James Harpur – San Simeone Stilita, a cura di Francesca Diano

HARPUR SAN SIMEONE

James Harpur  San Simeone Stilita, testo a fronte, a cura di Francesca Diano, Proget Edizioni, 2017

In occasione della presenza in Italia di James Harpur, a fine maggio 2017, che ha tenuto, per la prima volta nel nostro paese, una serie di incontri e conferenze, esce l’elegante plaquette con il lungo poemetto in quattro parti San Simeone Stilita, edito da Proget Edizioni e da me curato. Insieme a questo testo, sarà presto disponibile la ricca antologia Il vento e la creta – selected poems, 1993 – 2016, nella splendida edizione de La Finestra Editrice, che raccoglie testi scelti dalle otto raccolte fino ad ora pubblicate (cui si aggiungono traduzioni dai classici e opere in prosa) e alcuni testi in prosa. Sono le due prime pubblicazioni in italiano in assoluto di James Harpur, un poeta ormai considerato fra i maggiori del nostro tempo a livello internazionale, ma che, in Italia, non ha ancora la fama che merita.

Il poemetto di circa 600 versi, è dedicato alla bizzarra, affascinante figura di San Simeone Stilita. Ne propongo qui la prima parte, con un breve estratto del mio testo introduttivo.

Si può acquistare qui:

http://edizioniproget.it/index.php/component/virtuemart/poesie/san-simeone-stilita-dettagli.html?Itemid=0

F.D.

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“La via in su e la via in giù sono una e la medesima”[1]. E veramente il basamento della colonna da cui clama lo Stilita di James Harpur potrebbe recare incise le parole di Eraclito, poiché quella colonna, che vorrebbe essere una verticale via di fuga dal mondo, ma si rivela vano, illusorio abbaglio, non è vettore unidirezionale verso l’invisibile – ascesa dall’umano al divino, dalla materia allo spirito – ma percorso inverso, anche, dal divino all’umano, ed è, allo stesso tempo, via orizzontale ché, nella tensione che tra quelle polarità si crea, vibra, e questa vibrazione ne dissolve i contorni, fino a sfarli in un alone luminescente. Una vibrazione che si dilata, in onde centrifughe, ad abbracciare lo spazio circostante, permeandolo, inglobandolo.

Fu questa, forse, l’origine dell’attrazione magnetica che colonna e Stilita, non separabile binomio, esercitarono allora, seguitarono ad esercitare dopo la sua morte, ed esercitano, se la sua particolare forma di fuga dal mondo ebbe più di un centinaio di imitatori, ancora fino a metà del XIX secolo, mentre Alfred Tennyson scrisse un poemetto di duecento versi – in realtà assai critico e ironico – sull’anacoreta e Luis Buñuel, nel 1964, girò un film, Simòn del desierto, Leone d’argento alla Mostra del Cinema di Venezia. In entrambi, l’immagine di Simeone è ambigua e contraddittoria; ma questo non deve meravigliare, ché ambiguo e contraddittorio è il rapporto di Simeone con sé stesso, col proprio Dio e con le sue creature.

La colonna, fuga e piedistallo, da lui scelta come distacco-separazione dal mondo e come diretta via d’accesso all’invisibile, è essa stessa  contraddizione, anzi, è un paradosso. In fondo non è che un supporto di pochi metri; nulla rispetto all’immensa distanza – non certo solo fisica – fra terra e cielo. Così il Simeone di Harpur anela negando, rifiuta ciò di cui ha sete, cieco di fronte all’essenza stessa di quanto desidera, s’illude di non dover fare i conti col mondo cui appartiene. A tal punto vi appartiene, da sentirsi costretto a operare una rimozione, un’escissione cruenta, di cui parla in termini chirurgici.

Per quanto Simeone si allontani dalla terra, dalla materia che ricusa con tutto l’essere, per quanta distanza ponga tra sé e la realtà, per quanto tenti, accrescendo sempre più l’altezza del suo trampolino, di farsi possessione di Dio oltre un cielo, per lui, deserto quanto il deserto di rocce e sabbia, lo Stilita è prigioniero di un inganno, di un feroce equivoco. E più Simeone nega il suo corpo (parte di quel mondo fisico da cui fugge), più quel corpo esercita una furiosa attrazione sui suoi seguaci. Il suo occhio, che rifiuta di abbracciare la sfera dell’evento per perdersi in quella della forma, se ne stacca e si solleva verso il vuoto, cercando risposta a una domanda improponibile. La crudeltà del suo auto-inganno è tanto più corrosiva, quanto più Simeone trascura l’impossibilità di eliminare uno dei due poli, la tensione dai quali è generata è la vita stessa. Il Simeone di Harpur non vede, se non alla fine, che la sua colonna è inutile; il cielo è qui, Dio è qui, su quella terra che lui si rifiuta di sfiorare, in mezzo a quell’umanità da cui fugge. Inseguito.

