Circolarità

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Non credere mai che il destino sia qualcosa di più di una condensazione dell’infanzia.

Reiner Maria Rilke

 

E, mentre trascriveva quel testo di quasi novant’anni prima, lo vedeva com’era allora: il giovane biondo, i capelli ben ravviati all’indietro pur senza riuscire a disciplinare piccole ondulazioni, come tentasse di tenere a freno la voglia di libertà, di esplorazione, di fuga. La fronte alta, il naso diritto, sulla bocca appena curva nell’accenno di un sorriso, gli occhi un lago di una ironia malinconica. Lo vedeva curvo sui libri, dimentico d’ogni cosa, inebriato dallo studio del poeta che avrebbe sempre amato, fino alle soglie della morte, e in cui – ne era certa – si era identificato. Come si fosse guardato in uno specchio e avesse visto l’antica immagine sovrapporsi alla propria. Non l’avrebbe potuto capire così profondamente senza quella saldatura.

Certo non avrebbe mai immaginato, allora che aveva vent’anni, che quasi un secolo dopo lei avrebbe trascritto, con strumenti che al suo tempo nessuno avrebbe mai nemmeno potuto sognare, quelle pagine battute a macchina con la sfumatura violetta della carta carbone, e nelle quali aveva trasformato in studio e analisi di quel poeta i suoi propri dolori, i suoi propri affetti e timori e ardori, le sue proprie speranze e la sete di vita, cercando di oggettivarle attraverso la storia di un’anima non dissimile dalla sua. Lei, che il ragazzo di vent’anni ancora non sapeva sarebbe esistita un giorno e che così tanto gli somigliava. Com’è creativa la vita, quando decide di ripercorrere sé stessa pur in forme nuove. Come sa rendere indietro, anche se con mezzi inattesi, quel che apparentemente ha tolto.

Lei non aveva dimenticato quella volta a Roma, vicino a Torre Argentina, come lui le avesse detto, quasi sottovoce: “Da ragazzo abitavo qui”, indicandole un vecchio edificio dall’aria tetra. Di come, nei suoi occhi, avesse letto la solitudine di quel ragazzo ch’era stato, la povertà, la nostalgia della sua terra, lo strappo dagli affetti che lo tenevano saldo, ancorato. Tutto era rimasto ancora mai risolto, in un angolo segreto dell’uomo adulto, che affascinava gli uditori con la sua parola e la sua sapienza. In quell’angolo dove si rannicchiava il figlio senza padre, l’orfano, l’abbandonato. La ferita che nelle lettere violette battute a macchina aveva riconosciuto e pianto nel poeta che amava, non era mai guarita in nessuno dei due. In quel primo studio aveva descritto, in buona parte inconsapevolmente, il proprio futuro. La storia di quell’anima di poeta gli raccontava, gli indicava, la sua. Lo metteva in guardia dalla sua. E a volte, contro questo mostrargli del poeta una nascosta verità, si ribellava, e pareva volesse negarla. Perché era sempre verso la luce – fin dall’inizio della sua vita – che il suo sguardo era diretto. Lei sapeva che, molti anni dopo, avrebbe iniziato a vedere l’Ombra che il poeta gli indicava. E perciò quel poeta gli avrebbe tenuto la mano fin sull’ultima soglia.

E ora, ad ognuna di quelle parole che trascriveva, lei tornava indietro a quei primi anni che lo avevano formato, che le erano sconosciuti ma che stava ritrovando in ogni lettera, in ogni frase. Mai lo aveva sentito tanto vicino, quasi fisicamente, poiché quelle pagine che lei toccava le aveva toccate anche lui, vi aveva aggiunto correzioni a penna o a matita. Poteva sfiorare l’inchiostro e seguire le lievi curve e le più numerose impennate di quella scrittura. Poteva immaginare la vista dalla finestra al quinto piano, di un’estate e un autunno romani, su cui lui aveva sollevato gli occhi di tanto in tanto per riposarli. poteva immaginare il ticchettio dei tasti sulla macchina da scrivere, il trillo del rullo quando andava a capo. Gli occhi che, come quelli di lei ora, ripercorrevano il testo e si soffermavano per aggiungere una parola, una virgola, o cancellare con un tratto di matita un errore o una frase ridondante. Poteva immaginarlo desiderare di visitare la casa del poeta, i paesaggi che ancora non conosceva, ma poi avrebbe visitato tante volte, e che però già vedeva con gli occhi della mente.

Quelle parole pensate quasi novant’anni prima e che erano state preludio a una carriera di studioso e di accademico noto in tutto il mondo, ma che mai erano state lette se non da chi allora doveva giudicarle, tornavano a respirare, a vivere e a parlare. E, via via che andava trascrivendo,  lei capiva che farsi mezzo perché questo avvenisse, non era un capriccio del caso, ma un disegno voluto, un atto dovuto di consapevolezza, anche se tardiva. La sua e quella di lui. Ma tardiva solo per il tempo illusorio in cui tutti viviamo. Nella dimensione ciclica in cui tutto ritorna, sotto forme diverse e inattese, era quello il tempo assegnato, in cui ogni cosa doveva compiersi secondo la perfetta armonia degli eventi.

 

©by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

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Tra fine e inizio.Storie di cicli e soglie.

