Vera del lago

 

VERA 2

Vera Mariano, nata Elvira Luise, che è stata presenza importante nella mia vita.

 

La prima volta fu quando venimmo a Sirmione, io bambina, e una sera arrivaste, tu ed  Emilio, a trovarci. Eri una bella signora dai capelli biondorossi, con un gran pancione e un abito chiaro, elegante. Ti guardai molto incuriosita, perché eri una delle prime donne incinte che vedevo. Non parlavi molto, ma era tale la luce, la felicità leggera e la tenerezza che ti aleggiavano intorno come un pulviscolo dorato, che quella prima immagine di te si è coagulata in un cammeo. Delicato come i tuoi lineamenti.

Poi, qualche anno dopo, tu e Alessandra, la figlia così desiderata e amata immensamente tutta la vita, veniste al mare con noi. Alessandra aveva i capelli rossi e un carattere deciso. Le avevi comprato un bavaglino, che le mettevi a tavola, sperando di aggirare il suo appetito capriccioso, con la scritta: Borriquito como tu que no sabes ni la U.  Furono le mie prime parole di spagnolo. In spiaggia fuggiva a destra e a manca, facendoti morire per l’ansia. Lei, si capiva, riempiva la tua vita e il tuo cuore con una dedizione d’amore di madre che zampillava dalla stessa fonte del  tuo  amore per persone, animali e piante, soprattutto se bisognose delle tue cure.

Vivevi in una casa sul Lago di Garda. Quella villa comoda e misteriosa, con i meandri dello studio di Emilio, travestita da chalet svizzero, col più strano marchingegno di legno che finestra panoramica possa mai avere, invenzione dell’antico proprietario e costruttore. Quella casa che per tanto tempo mi avresti aperto come piccola patria a cui tornare, per sanare le mie personali ferite insieme alle tue, nei lunghi pomeriggi di conversazione. E nei bagni al lago, nelle preparazioni gastronomiche che mi insegnavi a fare, nelle passeggiate ad ammirare vetrine e a guardare le acque azzurre, nel contemplare la luna che saliva in cielo, o le stelle cadenti sopra i cipressi e gli ulivi, i bambù e la limonaia in disuso.

Lungo il pendio che porta al lago, di cui si scorge solo un quadrato tra l’argento caldo degli ulivi e il velluto fresco delle ortensie vigorose, si inerpicavano serpeggiando i viticci delle zucchine. Grosse forme oblunghe di un verde cupo si coronavano di corolle giallo sole. La cattedrale dei cipressi svettava al cielo con i suoi pilastri viventi e separava vetrate azzurre di etere, ma meno azzurre del lago, acceso dal sole. Dovunque, in quelle estati con te, respirava la luce.

Scendevamo insieme i gradini invasi dall’erba, che portano al prato in declivio. Centinaia di piante di specie diverse convivevano tutte insieme, formando quell’unico prato e si fondevano, nella visione da lontano, in un unico verde variegato. E, nel raccogliere le zucchine, le more per la colazione, nel camminare sul tuo prato a piedi nudi, sentendo sotto i piedi l’elasticità della terra che ti accoglie, mi facesti capire come tutto è Uno, come siamo parte tutti di un’unica cosa che pulsa e respira insieme a noi.

Eri così bella ed elegante, di un’eleganza raffinata da generazioni di artisti della tua famiglia, classica ma mai demodé e dal tuo gusto sapiente per il bello. Lo stesso gusto – anche se meno flamboyant – del tuo prozio Gabriele D’Annunzio. Ogni giorno il tuo lavoro prezioso negli archivi del Vittoriale ti metteva a contatto con i milioni di oggetti meravigliosi e ne conoscevi ogni segreto ed ogni storia. E mi raccontavi e mi mostravi e come non dimenticare quando mi permettevi di esplorare gli appartamenti segreti, chiusi al pubblico, esplorazioni che soddisfacevano il mio amore per il mistero e la scoperta. Ti piacevano le sete, i velluti, i disegni raffinati, l’armonia dei colori, la cucina russa, evocatrice della tua famiglia materna e ogni tanto mi facevi i blinis, che mangiavamo sulla terrazza aperta sul prato in declivio e sulla distesa delle ortensie dai colori orientali.

Il tuo grande amore, Emilio, che per tanti anni era stato Sovrintendente al Vittoriale ed è stato fra i maggiori studiosi del tuo prozio, non era spesso a casa. E’ stato un amore, come raramente ho visto, da parte tua, doloroso e eroico, ma forte come pochi. Potevi apparire una donna fragile e chi non ti conosceva, e invece eri d’acciaio. Vera cara. Amica mia che mi dicevi: “Non ti dimenticare di me”. E come potrei dimenticarti? Con tutto quello che abbiamo vissuto insieme, con i segreti che ci siamo raccontate, con gli abbracci che ci siamo date, con le lacrime (le tue invisibili) che abbiamo pianto insieme.

VERA 1

Vera ed Emilio Mariano

E tua madre. Un monumento vivente alla Storia. Tua madre, allora quasi novantenne, che suonava tutti i giorni il pianoforte senza spartito, “per non perdere l’esercizio e mantenere la memoria”. Con la mente aperta di una ventenne all’avanguardia. Con le sue calze di pizzo bianco, il collarino di velluto nero, la cipria e il rossetto, gli anelli di design, la rigorosa attenzione a una dieta sana e le storie su D’Annunzio e la Russia pre-rivoluzione. I suoi racconti di quando, giovane sposa, andava a trovare con tuo padre D’Annunzio al Vittoriale. Di come si sentisse intimidita, schiacciata davanti a quel monumento vivente. Anche se in realtà era poi molto alla mano nella vita personale. Un giorno, a tavola, mi parlò del nonno russo, anche lui longevissimo, che le raccontava del suo bisnonno e, in questo risalire generazioni di gente longeva, passando attraverso musicisti, impresari di balletti russi e artisti, si arrivava fino alla fondazione del Teatro Mariinskij, che uno dei tuoi avi aveva contribuito a fondare e addirittura a Caterina la Grande. Credo che non dimenticherò mai quella sensazione di essere trascinata indietro da una miracolosa macchina del tempo e della memoria, per trovarmi a respirare insieme a queste persone che attraverso di  lei, come un canale vivo, diventavano esse stesse presente. Perché lei era fatta di loro e tu anche.

E come amavi il balletto russo, e come te ne intendevi. Guardavamo in TV i balletti classici ogni volta  che li trasmettevano e andammo insieme a vedere Baryšnikov. Fosti tu a insegnarmene le finezze, a farmeli  apprezzare.

Elvira è un nome bellissimo, ma tu eri – sei – Vera, vera di cuore e di mente, un’anima amante, limpida, grande nella tua complessa, complessissima semplicità. Non un’anima né un cuore semplici, ma trasparenti, come quello sguardo che avevi – appena velato dalla nebbia leggera della pena – nel parlare di Emilio.

 

Francesca Diano

 

©2018 by FRANCESCA DIANO  RIPRODUZIONE RISERVATA

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POETRY IMAGE IMAGINATION – Gilberto Rolla’s Casket Books and a Journey through Artists’ Books

ROLLA

 

Gilberto Rolla’s website     https://gilbertorolla.wordpress.com/

 

I delivered this talk on the 29th of September at the 2018 International Poetry on the Lake Festival at Orta, Italy.

 “All arts aim to the word, but the word to silence.”

Carlo Diano

 

The idea for this talk was inspired by Gilberto Rolla’s Casket Books (Libri Scrigno in Italian), objects d’art where the different techniques employed contribute to create unique works of very fine craftsmanship and suggestions. While I was  exploring them, trying to decode the artist’s intentions and aims, I began reflecting on how often writing, sacred texts, literature, especially poetry, and visual arts, have walked side by side, enhancing each other or, better still, reciprocally highlighting some hidden sides and meanings. And, since their origin, books offered a perfect ground for this beautiful love dance.

We can go very far back in history and retrace illustrated books, as soon as something like what we now consider to be a book made its appearance in Western cultures. Before that, as far as we know, papyrus scrolls bore also images, usually of gods or connected to the divine, like the Egyptian Book of Dead. But, when books with vellum pages began to appear, their rarity, their preciousness and their extreme value, not just as fine objects, but for their holy content, required an adequate decoration to celebrate God’s glory.  Let’s just think of the illuminated manuscripts, making their first appearance during the early Middle Ages: Gospels, Bibles, Psalters, Books of Hours and especially the Book of Kells.

But, before talking about that, let’s see what Rolla’s Casket Books are and how they originated. Gilberto Rolla is a renowned architect with a love for painting and drawing. In his lifelong activity, while restoring old or ancient buildings, he often happened to find a number of old books that had been left behind, perhaps because they were judged of little or no value after they had been read, or because they had been forgotten or discarded. But he has also rescued from the garbage plastic bags full of books that had been thrown away, whose sad final destiny was to be sent for pulping.

Loving everything connected to culture and knowledge – he had founded the International Book Centre in Pontremoli – he couldn’t help sparing them a sad, inglorious end and he started bringing them home. All book lovers feel that a book is a living thing, an entity, so they cringe at the idea of destroying a book, even an old and battered one.  As the artist Brian Dettmer, who creates beautiful, amazing sculptures out of old books, says: “Books have the potential to continue to grow and to become new things, so they really are alive.”

At first Rolla didn’t actually know what to do with them, because they were often in poor conditions and of not great literary value. So, he just kept them.  Then, one day in 1981, he got the idea of using one of those volumes as a protection for one recent and still wet China ink drawing, one of the very many small-sized drawings, watercolours, gouaches and sketches he had been made since the Seventies. These works represent landscapes, buildings, human figures, shadows, characters from classical mythology, or sometimes just suggestions, and actually they give the impression of a poet giving a visible form to his dreams and his visions.

So, what he did was to carve the text block in order to create a sort of niche, which would safely accommodate and protect his drawing. Now the book had changed its function and, from a support for and vehicle of words, had turned into the ideal housing for his works on paper. But the poor overall condition of the old books and their fragility were inadequate to last and to match the quality of their content, therefore he devised a way to transform the cover and indeed the whole body of the book, into a sturdy but very precious case.

Working with different kinds of glues he builds a solid case, which can still be opened like a book, but is not a book anymore, not in a traditional sense anyway. All its outer parts – front and back cover, spine, edges and text block – are then coated and sealed either with tar or gold paint and then varnished, while the inside is lined with paper and then one of his works is inserted and framed inside the niche thus obtained.

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The patterned textures of the book covers are usually decorated by working the material as to create a sort of bas-relief, and by inserting some images coated with  layers of resin, so as to obtain a glazed finish.

The idea of the tar finish, which creates a very shiny, thick, deep black surface, came to him by observing the practice of caulking fishing boats, as he has always lived near the sea and had been always fascinated by caulk’s texture and colour. The result is a kind of sculptured case, inside which his works are preserved.

The heavy, compact objects obtained through this long and meticulous work, which change in size and shape according to the original old book, has indeed all the characteristics of an ancient casket, apt to preserve and protect something precious. They actually remind me of foldable icons. And it is interesting to note that, in orthodox icons, a hollow space is carved into the wooden plate, in order to house and frame the actual painted icon, and this hollow space is actually called ‘casket’.

