James Harpur e il linguaggio mitico della poesia

Pubblico la bella intervista rilasciata da James Harpur a Stamatina Hasiotis, della Graduate Union of the University of Melboune in occasione del conferimento, da parte di quella Università, del Vincent Buckley Poetry Prize 2016.

F.D.

HARPUR 1

Intervista di      Stamatina Hasiotis

The Graduate Union of the University of Melbourne

25 ottobre 2016

Cominciando dall’università e successivamente: come ha iniziato? Cosa ha studiato, perché e cosa ha fatto in seguito?

 L’università è stata un momento di esplorazione e sperimentazione. Mi sono iscritto agli Studi Classici, ma ben presto sono passato a Letteratura Inglese. In quel periodo iniziai a interessarmi alle teorie e alla visione del mondo di Carl Jung, così facevo ammattire i miei tutor scrivendo saggi sull’interpretazione junghiana di Gawain e il Cavaliere Verde, di Re Lear, ecc. Fu quello il periodo in cui presi a interessarmi di poesia. Scrissi un paio di atti unici per il teatro, che furono messi in scena dal mio college, ma mi resi presto conto che scrivere per il teatro è un’impresa piena di rischi. Basta che una luce si guasti, che si sbagli l’attacco della colonna sonora, o che un primo attore si assenti, per sabotare l’intera produzione. Io volevo un mezzo che coinvolgesse solamente l’autore e il(i) suo(i) lettore(i). La poesia si confaceva al mio temperamento.  La mia prima poesia, scritta all’età relativamente avanzata di ventun anni, è stata su San Patrizio che cacciava i serpenti dall’Irlanda, e vinse un premio di cinque sterline in un concorso universitario. Con queste acquistai il song book dei Beatles e I Greci e l’irrazionale, di Eric Dodds, cose che, più o meno, riassumevano i miei interessi del momento. Finita l’università, ero  determinato ad esplorare la poesia, finché mi diedi per vinto e così me ne andai e vissi per un anno sull’isola di Creta. Cominciai a insegnare inglese in modo non sistematico e scrivevo poesie; così è iniziata la mia variegata vita poetica.

Com’è stato il suo soggiorno a Creta? Quali sono state le sue principali osservazioni e che cosa ha imparato mentre si trovava lì – sulla poesia, su sé stesso?

 Creta è stata una rivelazione. Quando arrivai, nel 1980, era un paese abbastanza sottosviluppato, con tutte le insidie e il fascino che questo implica. Insegnavo in una piccola scuola di campagna, nella parte meridionale dell’isola. Ci arrivavo su un trattore e, all’inizio, mi si affollava intorno uno sciame di bambini con la testa rasata come prevenzione contro i pidocchi, come se io fossi ET. Erano bambini straordinari, affettuosi ed entusiasti e le condizioni erano ridotte all’essenziale, ma funzionali. Le lezioni serali si interrompevano al tramonto perché alcune aule non avevano la luce elettrica.

Sembra che tutto questo abbia avuto una grande influenza su di lei.

 Penso che il tempo trascorso a Creta sia stato sicuramente un punto di svolta per me. Fu lì, fresco d’università, che strinsi un patto con me stesso, quello di dedicarmi a una vita di poesia e di spiritualità, e che tutto il resto sarebbe stato di secondaria importanza. A parte l’insegnamento, avevo abbastanza tempo libero per scrivere poesie e affinare la conoscenza della lingua inglese. Passavo molto tempo a parlare un inglese molto elementare con i miei alunni, o con i negozianti e cominciai a desiderare profondamente e ad apprezzare parole, pensieri e frasi complesse. Se volete apprezzare la vostra lingua, andate in un posto dove nessuno la parla, o solo pochi lo fanno.

Fra quelli che l’hanno influenzata ha citato Yeats e Eliot. Perché? Che cosa l’attira in loro? E le hanno insegnato qualcosa sulla poesia e sull’espressione?

 Sia Yeats che Eliot hanno esplorato tanto la poesia quanto lo spirito. Yeats in modo piuttosto stravagante, Eliot con un atteggiamento morale. Entrambi avevano a cuore la verità ultima e penso che tenessero più ad esprimere le scoperte compiute nel corso del loro pellegrinaggio verso il Graal dell’esistenza, che a scrivere per trovare delle strutture soddisfacenti di parole; il che non significa che non abbiano attribuito importanza al quotidiano o agli eventi mondani; ma si ha sempre la sensazione che entrambi fossero guidati da un impulso spirituale e la musicalità e il significato delle parole era il modo che avevano per assecondarlo. Anche Ted Hughes è un poeta che condivide un atteggiamento simile. Quel che mi hanno insegnato non è tanto l’espressione – benché sia inevitabile che un poeta assorba le sonorità dei poeti che l’hanno preceduto – ma la loro visione immaginativa del mondo, i loro scrigni di miti e spiritualità (il folklore irlandese di Yeats, le fasi da lui intuite della storia in Una visione; l’interesse di Eliot per i mistici – Giuliana di Norwich, Giovanni della Croce; l’interesse di Hughes per Jung, per lo sciamanesimo, per la Cabbala) – le loro poesie sono come la punta di un iceberg e incarnano la gran parte della spiritualità occidentale in tutte le sue varianti. E lo stesso è per William Blake.

A proposito delle sue poesie, come inizia a scriverne una? Di che tipo è il suo ‘procedimento’? In che modo è cambiato il ‘processo’ dall’ideazione all’esecuzione, dal primo dei libri che ha pubblicato fino all’ultimo?

Inizio una poesia aspettando. Penso che la poesia si differenzi dalla prosa per il suo affidarsi al bagliore del lampo, o alla Musa, come veniva definito quell’elemento incontrollabile dell’ispirazione. Non riesco ad immaginarmi dire a me stesso: ‘Giovedì prossimo mi alzo, porto a spasso il cane e poi scrivo una nuova poesia.’ Le poesie spesso arrivano in momenti inattesi e in modi inusuali.

Può farci un esempio personale?