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Tra fine e inizio – che si parli di un ciclo di vita, di un anno solare, di un evento della nostra esistenza sufficientemente significativo – esiste uno iato, per quanto impercettibile, che segna il passaggio da un “prima” a un “poi”. Un prima che non c’è più e un poi che non c’è ancora. E’ un tempo sospeso, un momento liminare, secondo la definizione di Van Gennep, che è però anche una soglia. E, come tutte le soglie, che non appartengono al tempo come noi lo conosciamo, chiede di essere varcata affidandosi al rito perché il passaggio avvenga in modo protetto e sicuro. E dunque festeggiamo la fine di un anno, l’inizio di un nuovo anno, l’avvicendarsi delle stagioni, spesso ignorando che stiamo ripercorrendo quanto i nostri lontani antenati facevano per proteggersi dalle forze potenti e pericolose che si affacciavano da quella soglia. Perché ne percepivano il senso numinoso e sentivano che quello spazio che dalla soglia si affacciava, era oscuro, infinito, indistinto e non controllabile. Non con gli strumenti che le culture e le società umane mettevano loro a disposizione. Dunque sapevano di poter fare una sola cosa: invocare quelle potenze e possibilmente renderle amiche, o almeno non nemiche.

Ricordo le feste di Natale di quando ero bambina, che molto spesso passavamo a Roma, a casa dei nonni materni, affrontando un viaggio in treno che durava all’epoca molte ore. Il doppio di quanto richieda oggi. E già la lunghezza di quel viaggio e la diversa dimensione cui dava accesso era una forma di rito di passaggio. Erano riunioni di una numerosissima famiglia – quando ancora esisteva nella mia vita una famiglia degna di questo nome, almeno in superficie – con i due capostipiti, due formidabili personaggi archetipici, e i tantissimi figli e nipoti. A Roma, ma in genere in tutto il Sud, l’ultimo dell’anno, a mezzanotte, l’usanza era quella – certo incivile ma antica – di buttare dalla finestra oggetti vecchi e rotti: piatti, tazze, bicchieri, lampadine fulminate, che facessero un bel botto e c’era perfino chi, come nei film di Fantozzi, buttava dalla finestra cose ben più pesanti. A Capodanno ovunque si fanno i “botti”, i fuochi d’artificio, (con conseguenti morti e feriti), quando vivevo a Cosenza gli spari isterici dalle finestre con fucili e pistole davano l’impressione di stare in trincea. Follie e degenerazioni di una tradizione che però ha un senso molto profondo. Buttare via roba vecchia, fare tutto questo rumore, non ha il significato di liberarsi del passato, di buttarsi alle spalle un passato che non si vuole più rivivere, o almeno non solo, ma invece quello di spaventare e tenere a bada le forze  oscure e malevole che potrebbero affacciarsi pericolosamente da quella soglia. Insomma, fare un baccano indiavolato per tenere lontani gli spiriti maligni non del passato, ma del presente e del futuro. Oggi si chiamano superstizioni, ma in realtà sono riti primordiali. Non è molto spesso lo strato che ci separa dai nostri progenitori cosiddetti primitivi. Anzi, è molto sottile e basta poco a grattarlo via.

Oggi abbiamo perduto il senso profondo di questi che per noi sono festeggiamenti, ma in origine erano riti apotropaici e li consideriamo soltanto un tempo di vacanze, di riunioni, di divertimento, di buoni propositi e qualche volta di bilanci. Ma in realtà sono solo convenzioni, dell’antico significato originario è rimasto solo l’involucro esterno, la formalità più che la forma. Per chi crede, ci sono i riti religiosi, che in parte mantengono il significato originario. Ma anche quelli oggi sono molto sbiaditi e annacquati.

Ma, a parte tutto questo, nella vita di ognuno di noi esistono dei cicli, delle fini e degli inizi, dei prima e dei poi, dei momenti di trasformazione che possono richiedere molto tempo o, all’opposto, essere repentini e innescati da qualche avvenimento che disserra stanze prima oscure del nostro inconscio e si manifestano come rivelazione. Può trattarsi di un passaggio da un ciclo della vita a un altro; infanzia, adolescenza, fine degli studi, matrimonio, maternità o paternità, maturità, pensionamento, vecchiaia. E poi ci sono i lutti, le perdite. Che tutte queste siano soglie, in genere lo capiamo a posteriori, eppure quasi tutti questi momenti sono segnati da festeggiamenti di qualche genere, da cerimonie, insomma, da riti di passaggio. Dal primo, che è la nascita, all’ultimo, che è la morte. Nel mezzo ci siamo noi, con le tante morti e trasformazioni che sperimentiamo nel corso della nostra vita. La chiave magica, quella che dà accesso al passaggio più importante, che ci conduce oltre la soglia (o le soglie) da cui iniziare un nuovo cammino è la consapevolezza. E’ quella che ci dà l’accesso a noi stessi, al nostro Sé.

Guai a non cogliere l’invito a oltrepassare la soglia, pericoloso non fluire dal “prima” al “poi”. Pericoloso rifiutare di compiere il passaggio e rimanere invece prigionieri in quello iato, in quella fessura del non-tempo, da cui poi diventa impossibile fuggire. Penso alla signora cinese (dicono che si chiami Maria, che abbia 40 anni, anche se ne dimostra di più e che lavori saltuariamente in un magazzino) che, da almeno tre anni, siede composta e dignitosa su di un cartone di fronte all’ingresso della stazione di Padova,  sul quale anche dorme, circondata da sacchetti e oggetti che costituiscono i suoi beni terreni. Estate e inverno, primavera e autunno, caldo o freddo, pioggia o canicola, lei siede al riparo della tettoia, in una rientranza di uno degli ingressi, con un pezzo di carta sulle ginocchia e una penna fra le dita. E scrive. Scrive e scrive e scrive, per ore e giorni e mesi e anni, lo sguardo perso nel vuoto, a volte senza nemmeno sfiorare la carta, con gesti circolari e regolari. Scrive senza lasciarsi disturbare dal via vai continuo di gente che entra ed esce, di un mondo che non la riguarda e che probabilmente non vede nemmeno. Cosa scrive? Che storia dolorosa, o drammatica, o fantastica racconta? Perché è così importante scrivere nel vuoto, con una scrittura invisibile, un’infinita vicenda che solo lei conosce eppure vuole in qualche modo comunicare?

