Louise Glück e la catarsi tragica. Cinque poesie tradotte da Francesca Diano.

Chi è Louise Glück, Premio Nobel Letteratura 2020 | Donne Magazine

Sono davvero felice che il Nobel sia andato a questa grandissima poetessa americana. Davvero grande, per la profondità della sua opera, per la limpidezza (non semplicità, quella è solo apparente) del linguaggio, un mare di cristallo sotto cui respira un’anima potente, per la sensibilità con cui affronta temi universali e difficili, per la grande familiarità che ha col mito classico, che in lei rivive e fruttifica. Ho letto pareri di vario tipo sulla sua poesia; chi la definisce dura, che non fa sconti, chi la definisce semplice seppur ricca di contenuti, chi definisce la sua lingua diretta, chi ancora antiquata e tradizionalista. Sicuramente qualcosa di questo è in parte vero – a parte la semplicità, che proprio non è nelle sue corde di anima tormentata e cristallina insieme, né nella sua lingua. E non certo l’essere antiquata e tradizionalista. Forse si dimentica che, per fare grande poesia, non c’è bisogno di usare paroloni obsoleti o arcaicizzanti, né di essere oscuri e incomprensibili, come tanti poeti italiani, anche ritenuti grandi suppongono, facendo della poesia un vuoto esercizio autoreferenziale e narcisista, parimenti non è limitandosi a descrivere in modo asettico “la cosa”, invece di pagarla col sangue, o di perdersi in vuoti sperimentalismi fini a se stessi, ma è necessario attingere alla fonte profonda del Sé, come lei fa, elaborare una propria mitologia interiore creatrice del mondo, capace di riscriverlo. E’ questa la differenza fra un grande poeta e un poeta mediocre. Anzi, io trovo che proprio quella sua classicità, quella sua misura aurea della forma, in così grande contrasto con temi estremamente drammatici e forti, sia la sua cifra innovativa.

Direi che, da questo punto di vista, Frammento arcaico sia assolutamente paradigmatico. Pur se il testo affonda le radici in uno dei più dolorosi nodi della sua personalità, quel difficile rapporto con se stessa e con la propria identità, un conflitto sfociato poi nell’anoressia nervosa, che le è costato molti anni di analisi, in particolare il verso – Non puoi odiare la materia e amare la forma – non è solo da intendersi come il rivelare il noto conflitto di chi è affetto da questa malattia, fra il rifiuto del corpo e la sublimazione ossessiva, perfezionista della propria immagine, ma diviene metafora del suo fare poetico. Lo scontro fra pulsioni interiori potenzialmente distruttive e l’aspirazione a dar loro una forma strutturata e unificatrice. Credo sia questo un possibile filtro di lettura per comprendere quella che apparentemente è una forma classica – analogamente alla ricerca di risposte nel nutriente serbatoio del mito – e la materia della sua poesia, che è tragica. Insomma, la tecnica è quella della catarsi tragica, come Carlo Diano insegna, che nasce come incontro fra tèchne alypias, tecnica per la liberazione del dolore, ideata da Antifonte Sofista, e la praemeditatio futurorum malorum dei Cirenaici. Insomma, una forma di meditatio mortis, e in effetti il tema della morte, fisica e simbolica, è uno dei suoi temi ricorrenti. Da questo punto di vista, la poesia della Gluck è una forma di catarsi. E, come tale, travalica la dimensione personale e si fa universale.

Grandissima e famosissima, eppure in Italia sono uscite solo due sue opere, curate da quel raffinato anglista che è Massimo Bacigalupo, ma presso due piccolissimi editori. A dimostrazione che, quando si propone un grande autore straniero alle case editrici italiane, magari premiatissimo e famoso nel resto del mondo, ma da noi sconosciuto, invece di ringraziarti e aprirgli le porte, ti snobbano, proprio con la scusa che a loro è ignoto. Salvo poi scoprire anni dopo che magari ha avuto il Nobel e avrebbero potuto averlo in catalogo per primi.

Io ne conoscevo dei testi, ma non mi sono mai misurata con la traduzione, così, in questa occasione, desidero recarle omaggio con quattro testi da me scelti e tradotti.

F. D.

*********

PAESAGGIO ABORIGENO

Stai pestando tuo padre, disse mia madre,

ed in effetti stavo esattamente al centro

di un tappeto erboso, così curato che avrebbe potuto

essere la tomba di mio padre, pur se non v’era lapide a segnarla.

Stai pestando tuo padre, ripeté,

più forte questa volta, il che mi parve strano,

poiché era sorda; l’aveva ammesso anche il medico.

 Mi spostai leggermente di lato, fin dove

finiva mio padre e mia madre iniziava.

Il cimitero era silenzioso. Vento soffiava tra gli alberi;

sentivo un flebile suono di pianto a molte file di distanza,

e, più oltre, il guaito di un cane.

Infine i suoni tacquero. Mi venne in mente

che non ricordavo d’essere stata condotta lì,

in quello che ora pareva un cimitero, benché potesse essere

solo nella mia mente un cimitero; forse era un parco, o se non un parco,

un giardino, o una pergola, profumata, ora notavo, di rose –

douceur de vivre colmava l’aria, la dolcezza del vivere,

come si dice. A un certo punto,

 

mi resi conto d’essere sola.

Dov’erano le altre,

le cugine e mia sorella, Caitlin e Abigail?

 

La luce stava ormai scemando. Dov’era l’auto

che ci aspettava per portarci a casa?

 

Cercai allora qualche alternativa. Avvertii

crescere l’impazienza, direi approssimarsi l’ansia.

Infine, in lontananza, scorsi un trenino,

fermo, sembrava, dietro del fogliame, il controllore

poggiato a una portiera, fumava una sigaretta.

 

Non si scordi di me, gridai mentre correvo

superando molte tombe, molti padri e madri–

 

Non si scordi di me, gridai quando infine lo raggiunsi.

Signora, disse, indicando i binari,

certo si rende conto che questo è il capolinea, i binari non vanno oltre.

Le sue parole erano dure, eppure gli occhi erano gentili;

questo m’incoraggiò a insistere di più.

Ma ritornano indietro, dissi e gli feci notare

la loro robustezza, come ancora avessero in sé molti di quei ritorni.

 

Sa, disse, il nostro è un lavoro difficile: ci confrontiamo

con tanto dolore e delusione.

Mi guardò con crescente franchezza.

Un tempo ero come lei, aggiunse, innamorato dell’agitazione.

 

Allora gli parlai come si parla a un caro amico:

Che le è successo, dissi, poiché era libero di andarsene,

non desidera tornare a casa,

di rivedere la città?

 

È questa la mia casa, disse.

La città – la città è dove io scompaio.   

 

  

Aboriginal Landscape

You’re stepping on your father, my mother said,

and indeed I was standing exactly in the center

of a bed of grass, mown so neatly it could have been

my father’s grave, although there was no stone saying so.

You’re stepping on your father, she repeated,

louder this time, which began to be strange to me,

since she was dead herself; even the doctor had admitted it.

I moved slightly to the side, to where

my father ended and my mother began.

The cemetery was silent. Wind blew through the trees;

I could hear, very faintly, sounds of  weeping several rows away,

and beyond that, a dog wailing.

At length these sounds abated. It crossed my mind

I had no memory of   being driven here,

to what now seemed a cemetery, though it could have been

a cemetery in my mind only; perhaps it was a park, or if not a park,

a garden or bower, perfumed, I now realized, with the scent of roses 

douceur de vivre filling the air, the sweetness of  living,

as the saying goes. At some point,

it occurred to me I was alone.

Where had the others gone,

my cousins and sister, Caitlin and Abigail?

By now the light was fading. Where was the car

waiting to take us home?

I then began seeking for some alternative. I felt

an impatience growing in me, approaching, I would say, anxiety.

Finally, in the distance, I made out a small train,

stopped, it seemed, behind some foliage, the conductor

lingering against a doorframe, smoking a cigarette.

Do not forget me, I cried, running now

over many plots, many mothers and fathers 

Do not forget me, I cried, when at last I reached him.

Madam, he said, pointing to the tracks,

surely you realize this is the end, the tracks do not go further.

His words were harsh, and yet his eyes were kind;

this encouraged me to press my case harder.

But they go back, I said, and I remarked

their sturdiness, as though they had many such returns ahead of them.

You know, he said, our work is difficult: we confront

much sorrow and disappointment.

He gazed at me with increasing frankness.

I was like you once, he added, in love with turbulence.

Now I spoke as to an old friend:

What of  you, I said, since he was free to leave,

have you no wish to go home,

to see the city again?

This is my home, he said.

The city — the city is where I disappear.

Ognissanti

Ancora questo paesaggio si va componendo.

Le colline s’oscurano. I buoi

dormono nel loro giogo azzurro,

i campi sono stati

ripuliti, i fasci

uniformemente legati e accatastati sul bordo della strada

fra le potentille, mentre la luna dentata si leva:

Questa è la brullità

del raccolto o della pestilenza.

E la moglie che si sporge alla finestra

la mano tesa, come a pagare,

e i semi

distinti, d’oro, chiamano

Vieni qui

Vieni qui piccolino

E l’anima striscia fuori dall’albero.   

 

All Hallows

 

Even now this landscape is assembling.

The hills darken. The oxen

sleep in their blue yoke,

the fields having been

picked clean, the sheaves

bound evenly and piled at the roadside

among cinquefoil, as the toothed moon rises:

This is the barrenness

of harvest or pestilence.

And the wife leaning out the window

with her hand extended, as in payment,

and the seeds

distinct, gold, calling

Come here

Come here, little one

And the soul creeps out of the tree.

Frammento arcaico

 

Stavo cercando di amare la materia.

Attaccai un biglietto sullo specchio:

Non puoi odiare la materia e amare la forma.

 

Era una bella giornata, seppur fredda.

Questo, per me, fu un gesto bizzarramente emotivo.

 

……. la tua poesia:

tentai, ma non potei.

 

Attaccai un biglietto sul primo biglietto:

Grida, piangi, colpisciti, stracciati le vesti–   

 

Lista delle cose da amare:

terra, cibo, conchiglie, capelli umani.

 

……. diceva

eccesso di cattivo gusto. Allora

stracciai i biglietti.

AIAIAIAI

gridò lo specchio nudo.

 

Archaic Fragment

I was trying to love matter.

I taped a sign over the mirror:

You cannot hate matter and love form.

It was a beautiful day, though cold.

This was, for me, an extravagantly emotional gesture.

…….your poem:

tried, but could not.

I taped a sign over the first sign:

Cryweep, thrash yourselfrend your garments

List of things to love:

dirt, food, shells, human hair.

.   …… said

tasteless excess. Then I

rent the signs.

