Il gelato di Pascal – racconto di Francesca Diano da “Fiabe d’amor crudele”

 L’Abbazia di Port Royal

Il gelato di Pascal

Dire che Carlo fa dei gelati è come affermare che Palladio costruiva delle villette a schiera.

Carlo  non fa dei gelati. Carlo  compone dei madrigali. Dei poemetti in ottava rima. Dei ricercari. Dei neumi di sapori che si sciolgono in inni estatici.

Armonie di sapore, di aroma, di colore che si coagulano in un ghiacciato procedimento misterioso, i cui algidi passaggi sono misurati fino al minimo gesto, a comporre in un tutt’unico morbido e rappreso una divina beatitudine.

Questi gelidi mottetti zuccherini dispiegano la loro magia in un mosaico di colori che ammiccano dal suo banco. Mai troppo accesi, perché le loro delicatezze naturali non sopportano artifici di sorta.

Dunque il verde pallido della menta e del basilico (ma di due verdi pallori diversi) e quello cremoso del pistacchio, il beige rosato del dattero, l’arancio-crema del melone, l’oro delicato dello zenzero, il rosa thea della fragola, l’esangue terra di Siena puntinato della mandorla, il carnicino dei petali di rosa, il bianco opalescente del finocchio e della pera, il peaux d’ange della cannella e il bianco-verdognolo del sedano, sono suggestioni discrete, quasi a celare con accuratezza il futuro trionfo del sapore, che si stempererà sorprendente sulle papille, accendendole di scintille aromatiche ed evocazioni oniriche.

Uniche intense eccezioni sono il viola-bluette   del mirtillo, il rosa shocking  della ciliegia, che si accende di gemme dai riflessi di rubino e il marrone profondo, quasi tenebroso, del cioccolato nativo, che ti attira subito con la potenza  amazzonica del suo mistero.

Il suo regno è un buchetto di due metri per tre, occupati quasi per intero dal bancone freezer, a cui si aggiunge, sul retro, il laboratorio, di poco più piccolo. La fucina in cui l’alchimista opera e crea le sue trasformazioni della materia. E c’è appena posto per due o tre postulanti alla volta.

Carlo  è schivo. Quando solleva la saracinesca del suo negozio e si prepara a diffondere per il vasto mondo il suo ghiacciato esprit de finesse, solleva il gigantesco cono di cartapesta che poi pone all’esterno, di fianco alla minuscola entrata e che funge da richiamo.

Chi passa e vede questo giocattolo un po’ kitsch, può pensare che in quel luogo si vendano gelati fatti con le polverine, adatti al palato ineducato dei turisti e, se non ha intuito, passa oltre, senza sapere (e mai lo saprà) che segretamente Carlo è un cultore  di Pascal (e lui lo sa?) e nel suo microcosmo, apparentemente angusto, che in realtà si dilata a contenere l’universo mondo,  ha realizzato la conciliazione dell’inconciliabile: finesse e géométrie, cuore e ragione. Sentimento e scienza. Poiché per Carlo la sua è davvero “l’arte della scoperta e dell’invenzione”, secondo i più puri principi della Logica di Port-Royal.

Lui non strilla: qui si creano opere d’arte! Suggerisce solamente. Allude. Con ironico understatement. Anzi, nasconde. Lancia un segnale ambiguo, atto a confondere le menti poco accorte, che perderà i pavidi e guiderà gli avventurosi al loro Graal. Lascia che sia il cliente a scegliere lui. È così che Carlo si sceglie i suoi adepti.  Da lui arrivano solo quelli disposti a donargli la propria anima. È così che l’allievo sceglie il maestro.

Da Carlo non ci sono tavolini a cui sedersi per gustare le sue creazioni tra una parola e l’altra.

Il piccolo locale dà direttamente sulla calle ampia che unisce il campiello al ponte.

Gli iniziati alle sue delizie da sultani sanno che il solo modo per gustarle è di allontanarsi col tesoro in mano, accolto da un cono o da una coppetta, e non permettere altre distrazioni al rapimento dei sensi.

Carlo ha adepti in tutto il mondo, perché tutto il mondo passa nella sua officina di delizie.

Molti di loro, quelli che non potranno più tornare, conservano la nostalgia cocente di quelle armonie celesti e vi tornano con la memoria dei sensi nei momenti di infelicità. Narrano alcuni, che quelle evocazioni siano state sufficienti a lenire ferite del cuore, cicatrici dell’anima.

Chi invece ha la fortuna di poter traversare terre, mari e oceani ancora una volta per tornare, pregusta la felicità in segreto, nell’attesa di tornare ad onorare con la propria estasi il Maestro.

Ma tutti, indistintamente, nutrono un’inconfessata invidia per chi ha la sorte benedetta  di condividere con Carlo le stesse calli e la stessa aria, senza forse apprezzare  quale ulteriore benedizione la casuale nascita in quella città di sortilegi sia per loro.