Non si dà forma senza evento, né evento senza forma. Non si accede al divino se non passando attraverso l’uomo. Né si accede all’uomo senza fare i conti col Sacro. L’evento primario, per ogni cristiano, è Cristo incarnato. Tu neghi la carne, neghi l’uomo, e neghi Cristo, ne fai una favoletta. Trascendere è possibile solo a condizione di accettare questa verità, e difatti, in tutto il testo, mai Simeone si rivolge altri che a Dio; solo negli ultimi tre versi, dopo l’avvenuta catarsi, nomina Cristo:

Ciascuno è Cristo

Che solo cammina fra campi di grano

O lungo il mare della Galilea.

Solo. La visione che Simeone ha dell’uomo è finalmente quella di Cristo. Solo, ma non separato. Cristo è nella relazione che dell’umanità fa una. È quella relazione. Simeone lo comprende infine quando l’amore di coloro che lo soccorrono e lo riportano in vita, dopo la quasi-morte, cui come giudice spietato si autocondanna, gli rivela da quale profonda tenebra originasse il suo errore, quando, superato il proprio abbaglio, riconosce negli altri, e dunque in sé, il miracolo, sì abbagliante, dell’incarnazione. Abbandonare l’umano per tornare all’umano, dunque.

La via in su e la via in giù sono una e la medesima. Dio, o il Sacro, come lo si intraveda, se mai lo si intravede, non è tenebra, ma è attraversando la tenebra di sé stessi che, nel cercarlo, solamente lo si può trovare, per attitudine o illuminazione. Non è fuori di noi, è in noi.

 

 

La piattaforma su cui Simeone visse era di forma quadrata (“la quadrata materia”); il simbolismo numerologico del Quattro, sia come manifestazione di tutto ciò che è concreto e immutabile, sia come manifestazione della materia, dell’ordine, dell’orientamento, torna in tutto il poemetto, a partire dalla sua stessa struttura quadripartita. A significare che la salvezza è in questo mondo, in questa realtà, nell’abbracciare la propria umanità.

[…….]  Storicamente, quel corpo che lui aveva negato, dopo la morte scatenò aspre rivalità – vere guerre fra gruppi armati – per il suo possesso. Così, l’originaria negazione del corpo, ne sancisce infine, con ironico rovesciamento, la sacralità, ne fa oggetto di venerazione, facendo del cadavere centro di culto straordinario.

Il corpo fu trasportato ad Antiochia ed esposto per trenta giorni nella chiesa di Cassiano e, successivamente, traslato nel duomo ottagonale costruito da Costantino. L’ottagono, non si dimentichi, è simbolo di resurrezione. Non è chiaro, dai testi, se il corpo o parte di esso, fosse poi portato a Costantinopoli.  Nel VII secolo però, con la caduta di Antiochia  in mani arabe, di quel corpo si perse ogni traccia.

Quel che invece rimase, come sede di culto vivissimo, fu il luogo ove sorgeva la sua colonna, a Telanissos (ora Qalat Siman, nell’attuale Turchia), e dove sorse un enorme monastero e una grande basilica, di cui oggi restano rovine. Notizie, chiaramente gonfiate ad arte, riportano che la chiesa potesse contenere fino a diecimila persone. Numero che semplicemente indica una grande pluralità indefinita, (penso all’uso di tale numero nella tradizione letteraria e filosofica cinese) ma  attesta l’eccezionalità del culto.

[…..]

Francesca Diano

[1] Eraclito, I frammenti e le testimonianze, a cura di Carlo Diano. Fondazione Lorenzo Valla.

 

HARPUR 1

Da
SAN SIMEONE STILITA
Traduzione di Francesca Diano

“Si collocò su di una serie di colonne dove trascorse il resto
della vita. La prima era alta poco meno di tre metri e su
di essa visse quattro anni. La seconda era alta circa cinque
metri e mezzo (tre anni). La terza, di dieci metri, fu la sua casa
per dieci anni, mentre la quarta ed ultima… era alta diciotto
metri. Lì visse per gli ultimi vent’anni della sua vita.”

Oxford Dictionary of the Saints

“Non c’è bisogno di graticole; l’inferno sono gli altri.”
Jean-Paul Sartre

“Ovunque io voli è Inferno; io stesso sono Inferno…”
Milton, Paradiso perduto, IV, 75.

1

Nell’urto del calore,
Tremano gli orizzonti di chiarità fumosa.
Il deserto è un fondale marino
Da cui tutta l’acqua sia riarsa.
Qui non ebbe potenza la creazione
Se non per sabbia, rocce,
Ciuffi d’erba e pidocchi.
Un arco di montagne, vetrose di calore,
Isola questo paradiso adamantino
Dalla profanazione del triviale.