 Una volta ho cercato riparo dalla pioggia in una chiesa a Limerick e, nel muro, ho notato una fessura, come una medievale cassetta delle lettere. Sotto c’era una scritta, che recitava: ‘Feritoia del lebbroso’, una cosa di cui non avevo mai sentito parlare. La didascalia spiegava che si trattava di fatto di un buco in cui i lebbrosi infilavano la mano per ricevere la santa comunione – erano infatti considerati troppo impuri per entrare in chiesa. Immediatamente mi sorse la bizzarra immagine del prete in chiesa che osservava queste strane mani lebbrose comparire all’improvviso, una a una, attraverso la parete, per farvi cadere in ciascuna un’ostia. Mi ispirò delle idee sulla ‘purezza’ e l’ ‘alienazione’, e seppi che vi avrei scritto una poesia. È sempre accaduto così quando si tratta del mio ‘processo’ dello scrivere – attendere e sperare, rimanere all’erta nell’attesa. Ed è anche il motivo per cui può accadere che io non scriva nulla per molto tempo.

Le sue poesie fanno riferimento a miti, umanità, religione. Come mai? Cosa pensa di questi argomenti su cui sente la necessità di scrivere poesia?

 Penso che il linguaggio della poesia sia sempre stato primariamente mitico e archetipico (ad esempio, Gilgamesh, i Salmi, Omero, Virgilio, Dante) – legato ai grandi aspetti dell’esistenza umana, al nostro rapporto con il cosmo, con Dio o non-Dio, alla ricerca del significato della vita, al chiedersi se vi sia esistenza dopo la vita, o una dimensione sovrapersonale, e alla relazione tra fenomeni inevitabili come l’amore, la morte e la condizione umana. Il che non significa che la poesia non possa fare altre cose; ma, alla sua fons et origo, fonte ed origine, credo vi sia una diretta pressione del mito. Questo è il motivo per cui io tendo verso quel tipo di poesia (tanto nello scriverla quanto nel leggerla). Fra i miei antenati vi sono degli uomini di chiesa, ministri della Chiesa d’Irlanda e forse questo è filtrato attraverso i geni!

Un interesse di famiglia?

 Mia madre si interessava di spiritualismo, e forse anche questo ha contato qualcosa. Ma per me è importante ciò che penso della natura dell’esistenza – la mia visione continua a cambiare – e tendo ad esprimerlo attraverso storie legate ai miti o personaggi, in genere storici, che danno voce alle mie ansie.

Può fare un esempio?

 Ho scritto un poemetto su San Simeone Stilita, che ha trascorso trent’anni in cima a un’alta colonna in mezzo al deserto siriano. Il suo desiderio era quello di fuggire dalla terra – in senso letterale e metaforico – di raggiungere una sorta di purezza che l’avrebbe condotto al fianco di Dio. Paradossalmente, la sua impresa eremitica attrasse migliaia di seguaci, che s’accampavano attorno alla colonna, come una sorta di festival di Woodstock. È il tipo di personaggio che mi interessa; qualcuno di appassionato, perseverante, che ama esplorare e, probabilmente, fuorviato; e Simeone, dal suo punto di vista, può essere stato un fallimento, ma probabilmente non per le folle che gli urlavano preghiere perché le trasmettesse a Dio, o che gli chiedevano una benedizione.

Quali sono, secondo lei, le caratteristiche del suo stile?

 Questa è una domanda insidiosa. È difficile separare lo stile dal contenuto. Suppongo che, superficialmente, potrei rientrare in uno stile formalmente tradizionale – metrica, rime imperfette, ecc. – ma scrivo una sufficiente quantità di versi liberi da pareggiare i conti. La regola generale, che insegno agli studenti di scrittura creativa, è che il lettore va convinto che una poesia sia stata scritta guidata da un’intelligenza forte e deliberata, che segua la metrica o usi il verso libero. Sono le sole cose che contino: la tensione emotiva e immaginativa e l’integrità di una poesia.

Qual è stata la poesia più difficile da portare a compimento?

 Questa risposta è facile! È il testo su cui sto ancora lavorando e che mi tiene impegnato da diciassette anni. È un lungo poemetto meditativo in quattro parti, che trae ispirazione dal Libro di Kells e coinvolge la mia concezione spirituale ed estetica della vita e, poiché questa continua a cambiare, il poemetto continua a non essere finito.

Mi dica qualcosa del suo ultimo libro, In Loco Parentis, per cui ha vinto il Vincent Buckley Poetry Prize 2016. Quali motivazioni e intenzioni sono alla base di questi testi?

 In Loco Parentis è stato una grande sorpresa. Due estati fa ripensai agli anni trascorsi in collegio, a quanto siano stati intensi e a quanto quel mondo fosse completo e autonomo; a come il tredicenne protetto e timido si sia trasformato in un diciottenne pronto ad affrontare il mondo esterno, compiendo un viaggio simile a un’odissea emotiva e psicologica.

Lei è anche un mèntore. Cosa insegna ai suoi allievi? Che consiglio pertinente dà a tutti loro, al di là di quelli che sono i loro obiettivi sicuramente diversi come poeti?

In realtà io non ‘insegno’ affatto. Ascolto e cerco di capire le motivazioni di ciascuno e cosa renda il loro mondo unico per ognuno di loro. Questo è il punto di inizio per le poesie che scrivono. Molti poeti se ne stanno seduti su di un cumulo di drammi personali che hanno sotterrato, ma sono allettati dalle sirene dell’alterità che, pur se più esotica, non è il loro mondo. È un problema che si può porre con modelli potenti: se ci si sente trascinati, ad esempio, dalla poesia di Seamus Heaney, ci si potrebbe trovare a scrivere di ricordi d’infanzia nello stile di Heaney, mentre il proprio background, le proprie esperienze e capacità linguistiche potrebbero essere più adatte a qualcosa di più concettuale o filosofico. Questa è una trappola in cui è facile cadere e molti poeti, al loro esordio, rivelano l’influenza di maestri del passato.

Cercano una ‘voce’.

L’idea di dover trovare la propria ‘voce’ è una cosa banale e la parola ‘voce’ non mi interessa, e penso anche che i poeti vi girino troppo intorno; preferisco parlare del naturale emergere di una personalità poetica, della convinzione che la tua prospettiva unica e la tua personale visione del mondo abbiano valore, anche se non abbagliano quanto quella di Dante o di Eliot. Quando la polizia poetica va a controllare le impronte digitali, vuole trovare le tue, non quelle di Heaney.

Che consiglio darebbe allora ad altri scrittori o poeti?