Ho deciso di darti appuntamento lì, davanti al cono gelato di proporzioni gigantesche, perché tu, assaggiando i suoi gelati, perda la testa per me.

La mente funziona così, sostengono alcuni filosofi. Secondo associazioni. E quando penserai alla mia bocca, sentirai il sapore del suo gelato di ciliegia. E quando penserai ai miei occhi, sentirai il gusto del suo cioccolato nativo, e quando penserai al mio odore ti sentirai invaso dal sapore del suo gelato al basilico.

Il basilico, lo sai? è la pianta regale. Possiede poteri arcani. E’ afrodisiaco, guarisce le ferite del corpo e del cuore, inebria l’anima con il suo aroma penetrante. Gli antichi lo raccoglievano solo dopo elaborati riti di purificazione. Possiede  poteri magici, dissolve l’oscurità della mente, placa lo strazio del cuore. Accende la seconda vista.

Ma non ti ho detto nulla, perché deve essere una sorpresa. E un esame.

Che gusti sceglierai? Che reazioni avrai nell’assaggiarli? Sorpresa? Meraviglia? Gioia? E, cosa che mi preme sapere,  supererai l’esame?

Vedo la tua figura alta e un po’ curva che spunta in fondo alla calle. Cammini in fretta, per arrivare prima di me. Ma io sono, questa volta, un po’ in anticipo, perché volevo vederti arrivare. Tieni così tanto allo stile e alla misura, che mi incuriosisce vedere la tua faccia di fronte al gelatone kitch.

Ti picchi di essere il discendente di mercanti che andavano per mare a comprar tesori di cui riempire l’Europa e le proprie tasche e giustifichi il tuo esasperato gusto del bello con le meraviglie di cui i tuoi antenati si riempivano gli occhi, che si sono fissate nel loro DNA per trapassare fino a te.

Forse hai ragione. Nelle tue severe giornate di costruttore di barche, vorticanti di numeri e calcoli, di misure e proporzioni, coniughi il mare e la bellezza. Ma ti è rimasto dentro un recesso in cui hai cacciato una sorta di  rimpianto per un Oriente caotico, colorato e rumoroso. Di un Oriente antico che non esiste più. O così credi.

Dunque quel nascondiglio segreto l’hai imbozzolato in una stretta pania di snobismo, quasi di alterigia, che è la cosa di te che mi dà ai nervi.

Così oggi hai da fare il tuo esame.

Del resto, non mi dici, quando la tua ragione si distrae,  che sono la tua odalisca turchesca? E non mi hai regalato un paio di orecchini di turchese?

Mi sono chiesta che ci faccio io con uno snob come te. Mi pare che ti siano più adatte quelle donne alte, magre, un po’ mascoline, brave a governare in mare con pantaloni bianchi aderenti, la pelle segnata dal sole e i capelli lisci e sottili, di un color biondo un po’ smorto. Donne che indossano Burberry’s e Ballantyne leggermente usurati con la distrazione e noncuranza di chi non ostenta vecchio denaro.  Donne snob come te.

Quando arrivi davanti alla gelateria ti leggo in faccia lo stupore. Mi viene da ridere. Portarti in un posto simile? Con quel ridicolo cono di cartapesta verniciato di colori volgari?

<<Entriamo>>, ti dico senza far trasparire l’ilarità. Il mio tono è serissimo. Sulla tua faccia scende un sipario di disgusto. La tua opinione di me è crollata all’istante.

<<Vuoi scherzare?>> mi dici, arricciando gli angoli della bocca e stringendo gli occhi in due fessure d’ombra. In mezzo alle sopracciglia ti si disegna una ruga verticale.

<<Affatto. Entriamo>>, insisto. <<Allora non ti fidi di me?>>

Esiti. Te l’ho messa giù dura. <<Sì, ma….>>

<<Ma cosa? Se ti dico di entrare una ragione c’è.>>

<<Andiamo al Florian. Ho voglia di sedermi e parlare tranquillo.>>

Al Florian? Ci vanno i turisti americani e giapponesi! E’ un posto per vecchie signore e nostalgici. Per amanti che vengono a vivere l’illusione dell’amore eterno in una città dove tutto muta ad ogni istante. Uno scrigno prezioso,  romantico, te lo concedo, ma così paludato. M’avessi detto all’Harry’s Bar… ma il Florian…

Non so perché, ma tutte le volte che mi ci porti, al tavolino vicino mi pare di vedere von Aschenbach che si asciuga un rivoletto di sudore colorato che gli gocciola dai capelli tinti, irriverente,  lungo il collo.

Ma hai una tale infelicità negli occhi, un tale disagio,  che lascio perdere.

<<Tu non sai cosa hai appena rifiutato di scoprire>>, ti dico con voce piana. <<Del resto>>, aggiungo proprio per non farti sconti, <<Pascal non ti è mai piaciuto – che follia –  e non sei mai certo stato un frequentatore di Port-Royal.>>

<<Pascal? Port-Royal? E che c’entrano?>> mormori con un’espressione sconcertata, quasi disorientata.  <<Certe volte i tuoi nessi logici proprio non li capisco>>, dici con una scintilla di preoccupazione.

