Quale violenza

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Artemisia Gentileschi – Lucrezia
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La violenza è violenza sempre. Sulle donne, sui bambini, sugli uomini, sui più deboli, sugli animali.
Fisica e psicologica.
Che uccida il corpo o l’anima.
Che usi il mezzo del ricatto economico o le falle di una giustizia male applicata. Che si avvalga di mandanti o sia diretta. Che sia esercitata da uomini contro le donne e i bambini, che sia esercitata da donne contro i bambini o contro altre donne o da uomini contro altri uomini. La violenza è violenza ed è esercitata sempre e solo da vigliacchi e prepotenti che approfittano di chi è in una condizione di debolezza, di qualunque debolezza si tratti, e non sa o non può difendersi.
E non è raro che, quando una vittima cerca di difendersi, venga fatta passare dal persecutore per persecutrice essa stessa.
La violenza è sempre corruzione, e prolifera nelle società corrotte. E’ l’orfana più disperata dell’amore, dell’etica, della giustizia,. della compassione, dell’intelligenza, della speranza. E del rispetto per se stessi e per gli altri.
E’ la madre idolatrata di povertà, disperazione, conflitti e guerra.
La violenza avvelena l’anima e la corrompe. Ottunde i sensi e congela il sentire.
Che si tratti di omicidio, ginecidio (o come viene definito, femminicidio), infanticidio, genocidio, sempre della follia di un essere umano che ne massacra un altro o molti altri si tratta. Che si tratti di spingere alla disperazione e all’annientamento un altro essere, sempre di un crimine si tratta.
Un assassino, sempre assassino è, che uccida un’unica persona o milioni. La gravità della sua azione non è più pesante se la si moltiplica. Il peso è immenso lo stesso. In questo caso uno è uguale a molti. Perché la vita ha lo stesso valore per tutti. Perché ciascun essere è la manifestazione in atto della vita.
Pensare di arginarne un aspetto – quello degli uomini che assassinano le donne – senza curare una società malata di violenza e i suoi membri, è un’utopia. Senza applicare una Giustizia equa, capace di indagare a fondo e prevenire e senza la certezza della pena, che non veda uscire poi gli assassini dopo poco tempo grazie  mille cavilli, alla faccia delle vittime, massacrate due volte.
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Peter Paul Rubens – La strage degli innocenti
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Si pretenderebbe di eliminarla senza modificare veramente, ma veramente le mentalità, l’educazione, l’atteggiamento nei confronti della vita, senza eliminare la violenza quotidiana distribuita e diffusa a piene mani dai media, spacciandola per informazione, intrattenimento, educazione, politica. Quando invece tutto ciò che ci circonda è violenza, più o meno mascherata.
E diventa la normalità. Diventa la modalità con cui ci si rapporta all’altro. Spesso la si scambia per maleducazione e invece è violenza. Diventa il veleno che ci beviamo e respiriamo. La società si regge sulla violenza, ma pretenderebbe di eliminarla quando a esercitarla sono alcuni dei suoi membri. Quegli stessi membri che formano quella società e ne sono il risultato. Si educa con l’esempio, non a chiacchiere. Società e governi che scatenano le guerre, per loro stessa definizione distruttive e portatrici di morte e violenze e soprusi, poi pretendono di denunciare in altre società uguali a loro i “crimini di guerra” o i “crimini contro l’umanità”. Ma la guerra è già di per sé un crimine.
E’ un atteggiamento schizofrenico.
Questo tipo di violenza, generalizzata e ripugnante, domina tutte le società patriarcali e le loro manifestazioni, fondate sul dominio, sul conflitto, sull’oppressione, sulla prepotenza della parte che detiene un potere univoco e, quando questo potere che si è arrogata, viene minacciato o messo in discussione, la “normale” violenza che sempre serpeggia nel sottofondo si inasprisce e lo fa contro le parti più fragili e indifese di quella stessa società che, così facendo, si annienta da sola. Come nelle malattie autoimmuni, quando un organismo, che è geneticamente predisposto, attacca se stesso e si autodistrugge.
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(C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Barbara Codogno – Il dio dei topi

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Immaginate un enorme condominio, di quelli sorti in modo dissennato in periferie di altre periferie, dove un’umanità deprivata di spazio e dignità brulica cercando di sopravvivere, e si arrangia come meglio – o peggio – può. Immaginate di osservare le centinaia e centinaia di vite dall’esterno, allontanando lo sguardo. Allontanandolo sempre di più, come in quei filmati in cui da una casa si passa a una città, e poi a una regione, e poi a un paese, a un continente, alla Terra tutta e infine allo spazio vuoto. Quegli individui, con le loro vite, le loro emozioni e sensazioni, diventano sempre più piccoli, sempre più insignificanti, fino a sparire nel nulla.