AIAIAIAI cried

the naked mirror.

Mito di devozione

 

Quando Ade decise che amava la fanciulla

creò per lei un duplicato della terra,

uguale in tutto, fin nei prati,

ma con l’aggiunta di un letto.

 

Tutto uguale, compresa la luce,

perché sarebbe stato duro per una fanciulla

passare tanto in fretta dalla luce splendente alla totale tenebra.

 

A gradi, pensò, avrebbe inserito la notte,

dapprima come ombre di foglie ondeggianti.

Poi la luna, le stelle. Poi né luna, né stelle.

Che Persefone vi si abitui pian piano.

Alla fine, pensò, lo troverà rassicurante.

Una replica della terra

solo che qui v’era amore.

Non vogliono tutti amore?

 

Attese molti anni,

costruendo un mondo, osservando

Persefone nel prato.

Persefone, che odorava, assaporava.

Se hai un appetito, pensò,

li hai tutti.

 

Forse che ognuno non vuol sentire nella notte

il corpo amato, bussola, stella polare,

ascoltare il quieto respiro che dice

sono vivo, che significa anche

che tu sei viva perché mi ascolti,

sei qui con me. E quando si gira l’uno

anche l’altra si gira–

 

Questo sentiva, il signore delle tenebre

guardando il mondo che aveva

creato per Persefone. Non gli venne mai in mente

che lì non vi sarebbe più stato un odorare,

e certamente non più un mangiare.

 

Senso di colpa? Terrore? Paura dell’amore?

Queste cose non poteva immaginarle;

non le immagina mai nessun amante.

 

Sogna, si chiede come chiamare questo luogo.

Dapprima pensa: Il Nuovo Inferno. Poi: Il Giardino.

Infine, decide di chiamarlo

Fanciullezza di Persefone.

 

Una morbida luce si leva sopra il prato,

dietro il letto. La prende fra le braccia.

Vuole dirle ti amo, nulla ti può ferire

 

ma pensa

che è una bugia, così alla fine dice

sei morta, nulla ti può ferire

che a lui sembra

un inizio più promettente, più vero. 

A Myth of Devotion

 

When Hades decided he loved this girl
he built for her a duplicate of earth,
everything the same, down to the meadow,
but with a bed added.

Everything the same, including sunlight,
because it would be hard on a young girl
to go so quickly from bright light to utter darkness

Gradually, he thought, he’d introduce the night,
first as the shadows of fluttering leaves.
Then moon, then stars. Then no moon, no stars.
Let Persephone get used to it slowly.
In the end, he thought, she’d find it comforting.

A replica of earth
except there was love here.
Doesn’t everyone want love?

He waited many years,
building a world, watching
Persephone in the meadow.
Persephone, a smeller, a taster.
If you have one appetite, he thought,
you have them all.

Doesn’t everyone want to feel in the night
the beloved body, compass, polestar,
to hear the quiet breathing that says
I am alive, that means also
you are alive, because you hear me,
you are here with me. And when one turns,
the other turns—

That’s what he felt, the lord of darkness,
looking at the world he had
constructed for Persephone. It never crossed his mind
that there’d be no more smelling here,
certainly no more eating.

Guilt? Terror? The fear of love?
These things he couldn’t imagine;
no lover ever imagines them.

He dreams, he wonders what to call this place.
First he thinks: The New Hell. Then: The Garden.
In the end, he decides to name it
Persephone’s Girlhood.

A soft light rising above the level meadow,
behind the bed. He takes her in his arms.
He wants to say I love you, nothing can hurt you

but he thinks
this is a lie, so he says in the end
you’re dead, nothing can hurt you
which seems to him
a more promising beginning, more true.

Da Averno, 2006.

Fine d’estate

Dopo che ogni cosa mi fu venuta in mente,

mi venne in mente il vuoto.

V’è un limite

al piacere che ho avuto nella forma –

in questo non sono come te,

non ho sollievo in un altro corpo,

non ho bisogno

di rifugi che mi siano esterni-

Mia povera ispirata

creazione, sei

non altro che distrazione, infine,

mera decurtazione; sei

come me troppo piccola alla fine

per soddisfarmi.

E poi così decisa-

esigi un pagamento

per scomparire,

tutto pagato in qualche luogo della terra,

qualche souvenir, come un tempo fosti

ricompensata per la fatica,

poiché lo scriba lo si paga

con l’argento, il pastore con l’orzo,

benché non sia la terra duratura, né

questi piccoli frammenti di materia-

Se tu aprissi gli occhi

mi vedresti, vedresti

la vacuità del cielo,

che si rispecchia sulla terra, i campi

vuoti di nuovo, senza vita, innevati,

poi luce bianca

non più camuffata da materia.

End of Summer

After all things occurred to me,

the void occurred to me.

There is a limit

to the pleasure I had in form –

I am not like you in this,

I have no release in another body,

I have no need

of shelter outside myself –

My poor inspired

creation, you are

distractions, finally,

mere curtailment; you are

too little like me in the end

to please me.

And so adamant –

you want to be paid off

for your disappearance,

all paid in some part of the earth,

some souvenir, as you were once

rewarded for labor,

the scribe being paid

in silver, the shepherd in barley

although it is not earth

that is lasting, not

these small chips of matter –

If you would open your eyes
you would see me, you would see

the emptiness of heaven

mirrored on earth, the fields

vacant again, lifeless, covered with snow –

then white light

no longer disguised as matter.

.

 Per la traduzione (C)2020 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

La quiete durante la tempesta

Leopold Schulz, 1831. Tempesta sul lago di Tiberiade.

 

 

 Di tutte le immagini che ci sono venute o che ci sono state scaricate addosso in questi mesi – dolorose, spaventose, terrorizzanti, ipocrite, struggenti, crudeli, grottesche – di tutte, più di qualunque altra, perché così paradigmatica, mi è rimasta incisa negli occhi e nella mente quella di Papa Francesco, il 27 marzo. L’immensa piazza San Pietro vuota, al crepuscolo, sotto un cielo plumbeo, con la pioggia che rendeva lucenti selciato, colonne, marmi. Davanti alla facciata del Maderno, sul sagrato, era stato installato un baldacchino al centro del quale erano collocati una grande poltrona rossa e oro e un microfono. Sulla sinistra, un leggio con il Vangelo e un altro microfono. A un tratto, dal centro della piazza, si vede arrivare il Papa accompagnato da un sacerdote. Francesco appare stanco, invecchiato, cammina zoppicando, curvo sotto la pioggia. Con fatica sale i gradini che lo separano dallo scranno. Tutto è vuoto e assordante silenzio.

  L’evento è eccezionale, come tutto quello che sta succedendo da tempo. La sua portata è storica. Solo in secoli lontani la Chiesa invocava solennemente l’intervento divino per far cessare le terribili epidemie che uccidevano milioni e per cui non v’era cura. Ma in passato si tenevano processioni, preghiere collettive, raduni di fedeli. Oggi tutto avviene nel vuoto circoscritto dal perimetro del colonnato del Bernini, nell’assenza resa ancora più pregnante dalla piccola figura di un uomo vecchio, stanco e traballante. Il Papa pregherà per la fine della pandemia.

Il sacerdote legge un passo del Vangelo di Marco, quello dell’episodio della tempesta (Mc. 4, 35). “Venuta la sera”, così inizia. E poi, Gesù, sereno mentre la barca è sballottata dalle onde e i discepoli temono per la propria vita: “Perché avete paura? Non avete ancora voi fede?”

  Mi colpisce, durante la lunga omelia, che pure in sé sarebbe significativa e toccante se non fosse per il tono con cui viene letta, l’espressione smarrita di Francesco. La voce è flebile, non ha forza, oserei dire che non ha convinzione. Oserei persino dire che il suo aspetto è quello di un uomo vinto. Le sue parole cadono a terra e si confondono con le gocce di pioggia. Nel grigiore.

Il passo testamentario era ed è quanto mai appropriato e adeguato. Ma dov’era la potenza della fede che Gesù invocava, serenamente disteso nel fragile e spoglio guscio di una barchetta? Serenamente, ma con la serenità del forte. Dov’era la sicurezza che il suo Vicario dovrebbe trasmettere e che invece cozzava in tutta la sua tremante fragilità contro le immagini statiche dell’inutile grandiosità degli edifici, contro lo splendore dell’arte, la pompa e il potere mondano che i Papi del passato hanno voluto a dimostrazione del potere della Chiesa? Tutto è dissolto.

La Chiesa non si è nemmeno provata a protestare contro il divieto imposto ai fedeli di seguire una messa, di avere il conforto dello spirito, non meno importante, per coloro che credono, della salute del corpo, ha taciuto sull’orrore barbarico di funerali negati, di salme sottratte alle famiglie senza poter dare loro un ultimo saluto e fatte sparire nella cremazione. Ha taciuto quando un poliziotto ha fatto irruzione armato in una chiesa interrompendo la messa celebrata da un sacerdote – quello sì coraggioso – pur nel totale rispetto delle misure di  sicurezza. Il Papa ha taciuto. La Chiesa ha taciuto. Da sola si è imbavagliata. Ha seguito le regole. Una Chiesa che si è autofondata sulle parole e sugli atti di uno dei maggiori rivoluzionari della storia.

Voglio precisare che, per quanto mi riguarda, la Chiesa non è altro che una struttura di potere rafforzato nei secoli; non mi piace, è ben lontana dalla rivoluzione che il Cristo aveva segnato, non affido il mio sentimento della trascendenza, il mio senso del Sacro, che pure sono profondi, a un’istituzione che ha perpetrato orrori e si è macchiata di terribili crimini nel corso della sua storia. Ma è un simbolo. Lo è comunque. E se riduci un simbolo a vuota forma, ne cancelli ogni significato e non senza danni collaterali.

  Ecco, quell’immagine di Piazza San Pietro incredibilmente, e certo inconsapevolmente, simbolica, mi ha colpita in modo profondo perché è il compendio di tutto ciò che stiamo vivendo, e dell’epoca in cui stiamo vivendo. A che si ricordi, mai nella sua storia, l’uomo si è trovato globalmente privato all’improvviso di tutti i propri diritti, della propria dignità, degli affetti, della socialità in nome del profitto e del potere assoluto di pochi. Le maschere – quelle vere – sono cadute e dietro non c’è che il vuoto.

  Penso alla splendida poesia del grande poeta irlandese James Harpur, Mito modificato in cui si narra di come San Patrizio scacciò i serpenti dall’Irlanda:

La serpe stava immobile, l’essenza

Di generazioni di serpi compressa

In ciascun atomo di nervi e muscoli;

Le verdi spire oleose scintillanti

Con l’asciuttezza del colore a smalto.