<<No,  e non solo i miei>>, ti rispondo ridendo. Taci.

<<Era così per dire!>>, aggiungo con generosità.

Mi guardi e scrolli la testa, quasi tu fossi un vecchio saggio di fronte a un’allieva ribelle e un po’ tonta. Ma mi rendo conto che spiegare non servirebbe a nulla.

Io finesse, tu géométrie.  Avrei voluto unirle nella fucina di Carlo.

Camminando per le calli, fingo di distrarmi guardando le vetrine e la gente. Mi svincolo dolcemente dalla mano che mi insinui sotto il braccio.

<<Non ti sei fidato di me>>, ti dico seduta a un tavolo del Florian.

<<Ma cosa dici! Sempre così esagerata>>, rispondi con un sorriso stirato.

<<Sì, ti sei fermato alle apparenze>>, ti rispondo guardando il bagliore della luce di taglio sui vetri delle Procuratie.

E so già che più tardi ti saluterò con una scusa e andrò a comprarmi un gelato al basilico.

 

Il racconto è tratto da Fiabe d’amor crudele, 2013 Edizioni La Gru

 

(C) 2012 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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Carlo Diano – Un distico in greco

Greek border

Πολλά μὲν ἀνθρώποισιν ἐπιχθονίοισι κέλευθα,
Πᾶσι δ’ἀληθείας ἕν τέλος ἐστίν ἀεί.

Molte sono le vie battute dagli uomini

Fine a tutti comune è la verità

Carlo Diano

Questo distico fu composto da mio padre nel 1971, nel corso di un convegno a Bressanone e mi è stato inviato da un suo allievo, il drammaturgo, poeta e germanista Franco Farina, che ringrazio con tutto il cuore.

Kamala Das – La danza degli eunuchi e altre poesie. Traduzione di Francesca Diano

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Kamala Das

Kamala Das,   nata Kamala Madhavikutty successivamente Kamala Surayya, (Punnayurkulam, Kerala, 31/3/1934 – Pune 31/5/2009) è considerata in India “poeta laureato”, la voce più incisiva e autorevole della moderna poesia indiana in lingua inglese e allo stesso tempo uno degli autori più determinanti in lingua malayalam, in particolare per i suoi numerosi racconti e l’autobiografia, My Life, che scrisse in questa sua lingua d’origine e poi tradusse in inglese. Una figura coraggiosa, controversa per i temi forti affrontati nella sua poesia e per le scelte di vita, così controcorrente.

Nata nella casta aristocratica Nair, da un padre noto giornalista e da una madre famosa poetessa in lingua malayalam, passò l’infanzia e la giovinezza tra Calcutta e  il Kerala, uno stato che all’epoca era parte di una zona dell’India chiamata Malabar e fin da sempre manifestò un fortissimo amore per la poesia e la scrittura, sia per la propria natura di scrittrice, che per l’influenza della madre e del prozio materno, Nalapatt Narayana Menon, famoso scrittore. Dunque non c’è dubbio che l’ambiente aristocraticamente letterario e l’alta tradizione culturale    in cui il suo talento si radica, la pone tra quegli scrittori indiani che rappresentano una continuità letteraria di profilo alto.  A differenza della pletora di autori indiani, romanzieri e poeti  in lingua inglese che, spuntati dal nulla, stanno facendo la loro fortuna fuori dall’India, solo perché in occidente l’India è ora di moda, pur  mancano ai loro lettori occidentali  i riferimenti per poter distinguere il talento da un’esotica  mediocrità, Kamala Das, che è il frutto diretto di una tradizione letteraria antica e raffinata,  ha questa potenza nel rompere proprio quella tradizione, perché ne è portatrice .

A 15 anni fu data in sposa a Madhava Das, dirigente di banca molto più grande di lei, che tuttavia la incoraggiò a scrivere ed è sintomatico che, pur scrivendo indistintamente in inglese, hindi e malayalam, Kamala Das non abbia mai rinnegato letterariamente la sua lingua madre. Proprio perché è in quella che si radicavano le sue robuste radici, quelle che le permisero di lanciarsi oltre le convenzioni e le limitazioni di una condizione femminile per lei troppo angusta e soffocante.

La scelta dell’inglese per la poesia ha un motivo – io ritengo – preciso. I temi che la sua poesia tratta infatti, sono fin dall’inizio scottanti e mai affrontati da una donna indiana: la sessualità femminile, l’educazione, la politica, l’indipendenza e l’autonomia della donna ecc. E per temi così esplosivi all’epoca in India, l’inglese era la lingua adatta, poiché lingua degli invasori ma anche veicolo di quelle idee sovversive.

La prima raccolta, Summer in Calcutta,  pubblicata nel 1965, tratta temi d’amore, d’abbandono e di tradimento, ma senza il romanticismo e il sentimentalismo della contemporanea poesia amorosa. La seconda raccolta, The Descendants (1967) è da questo punto di vista ancora più esplicita.