Qualcuno dice che l’umanità è l’esperimento di qualche razza aliena e più evoluta, che osserva dall’esterno i nostri comportamenti, in generale autodistruttivi. Come un esperimento con animali da laboratorio. Topi, ad esempio, che tanto ci somigliano dal punto di vista genetico, da essere estremamente adatti alle sperimentazioni. Ecco, il cuore nero del romanzo di Barbara Codogno, Il dio dei topi, Edizioni Cleup, nero e pulsante di bianchi topini è proprio una monumentale struttura, definita Condominio dalla sua ideatrice, che si trova nei sotterranei di un dipartimento universitario non meglio identificato di una qualche università italiana, in cui si fa ricerca per produrre un farmaco che neutralizzi gli effetti dello stress.

Bianca Pavan, una ricercatrice che crede nel proprio lavoro, convinta della propria missione – nonostante impieghi lei stessa degli animali per gli esperimenti – è una donna con una vita non risolta, piena di problemi, sgradevole a se stessa e agli altri, incapace di sereni o profondi rapporti umani. Del resto difficili in un ambiente in cui non esiste una scintilla di umanità, di valori che non siano l’arrivismo, la prevaricazione, l’aridità, il cinismo, il vendersi a Mammona, come quello del dipartimento descritto. Eppure qualcosa accade. In quel brulicare di creaturine, sottoposte a crudeltà mostruose, descritte senza reticenze dall’autrice, una topolina, 315A, mostra un’intelligenza più umana dei suoi persecutori. Aiuta i suoi simili, persino dimentica di sé, e si affeziona a Bianca. Bianca stabilisce con lei un legame che non ha con gli altri esseri umani, un legame fatto di affetto, di accudimento, di tenerezza. Dà alla topolina che per nome ha un numero quello che non dà a se stessa.

Ma poi la narrazione diviene sempre più metafora. “Del resto, si diceva Bianca, anche l’uomo sopravvive e basta: l’abisso sotto i piedi, il caos sopra la testa. Gli uomini sono tutti sonnambuli. Ai burattinai non conviene che escano dal sonno, diventerebbero ingovernabili. Basta guardarsi in giro, le strade, le scuole, gli uffici, le case… l’ordine è soltanto il nome che i burattinai danno all’inferno.” Come l’inferno del Condominio in cui i topi, prima resi totalmente abulici dal farmaco sperimentato, poi si sbranano gli uni con gli altri.

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E allora viene da pensare al mondo in cui viviamo, al modo in cui le coscienze e la capacità critica sono sempre più costrette a intontirsi e spegnersi, mentre l’uomo sbrana l’uomo, la terra viene violentata, la vita e il futuro negati da poteri economici tanto enormi quanto stupidi, il cui delirio è l’ossessione del profitto e del Potere.

Lo squallido omarino che dirige il dipartimento, uno dei tanti tromboni tronfi e stonati, che in Italia occupano posti di potere nelle università, nelle aziende, nelle istituzioni pubbliche e private, un povero imbecille che cerca di convincere e convincersi di essere un dio onnipotente, è schiavo egli stesso delle multinazionali farmaceutiche che spacciano l’avidità sconfinata per ricerca medica. Del resto si sa bene, anche se lo si cerca di tacitare, quanto sia pericoloso e quali danni faccia l’uso e abuso di psicofarmaci, prescritti con criminale facilità.

Impagabile è la scena della cena organizzata dal Rettore di quella anonima università per festeggiare la conclusione dell’accordo in cui la multinazionale verserà 1.000.000 di euro in cambio della formula del nuovo farmaco da sfruttare, quando due “cervelli in fuga” italiani, presenti all’evento e che progettavano di tornare in patria, dopo aver constatato quanto arretrata e venduta sia la ricerca, decidono di ripartire per non fare mai più ritorno.