Una volta le sono andata vicino, le ho chiesto se avesse bisogno di qualcosa, ma non mi ha guardata né mi ha risposto. Un’altra volta le ho portato qualcosa di buono da mangiare. In quell’occasione mi ha guardata, ha fatto cenno di no, che non accettava e mi ha indicato un involto per farmi capire che lei aveva il suo cibo e mangiava solo quello. Mi ha colpita, mi ha toccata profondamente  la dignità, la semplice eleganza del suo rifiuto, ma forse quel rifiuto era parte della sua estraneità totale, cibo compreso, a un mondo che lei non riconosce come suo. E questa scrittrice dell’invisibile, questa narratrice di un universo quantico, mi ha ricordato la paziente di cui Carl Jung parla nei suoi Ricordi. Una donna anziana, di cui nessuno ricordava più l’epoca del ricovero, che da anni ripeteva silenziosamente sempre lo stesso, misterioso gesto. Solo Jung riuscì a ricostruirne la storia e a scoprire che quel gesto era cucire le suole delle scarpe: moltissimi anni prima infatti, la donna aveva perso il suo grande amore, un ciabattino e, incapace di superare quel lutto traumatico, manteneva viva la memoria del suo amore identificandosi in lui.

Fiabe e leggende narrano di viaggiatori incauti, che accettano l’invito degli Esseri Fatati a unirsi a loro, danzando insieme a loro, mangiando il loro cibo, visitando le loro dimore sotterranee. E, così facendo, ne rimangono prigionieri. Pensano di aver trascorso con loro una notte o qualche giorno, ma, se hanno la fortuna di ritornare nel nostro mondo, si accorgono che sono trascorsi molti anni, talvolta centinaia. Perché sono rimasti intrappolati in una dimensione del non-tempo, in quel tempo liminare così pericoloso, che blocca ogni trasformazione, ogni passaggio. Così la signora cinese, la scrittrice dell’invisibile, forse traumatizzata da qualche evento a noi ignoto, è rimasta intrappolata in un mondo fatato, che non le permette di uscire da un’eterna dimensione circolare. Circolare come i suoi eleganti gesti di scrittura. Quella con cui tramanda a lettori invisibili una storia così importante e totalizzante da averla rapita al mondo e divorata.

Dunque, ci sono momenti enormemente significativi da questo punto di vista. A volte crediamo di aver finalmente imparato una o due lezioni importanti, di aver fatto maggiore chiarezza su chi siamo veramente, su cosa veramente vogliamo per noi stessi, su quello che non vogliamo e non permettiamo più. Eppure, nonostante si creda di aver capito un nodo fondamentale da sciogliere, in realtà può servire un’ultima, importante lezione. E questo tipo di lezioni arriva sempre da gente che ha quest’unico ruolo nella nostra vita, dopo di che, grazie a dio, sparisce per sempre. Anzi, spesso fortunatamente si autoelimina, quando capisce che non ci sono appigli o non offriamo loro più fonti di approvvigionamento energetico. Eppure, dobbiamo essere loro grati. Fra i maestri più importanti – non i Maestri, ma i maestri – ci sono proprio coloro che, pur creando qualche danno, ma sempre meno grave via via che la nostra consapevolezza aumenta, in realtà ti indicano quali parti di noi dobbiamo ancora sanare e amare. A quali parti di noi stessi dobbiamo ancora mettere mano. Dunque, anche a questi vampiri falliti,  a questi tristi predoni si deve essere grati, perché senza di loro le lezioni più importanti non verrebbero apprese.

Così ci si libera del vecchio fardello, che non ci è più utile, si abbandonano le spoglie di maschere e stracci che abbiamo accettato di indossare per farci accettare, senza capire che erano solo proiezioni altrui per tenerci a bada e controllarci. Ci si libera di vecchie scorie inutili. Perché ogni passaggio richiede un alleggerimento del bagaglio, una qualche forma di purificazione. Così inizia veramente un nuovo ciclo, quello in cui cominciamo ad appartenere a noi stessi, in cui diventiamo noi stessi e non abbiamo bisogno dell’approvazione altrui, soprattutto di chi non ci conosce e non ci ama, per accettarci e riconoscerci. Quello in cui non ci vediamo più attraverso gli occhi degli altri, ma attraverso quelli del nostro Sé. E possiamo finalmente dare a noi stessi il benvenuto.

 

© by Francesca Diano. 2018. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

James Harpur. Due poesie per Andrej Rublëv, tradotte da Francesca Diano.

Questi due testi fanno parte dell’ultima raccolta di James Harpur, The White Silhouette, Carcanet, 2018. Compaiono nella sezione Graven Images (Immagini sacre) e sono dedicate alla pittura dell’immenso pittore russo Andrej Rublëv, forse il più grande pittore di icone di ogni tempo.

 

christ the redeemer

 

IL VOLTO

Icona di Cristo Redentore. Andrej Rublëv. Galleria Tret’jakov.

 

 Girai l’angolo e vidi i tuoi occhi

come tu avessi girato un angolo

al chiarore lunare di una città deserta

e avessi visto il mio sguardo sorpreso

dinanzi agli sbiaditi  colori

del tuo volto disincarnato, galleggiante.

Avrei voluto toccarlo

come la donna che osò sfiorare l’orlo

della tua veste per essere sanata.