Nel 1976 pubblica un’autobiografia, che è la traduzione in inglese dell’originale in malayalam, ma successivamente rivela che buona parte dei fatti, alcuni dei quali scioccanti per l’esplicita libertà sessuale e mentale,  sono romanzati e non reali. Nei suoi romanzi, nei racconti, nelle raccolte di poesia, negli articoli, nei saggi e nelle seguitissime colonne che teneva su quotidiani e riviste, Das si pone come una vera e propria innovatrice nella voce indiana femminile e non a caso è stata definita sulle pagine del Times “la madre della poesia indiana moderna in lingua inglese.” Non a caso, perché si può dire che molte delle poetesse indiane più recenti, che scrivono in inglese, hanno attinto e attingono da lei temi e ispirazione, raramente raggiungendo la stessa qualità letteraria e la stessa potenza dirompente.

Di famiglia strettamente hindu di  antica tradizione conservatrice, a  65 anni, dopo la morte del marito,  abbandona la religione hindu per convertirsi all’Islam, religione del suo più giovane nuovo compagno Sadiq Ali e assume il nome di Kamala Surayya, anche se poi riterrà un errore quella scelta.  La sua fama la porta in tutto il mondo, a tenere corsi e conferenze in università, festival letterari, istituzioni culturali. Fondò anche un partito, il Lok Seva Party, in favore di madri single e orfani. Alla sua morte il corpo tornò in Kerala e le  furono tributati i funerali di Stato.

*********

Presento qui alcune  sue poesie, nella mia traduzione. La prima si riferisce a quelli che in India sono chiamati hijra, o eunuchs, non veri e propri eunuchi, ma uomini che si vestono da donna e che delle donne assumono atteggiamenti e gusti. Hanno nella società indiana un’antichissima tradizione, al punto da costituire una sorta di casta.  Non hanno molto a che fare con i nostri travestiti o transgender, proprio per il ruolo che da tempi immemorabili viene loro riconosciuto. Se da una parte sono emarginati, dall’altra, riunendo in sé la doppia natura di femminile e maschile, sono considerati di buon auspicio e di buona fortuna nelle feste, ai matrimoni, nelle celebrazioni e vengono pagati per  la loro presenza. Ma molti sono poveri, chiedono la carità con molta insistenza ai semafori e alcuni si prostituiscono. Il che non toglie che alcuni abbiano fatto fortuna e siano imprenditori o, come in un caso, un’acclamata attrice di Bollywood.  Hanno un loro culto, una Dea Madre di origini prevediche e in genere vivono in comunità, sorta di case madri, in cui un hijra più anziano ha un ruolo di rilievo.

 

LA DANZA DEGLI EUNUCHI

(Da Summer in Calcutta 1965)

Era caldo, così caldo prima che gli eunuchi venissero

A danzare, le ampie gonne volteggianti, il clangore

Intenso dei  cimbali e cavigliere tinnanti, tinnanti

Tinnanti… sotto il fiammante albero di fuoco, con

Volar di lunghe trecce, lampi degli occhi scuri, danzarono e

Danzarono, oh danzarono fino a sanguinare…sulle guance

Tatuaggi verdi, gelsomini tra i capelli, alcuni

Erano scuri ed altri quasi bianchi. La loro voce

Aspra, melanconici i canti; cantavano di

Amanti morenti e o bambini non nati…

Alcuni battevano i tamburi; e altri il seno afflitto

E gemevano, torcendosi in estasi vacanti.

Sottili le membra e rinsecchite; come ceppi semiarsi di

Pire funebri, aridità e marciume

V’era in ciascuno. Persino i corvi stavano così

Silenti sui rami, ed i bambini immobili, ad occhi dilatati;

Tutti a guardar le convulsioni di quei poveri esseri

Poi il cielo crepitò, e venne il tuono e il fulmine

E la pioggia, una misera pioggia che sapeva di polvere nelle

Soffitte e di urina di topo e di lucertola….


 

THE DANCE OF THE EUNUCHS

It was hot, so hot, before the eunuchs came
To dance, wide skirts going round and round, cymbals
Richly clashing, and anklets jingling, jingling
Jingling… Beneath the fiery gulmohur, with
Long braids flying, dark eyes flashing, they danced and
They dance, oh, they danced till they bled… There were green
Tattoos on their cheeks, jasmines in their hair, some
Were dark and some were almost fair. Their voices
Were harsh, their songs melancholy; they sang of
Lovers dying and or children left unborn….
Some beat their drums; others beat their sorry breasts
And wailed, and writhed in vacant ecstasy. They
Were thin in limbs and dry; like half-burnt logs from
Funeral pyres, a drought and a rottenness
Were in each of them. Even the crows were so
Silent on trees, and the children wide-eyed, still;
All were watching these poor creatures’ convulsions
The sky crackled then, thunder came, and lightning
And rain, a meager rain that smelt of dust in
Attics and the urine of lizards and mice….