Qui non si salva nessuno, né uomini né donne, né le vittime – perché sono vittime – né i carnefici. E spesso le une sono a loro volta anche gli altri. Perché la corruzione contamina. Nessuno è innocente.

Lo stile febbrile di Barbara Codogno, disturbante, angoscioso (abolita ogni differenziazione tra dialogo e narrazione, dialogo mai distinto dalle convenzionali virgolette e che si fonde totalmente col narrato) rispecchia il senso e l’intreccio. La parte oscura, primordiale dell’uomo, che si proietta sulla colonia di topi – Freud qui andrebbe a nozze – domina su tutto. Eppure uno spiraglio esiste. Bianca lo trova. Non importa come. Lo trova fuggendo verso un gesto d’amore. Di salvezza. E, in quel momento, vittima estrema, non è più vittima.

 

Francesca Diano

(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Appunti di meccanica celeste. Ovvero l’Universo secondo Domenico Dara

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Angelo di Dio

che sei il mio custode

illumina, custodisci,

reggi, governa me

che ti fui affidata

dalla pietà celeste.

Così sia.

 

Questa è stata la prima preghiera che mio padre mi ha insegnato quando avevo tre anni, e recitavo tutte le sere inginocchiata con le mani giunte davanti al lettino. Queste parole – ciascuna di esse –  sono il filo conduttore, la chiave di lettura del nuovo romanzo di Domenico Dara, Appunti di meccanica celeste, Nutrimenti editore. Ritrovarle nel romanzo dello scrittore fra quelli che più amo e che più mi hanno insegnato, è stato come ritrovare la via di casa, di un luogo d’amore e protezione.

La Pietà celeste è la pietas, l’amore che accoglie, sana e trasforma; di Dio per gli uomini, degli uomini per Dio e dell’uomo per l’uomo. La compassione, la tenerezza, la Provvidenza e la fede nella Provvidenza. La gratitudine e la devozione per le potenze celesti che sostengono l’umanità nei suoi percorsi spesso incomprensibili e dolorosi.

La preghiera all’Angelo custode è quella che ogni cuore di bambino rivolge al proprio angelo, ché ciascuno di noi ne ha uno accanto. E queste sono le parole che si mescolano e si rimescolano  in infinite combinazioni, evocate da una quieta follia, come le foglie trascinate dalla forza del vento, nella mente confusa di Lulù il pazzo, uno dei due personaggi innocenti e puri di cuore, dei sette che compongono la costellazione di questo romanzo. Ma sono anche una sorta di rumore di fondo del suo universo, come l’eco di un originario Big Bang.

Ma se questo è il filo conduttore, i centri del romanzo sono molteplici e di molteplice natura. Centri e non centro, perché ogni Essente è in sé un centro, attorno a cui volve l’universo mondo. Molti centri, come molte sono le dimensioni quando la materia curva lo spazio/tempo. E qui Girifalco diventa uno di quei punti, in cui lo spazio/tempo si modifica  e modifica l’universo. Tutto può accadere. Anche ciò che è apparentemente impossibile secondo la nostra limitata visione.

Il primo centro, reale e geografico, è il paese calabrese di Girifalco, quello che, nella mia recensione al Breve Trattato sulle coincidenze, due anni fa, per prima paragonai al Macondo di Màrquez. Girifalco, paese natale di Dara, è un vero e proprio Axis Mundi, il luogo in cui, secondo la definizione  che Mircea Eliade dà dell’espressione, cielo, terra e inferi si congiungono. E dunque, tutto ciò che vi accade, ha valore universale. E qui veramente Cielo e Terra e Inferisi uniscono, poiché in questo luogo le leggi della fisica e quelle – che le rispecchiano – dei comportamenti e dei moti del cuore umani si sovrappongono e si fondono. Dai più amabili e innocenti, ai più oscuri e malvagi. Perché, in questo romanzo, alita questa volta potente, l’ombra del Male.

