), infingarda e deforme. Ecco la ragione dei «bruttismi», dei «cacofonismi», delle parole-detrito, delle parole telefonate: i «telefonismi», delle parole dissimmetriche: i «dissimmetrismi», delle parole anomiche: gli «anomismi», i «distopismi», delle parole distopiche; i «disformismi», quelle parole che non corrispondono più che a dei concetti-stereotipi, falsificati anch’essi dalla procedura scientifica della verificazione: il Vuoto, il Nulla, il Sempre Eguale, l’Eterno Ritorno («tutto cadrà nel vuoto», «balbuzie della dissolvenza»). C’è un ritornello che ritorna ab aeterno e ab initio in questo mare primordiale che è questo smisurato poema: l’«io» che ruota (e si svuota) attorno all’apice di un cono rovesciato come una trottola lanciata in una folle corsa-rotazione in un universo indirezionale e atopico. Transvalutazione e degenerazione della materia, de-materializzazione della materia per eccellenza qual è la «parola» poetica (e non), la sua falsificazione; transvalutazione del movimento in dialettica dell’immobilità del movimento per eccellenza qual è la Storia degli uomini, un tutt’uno che diventa «dissolvenza» della «parola» e della Storia. Etica, estetica, scienza, principi morali, giudizi a priori, giudizi a posteriori, gusti, categorie, usi e costumi, fedi  scompaiono nel buco super massiccio della «dissolvenza»; vengono risucchiati, emulsionati in un maelstrom dove vengono risputati fuori, con segno negativo, in un cupio dissolvi, vendette e buoni propositi, olocausti e misericordia, azioni positive e azioni immonde, tutto viene commutato in segno negativo: incattiviti, deformati, abbrutiti, gobbi, deformi, sono gli specchi dell’«io» che pullulano in questa «totale dissolvenza». Anche la poiesis è sottoposta alla legge paradossale della «dissolvenza», dove ogni mutazione segna una de-generazione secondo una forma di pensiero gnostico e adialettico. Anche la poiesis è un «fare» ma in negativo: è esplosione, implosione, erosione, deformazione soggetta alla legge della morte termica con la quale finirà anche il nostro universo, salendo e ricadendo da nuvole di polvere cosmica; il discorso poetico di Maffìa si nutre della civiltà del Novecento come un buco supermassiccio si nutre della polvere cosmica. Alla fine, anche la «parola» maffiana si raffredderà e si disperderà nelle infinite periferie del megastore del nostro universo in vetrina e in vendita, anzi, in svendita (in tempi di recessione) qual è il poema della «dissolvenza». Una immensa, colossale apocatastasi. Anche la poiesis è diventata un’araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa, nasce dal fuoco eterno della «dissolvenza» e ritorna nel mare magnum della «dissolvenza». È un Eterno Ritorno, un eterno girare a vuoto della «trottola» dell’«io». La polvere cosmica nasce e muore, si spegne e si riaccende, viene raccolta da una parte e trasportata da un’altra da venti solari e da energie oscure come il turbine infernale entro il quale stanno i lussuriosi della Commedia dantesca. La legge di gravitazione universale di Newton, che faceva danzare elegantemente, come in un minuetto, tutti i corpi celesti e terrestri tra loro, è diventata una spiegazione infantile delle universe cose. La posta in gioco è ben altra: c’è da prima dell’inizio un Brama, un super spazio a dieci dimensioni più il Tempo dal quale si diramano gli universi: entrano in gioco le «particelle maledette», le «particelle di dio», movimenti, vibrazioni di energia cosmica, deformazioni dello spazio-tempo, deformazioni dell’energia e della luce, spostamenti nel tempo/spazio in altro tempo e in altro spazio. Dio non è mai morto: non è mai nato; è un universo ateo e bastardo quello di Maffìa, sottoposto alla legislazione della «dissolvenza», ultimo baluardo dell’«io» che stenta ad accettare il proprio declassamento a «io» infingardo e deturpato, a falso «io». Per Maffìa non si può non vivere che nell’ossimoro permanente (Montale) che è verificato dalla presenza della «parola della poesia», il peggior tradimento (la parola-usura); l’«io» è usuraio che impiega le parole come il capitale contante che presta a strozzo; la «parola poetica» è diventata una mostruosa deformazione e denegazione di una falsa parola divina che non è mai stata pronunciata: non esistono più né bene né male, né follia né ragione, né bello né brutto, tutto è volontà di potenza che sfocerà nella «dissolvenza»: Dante, Shakespeare, Galilei, papa Francesco, comunismo, capitalismo, dollaro, euro, Europa, Asia, America, Amore…