 

PRESENTAZIONE

da Summer in Calcutta

Non so di politica ma conosco i nomi

Di chi è al potere, e li posso ripetere come

I giorni della settimana, o i nomi dei mesi, a partire da Nehru.

Sono indiana, molto scura, nata nel Malabar,

Parlo tre lingue, scrivo in

Due, sogno in una.

Non scrivere in inglese, m’hanno detto, l’inglese non

È la tua lingua madre. Perché non mi lasciate

In pace, critici, amici, cugini in visita,

Tutti voi quanti siete? Perché non lasciarmi parlare

Qualunque lingua voglia? La lingua in cui io parlo,

Diviene mia, le sue distorsioni, le sue bizzarrie

Tutte mie, solo mie.

È mezza inglese, mezza indiana, forse buffa, ma onesta.

È umana poiché umana sono, non

Capite? Dà voce alla mia gioia, ai miei desideri, alle

Speranze, e poi mi è utile come il gracchiare

Al corvo o il ruggito al leone, è

Una parlata umana, la parlata della mente che

C’è e non c’è, di una mente che vede e sente e

È consapevole. Non il linguaggio sordo e muto

Degli alberi nella tempesta o di nubi monsoniche o della pioggia o

Il balbettio incoerente della pira

Funebre fiammeggiante. Ero bambina e poi

Mi dissero ch’ero cresciuta, perché mi feci alta, le membra

S’ingrossarono e in uno o due punti spuntarono dei peli.

Quando chiesi l’amore, non sapendo che altro poter chiedere

Egli condusse una ragazza sedicenne nella

Stanza da letto e poi chiuse la porta. Non mi batteva

Ma il mio triste corpo di donna si sentiva battuto.

Il peso dei miei seni e del mio ventre m’opprimeva.

Mi rimpicciolii. Penosamente.

Poi…indossai una camicia e

I pantaloni di mio fratello, mi tagliai i capelli ed ignorai

Il mio essere donna. Metti la sari, sii ragazza

Sii moglie, dissero. Ricama, cucina,

Litiga con la servitù. Adeguati. Oh,

Stai al tuo posto, gridarono i categorizzatori. Non sedere

Sui muri e non sbirciare nelle nostre finestre con tendine di pizzo.

Sii Amy, o sii Kamala. O meglio

Ancora, sii Madhavukutty. È tempo di

Scegliere un nome, un ruolo. Non giocare a far finta.

Non giocare a far la schizofrenica o a fare

La ninfomane. Non piangere in modo imbarazzante quando

L’amore ti abbandona…ho incontrato un uomo, l’ho amato. Non chiamatelo

Con un nome quale che sia, è ciascun uomo.

Che vuole una donna, come io sono ciascuna

Donna che cerca amore. In lui… l’affamata urgenza

Dei fiumi, in me… l’instancabile

Attesa dell’oceano. Chi sei, chiedo a tutti e ad ognuno,

La risposta è, sono io. Ovunque e

In ogni luogo, vedo colui che chiama Io se stesso

In questo mondo, è avvolto strettamente come

La spada nel suo fodero. Sono io a bere solitaria

A mezzogiorno, a mezzanotte, in hotel o in città estranee,

Son io che rido, che faccio l’amore

E poi provo vergogna, son io che giaccio morente

Con un rantolo in gola. Sono una peccatrice,

Sono una santa. Sono l’amata e la

Tradita. Non ho gioie che le tue non siano, non

Dolori che non siano tuoi. Anch’io chiamo me stessa Io.

 

AN INTRODUCTION

I don’t know politics but I know the names
Of those in power, and can repeat them like
Days of week, or names of months, beginning with Nehru.
I amIndian, very brown, born inMalabar,
I speak three languages, write in
Two, dream in one.
Don’t write in English, they said, English is
Not your mother-tongue. Why not leave
Me alone, critics, friends, visiting cousins,
Every one of you? Why not let me speak in
Any language I like? The language I speak,
Becomes mine, its distortions, its queernesses
All mine, mine alone.
It is half English, halfIndian, funny perhaps, but it is honest,
It is as human as I am human, don’t
You see? It voices my joys, my longings, my
Hopes, and it is useful to me as cawing
Is to crows or roaring to the lions, it
Is human speech, the speech of the mind that is
Here and not there, a mind that sees and hears and
Is aware. Not the deaf, blind speech
Of trees in storm or of monsoon clouds or of rain or the
Incoherent mutterings of the blazing
Funeral pyre. I was child, and later they
Told me I grew, for I became tall, my limbs
Swelled and one or two places sprouted hair.
WhenI asked for love, not knowing what else to ask
For, he drew a youth of sixteen into the
Bedroom and closed the door, He did not beat me
But my sad woman-body felt so beaten.
The weight of my breasts and womb crushed me.
I shrank Pitifully.
Then … I wore a shirt and my
Brother’s trousers, cut my hair short and ignored
My womanliness. Dress in sarees, be girl
Be wife, they said. Be embroiderer, be cook,
Be a quarreller with servants. Fit in. Oh,
Belong, cried the categorizers. Don’t sit
On walls or peep in through our lace-draped windows.
Be Amy, or be Kamala. Or, better
Still, be Madhavikutty. It is time to
Choose a name, a role. Don’t play pretending games.
Don’t play at schizophrenia or be a
Nympho. Don’t cry embarrassingly loud when
Jilted in love … I met a man, loved him. Call
Him not by any name, he is every man
Who wants. a woman, just as I am every
Woman who seeks love. In him . . . the hungry haste
Of rivers, in me . . . the oceans’ tireless
Waiting. Who are you, I ask each and everyone,
The answer is, it is I. Anywhere and,
Everywhere, I see the one who calls himself I
In this world, he is tightly packed like the
Sword in its sheath. It is I who drink lonely
Drinks at twelve, midnight, in hotels of strange towns,
It is I who laugh, it is I who make love
And then, feel shame, it is I who lie dying
With a rattle in my throat. I am sinner,
I am saint. I am the beloved and the
Betrayed. I have no joys that are not yours, no
Aches which are not yours. I too call myself I.

