Le paure dell’Occidente

Black Iris. Georgia O’Keefee, 1926

 

L’Occidente ha rimosso il concetto, l’idea stessa della morte. Non lo dico io, ma moltissimi studi di sociologi, psicologi, storici del costume ecc. L’ha rimosso perché ne ha paura, ne ha terrore. Ovvio, chi non teme la morte, a parte le anime più evolute, che hanno fatto della spiritualità il loro percorso di vita? A parte chi non vede nella morte una fine, ma un nuovo inizio, o uno stadio di un lungo cammino? Ma, nella psicologia collettiva dell’Occidente moderno, la morte è una fine. E lo è perché si tendono a privilegiare solo gli aspetti materiali della vita: l’efficienza e il benessere del corpo, la giovinezza, che si tenta disperatamente di conservare almeno nell’aspetto, fino ad effetti grotteschi, con mille metodi spesso cruenti, la ricchezza, lo status sociale – indicato dall’esibizione volgare di brand e marchi di lusso, auto costose, stile di vita dispendioso – il successo misurato solo ed esclusivamente dalla disponibilità economica e altro del genere. L’esibizionismo e il narcisismo alimentato in modo parossistico dai social media. La svalutazione dei rapporti umani più profondi e autentici. Molte di queste cose sono il prodotto di esportazione dell’America, dove degli individui si parla non chiamandoli per nome e cognome, ma citando i loro guadagni annuali. He’s a 2.5 million $ man, he’s a 700.000 $ man, ecc. tanto per fare un esempio. Dunque la morte priva di tutto questo (“Il sudario non ha tasche”, ha detto Papa  Francesco), priva cioè di tutto quello che, in mancanza di una visione metafisica, in mancanza di una trascendenza, dà un senso alla vita e la rende degna di essere vissuta. Dopo non c’è che il nulla. Mentre si vive in solitudine, anche in mezzo alla folla, anche costantemente “connessi” grazie alle tecnologie con gente che non vediamo e non tocchiamo.

Ma c’è dell’altro. La rimozione di qualcosa che ci fa paura è un meccanismo di difesa ben noto della psiche. Non del tutto efficace sul lungo percorso, ma utile nell’immediato. In una società materialista e che ha eliminato il concetto del Sacro, la morte è oscena, disturbante. Ci ricorda che il nostro tempo è limitato e che non siamo eterni, così come tutti i trastulli forniti dai beni materiali di cui siamo inondati invece vorrebbero farci credere. La cultura, la conoscenza, il coltivare la spiritualità, il guardarsi dentro, il fare i conti con se stessi non sono cose gradite, perché ci mettono in contatto con gli strati più profondi, in cui si annidiano appunto le nostre paure. E, se mai ci si rivolge a queste cose, lo si fa spesso in modo passivo, delegando ai media, ai finti santoni e venditori di spiritualità, ai truffatori, ai manipolatori delle coscienze, un lavoro che dovremmo fare noi. Così non siamo più abituati a prenderci cura della nostra anima in modo attivo. Non siamo abituati perché siamo stati accuratamente educati a non farlo. Se lo facessimo, non saremmo più un semplice numero sterminato di consumatori di beni e di prodotti che l’industria del consumismo sforna a ritmi deliranti per mantenere se stessa, ma anche per alimentare i poteri che dominano il mondo. Siamo burattini mossi da fili che rifiutiamo di vedere. Che temiamo di vedere.

Parlo di paure, e volutamente evito di menzionare ciò da cui nasce la psicosi collettiva che sta avvolgendo l’Occidente e i paesi occidentalizzati in questi giorni. Ma, quello cui tutti stiamo assistendo, lo spauracchio di una pandemia, spauracchio che si autoalimenta, e le reazioni inconsulte e talvolta deliranti della gente e dei media, non è che la conferma di quanto s’è detto. All’improvviso l’Occidente si è svegliato e ha scoperto che si può morire!

Ovvio che tutti lo sappiamo, ma un conto è l’idea astratta, un conto vedere città semideserte, scuole, musei, negozi ed esercizi pubblici chiusi, gente isolata in quarantena, personale che si aggira in tute bianche come nei film catastrofici, gente che teme di darsi la mano, ecc. Ascoltare bollettini terrorizanti, notizie contraddittorie che generano panico e caos. Sentire che quello che accade è un’emergenza cui l’Occidente, ricco e sfruttatore dei paesi più poveri, non è preparato. E la parola CONTAGIO che viene ripetuta ovunque. All’improvviso ci siamo resi conto che il tranquillo tran tran cui siamo abituati, il sonno delle coscienze cullato da social media, smartphone, TV, viene interrotto da eventi e misure che solo chi ha attraversato gli orrori della II Guerra Mondiale ricorda.  E quelli che lo ricordano sono ormai quasi novantenni.

La morte fa parte della vita, anzi, secondo un’antica visione celtica, è “il punto centrale di una lunga vita”, ma fa parte della vita se ne abbiamo consapevolezza. Rispetto al passato, in Occidente e nei paesi occidentalizzati, l’aspettativa di vita non è mai stata così alta, e quando si muore, raramente si muore in famiglia, ma negli ospedali e nelle cliniche. Nascosti al mondo insomma. La naturalezza della morte, nel proprio letto se malati, circondati dai propri cari, che vedevano nel corso della loro vita morire giovani e anziani e dunque avevano dimestichezza con il distacco, reso amorevole e solenne da riti funebri carichi di significato e bellezza, quella naturalezza è scomparsa.