E = mc2 massa ed energia si equivalgono, sono le due parti di una semplicissima equazione. Anche l’universo si può indicare come la prima parte di una semplicissima equazione: xxx = yyy; dall’altra parte c’è l’altra metà dell’equazione della «dissolvenza» universale. La  poiesis è sottoposta alla medesima legge della «dissolvenza» che governa l’universo: la fisica dei quanti, la materia e l’antimateria, l’energia visibile e quella invisibile, la materia oscura e quella visibile dove siamo noi in un puntino infinitesimale dell’universo, Auschwitz e l’Olocausto, le bombe di Hiroshima e Nagasaki che hanno raso a suolo in un istante due città, che hanno vaporizzato decine di migliaia di uomini e hanno liquefatto per sempre ogni solidità della «materia». Non c’è più differenza tra Terra e Cielo. In cielo non cantano né gli angeli né i dèmoni ma tutto si muove verso l’esterno, si allontana dal centro in un vorticoso movimento a velocità allucinante. Al centro della nostra galassia (di cui noi e il nostro sole abitiamo un angolino periferico), come probabilmente al centro di tutte le altre migliaia di miliardi di galassie, c’è un buco nero supermassiccio che divora e ingurgita materia, luce, spazio e tempo, fa ruotare stelle e pianeti intorno a sé come il buco di scarico di un lavandino fa girare in un risucchio vorticoso l’acqua che sprofonda. Il cosmo in cui viviamo non è più abitato, protetto e nobilitato da serafini, cherubini, troni e dominazioni, ma è una cosa chiamata inflazione e noi esistiamo grazie a questa inflazione: l’ossimoro grottesco e gaglioffo della nostra nascita e della nostra vita senza senso; o meglio, con una pluralità di sensi secondo cui ciascuno adotta il senso ciò che più gli aggrada, secondo la legge universale della «dissolvenza».

Secondo una concezione recentissima, in un miliardesimo di secondo l’Universo è sbucato fuori da un altro universo e si è espanso alle attuali dimensioni; gli scienziati  hanno chiamato questo processo inflazione, una corsa accelerata della materia dello spazio e del tempo verso la periferia dell’universo. L’empireo di platonica memoria, è stato sostituito dal frusciante rottamaio di questa mega deflagrazione che si consuma nel silenzio cosmico: quella ondulazione magnetica che è la zattera che ci riporterà indietro nell’altro universo che ci ha preceduti, simile a quello scricchiolio o miagolio che sentiamo quando si passa da un canale a un altro della radio, il rumore ondulatorio di fondo, la debolissima traccia magnetica della radiazione sottostante dell’universo che ci ha preceduti. Impero della degenerazione e della «dissolvenza», dell’ossimoro, della cacofonia, del miagolio di fondo e della risonanza della inflazione di questo universo-magma dell’«io» di Maffìa, definisce al meglio la situazione in cui ci troviamo: di desertificazione spirituale e di nascita di falsi fondamentalismi, degli dèi falsi e bugiardi. Non saprei in quale altro modo descrivere questo smisurato poema dell’inflazione permanente, dove tutto si allontana da tutto, dove non c’è più un centro e l’«io» è deflagrato in una miriade di puntini luminosi come le luminarie dei fuochi d’artificio che si spengono nel mentre che si raffreddano nella loro dispersione nello spazio infinito.

Il demone della poesia come poeticus furor, poetic frenzy, ultima zattera alla deriva in questo processo inflattivo dell’universo: continua eruzione di fuoco, sabbia, acqua, veleno, gas cosmici; funebre immobilità del Mare della Tranquillità della Luna, frastornante marasma di quella polvere cosmica che sono gli uomini sul pianeta Terra scandito da un rullo continuo di tamburi come la superficie in tempesta perenne del pianeta di Saturno, Enceladon, frusciante come un incendio o stridente come il requiem di Penderecki, divagante e sussultorio come un concerto di Shostakovich, allucinato come un ready-made di  Duchamp, perturbante come un quadro con tritoni lussuriosi di Böcklin o allucinato come gli sgorbi contadini di Bosch o angoscioso e feroce come un dripping di Pollock, lucido e straniante come le bottiglie di Morandi. Poema straniante e drammatico, abitato dalla serenità della tragica «dissolvenza» di ogni cosa, inquietante come le piazze d’Italia di De Chirico. Il poema di Maffìa è duro come meteorite, e molle come calcestruzzo prima di rattrappirsi, candido come ghiaccio, fragile come vetro di Murano, o sughero che galleggia, feroce come l’artiglio di una tigre, idillica come una coppia di daini che bruca l’erba di una montagna; la parola assenza che fa rima con dissolvenza; fiore, la rima più falsa, con cuore, perché non c’è più una rima felice e la rima è già divenuta la tomba della gioia delle vocali.