 

Il santo sereno, sangue caldo

Si piegò e versò gocce d’acqua santa

Finché come forcuto spasmo di saetta

La serpe, crocefissa, sputò e risputò fuori

Il vangelo con sibili e veleno,

Vibrando come un fioretto la lingua cieca,

Distaccata la testa dalla coda

Dal peso abnorme di solida carne.

Uscendo dalla pelle, iniziò a tremare,

E poi sfrecciò attraverso le felci

Che crepitarono come pioggia su un’inferriata viva.

 

Ovunque andasse i serpenti svanivano:

Lui scagliava una croce,

Loro guizzavano in tane di volpe.

Lui schioccava le dita,

Loro sgusciavano fra le crepe di lapidi.

Diceva “Abracadabra”

E loro si scioglievano diventando miraggi.

 

Ma mentre il santo gettava via i sandali

Le serpi si fecero strada a morsi sottoterra,

E s’incontrarono, e serpe mangiò serpe

Finché un solo serpente, pregno dei propri succhi,

Il dorso incrostato dei colli dell’Irlanda

Ristette immobile.

 

Ed ora sta in attesa,

S’ingrossa sotto l’esile pelle del Nuovo Testamento,

Attendendo che i santi su San Pietro

Crollino uno ad uno,

 

Come tante oche ritte in fila al tirassegno.

 

È bastato un virus, un’entità biologica parassitaria, di cui del resto ancora oggi si sa ben poco – per quanto se ne dica – a far emergere la verità, a sollevare il velo sull’inconsistenza della società che l’Occidente ha costruito e che non ha più anima. Dunque facilmente manipolabile. Una società che somiglia, da molti punti di vista, a un virus. Da alcuni secoli, persa la sua anima, si sta nutrendo ed è cresciuta predando risorse ed esseri umani, approvvigionandosene in terre più ricche in nome del profitto. Per giustificare questa attività predatoria ha creato il mito dell’inferiorità delle creature di cui si è nutrita. Ha violentato la natura, ha dimenticato che l’uomo è parte della natura, senza la quale non esisterebbe. L’immensa hybris con cui ha compiuto tutto questo, ha ridotto l’Occidente e i paesi occidentalizzati a un mero ammasso di mercanti, di merci e di consumatori. Merce essi stessi.

Il mito dello sviluppo economico e tecnologico senza limiti si è sgretolato. Ma come sa bene chiunque si interessi di simboli, spesso se ne mantiene la forma, il guscio, per svuotarlo e sostituirlo con un nuovo significato e farlo accettare in modo apparentemente indolore e fluido. Se la religione in Occidente ha perso il suo vigore, oggi vediamo la scienza e la tecnologia assurte a rango di religione, con i loro sacerdoti, con i loro luoghi di culto, con i loro dogmi, mettendo in discussione i quali si diventa eretici di fronte ai nuovi tribunali di una nuova inquisizione. Proprio questa violenta tacitazione di ogni dissenso rende sospetto il potere cieco e assoluto che la cosiddetta scienza vorrebbe imporre. Quella che oggi viene spacciata per Scienza, ma che della vera scienza, figlia del dubbio e del costante superamento dei risultati raggiunti, che si nutre di ipotesi e di incertezze, di confronti e collaborazione, ha ormai ben poco, essendo stata trasformata in un blocco granitico di assoluti che si spaccia per Verità, scienza non è.

Dimentico del passato, cieco al presente, proiettato verso un futuro virtuale in cui il mostruoso potere economico di pochi assicurerà loro il dominio del globo sulla pelle dei molti che lo alimenteranno passivamente, l’Occidente e i paesi occidentalizzati hanno resecato ogni contatto con la propria cultura e la propria spiritualità. Ma anche con la realtà.

“Se perdi la tua cultura e le tue tradizioni, perdi la tua anima”, ha detto una donna indiana. È la grande illusione. Condannati a vivere nel presente di un’illusoria immobilità della storia, in cui eravamo convinti che tutto potesse rimanere sempre come lo conosciamo, la storia ci si è rovesciata addosso. Soprusi, epidemie, ingiustizie, sfruttamento, ribellioni, annullamento dei diritti umani, oppressione, li abbiamo creduti – ce li hanno fatti credere – lontani da noi, se non nel tempo, certo nello spazio. Non ci riguardavano. Ammaliati da un benessere reale per pochi, ma precario per i molti, ci siamo cullati nell’idea che tutto questo fosse uno stato immutabile delle cose, che oltre 70 anni di pace e crescita economica in Occidente potessero costituire un traguardo da mantenere ad libitum.

Non era così. Quel serpente sotterraneo, nascosto, pregno dei propri succhi di cui parla Harpur, era rimasto in attesa e ora mostra il suo muso sinistro e appuntito.

Persino al passaggio della morte è stata negata la sacralità del rito e degli affetti. Corpi sottratti, ancora vivi, ai parenti, una volta morti, portati di notte a cremare senza che i familiari potessero congedarsene con amore. Ci siamo dimenticati di Antigone, che obbedì alla legge della pietà e non del potere.

Ed è questo quello di cui parlo: la dimenticanza. In nome di una minaccia globale, di un’epidemia, o pandemia come vogliono, anche quell’esile legame che l’Occidente manteneva con le proprie radici culturali, spirituali, etiche, con il proprio passato, che lo teneva saldo in sé stesso, si è dissolto. Tutto s’è sgretolato.

Dalla finestra che si apre sul giardino, vedo una luna quasi piena e orgogliosa del proprio scintillìo. Illumina gli alberi e i tetti silenziosi delle case. Ricordo che, quando ero piccola, mia madre mi aveva insegnato un rito gentile – uno dei rarissimi bei ricordi che mi vengono da lei – che aveva appreso a sua volta dalle contadine delle montagne abruzzesi quando era bambina: l’inchino alla luna. Tenendo in mano una monetina, alla luce della luna piena, si esprime un desiderio e si fanno tre inchini all’astro scintillante. Ora ho scoperto che questo antichissimo rito di adorazione dell’astro ritorna quasi identico anche in molte altre tradizioni folkloriche. È un legame che amo conservare con le mie ave sconosciute.

In questi mesi di arresti domiciliari, il passato torna a farsi sentire con molta forza. Amo il passato, il lontano passato e ho sempre cercato, nella mia vita, radici lontane di chi io sia, non solo e non tanto come persona, ma come essere umano. Dunque i miti, le tradizioni folkloriche, la storia, l’archeologia, le religioni. Ma questo passato, quello che in questo periodo riemerge, è quello dei miei ricordi, degli incontri, delle persone e dei momenti che costituiscono la mia storia. Forse perché sono ormai una donna che un tempo si sarebbe definita anziana, anche se non me ne accorgo, e i ricordi sono le ghiande che per tanti anni ho raccolto come provvista per l’inverno. Non li cerco, si presentano e mi rendono felice. Non sono tutti belli, perché la mia vita è stata una lunga battaglia, ma, come diceva mio figlio quando era ancora fra noi: “Anche i ricordi dolorosi sono belli”.

La memoria di volti, momenti, luoghi, discorsi, paesaggi, che affiora non sollecitata, mi dà un senso di continuità e solidità. Mi fa sentire radicata e forse la psiche, nella sua saggezza, sa che è questo ciò di cui ho bisogno. Di cui tutti abbiamo bisogno. Di sapere chi siamo. Di sentirsi radicati nel caos devastante in cui sono state fatte precipitare le vite degli uomini da gente incapace di gestire quel che sta succedendo, ma molto capace di alimentare terrore e paura per raggiungere i propri scopi.

Così tutti dovremmo, ora più che mai, mantenere saldamente il nostro legame non solo con i nostri ricordi, che ci danno la dimensione di chi noi siamo e ci dicono da dove veniamo, ma con il nostro passato. Perché, nella tradizione antica, Mnemosine aveva due facce: l’una rivolta al passato e l’altra rivolta al futuro. E l’uno non è possibile senza l’altro. Tutti dovremmo, pur sul guscio di noce che è la nostra barchetta sballottata dalle onde della tempesta, rimanere ben saldi in noi stessi e non cedere alla tentazione della paura. E forse, quel sonno cui serenamente il Cristo si lasciava andare durante la tempesta, dovrebbe esserci d’ispirazione. Non è il sonno di chi si rifugia nell’oblio, obnubila la coscienza e si rifiuta di mantenere desta la propria consapevolezza, non è il “sonno della ragione” di Goya, che genera mostri. Un sonno così simile alla morte; no, è il sonno di chi affronta con la forza della serenità e della speranza anche un momento apparentemente drammatico e non si lascia travolgere dalla confusione e dalla disperazione generale. Il sonno sereno di chi non teme, non cede agli inganni della Maya e non ha perduto sé stesso. Non lasciamoci sradicare, non perdiamo la memoria. Non perdiamo noi stessi.

 

(C) 2020 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

James Harpur. Teti. Una cantata

 

Immagine:Pittore di Damone - Teti e le Nereidi compiangono Achille (560 a.C.).jpg

Teti e le Nereidi piangono Achille. Pittore di Damone, VI sec. a. C. Louvre. 

 

Questo bellissimo testo, che James Harpur mi ha concesso di pubblicare in anteprima mondiale e nella mia traduzione, è una Cantata, che gli è stata commissionata, proprio sul tema di Teti e di Achille, da Nicola LeFanu, grande compositrice, direttrice d’orchestra e accademica inglese di origine irlandese, nota e grandemente apprezzata in tutto il mondo. LeFanu, che tra l’altro ha studiato anche in Italia con Goffredo Petrassi, è autrice di oltre 100 opere, tra cui pezzi per orchestra, gruppi da camera e voce, e sei opere. Ringrazio anche lei per avermi concesso la possibilità di pubblicare il testo tradotto e in inglese, dato che è lei la committente. Si uniscono così, in quest’opera, due grandissime voci internazionali, una poetica e una musicale, della cultura angloirlandese.

L’opera mi tocca particolarmente da vicino per molti motivi, anche personali; la Cantata sarà composta da una delle non moltissime donne compositrici, il tema è quello di una madre che piange il figlio morto, la sostanza e la struttura sono ispirate a un caoìne, una lamentazione funebre irlandese codificata, che in Irlanda ha una tradizione nobile e antichissima, come antichissima è la tradizione del threnos greco, da cui deriva direttamente, e il soggetto è classico.