Dunque, quando, non gradualmente, non dolcemente, ma tutto a un tratto e nel modo più violento, media e potere politico non meno confusi e disorientati quanto tutti gli altri, ci dicono UFFICIALMENTE qualcosa che l’uomo ha sempre saputo, ma  che è stato rimosso da un mondo egoico, da una società malata,  e cioè che siamo mortali, si scatena il panico. Non siamo più preparati, non abbiamo più gli anticorpi dei nostri antenati per affrontare le paure ancestrali che in realtà non sono mai scomparse, perché sono parte integrante dell’identità della nostra specie. Affrontare i rischi del vivere diventa un’emergenza invece che pratica quotidiana.  La fragile superiorità ed evoluzione storica che l’Occidente crede di aver raggiunto, alla fine non è che una sottile pellicola pronta a sfilacciarsi quando la Natura mostra la sua potenza.

E questo ci espone al pericolo di essere manipolati. Dai media, dai poteri politici che ben conoscono i meccanismi della manipolazione. Perché la paura è lo strumento più potente per manipolare e paralizzare le persone, chiudendole in una gabbia da loro stessi costruita.  Capace di operare una regressione a stadi infantili e primitivi.

Eppure, in tutto questo c’è moltissimo di positivo. Ed è il risveglio della coscienza. Una società in  cui la coscienza sia sopita, in cui viga il pensiero unico, in cui si demandi a qualcun altro – in genere poco raccomandabile – la direzione che ci è necessario prendere,  è una società sofferente, che si nutre di angoscia e di paure.  Il terrore che attanaglia l’Occidente e i paesi occidentalizzati in questi giorni non è che la proiezione, su un evento esterno, della sofferenza e dell’angoscia generate da una coscienza ignorata a livello individuale. Ebbene, questo evento, come anche il ritrovarsi al potere in molti paesi dei premier che si possono tranquillamente definire degli psicopatici (come spesso in passato anche è accaduto), i quali non agiscono per il bene del proprio paese, ma spinti da pericolosi impulsi narcisisti, ci richiama alla consapevolezza. E’ un risveglio. Non esistono male e bene assoluti nell’economia dell’universo. Esistono percorsi.

Dunque, è giusto applicare misure di prudenza e di prevenzione di fronte a momenti come questi, giusto salutare con ammirazione e rispetto il lavoro di tutti coloro che si prodigano attivamente per risolvere il problema, ma è errato alimentare paure irrazionali, che infettano le coscienze e paralizzano e distruggono e causano danni più di qualunque agente patogeno. Giusto è, io credo, riconnettersi con la nostra parte spirituale, col nostro Sé e, soprattutto, amare noi stessi e la vita che ci è stata data in dono. Giusto è, io credo, non lasciare che altri ci usino e ci manipolino usando gli strumenti del terrore e della paura. Giusto è, io credo, ricordare che i rapporti umani, la cura, gli affetti, l’amorevolezza, l’attenzione e un sano e robusto pensiero critico sono le più grandi armi che possediamo per sconfiggere i lati oscuri dell’Occidente. E i nostri.

 

Francesca Diano

(C)2020 by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Music in a bottle – by Francesca Diano

 

 Music in a bottle

                                                                                                                 For Udayji

 

I wish to thank dear Sunanda Sharma, sublime singer of Thumri, for having brilliantly suggested the title of my short story.

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She had never seen before – and seen, she thought, was the apt word to use – a singer of that kind.

She had met other singers and musicians of Indian classical music, among the greatest in fact, and appreciated their skills, had felt deeply touched and moved by their art, but this time she was experiencing something altogether different; because he not only sang Dhrupad in a heavenly way, but he also moulded the sounds with his hands, making the invisible visible. While the sounds emerged from his throat and lips, in fact from his entire frame, and then merged with the surrounding air, he seemed to gather with his palms a living substance, twisting it and shaping it into sinuous forms.

She could actually visualize slowly dancing waves of notes and sounds as if they were a shiny, translucent matter he almost kneaded with his hands and fingers. He gathered it, spread it, expanded it between his palms and then compressed it into round or elongated shapes. Or even, while the notes rose upwards, he pulled them down from above his head, persuading them gently to flow back towards the core.

Form is luminous in itself, being its luminosity nothing but the visibility that is its true essence, a philosopher had once said. And here she was seeing form after form floating around him like planets around their star.

He was creating a new, sonorous reality of existence. This was the first time she understood what it meant that the universe had been created by sound, that matter had emanated from an original, primaeval sound, but also that sound is energy vibrating into matter. That sound and matter are of a one and same nature.

He shaped the deep, dark, low sound that was forming down within him, right at the centre of his body, and yet it was as if he were drawing it from the hidden burning core of the earth.

He dived into it, letting the flowing stream permeate his flesh and bones, and then conveyed the flow through his entire frame, imbuing each atom and molecule, until it reached the resounding cavity of his mouth till the lips. He let it free and then collected it with solemn gestures, as if performing a sacred rite, taking it with his palms and fingers, raising it, caressing it, shaping new visible worlds of swirling rhythm and harmony.

He was singing Raag Yaman.

That night she was witnessing the miracle of creation, reproduced and performed by an artist, who was the heir of an ancient musical tradition, of hundreds of Gurus, who had handed down to their disciples their unique knowledge. And yet it was not just an artistic tradition, it was also an exoteric one. Because his gestures, the peculiar qualities of his vocal art, his whole hieratic composure, but most of all what it evoked, revealed a secret knowledge he had certainly received together with the teachings from his Guruji. And she had had the distinct feeling of perceiving some part, it didn’t matter if only just a glimpse, of what that could be. She felt overwhelmed and cried.