La poesia nasce e muore nel linguaggio e con il linguaggio, non può risalire la china del «niente». Non c’è più un senso sotto le cose e le parole; se si scava dentro le parole e dentro le cose troveremo il «vuoto», un nulla fatto di cose senza senso. Ed è inutile cercare un senso, una direzione di marcia: né un senso, né una profondità, né un non-senso nel senso che sia un altro senso del non-senso, o del senso che ci consegni un altro sguardo; non c’è  altro senso che non sia la medesima cosa del non-senso in cui ci troviamo da sempre. Nessun senso, né recondito, estraneo a se stesso, né paradossale, è un senso che equivale a miliardi di altri sensi che nascono e muoiono nelle discariche della catastrofe permanente della «dissolvenza» in cui e per cui non possiamo recuperare alcun senso: non c’è alcuna bellezza nella natura, né nell’arte, nell’amore: falsità, fatuità che gli uomini continuano ad aggiudicarsi a vicenda, secondo falsa coscienza e impero del male.

(C)by Giorgio Linguaglossa 2013. RIPRODUZIONE RISERVATA

Giorgio Linguaglossa – Blumenbilder

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Il nostro universo – si legge in alcuni testi sapienziali – è già tutto presente  nella sua estità e non vi è evoluzione se non apparente. Passato, presente, futuro sono categorie, o meglio illusioni, create dall’uomo per dare un senso a quanto in apparenza e in loro assenza, non ne avrebbe. La realtà è come  la pellicola di un film. Noi ne vediamo solo un fotogramma, che è la realtà in cui ci muoviamo. Ma la pellicola di un film contiene già tutta la storia, tutta  contemporaneamente presente, che tuttavia risulta inconoscibile  se se ne considera un unico fotogramma. E’ questa esattamente la percezione che ne abbiamo.

La nostra difficoltà nel vedere “l’intero”, la totalità e la nostra condanna  a doverci affidare all’esperienza – vale a dire all’illusione – è tutta qui.

Due sono gli strumenti che possediamo per superare, o aggirare, questo impasse: l’arte e la percezione del Sacro. Perché sono le due dimensioni in cui l’Essere esiste come Forma, come assoluto. Anzi, l’arte tende al Sacro. Poiché “tutte le arti tendono alla parola e la parola al silenzio.”

In quella sfera il tempo nel suo scorrere eracliteo non esiste e i dormienti si destano. E’ in questo stato dell’essere che davvero “vediamo”.  E qui l’assolutamente discreto coincide con l’assolutamente continuo.

Come dice Carlo Diano: “Unità che risolve le parti e ne eleva l’organicità a totalità, dalla sfera analitica della ragione a quella intuitiva dell’intelletto sfera nella quale esse si compenetrano pur rimanendo se stesse come le idee nel kosmos noetos di Plotino, e fanno ciascuna rispetto all’altra da centro e da limite. Unità che è propria della coscienza e fa del corpo spirito – L’unicità a sua volta risolve in sé lo spazio e fa della cosa un assoluto = l’essere di Parmenide –” (Appunti per Forma ed evento, 1950-51)

In Blumenbilder,Natura morta con fiori ( Introduzione di Andrej Silkin, Passigli 2013) come nel successivo (in ordine compositivo) Paradiso,  Giorgio Linguaglossa non isola il fotogramma, ma lo assolutizza e ne fa un archetipo. Un simbolo del tutto. Che la visione sia quella dell’assolutamente continuo è cosa già presente nella struttura che lega le diverse parti. Ciascun testo inizia con puntini di sospensione e i punti fermi sono, dall’intero testo, completamente banditi. Perché non esiste interruzione  del Discorso.