 

Voglio toccare ancora quell’istante

prima che il legno ti rivendichi

per sempre, ti riassorba nella sua grana,

le tue fattezze troppo ultraterrene,

troppo colme di luce per questo mondo,

assalite dagli sguardi dei credenti

e dei non credenti, che ti cancellano

d’attimo in attimo, di giorno in giorno,

per la troppa speranza, o per vana curiosità.

 

*

THE FACE

Icon of Christ the Redeemer, Andrej Rublëv. Tret’jakov Gallery

 

I turned a corner and saw your eyes

as if you had turned a corner

in the moonlight of a deserted city

and seen me looking in surprise

at the faded colours

of your disembodied, floating face.

I wanted to touch it

like the woman daring to touch the edge

of your robe to heal herself.

 

I want to touch that moment again

before the wood reclaims you

forever, withdraws you into its grain,

your features too unearthly,

too full of light for this world,

assaulted by the stares of believers

and unbelievers, erasing you

second by second, day by day,

with too much hope, or idle curiosity.

 

 

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TRINITÀ

 

Icona della Trinità. Rublëv. Galleria Tret’jakov.

 

Eravamo partiti per Mosca

muovendo dai sobborghi di Dublino

e da diversi distretti del West Cork,

volando verso est nella tenebra,

una notte di stelle preistoriche,

millenni di Cristianesimo evoluti

nei nostri nomi: Joseph, John e James.

E poi arrivammo, infine, dinanzi

al nostro retaggio, nell’eternità,

dimentichi di credenze o miscredenze.

Tutta per noi avevamo l’icona,

come tre angeli, invisibili, o che rendevano

invisibile la gente nella galleria;

adeguandoci a una dolce comunione,

scambiammo pensieri, qualche conoscenza,

affondammo nei colori, nell’immanente oro

nell’interna circolarità della scena,

e sentimmo il nostro io dissolversi…

tre stranieri nel deserto di Mamre,

a condividere la libertà dell’errare

a gioire di eventi inattesi

di piccoli miracoli della vita –

una quercia che allarga la sua ombra,

dell’acqua, bocconi di pane –

e poi frammenti di parole e suoni

che risvegliano l’imprevedibile:

i sussurri di Abramo alla sua tenda,

la risatina beffarda di Sara –

speranza d’una nascita,

due divengono tre,

tre divengono uno.

 

*

 

TRINITY

Icon of the Trinity, Andrei Rublev, Tretyakov Gallery

We had gone to Moscow on a journey
from the suburbs of Dublin
and scattered townlands of West Cork,
flying eastward into darkness,
a night of prehistoric stars,
millennia of Christianity evolved
in our names: Joseph, John, and James.
And then we came, at last, to stand
in timelessness before our heritage,
forgetful of belief and unbelief.
We had the icon to ourselves,
like three angels, invisible, or making
the crowds in the gallery invisible;
conforming to a gentle communion,
sharing thoughts, bits of knowledge,
subsiding to color, inherent gold,
the inner circularity of the tableau,
we felt our selves dissolving…
three strangers in the desert of Mamre,
sharing the freedom of wanderers
rejoicing in the chance events
and small miracles of life—
an oak tree spreading out its shade,
a little water, morsels of bread—
and snatches of words and sounds
that stir to life the unpredictable:
the whispers of Abraham at his tent,
Sarah’s mocking gasp of laughter—
the prospect of a birth,
two becoming three,
three becoming one.

 

 

 

 

Anita Nair – Cuore di Malabar, a cura di Francesca Diano. Marco Saya Edizioni.

1 anita

Ed eccola finalmente in italiano, con testo a fronte, la raccolta di Anita Nair, Cuore di Malabar (titolo originale, Malabar Mind), a mia cura, edita da Marco Saya Edizioni nella nuova collana di poesia straniera Kelen, diretta da Antonio Bux (grazie Antonio). Ne sono immensamente felice, in primo  luogo perché cercavo per questa raccolta un editore adatto (non sono molti in Italia gli editori di poesia non a pagamento) e in Marco Saya, editore raffinato, ho subito trovato un grande entusiasmo per il progetto. In secondo luogo perché penso che i numerosissimi lettori italiani di Anita Nair, una delle scrittrici indiane più note e amate in tutto il mondo, tradotta in 28 lingue, avrebbero avuto certamente piacere di ritrovare nell’Anita poetessa moltissimi dei temi che sono un po’ il suo “marchio di fabbrica” e che l’hanno resa la grande romanziera che è: La natura potente e onnipresente del suo Kerala – di cui il favoloso Malabar, ora non più presente con tale nome – era parte, il realismo magico, l’esplorazione dell’animo femminile, l’empowerment femminile, lo scontro fra tradizione e modernità, la natura della passione e dell’amore, il linguaggio diretto con cui descrive emozioni e sentimenti, il rapporto donna-uomo ed altro ancora. Ma, questa volta, narrato con il linguaggio della poesia.

Un altro motivo per cui questa edizione mi rende felice, è che mi ha dato la possibilità di scrivere, nell’Introduzione, molte delle riflessioni sulla sua scrittura, nate da venti anni di amicizia, lavoro con lei come sua traduttrice italiana e frequentazione. Il moltissimo che avevo da dire, anche su alcune altre poetesse indiane, ho cercato di condensarlo in alcune pagine, con la speranza di essere buona compagna di viaggio, pur se giustamente in sottofondo,  per il lettore in questo nuovo percorso che affianca la sua prosa e, per certi versi, permette di guardarla sotto una nuova luce.