Was she dreaming? Or was the miracle of that singing that had captured her, so powerful, that had carried her away through space and time back to the origin of all things?

She felt blessed then by the chance she had been given of listening in person to Guruji, an artist who was also a messenger of Truth and Beauty; Truth and Beauty being one. He was the living proof that music had a sacred origin, and that the universe had originated from a sacred sound.

Later that night, after the concert, she was lucky enough to have dinner with Guruji and other people. She sat across him. Guruji, still a young, handsome man, was a lovely, kind person, and, although a world-famous artist, he had in him the gentleness and the simplicity of all truly great souls.

He engaged gladly in conversation and appreciated the Italian food he was served. While they were talking, she could smell, lingering in the air, a heavenly scent, not too sweet, slightly spiced and musky, with a hint of black pepper, yet mellow and opulent.

<<What a lovely perfume>>, she couldn’t help to say.

<<Is it this you mean?>>, said Guruji, bringing his wrist closer to her.

<<Indeed it is!>>, she exclaimed. <<What an exquisite scent.>>

He then drew out from his pocket a tiny silver box, and, from the box, a small glass vial with a golden cap, containing some golden oil. He handed it to her. She reached out and opened it carefully, almost with reverence. Guruji’s scent…

Wafts of blissful sensations reached her nostrils and penetrated into her brain. She felt swept along with them to a place of happiness and contentment. And suddenly the sounds of that sublime music came back to her, the soft translucent matter and shapes Guruji had evoked and moulded on the stage at the dim light of the theatre.

<<It’s yours to keep if you like it>>, said Guruji with a smile.

<<Really?? Do you really mean it?>> she asked almost in awe. She couldn’t believe her ears. It was such a great gift, even greater because so spontaneously offered.

She couldn’t find enough words to thank him. She was moved to the core.

Back home, she did some research online about the shop, whose name was printed on the tiny label. She discovered that it was the oldest perfume shop in Delhi, Old Delhi actually, founded in 1816, where, in a tiny space crammed with glass and cut crystal bottles of all sizes and shapes,  the perfume masters created their marvellous attars with fresh flowers, natural ingredients and precious oils. She explored, full of wonder, that fascinating world. During the 200 years of their history, they had prepared exclusive attars for Mughal emperors and royalties and still to these days, following a centuries-old tradition, they kept the secrets of their recipes and mixtures.

Guruji’s attar had been created for him and every time she opened it and inhaled its complex aroma (it was too precious to her to wear it), it evoked that same mystic bliss she had experienced at his concert. Following the wafts of scent emanating from the little bottle, she could go back to that world of music, where invisible became visible, where sound turned into a translucent, shiny matter, imbued with all the colours of the rainbow, where vision, hearing and imagination could become a liquid, golden substance and melt into a scent that was the secret essence of Guruji’s art itself. Where there was no separation among beings or things and everything was one.

 

 

 

(C) by Francesca Diano 2020  ALL RIGHTS RESERVED. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

James Harpur – La bianca silhouette

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Andrej Rublev, Il Salvatore.

 

The White Silhouette, lunga poesia che dà il titolo alla recente e acclamata raccolta di James Harpur, (The White Silhouette, Carcanet 2018), è, insieme a Kells, una dichiarazione della sua poetica, della sua ricerca interiore e della sua visione del mondo. Harpur è un instancabile esploratore dello spirito, e nel suo viaggio percorre tutte le vie, dal pensiero Neoplatonico ai mistici di ogni tempo e luogo, senza limiti di credo o appartenenza religiosa, al pensiero filosofico occidentale e orientale, degli antichi e dei moderni. Il suo amore per la figura del Cristo non può dirsi strettamente cristiana, ma più come legata a una spiritualità universale.Per ulteriori approfondimenti, si vedano altri post da me dedicati alle sue opere.

Francesca Diano

 

 

La bianca silhouette[i]

 Traduzione di Francesca Diano

(2014)

 

 

A John F. Deane

 

 

“Una mattina, sopracoperta, si prese a bisbigliare: ‘Abbiamo un passeggero misterioso a bordo.’ “… Spesso, dopo il nostro arrivo a Gerusalemme, ripensai a quella diceria… Quando, vicino alla Porta d’Oro, vedevo l’uomo vestito di bianco che, qualunque tempo facesse, portava la sua lampada accesa, pensavo sempre: ‘C’è un pellegrino misterioso a Gerusalemme.’

Stephen Graham, da With the Russian Pilgrims to Jerusalem. 1913

 

 

 

 

Pensavo ci saremmo incontrati in un luogo sacro

Come la chiesa del villaggio di Bishopstone

Vuota in un giorno d’estate nel Wiltshire

Gli alberi verdeggianti e carichi di corvi

E il torrente fra i prati una corrente

D’argento brunito sotto il ponte dove vidi

Il mio primo martin pescatore dardeggiare

Il suo ago, lasciandomi il suo punto turchese

Nella memoria; ed andavo a sedermi

Nella chiesa e chiudevo gli occhi

Attendendo invano che qualcosa scattasse

Chiedendomi se fosse questa la mia vita

Che sprecavo a casa di mia madre.

A volte portavo con me il Temple di Herbert[ii]

E leggevo il sereno ordine delle sue poesie

E l’immaginavo, come lo videro una volta,

Abbracciare il pavimento della sua chiesa a Bemerton

Chiedendo che l’amore l’accogliesse.