Il tutto si svolge in uno spazio plotiniano – che mi ha molto ricordato la stanza luminosa in cui giunge alla fine del suo viaggio l’astronauta nel film di Kubrick 2001 Odissea nello spazio. Un luogo che è l’universo intero. Un universo che si ripiega su se stesso. Questo universo è il salone di una  casa, in cui si muove l’elusiva Dama dai capelli purpurei (la porpora imperiale)  e dai multiformi aspetti insieme  ai multiformi aspetti in cui si manifesta il suo compagno/amante. E’, del resto, una Natura morta quella di cui parliamo.

“Sono trascorsi venticinque anni dalla stesura  di queste composizioni. Ora esse sono defunte veramente. Adesso soltanto posso consegnarle ai lettori perché sono parole morte di un autore anch’esso  scomparso tanto tempo fa da rendermelo, oggi, ad un tempo, familiare ed estraneo, irriconoscibile e intimo…”, sono le prime parole di Linguaglossa  che introducono la bella presentazione di Andrej Silkin.

Appunto, parole morte. Come, se non quando tutto si è compiuto, si può mai  attingere a quel luogo misterioso in cui si forma la Parola, poetica e creatrice? Come, se non nell’incommensurabile distanza di un’assenza  è possibile vedere e poi de-scrivere quel che è invisibile nell’immediatezza dell’esperienza, cioè il simbolo?

L’ho detto già altrove, la poesia di Linguaglossa è una poesia aristocratica, molto lontana dalle mode italiane correnti. A differenza di chi crede che per scrivere qualcosa di nuovo oggi si debba infarcire i propri testi di quella koinè ignorante e limitata oltre che becera, pensando che così si suoni dissacranti o “moderni”, ma in realtà ci si mostra solo del tutto digiuni di ogni tecnica o esperienza  di cosa davvero significhi scrivere poesia, questa  è davvero una poesia rivoluzionaria. Per i motivi cui ho accennato, ma anche per la sua estraneità all’Italietta poetante e asservita alle mode.

Perché questo sulfureo Canzoniere, questo poema circolare, che coniuga incredibilmente  D’Annunzio, Bisanzio (non dimentico mai, nemmeno per un istante, che Linguaglossa vi è nato) il simbolismo russo, Aleksandr Blok, un manieroso  700 rivisitato nelle illustrazioni degli anni ’30, il Dark Gothik  e Guido Gozzano, non altro è che uno di quei rari accessi al magma in cui si generano miti e simboli.  Difatti le immagini traboccano con violenza o tenerezza, di colori, di odori, di travolgimenti e fra le trine e le parrucche scorre un rivolo di sangue rappreso. Io non ci vedo affatto un’allegoria della morte, né tanto meno del tramonto, ma un ordinato universo self-contained, autonomo e indipendente.

Il linguaggio è sempre, come altrove in Linguaglossa, potentemente visionario e generatore di visioni. La ricca bizzarria di quelle visioni  può essere resa solo con la scelta di termini obsoleti, preziosi, rari, ed è in questo mosaico di tessere d’oro, di lapislazzuli, di malachite, di pietra di luna, di ambra e sardonica che si consuma un dramma solo apparente. Poiché non può esservi dramma fuori dell’evento. Tutto nasce e s’annulla nel sorriso  della Dama, che apre e conclude, in un eterno ritorno, lo spazio di Blumenbilder

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… non scacciare le figurine della mia insonnia

non lo consente la lingua degli dèi

sul davanzale della finestra sfioriscono le viole

bruciate dal gelo invernale…

il tranquillo terrore

del tuo guardinfante che volteggia leggero

al notturno di Chopin, mi turba…

noi ciechi di ebrezza e dissipazione amiamo

il nitore del passo marziale e l’insonnia,

la corona dei tuoi capelli purpurei lentamente

ondeggia sulle nude spalle come una caravella

con tutte le sue alberature…

non chiedermi la parola che ti possa salvare

in questa notte di pioggia e di tedio regale

assopita sul guanciale del mio feroce sarcasmo

sono assetato di immoralità e immorale

ho indosso il costume screziato del pesce

e mi smarrisco tra le tue squame azzurre

e ti guardo come il piccolo Manuel Osorio De Zuniga

guarda l’infinito dal fondo del ritratto

di Francisco Goya…

la forbice degli anni allontana i tuoi capelli

dai miei occhi vitrei, il tremore si irrigidisce

sul fondale dell’apparenza, sul crinale dell’aria

non chiedermi se in questa notte di ardori,

come i figli di Cheope, narrerò al sovrano,

per tenerlo desto, la storia dello scriba nel

palazzo invernale, del tradimento dell’amata

e della vendetta che ne seguì…

ho indosso l’abito dell’erba

che resiste al vento e alla pioggia…

sotto il gran candeliere delle stelle ci siamo noi

mia amata: arsenici, prussici

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… questa stanza è una rete di immagini…