L’andamento ipnotico e ritmico, che suggerisce la circolarità del tempo – l’eterno ritorno – che è la dimensione in cui Teti esiste, è interrotta dall’aspro ritornello in cui la Dea grida il suo strazio, non tanto divino, quanto umano. Non è solo l’eterno ritorno del tempo, ma l’eterno ritorno del dolore, la condanna che l’immortalità porta con sé. E vorrei dire che, se la morte di un figlio è lo strazio più atroce che una persona – e una madre – possa vivere, un dolore che è difficilmente esprimibile e non passa mai, è il miracolo dell’arte riuscire a dirlo, a comunicarlo con questa intensità e verità anche se non lo si è provato. E’ quanto fa Harpur, che coglie anche quell’aspetto della ciclicità che questo tipo di dolore ha in sé. Chi lo conosce, infatti, sa che anche dopo molti anni riemerge intatto, inaspettato, feroce come nell’istante della perdita.  Non tutto guarisce il tempo.   

Ho cercato di mantenere, nella traduzione, questo ritmo e per quanto possibile, gli effetti sonori-  

Nella Nota premessa da Harpur, sono chiariti  il significato e la struttura della composizione, che, si tenga conto, è una Cantata, dunque prevede una messa in musica. Nicola LeFanu non ha ancora completato la composizione e dunque questa è un’anteprima davvero preziosa. 

Francesca Diano

 

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JAMES HARPUR

TETI

Traduzione di Francesca Diano

 

 Lo spettro-falena

(Teti, la dea del mare, piange il figlio Achille)

 

 

Ora non vedi le alghe sulla sabbia,

la via tra le dune lungo cui passeggiavi,

la grotta che si animava di frulli d’ali.

 

Le onde che in un ruggito riverso dalla bocca,

le risucchio in un sibilo tra i denti.

 

Nulla, figlio, mi aveva preparata

alle fiamme delle tue ossa,

all’odore dell’olio che arde,

al pianto corale degli uomini

trasportato dal vento

sulla piana di Troia oscura come il vino.

 

Fin da quei giorni io seppi

che anzitempo tu saresti morto;

oh, come attesi i segni! –

la carcassa di un delfino alla deriva,

il grido improvviso d’un gabbiano

come il balenio d’una freccia.

 

E ora non vedi più le alghe sulla sabbia,

la strada sulle dune lungo cui passeggiavi,

la grotta che si animava di frulli d’ali.

 

Le onde che in un ruggito riverso dalla bocca,

le risucchio in un sibilo tra i denti.

 

Nel mio abbraccio mai nulla muore:

le mie immagini sono simili ai pesci

che incrociano le correnti del mio essere –

io tento di respingerle ogni giorno

ma s’affollano sempre: la tua nascita,

la massa dei tuoi capelli risplendente,

l’acquamarina dei tuoi occhi

ed ora, il tuo spettro-falena

che fiuta l’Ade alla ricerca di sangue.

 

Da tempo ho abbandonato un mondo

vuoto di te, mio Achille,

e tu così giovane, ma morto,

io viva ma mai vecchia,

i ricordi mi incrostano

come cirripedi, anemoni,

i miei occhi fissi in eterno

 

sulle alghe sulla sabbia,

sulla via tra le dune lungo cui passeggiavi,

sulla grotta che si animava di frulli d’ali.

 

Le onde che in un ruggito riverso dalla bocca,

le risucchio in un sibilo tra i denti.

 

NOTA di James Harpur

Teti, la dea del mare, piange la morte del figlio Achille, l’eroe greco che sarebbe stato imortale se non avesse avuto sul tallone quel punto vulnerabile, colpito da una freccia di Paride. Teti è la personificazione del mare e dunque la sua sostanza è legata al ritmo delle maree, dunque il testo cerca di trasmettere questo aspetto attraverso l’uso di una “ripresa” o refrain, più ampia e sciolta rispetto ai versi più brevi e netti del resto della poesia.

Inoltre, Teti è immortale e la ripresa vuole enfatizzare l’eterna continuità della sua esistenza – l’ininterrotto ritmo del respiro, l’andare e venire della vita.

Il cuore del testo è una intensa elegia per il figlio – il dolore crudo di una madre che perde il figlio, ma anche l’idea del proprio tragico fato di essere immortale. L’apparente fortuna di una vita eterna porta con sé la maledizione di dover vivere in eterno con i ricordi; in questo caso, quello di una perdita. Man mano che questo si fa chiaro nel testo – un dolore che mai si sopirà – la ripresa sottolinea, nella ripetizione dei due versi, gli aspetti visivi/sonori non solo del naturale movimento del mare, ma anche dell’innaturale dolore per il lutto e l’ira della dea.

L’immagine per sempre fissa nello sguardo di Teti ( e che mai potrà dimenticare)  è quella della cremazione di Achille – l’odore dell’olio di oliva che brucia, il pianto dei compagni e poi i ricordi di Achille bambino, che contrastano con il suo attuale stato nell’Ade, dove i morti sono larve vaganti e fluttuanti, che hanno necessità di nutrirsi di sangue per assumere aspetto umano. Così Ulisse, nel Libro XI dell’Odissea deve provvedere del sangue per parlare con Achille e Agamennone.

Il testo è dunque costruito secondo uno schema circolare e senza soluzione di continuità, ma anche lineare, a evocare il tempo mortale, nelle terzine e si conclude, ritornando su se stesso in un ciclo ininterrotto che, tuttavia, può essere inteso forse come una ciclica catarsi, seppur temporanea.

 

 

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JAMES HARPUR

THETIS

 

The Moth-Ghost

 

(The sea goddess Thetis mourns her son, Achilles)

 

Now you cannot see the seaweed on the sand,

the path above the dunes where you would stroll,

the cave that came to life with flitting wings.

 

The waves that roll from my mouth in a roar

my teeth suck back with a hiss.

 

Nothing, my son, prepared me

for the flames on your bones,

the scent of burning oil,

the choral wailing of men

that drifted on the wind

across the wine-dark plain of Troy.

 

Throughout those days I knew

you’d die before your time;

and how I waited for the signs! –

the drifting carcass of a dolphin,

a seagull’s sudden cry

like the flash of an arrow.

 

And now you cannot see the seaweed on the sand,

the path above the dunes where you would stroll,

the cave that came to life with flitting wings.

 

The waves that roll from my mouth in a roar

my teeth suck back with a hiss.

 

Nothing dies in my embrace:

my images are like the fish

that cross the currents of my being –

each day I try to shed them,

but still they swarm: your birth,

your shining shock of hair,

the aquamarine of your eyes

and, now, your moth-ghost

sniffing for blood in Hades.

 

I’ve long outgrown a world

without you, dear Achilles,

and you so young, but dead,

and me alive and never old,

memories encrusting me

like barnacles, anemones,

my eyes forever pinned

 

on the seaweed on the sand,

the path above the dunes where you would stroll,

the cave that came to life with flitting wings.

 

The waves that roll from my mouth in a roar

my teeth suck back with a hiss.

 

(C)by James Harpur e per la traduzione by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

James Harpur – Mito modificato. Traduzione di Francesca Diano.

San Patrizio calpesta i demoni. Miniatura 1450 ca. British Library

 

La seguente poesia è parte della raccolta di James Harpur, A Vision of Comets, 1993. Narra la leggenda che San Patrizio abbia scacciato i serpenti dall’Irlanda (che, in effetti, ne è priva), agitando il suo pastorale e trafiggendoli. La leggenda ovviamente adombra la cristianizzazione dell’Irlanda e la messa al bando dell’antica religione druidica, secondo una visione messianica del Male incarnato dal Serpente. Eppure, in questo testo bellissimo, Harpur ci mette in guardia. Il Male non è scomparso dal mondo, si annida persino lì dove non dovrebbe essere, in attesa di colpire quando lo spirito tradisce la sua origine sacra, e forse, dati i tempi, questo suo testo si rivela profetico.

Come per tutte le opere di James Harpur, la traduzione in italiano è mia.

(F. D.)

 

MITO MODIFICATO

 

La serpe stava immobile, l’essenza

Di generazioni di serpi compressa

In ciascun atomo di nervi e muscoli;

Le verdi spire oleose scintillanti

Con l’asciuttezza del colore a smalto.

 

Il santo sereno, sangue caldo

Si piegò e versò gocce d’acqua santa

Finché come forcuto spasmo di saetta

La serpe, crocefissa, sputò e risputò fuori

Il vangelo con sibili e veleno,

Vibrando come un fioretto la lingua cieca,

Distaccata la testa dalla coda

Dal peso abnorme di solida carne.

Uscendo dalla pelle, iniziò a tremare,

E poi sfrecciò attraverso le felci

Che crepitarono come pioggia su un’inferriata viva.

 

Ovunque andasse i serpenti svanivano:

Lui scagliava una croce,

Loro guizzavano in tane di volpe.

Lui schioccava le dita,

Loro sgusciavano fra le crepe di lapidi.

Diceva “Abracadabra”

E loro si scioglievano diventando miraggi.

 

Ma mentre il santo gettava via i sandali

Le serpi si fecero strada a morsi sottoterra,

E s’incontrarono, e serpe mangiò serpe

Finché un solo serpente, pregno dei propri succhi,

Il dorso incrostato dei colli dell’Irlanda

Ristette immobile.

 

Ed ora sta in attesa,

S’ingrossa sotto l’esile pelle del Nuovo Testamento,

Aspettando che i santi su San Pietro

Crollino uno ad uno,

 

Come tante oche ritte in fila al tirassegno.

 

 

REVISED MYTH

 

The snake lay still, the essence

Of snake generations compressed

Into each atom of nerve and muscle;

Its oily green coils glistening

With the dryness of glazed paint.

 

The warm-blooded serene saint

Leant over and let drip drops of holy water

Until like a fork of lightning spasm

The snake, crucified, spat and spat

Back the gospel with hiss and venom,

Its blind tongue flickering foil-like,

Head and tail split from each other

By the great sackweight of solid flesh.

Unpeeling itself, it began to shudder,

Then rocketed through the bracken

That crackled like rain on a live rail.

 

Wherever he went, the snakes vanished:

He lobbed a cross.

They darted into foxholes.

He clicked his fingers,

They slipped between the cracks of gravestones.

He mouthed ‘Abracadabra’,

They melted into their own mirages.

 

But while the saint kicked off his sandals

The snakes chewed their way through thick earth,

And they met, and snake ate snake

Until just one serpent, sweating in its juices,

Its back crusted with the hills of Ireland,

Lay still.

 

And now it lies waiting,

Swelling under the thin skin of the New Testament,

Waiting for the saints on St Peter’s

To drop off, one by one,

 

Like stand-up ducks at a rifle range.