Sedevo dritto disposto alla preghiera

Troppo preso dall’autoanalisi

Troppo inesperto, lo spirito impaziente

Per notare se tu fossi scivolato dentro con l’aspetto

D’un turista che osserva il coro o il fonte battesimale

E acquista cartoline illustrate e firma

Il libro dei visitatori aggiungendo “atmosfera incantevole”;

O d’un camminatore che cerca rifugio dalla pioggia

O d’una donna venuta a decorare l’altare con dei fiori.

 

O in un luogo come l’isola di Patmo

Fuori stagione non invasa dai turisti,

Il mare che salassa il cielo del suo azzurro.

Forse tu sei venuto quel giorno di settembre

Nella grotta di San Giovanni, oro divisionista

Sulle candele e sulle lumeggiature delle icone,

Quando ero lì ad assorbire la frescura,

Immaginando Giovanni nel Giorno del Signore

Prostrato a terra come dinanzi a un trono

E tu non vestito “con una veste lunga e una cintura d’oro”

Né “con capelli bianchi come lana o neve”

Ma come un pellegrino con zaino e fotocamera

Rispettoso, curioso, guida in mano

A esaminare la grana della roccia scabra

Che incontra il mio sguardo e si ferma un secondo

Come fossi un vecchio compagno di scuola.

Se tu eri lì, io non t’ho visto,

Perché troppo accecato dalla nuova Gerusalemme

Che lanciava bagliori di diaspro, di zaffiro e topazio

Scendendo dal cielo come un’enorme corona regale.

 

O in un luogo come Holycross a Tipperary,

Nell’abbazia dove la strada incontra il fiume,

Forse t’eri fermato a interrompere il viaggio

Come io faccio spesso, e m’hai visto nella navata

Avanzare sul pavimento inclinato

Verso la reliquia, frammento della Croce

O forse eri seduto fuori sulla riva del Suir

Su una panchina in un prato d’erba tenera

Forse quel giorno in cui, diretto a nord,

Mi fermai accanto al parcheggio ad osservare

Una sposa, fragile, congelata presso la porta

Le damigelle strette insieme nel freddo di marzo

Che attende e attende di fare il suo ingresso

Nell’improvviso illuminarsi di visi che si voltano

Come un cigno che scivola nel suo abito niveo

Sotto l’arco di un ponte in stato di grazia.

Ero troppo incantato dal suo destino di sposa

Per vederti accendere il motore, partire,

Sollevando la mano nel passarmi accanto

Diretto a Cashel, Fermoy e verso sud.

 

Ma ci fu quel momento in cui fui certo

Che finalmente t’avevo trovato;

Malato a casa, mi misi a meditare

E pregare per vincere l’autocommiserazione

Per settimane accumulando pace

Fino a quella mattina quando i secondi furono svuotati

Mondati i miei pensieri, il mio sé annientato

In una luce arcana pervadente

Che pareva addensarsi e dispiegare

Più strati di radianza ed espormi del tutto

Ché tu potessi varcare la soglia

O la varcassi io, in qualunque momento.

Ma io chiusi la porta del cuore, temendo,

Chissà, di poterti incontrare

Temendo di passare dall’altra parte

E mai poter tornare a quello che mi è noto;

Pensai che mi sarei sempre potuto riaprire

Per accoglierti come si conviene, ben preparato.

Non l’ho mai fatto. Temevo il salto repentino

Nella zona dell’atemporale; troppo impaurito

Ti cercavo in pubblico, per sentirmi al sicuro,

Mi inginocchiavo nelle chiese, scambiavo il segno

Di pace nella chiesa di St James a Piccadilly,

Recitavo preghiere, prendevo il pane e il vino

E intensamente mi concentravo, ma non riuscivo

A credere che fossero il tuo corpo ed il tuo sangue;

Nelle preghiere sentivo uno staccato, come chiodi

Che venissero infissi, quasi a inchiodare assi alle finestre.

 

Certe volte t’ho percepito come un baluginio

Come in quel sogno inatteso che feci

Tu di notte sul lido di un’isola greca;

Avevi il volto celato, ma eri tu;

Le stelle imbullonavano strati di oscurità

Poi le comete vennero, una dozzina forse

Le code come ventagli con sprazzi decrescenti;

Lentamente ruotavano e giravano — le tue mani

Si muovevano in accordo, come tu le guidassi

Quasi fossero legate a dei fili, come aquiloni cinesi.

Le comete rallentarono, s’arrestarono, trasformandosi

In lettere ebraiche, decorando la notte.

E seppi che se avessi compreso le parole,

Il tuo messaggio silente attraverso le stelle,

Avrei saputo il mio destino sulla terra.

Ma mi svegliai, disorientato come Baldassarre.

 

Non ti cerco ormai più

Non so chi cercare, dove farlo;

Troppo stanco, deluso, non son certo

Di ciò che penso o se davvero importi

Così tanto; mia ultima speranza — che la mia rinuncia

Possa essere un segno della Via Negativa,

Uno stadio dell’abnegazione —

Quella speranza impedisce ciò in cui spera.