la porta socchiusa e le finestre

ermeticamente sprangate; i divani,

le consolle hanno una posizione neutrale…

v’è una parentela fra i tendaggi

e i linguaggi della polvere, ragnatela di collisioni

incompiute… i diaframmi delle immagini

riflettono l’indistinzione del mio occhio vitreo…

come per il cieco la notte è già un vedere

così esiste un ecosistema delle immagini,

una cronistoria delle immagini isotopiche

è già esistita…

la nostra angoscia assume la forma

d’un pallone invisibile che ci palleggiamo

con le nostre mani inadatte a dei lavori

servili…

le tue mani così inabili

a impugnare le cesoie del giardiniere…

(C) Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Stefano Bellin – Mari e papaveri

 

Poseidone doma i cavalli marini

 

Ho incontrato Stefano Bellin sul filo della poesia di Carlo Diano. E’ stata  una bellissima sorpresa, perché Bellin, pur molto giovane, ha già una lunga  vita alle spalle, fatta di studi di filosofia e di arte, di esperienze all’estero, di scrittura e di poesia. Quando mi ha mandato questi quattro testi ho deciso  di pubblicarli sul mio blog perché ci sento una profonda consonanza con un linguaggio poetico che mi è familiare. Soprattutto è un linguaggio poetico  non scontato e non frequente oggi. Classico nel senso del sostrato culturale da cui nasce, ma non invischiato negli schemi classicisti. Questo lo rende molto contemporaneo, perché traslittera  e filtra un io arcaico in un io contemporaneo.

E’ un linguaggio limpido, asciutto, ma non semplificato. Tutto all’opposto.  Perché i riferimenti sono complessi, le antere delle sue parole si spingono lontano e si intrecciano. Originale perché rifiuta la poesia modaiola  e standardizzata che tanto piace oggi in Italia.

Ci sono mari viventi e fiori senzienti in queste poesie. In dialogo costante  con un apeiron periechon che perde la sua minacciosità ma non il suo mistero.

 

Stefano Bellin (Vicenza, 1985) si è laureato in Filosofia all’Università di Padova con una tesi sulle ‘Teorie e pratiche della molteplicità’. Dopo aver lavorato al Museo d’Arte Contemporanea di Barcellona (MACBA) si è e trasferito a Londra per fare un master in Teoria dell’Arte Contemporanea alla Goldsmiths University. Nel 2011 ha cominciato a collaborare con l’organizzazione culturale Land in Focus e nel 2012 ha cominciato un dottorato in Letteratura Comparata al University College London. La sua ricerca si intitola ‘The Shame of Being a Man: Literature and the Outside’ e si concentra su Primo Levi ed altri autori contemporanei.

 

 

*§*§*§*§*§*§*§*§*

Ci son tempeste,

guglie di mare

che l’umana corteccia

in arido gorgo

schiantano

Ma essa,

non roccia

non gentil sughero

che danza

sulla leggera spuma

come sperduto navio

alla scure luna

si frange

E ancora

le tenaci spoglie

tra cicale e salsedine

in sanguinoso grembo

si fan meriggio:

Nuova tremula ventura

Vecchia impavida paura.

 

*

 

POSIDONE

 

O nume,

ricco di pesci,

dimmi, perché mi tormenti?

Un occhio vale tanti pianti?

 

Come, ungendo gli scogli,

flutti e riflutti

Come il destino dei pesci

tutti in banco

e insieme unico argento

Come la sabbia risponde al vento

così,

lo sai,

è la mi vita.

 

Lasciami dunque

respirare il sole

e amare il vento.

Ondeggiando nei flutti

solo cerco di aggrapparmi

a un solido tronco d’olivo.

 

*

 

SENTIERI

 

Sdraiato

il cielo negli occhi

mi son perso.

Come?

Il cielo non ha sentieri?

 

Le fronde schivavano il vento

mi son girato

e non ti ho visto più.

Sarà questo il freddo?

 

Quattro piedi vennero da laggiù

ora ritornano

in due.

Soli, oltre il pianto,

si guardano:

sono tutto e sono nulla.

 

 *

 

LA LEGGE

 

Compagni,

la guerra

è finita!

. disse un fiore

sopravvissuto

quando la macchina

tacque

nel campo.