 Consiglio agli scrittori di scoprire cosa abbia per loro più di tutto valore nella vita, di fare in modo che sia in armonia con le loro capacità linguistiche e non con il tipo di scrittura di cui vorrebbero essere capaci. Può darsi che A. A. Milne volesse scrivere come Wordsworth ma, in realtà, ha scritto uno dei libri più influenti che siano mai stati scritti.[1] Il problema che hanno molti scrittori è quello di saper individuare i propri punti di forza e i propri limiti e su questi concentrarsi, ma anche di capire che cosa li tocca più profondamente. A volte quest’ultimo punto potrebbe apparire troppo banale, e così si smarriscono in dimensioni che non li toccano veramente.

Completi la frase: se non ci fosse la poesia…

 Vorrei rispondere a questa domanda ispirandomi ai Kōan Zen: “Se non ci fosse la poesia, non ci sarebbe poesia.”

Traduzione di Francesca Diano

 

 

L’originale si trova qui.

https://www.graduatehouse.com.au/poet-profiles-james-harpur-and-the-mythical-language-of-poetry/

Ringrazio Stamatina Hasiotis e Kerry Bennett per avermi concesso di pubblicare l’intervista a James Harpur.

©Stamatina Hasiotis 2016. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

[1] Alan Alexander Milne (1882 – 1956) è l’autore dei libri sull’orsacchiotto Winnie-the-Pooh, che hanno deliziato milioni di bambini in tutto il mondo e sono ancora oggi dei best sellers. (N. d. T.)

Francesca Diano – QUADERNO DI TRADUZIONI

 

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Francesco Marotta, grande poeta e uomo di rara generosità, mi ha chiesto di approntare una piccola antologia di mie traduzioni poetiche – cosa di cui gli sono immensamente grata – da pubblicare sulla sua bellissima rivista “La dimora del tempo sospeso”, che si può leggere qui  https://rebstein.wordpress.com/2017/03/02/quaderni-di-traduzioni-xxxi/ nella sezione Quaderni di Traduzione. In questa occasione ho scritto una piccola nota sul mio rapporto con la traduzione, che qui riporto. Ringrazio ancora Francesco Marotta e Mario Santiago per la loro gentilezza e per l’ospitalità – che mi onora – su una rivista letteraria di grande raffinatezza e ormai nota per essere fra le più serie e accreditate.

 

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Tradurre è per me, come per il quesito posto dal kōan zen, cercar di trovare il suono di una sola mano. Un paradosso, forse un’impossibilità, se due sono i poli che fra loro agiscono – il testo e il suo specchiarsi in un’altra lingua – le due mani che, unendosi, generano una terza entità, prima sconosciuta, cui non si può accedere aggrappandosi a sforzate teorie sulla traduzione, ma solo con l’umile pratica, quando infine la risposta a un problema difficile si affaccia – spesso non cercata – alla mente. Quella terza entità è il suono del silenzio che si crea in quel rispecchiamento.

Eppure è qualcosa che mi viene da sempre naturale. Forse perché ho imparato osservando un Maestro, e ho respirato l’arte del tradurre fin da bambina. Sentirlo “cantare” a voce alta i suoi versi italiani dei tragici greci, passeggiando, guidando, aggiustando qualcosa, per ascoltarne il risonare, non è esperienza che dimentico. Come non dimentico la mole immensa di scavo filologico e il bagaglio di sapienza che vi stavano dietro.

Il suono di una sola mano è un silenzio colmo; così è il silenzio del testo originale che colma di sé la sua traduzione. Mai così vero è in un testo poetico.

Tradurre poesia è impresa quasi disperata. Quasi. Se la poesia è la ricerca, che mai può giungere a meta, dell’una parola che tutto contenga, manifesti ed esaurisca, insomma, dell’inesprimibile; se il suo orizzonte  è sempre al di là di un altro orizzonte, legata indissolubilmente al ‘sentimento’, oltre che alla struttura, della lingua in cui è generata e prende forma, e all’intrecciarsi inestricabile di esperienze conoscenza vissuto inconscio visioni fantasmi suoni interni del poeta, come sarà mai possibile trovare forma altrettanto fedele, o anche solo evocatrice di quello straniero, in ogni senso, dire? Travasare un inesprimibile in un altro inesprimibile?

Eppure ci si avventura a farlo. Per amore, per passione, per fiducioso e sconsiderato entusiasmo. Ma soprattutto, almeno per me, per condividere la felicità di qualcosa che mi ha resa più me stessa, che ha aperto mente, cuore e spazi prima ignoti.

Tradurre non può che essere un atto d’amore. Con una chiosa necessaria: tradurre, per me, è conoscere. Del resto, anche l’amore lo è. Non è l’amore il più grande traduttore dell’altro? E, non meno, di noi stessi?

Un’artigiana della traduzione, quale io sono, ha imparato che è questo il mezzo più diretto ed efficace di penetrare all’interno dei meccanismi della creazione, osservarli, percepirli nel loro divenire. Sotto la superficie dell’opera compiuta, com’essa appare all’esterno, è un robusto tessuto segreto, che la costituisce e la sostiene. È il regno a cui si ha accesso traducendo. Questo sguardo furtivo, arricchito di conoscenza, privilegio d’ogni traduttore, va fatto scivolare fino a raggiungere la propria interità, perché la permei e la metta al servizio dell’autore che ci si è scelti. Si deve essere generosi di sé.

Parlo di scelta, perché è bene, soprattutto nel tradurre dei testi poetici, accostarsi a poeti che si amano, che si conoscono, che si sono seguiti nel tempo, o per i quali ci ha preso improvviso innamoramento. Così forse si potrà sperare di avvicinarsi, almeno un poco, alla loro voce e dar loro un suono nella nostra lingua, che non strida, non entri in conflitto o, peggio ancora, non li tradisca del tutto.

Si deve lasciare rispettosamente uno spazio tra l’originale e l’opera che un traduttore di poesia compie. Uno spazio veritiero. L’autentica traduzione è quello spazio stesso; il suono di una sola mano.