 

Eppure

Ti scrivo ancora, poesia dopo poesia,

Tentando di dar forma al perfetto modello

Delle parole e del mistero del loro ritmo,

Terrestre musica udibile in cielo —

Ogni poesia è un razzo colorato

Un segnale di soccorso, efflusso

Di me stesso, preghiera mascherata

Lanciata verso la Nube della Non-conoscenza[iii]

E tutto ciò che devo fare è di stare

Fermo dove mi trovo, pronto ad esser salvato

Senza muovermi, parlare o pensare attendendo

Che la Nube s’accenda di luce

E la tua bianca silhouette se ne

Svincoli e sempre più s’avvicini,

Finché vedrò la tua essenza e potrò chiederti

Dove mai ti trovassi

Durante i miei giorni — e solo allora

Comprenderò perché non t’ho trovato

Perché eri troppo vicino a casa

Perché pensavo che avrei dovuto morire

Per vederti lì, proprio lì, rimuovendo

Gli aspetti del tuo travestimento —

La mia pelle segnata dalle rughe

La mia incarnazione spossata dei tuoi occhi —

Il mio volto che diventa il tuo

I miei occhi i tuoi occhi

Io    tu    noi         I you us

Iesus.

 

The White Silhouette

(2014)

for John F. Deane

‘There went a whisper round the decks one morning, “We have a mysterious passenger on board.” … Often I thought of that rumour after we reached Jerusalem … When I saw the man all in white by the Golden Gate carrying in all weather his lighted lamp, I always thought, “There is a mysterious pilgrim in Jerusalem.”’

Stephen Graham, from With The Russian Pilgrims to Jerusalem (1913)

 

 

I thought we would meet in a holy place

Like the church in the hamlet of Bishopstone

Empty on a Wiltshire summer’s day

The trees full of rooks and hung in green

And the stream in the meadows a rush

Of darkling silver beneath the bridge

Where I saw my first kingfisher flash

Its needle, leaving its turquoise stitch

In my memory; and I would sit

In the church and close my eyes

And wait in vain for something to ignite

And wonder whether this was my life

Wasting away in my mother’s home.

Sometimes I’d bring Herbert’s Temple

And read the quiet order of his poems

And picture him, as once he was glimpsed,

Hugging the floor in his church at Bemerton

Asking love to bid him welcome.

I sat with an upright praying disposition

Preoccupied in self-combing

Too callow and spiritually impatient

To notice if you had slipped in

As a tourist to inspect the choir or font

And buy a picture postcard and sign

The book with ‘lovely atmosphere’;

Or as a walker taking refuge from rain

Or a woman primping flowers by the altar.

 

Or somewhere like the island of Patmos

Out of season and the tourist flow,

The sea leeching blue from the skies.

In the cave of St. John, pointillist gold

On tips of candles and highlights of icons,

You might have visited that day in September

When I was there, absorbing the coolness,

Imagining John on the Day of the Lord

Prostrate on the ground as if before a throne

And you not dressed in a ‘robe and gold sash’

Nor with hair ‘as white as wool or snow’

But as a pilgrim with camera and rucksack

Respectful, curious, guide-book in hand

Appreciating the grain of raw stone

Catching my eye and pausing for a second

As if I were a schoolfriend from years ago.

I never saw you, if you were there,

For I was too blinded by the new Jerusalem

Flashing out jasper, topaz, sapphire

Descending from heaven like a huge regal crown.

 

Or somewhere like Holycross in Tipperary,

The abbey at the meeting of road and river,

You might have stopped to break a journey

As I often do, and seen me there in the nave

Ambling down the sloping floor

Towards the relic-splinter of the Cross

Or sitting outside on the banks of the Suir

On a bench on a swathe of tended grass

Perhaps that day when, heading north,

I paused by the car park to watch

A bride, fragile, and frozen by the door

Her bridesmaids huddled in the cold of March

Waiting and waiting to make her entrance

Into the sudden shine of turning faces

Like a swan gliding in its snowdress

From an arch of the bridge in a state of grace.

I was too mesmerised by her destiny

To see you start your car, drive off,

And raise your hand as you passed me by

On the way to Cashel, Fermoy and the south.

 

But there was that time I was so certain

That I had finally found you;

Sick at home, I turned to meditation

And prayer to overcome self-pity

For weeks accumulating quietude

Till that morning when seconds were emptied out

My thoughts cleansed, my self destroyed

Within an uncanny infusing light

That seemed to deepen and unfold

More layers of radiance and lay me wide open

So you could cross the threshold

Or I could cross, at any moment.

But I closed the door of my heart, afraid,

Who knows, that I might have met you

Afraid I would pass to the other side

And never return to all that I knew;

I thought I could always re-open myself

And greet you properly, well prepared.

I never did. I feared that sudden shift

Into the zone of timelessness; too scared

I looked for you in public, for safety,

I kneeled in churches, gave the sign

Of peace in St. James’s Piccadilly,

I recited prayers, took bread and wine

And I concentrated so hard, but failed

To believe they were your blood and body;

I heard staccato prayers, like nails

Banged in, as if to board up windows.

 

Sometimes I’d sense you as a glimmer

As in that dream I once had out of the blue

When you stood at night on a Greek island shore;

Your face was hidden, but it was you;

The stars pinned in place the layers of darkness

Then came the comets, perhaps a dozen,

Their tails fanned out with diminishing sparks;

Slowly they twisted and turned – your hands

Moving in concert, as if you were guiding them,

As if they were on strings, like Chinese kites.

The comets slowed and stopped, and changed

Into letters of Hebrew, emblazoning the night.

And I knew if I could grasp those words,

Your silent message across the stars,

I’d know my destiny on earth.

Instead I woke, as puzzled as Belshazzar.