Il secondo centro è un magico circo che, apparentemente per volere del caso e per “errore”, capita nella cittadina la mattina che segue la notte di San Lorenzo, quando alcuni degli abitanti del paese hanno scorto in cielo una stella cadente brillantissima. “Alle nove e ventiquattro dell’undici agosto, da quelle strade da cui negli anni era giunto di tutto, da mandrie di cinghiali imbestialiti a fiumare d’acqua piovana, arrivò un circo.” Dara è sempre precisissimo nel situare i suoi racconti nel tempo e nello spazio, perché la precisione è il respiro dell’universo e lo strumento dello scrittore. Il proprietario del circo Engelmann è Cassiel Engelmann. Ora, Cassiel è il nome di un angelo, uno dei sette angeli planetari (il suo dominio è il pianeta Saturno) ed Engelmann è sì un cognome, ma in tedesco significa “uomo angelo”. E’ anche il nome di uno dei due angeli nel film di Wim Wenders Il cielo sopra Berlino. E tutti gli artisti del circo che sono in qualche modo  collegati ai sette protagonisti del romanzo, hanno nomi di angeli, tratti soprattutto da diverse tradizioni, islamiche, cabbalistiche ed esoteriche. Ad esempio Batral, Grafathas, Nakir, Jibril (Gabriele nell’Islam) ecc.

Questo circo, lontanissimo da quelli felliniani, ha invece un precedente letterario estremamente illustre: il circo che arriva a Mosca ne Il Maestro e Margherita, di Michail Bulgakov. Qui il direttore del circo è un elegantissimo straniero dai modi di gentiluomo, di nome Woland. Woland è uno dei nomi tedeschi del demonio, che compare anche nel Faust di Goethe. E demoni sono tutti i componenti di quel circo, che porterà lo scompiglio nella Mosca staliniana, congelata e statica, prigioniera dell’orrore, ma libererà il Maestro, un’anima pura, rinchiuso in un manicomio dal regime. Il demonio, si sa, è padre del caos.  Qui invece il circo è una epifania angelica, il kairòs che irrompe nella vita umana in un punto preciso dello spazio-tempo e la trasforma.

Ciò che accade è che sette vite, immobili nella loro condizione e perpetuamente rotanti lungo orbite fisse, vengano scalzate da quelle orbite per trasformarsi completamente e per vedere realizzati i loro più segreti desideri attraverso una magia che solo l’amore può compiere. Ciascuna di quelle vite trova, in uno degli artisti del circo, l’Angelo custode che si prenderà cura delle loro anime ferite e ristabilirà quell’equilibrio, quell’ordine armonico che solo il mistero dell’universo conosce.

Il terzo centro di questo secondo capolavoro di Dara è la traduzione delle leggi della meccanica celeste, della fisica quantistica, dei principi della termodinamica in termini di comportamenti umani. Poiché veramente, come afferma Hermete Trismeghisto in uno dei Sette Principi della sua perduta Tavola Smeraldina, quello della Corrispondenza: “Come sopra, così sotto – come sotto così sopra. Come dentro, così fuori – come fuori così dentro. Come nel grande, così nel piccolo.” E questo è un elemento che non posso non amare, perché è la mia stessa convinzione.

Incontriamo allora i sette (numero fatale e ricco di significati) personaggi, ciascuno centro di un universo chiuso, ma ciascuno dei quali è un satellite che ruota attorno al proprio grumo di dolore:

Archidemu Crisippo, ultimo di una stirpe di filosofi stoici, che osserva, col distacco dell’entomologo e dello scienziato/filosofo dal suo balcone i compaesani che passano in piazza, dove quattro vie convengono, seguendo con la precisione millimetrica di una megaptera o di un corpo celeste, sempre gli stessi percorsi. Il distacco filosofico di Archidemu però è solo apparente, perché dentro lo tormenta il tarlo del senso di colpa. Molti anni prima, in una calda giornata in collina, il fratello Sciachineddu era scomparso senza lasciare traccia.

Poi c’è Lulù il pazzo, bambino in un corpo di adulto, che cerca da sempre la mamma a cui venne crudelmente strappato, capace di suonare con le foglie meravigliose melodie. Lulù, che da sempre è ospite del manicomio di Girifalco, gira però serenamente per il paese, amato e accolto da tutti. O quasi…

Cuncettina la secca, così detta perché incapace di procreare. L’aridità del suo ventre l’ha resa una pianta senza linfa e infelice a vita, ossessionata dalla sua sterilità al punto da trascurare la sua vita stessa e i suoi affetti.