 

*******

Brevemente, dalla mia Introduzione:

“Chi legge la prosa di Anita Nair si accorge presto che non è solo una romanziera e prosatrice sapiente, ma può perce­pire, serpeggiante sotto la robusta struttura dei suoi testi, una vena lirica e poetica che emerge a tratti con grande forza e ruba la scena…

Ci sono momenti in cui lo stile si fa improvvisamente più alto, cantante, ed ecco hai quasi di fronte dei petits poèmes en prose incastonati nel testo e mi è accaduto, in quei momenti, di sentirmi tra­scinata dalla lingua in una dimensione diversa, vibrante a un diverso registro. Nessuno quanto un traduttore infatti ha la possibilità, il privilegio direi, di penetrare nei mecca­nismi più profondi della scrittura di un autore e di osserva­re la formazione stessa del processo creativo; il suo co­struirsi, il suo dispiegarsi fino a raggiungere la sua forma compiuta. Dunque non deve meravigliare se Anita Nair è anche autrice di testi poetici, raccolti e pubblicati per la prima volta nel 2002 col titolo di Malabar Mind (Cuore di Malabar) e, nel 2010, in una nuova edizione per i tipi di Harper Collins India. Il significato del titolo lo spiega lei stessa all’interno della raccolta:

Un tempo il Malabar era un distretto britannico. Dopo l’Indipendenza, il Malabar non venne più ricono­sciuto come distretto e la regione fu divisa a formare la parte settentrionale dell’attuale Kerala. Anche se il Mala­bar non ha dei confini geografici, né compare sulle carte geografiche dell’India, esiste comunque tutt’ora come una condizione psichica[1].” 

Da queste parole deriva la mia scelta di tradur­re mind con ‘cuore’ e non con mente, poiché quella che celebra Anita è la dimensione non duale della men­te/cuore. Uno stato dell’essere, una condizione esistenziale e allo stesso tempo una visione del mondo. Del resto, in sanscrito, il termine per mente, manas, è usato indistinta­mente in entrambe le accezioni di mente e cuore.

I quaranta testi della raccolta, scritti nell’arco di una decina d’anni esplorano, soprattutto nella prima parte, un mondo che per l’autrice è stato fin dagli inizi un dovizioso serba­toio di ispirazione, immaginazione, ricordo e amore, mi­scelati e cucinati sapientemente nella sua fucina/cucina, eppure sempre usando un linguaggio lineare, senza artifici, spesso colloquiale e quotidiano. Il mondo del Kerala delle sue origini, delle origini della sua famiglia, di cui l’antico Malabar era parte, e in cui convivono moltissime contrad­dizioni. Un Kerala che torna come sfondo in molti dei suoi romanzi. ….

Quello che per Anita Nair significa la poesia, lei stessa l’ha dichiarato in un’intervista:  <<Non sono una poetessa che scrive poesia in modo co­stante. Molto spesso la mia poesia nasce o da un’intensa esperienza emotiva, o da un avvenimento che mi ha scossa fin nel profondo. In questo senso, la mia poesia si manife­sta come un lampo, mentre i miei romanzi sono frutto di un lungo pensare, riflettere e di un intenso lavoro di ricer­ca.>>

Dunque, in un certo senso, mentre la sua narrativa è un meditato frutto della mente, la sua poesia ha natura epifa­nica, un luogo dove più apertamente si manifestano conte­nuti non mediati dell’inconscio. Ed è un aspetto interes­sante, perché rivela una forma di creatività che completa e in qualche modo alimenta l’altra. In effetti, chi conosce le opere di Anita Nair, ritroverà in questi testi poetici tutti i suoi temi e la sua visione del mondo, balenante per lampi, come lei stessa afferma; una luce sia pur intermittente che rende certo più nitida la percezione della sua narrativa e ne illumina i lati più in ombra. ”

[1] In inglese, state of mind, stato mentale, condizione psichica, ma anche stato d’animo. (N. d. T.)

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Solitamente un uomo. A volte un Dio.  

Sappilo, donna

Mille soli s’avvolgono al mio braccio.

Marchio di chi io sono

Solitamente un uomo, a volte un Dio.

Striscianti, predatori

Sento i tuoi occhi

Tracciare segni di tintura vermiglia, di curcuma e di riso

Che sferzano la seta bruna della mia pelle.

Donna, sento il tuo tocco.

 

Macerie di luce

Densità di una notte senza stelle.

Il mio pennello è l’indice,

La mia tintura lucente nerofumo.

Quando il tuo sguardo incontra il mio

Nell’arena d’amore ch’è lo specchio,

Mi tremano le mani,

Le linee si sbaffano.

Donna, non sai quel che mi fai.

 

Donna, ho abbandonato la mia pelle.

Ho avuto un sorso d’eternità.

Ed ora cesserò di essere.

Ma prima che tu scemi nel nulla,

Assaporo la linfa della palma da cocco.

Stringo la tazza di terracotta come fosse il tuo mento.

M’inumidisco le labbra alla tua bocca.

Avido bevo questo mortale desiderio proibito.

 

La mia corona è intrecciata d’erba e divinità.

Labbra carnose, labbra bianche, lanugine nasconde la mia bocca d’adultero.

Agito l’arco di bambù.

Sollevo la lama scintillante.

Vibrano i tamburi a ridestare il dio che s’è assopito.

Tremor di cavigliere mentre l’uomo ch’è in me si ritrae.

Non sono più chi tu hai desiderato.

Sono il tuo protettore.

Il fiero dio Muthappan.[1]

 

Parla Muthappan:

Io sono il signore della giungla, figlio dei tralci ritorti[2]

Lesto di piede, leale sino in fondo.

Il cane m’accompagna,

Il cieco Thiruvappan è il mio compagno.

Nei tempi oscuri di questa età

Sarò con te.

A darti aiuto e consolazione.

A proteggerti ed a sostentarti.