E tuttavia, è indispensabile un robusto lavoro filologico, ermeneutico, senza il quale ogni traduzione di un grande testo sarà fallimento. Compiuto questo lavoro però, bisogna poi dimenticarlo e lasciare che il testo ti ingoi e ti modifichi. Come se, nel momento in cui ci si avvicina ad esso, si vivesse una metamorfosi e si dimenticasse di essere ciò che si è, per lasciarsi catturare, per diventare il testo stesso. Eppure, anche questo può accadere solo in parte, perché il testo e il suo autore incontrano l’universo del traduttore, che non può che far da filtro, da setaccio, oltre che da crogiuolo. Ed ecco perché due traduzioni di uno stesso testo – intendo ovviamente due buone e dignitose traduzioni – non potranno mai essere uguali. Un po’ come, nel generare un figlio, due patrimoni genetici si uniscono creando combinazioni sempre diverse.

La mia attività di traduttrice letteraria, iniziata in modo più sistematico dal 1981, è legata soprattutto alla narrativa e alla saggistica. Le traduzioni di testi poetici sono la mia vacanza, che però affianca da sempre l’altra attività. Dunque, posso dire di essere costantemente in vacanza.

Così, fra i poeti che mi sono scelta, e che presento in questa piccola antologia, questi sono fra i miei più amati in lingua inglese. Di alcuni propongo più testi, di altri solo qualche esempio. Ma certamente non sono i soli. Impossibile escludere Keats e Shelley, Donne e Hopkins.

Confesso uno specialissimo amore per James Harpur, l’autore su cui, insieme al folklorista Thomas Crofton Croker, ho lavorato di più e più a lungo nel tempo – oltre un decennio per Harpur, molti decenni per Croker –  e non casualmente. Ritengo Harpur uno dei maggiori poeti viventi, non solo in lingua inglese, sicuramente il maggiore poeta irlandese. Ho, nei suoi confronti, molti debiti di riconoscenza, per motivi diretti e indiretti.

Questo è dunque il suono di una sola mano, di ciascuna delle loro mani, che io odo dentro.

Francesca Diano

 

(C)Francesca Diano 2017 RIPRODUZIONE RISERVATA

John Donne – Il buon giorno.

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John Donne, National Portrait Gallery

 

IL BUON GIORNO

(traduzione di Francesca Diano)

 

 

Mi chiedo in fede mia, cosa tu ed io

Prima d’amar facessimo. Non ancora svezzati?

Succhiavamo piaceri da villani, come infanti?

O nella grotta dei sette dormienti russavamo?

Sì; tranne questo, ogni piacere è immaginazione.

Se mai vidi bellezza,

Desiderata e avuta, solamente fu sogno di te.

 

 

Ora buon giorno alle anime nostre che si destano,

Che non si guardano l’un l’altra per paura;

Ché amore tiene a freno amore d’altra vista

E fa d’ogni stanzetta l’universo.

Che siano navigatori a scoprir nuovi mondi,

Che ad altri mappe mondi su mondi mostrino,

Possediamo noi un mondo; ognuno uno ed è uno.

 

 

Nei tuoi occhi il mio volto, nei miei il tuo appare,

E cuori schietti e puri sopra i volti,

Dove mai troveremo due migliori emisferi

Senza tagliente Nord, senza tramonto d’Ovest?

Quel che muore non era equamente mischiato;

Se i nostri due amori un solo sono, o, tu ed io

Sì similmente amiamo, che non scemino, non potranno morire.

 

*****

 

 

THE GOOD-MORROW

 

I wonder by my troth, what thou, and I

Did, till we lov’d? Were we not wean’d till then?

But suck’d on countrey pleasures, childishly?

Or snorted we in the seaven sleepers den?

T’was so; But this, all pleasures fancies bee.

If ever any beauty I did see,

Which I desir’d, and got, ‘twas but a dreame of thee.

 

 

And now good morrow to our waking soules,

Which watch not one another out of feare;

For love, all love of other sights controules,

And makes one little roome, an every where.

Let sea-discoverers to new worlds have gone,

Let Maps to other, worlds on worlds have showne,

Let us possesse one world; each hath one, and is one.

 

 

My face in thine eye, thine in mine appeares,

And true plaine hearts doe in the faces rest,

Where can we finde two better hemispheares

Without sharpe North, without declining West?

What ever dyes, was not mixed equally;

If our two loves be one, or, thou and I

Love so alike, that none doe slacken, none can die.

 

 

(C) 2017 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Adriana Gloria Marigo. Senza il mio nome.

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Quando la luce sfila

A Ezio B.

 

Quando la luce sfila

da sillaba a sillaba

il morbo della lontananza

dall’illogica ustione

urge il passato prossimo

sotto la vestizione più anteriore

preme lo specifico cedimento

 

non t’appagano le tre parole

rivoltate in splendore

nel loro incarnato effimero

 

scegli una matrice di stella

al giro del vento.

 

 

Quando leggo dei versi che mi piacciono, che sono conforto di visione interna e hanno l’accortezza di operare metamorfosi di parole in pensiero e orizzonte, non mi chiedo mai quali ‘influssi’, rimandi o contaminazioni di altri poeti abbiano subìto. Sarebbe uno sminuire quel che leggo, perché ogni poeta che sappia di poesia è sempre e comunque nuovo e unico. Semplicemente mi ci arrendo, me ne lascio avvolgere. Così, quando ho avuto la gioia di ricevere in dono da Adriana Gloria Marigo, nel corso di un bellissimo pomeriggio vicentino, il suo Senza il mio nome, (2015, Campanotto Editore) ho letto e lasciato decantare, e poi riletto ancora, e ancora lasciato decantare questa raccolta di epigrafi alla bellezza e all’intensità del sentire, senza voler cercare altro che la loro bellezza e la loro forza.

Testi brevi, robusti, che originano spesso dall’inconscio e da una percezione archetipica della realtà. C’è una visionarietà arcaica, non mediata e molto, molto libera da mode o stereotipi.

 

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Sono versi che sembrano risuonare fra le rovine dei templi di Olimpia, o di Selinunte. Parole che, nel leggerle, non in italiano suonano più, ma in una lingua antica, antichissima e quasi dimenticata. Sorprende come questa fonte abbia iniziato a sgorgare solo in anni più recenti, quasi fosse stata liberata improvvisamente da un suo luogo prima congelato. Come una folgorazione che abbia attivato energie prima silenti, eppure da sempre presenti. Perché questa poetessa è nata già matura, sapiente. Il testo che segue lo conferma:

 

Innalzate dal puro oscuro

sul precipizio della luce

Cassandre salmodiavano

la folgorazione dell’azzurro

la chiara incidenza del nome

 

l’estroso vivo compimento.