 

(C) James Harpur. Per la traduzione (C) Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Le paure dell’Occidente

Black Iris. Georgia O’Keefee, 1926

 

L’Occidente ha rimosso il concetto, l’idea stessa della morte. Non lo dico io, ma moltissimi studi di sociologi, psicologi, storici del costume ecc. L’ha rimosso perché ne ha paura, ne ha terrore. Ovvio, chi non teme la morte, a parte le anime più evolute, che hanno fatto della spiritualità il loro percorso di vita? A parte chi non vede nella morte una fine, ma un nuovo inizio, o uno stadio di un lungo cammino? Ma, nella psicologia collettiva dell’Occidente moderno, la morte è una fine. E lo è perché si tendono a privilegiare solo gli aspetti materiali della vita: l’efficienza e il benessere del corpo, la giovinezza, che si tenta disperatamente di conservare almeno nell’aspetto, fino ad effetti grotteschi, con mille metodi spesso cruenti, la ricchezza, lo status sociale – indicato dall’esibizione volgare di brand e marchi di lusso, auto costose, stile di vita dispendioso – il successo misurato solo ed esclusivamente dalla disponibilità economica e altro del genere. L’esibizionismo e il narcisismo alimentato in modo parossistico dai social media. La svalutazione dei rapporti umani più profondi e autentici. Molte di queste cose sono il prodotto di esportazione dell’America, dove degli individui si parla non chiamandoli per nome e cognome, ma citando i loro guadagni annuali. He’s a 2.5 million $ man, he’s a 700.000 $ man, ecc. tanto per fare un esempio. Dunque la morte priva di tutto questo (“Il sudario non ha tasche”, ha detto Papa  Francesco), priva cioè di tutto quello che, in mancanza di una visione metafisica, in mancanza di una trascendenza, dà un senso alla vita e la rende degna di essere vissuta. Dopo non c’è che il nulla. Mentre si vive in solitudine, anche in mezzo alla folla, anche costantemente “connessi” grazie alle tecnologie con gente che non vediamo e non tocchiamo.

Ma c’è dell’altro. La rimozione di qualcosa che ci fa paura è un meccanismo di difesa ben noto della psiche. Non del tutto efficace sul lungo percorso, ma utile nell’immediato. In una società materialista e che ha eliminato il concetto del Sacro, la morte è oscena, disturbante. Ci ricorda che il nostro tempo è limitato e che non siamo eterni, così come tutti i trastulli forniti dai beni materiali di cui siamo inondati invece vorrebbero farci credere. La cultura, la conoscenza, il coltivare la spiritualità, il guardarsi dentro, il fare i conti con se stessi non sono cose gradite, perché ci mettono in contatto con gli strati più profondi, in cui si annidiano appunto le nostre paure. E, se mai ci si rivolge a queste cose, lo si fa spesso in modo passivo, delegando ai media, ai finti santoni e venditori di spiritualità, ai truffatori, ai manipolatori delle coscienze, un lavoro che dovremmo fare noi. Così non siamo più abituati a prenderci cura della nostra anima in modo attivo. Non siamo abituati perché siamo stati accuratamente educati a non farlo. Se lo facessimo, non saremmo più un semplice numero sterminato di consumatori di beni e di prodotti che l’industria del consumismo sforna a ritmi deliranti per mantenere se stessa, ma anche per alimentare i poteri che dominano il mondo. Siamo burattini mossi da fili che rifiutiamo di vedere. Che temiamo di vedere.

Parlo di paure, e volutamente evito di menzionare ciò da cui nasce la psicosi collettiva che sta avvolgendo l’Occidente e i paesi occidentalizzati in questi giorni. Ma, quello cui tutti stiamo assistendo, lo spauracchio di una pandemia, spauracchio che si autoalimenta, e le reazioni inconsulte e talvolta deliranti della gente e dei media, non è che la conferma di quanto s’è detto. All’improvviso l’Occidente si è svegliato e ha scoperto che si può morire!

Ovvio che tutti lo sappiamo, ma un conto è l’idea astratta, un conto vedere città semideserte, scuole, musei, negozi ed esercizi pubblici chiusi, gente isolata in quarantena, personale che si aggira in tute bianche come nei film catastrofici, gente che teme di darsi la mano, ecc. Ascoltare bollettini terrorizanti, notizie contraddittorie che generano panico e caos. Sentire che quello che accade è un’emergenza cui l’Occidente, ricco e sfruttatore dei paesi più poveri, non è preparato. E la parola CONTAGIO che viene ripetuta ovunque. All’improvviso ci siamo resi conto che il tranquillo tran tran cui siamo abituati, il sonno delle coscienze cullato da social media, smartphone, TV, viene interrotto da eventi e misure che solo chi ha attraversato gli orrori della II Guerra Mondiale ricorda.  E quelli che lo ricordano sono ormai quasi novantenni.

La morte fa parte della vita, anzi, secondo un’antica visione celtica, è “il punto centrale di una lunga vita”, ma fa parte della vita se ne abbiamo consapevolezza. Rispetto al passato, in Occidente e nei paesi occidentalizzati, l’aspettativa di vita non è mai stata così alta, e quando si muore, raramente si muore in famiglia, ma negli ospedali e nelle cliniche. Nascosti al mondo insomma. La naturalezza della morte, nel proprio letto se malati, circondati dai propri cari, che vedevano nel corso della loro vita morire giovani e anziani e dunque avevano dimestichezza con il distacco, reso amorevole e solenne da riti funebri carichi di significato e bellezza, quella naturalezza è scomparsa.

Non a caso, dunque, le migliaia di morti di questa che è stata classificata come pandemia, in alcune regioni italiane vengono fatte sparire dagli ospedali senza che i familiari possano non solo dare loro l’ultimo saluto, ma nemmeno hanno un funerale e vengono cremati lontanto dagli occhi di tutti. Sono solo numeri, snocciolati quotidianamente dai bollettini ufficiali. Numeri… privati della loro individualità, umanità, della loro storia. Numeri…

Dunque, quando, non gradualmente, non dolcemente, ma tutto a un tratto e nel modo più violento, media e potere politico non meno confusi e disorientati quanto tutti gli altri, ci dicono UFFICIALMENTE qualcosa che l’uomo ha sempre saputo, ma  che è stato rimosso da un mondo egoico, da una società malata,  e cioè che siamo mortali, si scatena il panico. Non siamo più preparati, non abbiamo più gli anticorpi dei nostri antenati per affrontare le paure ancestrali che in realtà non sono mai scomparse, perché sono parte integrante dell’identità della nostra specie. Affrontare i rischi del vivere diventa un’emergenza invece che pratica quotidiana.  La fragile superiorità ed evoluzione storica che l’Occidente crede di aver raggiunto, alla fine non è che una sottile pellicola pronta a sfilacciarsi quando la Natura mostra la sua potenza.

E questo ci espone al pericolo di essere manipolati. Dai media, dai poteri politici ed economici che ben conoscono i meccanismi della manipolazione. Perché la paura è lo strumento più potente per manipolare e paralizzare le persone, chiudendole in una gabbia da loro stessi costruita.  Capace di operare una regressione a stadi infantili e primitivi.

Eppure, in tutto questo c’è moltissimo di positivo. Ed è il risveglio della coscienza. Una società in  cui la coscienza sia sopita, in cui viga il pensiero unico, in cui si demandi a qualcun altro – in genere poco raccomandabile – la direzione che ci è necessario prendere,  è una società sofferente, che si nutre di angoscia e di paure.  Il terrore che attanaglia l’Occidente e i paesi occidentalizzati in questi giorni non è che la proiezione, su un evento esterno, della sofferenza e dell’angoscia generate da una coscienza ignorata a livello individuale. Ebbene, questo evento, come anche il ritrovarsi al potere in molti paesi dei premier che si possono tranquillamente definire degli psicopatici (come spesso in passato anche è accaduto), i quali non agiscono per il bene del proprio paese, ma spinti da pericolosi impulsi narcisisti, ci richiama alla consapevolezza. E’ un risveglio. Non esistono male e bene assoluti nell’economia dell’universo. Esistono percorsi.

Dunque, è giusto applicare misure di prudenza e di prevenzione di fronte a momenti come questi, giusto salutare con ammirazione e rispetto il lavoro di tutti coloro che si prodigano attivamente per risolvere il problema, ma è errato alimentare paure irrazionali, che infettano le coscienze e paralizzano e distruggono e causano danni più di qualunque agente patogeno. Giusto è, io credo, riconnettersi con la nostra parte spirituale, col nostro Sé e, soprattutto, amare noi stessi e la vita che ci è stata data in dono. Giusto è, io credo, non lasciare che altri ci usino e ci manipolino usando gli strumenti del terrore e della paura. Giusto è, io credo, ricordare che i rapporti umani, la cura, gli affetti, l’amorevolezza, l’attenzione, la difesa della dignità umana e un sano e robusto pensiero critico sono le più grandi armi che possediamo per sconfiggere i lati oscuri dell’Occidente. E i nostri.

 

Francesca Diano

(C)2020 by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Music in a bottle – by Francesca Diano

 

 Music in a bottle

                                                                                                                 For Udayji

 

I wish to thank dear Sunanda Sharma, sublime singer of Thumri, for having brilliantly suggested the title of my short story.

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She had never seen before – and seen, she thought, was the apt word to use – a singer of that kind.

She had met other singers and musicians of Indian classical music, among the greatest in fact, and appreciated their skills, had felt deeply touched and moved by their art, but this time she was experiencing something altogether different; because he not only sang Dhrupad in a heavenly way, but he also moulded the sounds with his hands, making the invisible visible. While the sounds emerged from his throat and lips, in fact from his entire frame, and then merged with the surrounding air, he seemed to gather with his palms a living substance, twisting it and shaping it into sinuous forms.

She could actually visualize slowly dancing waves of notes and sounds as if they were a shiny, translucent matter he almost kneaded with his hands and fingers. He gathered it, spread it, expanded it between his palms and then compressed it into round or elongated shapes. Or even, while the notes rose upwards, he pulled them down from above his head, persuading them gently to flow back towards the core.

Form is luminous in itself, being its luminosity nothing but the visibility that is its true essence, a philosopher had once said. And here she was seeing form after form floating around him like planets around their star.

He was creating a new, sonorous reality of existence. This was the first time she understood what it meant that the universe had been created by sound, that matter had emanated from an original, primaeval sound, but also that sound is energy vibrating into matter. That sound and matter are of a one and same nature.

He shaped the deep, dark, low sound that was forming down within him, right at the centre of his body, and yet it was as if he were drawing it from the hidden burning core of the earth.

He dived into it, letting the flowing stream permeate his flesh and bones, and then conveyed the flow through his entire frame, imbuing each atom and molecule, until it reached the resounding cavity of his mouth till the lips. He let it free and then collected it with solemn gestures, as if performing a sacred rite, taking it with his palms and fingers, raising it, caressing it, shaping new visible worlds of swirling rhythm and harmony.

He was singing Raag Yaman.