Written words though are not exiled from his Casket Books. Their original  function as books is not betrayed. On the endpaper, along with some other smaller drawings or paintings he usually applies, Rolla writes in his elegant handwriting, some lines, or phrases or quotations inherent to the images, or some petite poème en prose, and the title he has devised for each Casket Book, thus actually baptizing it for the second time, giving it a new life. And everything – the surface’s texture and pattern, the front cover image, the handwritten texts, the title – is not only in harmony, but intimately interconnected with the work preserved inside. Indeed everything rotates around that image, building a whole story and an atmosphere around it. Everything is consistent. All the parts are dialoguing with each other.

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For each book, another story, another time. And time is indeed the underlying leitmotiv of his works. Not only because he gives new life to something which belongs to the past, but because he is deliberately creating something which will and must reach into the future. His Casket Books are witnessing his love story with Time.

In fact, what is a book if not a bridge connecting different times and spaces and cultures and different minds, distant and far apart from each other? And doesn’t art do the same? Doesn’t art – be it literature, poetry, music or fine arts – always renew itself and become present – even if the work has been made thousands or hundreds of years ago – the very moment you are there in front of it and become an active and indeed necessary part of the artistic process, because you are the one who is reading, or listening or contemplating it hic et nunc,  here and now? And, in doing so, at each instant a communication is established between you and the work, and art becomes the language which indeed is. That is the magic, the mystery of art: its living in the realm of an eternal present. And so is knowledge, which is art itself.

Bearing this in mind, Rolla has recently started to add to his Casket Books what he has defined a ‘time capsule’, that is a second but hidden niche, carved inside the very core of the book, which contains one or more smaller works or poems, but which can’t be reached and disclosed unless the book is destroyed. So, you know that something else is there, a hidden treasure nobody will ever see, a mysterious message to be handed down to future generations, yet never to be discovered.

And actually, the Casket Book which he will donate to the winner of the Silver Wyvern Award will be the very first of this kind, thus increasing its value.

Rolla says that he can be even commissioned some personal message to insert into the time capsule, and when the person who will acquire his work will leave it to his or her heirs, that person will know that he can entrust the Casket Book with some meaningful, secret message to his descendants. And yet, nobody will ever know. They might only imagine. Suppose. This way, not only the client will personally contribute to the work in an unique, personal way, but he or she will survive inside the heart of the book. It will be the heirs’ personal choice to tear or not the book apart in order to discover what is hidden inside.

But why must a work within a work, or a personal message remain a secret? Why should the work be destroyed in order to disclose that secret? Well, if we think of art, of any work of art, there will always be some code message which nobody but the artist will ever be able to decipher..

Art is a code language, whose  key only the artist knows; and sometimes not even the artist. So powerful is the symbolic essence of that code. I’m of course referring to its ultimate meaning and raison d’etre.

But, for all the others, for us, beyond the critical studies, analysis, exegesis, imagination can compensate for that lack. Because imagination is the source, the fountain of all arts. And, as James Harpur says, the artist drinks at that fountain. And so do we whenever we become that active part of the artistic process. We don’t need to know everything which is involved, we must rather feel, perceive, experience. We must merge into that uninterrupted flow of knowledge and creation and transcendence which art has been since its appearance in human history and become part of it. Then we know. And it is not just a process of our senses – that would be just a superficial perception. It’s something deeper, which involves our entire being, mind, personality, experience. Our soul, that is. Our, in Blake’s terms, innocence and experience. And yet, there will always be some elusive part, something we feel but are unable to grasp, if not in flashes. We will then be able to grasp some tiny sparks of the original Silence beyond the Word. Beyond what Heraclitus calls Logos.

So, if “all arts aim to the word, but the word to silence”, the ultimate goal of poetry, literature, music, visual arts is the holy realm of Silence, is the return to the original source of that fountain from which every inspiration and imagination proceeds.

That is, I think, the meaning of Rolla’s secret, hidden time capsule.

But, what is an Artist’s Book? The following description, offered by the  “Poetry Beyond Text Project”  could provide a perfect answer to the question:

“Artists’ books are artworks that use the material form of the book as a medium of creative expression. In contrast to fine press printing or illustrated editions, the visual, tactile and aesthetic features of artist’s books are not secondary to their textual content. Indeed, many artists’ books do not contain words but rather work with images, papers, shapes, and folds, to foreground the experience of interacting with the book as an object.”

Johanna Drucker, scholar and renown author of The Century of Artist’s Books, states that Artists’ Books are “the quintessential 20th century art form.” Indeed, the way modern art movements and modern art approach this genre, we could very well say that this is an entirely new form of art, though its roots reach very far back.

According to this perspective, the definition of “book” has become quite nebulous, as Martin Antonetti, president of the Bibliographical Society of America has said. Artists’ Books also offer to artists the unique opportunity of making available and more affordable art to a wider public.

Artists’ Books are not the same as illustrated books. Images are not just inserted into or added to the text in order to illustrate or enrich it, they are not just ornaments, rather they are a true collaboration, an intimate conversation between art and text. An artist’s book is not merely a text where pictures or photos have been added, but it is a creature where text and images and paper and binding and structure  form a whole, an inseparable unity.

They are conceived as a whole, they breath together, they are intertwined, they cannot live without each other. In an artist’s book text, images, binding are lovers. We could well say that artists’ books are an aristocratic response to the publishing industry, to mass production extended to what should be culture, to the lack of attention and respect towards knowledge and beauty, reflected in the past by the art of book making. And, in artists’ books, authors, artists and publishers (which are very often one and the same person) can still establish a direct contact with the reader, as their work conveys their love, their passion for their craft, which they share directly – without intermediaries – with the reader.

It is not by chance that artists’ books began to appear in a greater number during the Arts and Crafts movement (just think at the Kelmscott Press founded by William Morris and at the care he took in printing and lavishly decorating his books, like in his Chaucer) when the excellence of technique and the very high quality of materials were on focus.  And  then with the avant-garde movements, that is during the first and second Industrial Revolution. They reveal a desire of going back to the origin of the book as an art product, when books were expensive, time-consuming, handmade, handwritten and later hand-printed treasures.

The first true artist’s book in this sense and which set the rules for all the others to come was William Blake’s Songs of Innocence and of Experience a book he wrote, illustrated, etched, hand-painted, printed, bound and published all by himself with the invaluable help of his devoted wife. He was actually inspired by medieval illuminated manuscripts. Here, the poems are embedded into the pictures and the pictures intertwine and blend with the text. Blake’s illustrations echo back the sounds and the meaning of the verses, at the same time expanding them, emphasizing what, according to Indian aesthetics, is called rasa, a Sanskrit word meaning literally “sap, juice or taste”.  It connotes a concept in Indian arts about the aesthetic flavour of any visual, literary or musical work that evokes an emotion or feeling in the reader or audience but cannot be easily described. It refers to the emotional flavors/essence crafted into the work by the author or performer and relished by a ‘sensitive spectator’ or sahṛdaya or one with positive taste and mind. It could be more clearly defined as .a sublimated state of mind, of the poem. In Indian art theory, there are nine main human feelings, or bhavas which generate nine rasas. The rasa theory was first expressed in the Natya Shastra, the main Sanskrit  treaty on dramatic art, therefore it was first applied to theatre, poetry, music,  dance and then spread to figurative arts. It is a terribly complex system which recalls and widely anticipates the modern depth psychology. I would therefore say that artists’ books are books where texts and images cooperate in generating in the reader those specific rasas the artist intends to evoke. They consider the whole of the book as an art form, or rather as a form in the platonic sense. The platonic idea of the book.

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Yet, we can find an earlier example of what can be defined as an artist’s book, in the Hypnerotomachia Poliphili, in English Poliphilus’ Strife of Love in a Dream or The Dream of Poliphilus. It is a romance said to be by Francesco Colonna. It is possibly the most famous example of an incunabulum. The work was first printed in Venice in 1499 by that genius whose name was Aldo Manuzio and the few original surviving copies are among the rarest and most expensive antique books in the world. This first edition has an elegant page layout, with refined woodcut  illustrations in an Early Renaissance style. The Hypnerotomachia Poliphili presents a mysterious arcane allegory in which the main character, Poliphilus pursues his love, Polia, through a dreamlike landscape. In the end, he is reconciled with her by the “Fountain of Venus”. The Hypnerotomachia Poliphili is illustrated with 168 exquisite woodcuts showing the scenery, architectural settings, and some of the characters Poliphilus encounters in his dreams. They depict scenes from Poliphilus’ adventures and the architectural features over which the author rhapsodizes, in a stark and at the same time ornate line art style. And all this integrates perfectly with the type, one of the highest examples of typographic art.

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The illustrations are interesting because they shed light on Renaissance man’s taste in the aesthetic qualities of Greek and Roman antiquities. The psychologist Carl Jung admired the book, believing that the dream images anticipated his theory of archetypes and we’ll later see how this book may have inspired Jung’s Red Book. The style of the woodcut illustrations had a great influence on late nineteenth century English illustrators, such as Aubrey Beardsley, Walter Crane, and Robert Anning Bell.

In recent times, artists’ books’ golden age was between the end of the 19th and the first decades of the 20th century. By the end of the 19th century, when the audience for posters and prints by painters began to grow, entrepreneurial publishers began to commission artists to illustrate small editions of books. Some of the first publishers of artists’ books were art dealers who felt that producing books embellished by their artists would increase the audience for their paintings. The French Livers d’artiste were usually books where famous artists contributed to texts of famous poets or writers on invitation of the publishers. Foremost among these visionary publishers was Ambroise Vollard, whose publication of Odilon Redon’s haunting lithographs illustrate Gustave Flaubert’s La Tentation de Saint Antoine (begun in 1896, published in 1938). Daniel-Henry Kahnweiler was known for collaborating with avant-garde artists and writers, and his first publication, L’Enchanteur pourrissant (The Rotting Magician, 1909), paired André Derain with the poet Guillaume Apollinaire. Albert Skira published Matisse’s first artist’s book, Poésies (1932) by Stéphane Mallarmé, a harmonious matching of seductive linear drawings with Mallarmé’s poetry. Max Ernst and Paul Eluard, collaborated for Eluard’s love poems for Gala illustrated by Ernst. For Klänge Kandinsky wrote the poems and illustrated the book. Picasso illustrated some poems by Eluard  La Barre d’Appui, Sonia Delaunay did some gouaches for a book by Blaise Cendrars.

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Futurism, Dada, Cubism, Expressionism, Symbolism, Russian avant-garde movements – they all explored and experimented new forms, ideas, techniques and technologies  in creating an amazing number of artists’ books of ravishing beauty and artistry. Books, often published in a limited edition or as unique, were now a free space, a new free canvass, to engage upon new possibility of expression.