Ma un onirico

bambino

saltellando

interrogava

il caso e la vita:

Rosso o bianco?

Finalmente

nudo

il papavero

si vergognò

del suo segreto.

 

(C) 2013 by Stefano Bellin  RIPRODUZIONE RISERVATA

Ancora da PARADISO di Giorgio Linguaglossa – con una nota di Francesca Diano

 

 Ringrazio Giorgio Linguaglossa per avermi permesso di pubblicare altre parti del suo Paradiso, cui accosto una tavola di Galeazzo Viganò, grande dipintore in Padova, per le sottili correnti che legano questa poesia e quella pittura.

Di Paradiso ho già detto qualcosa nel mio precedente post che lo riguarda. Vorrei però aggiungere qualcosa sul “valore” che il tempo rappresenta nella sua poesia. Intendo valore proprio in senso matematico e precisamente la nozione di “valore assoluto”. In termini matematici, rappresentando numeri reali su una retta reale, il loro valore assoluto è la distanza dallo zero. Ancora in termini matematici, il concetto di distanza è generalizzato come “il più breve percorso tra due punti di uno spazio curvo”. Ma non si dà distanza – cioè spazio – senza tempo.

Ed è esattamente su questo concetto di distanza che è costruito Paradiso. Lo spazio-tempo che separa e unisce i suoi personaggi è curvo, il che permette il contatto temporale e spaziale in una vicinanza altrimenti impossibile tra loro. Tutto diventa contemporaneità, tutto volge incessantemente attorno a un centro.

Newton, nei suoi Principia, afferma che:  «il tempo assoluto vero e matematico, in sé e per sua natura, fluisce uniformemente senza relazione a qualcosa di esterno, e con un altro nome si chiama durata; il tempo relativo, apparente e comune, è la misura sensibile ed esterna […] della durata attraverso il mezzo del movimento, ed esso è comunemente usato al posto del tempo vero; esso è l’ora, il giorno, il mese, l’anno». E ancora: «Lo spazio assoluto, per sua natura privo di relazione a qualcosa di esterno, rimane sempre simile a se stesso ed immobile […]» .

Il tempo, in Linguaglossa, è tanto quel “più breve percorso tra due punti di uno spazio curvo”, che il tempo e lo spazio assoluto di cui parla Newton. Perché? Perché quel tempo e quello spazio in cui si muovono senza ostacoli le anime che popolano il suo Paradiso, coesistono in uno spazio-tempo curvo e assoluto, “privi di relazione a qualcosa di esterno”, sempre simili a se stessi e immobili in un sistema chiuso e circolare, che mischia e mestica in un continuum passato presente e futuro.

Francesca Diano

(C) 2013

Giorgio Linguaglossa è nato ad Istanbul nel 1949 ma vive a Roma. Ha pubblicato tre raccolte di poesia ed è critico militante. Opere di poesia: “Uccelli” (Scettro del Re, 1992) e “Paradiso” (Edizioni Libreria Croce, 2000), “La Belligeranza del Tramonto” (LietoColle, 2006). Presente in alcune antologie, ha tradotto poeti dall’inglese, dal francese e dal tedesco; ha inoltre tradotto, in collaborazione, alcune poesie di C. Milosz. Nel 1993 ha fondato il quadrimestrale letterario  Poiesis  fino al 2005. Da “Paradiso”:

Galeazzo Viganò – Estro sopra Simon Mago. 2009

PRIMA NAVIGAZIONE

I

Affidarsi a più solida barca, traghettare,

l’inconfutabile Eutimia offrire agli stolti,

un vento divino ci condurrà.

«Dimmi Caronte, è grave disaccortezza

negare all’ospite l’ingresso? La verità

è nella polvere della superficie

o nelle profondità del Tempo?»[…]

[…]Gabriele è l’arcangelo del tempo,

fulgido nel suo panneggio celeste.

L’alito non scuote il drappeggio sottile.

Tutto lì è chiaro e trasparente,

nessuna oscurità, nessun contrasto,

nessuna piega o increspatura,

nessuna motilità senza nervatura

o screzio incide la chiarità d’albume.

La quiete non è scissa, il moto non è scosso.

Il vento della Storia che un tempo

Ha soffiato, ora si è raggelato

E, sullo stipite, compare un angelo

Malinconico che indica un corridoio.

Coro:

«il fuoco vige nella dimora delle pure forme.

È fiamma algida, sostanza in tattile.