 

 

I VERMI
(da The Descendants 1967)

Al tramonto, sulla riva del fiume, Krishna
L’amò per l’ultima volta e se ne andò…

Quella notte tra le braccia del marito, Radha si sentì
Così morta che lui chiese: che hai?
Ti spiacciono i miei baci, amore? E lei rispose,
No, affatto, ma pensò, Che cosa importa
Al  cadavere se lo mordono i vermi?

THE MAGGOTS

At sunset, on the river ban, Krishna
Loved her for the last time and left…
That night in her husband’s arms, Radha felt
So dead that he asked, What is wrong,
Do you mind my kisses, love? And she said,
No, not at all, but thought, What is
It to the corpse if the maggots nip?

ETA’ DELLA PIETRA
(da The Old Playhouse and Other Poems, 1973)

Tenero sposo, antico colono della mente,
Vecchio ragno pingue, che tessi ragnatele di sconcerto,
Sii gentile. Tu mi trasformi in un uccello di pietra, in una
Colomba di granito, mi costruisci attorno una misera stanza,
E mi accarezzi distratto il viso butterato mentre
Leggi. Parlando ad alta voce frantumi il mio sonno antelucano,
Ficchi un dito nel mio occhio sognante. E
Tuttavia, sognando ad occhi aperti, uomini forti proiettano un’ombra, sprofondano
Come bianchi soli nei flutti del mio sangue dravidico,
Segretamente scorrono le fogne sotto le città sacre.
Quando vai via, con la mia auto azzurra scassata guido
Lungo il mare più azzurro. Salgo di corsa i quaranta
Gradini rumorosi per picchiare all’altrui porta.
Attraverso lo spioncino osservano i vicini,
Mi osservano arrivare
E andare come la pioggia. Chiedetemi, tutti, chiedetemi
Cosa ci veda in me, chiedetemi perché lo chiamino leone,
Libertino, chiedetemi perché oscillino le mani come un cobra
Prima che il pube m’afferri. Chiedetemi perché come
Un grande albero, abbattuto, s’accasci sui miei seni,
E dorma. Chiedetemi perché la vita sia breve e l’amore sia
Più breve ancora, chiedetemi cosa sia l’estasi e quale sia il suo prezzo…

THE STONE AGE

Fond husband, ancient settler in the mind,
Old fat spider, weaving webs of bewilderment,
Be kind. You turn me into a bird of stone, a granite
Dove, you build round me a shabby room,
And stroke my pitted face absent-mindedly while
You read. With loud talk you bruise my pre-morning sleep,
You stick a finger into my dreaming eye. And
Yet, on daydreams, strong men cast their shadows, they sink
Like white suns in the swell of my Dravidian blood,
Secretly flow the drains beneath sacred cities.
When you leave, I drive my blue battered car
Along the bluer sea. I run up the forty
Noisy steps to knock at another’s door.
Though peep-holes, the neighbours watch,
they watch me come
And go like rain. Ask me, everybody, ask me
What he sees in me, ask me why he is called a lion,
A libertine, ask me why his hand sways like a hooded snake
Before it clasps my pubis. Ask me why like
A great tree, felled, he slumps against my breasts,
And sleeps. Ask me why life is short and love is
Shorter still, ask me what is bliss and what its price…

LO SPECCHIO

Farsi amare da un uomo è facile
Solo sii onesta sulle tue esigenze di
Donna. Sta nuda con lui di fronte allo specchio
Così che possa vedersi più forte
E che lo creda, e te molto più
Morbida, più giovane e graziosa. Ammetti la tua
Ammirazione. Nota la perfezione
Delle sue membra, i suoi occhi arrossati sotto
La doccia, il cauto camminare sul pavimento del bagno,
Seminando asciugamani e il modo a scatti
In cui urina. Tutti i dettagli teneri che lo rendono
Maschio e il tuo unico uomo. Donagli tutto,
Donagli quel che ti rende donna, il profumo
Dei capelli lunghi, il muschio del sudore tra i seni,
Il caldo shock del sangue mestruale, e tutti i tuoi
Infiniti appetiti di femmina. Oh sì, farsi
Amare da un uomo è facile, ma vivere
Poi senza di lui potrebbe essere
Qualcosa da affrontare. Un vivere senza vita quando ti
Muovi, incontri degli estranei, con occhi che
Hanno rinunciato a ricercare, con orecchie che sentono solo
La sua ultima voce chiamare il tuo nome e il tuo
Corpo che un tempo sotto il suo tocco scintillava
Come ottone brunito, ora misero e privo di colore.