 

Guarda, con questa freccia

Che perfora l’occhio del cocco

Io distruggo ogni male

Che ti turbina intorno.

Spicco dal serto della speranza

Frammenti perché tu vi costruisca

Tutti i tuoi sogni.

Premo la mano sulla tua testa;

Che i tuoi nervi trasmettano il messaggio

Che mai io t’abbandonerò.

 

Tutto questo e altro ancora

Farò per te.

Ma prima dentro di me la sete

Spegnerò con latte ancora tepido.

Con il vino di palma che ribolle

Senza fermare il tempo.

Succhio dalla lunga canna di bronzo

Mastico un pezzo di pesce secco

Muthappan è soddisfatto;

Muthappan è felice.

 

Muthappan ha parlato.

Più non gli sono necessario.

La mia corona del potere è fatta d’erba vizza.

Scorre sulla mia fronte il sale del sudore.

Con dita che cercarono un tempo perfezione,

Di dosso mi rimuovo la maschera del dio.

Donna, sono di nuovo chi io ero,

Un uomo con pelle ed occhi

Che cercano i tuoi.

 

Donna, lascia che il mio desiderio al tuo s’unisca.

Che le mie labbra ustionino le tue.

Che la mia fame bruci la tua pelle.

Perché dunque ora mi sfuggi?

Forse senti l’odore di selvaggio?

Temi colui che fui?

Ascolta donna,

 

Io sono un uomo;

Solo talvolta un dio.

 

Mostly a Man. Sometimes a God

 

 Know this, woman

Clasped around my forearm are a thousand suns.

The mark of who I amMostly a man, sometimes a God.

Crawling, maraudingI feel your eyes

Trace vermilion, turmeric and rice paint paths

Slashing the brown silk of my skin.

Woman, I feel your touch. 

The debris of light

The density of a starless night.

My forefinger my brush,

Glistening lampblack my paint.

When your eyes meet mineIn the mating pool of the mirror,

My hand falters,

The line smudges.

Woman, you do not know what you do to me. 

Woman, I have shed my skin.I have sipped at timelessness

Now I shall cease to be.But before you diminish

Into nothingnessI savor the life juice of the coconut palm.

Cup the baked earthen pot as if it were your chin.

I wet my lips at your mouth.I drink deep of this forbidden mortal desire. 

My crown is wrought of grass and divinity.

Fat lips, white lips, wool fuzz hide my adulterous mouth.

I sling the bamboo bow

And raise the gleaming blade.

Drums throb to awaken the slumbering god.

Anklets shiver as the man in me retreats.

I am no longer who you desired.

I am your protector.

The fierce god Muthappan. 

Muthappan speaks:

I’m lord of the jungle, son of the tortured vines

Fleet of foot, loyal to the last.

The dog is my comrade,

The blind Thiruvappan my companion. 

Through the dark times of this age

I shall be with you.

To help and console.

To provide and protect. 

Look, with this arrow

That pierces the eyes of the coconut

I destroy all evil

That swirls around you.

I pluck from the crown of hope

Fragments for you to build

Your dreams upon.

I press my palm on your head;

Let your nerve ends carry this message

That I shall never forsake you. 

All this and more I shall do for you.

But first there is a thirst in me

That I shall quench with milk still warm.

With toddy that bubbles

Unable to still time.

I suck on the long bronze spout

I crunch a piece of dried fish

Muthappan is satisfied; Muthappan is happy.

Muthappan has spoken.

He no longer needs me.

My crown of power is of wilted grass.

The salt of sweat runs down my brow.

With fingers that had once sought perfection 

I wipe away the guise of divinity.Woman,

I am once again who I was.

A man with skin and eyes

That seek yours. 

Woman, let me match my longing with yours.

Let me sear your lips with mine.

Let me burn your flesh with my hunger.

Why then do you evade me now?

Is it that you smell the savage?

Is it that you fear who I was?

 

Woman listen, 

I am a man;

Only sometimes a god. 

 

[1] Muthappan, il cui nome letteralmente significa “zio maggiore da parte di padre”, è il benevolo Dio Cacciatore del Kerala, protettore dei poveri e dei diseredati. Il suo culto antichissimo risale all’India prevedica. Il dio, che in realtà è la personificazione di due figure divine, Thiruvappan e Vellatom, viene fisicamente impersonato ogni giorno nei templi a lui dedicati da un uomo che, dopo essersi truccato in modo da alterare i propri lineamenti e assomigliare al dio – una cerimonia che dura molte ore – ne indossa i coloratissimi panni e i pesanti ornamenti, che ricordano i più antichi personaggi della danza Kathakali. In quel momento l’uomo perde la sua natura umana e diventa il dio. I fedeli, che assitono all’intera cerimonia, gli recano offerte di cibo e bevande che Muthappan consuma in cambio di benedizioni. Alla cerimonia sacra possono partecipare persone di ogni casta e religione. Uno stesso uomo impersona il dio anche per molti decenni e la pratica rituale viene passata da padre in figlio per generazioni. Questo tipo di venerazione è unica nel panorama dei culti dell’India, e chiaramente fra i più arcaici, proprio per la tipologia del rito in cui ogni giorno un uomo in carne ed ossa impersona il dio attraverso la vestizione. Il che rimanda a culti tribali. Muthappan racchiude anche la doppia natura di Vishnu e Shiva. Il cane è il suo animale sacro. (N.d.T.)

[2] Secondo alcune leggende Muthappan fu trovato dalla madre, la regina Padikutti, che non poteva avere figli e invocò il dio Shiva, in un cesto di tralci di fiori intrecciati arenato sulla riva del fiume. Proprio come Mosè. (N. d. T.)