 

I do not search for you any more

I don’t know whom to seek, or where;

Too weary, disillusioned, I’m not sure

What I think or if I really care

That much; my last hope – that my resignation

Might be a sign of the Via Negativa,

A stage of my self-abnegation –

That hope prevents the thing it hopes for.

 

And yet

I still write to you, poem after poem,

Trying to shape the perfect pattern

Of words and the mystery of their rhythm,

An earthly music audible in heaven –

Each poem is a coloured flare

A distress signal, an outflowing

Of myself, a camouflaged prayer

dispatched towards the Cloud of Unknowing

And all I have to do is stay

Where I am, ready to be rescued

Not move, speak or think but wait

For the brightening of the Cloud

For your white silhouette to break

Free from it and come nearer, nearer,

Till I see your essence and I can ask

Where in the world you were

Throughout my days – and only then

Will I grasp why I never found you

Because you were too close to home

Because I thought I’d have to die

To see you there, right there, removing

The lineaments of your disguise –

My careworn wrinkled skin

My jaded incarnation of your eyes –

My face becoming your face

My eyes your eyes

I   you   us      I you us

Iesus.

 

[i] Pubblicata per la prima volta sulla rivista  Poetry Ireland N° 112

[ii] George Herbert, (Montgomery, 1593 – Bemerton, 1633)  fu un religioso, grande poeta e oratore, considerato santo dalla Chiesa Anglicana, ma oggi ritenuto anche uno dei maggiori poeti  del suo tempo, soprattutto per il carattere  originale e sperimentale dei suoi versi. Esercitò la sua cura pastorale nel Wiltshire e non pubblicò mai le sue poesie in vita. Sul letto di morte consegnò la sua raccolta, The Temple, a Nicholas Ferrar, fondatore di una comunità religiosa, che la pubblicò postuma. Dopo la sua morte i suoi testi conobbero un enorme successo e in seguito ispirarono Samuel Coleridge, Emily Dickinson, Manley Hopkins e T. S.Eliot (N.d.T.)

[iii] The Cloud of Unknowing è un  famoso testo anonimo del XIV secolo, scritto in medio inglese; una guida spirituale dal carattere fortemente ascetico e contemplativo, il cui autore dimostra di possedere profonda conoscenza della mistica del suo tempo, da Richard Rolle a Meister Eckhart, da Enrico Suso a Tommaso da Kempis, da Jacopone a Caterina da Siena. (N.d.T.)

 

(C)2019 by James Harpur e Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Laura Valeri, L’isola del silenzio.

Chi non ha mai fantasticato di fuggire su un’isola deserta? Chi non ha desiderato anche solo una volta di abbandonare il trambusto, i doveri pesanti, la routine che si fa soffocante della vita che spesso ci troviamo a condurre e in cui ci sentiamo intrappolati? Ma alla fine questo rimane un sogno che ci consola e che releghiamo nel regno dell’immaginazione e della fantasia che ci aiuta a vivere. In fondo, i mezzi per evadere dalla routine li abbiamo, anche se non necessariamente richiedono un trasferimento o un cambio di vita drastico.

Un mezzo meraviglioso è la lettura. Ho riletto già tre volte, in vari stadi della mia vita Robinson Crusoe, e credo che lo rileggerò. Così come Walden. Ti danno il senso di cosa significhi libertà, che non è mai scevra da compiti e doveri, anche se di natura molto diversa da quella di una vita incanalata nei percorsi della società cui apparteniamo. Eppure, che senso di liberazione quelle pagine comunicano. Che spazi vasti aprono, dove la mente può veleggiare.

Un’isola del tutto deserta, lontana dal mondo abitato però è una sfida che richiede moltissime competenze, capacità di adattamento, di conoscere e saper usare le risorse a disposizione, forza morale e resistenza fisica, oltre che un grande amore per la solitudine. Tuttavia si può trovare un compromesso, una via di mezzo, che permetta di apprezzare un ritorno alla natura, i suoi silenzi, la sua bellezza incontaminata, il senso di libertà, anche se temporaneo, dalle catene della vita quotidiana.

E’ quello che ha fatto Laura Valeri e che ha raccontato in questo suo piccolo libro prezioso, L’isola del silenzio, (titolo originale After Life as a Human), traduzione di Francesca DianoGalaad Edizioni 2019, il suo primo romanzo tradotto in italiano.  Laura e suo marito hanno abbandonato tutto per trascorrere una vacanza su Dog Island, una minuscola isola, una lingua di terra al largo della Florida, nel Golfo del Messico, a circa 7 km dalla costa, di fronte a Carrabelle, abitata stabilmente da non più di cento persone e da una ricchissima fauna protetta: gabbiani, pellicani, tartarughe marine, cojote,  ed altre creature libere, dichiarata Riserva Naturale.

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Laura Valeri

Laura Valeri, che è la pronipote del grande poeta Diego Valeri, da bambina si è trasferita negli Stati Uniti a seguito del lavoro di suo padre, e insegna Scrittura Creativa alla Georgia Southern University di Atlanta. E’ autrice pluripremiata di numerosi romanzi e racconti e dirige la rivista Wraparound South da lei fondata.