 

 

“La beltà scandalosa” del verso, che seduce la parola, l’attrae, la crea. E’ un rovesciare la convenzione della parola che crea il verso. Il vuoto della sostanza, l’eccesso di forma, lasciano alla parola una sola scelta, quella di inabissarsi nella musicalità dei legami interni del suono e poi spiegare le ali vittoriosa.

 

Fu per l’esiguità di sostanza

la ridondanza di forma

che la parola s’appassionò

alla beltà scandalosa

di un emistichio

 

dispiegate le ali

come a Samotracia la Nike.

 

*

IL GRIDO DELLA LUCE STAMANI

 

Il grido  della luce stamani

folgora la distanza

il gioco costellato d’Erebo

nell’inciso spazio degli sterpi.

 

Più in alto il respiro di neve

inarca il giorno

agl’innumeri enti all’attesa.

 

(C)2017 by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Quaderni di RebStein (LX)

Ringrazio Francesco Marotta e Mario Santiago per questo splendido Quaderno di RebStein su La Dimora del Tempo Sospeso

La dimora del tempo sospeso

Quaderni di RebStein
LX. Gennaio 2017

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Francesca Diano

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Fisiologia delle comete (1982-2017)
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Donne di Calabria – Francesca Diano

Donne calabresi vestite di nero e con corona di spine.

Foto di Marialba Russo. 1981

 

 

DONNE DI CALABRIA

 

Andavano come madri oscure

ed era terra la mano che benediva

l’olio nell’acqua

scacciava dèmoni

ungeva la fronte

nel rito della morte.

Fronte lamina orfica

lamentazioni funebri

intramate in foglie d’arancio

– scrigni di fichi cotti nel mosto –

e corone di capelli intrecciati

lombi di assenza crudi di carezze.

Madri mie madri amare.

 

 

(C)2017 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Jiddu Krishnamurti – da From darkness to light. Traduzione di Francesca Diano

 

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Nella mia limitatissima conoscenza, unita a un’amplissima ignoranza dell’enorme tradizione del pensiero indiano, propongo, con profonda umiltà, alcuni testi poetici di uno dei maggiori pensatori e filosofi moderni – anzi, di tutti i tempi – Jiddu Krishnamurti, pensatore che sfugge ad ogni definizione per l’unicità e l’originalità della sua visione, per la portata rivoluzionaria e spirituale.

La conoscenza della sua opera, così come la sua figura, pur notissime a chi si interessa di pensiero indiano contemporaneo o anche di psicologia del profondo, non è ancora sufficientemente diffusa quanto meriterebbe. Allo stesso tempo, è bene dire che il pensiero di Kishnamurti non ha nulla a che vedere con il mondo un po’ fumoso di certi seguaci modaioli di santoni e filosofie orientali, di discipline olistiche, di Yoga da salotto, quando non addirittura di tardivi epigoni di una New Age che ormai nuova non è più, né ha dato i frutti un tempo sperati. Anzi, è esattamente l’opposto.
Krishnamurti è un rivoluzionario, che ha scardinato, attraverso quelli che lui stesso si rifiutava di definire insegnamenti, le basi di strutture sociali, religioni, tradizioni, istituzioni, credenze, conoscenze acquisite. Per scelta ha decisamente rifiutato di fondare scuole di pensiero, sistemi filosofici, di avere discepoli e seguaci, ha ricusato ogni forma di fede. Ha dichiarato di non appartenere ad alcuna cultura, tradizione, nazionalità, religione o credo. Ha dedicato buona parte della sua lunga vita a girare il mondo, per osservarlo, conoscerlo, incontrare persone d’ogni tipo; dai grandi pensatori, scienziati, filosofi, alla gente comune. Soprattutto per parlare ai giovani, suggerendo loro di ricercare la libertà, di liberarsi dalla paura. Una paura che nasce dalle sovrastrutture che soffocano l’uomo, dalle immagini mentali del sé e della realtà, costruite dalla famiglia, dalla scuola, dalla religione, dalle istituzioni, dalle credenze e dai retaggi. Paure che ingabbiano e obnubilano la visione della verità. E dunque annientano la libertà.
Al centro dell’interesse di Krishnamurti sono il concetto di verità e il rapporto fra l’osservante e l’osservato. Queste sono le parole d’inizio e parti del famoso discorso del 1929, con cui abbandonò il percorso che era stato scelto da altri per lui:
Io sostengo che la Verità è una terra senza sentieri, e che non potete accedere a essa attraverso nessun sentiero, nessuna religione, nessuna setta. […] Nel momento in cui avrete compreso questo, vedrete come non è possibile organizzare una fede. La fede è una cosa strettamente individuale, e non potete e non dovete organizzarla. Se lo fate essa muore, si cristallizza, diventa un credo, una setta, una religione da imporre agli altri. […] La Verità non può essere portata al nostro livello, siamo piuttosto noi che dobbiamo fare lo sforzo di salire al suo. Non potete portare la cima della montagna nella valle […] Questa è perciò la prima ragione per cui, secondo il mio punto di vista, l’Ordine della Stella dev’essere sciolto. È probabile che voi, a dispetto di questo, in futuro formiate altri ordini, continuate ad appartenere ad altri ordini in cerca della Verità. Io non voglio appartenere a nessuna organizzazione di genere spirituale; per favore, cercate di comprenderlo. […] Nessuna organizzazione può condurre il genere umano alla spiritualità.
Se un’organizzazione è creata per questo scopo, diventa una stampella, un fattore d’invalidità, una catena, e necessariamente azzoppa l’individuo e gli impedisce di crescere, di dare forma alla sua unicità, che risiede nella scoperta personale dell’assoluta e incondizionata Verità. E questa è un’altra ragione per cui, poiché capita che ne sia il capo, ho deciso di sciogliere l’Ordine.
Questo non è un atto di mania di grandezza, perché io non voglio seguaci e dico sul serio. Nel momento stesso in cui seguite qualcuno, cessate di seguire la Verità. Non mi interessa se prestate attenzione a ciò che dico o no. C’è una certa cosa che voglio fare nel mondo e la farò senza distogliermi dal mio obiettivo. Uno solo è il mio interesse fondamentale: liberare l’uomo. Voglio liberare l’uomo da tutte le gabbie e da tutte le paure, non fondare religioni e nuove sette, né introdurre nuove teorie e filosofie.
Voi volete avere i vostri dèi, nuovi dèi al posto dei vecchi, nuove religioni al posto delle vecchie, nuove forme in sostituzione delle vecchie, tutte ugualmente prive di valore, tutte barriere, tutte limitazioni, tutte stampelle. Nuove distinzioni spirituali al posto delle vecchie, nuovi culti al posto dei vecchi. Dipendete da un altro per la vostra spiritualità, fate dipendere la vostra felicità da qualcun altro, la vostra illuminazione da qualcun altro; e benché vi siate preparati per me per diciotto anni, quando vi dico che tutto ciò è inutile, quando dico che dovete sbarazzarvene e cercare dentro di voi l’illuminazione, il fulgore, la purezza e l’incorruttibilità del sé, nessuno di voi è disposto a farlo. […]
Non avete bisogno di un’organizzazione basata su un credo spirituale. […] La Verità è in tutti, non è lontana né vicina, è eternamente.
Le organizzazioni non possono farvi liberi. Nessun altro può renderci liberi. […] Voi avete l’idea che solo determinate persone abbiano la chiave del Regno della Felicità. Nessuno la detiene. Nessuno ha l’autorità per farlo.
Coloro che vogliono realmente conoscere, coloro che cercano davvero ciò che è eterno, privo di inizio e privo di fine, cammineranno insieme con grande intensità e costituiranno un pericolo per tutto ciò che è inessenziale, per le irrealtà, per le ombre. Essi si uniranno e diverranno una fiamma, perché comprendono. Voglio creare un’unione così, questo è il mio scopo. Dalla vera comprensione nascerà vera amicizia. Dalla vera amicizia, che voi non sembrate conoscere, nascerà vera cooperazione reciproca. E ciò non a motivo di un’autorità, non in virtù di una salvezza o perché ci si è immolati per una causa, ma perché comprendendo davvero viviamo nell’eterno. Questo supera il maggiore piacere e il più grande sacrificio. […]Voi potete creare altre organizzazioni e aspettare qualcun altro. Questo non è affar mio, come non è affar mio creare nuove gabbie e nuove decorazioni per quelle gabbie. La mia unica preoccupazione è di rendere gli uomini assolutamente, incondizionatamente liberi.