Angeliaddu, il bambino senza padre, (ricordate il Postino?) segnato da una macchia di capelli bianchi fra i capelli biondi. Piccolo angelo dal cuore di eroe, reietto come la sua mamma, che s’ammazza di fatica per mettere insieme pochi soldi ed è perseguitata da una delle anime nere, che in questo romanzo non mancano, perché non ha ceduto alle sue voglie di maschio prepotente e deve pagare duramente con suo figlio la sua onestà e indipendenza.

Don Venanzio l’epicureo, che nella sua bottega di sarto sopraffino, accoglie segretamente le femmine del paese per soddisfare un desiderio sessuale inesauribile, ma che non si è mai innamorato e, al pari di Archidemu, vive in un deserto interiore.

Rorò la venturata, baciata da ogni fortuna e benedizione della vita, cui tutto è sempre andato bene, e tuttavia ossessionata dal terrore del fuoco, fino all’istante in cui, scivolando con le pantofole sul balcone bagnato di pioggia, muore all’istante.

Mararosa (talvolta chiamata Malarosa) la mala, un tempo promessa al marito di Rorò, ma poi abbandonata, che consuma la sua vita nell’odio per la sua ignara rivale, lanciandole maledizioni e augurandole la morte. La sua vita è priva di luce, orribile, malvagia, una condanna al male. Eppure…

eppure la pietà celeste ha le sue traiettorie, i suoi sistemi e le sue leggi quantiche. Il lettore avido, come solo può essere un lettore di Dara, vedrà.

Ma, nonostante la struttura infinitamente complessa eppure perfetta di questo romanzo sia già di per sé cosa meravigliosa, non è ancora questa che fa di questo romanzo una pietra miliare della nostra asfittica letteratura, che quasi sempre ormai è paralizzata nella stanza soffocante di inutili e noiosi tratturi dell’Io, o in analisi obsolete di rapporti di coppia o di figli/genitori. No, non è solo la sua struttura. Sono la vastità del pensiero e della visione che vi sta dietro e la lingua che Dara ha creato.

E questo è il quarto centro: lo stile. Oltre ad aver creato una lingua letteraria assolutamente nuova, frutto di fusione fra italiano, dialetto e italiano regionale e di registri alti – di origine letteraria, scientifica, filosofica – e popolari, passando dagli uni agli altri con l’agilità e l’eleganza di un acrobata, come l’angelico acrobata del suo circo, non c’è parola, non c’è metafora, non c’è similitudine che non sia profondamente meditata e assolutamente inattesa. A volte, come gemme rare, nelle vene d’oro di questa scrittura scintillano dei neologismi, talmente perfetti e, direi, necessari, da non apparire tali.

Ci sarebbe molto, molto altro da dire, ma in effetti si dovrebbe scrivere un Breve trattato su Domenico Dara. Lasciamolo a chi, prima o poi, ci farà delle tesi si laurea.

In seguito a degli smottamenti conseguenti a un’alluvione, negli anni ’70 a Girifalco è stata trovata, insieme ad altri reperti di epoca pre-greca, la scultura in terracotta di un singolarissimo animale, detto “il Sauro di Girifalco” (qui sotto in una foto dell’archeologo Domenico Canino). Parrebbe autentico, ma il fatto è che rappresenta unoi stegosauro…. Impossibile? Una follia? No, si trova a Girifalco dove, cari Signore e Signori, i Postini e gli Angeli cambiano i destini degli uomini.

Dara è uno dei pochi scrittori, chissà forse l’unico caso, in Italia il cui enorme successo non è dovuto né a conoscenze, né ad amicizie, né a campagne di marketing, né ad appartenenze politiche. E’ dovuto solo e unicamente al suo talento robusto, alla sua originalità, all’anima che traspare da ogni parola, all’essere già un classico fin dalla sua prima opera per l’universalità dei suoi temi e per l’amore e il rispetto profondo che dimostra nei confronti della letteratura e dei lettori.
S’è mostrato al mondo così, nella nudità della sua verità.
E tutto questo dovrebbe molto far riflettere sulla capacità che hanno i lettori di riconoscere la grande letteratura quando la trovano e sul fatto che essa sia viva. Vivissima.

FRANCESCA DIANO

(C)2016 FRANCESCA DIANO. RIPRODUZIONE RISERVATA