As in Blake’s masterpiece, often artists have contributed more than images by serving as authors of their own texts. Unlike books in which the artists embellish the words of a writer, these books constitute entire artistic creations, from cover to cover. As for Rolla’s casket books. One early example is Gauguin’s Noa Noa, consisting of writings and woodcuts related to his impressions of Tahiti and the paintings he made there. Of the same year, 1894, is Toulouse-Lautrec’s Yvette Guilbert, first examples of modern books where text and images were conceived as a single object. Where text and image are deeply connected together, like in De Saussure’s notion of the  linguistic sign, which is composed of the signifier and the signified.

It is here, at the very core of the intimate interconnection between poetry (intending poetry as any text, which becomes a poem as soon as it becomes part of an artist’s book) and image, that imagination, that is the origin of the creative process, takes place. If we take an artist’s book as a glorious example of the linguistic sign in art, then we will see that image, poetry and imagination are one.

Later, Matisse’s famous Jazz (1947), combines his writings and twenty brilliantly coloured and boldly stencilled compositions, while years later Georg Baselitz’s Malelade (1990) presents archaic folk language and images of animals in forty-one prints.

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In the decades since the end of World War II, when American art came to the forefront, there was a similar flourishing of publications, both on art and as art. In the early 1960s, artists’ books—inexpensive booklets and object books usually entirely composed by artists—became major vehicles of artistic creation. With Ruscha’s very famous Twentysix Gasoline Stations (1963), in which all but one photograph faces a blank page, a new artistic attitude was established. Later, Tatyana Grosman worked with American artists to produce books with unusual formats, like Rauschenberg’s Shades (1964), a book without words printed on sheets of plexiglass. But then there are books shaped as concertinas, with interchangeable pages, books the reader has to assemble in order to read the text,  books conceived as sculptures and new technologies employed in visual arts borrowed by the artists’ books genre,  etc.

But, what is certain, is that Artists’ Books today are one of the most exciting  laboratories in the contemporary art world, where literary texts and visual arts confront each other in an entirely new way, stimulating a new response from the reader, as Martin Antonetti has stated.

This is but a very short survey of the amazing number of wonderful artists’ books produced since the 19th century and I don’t want to annoy you with a longer list. But, before ending my speech, I’d like to mention two immortal masterpieces of the human creative genius and imagination at its highest which may be seen as artists’ books, although they were never intended as such by their creators: the Book of Kells and Carl G. Jung’s Liber Novus or Red Book

Starting from the latter, as perhaps many of you know, in 1913, after his acrimonious break  with Freud, Carl Jung fell into a crisis and began to retreat from many of his professional activities, but also many of his energies were withdrawn from the outer world and redirected inwardly.

One day, while he was on a train, he had the vision of a horrible catastrophe with rivers of blood and dead bodies floating all over. A week later, while on that same train, the vision repeated and he also heard a voice saying that all that would become real. At that point, he thought that he was losing his mind and he decided to investigate what was really going on. So he started to provoke waking fantasies and visions and to engage in a dialogue with the characters which emerged. He also wrote down in little black books everything that emerged and painted his powerful visions. He called this activity “active imagination”. Indeed, what he experienced during those years was a journey to hell and back. A diving into his own unconscious to get in touch with his soul. Often he felt he was going to be overwhelmed by a scaring life crisis and that he was in great danger. He even contemplated suicide.

It took him four years to complete this journey into the depths of his Self and then he spent the following years, until 1930, in writing and drawing and painting everything he had seen and discovered in his visions and inner dialogues.

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To engage in a very difficult description of the complexities of its content or of the intuitions and revelations Jung had about himself, his soul, his future psychotherapeutic techniques, of the concepts he would develop in his future analytical psychology writings, the role and power of symbols etc. it would be here totally off-topic. What is instead interesting for us now is its form. In fact the huge, heavy, 205 large pages codex, or illuminated manuscript (as this is what indeed is) handwritten on parchment, hand-painted and bound in red leather, was inspired not only by the numinous images which had burst forth from his unconscious, but, for the form he chose to organize them, also by similar medieval works, like the Book of Kells he kept in mind, and Blake’s Songs of Innocence, the Hypnerotomachia Poliphyli, while he perceived his inner journey to be similar to Dante’s Comedy and Nietzsche’s Zarathustra.

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In The Red Book he wrote: “I speak through images … In fact I could not express in any other way the words emerging from the depth.”

 The absolute, total interdependence of text and painted images, of decorations, illuminated initials, symbolic use of colours, page structure and conception recalls medieval illuminated manuscripts, which Jung knew and had thoroughly explored. You can’t separate the text from the illustrations, as the one clarifies and comments the others and vice versa. The Red Book, as he had called it, is a book of visions, as it all started from that first terrible, scary vision in 1913 and then many others followed. But then, from those significant, numinous visions words poured out, which explained them and integrated them into his consciousness.

As the Austrian art theorist Konrad Fiedler stated, art is a process from chaos to clarity, from confusion to order. It took to Jung more than 15 years to see and write and paint his Red Book, although he left it unfinished. To give an order to all that overwhelming material that was surfacing and threatening him. And then it took him the rest of his life to integrate and elaborate all that material. The blindingly magnetic, archaic and mysterious beauty of its pages, of its colours, of its mesmerizing illustrations triggers powerful feelings and stirs our imagination.  To Jung, they were that very process so clearly described by Fiedler. In the Red Book art becomes a means and instrument of knowledge and inspiration.

The Red Book is a map not only of Jung’s unconscious and a journey into it, but of the collective unconscious as well, a concept he actually formulated and developed during the composition of this book. Jung’s artistic and calligraphic skills played a great role in rendering his visions and in writing down his prophetic texts. May we consider it as an artist’s book?   “All my works, all my creative activity,” he would recall later, “has come from those initial fantasies and dreams.” Yes, he drank at the source of imagination, at that aforementioned fountain, in search of what he called the “Spirit of the depth”, as opposed to the spirit of the time, which had so deluded and betrayed him before this devastating yet renewing crisis hit him.

And now, at the end, let’s go back to the beginning. The Book of Kells. James Joyce wrote to a friend: “It is the most purely Irish thing we have, and some of the big initial letters which swing right across a page have the essential quality of a chapter of Ulysses. Indeed, you can compare much of my work to the intricate illuminations.”

James Harpur, who has just released his last collection of poems, The White Silhouette, whose central section features his final version of his long, four parts poem Kells, (he has worked at it for more than fifteen years) on a RTÉ radio interview said that the first time he saw the Chi Rho page, it was like someone had dropped a match in a box of fireworks and frozen the resulting explosion. Well, doesn’t this image recall the original Big Bang? For Harpur the Book of Kells is the materialization of the soul of Ireland, its pages holding the cultural and spiritual DNA of the country.

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Indeed, the impression one immediately gets is that words are totally merged into images and images become words. The intricacies, the snakelike convolutions of the lines, the tremendous complexity of the patterns, remind of a brain as much as of  clusters of galaxies, endlessly rotating around themselves and around each other. Each line affects all the others, each colour operates a transformation over the other colours, as if everything were alive, and this alchemic transformation forms a continuum in time and space, it is a non-stop process, taking place right under your eyes. Even figures, architectural structures become abstract elements, become parts of this flowing current of forms and colours. Everything is speaking with the power of symbols. There are no boundaries, no distinctions to separate thought and vision, words and images. Thus, mirroring and reproducing through images the sacred Word embedded into the illuminations, which breaths through them.

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The Book of Kells’ illuminations remind me of quantum physics. Although, alas, I’m terribly ignorant about this subject, I think one could recognize, in the overall conception of the Book, some of its fundamental principles, like the fact that everything is made of waves, also particles, and that quantum physics is about the very small.

Although some of the Book of Kells illustrations are rigorous architectural structures, like the Eusebian Canons tables, and there are full page images of the Evangelists, of the Virgin with Child and of Christ, a good part of the decoration is carried out in the intricate insular style, invading frames, empty spaces, and almost self-generating. The impression is that of a space brimming and pulsating with a wavelike  energy. The sacred Word emanating from God is not only written on the vellum, but can be visualized as the image of the created universe.

As Carl Nordenfalk says: “the initials … are conceived as elastic forms expanding and contracting with a pulsating rhythm. The kinetic energy of their contours escapes into freely drawn appendices, a spiral line which in turn generates new curvilinear motifs…”.

Also, the intricate paths of the lines, separating themselves and constantly bifurcating, abruptly taking different directions leading to different aspect of reality, remind of Hugh Everett’s Many-Worlds Interpretation of quantum mechanics, according to which every event is a branch point; so, in Everett’s reading, the Schroedinger cat  theorem gives that the cat is both alive and dead, even before the box is opened, but the “alive” and “dead” cats are in different branches of the universe, both of which are equally real, but which do not interact with each other.

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Quantum physics is about the very small. Well, if we analyze the amazing details of the illuminations, we will soon realize that many of the largest images, or their frames and decorations are composed of millions of lines, motifs, knots, tangles, sometimes so tiny – and yet so amazingly perfect – that they can be seen only through a magnifying glass. There weren’t magnifying glasses at the time, so it still remains a mystery how they did it. And this was perhaps the reason why Gerald of Wales reports that the Book of Kells had been written by the angels.

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The anonymous illuminators and scribes who created the Book of Kells had this in mind: to make visible the invisible, to infuse spirit into matter, to make eternal what was transient, to express the ineffable through forms and colours, so that the divine energy could be transformed into matter and matter into divine energy. A spiritual version of the Relativity theory made visible.

 

 FRANCESCA DIANO

Copyright© by Francesca Diano ALL RIGHTS RESERVED

 

 

 

 

 

 

 

 

Due agosto- racconto di Francesca Diano

Questo testo è comparso in Il nostro due agosto (nero): 44 racconti sulla strage di Bologna, raccolti e curati da Luca Martini, 2014, Antonio Tombolini Editore.

Mi colpisce il fatto che vi parlai anche del crollo del ponte di Lima, narrato nel romanzo di Thornton Wilder, Il ponte di San Luis Rey. 

 

Mark Rothko. Blue green and brown. 1952

 

Cosa decide il nostro destino? Un’inezia. A volte proprio solo una banalità. Lo si chiami caso, fato, o Dio, spesso la differenza fra la vita e la morte non è che un’inezia. O tale è la forma che assume.

<<Pronto? Ah ecco, per fortuna ci sei. Scusami se ti chiamo a quest’ora.>>

<<Ciao, allora ti aspetto domani? A che ora arrivi?>> mi chiede.

<<No, ti chiamo appunto per questo. Avevo pensato di prendere un treno in mattinata e arrivare verso le 10,30 – 11, ma purtroppo ho avuto un contrattempo coi bambini e devo rimandare per forza. Vedo per l’inizio della settimana prossima. Ti chiedo scusa, ma davvero mi è impossibile.>>

La mattina dopo, sabato 2 agosto, sarei dovuta andare a Bologna, per parlare con la persona cui stavo telefonando  del libro che avevo finito di tradurre e che il suo editore, con cui mi aveva messa in contatto, pensava di pubblicare.

La memoria, soprattutto quando si tratta di avvenimenti traumatici, è un giocoliere bizzarro e ora non ricordo più quale fosse il motivo preciso per cui rinunciai ad andare incontro, pur senza saperlo, alla devastazione e forse alla morte. Fu per un problema che riguardava i miei bambini, questo lo ricordo. Forse si erano ammalati, o forse chi avrebbe dovuto stare con loro, all’ultimo momento mi disse che non poteva. Ma io, alla stazione di Bologna, quella mattina del 2 agosto non mi ci trovai.