 

Possa tu dormire un milione di anni, Shiva

 I

Signore dell’universo

Maestro della distruzione,

Sono di fronte a te

Ma non disposto ad essere schiacciato.

 

Hai mai avvertito

Le ossa di tuo figlio pungerti il palmo?

Hai mai sentito

Il pianto perforante della fame?

 

II

Ho soddisfatto

Le esigenze del mio appello.

Ho cantato il tuo nome

Milioni e più di volte.

 

E tuttavia, torneranno i miei avi

Vampiri avidi dei resti della mia colpa.

Ché sanno che abbandonando te

Abbandono loro.

 

III

Più non raccoglierò fiori d’ibisco,

O nasconderò la nerezza della tua tumescenza

Coi rossi petali della speranza

Che sbocciano, fioriscono e poi muoiono dentro questi cortili.

 

Non arderanno lampade, tuo occhio onniveggente.

Il tuo fiato di canfora non strinerà queste pareti.

Mai più io fingerò che tu esista.

I tuoi doni, solo cenere che mi strozza la gola.

 

IV

Per un’ultima volta

Mi sono immerso nella piscina verde.

Lacrime dei prescelti, come io fui,  insozzate di fango.

Per un’ultima volta ho retto il filo che a te mi lega.

 

Sia dunque questa la mia maledizione nell’addio:

Possa tu vivere prigioniero del tuo sonno.

E quando sarò andato, nessuno ti risvegli

Mai più per te richiamo di campana.

 

 

May You Sleep a Million Years, Shiva

 

I

 Lord of the universe

Master of destruction,

I stand before you

Unwilling to be cowered.

 

Have you ever felt

The bones of your child prod your palm?

Have you ever heard

The piercing wail of hunger?

 

II

 I have appeased

The demands of my calling.

I have chanted your name

A million times and more.

 

And yet, my ancestors will return

Ghouls hungry for the crumbs of my guilt.

For they know when I forsake you

I forsake them.

 

III

 I shall no longer gather shoe flowers,

Hide the blackness of your tumescence

With the red petals of hope

That bud, blossom and die in these courtyards.

 

No lamp will burn as your all seeing eye.

No camphor breath of yours will singe these walls.

Never again will I pretend that you exist.

Your blessings are ashes that stick in my throat.

 

IV

 One last time

I plunged into the green pond.

Slime infested tears of men chosen as I was.

One last time I held the thread that bound you to me.

Let this then be my parting curse:

May you live trapped in your slumber.

And when I am gone, none shall awaken you

No bells shall ever ring for you.

 

 

Voglio

 

Voglio sederti accanto in un tetro pub rumoroso

Dondolando le gambe, spalla a spalla, ginocchia che si toccano

Voglio che il tuo respiro mi asciughi il sudore sulla fronte

Che tu mi lecchi via l’amaro dalle labbra

Voglio che i tuoi occhi cerchino i miei

Voglio, nel rumore, sentire il tuo desiderio sottovoce.

 

Voglio sederti accanto su di un balcone buio

Dove il bucato di ieri non sventola ali crepitanti

Voglio ascoltare con te il richiamo della notte

Guardare le ombre giocare a palla ed il tempo strisciare lungo il muro del cielo

Voglio che le tue dita cerchino le mie, decise

Voglio esistere come più di una semplice abitudine.

 

I Want

I want to sit beside you in a rowdy dingy pub

Legs dangling, shoulders jostling, knees touching

I want your breath to drain the sweat off my brow

And for you to lick the bitterness off my lips

I want your eyes to seek mine

I want to hear the hushed lust in your voice amidst the noise. 

 

I want to sit beside you in a dark balcony

Where yesterday’s washing doesn’t flap its crackling wings

I want us to hear the night call

Watch shadows play ball and time creep up a celestial wall

I want your fingers to unerringly seek mine

I want to exist as more than a mere habit.

 

2 anita

 

©2018 by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

Francesca Diano’s Review of James Harpur’s “The White Silhouette” for Interalia Magazine

In the link below my review to James Harpur’s latest poetry collection, The White Silhouette, Carcanet 2018, published on the November issue of Interalia Magazine. My grateful thanks to James Harpur and to the editor Richard Bright.

 

https://www.interaliamag.org/poetry/francesca-diano-poetry-sacred-art-and-the-book-of-kells/

Vera del lago

 

VERA 2

Vera Mariano, nata Elvira Luise, che è stata presenza importante nella mia vita.

 

La prima volta fu quando venimmo a Sirmione, io bambina, e una sera arrivaste, tu ed  Emilio, a trovarci. Eri una bella signora dai capelli biondorossi, con un gran pancione e un abito chiaro, elegante. Ti guardai molto incuriosita, perché eri una delle prime donne incinte che vedevo. Non parlavi molto, ma era tale la luce, la felicità leggera e la tenerezza che ti aleggiavano intorno come un pulviscolo dorato, che quella prima immagine di te si è coagulata in un cammeo. Delicato come i tuoi lineamenti.

Poi, qualche anno dopo, tu e Alessandra, la figlia così desiderata e amata immensamente tutta la vita, veniste al mare con noi. Alessandra aveva i capelli rossi e un carattere deciso. Le avevi comprato un bavaglino, che le mettevi a tavola, sperando di aggirare il suo appetito capriccioso, con la scritta: Borriquito como tu que no sabes ni la U.  Furono le mie prime parole di spagnolo. In spiaggia fuggiva a destra e a manca, facendoti morire per l’ansia. Lei, si capiva, riempiva la tua vita e il tuo cuore con una dedizione d’amore di madre che zampillava dalla stessa fonte del  tuo  amore per persone, animali e piante, soprattutto se bisognose delle tue cure.