That night she was witnessing the miracle of creation, reproduced and performed by an artist, who was the heir of an ancient musical tradition, of hundreds of Gurus, who had handed down to their disciples their unique knowledge. And yet it was not just an artistic tradition, it was also an exoteric one. Because his gestures, the peculiar qualities of his vocal art, his whole hieratic composure, but most of all what it evoked, revealed a secret knowledge he had certainly received together with the teachings from his Guruji. And she had had the distinct feeling of perceiving some part, it didn’t matter if only just a glimpse, of what that could be. She felt overwhelmed and cried.

Was she dreaming? Or was the miracle of that singing that had captured her, so powerful, that had carried her away through space and time back to the origin of all things?

She felt blessed then by the chance she had been given of listening in person to Guruji, an artist who was also a messenger of Truth and Beauty; Truth and Beauty being one. He was the living proof that music had a sacred origin, and that the universe had originated from a sacred sound.

Later that night, after the concert, she was lucky enough to have dinner with Guruji and other people. She sat across him. Guruji, still a young, handsome man, was a lovely, kind person, and, although a world-famous artist, he had in him the gentleness and the simplicity of all truly great souls.

He engaged gladly in conversation and appreciated the Italian food he was served. While they were talking, she could smell, lingering in the air, a heavenly scent, not too sweet, slightly spiced and musky, with a hint of black pepper, yet mellow and opulent.

<<What a lovely perfume>>, she couldn’t help to say.

<<Is it this you mean?>>, said Guruji, bringing his wrist closer to her.

<<Indeed it is!>>, she exclaimed. <<What an exquisite scent.>>

He then drew out from his pocket a tiny silver box, and, from the box, a small glass vial with a golden cap, containing some golden oil. He handed it to her. She reached out and opened it carefully, almost with reverence. Guruji’s scent…

Wafts of blissful sensations reached her nostrils and penetrated into her brain. She felt swept along with them to a place of happiness and contentment. And suddenly the sounds of that sublime music came back to her, the soft translucent matter and shapes Guruji had evoked and moulded on the stage at the dim light of the theatre.

<<It’s yours to keep if you like it>>, said Guruji with a smile.

<<Really?? Do you really mean it?>> she asked almost in awe. She couldn’t believe her ears. It was such a great gift, even greater because so spontaneously offered.

She couldn’t find enough words to thank him. She was moved to the core.

Back home, she did some research online about the shop, whose name was printed on the tiny label. She discovered that it was the oldest perfume shop in Delhi, Old Delhi actually, founded in 1816, where, in a tiny space crammed with glass and cut crystal bottles of all sizes and shapes,  the perfume masters created their marvellous attars with fresh flowers, natural ingredients and precious oils. She explored, full of wonder, that fascinating world. During the 200 years of their history, they had prepared exclusive attars for Mughal emperors and royalties and still to these days, following a centuries-old tradition, they kept the secrets of their recipes and mixtures.

Guruji’s attar had been created for him and every time she opened it and inhaled its complex aroma (it was too precious to her to wear it), it evoked that same mystic bliss she had experienced at his concert. Following the wafts of scent emanating from the little bottle, she could go back to that world of music, where invisible became visible, where sound turned into a translucent, shiny matter, imbued with all the colours of the rainbow, where vision, hearing and imagination could become a liquid, golden substance and melt into a scent that was the secret essence of Guruji’s art itself. Where there was no separation among beings or things and everything was one.

 

 

 

(C) by Francesca Diano 2020  ALL RIGHTS RESERVED. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

James Harpur – La bianca silhouette

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Andrej Rublev, Il Salvatore.

 

The White Silhouette, lunga poesia che dà il titolo alla recente e acclamata raccolta di James Harpur, (The White Silhouette, Carcanet 2018), è, insieme a Kells, una dichiarazione della sua poetica, della sua ricerca interiore e della sua visione del mondo. Harpur è un instancabile esploratore dello spirito, e nel suo viaggio percorre tutte le vie, dal pensiero Neoplatonico ai mistici di ogni tempo e luogo, senza limiti di credo o appartenenza religiosa, al pensiero filosofico occidentale e orientale, degli antichi e dei moderni. Il suo amore per la figura del Cristo non può dirsi strettamente cristiana, ma più come legata a una spiritualità universale.Per ulteriori approfondimenti, si vedano altri post da me dedicati alle sue opere.

Francesca Diano

 

 

La bianca silhouette[i]

 Traduzione di Francesca Diano

(2014)

 

 

A John F. Deane

 

 

“Una mattina, sopracoperta, si prese a bisbigliare: ‘Abbiamo un passeggero misterioso a bordo.’ “… Spesso, dopo il nostro arrivo a Gerusalemme, ripensai a quella diceria… Quando, vicino alla Porta d’Oro, vedevo l’uomo vestito di bianco che, qualunque tempo facesse, portava la sua lampada accesa, pensavo sempre: ‘C’è un pellegrino misterioso a Gerusalemme.’

Stephen Graham, da With the Russian Pilgrims to Jerusalem. 1913

 

 

 

 

Pensavo ci saremmo incontrati in un luogo sacro

Come la chiesa del villaggio di Bishopstone

Vuota in un giorno d’estate nel Wiltshire

Gli alberi verdeggianti e carichi di corvi

E il torrente fra i prati una corrente

D’argento brunito sotto il ponte dove vidi

Il mio primo martin pescatore dardeggiare

Il suo ago, lasciandomi il suo punto turchese

Nella memoria; ed andavo a sedermi

Nella chiesa e chiudevo gli occhi

Attendendo invano che qualcosa scattasse

Chiedendomi se fosse questa la mia vita

Che sprecavo a casa di mia madre.

A volte portavo con me il Temple di Herbert[ii]

E leggevo il sereno ordine delle sue poesie

E l’immaginavo, come lo videro una volta,

Abbracciare il pavimento della sua chiesa a Bemerton

Chiedendo che l’amore l’accogliesse.

Sedevo dritto disposto alla preghiera

Troppo preso dall’autoanalisi

Troppo inesperto, lo spirito impaziente

Per notare se tu fossi scivolato dentro con l’aspetto

D’un turista che osserva il coro o il fonte battesimale

E acquista cartoline illustrate e firma

Il libro dei visitatori aggiungendo “atmosfera incantevole”;

O d’un camminatore che cerca rifugio dalla pioggia

O d’una donna venuta a decorare l’altare con dei fiori.

 

O in un luogo come l’isola di Patmo

Fuori stagione non invasa dai turisti,

Il mare che salassa il cielo del suo azzurro.

Forse tu sei venuto quel giorno di settembre

Nella grotta di San Giovanni, oro divisionista

Sulle candele e sulle lumeggiature delle icone,

Quando ero lì ad assorbire la frescura,

Immaginando Giovanni nel Giorno del Signore

Prostrato a terra come dinanzi a un trono

E tu non vestito “con una veste lunga e una cintura d’oro”

Né “con capelli bianchi come lana o neve”

Ma come un pellegrino con zaino e fotocamera

Rispettoso, curioso, guida in mano

A esaminare la grana della roccia scabra

Che incontra il mio sguardo e si ferma un secondo

Come fossi un vecchio compagno di scuola.

Se tu eri lì, io non t’ho visto,

Perché troppo accecato dalla nuova Gerusalemme

Che lanciava bagliori di diaspro, di zaffiro e topazio

Scendendo dal cielo come un’enorme corona regale.

 

O in un luogo come Holycross a Tipperary,

Nell’abbazia dove la strada incontra il fiume,

Forse t’eri fermato a interrompere il viaggio

Come io faccio spesso, e m’hai visto nella navata

Avanzare sul pavimento inclinato

Verso la reliquia, frammento della Croce

O forse eri seduto fuori sulla riva del Suir

Su una panchina in un prato d’erba tenera

Forse quel giorno in cui, diretto a nord,

Mi fermai accanto al parcheggio ad osservare

Una sposa, fragile, congelata presso la porta

Le damigelle strette insieme nel freddo di marzo

Che attende e attende di fare il suo ingresso

Nell’improvviso illuminarsi di visi che si voltano

Come un cigno che scivola nel suo abito niveo

Sotto l’arco di un ponte in stato di grazia.

Ero troppo incantato dal suo destino di sposa

Per vederti accendere il motore, partire,

Sollevando la mano nel passarmi accanto

Diretto a Cashel, Fermoy e verso sud.

 

Ma ci fu quel momento in cui fui certo

Che finalmente t’avevo trovato;

Malato a casa, mi misi a meditare

E pregare per vincere l’autocommiserazione

Per settimane accumulando pace

Fino a quella mattina quando i secondi furono svuotati

Mondati i miei pensieri, il mio sé annientato

In una luce arcana pervadente

Che pareva addensarsi e dispiegare

Più strati di radianza ed espormi del tutto

Ché tu potessi varcare la soglia

O la varcassi io, in qualunque momento.

Ma io chiusi la porta del cuore, temendo,

Chissà, di poterti incontrare

Temendo di passare dall’altra parte

E mai poter tornare a quello che mi è noto;

Pensai che mi sarei sempre potuto riaprire

Per accoglierti come si conviene, ben preparato.

Non l’ho mai fatto. Temevo il salto repentino

Nella zona dell’atemporale; troppo impaurito

Ti cercavo in pubblico, per sentirmi al sicuro,

Mi inginocchiavo nelle chiese, scambiavo il segno

Di pace nella chiesa di St James a Piccadilly,

Recitavo preghiere, prendevo il pane e il vino

E intensamente mi concentravo, ma non riuscivo

A credere che fossero il tuo corpo ed il tuo sangue;

Nelle preghiere sentivo uno staccato, come chiodi

Che venissero infissi, quasi a inchiodare assi alle finestre.

 

Certe volte t’ho percepito come un baluginio

Come in quel sogno inatteso che feci

Tu di notte sul lido di un’isola greca;

Avevi il volto celato, ma eri tu;

Le stelle imbullonavano strati di oscurità

Poi le comete vennero, una dozzina forse

Le code come ventagli con sprazzi decrescenti;

Lentamente ruotavano e giravano — le tue mani

Si muovevano in accordo, come tu le guidassi

Quasi fossero legate a dei fili, come aquiloni cinesi.

Le comete rallentarono, s’arrestarono, trasformandosi

In lettere ebraiche, decorando la notte.

E seppi che se avessi compreso le parole,

Il tuo messaggio silente attraverso le stelle,

Avrei saputo il mio destino sulla terra.

Ma mi svegliai, disorientato come Baldassarre.

 

Non ti cerco ormai più

Non so chi cercare, dove farlo;

Troppo stanco, deluso, non son certo

Di ciò che penso o se davvero importi

Così tanto; mia ultima speranza — che la mia rinuncia

Possa essere un segno della Via Negativa,

Uno stadio dell’abnegazione —

Quella speranza impedisce ciò in cui spera.