Guardavo invece incredula, stordita, le immagini trasmesse dai telegiornali. Solo qualche ingenuo poteva davvero credere, nell’Italia di quel tempo, che si fosse trattato dell’esplosione di una caldaia, come all’inizio avevano voluto far credere. Era chiaramente un atto di bieca imbecillità. Gli atti di terrorismo sono delle imbecillità, se possibile ancora più della guerra, che lo è all’ennesima potenza. Perché oltretutto sono agiti da vigliacchi.

In inglese, l’espressione che si usa per indicare una catastrofe naturale è suggestiva: act of God, azione divina, atto di Dio, perché è qualcosa di ineluttabile. Ma stragi, guerre, carneficine, sono atti dell’uomo.  Atti voluti, programmati, contemplati come utili a un qualche fine, che poi è sempre frutto della parte più primitiva, meno evoluta dell’umanità. Gli attentati terroristici però non hanno altro fine che creare appunto terrore, caos, insicurezza, incertezza. Senza che i responsabili mostrino la loro faccia immonda. Dunque doppiamente vigliacchi.  E fu sulla vigliaccheria di quel gesto che – guardando le immagini delle macerie, della sofferenza dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime – mi immaginai al loro posto. E tremai. Fra quei corpi straziati poteva esserci il mio. Fra quei parenti, i miei figli.

Quella che chiamiamo Storia è la griglia su cui si modellano le nostre vite.  Una griglia su cui, perlopiù, non abbiamo alcun controllo, se non quello della consapevolezza delle nostre azioni e del nostro pensiero.

Quando qualcosa di tragico ci accade, molti si chiedono: perché proprio a me? Più raro è porsi la stessa domanda se l’evento è felice, come se la buona fortuna fosse un diritto; quasi vivessimo la tragedia, la cattiva sorte, come un’ingiusta negazione di quel diritto. Eppure il grande regista della Storia, come della storia, la nostra, è il caso. La tyche, la chiamavano i Greci. O così almeno appare. Un inanellarsi di accadimenti, di circostanze fortuite, di svolte, che conduce, come un percorso necessario, a quell’istante, a quell’evento. O ce ne allontana. Perché il caso diviene destino, il mio destino, solo nell’istante in cui determina la mia esistenza. Oppure, per i credenti, è un Destino segnato dall’alto, da un’Entità superiore, o ancora, il percorso di consapevolezza e di evoluzione dell’anima.

In un grandissimo romanzo di Thornton Wilder, Il ponte di San Luis Rey, lo scrittore prende spunto da un evento storico che effettivamente si verificò in Perù il 20 luglio 1714, dunque esattamente trecento anni fa, quando il grande ponte di liane, costruito dagli incas, che sovrastava un orrido lungo la strada che collegava Lima a Cuzco, si ruppe e alcuni, che lo stavano attraversando proprio in quel momento, vi persero la vita.

Wilder immagina che su quel ponte passassero in quel momento cinque persone, di diverso stato sociale e di diversa origine e nazionalità. Un frate francescano che assiste alla tragedia, Frate  Ginepro, colpito dalla coincidenza della contemporanea presenza di quelle persone tra loro sconosciute, decide di ricostruirne  le vite, per capire quali eventi le avessero condotte lì in quel momento, a quell’appuntamento col fato. Perché, per quelli che solo per caso si erano trovati insieme, il qui e ora avesse segnato luogo e ora della morte. E Frate Ginepro scopre un filo conduttore di quelle vite, il filo che le aveva condotte a trovarsi su quel ponte in quell’istante. Non prima. Non poi.

Noi non sapremo mai se qualcosa abbia accomunato le vittime di Bologna. Sappiamo, come lo sappiamo per le vittime dell’11 settembre, e di tutti gli atti dettati dall’insensatezza del terrorismo, che un qualche motivo, determinante o meno, importante o meno per loro, aveva guidato quelle persone in uno stesso luogo. A condividere la morte. Possiamo chiamarlo fato o caso.

Ma destino, o caso, è anche quello che ha allontanato da quello stesso luogo chi altrimenti avrebbe dovuto esserci. Come le vittime di un disastro aereo, o di un naufragio, da cui si salva chi, per qualche coincidenza, magari ritenuta lì per lì sfortunata, considerata forse una seccatura, non si è trovato con loro.

Cosa regge il filo della vita?

I primi di agosto del 1974, incinta del mio primo figlio, mi trovavo a Roma, a casa dei miei nonni. Era un’estate molto calda e con mio marito decidemmo di andare qualche giorno in Alto Adige. Ero all’ottavo mese e mi pareva di non poter tollerare un giorno di più quel caldo torrido, volevo partire anche rischiando di fare il viaggio in piedi, ma capivo che era più sensato assicurarmi, nella mia condizione, un posto a sedere. Si doveva dunque prenotare. I primi di agosto i treni erano pieni e non fu possibile prenotare se non per il 5. Io avrei voluto partire il 4 e, nonostante insistessimo in tutti i modi alla biglietteria della stazione di Roma perché si trovasse un posto libero, non fu possibile. Non sarebbe nato mio figlio, né sarebbero nate le mie figlie. Perché il treno che avremmo dovuto prendere era l’Italicus, su cui quella notte morirono dodici persone. Nove italiani e tre stranieri.

Tutti, come Edipo, siamo figli della tyche. Figli della fortuna, o del caso. O degli dei. Io sono anche figlia dei miei figli.

 

©by Francesca Diano ALL RIGHTS RESERVED

 

 

 

 

 

Intervista fattami da Livio Partiti per la sua rubrica radiofonica Il Posto delle Parole su Voices of the Book of Kells di James Harpur

 

 

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La trovate qui

http://ilpostodelleparole.typepad.com/blog/2015/09/francesca-diano.html

Pranzo d’anniversario – Francesca Diano

 

 

PRANZO D’ANNIVERSARIO

Un racconto di Francesca Diano

 

 Lisciò con delicatezza la bella tovaglia di fiandra color crema, attenta che le dita screpolate non ne tirassero qualche filo. Aprì l’anta inferiore della grande credenza di noce intagliato e prese i preziosi piatti di porcellana Ginori – marchio precedente alla fusione con Richard nel 1896 –  dall’orlo smerlato, decorati con piccoli festoni azzurri e fiorellini rosa e oro.

Un piatto piano per il Dottore, uno per la Signora, uno per sé. Un piatto fondo per il Dottore, uno per la Signora, uno per sé. Calcolò la precisa posizione dei piatti sul tavolo rotondo, in modo che fossero perfettamente equidistanti. A lato pose i tovaglioli ripiegati in un perfetto triangolo.

Aprì il cassetto di destra della credenza, dove le posate d’argento erano ordinate nei loro sacchetti salvapolvere. Le impugnature panciute erano cesellate a decori floreali. Un regalo per le nozze della Signora e del Dottore.

Un coltello, due forchette, un cucchiaio, una forchettina, un coltellino da frutta e un cucchiaino da dolce per il Dottore, poi per la Signora e poi per sé.

Aprì l’anta superiore della credenza e ne trasse sei bicchieri di cristallo, tre grandi per l’acqua e tre più piccoli per il vino e li pose di fronte ai piatti, leggermente spostati sulla destra, in modo che il bicchiere da vino fosse in linea col bordo  dei piatti. Come le aveva insegnato la Signora.

In una boccia di cristallo boemo  sistemò mazzetti di rose bianche contornati di edera, che aveva colto in giardino. La trasparenza lucente del cristallo e la cupezza delle foglie d’edera esaltavano il bianco vellutato dei petali di rosa. Arretrò e contemplò soddisfatta l’opera. Tutto era perfetto.

Dalla cucina arrivava il profumo del timballo di riso che stava finendo di cuocere in forno, cui si fondeva l’aroma pungente del fegato alla veneziana, creando un composto aromatico variegato e singolare.

Il timballo di riso, o sartù, come lo chiamava la Signora, era stata una delle prime ricette che le aveva insegnato. La preparazione laboriosa ne faceva una pietanza adatta a ricorrenze speciali, proprio come questa. Si era alzata prima dell’alba per prepararlo. Strati di riso condito, ragù, polpettine di carne di maiale ben rosolate, uova sode, fettine di mozzarella, pisellini freschi. Non aveva dimenticato nulla. Poi aveva spolverato la superficie del sartù con abbondante pangrattato e parmigiano e aveva infornato.

Alla Signora piaceva moltissimo, le ricordava la sua terra. Anche il Dottore l’apprezzava, ma gradiva non meno anche il suo figà aea venessiana, col suo aroma stuzzicoso. <<Un piatto semplice, popolano>>, diceva il Dottore, <<ma che gusto!>>

Ormai era tutto pronto. Portò in tavola la caraffa con l’acqua fresca e una bottiglia di Amarone, il preferito del Dottore con qualunque pietanza.

<<Dottore!>> chiamò Antonietta. <<Vieni che è pronto>>, disse, portando in tavola il sartù fumante.

*

Affrontando un lungo viaggio per risalire la penisola, il Dottore e la Signora erano arrivati nel piccolo paese della Bassa padovana  poco dopo la guerra, e il Dottore, che era farmacista, aveva preso possesso della nuova farmacia di cui era diventato titolare. Un paese che era un puntino sulla carta geografica, quasi invisibile incrocio fra tre province, le cui uniche vette in un paesaggio piatto piatto erano un matitone di settanta metri su cui, proprio quell’anno, era spuntata una pianta di fico – ghe xé un figaro sora del campanile, aveva gridato il sacrista una mattina d’afa quando aveva alzato gli occhi al cielo – piantato accanto al suo chiesone, così grande da poter contenere buona parte degli abitanti. Soprattutto da quando i giovani, appena finito il conflitto, avevano preso ad emigrare in cerca di  maggiori opportunità. Una piazza, lo spaccio con l’insegna DROGHE E COLONIALI, due botteghette, la farmacia, due osterie, l’ufficio postale e l’Adige che serviva da placido confine del paese e della provincia. E del mondo.

Il Dottore e la Signora si erano subito rivolti al parroco perché trovasse loro una brava ragazza, pulita e onesta che andasse a fare la domestica. La madre di Antonietta tirava avanti facendo qualche mestiere in canonica e il parroco si mise una mano sul cuore. Così, a poco più di tredici anni, era andata a servizio. L’aria selvatica, i modi bruschi, gli occhi che non abbassava mai quando le rivolgevi la parola, la facevano apparire molto più grande della sua età. Ma aveva uno sguardo intelligente, perciò fu giudicata adatta e poi la Signora pensava che l’avrebbe potuta istruire come piaceva a lei. Nonostante l’ignoranza, sarebbe diventata una buona domestica, anche se all’inizio facevano un po’ fatica a capirla, con tutte quelle parole in dialetto. Ma Antonietta, che di imparare non aveva paura, si mise in testa fin dall’inizio di parlare come il Dottore e la Signora, che avevano studiato e venivano dalla città del Papa.