Parlare di pensiero, per Krishnamurti, è già in realtà una contraddizione, poiché, nella sua visione, è proprio il pensiero l’ostacolo a liberarsi dalle immagini da esso stesso proiettate. Dunque, soltanto osservando dall’esterno i meccanismi della mente e dell’io è possibile liberarsi dall’illusoria prigione di immagini mentali e credenze. Occorre annullare la separazione fra colui che osserva e ciò che è osservato, tra noi e la vera natura delle cose. Tra ciò che è e ciò che pensiamo o vorremmo che fosse. Tra il tempo presente e una proiezione nel futuro o nel passato. Tutto è, in un eterno presente.
È quanto emerge da Sono tutto, che singolarmente ricorda un antico testo poetico attribuito al druido Amergin, dal contenuto molto simile.

Krishnamurti non insegna concetti, idee, ma invita continuamente a vedere. Qui e ora, nell’immediato. Qui, nell’eterno presente, è la libertà. Qui l’amore. Come ne Il canto dell’Amato, un testo mistico nel verso senso del termine, dove il Sacro è nella visione dell’eterno presente.
Votarsi alla libertà e a scoprire cos’è l’amore, sono le sole due cose che contano: la libertà e la cosa chiamata amore.”
I testi qui presentati sono tratti da From Darkness to Light, una raccolta di testi poetici e parabole della sua giovinezza.

Jiddu Krishnamurti nacque nel 1895 a Madanapalle, presso Madras, nell’attuale stato dell’Uttar Pradesh e a tredici anni fu notato da un membro della Società Teosofica fondata da Helena Blavatsky, che aveva la sua sede internazionale a Madras. Annie Besant, all’epoca presidente della Società, lo volle adottare, insieme all’amatissimo fratello, con l’intenzione di farne il Maestro del Mondo, il salvatore di cui i teosofi attendevano l’avvento e fece poi loro dare una istruzione di tipo occidentale. Allo scopo di promuovere l’avvento del Maestro del Mondo, la Società fondò l’Ordine della Stella d’Oriente, di cui Krishnamurti venne eletto presidente e che arrivò a contare migliaia di seguaci in tutto il mondo.
Ma nel 1929, dopo la morte del fratello, egli sciolse l’organizzazione, restituì tutto quanto gli era stato dato e rifiutò ogni cosa e ogni ruolo. Da quel momento e fino alla morte, alla soglia dei novant’anni, viaggiò in tutto il mondo, incontrando persone di ogni tipo e cultura, ascoltando e parlando e dedicandosi instancabilmente all’educazione dei giovani, che considerava una questione fondamentale dell’uomo.

Francesca Diano

 

 

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Oh, vieni a sederti accanto a me

Oh, vieni a sederti accanto a me, presso il mare, libero e aperto.
Ti parlerò della calma interiore
E così del profondo silenzio;
Di quella interiore libertà
Come del cielo;
Di quella felicità interiore
Come dell’acqua danzante.

E come la luna traccia ora un sentiero silente sul mare oscuro,
Così accanto a me si stende la chiara via della pura comprensione.
Il dolore che geme si cela sotto un sorriso beffardo.
Il cuore è gravato dal peso dell’amore corruttibile.
L’inganno della mente snatura il pensiero.

Oh, vieni a sederti accanto a me
Libero e aperto.
Come il flusso costante della luce limpida del sole,
Così a te giungerà la tua comprensione.
La paura opprimente dell’attendere ansioso
Ti lascerà come l’acqua recede di fronte all’impeto dei venti.

Oh, vieni a sederti accanto a me.
Conoscerai la comprensione del vero amore.
Come la mente scaccia le nubi cieche,
Così il chiaro pensiero scaccerà il tuo bruto pregiudizio.

La luna s’è innamorata del sole
E le stelle colmano il cielo del loro riso.

O, vieni a sederti accanto a me
Libero e aperto.

 

Ah, Come Sit Beside Me

Ah, come sit beside me by the sea, open and free.
I will tell thee of that inward calmness
As of the still deep;
Of that inward freedom
As of the skies;
Of that inward happiness
As of the dancing waters.