Vivevi in una casa sul Lago di Garda. Quella villa comoda e misteriosa, con i meandri dello studio di Emilio, travestita da chalet svizzero, col più strano marchingegno di legno che finestra panoramica possa mai avere, invenzione dell’antico proprietario e costruttore. Quella casa che per tanto tempo mi avresti aperto come piccola patria a cui tornare, per sanare le mie personali ferite insieme alle tue, nei lunghi pomeriggi di conversazione. E nei bagni al lago, nelle preparazioni gastronomiche che mi insegnavi a fare, nelle passeggiate ad ammirare vetrine e a guardare le acque azzurre, nel contemplare la luna che saliva in cielo, o le stelle cadenti sopra i cipressi e gli ulivi, i bambù e la limonaia in disuso.

Lungo il pendio che porta al lago, di cui si scorge solo un quadrato tra l’argento caldo degli ulivi e il velluto fresco delle ortensie vigorose, si inerpicavano serpeggiando i viticci delle zucchine. Grosse forme oblunghe di un verde cupo si coronavano di corolle giallo sole. La cattedrale dei cipressi svettava al cielo con i suoi pilastri viventi e separava vetrate azzurre di etere, ma meno azzurre del lago, acceso dal sole. Dovunque, in quelle estati con te, respirava la luce.

Scendevamo insieme i gradini invasi dall’erba, che portano al prato in declivio. Centinaia di piante di specie diverse convivevano tutte insieme, formando quell’unico prato e si fondevano, nella visione da lontano, in un unico verde variegato. E, nel raccogliere le zucchine, le more per la colazione, nel camminare sul tuo prato a piedi nudi, sentendo sotto i piedi l’elasticità della terra che ti accoglie, mi facesti capire come tutto è Uno, come siamo parte tutti di un’unica cosa che pulsa e respira insieme a noi.

Eri così bella ed elegante, di un’eleganza raffinata da generazioni di artisti della tua famiglia, classica ma mai demodé e dal tuo gusto sapiente per il bello. Lo stesso gusto – anche se meno flamboyant – del tuo prozio Gabriele D’Annunzio. Ogni giorno il tuo lavoro prezioso negli archivi del Vittoriale ti metteva a contatto con i milioni di oggetti meravigliosi e ne conoscevi ogni segreto ed ogni storia. E mi raccontavi e mi mostravi e come non dimenticare quando mi permettevi di esplorare gli appartamenti segreti, chiusi al pubblico, esplorazioni che soddisfacevano il mio amore per il mistero e la scoperta. Ti piacevano le sete, i velluti, i disegni raffinati, l’armonia dei colori, la cucina russa, evocatrice della tua famiglia materna e ogni tanto mi facevi i blinis, che mangiavamo sulla terrazza aperta sul prato in declivio e sulla distesa delle ortensie dai colori orientali.

Il tuo grande amore, Emilio, che per tanti anni era stato Sovrintendente al Vittoriale ed è stato fra i maggiori studiosi del tuo prozio, non era spesso a casa. E’ stato un amore, come raramente ho visto, da parte tua, doloroso e eroico, ma forte come pochi. Potevi apparire una donna fragile e chi non ti conosceva, e invece eri d’acciaio. Vera cara. Amica mia che mi dicevi: “Non ti dimenticare di me”. E come potrei dimenticarti? Con tutto quello che abbiamo vissuto insieme, con i segreti che ci siamo raccontate, con gli abbracci che ci siamo date, con le lacrime (le tue invisibili) che abbiamo pianto insieme.

VERA 1

Vera ed Emilio Mariano

E tua madre. Un monumento vivente alla Storia. Tua madre, allora quasi novantenne, che suonava tutti i giorni il pianoforte senza spartito, “per non perdere l’esercizio e mantenere la memoria”. Con la mente aperta di una ventenne all’avanguardia. Con le sue calze di pizzo bianco, il collarino di velluto nero, la cipria e il rossetto, gli anelli di design, la rigorosa attenzione a una dieta sana e le storie su D’Annunzio e la Russia pre-rivoluzione. I suoi racconti di quando, giovane sposa, andava a trovare con tuo padre D’Annunzio al Vittoriale. Di come si sentisse intimidita, schiacciata davanti a quel monumento vivente. Anche se in realtà era poi molto alla mano nella vita personale. Un giorno, a tavola, mi parlò del nonno russo, anche lui longevissimo, che le raccontava del suo bisnonno e, in questo risalire generazioni di gente longeva, passando attraverso musicisti, impresari di balletti russi e artisti, si arrivava fino alla fondazione del Teatro Mariinskij, che uno dei tuoi avi aveva contribuito a fondare e addirittura a Caterina la Grande. Credo che non dimenticherò mai quella sensazione di essere trascinata indietro da una miracolosa macchina del tempo e della memoria, per trovarmi a respirare insieme a queste persone che attraverso di  lei, come un canale vivo, diventavano esse stesse presente. Perché lei era fatta di loro e tu anche.

E come amavi il balletto russo, e come te ne intendevi. Guardavamo in TV i balletti classici ogni volta  che li trasmettevano e andammo insieme a vedere Baryšnikov. Fosti tu a insegnarmene le finezze, a farmeli  apprezzare.

Elvira è un nome bellissimo, ma tu eri – sei – Vera, vera di cuore e di mente, un’anima amante, limpida, grande nella tua complessa, complessissima semplicità. Non un’anima né un cuore semplici, ma trasparenti, come quello sguardo che avevi – appena velato dalla nebbia leggera della pena – nel parlare di Emilio.

 

Francesca Diano

 

©2018 by FRANCESCA DIANO  RIPRODUZIONE RISERVATA

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