<<Hai la stessa età di quando si è sposata la mia nonna>>, le aveva detto una volta il Dottore.

<<A tredici anni??>> aveva ribattuto Antonietta con aria incredula.

<<Sì, ma era a metà ‘800, al Sud. Si usava. Il nonno era medico e aveva trent’anni. Quando il nonno andava a visitare i suoi pazienti e lei rimaneva da sola, prima di avere i figli, giocava con le bambole.>>

Beata lei, che almeno aveva il tempo di giocare, pensò Antonietta. Chi l’aveva mai vista una bambola?

Abituata all’unico stanzone abitabile del cason lungo il canale poco fuori del paese, in cui viveva con padre, madre e fratello, con cesso esterno, uno sputo d’orto e qualche gallina,  l’appartamento del Dottore le parve il palazzo del re. Tutte quelle stanze, e addirittura un bagno dentro casa, con il lusso dello sciacquone…

Un anno dopo il loro arrivo, il Dottore e la Signora andarono ad abitare nell’appartamento che avevano fatto costruire sopra la farmacia. Qui di bagni ce n’erano due e perfino una lavanderia e, per non fare avanti e indietro tutti i giorni,  Antonietta si trasferì definitivamente da loro,  in una stanzetta dietro la cucina.

Per la prima volta nella vita aveva un posto tutto suo in cui dormire da sola. Le parve impossibile essere riuscita a scappare dalla miseria e dalla violenza del padre ubriacone e manesco. La madre e il fratello, un povero ritardato che tutti additavano come lo scemo del paese, anche se con un certo affetto ruvido, se ne liberarono quando l’avvinazzato finalmente, in una sera di nebbia che pareva bava di lumaca,  finì in un fosso ruzzolando dalla bici sgangherata e, pieno di vino, finì per affogare in tre palmi d’acqua fetida. Non fu pianto né rimpianto.

Antonietta non era una da lacrime e nemmeno di molte parole. Aveva imparato ad affrontare la vita a testa bassa e muscoli tesi, pronta a lottare da sola per la sopravvivenza. E di lavoro in casa del Dottore e della Signora ce n’era da fare, perché anche la farmacia andava tenuta lustra e impeccabile. Ma c’era anche da mangiare e Antonietta mangiava per tutte le generazioni di morti di fame da cui discendeva. Una fame antica, che niente pareva soddisfare. Per quanto mangiasse, non metteva su nemmeno un grammo. Pelle muscoli e ossa.

Fu il Dottore a mandarla dal medico condotto per capire il motivo di questa voracità dagli effetti invisibili. “Ipertiroidea”, disse il medico, “ma per il resto sana come un pesce.” Ma Antonietta sapeva che la sua fame veniva da una vita di stenti, di miseria, di denutrizione che aveva tormentato i suoi genitori, i suoi nonni, i suoi bisnonni e chissà quante altre generazioni di disperati. Veniva da quelle campagne che ai suoi avi braccianti non avevano reso mai nulla. Veniva da un buco nero che  dal passato allungava le sue ombre come grinfie. Veniva da donne che s’erano rotte la schiena ad arrangiarsi per sopravvivere a una vita che le colpiva e si riproduceva come una maledizione. Ce l’aveva negli occhi enormi, un po’ sporgenti, quella fame, che parevano sempre accesi, anche quando dormiva. E alle cinque del mattino, quando si alzava, erano già belli e spalancati come non li avesse mai chiusi. Perciò. quello che non le riusciva di mangiare, se lo conservava sotto il letto, nella disgraziata evenienza che quella fortuna non durasse.

Avevano voglia il Dottore e la Signora a dirle che nessuno l’avrebbe privata del pasto successivo. Lo capiva con la testa, anche se il dubbio le rimase per un bel po’, ma vallo a dire allo stomaco e all’angoscia che non l’abbandonava mai. Eppure, per la prima volta, si sentiva parte di una famiglia; come se poi avesse mai saputo cosa fosse una famiglia.

Il Dottore e la Signora, non più giovani, non avevano avuto figli e le volevano bene. Non che non fossero esigenti, la Signora soprattutto, ma erano buoni e non la maltrattavano. Nella loro casa, fra le persone, esistevano dei fili che le tenevano legate. Il Dottore aveva un grande rispetto e affetto per la Signora e la Signora parlava del Dottore con devozione.

<<Ha inventato una medicina che prima non esisteva, sai>>, le disse. <<Una medicina che fa bene al fegato, un epatoprotettore. Purtroppo non ha fatto in tempo a brevettarla e gli hanno rubato la formula.>> E Antonietta, che badava molto al modo in cui la gente diceva le cose più che a quello che diceva,  capiva che in quella frase, di cui ignorava il significato, c’era qualcosa di brutto, di triste, che il Dottore aveva subito. E che forse spiegava lo sguardo che pareva aver perso qualcosa che non si poteva ritrovare.

A casa sua invece, di fili che tenevano legate le persone non ce n’erano. Il padre sempre a bere e a menare le mani, emetteva solo urli, porchi o bofonchi. La madre abbrutita dal lavoro, dalle busse e dal far quadrare quel poco che entrava, usava il fiato residuo per qualche monosillabo. Il fratello pareva non vedere nemmeno quello che gli succedeva intorno.

Quanto sarebbe durata la sua fortuna?  Non poteva permettersi di perderla. Di certo in quella stamberga non sarebbe tornata mai più.

<<Fati, no paroe, fati no paroe>>, ripeteva continuamente fra sé e sé il povero infelice che aveva per fratello, percorrendo a piedi, instancabile, le strade nebbiose d’inverno e addentate dal sole l’estate, che tagliavano la pianura come ferite, guidando a mano il relitto di bicicletta del padre, che aveva recuperato dal fosso. Dove avesse sentito quella frase nessuno sapeva. Forse durante una predica in chiesa o da qualche aspirante sindacalista all’uscita dell’osteria. E il soprannome Fatti gli rimase attaccato, a sostituire un nome proprio che nessuno ricordava.

Nonostante lo sguardo assente di Fatti, Antonietta non aveva mai pensato che fosse davvero scemo, ma solo che vivesse in un suo mondo felice in cui nessuno poteva raggiungerlo. Un mondo in cui il bianco era bianco e il nero era nero. In cui non c’era spazio per le sfumature che imbrogliano la vita degli uomini. Per cui quel motto ossessivo divenne per lei fondamento e guida. Il mondo del Dottore e della Signora, che lo aiutava in farmacia, era un mondo che le appariva bianco, proprio come il camice che il Dottore indossava e come il bancone e gli scaffali che contenevano le medicine.

Era emersa dal nero e non ci sarebbe tornata mai più.

Il Dottore e la Signora erano primi cugini e per sposarsi avevano dovuto chiedere la dispensa al Papa. Anche se la Signora le diceva che di figli ne avrebbe voluti, Antonietta sapeva che da unioni del genere nascono solo dei mostri e quindi era un bene che non ce ne fossero stati. Avevano però una nipote cui erano molto affezionati e che, quando vivevano a Roma, avevano cresciuto in casa loro. Ormai era sposata e li veniva a trovare raramente. La Signora avrebbe voluto vederla più spesso e, anche se non lo diceva, Antonietta capiva che quello era un tarlo che aveva nel cuore.

La nipote non era gentile come i suoi padroni. Quando veniva con il marito a trovare gli zii, in genere per Pasqua, la trattava da serva, la ignorava e le rivolgeva la parola solo per darle degli ordini.

<<Io ho solo la terza elementare>>, si lamentava Antonietta con la Signora, <<però non mi piace che vostra nipote mi tratti così.>>

<<Hai ragione Antonietta, ma devi avere pazienza. Viene da Roma e ti vede come una contadinella. Non si rende conto che per noi sei come una figlia.>>

Antonietta scrollava le spalle, convinta che forse se ne rendeva anche troppo conto.

<<Devi stare attenta a quella là, zia>>, aveva detto la nipote a Sara.

<<Perché? È una brava ragazza e, anche se ha visto tanta povertà, è onesta.>>

<<È molto sveglia e fra un po’ diventerà grande abbastanza. Non vorrai che poi si ripeta quello che è successo a Roma.>>

<<Per carità di Dio!>> aveva detto la zia. <<Non un altro scandalo… ma quella era una zoccola, una furbona e lo zio si è fatto abbindolare dai suoi scondinzoli.>>

<<Lo zio si fa abbindolare troppo facilmente, ma se la tua gelosia non fosse così ossessiva, se tu non lo soffocassi tanto…. guarda, adesso l’hai costretto a finire in questo buco, lontano da tutto, per le tue ossessioni. Lo sai che i cani non vanno mai tenuti a una catena troppo corta. Poi si ribellano e ti mordono le mani.>>

<<Ma come ti viene in mente questo paragone?>> La zia era inorridita.

<<Qui stiamo bene, stiamo tranquilli. E poi Antonietta poverina è tutta pelle e ossa, non hai visto? Che vuoi che gli interessi?>>

<<Tu comunque stai attenta>>, le aveva ripetuto la nipote.

Il tarlo così era stato insinuato, a tenere compagnia all’altro, ma la Signora cercava di scacciarlo, insieme a tanti altri fantasmi. Se avessero avuto dei figli, se lei non fosse stata più vecchia del marito, se lui non fosse stato così bello che pareva un divo del cinema. Dicevano che somigliasse a Tyron Power. Se non l’avesse sposata per riconoscenza, perché orfano dei genitori e, solo al mondo, era stato accolto in casa degli zii, i genitori della Signora, come un figlio e lei aveva passato da un pezzo l’età da marito.

Era soltanto un uomo debole, molto debole. Lo si vedeva da quella bocca morbida e carnosa, languida, quasi molle, con gli angoli leggermente rivolti all’ingiù.  Ma lei non poteva sopportare l’idea che potesse innamorarsi di qualcuna, che tutte quelle donne di cui era circondato nella grande farmacia di Roma potessero abbindolarlo. Poi era scoppiato lo scandalo. La commessa sedotta, le chiacchiere, la vergogna. Le era sembrato di morire. Gli aveva fatto delle scenate terribili. Era arrivata a controllargli i minuti di strada fra la farmacia e casa. Aveva minacciato il suicidio. Per mettere tutto a tacere, per il quieto vivere, il Dottore aveva acconsentito a lasciare la farmacia sul Corso, il laboratorio in cui conduceva le sue ricerche, i suoi esperimenti, tutto. A seppellirsi vivo con lei in una bara nel mezzo del nulla.

Qui almeno, in quel buco di paesino in mezzo alle campagne, sul confine di tutto, non avrebbe avuto occasioni e, nonostante le insinuazioni della nipote, la Signora sapeva che Antonietta non sarebbe stata un pericolo. Troppo selvatica, troppo rozza, troppo segaligna. Con quei suoi modi spicci che non conoscevano civetterie.