Su questa isola incontaminata, in questo paradiso naturale, che si può raggiungere solo via mare, o più raramente con piccoli aerei privati che hanno a disposizione come pista d’atterraggio solo una lunga striscia di terra erbosa, non esistono strutture, servizi, locali pubblici o negozi. Non ci sono medici né forze dell’ordine. Internet arriva a intermittenza, seppure arriva. I residenti si arrangiano a far ogni cosa da sé. L’acqua viene trasportata da terra, come le provviste, l’elettricità è fornita da pannelli solari o generatori. Qualcuno affitta a occasionali vacanzieri avventurosi un limitato  numero di cottages, per il resto vi sono solo pochi abitanti stabili; gente che ha voluto dire addio alla vita convulsa, al rumore, alla folla una volta per sempre.  Perché i grandi dominatori dell’isola sono il mare, le spiagge deserte, bianche come polvere di zucchero, punteggiate di conchiglie rarissime, e il silenzio, rotto solo dal vento, dal rumore del mare e dalle grida degli uccelli marini. I suoi colori sono il blu cobalto e verdazzurro del mare,  il bianco delle spiagge, delle nubi e della spuma marina e qualche tocco di verde delle poche pinete. E poi il viola-rosa dorato dei tramonti.

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L’isola respira, parla, e in quella magica solitudine si può udire la voce di quel potente alito, che riporta ai primordi del mondo. Laura Valeri quella voce l’ha udita e ce la racconta, in quattro capitoli di prosa raffinata, elegante, da scrittrice di alto rango. Un linguaggio asciutto e forte, quasi melvilliano a tratti, che le permette di dialogare con il mare, con la sabbia, con un gruppo di pellicani strafottenti, con la vegetazione dell’isola, con una folaga che ha perduto la rotta e le sue compagne, di cui raccoglie gli ultimi strazianti istanti di vita, ma,  soprattutto, con se stessa. Perché il grande dono dell’isola, terra di paradiso, ma fragile perché spazzata dagli uragani e a rischio di scomparire, è per Laura una più profonda consapevolezza di sé e del suo rapporto – del rapporto dell’uomo in realtà – con la natura. Ma è anche una forte denuncia delle devastazioni che la stupidità e l’incapacità umana di proteggere l’ambiente provocano.

E’ dunque non solo un libro bellissimo, che promette di far sorgere davanti agli occhi del lettore le immagini di un paradiso incorrotto e inondato di luce, profumato di oceano,  avvolto nel mistero di una bellezza primordiale, ma è anche una piccola guida interiore, e un libro che può ispirare chi è sensibile alle problematiche ambientali.

Sì, Dog Island, esposta agli uragani, eppure carica di tesori, gemma preziosa del mare, è in fondo specchio del cuore umano.

 

Francesca Diano

 

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L’isola del silenzio

(C)2019 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Alcesti di Rainer Maria Rilke

 

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Museo Archeologico di Napoli. Alcesti e Admeto. Dalla Casa del Poeta Tragico.

 

La lettura poetica che Rilke dà dell’Alcesti di Euripide è sorprendentemente simile a quella che ne fece Carlo Diano. Quel dono della vita per amore, che è promessa e anticipazione di un’altra vita.

F. D.

Alcesti

A un tratto il messo era comparso, come
un nuovo giunto, immerso nel tumulto
della festa di nozze, fra la gente.
Ed essi, i bevitori, non sentirono
il dio dal chiuso andare, che portava
la sua divinità come un mantello
umido, e parve loro uno dei tanti
mentre passava. Ma improvvisamente
vide in mezzo ai discorsi uno degli ospiti
a capo della tavola lo sposo
come non piú giacente, ma rapito
in alto, rispecchiare dal profondo
un’ombra estranea che paurosamente
gli si volgeva… E subito fu chiaro,
fu calma, solo con un resto
a terra di torbido rumore, un gorgogliare
di balbettii cadenti, già corrotti,
di sorde risa trattenute. Allora
riconobbero il dio, l’agile dio,
che stava, pieno della sua missione,
implacabile, – e quasi si comprese.
Pure, quando fu detto, parve piú
d’ogni scienza, non cosa da comprendere.
Deve morire Admeto. Quando? Adesso.

Ma egli ruppe la scorza del dolore
in pezzi e ne distese alte le mani,
come per trattenere il dio fuggente.
Anni chiedeva, solo un anno ancora
di giovinezza, mesi, pochi giorni,
ah, non giorni, ma notti, una soltanto,
solo una notte, questa notte: questa.
Il dio negava. Gridò allora Admeto,
gridò vani richiami a lui, gridò,
come gridò sua madre al nascimento.
Ed ella venne a lui, la vecchia donna,
ed anche il padre venne, il vecchio padre,
e stettero invecchiati, incerti, presso
lui che gridava e a un tratto fissò in loro
lo sguardo, s’interruppe, inghiotti, disse:
«Padre,
importa molto a te di questo avanzo
di vita che ti vieta ormai l’amplesso?
Su, gettalo. E anche tu, tu, vecchia donna,
Matrona,
perché vivi tu ancora? Hai partorito».
E li teneva vittime all’altare
in una presa. A un tratto lasciò i vecchi,
li spinse via da sé, mentre chiamava
anelante, ispirato: Kreon, Kreon!
E solo questo, solo questo nome.
Ma sul suo viso quello che non disse
era impresso in attesa senza nome;

e ansante verso il giovane, il diletto
amico, oltre la tavola sconvolta
si protendeva: i vecchi, vedi, sono
consunti – misero riscatto – e poco
valgono, mentre tu nella pienezza…
Ma l’amico era come dileguato.
Allora tacque, e chi venne fu lei,
esile forse piú di prima, e lieve
e mesta nella sua veste nuziale.
Gli altri non sono che la strada a lei
che viene, viene… (e subito sarà
tra le braccia che s’aprono al dolore).
Ma Admeto attende ed ella non a lui
si volge. Parla al dio che la comprende,
e tutti la comprendono nel dio.
Nessuno è a lui compenso. Io solamente.
Io lo sono. Perché nessuno è al fine
come me. Cosa resta a me di quello
ch’ero qui, cosa resta oltre il morire?
Lei non ti ha detto nel mandarti a noi
che quel giaciglio che di là ci aspetta
è d’oltretomba? Io già presi commiato,
io presi ogni commiato.
Nessun morente piú di me, che vengo
perché tutto, sepolto sotto quello
che è il mio sposo, svanisca, si dissolva.
Prendimi dunque: prendimi per lui.