Lingueggia dietro il sipario, tende verso l’alto,

lampeggia verso l’incorporeità

fra tutti i corpi il più sottile e brilla

e splende quasi fosse un’idea.

L’occhio si dissolve nel sole, l’iride

Brilla di luce propria come la stella

Meridiana e la Bellezza accende la nostalgia

Verso l’empireo, la patria d’origine,

ove una serena follia fiammeggia.»

È come aver dimenticato qualcosa

In fondo alla propria infanzia che arretra

Quasi un filo la riconduca al mondo

Portando un gusto da allegare i denti.

Un angelo dalle ali di fuoco

Indica il mio volto disperso nella tenebra.

«Sono proprio io l’eletto

e tu sei l’angelo dell’annunciazione?»

Un canto di baritono nell’aria e le note di un fagotto.

«Sono io il pictor e tu porti la buona novella?»

Che il fiammeggiante azzurro resti

Nel mosaico d’oro impresso ad encausto nell’abside.

Le farfalle ritornano ai fiori

gli uccelli cantano agli alberi

il vento piega la docile erba,

e noi di nuovo unti piangiamo.

Un suono di violini sulle acque dell’oceano

E una donna nuda vi s’immerge.

Un coro argentino di arcangeli e la nebbia

Inghiottono il mondo.

«Compilo per l’imperatore Basilio

con destrezza questo sontuoso salterio.

Interlineo con abilità le preghiere ai canti,

ai colori, alle chimere.

Perseguo l’unità dello stile ingombro

di mosaici e di maniere, adulto Lucifero

nel chiostro compio il trionfo dell’ortodossia,

perché restino le colonne trionfali di Costantinopoli.»

II

Il moto della storia è la ruota

il cerchio che eternamente dura.

L’alto fattore intende la mota,

il sole, le stelle che internamente abiura.

Mia madre danza tra gli ulivi.

Un bambino gobbo la scruta, ha il labbro

leporino. Nell’oscuro fogliame

un uccello di fuoco prende il volo.

Mia madre è nuda e parla.

Ora è nel paradiso ove scorre il quieto fiume

dell’oltretomba. Parla agli uccelli, il suo corpo

solleva l’oscurità……….

Scorre un fotogramma, un demone

scarlatto spia nel futuro: un signore

del ventesimo secolo guarda il vuoto.

È ancora giovane. Nei suoi occhi

corre una casa immersa tra gli aranci,

un grande albero di fichi, un bambino

nudo e una fettuccia di mare limpido.

L’uomo cammina col bambino.

Una ringhiera di ghisa e il mare.

Due mele di sonno ha il secolo sovrano.[…]

UN ANGELO RIVELA

La sfericità è l’essenza dell’universo.

La verità di una sfera non coincide

con la verità della sfera sottostante

né con quella che immediatamente la circoscrive.

Ovvero, la soprastante sfericità

Racchiude e annulla la verità delle sfere

Inferiori, sigillate nella quiete

del loro silenzio. La numericità

delle sfere armillari del mostro

dell’universo impallidisce nel riflesso

cangiante dell’immagine musiva.

Nella disputa tra i mathematikoi

E gli akousmatikoi scelgo questi ultimi

Perché nell’orizzonte del mondo forse

Non esiste né deve esistere l’armonia.

ASRAELE

[…]III

La soprastante felicità di Asraele

parla senza parole. Il suo corpo

ignudo dalle ali spiegate mostra

eburnea chiarità. La sfericità

della Storia conosce la morte e il

sangue. – Vola Asraele! attimo fermati

non sei bello quanto impossibile.

Fra gli angeli il più superbo,

candido di giovinezza e melancholia

il vento non scuote le sue ali.

Le nottole del tramonto sul

Pallore del suo volto volteggiano.

ASRAELE PARLA

V’è un demone astuto e ingannatore

che discetta sul computo del cosmo,

sul motore universale. La ruggine,

regina del metallo, rode ogni certezza,

devasta la materia il dubbio, principio

del Male. Ma voi sapete approfittare

di ogni incompletezza come cosa manifesta,

per luce naturale. Allora, rompere

gli indugi, spezzare l’incertezza,

l’indecisione. Nemici dell’irresolutezza

sappiamo che la malaria è l’ordine

del cosmo.

La casa che vedi salda sulle quattro colonne crollerà.

Sbrigati, è un passaggio obbligato la via della realtà.

*

La verità è nella polvere della superficie.