Poi il Dottore cominciò a bere troppo. In pubblico nessuno l’aveva mai visto ubriaco ma la sera, dopo la chiusura della farmacia, si metteva a bere già prima di cena ascoltando Corelli, Mozart, Sibelius, Respighi.  Quand’era ora di andare a letto parlava con la bocca impastata e non si reggeva bene sulle gambe. E allora Antonietta doveva aiutare la Signora a metterlo a letto, perché nemmeno la Signora si sentiva ormai tanto bene. In pochi mesi era dimagrita moltissimo e le mancavano le forze.

Quando il Dottore sbagliò le dosi di una preparazione galenica e mancò poco che non provocasse dei danni seri, Antonietta decise che non poteva lasciare che il suo nome e la sua reputazione venissero distrutte. Quella era la sua famiglia, lì era cresciuta, lì aveva trovato da mangiare, da aiutare il fratello rimasto solo dopo la morte della madre, lì aveva potuto perfino mettere da parte qualche risparmio per la vecchiaia. Come da giovane faceva col cibo sotto il letto. Forse, alla fine, nemmeno lì tutto era bianco, anche lì il nero si insinuava sfumando nel grigio. Ma forse, alla fine, nel mondo di bianco proprio bianco non ce n’è.

Non le parve un tradimento consolare il Dottore. Era parte della famiglia. E la famiglia si stava sgretolando sotto i suoi occhi. Doveva tenerla unita. Senza tante chiacchiere, senza tante spiegazioni. Contano i fatti, non le parole.

Già molte volte in passato il Dottore l’aveva abbracciata, tenuta stretta per la vita, palpata, quando la Signora non vedeva. Antonietta lasciava fare, dura, in silenzio, come fosse parte dei suoi doveri domestici. Gli era affezionata, gli era grata. Anche quello era un modo di mostrare la sua devozione. E poi, meglio lei che qualche estranea. Lasciava fare, anche per la Signora.

Lei, che aveva solo la terza elementare, cominciò a controllare tutte le ricette, serviva i clienti, stava alla cassa. Alla presenza del Dottore, si capisce, ma il Dottore si limitava a conversare amabilmente con i clienti e faceva cenni d’assenso quando Antonietta, per salvare la forma, gli mostrava le ricette e le scatolette dei medicinali.

Cominciò a tenere i rapporti con i rappresentanti di medicinali, con i fornitori, a tenere in ordine i conti, a gestire il denaro di casa. Da sola mandò avanti la farmacia quando la Signora dovette essere ricoverata in oncologia perché un cancro le stava divorando l’utero sterile.  Ablazione totale, le disse il Dottore.

<<Non c’è più niente da fare Antonietta>>, le disse il Dottore finendo di scolare la mezza bottiglia di Curvoisier che aveva accanto. Il viso era livido, tirato, la pelle ingiallita, i tratti come crollati sotto un peso insostenibile. Anche la Signora, come da piccolo sua madre, lo stava abbandonando.

<<No, non deve prenderla così. La Signora è forte, si riprenderà>>, gli disse con dolcezza Antonietta.

<<Sta morendo. Le resta poco da vivere. Le metastasi sono ovunque. Possiamo solo tenere a bada i dolori con la morfina.>>

<<Non so che sono le metastasi, ma dobbiamo avere speranza.>>

<<Speranza? L’ho resa infelice tutta la vita, l’ho tradita, non le ho dato figli. E lei, come una santa, ha sopportato tutto.>>

<<Forse non poteva averne lei, forse è stato un bene>>, cercò di consolarlo. Che vuoi dire a un uomo finito?

Il Dottore guardava nel vuoto. Poi si alzò, si strinse ad Antonietta e la prese lì, sul tappeto del salotto, con la disperazione di chi va a morire. Lo lasciò fare, come si nutre un neonato affamato che s’attacca al seno.

In camera da letto la Signora aveva ricominciato a gridare. I dolori erano insopportabili, devastanti. Antonietta si liberò dall’abbraccio di un corpo quasi inerte e la raggiunse. Le fece l’ennesima iniezione di morfina.

<<Non lo abbandonare>>, sussurrò a fatica la Signora. <<So cosa fate. Lo so da tanto…tem…>> Non poté finire la frase.

Antonietta assentì con la testa e non disse nulla. Non si mente ai morenti.

Poi le chiuse gli occhi. E per la prima volta, da quando era nata, pianse.

Nel testamento la Signora, a cui era intestata la casa e che risultava proprietaria di tutti gli oggetti di valore che conteneva, dei titoli e delle azioni, lasciò erede universale la nipote, con diritto di usufrutto al Dottore. Alla morte del Dottore ogni cosa sarebbe andata a lei.

Due anni dopo, al matrimonio, per cui la nipote aveva gridato allo scandalo —  <<si sposa la serva!>> aveva detto a tutto il parentado scandalizzato — Antonietta indossava un abito vaporoso, dal tessuto cosparso di fiori d’ogni colore, con una fascia color verde brillante in vita. Glielo aveva regalato il Dottore perché, diceva, ora che la vita gli sfuggiva, la voleva piena di colori. Ridotto a un’ombra dalla cirrosi che se lo stava divorando vivo, la portò sul Lago di Garda, a Verona, a Venezia, tutti luoghi che Antonietta non aveva mai visto. A Venezia alloggiarono al Bauer. Antonietta lasciò fare, perché anche lui aveva diritto a un po’ di felicità. E anche se nemmeno la felicità è sempre bianca, ma in genere sfumata di molti grigi, sempre felicità è.

<<Anche tu adesso devi fare la signora>>, le disse il Dottore.

<<No Dottore, di Signora ce n’è una sola.>>

*

<<Dottore!>> chiamò Antonietta. <<Vieni che è pronto>>, disse, portando in tavola il sartù fumante.

Trascinando i piedi, il Dottore arrivò dallo studio. Si sedette a tavola e Antonietta gli porse la bottiglia del vino perché lo aprisse e, come le aveva spiegato,  lo facesse respirare. Quasi fosse una cosa viva, il vino, che, dopo essere stato rinchiuso per tanto tempo in un contenitore di vetro, fermo, zitto e immobile, avesse bisogno di prendere un po’ d’aria, prima di scivolare, gorgogliando, in gola e nello stomaco. Di aria ne vedeva poca. Una sorte proprio triste.

Con la pala d’argento tagliò una fetta di sartù, che gli servì fumante di profumi. Poi ne depose una porzione nel piatto della Signora e infine una bella fetta per sé, e si sedette a tavola.

<<Ah, che profumo di paradiso…>>, disse il Dottore, rompendo la crosticina croccante con la forchetta, che immerse poi nella magica combinazione di quegli ingredienti legati ad arte. <<La Signora sarebbe orgogliosa di te.>>

<<Mi ha imparato a cucinare la Signora>>, osservò Antonietta, fissando con un mezzo sorriso la sedia vuota e il piatto intatto che era fra loro.

<<Insegnato, non imparato>>, osservò il Dottore.

<<Eh sì, hai ragione, ma comunque è sicuro che se c’era mangiava di gusto poveretta.>>

Alla Signora non aveva mai dato del tu. E, fino a un anno prima, nemmeno al Dottore.

Era il terzo anniversario della morte della Signora e, come ogni anno, si ripeteva il rito funebre gastronomico. Tavola delle feste, sartù, fegato alla veneziana, zuppa inglese. I loro piatti preferiti. Gli altri giorni l’apparecchiatura e il menù erano più modesti, perché il Dottore aveva la cirrosi epatica e doveva stare a dieta. Ma, fin dal giorno seguente alla morte della Signora, i posti in tavola erano stati sempre tre. Solo quando la Signora era ancora in vita erano stati due, perché Antonietta mangiava in cucina dopo aver finito di servire e sparecchiare.

La Signora, per cui Antonietta nutriva una grande venerazione silenziosa, non se n’era mai andata. Nemmeno dal letto matrimoniale che Antonietta divideva con il Dottore, ormai legalmente da un anno, dopo le seconde nozze del vedovo. Di fronte, sul comò, c’era la foto del Dottore e della Signora quando si erano sposati.

Ogni sera, prima di entrare nel letto coniugale, Antonietta si faceva il segno della croce e recitava un ‘Eterno riposo’ per lei.

 

Il racconto è stato pubblicato all’interno dell’antologia Io sono il Nordest, 2016, Apogeo Editore e farà parte di una nuova edizione dei miei racconti, Fiabe d’amor crudele. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Annarosa Maria Tonin – Le visitatrici

Le visitatrici

 

In Ricordi, sogni, riflessioni, Jung scrive: “La storia di una vita comincia da un punto qualsiasi, da un qualche dettaglio che ci capita di ricordare e a quel punto essa era già molto complessa.  Noi non sappiamo dove tende la vita; perciò la sua storia non ha principio, e se ne può arguire la meta solo vagamente. La vita umana è un esperimento dall’esito incerto.”

Ci pensavo leggendo i racconti di questo ultimo libro di Annarosa Maria Tonin, edito da Edizioni La Gru, a brevissimo in libreria. Annarosa è una scrittrice che mi piace molto, per numerosi motivi. Prima di tutto scrive bene, ma bene davvero. Del mestiere di scrivere conosce sfumature, trabocchetti e intelligenze. Mi piace per il peso che il passato ha nelle sue storie, il peso specifico intendo. Tutto riconduce sempre, affondando, verso quell’altrove temporale. Poi mi piace come persona. Diretta, senza fronzoli, ma di mente acuta e raffinata, colta, attiva e allo stesso tempo amante della solitudine, senza la quale – si capisce leggendo quello che scrive – non potrebbe far maturare la sua prosa limpida e mai scontata, di gradevolissima lettura.  Eppure ti accorgi poi, che quello che scrive e che hai creduto così immediato, ti costringe a riflettere moltissimo. Non solo su quello che ha scritto, sui suoi personaggi, ma su te stesso.

E’ fine la sua scrittura, lieve va a scandagliare gotiche ombre incistate nel reale, dove non le penseresti. Così ho trovato nei suoi libri

Il brano di Jung mi è tornato alla mente leggendo Le visitatrici, perché qui è della sua storia che si tratta. Di una memoria che ha necessità di ritrovare sé stessa, di ricostruire attraverso lettere, fotografie, pellegrinaggi lungo strade e di fronte a case, in proiezioni di personaggi reali o immaginari o frutto di collage psicologici, parti di sé, evocando quelli che sono, in un certo senso, i suoi Lari.

In realtà si tratta di cartografia. Una cartografia fisica che mappa terre incognite, ereditate dall’inconscio. Si dice che nelle famiglie la vera eredità che viene passata di generazione in generazione sia quella psichica: traumi, segreti, perdite, sofferenze di antenati che, se non rivelati alla coscienza ed elaborati, riemergono puntuali lungo la discendenza e si ripresentano. Tutto si rimescola in una sorta di inconscio collettivo familiare e chiede di avere voce. Così, quella che noi crediamo semplicemente la nostra vita, o al massimo quelle dei membri che conosciamo, è in realtà un affare già molto complesso alla nostra nascita, la cui storia affonda le radici in un passato assai lontano. E quel che lo rivela, sono appunto minimi dettagli che ogni tanto emergono alla memoria, o che si ritrovano in storie, lettere, foto di persone che non abbiamo conosciuto ma che sono in noi. Non esistono interruzioni. In psicologia sistemica si chiama “costellazione familiare sistemica”.