Ho tutto il giorno per volgermi
In direzione dei punti cardinali
In armonia col sole
Osservare il vuoto che m’assedia,
Sabbia che avanza e mai sembra muoversi,
L’armata del non-essere
Che con la notte si dilegua nel nulla.
Sono il centro di un cosmo
Acceso solamente dai miei occhi.
Sono la meridiana del Signore:
La mia ombra è il tempo
Ch’egli proietta dall’eternità.

La notte facevo questo sogno:
Mi trovo a scavare in un deserto
Come scorpione in fuga dal calore;
la buca si fa così ampia e profonda
Che sono chiuso, come in un pozzo,
E sfiorato da un’ombra rinfrescante.
Ogni vangata di sabbia a espellere un peccato
Alleggerisce l’anima dall’oppressione
E illumina il mio corpo dall’interno
Ma mi fa scorgere più buio giù nel fondo
E seguito a scavare
Finché mi sveglio, colgo la luce del giorno.

Con il tempo compresi
Che questo era un sogno capovolto:
Avevo costruito un buco speculare
Ma fatto materiale da blocchi di pietra.
Qui, sulla cima, son mio proprio signore,
Il mio palazzo è una piattaforma balaustrata
Il tetto un baldacchino di sconfinato azzurro,
I terreni di caccia sono un mare di polvere.
Non odo altra voce che la mia,
A profferire anatemi, preghiere – pur solo
Per ricordare il suono,
O mi sussurra in testa, dove evoco
I chiacchierii di Antiochia
Gerusalemme e Damasco,
Di eremiti che ciarlano sui monti.

Signore, è eresia pensare
Che l’isolarsi spiani la via verso di te,
Che la gente sia corrotta ed infetta
Poiché calpesta quiete, silenzio, solitudine
Nel suo accapigliarsi per dar sollievo
Ai tormenti dell’imperfezione?
Quando alla terra ero vincolato, un penitente
Incatenato a una cornice di roccia
Non riuscivo a pregare se non pregando
Che la notte si potesse protrarre
Contro l’onda dell’alba che s’infrangeva
Contro la roccia, rivelando pastorelli
Sboccati, che scagliavano pietre,
E plebaglia di pellegrini
Che passavano da un oracolo all’altro
Condotti senza posa da domande
Lasciate prive di risposta
Per dare un senso alla vita
E far fare esercizio alle gambe.

Perdonami Signore –
Credo di odiare il mio vicino.
Pur se appartengo al mondo
Ora almeno la superficie non la tocco.
So che odio me stesso,
Della vita temo le dita che contaminano,
Pavento gli effluvi del giorno
Sguscianti attraverso sensi incontrollati
Per putrefarsi dentro la mia testa;
Con codardia crescente
Temo l’attaccamento dell’amore
Temo l’infinità della morte
Temo il sonno, l’oscurità, i dèmoni
Striscianti, i loro occhi grigi come pietra.
Lo so che devo rendere me stesso
Un deserto, un vaso ben lustrato,
Perché in me tu riversi il tuo amore
E trasformi in luce la mia carne.
La notte invece sogni immondi
Mi colmano di donne che conobbi –
Ma un po’ mutate e nude –
Che danzando tra velami di sonno
Sussurrano alla mia verginità.

Si dice che simile attrae simile.
Quanto putrido devo essere dentro
Se di continuo mi pasco
D’ira, lussuria, rancori del passato
Rievocando in crudele dettaglio
Involontarie offese che punsero il mio orgoglio,
Lasciando che la vendetta cresca
Con una tale grottesca intensità
Che la bile potrebbe intossicare l’esercito persiano.

Quasi sempre mi sento dilaniato.
Uno spirito che anela alla luce,
E un corpo con colpevoli appetiti
Che domo stando rigido e ritto tutto il giorno,
Osservando la sagoma emaciata
Ruotarmi lenta intorno
In attesa di debolezza, esitazione.
Oppongo la volontà contro la carne
Ma quando il sole viene inghiottito
Mi unisco al buio, ombra mi faccio
Nell’anarchia sudicia dei sogni;
Inerme, alla deriva, tutta notte mi volvo
Attorno alla rammemorante colonna dei miei peccati.

All’alba mi risveglio, avido di provare la letizia
Di Noè che libero galleggia verso
Un mondo incontaminato risplendente,
Ma quando il sole irrompe
Sono un corvo malconcio in un nido
Di sabbia, capelli, feci albe
E croste di pane che un monaco babbeo
Mi lancia insieme a otri –
Un essere senz’ali che sogna di volare
Sento il deserto che mi stipa dentro
Ogni solitudine io abbia mai provato.