 

Eppure

Ti scrivo ancora, poesia dopo poesia,

Tentando di dar forma al perfetto modello

Delle parole e del mistero del loro ritmo,

Terrestre musica udibile in cielo —

Ogni poesia è un razzo colorato

Un segnale di soccorso, efflusso

Di me stesso, preghiera mascherata

Lanciata verso la Nube della Non-conoscenza[iii]

E tutto ciò che devo fare è di stare

Fermo dove mi trovo, pronto ad esser salvato

Senza muovermi, parlare o pensare attendendo

Che la Nube s’accenda di luce

E la tua bianca silhouette se ne

Svincoli e sempre più s’avvicini,

Finché vedrò la tua essenza e potrò chiederti

Dove mai ti trovassi

Durante i miei giorni — e solo allora

Comprenderò perché non t’ho trovato

Perché eri troppo vicino a casa

Perché pensavo che avrei dovuto morire

Per vederti lì, proprio lì, rimuovendo

Gli aspetti del tuo travestimento —

La mia pelle segnata dalle rughe

La mia incarnazione spossata dei tuoi occhi —

Il mio volto che diventa il tuo

I miei occhi i tuoi occhi

Io    tu    noi         I you us

Iesus.

 

The White Silhouette

(2014)

for John F. Deane

‘There went a whisper round the decks one morning, “We have a mysterious passenger on board.” … Often I thought of that rumour after we reached Jerusalem … When I saw the man all in white by the Golden Gate carrying in all weather his lighted lamp, I always thought, “There is a mysterious pilgrim in Jerusalem.”’

Stephen Graham, from With The Russian Pilgrims to Jerusalem (1913)

 

 

I thought we would meet in a holy place

Like the church in the hamlet of Bishopstone

Empty on a Wiltshire summer’s day

The trees full of rooks and hung in green

And the stream in the meadows a rush

Of darkling silver beneath the bridge

Where I saw my first kingfisher flash

Its needle, leaving its turquoise stitch

In my memory; and I would sit

In the church and close my eyes

And wait in vain for something to ignite

And wonder whether this was my life

Wasting away in my mother’s home.

Sometimes I’d bring Herbert’s Temple

And read the quiet order of his poems

And picture him, as once he was glimpsed,

Hugging the floor in his church at Bemerton

Asking love to bid him welcome.

I sat with an upright praying disposition

Preoccupied in self-combing

Too callow and spiritually impatient

To notice if you had slipped in

As a tourist to inspect the choir or font

And buy a picture postcard and sign

The book with ‘lovely atmosphere’;

Or as a walker taking refuge from rain

Or a woman primping flowers by the altar.

 

Or somewhere like the island of Patmos

Out of season and the tourist flow,

The sea leeching blue from the skies.

In the cave of St. John, pointillist gold

On tips of candles and highlights of icons,

You might have visited that day in September

When I was there, absorbing the coolness,

Imagining John on the Day of the Lord

Prostrate on the ground as if before a throne

And you not dressed in a ‘robe and gold sash’

Nor with hair ‘as white as wool or snow’

But as a pilgrim with camera and rucksack

Respectful, curious, guide-book in hand

Appreciating the grain of raw stone

Catching my eye and pausing for a second

As if I were a schoolfriend from years ago.

I never saw you, if you were there,

For I was too blinded by the new Jerusalem

Flashing out jasper, topaz, sapphire

Descending from heaven like a huge regal crown.

 

Or somewhere like Holycross in Tipperary,

The abbey at the meeting of road and river,

You might have stopped to break a journey

As I often do, and seen me there in the nave

Ambling down the sloping floor

Towards the relic-splinter of the Cross

Or sitting outside on the banks of the Suir

On a bench on a swathe of tended grass

Perhaps that day when, heading north,

I paused by the car park to watch

A bride, fragile, and frozen by the door

Her bridesmaids huddled in the cold of March

Waiting and waiting to make her entrance

Into the sudden shine of turning faces

Like a swan gliding in its snowdress

From an arch of the bridge in a state of grace.

I was too mesmerised by her destiny

To see you start your car, drive off,

And raise your hand as you passed me by

On the way to Cashel, Fermoy and the south.

 

But there was that time I was so certain

That I had finally found you;

Sick at home, I turned to meditation

And prayer to overcome self-pity

For weeks accumulating quietude

Till that morning when seconds were emptied out

My thoughts cleansed, my self destroyed

Within an uncanny infusing light

That seemed to deepen and unfold

More layers of radiance and lay me wide open

So you could cross the threshold

Or I could cross, at any moment.

But I closed the door of my heart, afraid,

Who knows, that I might have met you

Afraid I would pass to the other side

And never return to all that I knew;

I thought I could always re-open myself

And greet you properly, well prepared.

I never did. I feared that sudden shift

Into the zone of timelessness; too scared

I looked for you in public, for safety,

I kneeled in churches, gave the sign

Of peace in St. James’s Piccadilly,

I recited prayers, took bread and wine

And I concentrated so hard, but failed

To believe they were your blood and body;

I heard staccato prayers, like nails

Banged in, as if to board up windows.

 

Sometimes I’d sense you as a glimmer

As in that dream I once had out of the blue

When you stood at night on a Greek island shore;

Your face was hidden, but it was you;

The stars pinned in place the layers of darkness

Then came the comets, perhaps a dozen,

Their tails fanned out with diminishing sparks;

Slowly they twisted and turned – your hands

Moving in concert, as if you were guiding them,

As if they were on strings, like Chinese kites.

The comets slowed and stopped, and changed

Into letters of Hebrew, emblazoning the night.

And I knew if I could grasp those words,

Your silent message across the stars,

I’d know my destiny on earth.

Instead I woke, as puzzled as Belshazzar.

 

I do not search for you any more

I don’t know whom to seek, or where;

Too weary, disillusioned, I’m not sure

What I think or if I really care

That much; my last hope – that my resignation

Might be a sign of the Via Negativa,

A stage of my self-abnegation –

That hope prevents the thing it hopes for.

 

And yet

I still write to you, poem after poem,

Trying to shape the perfect pattern

Of words and the mystery of their rhythm,

An earthly music audible in heaven –

Each poem is a coloured flare

A distress signal, an outflowing

Of myself, a camouflaged prayer

dispatched towards the Cloud of Unknowing

And all I have to do is stay

Where I am, ready to be rescued

Not move, speak or think but wait

For the brightening of the Cloud

For your white silhouette to break

Free from it and come nearer, nearer,

Till I see your essence and I can ask

Where in the world you were

Throughout my days – and only then

Will I grasp why I never found you

Because you were too close to home

Because I thought I’d have to die

To see you there, right there, removing

The lineaments of your disguise –

My careworn wrinkled skin

My jaded incarnation of your eyes –

My face becoming your face

My eyes your eyes

I   you   us      I you us

Iesus.

 

[i] Pubblicata per la prima volta sulla rivista  Poetry Ireland N° 112

[ii] George Herbert, (Montgomery, 1593 – Bemerton, 1633)  fu un religioso, grande poeta e oratore, considerato santo dalla Chiesa Anglicana, ma oggi ritenuto anche uno dei maggiori poeti  del suo tempo, soprattutto per il carattere  originale e sperimentale dei suoi versi. Esercitò la sua cura pastorale nel Wiltshire e non pubblicò mai le sue poesie in vita. Sul letto di morte consegnò la sua raccolta, The Temple, a Nicholas Ferrar, fondatore di una comunità religiosa, che la pubblicò postuma. Dopo la sua morte i suoi testi conobbero un enorme successo e in seguito ispirarono Samuel Coleridge, Emily Dickinson, Manley Hopkins e T. S.Eliot (N.d.T.)

[iii] The Cloud of Unknowing è un  famoso testo anonimo del XIV secolo, scritto in medio inglese; una guida spirituale dal carattere fortemente ascetico e contemplativo, il cui autore dimostra di possedere profonda conoscenza della mistica del suo tempo, da Richard Rolle a Meister Eckhart, da Enrico Suso a Tommaso da Kempis, da Jacopone a Caterina da Siena. (N.d.T.)

 

(C)2019 by James Harpur e Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Laura Valeri, L’isola del silenzio.

Chi non ha mai fantasticato di fuggire su un’isola deserta? Chi non ha desiderato anche solo una volta di abbandonare il trambusto, i doveri pesanti, la routine che si fa soffocante della vita che spesso ci troviamo a condurre e in cui ci sentiamo intrappolati? Ma alla fine questo rimane un sogno che ci consola e che releghiamo nel regno dell’immaginazione e della fantasia che ci aiuta a vivere. In fondo, i mezzi per evadere dalla routine li abbiamo, anche se non necessariamente richiedono un trasferimento o un cambio di vita drastico.

Un mezzo meraviglioso è la lettura. Ho riletto già tre volte, in vari stadi della mia vita Robinson Crusoe, e credo che lo rileggerò. Così come Walden. Ti danno il senso di cosa significhi libertà, che non è mai scevra da compiti e doveri, anche se di natura molto diversa da quella di una vita incanalata nei percorsi della società cui apparteniamo. Eppure, che senso di liberazione quelle pagine comunicano. Che spazi vasti aprono, dove la mente può veleggiare.

Un’isola del tutto deserta, lontana dal mondo abitato però è una sfida che richiede moltissime competenze, capacità di adattamento, di conoscere e saper usare le risorse a disposizione, forza morale e resistenza fisica, oltre che un grande amore per la solitudine. Tuttavia si può trovare un compromesso, una via di mezzo, che permetta di apprezzare un ritorno alla natura, i suoi silenzi, la sua bellezza incontaminata, il senso di libertà, anche se temporaneo, dalle catene della vita quotidiana.

E’ quello che ha fatto Laura Valeri e che ha raccontato in questo suo piccolo libro prezioso, L’isola del silenzio, (titolo originale After Life as a Human), traduzione di Francesca DianoGalaad Edizioni 2019, il suo primo romanzo tradotto in italiano.  Laura e suo marito hanno abbandonato tutto per trascorrere una vacanza su Dog Island, una minuscola isola, una lingua di terra al largo della Florida, nel Golfo del Messico, a circa 7 km dalla costa, di fronte a Carrabelle, abitata stabilmente da non più di cento persone e da una ricchissima fauna protetta: gabbiani, pellicani, tartarughe marine, cojote,  ed altre creature libere, dichiarata Riserva Naturale.

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Laura Valeri

Laura Valeri, che è la pronipote del grande poeta Diego Valeri, da bambina si è trasferita negli Stati Uniti a seguito del lavoro di suo padre, e insegna Scrittura Creativa alla Georgia Southern University di Atlanta. E’ autrice pluripremiata di numerosi romanzi e racconti e dirige la rivista Wraparound South da lei fondata.