Questa rete di zii, zie, padri, madri, figli morti in guerra, cugini, conoscenti, personaggi, forma un fitto tessuto in cui però vi sono degli strappi dagli orli slabbrati. In quegli strappi si trova l’identità. Che va cercata in indizi e suggerimenti e rimandi distribuiti con accorta parsimonia lungo tutte le pagine, dove anche le sequenze temporali vengono costantemente scombinate e riassemblate.

I racconti sono organizzati a costruire un mosaico dalle tessere apparentemente non ancora del tutto composte in un disegno finito, che Annarosa Tonin definisce un “ritratto cubista” di sé stessa – anche quando la storia esonda abbondantemente dall’autobiografia del cuore – cosa che in effetti si percepisce da queste tessere-frammento, che infine è il lettore stesso a porre definitivamente in opera. Il racconto Quadri di una liberazione è, da questo punto di vista, paradigmatico. Così come, in Cambiamenti di stato, dove, la non definibile materia (insieme alla sua collocazione in una spazio-temporalità interna) che la protagonista sente di essere, proprio per l’inafferrabilità della sua sostanza, opera uno scarto nella narrazione, quasi quantico, d’essere e non essere in luoghi e stati diversi contemporaneamente:

 “Oggi è sabato e vado verso un posto mai visto prima. Vado a celebrare me stessa. Fuori dal cassetto.
L’uomo che amo oggi compie gli anni, ma non posso stare con lui, non mi è permesso. Forse non è più amore. Forse, non lo è mai stato. Che festeggi il suo compleanno con gli altri abitanti del cassetto. Quanto mangeranno neanche da dire, colate di grasso sulla griglia, abbondantemente annaffiate, e urla e battiti di mani.
Fuori dal cassetto la materia non definibile non parteciperà alla festa. E non è detto che sia un male, anche se a lei fa male. Io sto sia dentro che fuori, dentro questa città e fuori, dentro il cassetto e fuori. Oggi è sabato e vado verso un posto mai visto prima. Non posso dire se è dentro o fuori, perché ancora non lo conosco.
Ci vado perché sono sicura che non mi chiederà da che parte sto.”

Allora, quell’ “esperimento dall’esito incerto” di Jung, quel suo iniziare da un qualunque punto o dettaglio, trova in questa immagine cubista, o continuamente assemblantesi come in un caleidoscopio, che è l’insieme di questi racconti, il suo specchio.

Francesca Diano

 

(C)2018 by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

Buon compleanno Maya Angelou.

QUATTRO POESIE DI MAYA ANGELOU

Traduzione  di Francesca Diano

 

Risultati immagini per maya angelou

 

Foto di (C) Ross Rossin, 2013

 

Maya Angelou (Saint Louis 4/04/1928 – Winston-Salem 2014), icona femminile americana, scrittrice e poetessa afroamericana, è stata una donna che, con un’espressione inglese, si può definire, senza tema di esagerare, larger than life. Poetessa famosissima, scrittrice sì, ma anche attrice di teatro, ballerina, attivista fra le più importanti, al fianco di Malcom X e Martin Luther King, autrice di drammi teatrali, di programmi televisivi, cantante, giornalista, docente universitaria, regista cinematografica e, per un breve periodo in gioventù, anche prostituta.

Soleva affermare spesso: “Sono umana e nulla di umano mi è estraneo”, poiché la vita le aveva insegnato a non giudicare e non condannare, ma a capire, a perdonare e a trasformare.

Ha vinto i premi letterari più importanti ed è stata finalista al Pulitzer per la poesia. Autrice di ben sette autobiografie, che in realtà Angelou voleva fossero considerate delle autofiction, negli USA è stata ed è ancora un’istituzione nazionale. La sua  voce è stata fra le più autorevoli, sia come poetessa e scrittrice, che come saggista e attivista. È stata nominata più volte membro di commissioni della Presidenza degli Stati Uniti ed insignita di Medaglia nazionale delle Arti dal Congresso e di una Medaglia presidenziale per la Libertà dal presidente Obama. Il Presidente Clinton la volle al proprio fianco durante la cerimonia del suo insediamento e in quell’occasione Angelou compose e lesse la poesia Still I Rise.

L’opera che le diede la grande notorietà fu una delle sue autobiografie, I Know Why the Caged Bird Sings, (So perché canta l’uccello in gabbia) in cui narra anche dello stupro subito da adolescente e della durezza della sua infanzia e adolescenza. Pubblicò varie raccolte poetiche, da cui queste poesie sono tratte. Molto del grande fascino della sua poesia è nella potenza e nella suggestione della recitazione, un aspetto che, se da noi è trascurato, riceve invece grandissima attenzione all’estero, soprattutto fra i poeti americani.

In Italia, dove è ben poco conosciuta, di lei non è tradotto quasi nulla, se non una raccolta di saggi e i due primi volumi dei sette autobiografici.

Tutta la produzione letteraria e l’ispirazione di Maya Angelou affondano le radici nella condizione difficile di donna, di nera e povera in un’America ancora violentemente discriminante, condizione che ha combattuto tutta la vita con la forza, la passione e il coraggio delle sue azioni e delle sue parole. Rivendicando con orgoglio, ma sempre con la semplicità dell’amore, il proprio essere donna, nera ma soprattutto un essere umano. È stata, fino agli ultimi anni della sua vita, un’instancabile conferenziera, poiché convinta del potere trasformatore della parola.

Forse le sue poesie possono apparire leggermente retoriche, ma sbaglieremmo a giudicarle tali. Il suo linguaggio è diretto, talvolta colloquiale, semplice solo in apparenza. La forma cantilenante, le sonorità della rima e delle assonanze, facilitano invece la penetrazione di idee tutt’ora niente affatto scontate nella società americana, convogliando in uno stile un po’ “da predicatore” a volte, a volte da canzone di protesta, concetti forti di uguaglianza di genere, di culture, di razze, di livello socioeconomico.

Sì, Buon Compleanno Donna Fenomenale! Abbiamo ancora bisogno di te.

F. D.

 

SOLI

 

A letto, a pensare

Ieri notte

Come trovare casa alla mia anima

Dove l’acqua non abbia sete

E il pane non sia pietra

Ho capito una cosa

Non credo di sbagliarmi

Che nessuno

Ma nessuno

Qui può cavarsela da solo.

 

Da solo, tutto solo

Nessuno, proprio nessuno

Qui può cavarsela da solo.

 

Ci sono milionari

Con denaro che non sanno usare

Le mogli corrono a destra e a manca come furie

I loro figli fanno il piagnisteo

Si rivolgono a medici costosi

Per curare i loro cuori di pietra.

Ma nessuno

No, nessuno

Qui può cavarsela da solo.

 

Adesso se mi ascolti attentamente

Ti dirò quel che so

Nuvole tempestose si vanno adunando

Il vento soffierà

La razza umana soffre

E io ne sento i gemiti,

Perché nessuno

Ma proprio nessuno

Qui può cavarsela da solo.

 

 

ALONE

Lying, thinking

Last night

How to find my soul a home

Where water is not thirsty

And bread loaf is not stone

I came up with one thing

And I don’t believe I’m wrong

That nobody,

But nobody

Can make it out here alone.

 

Alone, all alone

Nobody, but nobody

Can make it out here alone.

 

There are some millionaires

With money they can’t use

Their wives run round like banshees

Their children sing the blues

They’ve got expensive doctors

To cure their hearts of stone.

But nobody

No, nobody can make it out here alone.

 

Alone, all alone

Nobody, but nobody

Can make it out here alone.

 

Now, if you listen closely

I’ll tell you what I know

Storm clouds are gathering

The wind is gonna blow

The race of man is suffering

And I can hear the moan,

‘Cause nobody,

But nobody

Can make it out here alone.

 

 

LA PULSAZIONE DEL MATTINO 1

 

Una Roccia, Un Fiume, Un Albero

Ospitanti di specie scomparse da tempo,

Segnavano il mastodonte,

Il dinosauro, che ha lasciato ricordi rinsecchiti

Del suo soggiorno qui

Sul suolo del pianeta,

Ogni chiaro allarme del suo fato che rapido incombeva

È perso nelle tenebre del tempo e della polvere.

 

Ma oggi, la Roccia ci grida a gran voce, chiara e potente,

Venite, potete stare sul mio

Dorso e guardare il lontano destino che vi attende,

Ma non cercate il cielo alla mia ombra,

Non vi offrirò quaggiù alcun nascondiglio.

 

Voi, creati appena meno degli

Angeli, siete rimasti acquattati troppo a lungo

Nel buio che ferisce

Troppo a lungo siete rimasti

A muso duro nell’ignoranza,

Riversando dalla bocca parole

Pronte in armi al massacro.

 

Oggi la roccia grida a gran voce, potete stare su di me,

Ma non nascondetevi la faccia.

Oltre il muro del mondo,

Un fiume canta uno splendido canto,

Venite a riposare accanto a me.

 

Ognuno di voi è un paese rinchiuso fra confini

Delicato e stranamente inorgoglito

Eppure costantemente sotto assedio.

Le vostre lotte armate per il profitto

Hanno lasciato colletti di rifiuti sul

Mio lido, correnti di detriti sul mio petto.

Ma oggi vi chiamo alla mia riva,

Se smetterete di studiare la guerra.

 

Venite, vestiti di pace e io canterò i canti

Che il Creatore mi ha dato quando io

E l’albero e la pietra eravamo un’unica cosa.

Prima che il cinismo vi marchiasse a fuoco la fronte

E quando ancora sapevate di non sapere nulla.

Il fiume canta e seguita a cantare.

 

C’è un’autentica brama di rispondere al

Fiume che canta e alla roccia sapiente.

Così dicono gli asiatici, gli ispanici, gli ebrei.

Gli africani e i nativi americani, i Sioux,

I cattolici, i greci, i francesi e i musulmani.

 

Gli irlandesi, il rabbino, il prete, lo sceicco,

Il gay, l’etero, il predicatore,

Il privilegiato, il senzatetto, l’insegnante.

La sentono. Tutti loro la sentono

La voce dell’albero.

 

Oggi, il primo e l’ultimo di ogni albero

Parlano all’umanità. Venite da me, qui accanto al fiume.

Piantatevi vicino a me, qui accanto al fiume.

 

Per ognuno di voi, discendenti di qualche

Viaggiatore passato, c’è stato un pagamento.

Voi, che mi avete dato il mio primo nome,

Tu Pawnee, Apache e Seneca,

Tu nazione Cherokee, che ti sei riposata con me,

Poi, costretti a marciare con piedi insanguinati,

Mi lasciaste al servizio di altri cercatori –

Avidi di guadagno, affamati d’oro.

 

Voi, il turco, lo svedese, lo scozzese, il tedesco…

Voi gli ashanti, gli youruba, i kru,

Comprati, venduti, rubati, che arrivaste in un incubo

Pregando per un sogno.

 

Ecco, radicatevi accanto a me.

Sono l’albero piantato accanto al fiume,

Che non sarà rimosso.

Io, la roccia, io il fiume, io l’albero

Io sono vostro – i vostri viaggi sono stati pagati.