Come la brezza che si leva al largo,
il dio s’avvicinò, quasi a una morta
e fu lontano subito dall’uomo
a cui in un breve gesto egli donava
tutte le cento vite della terra.
Admeto, vacillante, li rincorse
per aggrapparsi, come in sogno. E loro
erano già dove le donne in pianto
gremivano l’uscita. Ma una volta
ancora egli le vide il viso, indietro
rivolto, in un sorriso chiaro come
una speranza, una promessa: a lui
tornare adulta dalla cupa morte,
a lui vivente…
Allora egli le mani
premette sulla fronte, inginocchiato,
per non vedere piú che quel sorriso.

 

Nella bellissima traduzione di Giaime Pintor

An Blascaod Mór di Francesca Diano

 

The Great Blasket seen from the mainland provided by Wilf Judd

 

In Irlanda, all’estremità della Dingle Peninsula, nel Kerry, vi è un piccolo gruppo di isole, le Blasket Islands, l’unica abitata delle quali, fino agli anni ’50 del secolo scorso, era la più grande, la Great Blasket, in gaelico An Blascaod Mòr. Gli abitanti dell’isola, che vivevano di pesca, allevamento e le poche cose che si potevano coltivare, parlavano un gaelico particolarmente puro e nobile, tanto da attirare, fin dai primi decenni del ‘900, studiosi non solo irlandesi, ma anche americani e svedesi. La vita era, come si può immaginare, molto dura, ma sulla Great Blasket le antiche tradizioni, il ricchissimo folklore e la suprema arte della narrazione erano cose vivissime. Sulla Great Blasket visse anche Peig Sayers, una seanchaì (storyteller) leggendaria, che conosceva a memoria 300 fra storie e leggende, alcune lunghe anche più notti (così si contava la lunghezza di una storia)  e dalle incredibili capacità narrative, tanto da essere definita “l’Omero donna”. Peig morì sulla terraferma nel 1958, amata e riverita come una regina dai maggiori studiosi di folklore irlandese.

Ma, per le difficoltà della vita, (non c’era nemmeno la corrente elettrica) nei primi decenni del ‘900, molti giovani cercarono fortuna o sulla terraferma o in America e l’isola – già abitata da poche decine di persone – cominciò a spopolarsi. Tuttavia, l’interesse di studiosi per l’antica cultura convinse alcuni degli isolani più dotati nell’arte della narrazione a scrivere le proprie memorie e a consegnare alla storia una cultura antica e nobile che presto sarebbe sparita. Infatti, alla fine degli anni ’50, tutti gli abitanti vennero trasferiti sulla terraferma. 

L’isola, i suoi paesaggi, il suono del mare, sono un’esperienza di struggente bellezza e profondamente spirituale, che ancora ho nel cuore e vivissima nella memoria. Come le storie dei suoi seanchaì.

Questo testo è parte di un piccolo gruppo di testi poetici, sia in italiano che in inglese, che mi sono stati ispirati dall’Irlanda, sia durante il mio soggiorno che in seguito. Solo un modesto tributo di riconoscenza al moltissimo che da questa terra ho ricevuto. 

Sia lode ai poeti di An Blascaod Mòr e possa la loro voce sempre risuonare insieme a quella del mare e dei venti.

F. D.

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Peig Sayers nella sua casa. Foto del Department of Irish Folklore. University College Dublin

 

An Blascaod Mór

 

Eco – mia isola grande

acque d’amaro d’ambra

nel forzato abbandono.

Fluttuante transito d’ombre

d’altro mondo silenti

antiche tempeste sferzano

coste costole del grande

corpo di guerriero dormiente

cresta d’onda terra s’è fatta

su scintille d’oceano

zolle saline nutrimento

che alimenta spettri,

sussurro di mia stirpe

regale spira di correnti.

 

Circolare il tacere memoria

insaziata del negato ritorno.

Agli avi faccio dono

delle ossa loro solo dominio.

Vita s’è consumata

come spuma nel canto

degli scogli – roccia l’anima.

Sussurri d’antichi poeti

affidati al vento alle tempeste.

La luna lascia scie

sulle acque donando

parte della sua luce

nel riflesso dell’attimo

che mai si estingue.

 

 

(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

La lumaca dal Bestiario di Francesca Diano. Lettura di Sergio Carlacchiani

 

LA LUMACA

Lumaca, luna, lunula

Dell’unghia labirintica

Che l’universo congloba

In un’ansa ellittica

Spiralata meteora

Dal cammino tortuoso

Universale pronuba

Del dio meraviglioso

Microcosmo di regole

Di circonvoluzioni

Galattiche e sintattiche

Microrivoluzioni

Strisciando lenta dondoli

Sospesa tra due interi

L’immenso ed il minuscolo

Spiralati emisferi

 

 

(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

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