Avere la forma trilobate del giglio,

l’arco acuto della lince, lo stilobate

d’un tempio dorico, la lussuria della lonza.

Possedere la spina dorsale del rettile

e la bifide lingua della vipera,

vestirsi del piumaggio dell’aquila,

avere l’occhio sincipitale della lucertola.

Dare il colpo di coda.

Forse in un’altra vita foste uccelli.

SHEMCHELE PARLA

III

Già il gallo insidia la notte

e la risacca trascina le pallide meduse.

Ora ha inizio la seconda navigazione.

Poiché nel mondo non v’è rivelazione

Dovrete cercare altrove la disperazione:

armonia dell’arco e della lira

la sostanza non è aberrazione.

Perché in te è il sigillo del mondo

Tu non credi agli dei della città.

IL POETA BIANCO

Nel mio giardino il giallo limone risplende

e tra le araucarie e le acacie il gallo cedrone

ridacchia con la sua cresta d’oro.

Nel recinto, all’ombra d’una quercia,

depongo la mia eternità.

Siamo in prossimità del mare che verdeggia.

Il pappagallo sull’asse, la cornacchia

Che prende alto il volo, la zattera dei lèmuri.

L’universo, il rovescio della giacca di dio,

mi è indifferente.

Forse tra le poltrone dell’aldilà anch’egli

si cruccia dell’universale.

L’universo si ritrae nel giardino,

il giardino nell’albero di limone.

E il mattino contemplo il frutto oscillare,

risplendere in accordo con la Ruota.

IL POETA AZZURRO

Io porto con me l’oscurità del bosco

dove il pazzo corre all’ombra della luna

io porto con me un presagio fosco

d’allodole.

Ho salutato dal treno in corsa mia madre

Correva l’alce leggera sull’algida luna

s’impigliavano le corna

il boscaiolo e il Faraone dissipava la clessidra

Correva il re pazzo all’ombra dei pensieri

Sollevava un nero vento l’oscurità

“Perdonate i miei corvi neri – dice la strega –

essi non hanno colpe, sono malvagi

ed hanno freddo”

Venivano a stuolo gli angeli gobbi

infreddoliti e un nero diavolo li scherniva

Il calzolaio parlava alla luna, il re pazzo

correva nel bosco e la strega biascicava

parole vane: il delirio dei corvi neri

ed io salutavo mia madre addormentata

partita all’alba con gli uccelli nel bosco

Io porto con me l’azzurra oscurità

corvi neri e il delirio del girasole

QUESTA FALSA BISANZIO

Questa falsa Bisanzio incimurrita

inghirlandata dai trofei delle cupole

della cattolicità, dai parlamenti

d’un potere eterno, spettrale, è la mia città,

il mio luogo devastato, il teatro

della mia marionetta, il mio necrologio,

il mio orologio, la mia cecità.

Questa carta toponomastica che porto

nel taschino della giacca – tu lo sai –

mi servirà nel caso che perda la memoria

o la coscienza, magari trovandomi nel porto,

nell’orto, o in un bordello notturno

con nient’altro addosso che il portafogli

e un amuleto per il computo del tempo.

Tu lo sai che finirà così. A raschiare la morchia

Prima o poi mi servirà un indizio, una traccia,

rammentare la giacca, la pergamena,

la torcia tascabile.

Di tutto ciò

resterà il fumo che il vento divora.

MIO PADRE

Ora che guardo la tua foto sul comò

accanto all’orologio di ottone, penso

che se tu fossi rimasto immobile

nel tempo, saldo sulle gambe, netto

il profilo, avrebbe varcato la negazione

che ci divide (una scucitura nient’altro).

Ora tutto mi appare come una marcia

inarrestabile verso la meta scandita

dall’orologio, dal comò, dal televisore.

Senza tono, senza aura.

Rigido. Nello spazio gelatinoso

della fotografia ti ho osservato

attraverso lo specchio. Oltre la mia

immagine tu eri sutura, coordinate

capovolte, sfere scoperchiate,

il fumo della sigaretta raggelato,

sgualcito, ancorato nella cornice

come tra le sbarre.

Ora che sono saggio, se la bronzea

legalità fosse un diaframma,

saltando come salta un pianeta

da un’orbita all’altra, entrerei

nello specchio per dirti:

«Sono anch’io un’immagine sottile,

fluttuante. Ora siamo amici finalmente».

I testi e gli estratti riportati sono tratti da: Giorgio Linguaglossa. Paradiso Roma, Edizioni Libreria Croce, 2000

 

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