Alzate il viso, avete un acuto bisogno

Che questo mattino luminoso sorga per voi.

La storia, nonostante il suo straziante dolore,

Non può essere annullata e, se guardata con coraggio,

Non ha bisogno di esser rivissuta.

 

Alzate gli occhi al

Giorno che per voi sta spuntando.

Generate di nuovo

Il sogno.

 

Donne, bambini, uomini,

Prendetelo fra le vostre mani.

Modellatelo secondo il vostro

Più privato bisogno. Scolpitelo a formare

La vostra immagine pubblica.

Sollevate i cuori.

Ad ogni nuova ora nuove possibilità

Per nuovi inizi.

 

Non rimanete legati per sempre

Alla paura, aggiogati in eterno

Alla brutalità.

 

L’orizzonte si tende,

Offrendovi lo spazio per nuovi passi verso il cambiamento.

Qui, seguendo il pulsare di questa bella giornata

Potrete avere il coraggio

Di alzare gli occhi verso di me,

La roccia, il fiume, l’albero, il vostro paese.

Tanto per Mida che per il mendicante.

Così ora per voi come allora per il mastodonte.

 

Qui, sul pulsare di questo nuovo giorno

Potreste avere la grazia di alzare gli occhi e scorgere

Gli occhi della sorella,

Il viso del fratello, il vostro paese

E dire semplicemente

Molto semplicemente

Con speranza

Buon mattino.


  1. Testo letto alla cerimonia di insediamento di Bill Clinton, che volle Maya Angelou come inaugural poet. Fu Kennedy il primo presidente americano a stabilire tale tradizione.

 

ON THE PULSE OF THE MORNING

 

A Rock, A River, A Tree

Hosts to species long since departed,

Mark the mastodon.

The dinosaur, who left dry tokens

Of their sojourn here

On our planet floor,

Any broad alarm of their hastening doom

Is lost in the gloom of dust and ages.

 

But today, the Rock cries out to us, clearly, forcefully,

Come, you may stand upon my

Back and face your distant destiny,

But seek no haven in my shadow.

I will give you no hiding place down here.

 

You, created only a little lower than

The angels, have crouched too long in

The bruising darkness,

Have lain too long

Face down in ignorance.

Your mouths spilling words

Armed for slaughter.

 

The rock cries out today, you may stand upon me,

But do not hide your face.

Across the wall of the world,

A river sings a beautiful song,

Come rest here by my side.

 

Each of you a bordered country,

Delicate and strangely made proud,

Yet thrusting perpetually under siege.

Your armed struggles for profit

Have left collars of waste upon

My shore, currents of debris upon my breast.

Yet, today I call you to my riverside,

If you will study war no more.

 

Come, clad in peace and I will sing the songs

The Creator gave to me when I

And the tree and stone were one.

Before cynicism was a bloody sear across your brow

And when you yet knew you still knew nothing.

The river sings and sings on.

 

There is a true yearning to respond to

The singing river and the wise rock.

So say the Asian, the Hispanic, the Jew,

The African and Native American, the Sioux,

The Catholic, the Muslim, the French, the Greek,

 

The Irish, the Rabbi, the Priest, the Sheikh,

The Gay, the Straight, the Preacher,

The privileged, the homeless, the teacher.

They hear. They all hear

The speaking of the tree.

 

Today, the first and last of every tree

Speaks to humankind.

Come to me, here beside the river.

 

Plant yourself beside me, here beside the river.

Each of you, descendant of some passed on

Traveller, has been paid for.

 

You, who gave me my first name,

You Pawnee, Apache and Seneca,

You Cherokee Nation, who rested with me,

Then forced on bloody feet,

Left me to the employment of other seekers—

Desperate for gain, starving for gold.

 

You, the Turk, the Swede, the German, the Scot…

You the Ashanti, the Yoruba, the Kru,

Bought, sold, stolen, arriving on a nightmare

Praying for a dream.

 

Here, root yourselves beside me.

I am the tree planted by the river,

Which will not be moved.

I, the rock, I the river, I the tree

I am yours—your passages have been paid.

Lift up your faces, you have a piercing need

For this bright morning dawning for you.

History, despite its wrenching pain,

Cannot be unlived, and if faced with courage,

Need not be lived again.

 

Lift up your eyes upon

The day breaking for you.

Give birth again

To the dream.

 

Women, children, men,

Take it into the palms of your hands.

Mold it into the shape of your most

Private need. Sculpt it into

The image of your most public self.

Lift up your hearts.

Each new hour holds new chances

For new beginnings.

Do not be wedded forever T

o fear, yoked eternally

To brutishness.

 

The horizon leans forward,

Offering you space to place new steps of change.

Here, on the pulse of this fine day

You may have the courage

To look up and out upon me,

The rock, the river, the tree, your country.

No less to Midas than the mendicant.

No less to you now than the mastodon then.

 

Here on the pulse of this new day

You may have the grace to look up and out

And into your sister’s eyes,

Into your brother’s face, your country

And say simply

Very simply

With hope

Good morning.

 

 

ANCORA SORGO

 

Mi potrai denigrare nella storia

Con odiose menzogne travisanti,

Potrai schiacciarmi nel letame

Ma ancora, come polvere, mi saprò levare.

 

La mia sfacciataggine ti offende?

Perché sei così tetro?

Perché cammino come avessi un giacimento

Da cui estraggo petrolio nel salotto?

 

Proprio com’è per la luna e per il sole,

Con la certezza delle maree,

Proprio come il librarsi di speranze,

Ancora saprò sorgere.

 

Tu volevi vedermi avvilita?

Testa china ed occhi bassi?

Spalle cadenti come lacrime,

Infiacchita da pianti disperati?

 

Il mio orgoglio ti offende?

Ma non prenderla sul tragico

Perché rido come avessi giacimenti

D’oro nel mio cortile da scavare.

 

Mi puoi sparare con le tue parole,

Coi tuoi occhi mi puoi  perforare,

Col tuo odio puoi uccidermi,

Ma ancora come l’aria mi saprò levare.

 

La mia sensualità ti turba?

È per te una sorpresa

Che io danzi come avessi dei diamanti

Lì dove si uniscono le cosce?

 

Dalle baracche della vergogna della storia

Io sorgo

Da un passato radicato nel dolore

Io sorgo

Sono un oceano nero, vasto e danzante,

Sgorgando e gonfiandomi ho in me la marea.

Abbandonando le notti di paura e terrore

Io sorgo

Nell’alba di un giorno meravigliosamente chiaro

Io sorgo

Con me ho i doni dei miei antenati,

Sono sogno e speranza dello schiavo.

Io sorgo

Io sorgo

Io sorgo.

 

 

STILL I RISE

 

You may write me down in history

With your bitter, twisted lies,

You may trod me in the very dirt

But still, like dust, I’ll rise.

 

Does my sassiness upset you?

Why are you beset with gloom?

‘Cause I walk like I’ve got oil wells

Pumping in my living room?

 

Just like moons and like suns,

With the certainty of tides,

Just like hopes springing high,

Still I’ll rise.

 

Did you want to see me broken?

Bowed head and lowered eyes?

Shoulders falling down like teardrops,

Weakened by my soulful cries?

 

Does my haughtiness offend you?

Don’t you take it awful hard

‘Cause I laugh like I’ve got gold mines

Diggin’ in my own backyard.

 

You may shoot me with your words,

You may cut me with your eyes,

You may kill me with your hatefulness,

But still, like air, I’ll rise.

 

Does my sexiness upset you?

Does it come as a surprise

That I dance like I’ve got diamonds

At the meeting of my thighs?

 

Out of the huts of history’s shame

I rise

Up from a past that’s rooted in pain

I rise

I’m a black ocean, leaping and wide,

Welling and swelling I bear in the tide.

 

Leaving behind nights of terror and fear

I rise

Into a daybreak that’s wondrously clear

I rise

Bringing the gifts that my ancestors gave,

I am the dream and the hope of the slave.

I rise

I rise

I rise.

 

DONNA FENOMENALE

 

Le donne graziose si chiedono dove stia il mio segreto.

Non sono vezzosa né ho un corpo da modella

Ma quando inizio a dirlo

Pensano che io menta.

 

Io dico,

È nell’apertura delle mie braccia,

Nell’ampiezza dei miei fianchi,

Nell’andatura dei miei passi,

Nella curva delle mie labbra.

 

Sono una donna

In modo fenomenale.

Una donna fenomenale,

Ecco chi sono.

 

Entro in una stanza

Distaccata quanto vi pare

Vado verso un uomo

Gli altri stanno in piedi o

Cadono in ginocchio

Poi mi sciamano intorno

Un nugolo di api.

 

Io dico

È il fuoco che ho negli occhi

E il balenio dei miei denti

Il mio ancheggiare

E la gioia dei piedi.

 

In modo fenomenale.

Una donna fenomenale.

Ecco chi sono.

 

Gli stessi uomini si sono chiesti

Cosa vedano in me

In ogni modo tentano

Ma non riescono a sfiorare

Il mistero che è in me.

Quando tento di mostrarlo

Ancora dicono di non riuscirci.

 

Io dico

È nell’arco della mia schiena

È il sole del mio sorriso

È l’attrazione dei miei seni

La grazia del mio stile.

 

In modo fenomenale.

Una donna fenomenale.

Ecco chi sono.

 

Ora capite

Perché non piego la testa

Perché non grido né mi metto a saltare

O devo parlare a voce alta

Quando mi vedete passare

Dovreste essere orgogliose.

 

Io dico

È il ticchettio dei miei tacchi,

L’onda dei capelli,

Il palmo delle mani,

Il bisogno di aver cura di me.

 

Perché sono una donna

In modo fenomenale.

Una donna fenomenale

Ecco chi sono.

 

PHENOMENAL WOMAN 

Pretty women wonder where my secret lies.

I’m not cute or built to suit a fashion model’s size

But when I start to tell them,

They think I’m telling lies.

 

I say, It’s in the reach of my arms

The span of my hips,

The stride of my step,

The curl of my lips.

I’m a woman

Phenomenally.

Phenomenal woman,

That’s me.

 

I walk into a room Just as cool as you please,

And to a man,

The fellows stand or

Fall down on their knees.

Then they swarm around me,

A hive of honey bees.

 

I say,

It’s the fire in my eyes,

And the flash of my teeth,

The swing in my waist,

And the joy in my feet.

 

I’m a woman

Phenomenally.

Phenomenal woman,

That’s me.

 

Men themselves have wondered

What they see in me.

They try so much

But they can’t touch

My inner mystery. When I try to show them

They say they still can’t see.

 

I say, It’s in the arch of my back,

The sun of my smile,

The ride of my breasts,

The grace of my style.

 

I’m a woman

Phenomenally.

Phenomenal woman,

That’s me.

 

Now you understand

Just why my head’s not bowed.

I don’t shout or jump about

Or have to talk real loud.

When you see me passing

It ought to make you proud.

 

I say,

It’s in the click of my heels,

The bend of my hair, the palm of my hand,

The need of my care,

‘Cause I’m a woman

Phenomenally.

Phenomenal woman,

That’s me.

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