THE LOOKING GLASS

Getting a man to love you is easy
Only be honest about your wants as
Woman. Stand nude before the glass with him
So that he sees himself the stronger one
And believes it so, and you so much more
Softer, younger, lovelier. Admit your
Admiration. Notice the perfection
Of his limbs, his eyes reddening under
The shower, the shy walk across the bathroom floor,
Dropping towels, and the jerky way he
Urinates. All the fond details that make
Him male and your only man. Gift him all,
Gift him what makes you woman, the scent of
Long hair, the musk of sweat between the breasts,
The warm shock of menstrual blood, and all your
Endless female hungers. Oh yes, getting
A man to love is easy, but living
Without him afterwards may have to be
Faced. A living without life when you move
Around, meeting strangers, with your eyes that
Gave up their search, with ears that hear only
His last voice calling out your name and your
Body which once under his touch had gleamed
Like burnished brass, now drab and destitute.

LA PIOGGIA
(Da Only The Soul Knows How To Sing 1996)

Lasciammo quella casa sgraziata e vecchia
Quando morì lì il mio cane, dopo
Il funerale, dopo che la rosa
Fiorì due volte, sradicandola
E portandocela via coi nostri libri,
Con gli abiti e le sedie di gran fretta.
Ora viviamo in una nuova casa,
Ed i tetti non perdono, ma, quando
Qui piove, vedo la pioggia inzuppare
Quella casa vuota. La sento cadere
Dove ora giace il mio cagnetto,
Solo.

THE RAIN

We left that old ungainly house
When my dog died there, after
The burial, after the rose
Flowered twice, pulling it by its
Roots and carting it with our books,
Clothes and chairs in a hurry.
We live in a new house now,
And, the roofs do not leak, but, when
It rains here, I see the rain drench
That empty house, I hear it fall
Where my puppy now lies,
Alone..

INVERNO
Da Summer in Calcutta.

Sapeva di nuove piogge e di teneri
Germogli di piante – e il suo calore era il calore
Della terra in cerca di radici…perfino la mia
Anima, pensavo, dovrà inviare le sue radici da qualche parte
E, amavo il suo corpo senza vergogna,
Nelle sere d’inverno mentre gelidi venti
Ridacchiavano contro i vetri bianchi.

WINTER

It smelt of new rains and of tender
Shoots of plants- and its warmth was the warmth
Of earth groping for roots… even my
Soul, I thought, must send its roots somewhere
And, I loved his body without shame,
On winter evenings as cold winds
Chuckled against the white window-panes.

KRISHNA
Da Only The Soul Knows How To Sing

Il tuo corpo è la mia prigione, Krishna,
Oltre esso non vedo.
Mi acceca la tua tenebra,
Le tue parole d’amore escludono il fragore del mondo saggio.

KRISHNA

Your body is my prison, Krishna,
I cannot see beyond it.
Your darkness blinds me,
Your love words shut out the wise world’s din.

Traduzioni di Francesca Diano (C)2012  RIPRODUZIONE RISERVATA

Ode al gelato di Francesca Diano

 

 

ODE AL GELATO

 

Sdilinquito si liquefa sul labbro

Turgido sole stillante latte e miele

Di ghiacci stellari e di oasi infuocate-

Riflettono colori madreperla

Pastelli zuccherosi che svelano alla lingua

Le sue metafore infinite-

Miraggi orientali di odalische nell’harem

Nel pigro pomeriggio odoroso di incensi

E mirra e benzoino-

Riluce nella coppa di puro argento

Cesellata e velata

Di gelido vapore cristallino-

È brivido alla mano ingioiellata

E ingioiella la bocca di sapori

Si scioglie come il bacio di un amante

Nelle segrete cavità del gusto

Goloso di sapori arabescati

Rivestito di frutti e di corolle.

Gelo di fuochi fatui è il tuo segreto

Iridati di aurore boreali.

Che tu sia in forma tonda

Come i seni perfetti di una vergine

Vergognosa d’amore

O spalmato in morbide montagne di sapore

Generoso fu il giorno che una donna

Spense la sua prima sete complice

Nel tuo soffice corpo di cometa-

E perfetto è il piacere che ti impregna

Poiché ogni bellezza ch’è perfetta

Dura solo un istante e poi svanisce.