And as now the moon makes a silent path on the dark sea,
So beside me lies the clear path of pure understanding.
The groaning sorrow is hid under a mocking smile,
The heart is heavy with the burden of corruptible love,
The deceptions of the mind pervert thought.

Ah, come sit beside me
Open and free.
As the even flow of clear sunlight,
So shall thine understanding come to thee.
The burdensome fear of anxious waiting
Shall go from thee as the waters recede before the rushing winds.

Ah, come sit beside me,
Thou shalt know of the understanding of true love.
As the mind drives the blind clouds,
So shall thy brutish prejudice be driven by clear thought.

The moon is in love with the sun
And the stars fill the skies with their laughter.

Oh, come sit beside me
Open and free.

 

Sono tutto

Sono l’azzurro firmamento e la nube nera,
Sono la cascata ed il suo suono,
Sono l’idolo inciso nella pietra e il sasso sulla strada,
Sono la rosa e i suoi petali che cadono,
Sono il fiore di campo e il sacro loto,
Sono l’acqua lustrale e lo stagno immobile,
Sono l’albero che fra i monti torreggia,
E foglia d’erba sul sentiero tranquillo.
Sono la tenera foglia appena nata e il fogliame sempreverde.

Sono il barbaro e il saggio,
Sono l’empio ed il pio,
Sono il non divino e il divino,
Sono la prostituta e la vergine,
Sono il liberato e l’uomo immerso nel tempo,
Sono l’indistruttibile e il distruttibile,
Sono la rinuncia e l’orgoglioso possessore,
Io sono tutto
Pochi mi conoscono.

Non sono né Questo né Quello,
Non sono distaccato né attaccato,
Non sono né il cielo né l’inferno – pochi mi conoscono –
Non sono né filosofie né credenze,
Non sono né il Maestro né il discepolo.
O amico,
Ogni cosa contengo.

Limpido come sorgente di montagna io sono
Semplice come la nuova foglia a primavera.

Felici sono coloro
Che mi incontrano.

 

I Am All

I am the blue firmament and the black cloud,
I am the waterfall and the sound thereof,
I am the graven image and the stone by the wayside,
I am the rose and the falling petals thereof,
I am the flower of the field and the sacred lotus,
I am the sanctified waters and the still pool,
I am the tree that towereth among the mountains
And the blade of grass in the peaceful lane,
I am the tender spring leaf and the evergreen foliage.

I am the barbarian and the sage,
I am the impious and the pious,
I am the ungodly and the godly,
I am the harlot and the virgin,
I am the liberated and the man of time,
I am the indestructible and the destructible,
I am the renunciation and the proud possessor.
I am all
Few know me.

I am neither This nor That,
I am neither detached nor attached,
I am neither heaven nor hell — few know me —
I am neither philosophies nor creeds,
I am neither the Guru nor the disciple.
O friend,
I contain all.

I am clear as the mountain stream,
Simple as the new spring leaf.

Happy are they
That meet with me.

 

Ho percorso un sentiero nella giungla

Ho percorso un sentiero nella giungla
Che aveva tracciato un elefante,
E intorno a me un intrico selvaggio.
Voce della desolazione colma la pianura lontana.
E la città è piena del rumore di campane di un alto tempio.
Oltre la giungla gli alti monti,
Calmi e limpidi.
Nella paura della Vita
Si crea la tentazione del dolore.

Abbatti la giungla – non un semplice albero,
Poiché la Verità si raggiunge
Eliminando tutto ciò che hai seminato.
Ed ora cammino con l’elefante.

 

I walked on a path through the jungle

I walked on a path through the jungle
Which an elephant had made,
And about me lay a tangle of wilderness.
The voice of desolation fills the distant plain.
And the city is noisy with the bells of a tall temple.
Beyond the jungle are the great mountains,
Calm and clear.

In the fear of Life
The temptation of sorrow is created.

Cut down the jungle — not one mere tree,
For Truth is attained
By putting aside all that you have sown.
And now I walk with the elephant.

 

Il canto dell’Amato

Oh! Ascolta,
Ti canterò il canto del mio Amato.

Dove i morbidi pendii verdi dei monti silenziosi
Incontrano l’acqua azzurra e lucente del mare sonante,
Dove il torrente gorgogliante grida in estasi,
Dove gli stagni immobili riflettono la calma del cielo,
Lì ti incontrerai con il mio Amato.

Nella vallata, dove la nube grava in solitudine
Cercando per riposarsi la montagna,
Nel fumo quieto che sale verso il cielo,
Nel villaggio verso il sole che tramonta,
Nei serti sottili delle nubi che svaniscono in fretta,
Lì tu ti incontrerai con il mio Amato.

Fra le cime danzanti degli alti cipressi,
Fra gli alberi nodosi antichi per l’età,
Fra i cespugli impauriti abbarbicati alla terra,
Fra gli alti rampicanti che pendono pigri,
Lì tu ti incontrerai con il mio Amato.

Nei campi arati, dove uccelli chiassosi trovano nutrimento,
Sul sentiero ombroso che si snoda lungo il fiume colmo e immobile,
Presso le rive lambite dall’acqua,
Fra gli alti pioppi che senza posa giocano col vento,
Nell’albero che il fulmine ha ucciso la scorsa estate,
Lì tu ti incontrerai con il mio Amato.

Nel silenzio dei cieli azzurri
Dove terra e cielo si incontrano
Nell’aria soffocante,
Nel mattino carico d’incenso,
Tra le ombre intense del meriggio,
Tra le ombre lunghe della sera,
Tra le nubi gaie e radiose del sole che tramonta,
Lungo il sentiero sull’acqua al termine del giorno.
Lì tu ti incontrerai con il mio Amato.

Nell’ombra delle stelle,
Nella calma profonda delle notti oscure,
Nel riflesso della luna su acque immote,
Nel grande silenzio che precede l’alba,
Fra i sussurrii degli alberi al risveglio,
Nel grido mattiniero dell’uccello,
Fra il risveglio delle ombre,
Fra le cime illuminate di montagne lontane,
Nel volto assonnato del mondo,
Lì tu ti incontrerai con il mio Amato.

Tacete o acque danzanti,
E ascoltate la voce del mio Amato.

Nelle risa felici dei bambini
Lo puoi sentire.
La musica del flauto
È la Sua voce.
Il grido sbigottito di un Uccello solitario
Muove il tuo cuore al pianto.
Poiché hai sentito la Sua voce.
Il ruggito del mare millenario
Risveglia le memorie
Che ninnandole ha fatto addormentare
La Sua voce.
La brezza dolce che muove
Pigramente le cime degli alberi
Ti porta il suono
Della Sua voce.