Su questa isola incontaminata, in questo paradiso naturale, che si può raggiungere solo via mare, o più raramente con piccoli aerei privati che hanno a disposizione come pista d’atterraggio solo una lunga striscia di terra erbosa, non esistono strutture, servizi, locali pubblici o negozi. Non ci sono medici né forze dell’ordine. Internet arriva a intermittenza, seppure arriva. I residenti si arrangiano a far ogni cosa da sé. L’acqua viene trasportata da terra, come le provviste, l’elettricità è fornita da pannelli solari o generatori. Qualcuno affitta a occasionali vacanzieri avventurosi un limitato  numero di cottages, per il resto vi sono solo pochi abitanti stabili; gente che ha voluto dire addio alla vita convulsa, al rumore, alla folla una volta per sempre.  Perché i grandi dominatori dell’isola sono il mare, le spiagge deserte, bianche come polvere di zucchero, punteggiate di conchiglie rarissime, e il silenzio, rotto solo dal vento, dal rumore del mare e dalle grida degli uccelli marini. I suoi colori sono il blu cobalto e verdazzurro del mare,  il bianco delle spiagge, delle nubi e della spuma marina e qualche tocco di verde delle poche pinete. E poi il viola-rosa dorato dei tramonti.

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L’isola respira, parla, e in quella magica solitudine si può udire la voce di quel potente alito, che riporta ai primordi del mondo. Laura Valeri quella voce l’ha udita e ce la racconta, in quattro capitoli di prosa raffinata, elegante, da scrittrice di alto rango. Un linguaggio asciutto e forte, quasi melvilliano a tratti, che le permette di dialogare con il mare, con la sabbia, con un gruppo di pellicani strafottenti, con la vegetazione dell’isola, con una folaga che ha perduto la rotta e le sue compagne, di cui raccoglie gli ultimi strazianti istanti di vita, ma,  soprattutto, con se stessa. Perché il grande dono dell’isola, terra di paradiso, ma fragile perché spazzata dagli uragani e a rischio di scomparire, è per Laura una più profonda consapevolezza di sé e del suo rapporto – del rapporto dell’uomo in realtà – con la natura. Ma è anche una forte denuncia delle devastazioni che la stupidità e l’incapacità umana di proteggere l’ambiente provocano.

E’ dunque non solo un libro bellissimo, che promette di far sorgere davanti agli occhi del lettore le immagini di un paradiso incorrotto e inondato di luce, profumato di oceano,  avvolto nel mistero di una bellezza primordiale, ma è anche una piccola guida interiore, e un libro che può ispirare chi è sensibile alle problematiche ambientali.

Sì, Dog Island, esposta agli uragani, eppure carica di tesori, gemma preziosa del mare, è in fondo specchio del cuore umano.

 

Francesca Diano

 

Si può acquistare qui

L’isola del silenzio

(C)2019 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Alcesti di Rainer Maria Rilke

 

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Museo Archeologico di Napoli. Alcesti e Admeto. Dalla Casa del Poeta Tragico.

 

La lettura poetica che Rilke dà dell’Alcesti di Euripide è sorprendentemente simile a quella che ne fece Carlo Diano. Quel dono della vita per amore, che è promessa e anticipazione di un’altra vita.

F. D.

Alcesti

A un tratto il messo era comparso, come
un nuovo giunto, immerso nel tumulto
della festa di nozze, fra la gente.
Ed essi, i bevitori, non sentirono
il dio dal chiuso andare, che portava
la sua divinità come un mantello
umido, e parve loro uno dei tanti
mentre passava. Ma improvvisamente
vide in mezzo ai discorsi uno degli ospiti
a capo della tavola lo sposo
come non piú giacente, ma rapito
in alto, rispecchiare dal profondo
un’ombra estranea che paurosamente
gli si volgeva… E subito fu chiaro,
fu calma, solo con un resto
a terra di torbido rumore, un gorgogliare
di balbettii cadenti, già corrotti,
di sorde risa trattenute. Allora
riconobbero il dio, l’agile dio,
che stava, pieno della sua missione,
implacabile, – e quasi si comprese.
Pure, quando fu detto, parve piú
d’ogni scienza, non cosa da comprendere.
Deve morire Admeto. Quando? Adesso.

Ma egli ruppe la scorza del dolore
in pezzi e ne distese alte le mani,
come per trattenere il dio fuggente.
Anni chiedeva, solo un anno ancora
di giovinezza, mesi, pochi giorni,
ah, non giorni, ma notti, una soltanto,
solo una notte, questa notte: questa.
Il dio negava. Gridò allora Admeto,
gridò vani richiami a lui, gridò,
come gridò sua madre al nascimento.
Ed ella venne a lui, la vecchia donna,
ed anche il padre venne, il vecchio padre,
e stettero invecchiati, incerti, presso
lui che gridava e a un tratto fissò in loro
lo sguardo, s’interruppe, inghiotti, disse:
«Padre,
importa molto a te di questo avanzo
di vita che ti vieta ormai l’amplesso?
Su, gettalo. E anche tu, tu, vecchia donna,
Matrona,
perché vivi tu ancora? Hai partorito».
E li teneva vittime all’altare
in una presa. A un tratto lasciò i vecchi,
li spinse via da sé, mentre chiamava
anelante, ispirato: Kreon, Kreon!
E solo questo, solo questo nome.
Ma sul suo viso quello che non disse
era impresso in attesa senza nome;

e ansante verso il giovane, il diletto
amico, oltre la tavola sconvolta
si protendeva: i vecchi, vedi, sono
consunti – misero riscatto – e poco
valgono, mentre tu nella pienezza…
Ma l’amico era come dileguato.
Allora tacque, e chi venne fu lei,
esile forse piú di prima, e lieve
e mesta nella sua veste nuziale.
Gli altri non sono che la strada a lei
che viene, viene… (e subito sarà
tra le braccia che s’aprono al dolore).
Ma Admeto attende ed ella non a lui
si volge. Parla al dio che la comprende,
e tutti la comprendono nel dio.
Nessuno è a lui compenso. Io solamente.
Io lo sono. Perché nessuno è al fine
come me. Cosa resta a me di quello
ch’ero qui, cosa resta oltre il morire?
Lei non ti ha detto nel mandarti a noi
che quel giaciglio che di là ci aspetta
è d’oltretomba? Io già presi commiato,
io presi ogni commiato.
Nessun morente piú di me, che vengo
perché tutto, sepolto sotto quello
che è il mio sposo, svanisca, si dissolva.
Prendimi dunque: prendimi per lui.

Come la brezza che si leva al largo,
il dio s’avvicinò, quasi a una morta
e fu lontano subito dall’uomo
a cui in un breve gesto egli donava
tutte le cento vite della terra.
Admeto, vacillante, li rincorse
per aggrapparsi, come in sogno. E loro
erano già dove le donne in pianto
gremivano l’uscita. Ma una volta
ancora egli le vide il viso, indietro
rivolto, in un sorriso chiaro come
una speranza, una promessa: a lui
tornare adulta dalla cupa morte,
a lui vivente…
Allora egli le mani
premette sulla fronte, inginocchiato,
per non vedere piú che quel sorriso.

 

Nella bellissima traduzione di Giaime Pintor

An Blascaod Mór di Francesca Diano

 

The Great Blasket seen from the mainland provided by Wilf Judd

 

In Irlanda, all’estremità della Dingle Peninsula, nel Kerry, vi è un piccolo gruppo di isole, le Blasket Islands, l’unica abitata delle quali, fino agli anni ’50 del secolo scorso, era la più grande, la Great Blasket, in gaelico An Blascaod Mòr. Gli abitanti dell’isola, che vivevano di pesca, allevamento e le poche cose che si potevano coltivare, parlavano un gaelico particolarmente puro e nobile, tanto da attirare, fin dai primi decenni del ‘900, studiosi non solo irlandesi, ma anche americani e svedesi. La vita era, come si può immaginare, molto dura, ma sulla Great Blasket le antiche tradizioni, il ricchissimo folklore e la suprema arte della narrazione erano cose vivissime. Sulla Great Blasket visse anche Peig Sayers, una seanchaì (storyteller) leggendaria, che conosceva a memoria 300 fra storie e leggende, alcune lunghe anche più notti (così si contava la lunghezza di una storia)  e dalle incredibili capacità narrative, tanto da essere definita “l’Omero donna”. Peig morì sulla terraferma nel 1958, amata e riverita come una regina dai maggiori studiosi di folklore irlandese.

Ma, per le difficoltà della vita, (non c’era nemmeno la corrente elettrica) nei primi decenni del ‘900, molti giovani cercarono fortuna o sulla terraferma o in America e l’isola – già abitata da poche decine di persone – cominciò a spopolarsi. Tuttavia, l’interesse di studiosi per l’antica cultura convinse alcuni degli isolani più dotati nell’arte della narrazione a scrivere le proprie memorie e a consegnare alla storia una cultura antica e nobile che presto sarebbe sparita. Infatti, alla fine degli anni ’50, tutti gli abitanti vennero trasferiti sulla terraferma. 

L’isola, i suoi paesaggi, il suono del mare, sono un’esperienza di struggente bellezza e profondamente spirituale, che ancora ho nel cuore e vivissima nella memoria. Come le storie dei suoi seanchaì.

Questo testo è parte di un piccolo gruppo di testi poetici, sia in italiano che in inglese, che mi sono stati ispirati dall’Irlanda, sia durante il mio soggiorno che in seguito. Solo un modesto tributo di riconoscenza al moltissimo che da questa terra ho ricevuto. 

Sia lode ai poeti di An Blascaod Mòr e possa la loro voce sempre risuonare insieme a quella del mare e dei venti.

F. D.

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Peig Sayers nella sua casa. Foto del Department of Irish Folklore. University College Dublin

 

An Blascaod Mór

 

Eco – mia isola grande

acque d’amaro d’ambra

nel forzato abbandono.

Fluttuante transito d’ombre

d’altro mondo silenti

antiche tempeste sferzano

coste costole del grande

corpo di guerriero dormiente

cresta d’onda terra s’è fatta

su scintille d’oceano

zolle saline nutrimento

che alimenta spettri,

sussurro di mia stirpe

regale spira di correnti.

 

Circolare il tacere memoria

insaziata del negato ritorno.

Agli avi faccio dono

delle ossa loro solo dominio.

Vita s’è consumata

come spuma nel canto

degli scogli – roccia l’anima.

Sussurri d’antichi poeti

affidati al vento alle tempeste.

La luna lascia scie

sulle acque donando

parte della sua luce

nel riflesso dell’attimo

che mai si estingue.

 

 

(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

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