 

(C) by Francesca Diano 2012

RIPRODUZIONE RISERVATA

Vituperio dell’Europa di Günter Grass

Posto la traduzione che Franco Farina ha fatto del testo poetico che Günter Grass ha pubblicato qualche giorno fa (25/5/2012) sul    Sueddeutsche Zeitung. Il suo è un grido di dolore e un forte appello alla consapevolezza, che si leva contro l’Europa e contro la stessa Germania,  perché l’Europa e i suoi intellettuali si sveglino e si oppongano allo scempio che i biechi poteri degli avvoltoi finanziari stanno facendo.

La Grecia di oggi non è più la terra di Socrate, di Platone, di Eraclito, di Fidia e di Prassitele, ma è comunque un potente simbolo di quello che ha creato il pensiero occidentale, delle nostre radici. Annientare la Grecia, abbandonarla a un destino oscuro, non significa solo operare uno strappo pericoloso da un punto di vista politico ed economico – che comunque tutta l’Europa pagherebbe a prezzi ora insondabili – ma significa dimenticare da dove siamo venuti, chi siamo, come pensiamo. Dimenticare la nascita del Lògos, della filosofia, della scienza, del sapere dell’Occidente. Significa annientare un simbolo. E i simboli sono potentissimi.

Grass è uno di quei pochi intellettuali ancora capaci di pensare in modo indipendente (direi, di pensare tout court!) e per questo motivo ciò che dice e scrive desta sempre scandalo. Si veda la precedente poesia, Ciò che deve essere detto, contro  il progetto israeliano di una guerra atomica contro l’Iran, per cui è stato accusato di antisemitismo. Come se l’impiego di armi atomiche, o una guerra, potessero essere sdoganate solo perché partirebbero da Israele.

Ringrazio Franco Farina per aver condiviso la sua traduzione con tutti noi.

Europas Schande

Ein Gedicht von Günter Grass

Dem Chaos nah, weil dem Markt nicht gerecht,
bist fern Du dem Land, das die Wiege Dir lieh.

Was mit der Seele gesucht, gefunden Dir galt,
wird abgetan nun, unter Schrottwert taxiert.

Als Schuldner nackt an den Pranger gestellt, leidet ein Land,
dem Dank zu schulden Dir Redensart war.

Zur Armut verurteiltes Land, dessen Reichtum
gepflegt Museen schmückt: von Dir gehütete Beute.

Die mit der Waffen Gewalt das inselgesegnete Land
heimgesucht, trugen zur Uniform Hölderlin im Tornister.

Kaum noch geduldetes Land, dessen Obristen von Dir
einst als Bündnispartner geduldet wurden.

Rechtloses Land, dem der Rechthaber Macht
den Gürtel enger und enger schnallt.

Dir trotzend trägt Antigone Schwarz und landesweit
kleidet Trauer das Volk, dessen Gast Du gewesen.

Außer Landes jedoch hat dem Krösus verwandtes Gefolge
alles, was gülden glänzt gehortet in Deinen Tresoren.

Sauf endlich, sauf! schreien der Kommissare Claqueure,
doch zornig gibt Sokrates Dir den Becher randvoll zurück.

Verfluchen im Chor, was eigen Dir ist, werden die Götter,
deren Olymp zu enteignen Dein Wille verlangt.

Geistlos verkümmern wirst Du ohne das Land,
dessen Geist Dich, Europa, erdachte.

Vituperio dell’Europa

Ad un passo dal caos, perché inetta ai mercati, Europa,
hai preso le distanze dalla terra che ti ha dato la culla…

quella che sostenevi di «cercare», e trovare «con l’anima»,
e che liquidi adesso quasi fosse un rottame.

Messa nuda alla gogna come una debitrice, soffre la terra
cui un luogo comune ti voleva obbligata dalla riconoscenza…

Dannata alla miseria, la terra che i musei arricchisce
dei suoi tesori – preda gelosamente custodita.

Fin quelli che con la forza delle armi han funestato
la terra cinta d’isole, con l’uniforme portavano Hölderlin dentro gli zaini!

Ben poca tolleranza or hai per quella terra,
eppur ne tollerasti come alleati, un tempo, i colonnelli!

Al Paese spogliato di tutti i suoi diritti, un Potere
prepotente fa stringere sempre di più la cintola.

A sfida, veste Antigone di nero; per tutto un Paese
in lutto è quel popolo, la cui ospitalità tu hai goduto.

Fuori dai suoi confini, un codazzo di Cresi ha cumulato
tutto l’oro che luce dentro i tuoi caveau…

«Vuota la coppa, avanti!» ti grida la claque dei commissari.
Ma, colma fino all’orlo, con sdegno, Socrate la respinge.

Malediranno in coro tutto quanto possiedi
gli dèi di cui pretendi espropriare l’Olimpo.

Intristirà il tuo spirito, privato della terra
dal cui spirito, Europa, tu fosti concepita.

[Traduzione di Franco Farina]

Antigone- vaso attico