Il tuono fra i monti
Ti colma l’anima
Della potenza della Sua voce.
Nel ruggito della città vasta,
Attraverso le voci della notte,
Il pianto di dolore,
Il grido di gioia,
Attraverso la bruttezza dell’ira,
Giunge la voce del mio Amato.

Nelle lontane isole azzurrine,
Sulla tenera goccia di rugiada,
Sull’onda che s’infrange,
Sul lucore dell’acqua,
Sopra l’ala di un uccello in volo,
Sulla tenera foglia a primavera,
Potrai vedere il volto del mio Amato.

Nel tempio sacro,
Nelle sale da ballo,
Sul volto santo del sannyasi,
Nel vacillare dell’ubriaco,
Con la prostituta e con la casta,
Lì tu ti incontrerai con il mio Amato

Nei campi in fiore,
Nelle città sporche e squallide,
Con il puro e l’impuro,
Nei fiori che celano il divino,
Lì si trova il mio bene-Amato.
Oh! Il mare
È penetrato nel mio cuore,
In un giorno,
Sto vivendo cento estati.
O amico,
In te contemplo il mio viso,
Il viso del mio bene-Amato.

È questo il canto del mio amore.

 

Song of the Beloved

Oh! Listen,
I will sing to thee the song of my Beloved.

Where the soft green slopes of the still mountains
Meet the blue shimmering waters of the noisy sea,
Where the bubbling brook shouts in ecstasy,
Where the still pools reflect the calm heavens,
There thou wilt meet with my Beloved.

In the vale where the cloud hangs in loneliness
Searching the mountain for rest,
In the still smoke climbing heavenwards,
In the hamlet toward the setting sun,
In the thin wreaths of the fast disappearing clouds,
There thou wilt meet with my Beloved.

Among the dancing tops of the tall cypress,
Among the gnarled trees of great age,
Among the frightened bushes that cling to the earth,
Among the long creepers that hang lazily,
There thou wilt meet with my Beloved.

In the ploughed fields where noisy birds are feeding,
On the shaded path that winds along the full, motionless river,
Beside the banks where the waters lap,
Amidst the tall poplars that play ceaselessly with the winds,
In the dead tree of last summer’s lightning,
There thou wilt meet with my Beloved.

In the still blue skies,
Where heaven and earth meet
In the breathless air,
In the morn burdened with incense,
Among the rich shadows of a noon-day,
Among the long shadows of an evening,
Amidst the gay and radiant clouds of the setting sun,
On the path on the waters at the close of the day,
There thou wilt meet with my Beloved.

In the shadows of the stars,
In the deep tranquility of dark nights,
In the reflection of the moon on still waters,
In the great silence before the dawn,
Among the whispering of waking trees,
In the cry of the bird at morn,
Amidst the wakening of shadows,
Amidst the sunlit tops of the far mountains,
In the sleepy face of the world,
There thou wilt meet with my Beloved.

Keep still, O dancing waters,
And listen to the voice of my Beloved.

In the happy laughter of children
Thou canst hear Him.
The music of the flute
Is His voice.
The startled cry of a lonely bird
Moves thy heart to tears,
For thou hearest His voice.
The roar of the age-old sea
Awakens the memories
That have been lulled to sleep
By His voice.
The soft breeze that stirs
The tree-tops lazily
Brings to thee the sound
Of His voice.

The thunder among the mountains
fills thy soul
With the strength
Of His voice.
In the roar of a vast city,
through the voices of the night,
The cry of sorrow,
The shout of joy,
Through the ugliness of anger,
Comes the voice of my Beloved.

In the distant blue isles,
On the soft dewdrop,
On the breaking wave,
On the sheen of waters,
On the wing of the flying bird,
On the tender leaf of the spring,
Thou wilt see the face of my Beloved.

In the sacred temple,
In the halls of dancing,
On the holy face of the sannyasi,
In the lurches of the drunkard,
With the harlot and with the chaste,
Thou wilt meet with my Beloved.

On the fields of flowers,
In the towns of squalor and dirt,
With the pure and the unholy,
In the flower that hides divinity,
There is my well-Beloved.

Oh! the sea
Has entered my heart,
In a day,
I am living an hundred summers.
O, friend,
I behold my face in thee,
The face of my well-Beloved.

This is the song of my love

 

Non ho nome

Non ho nome,
Sono come la brezza fresca di montagna.
Non ho rifugio;
Sono l’acqua vagante.
Non ho santuario, come gli dei oscuri;
Né sono fra le ombre dei templi profondi.
Non ho testi sacri;
Né sono radicato nella tradizione.
Non sono nell’incenso
Che sale sugli alti altari,
Né nella pompa delle cerimonie.
Non sono né negli idoli scolpiti
Né nell’intenso canto di voce melodiosa.
Non sono legato alle teorie
Né corrotto dalle credenze.
Non sono impastoiato nei legami di una religione
Né nella pia agonia dei suoi preti.
Non sono intrappolato dalle filosofie
Né in potere delle loro sette.
Non sono né alto né basso.
Sono l’adoratore e l’adorato.
Sono libero.
Il mio canto è il canto del fiume
Che invoca il mare aperto,
Vagando, vagando,
Io sono Vita.
Non ho nome,
Sono come la fresca brezza di montagna.

 

I have no name

I have no name,
I am as the fresh breeze of the mountains.
I have no shelter;
I am as the wandering waters.
I have no sanctuary, like the dark gods;
Nor am I in the shadow of deep temples.
I have no sacred books;
Nor am I well-seasoned in tradition.
I am not in the incense
Mounting on the high altars,
Nor in the pomp of ceremonies.
I am neither in the graven image,
Nor in the rich chant of a melodious voice.
I am not bound by theories,
Nor corrupted by beliefs.
I am not held in the bondage of religions,
Nor in the pious agony of their priests.
I am not entrapped by philosophies,
Nor held in the power of their sects.
I am neither low nor high,
I am the worshipper and the worshipped.
I am free.
My song is the song of the river
Calling for the open seas,
Wandering, wandering,
I am Life.
I have no name,
I am as the fresh breeze of the mountains.

 

(C)2017 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

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