Le distese di nulla del deserto
Specchi giganti dell’anima mia
Riflettono ogni frammento di peccato;
Più mi purifico
Più emergono macchie brulicando
Come formiche che schiaccio adirato –
Come può Dio amare la mia carne rattrappita,
La mia fragilità, l’assenza di costanza?
Perché attende per annientarmi?
Mille volte mi inchino ogni giorno –
La notte resto desto a pregare
E prego per star desto.
A volte mi domando s’io preghi
Per tenere il Signore a distanza.

ST SYMEON STYLITES

by
JAMES HARPUR

From
The Dark Age
2007

“He set himself up on a series of pillars where
he spent the remainder of his life. The first one
was about nine feet high, where he lived for four years.
The second was eighteen feet high (three years).
The third, thirty-three feet high, was his home for
ten years, while the fourth and last … was sixty feet
high. Here he lived for the last twenty years of his life.”

OXFORD DICTIONARY OF SAINTS

“No need of a gridiron. Hell it’s other people.”
JEAN-PAUL SARTRE

“Which way I fly is Hell; my self is Hell…”
MILTON, PARADISE LOST, IV.75

1

Heat struck,
Horizons wobble with clarified smoke.
The desert is a sea-bed
From which all water has been burnt.
Creation, here, was impotent
Except in sand, rock,
Spikes of grass, and head lice.
A sweep of mountains, heat glazed,
Cuts off this adamantine paradise
From profanities of the vulgar.

I have all day to turn
Towards the compass points
In rhythm with the sun
And watch the emptiness besiege me,
Advancing sand that never seems to move,
An army of nothingness
Melting away to nothing with the night.
I am the centre of a cosmos
Lit only by my eyes.
I am the sundial of the Lord:
My shadow is the time
He casts from eternity.

I used to have this dream at night:
I’m in a desert digging
Like a scorpion escaping heat;
The hole becomes so wide and deep
That I’m enclosed, as if inside a well,
And lightly touched by cooling shade.
Each spade of sand expels a sin
Relieves the pressure on my soul
And lights my body from within
But makes me see more dark below.
And so I keep on digging
Until I wake and grasp the light of day.

In time I came to realize
The dream was upside-down:
I built a mirror hole
But made material with blocks of stone.
Here, on top, I rule myself,
My palace a balustraded stage
Its roof a canopy of endless blue,
My hunting grounds a sea of dust.
I hear no voice except my own,
Exclaiming curses, prayers – if only
To remind itself of sound,
Or whispering in my head, where I revive
The chatterings of Antioch
Damascus and Jerusalem,
Of hermits gossiping in mountains.

Lord, is it heresy to think
That isolation smoothes the path to you,
That people are infectiously corrupt
Trampling silence, stillness, solitude
In their scramble to relieve
The agony of imperfection?
When I was earthbound, a penitent
Chained up on a mountain ledge
I could not pray except to pray
For night to be protracted
Against the wave of dawn that broke
Against the rock, unveiling shepherds boys
Foul-mouthed, throwing stones,
And ragtag pilgrims
Drifting from oracle to oracle
Led on and on by questions
They kept unanswered
To give their lives a meaning
Their legs some exercise.

Forgive me Lord –
I think I hate my neighbour.
I may be of the world
But now at least I do not touch its surface.
I know I hate myself,
Fearful of life’s contaminating fingers,
Dreading the day’s effluvia
That slip through each unguarded sense
To rot inside my head;
More and more I’m cowardly
Afraid of love’s attachments
Afraid of death’s infinity
Afraid of sleep, darkness, demons
Scuttling, their eyes as grey as stone.
I know I have to make myself
Into a desert, a vessel scoured,
For you to pour your love in me
And turn my flesh to light.
Instead at night foul dreams
Fill me with women I once knew –
But slightly rearranged and naked –
Who dance through veils of sleep
Whispering to my virginity.

It’s said that like draws like.
How putrid I must be inside
That I’m forever feasting on
Anger, lust, spite from years ago
Recalling in excruciating detail
Unwitting slights that pricked my pride,
And letting vengeance grow
With such grotesque intensity
The bile would poison all the Persian army.

Most days I think I’m split in two.
A spirit yearning for the light
And a body of delinquent appetites
I tame by standing stiff all day,
Watching its scraggy silhouette
Revolve around me slowly
Waiting for hesitation, weakness.
I set my will against my flesh
But when the sun is swallowed up
I join the dark, become a shade
Within the filthy anarchy of dreams;
Helpless, adrift, I’m turned nightlong
Around the memory column of my sins.

At dawn I wake, bursting to feel the joy
Of Noah floating free towards
A shining uncontaminated world.
But when the sun erupts
I am a tatty raven in a nest
Of sand, hair, albino faeces
And bread rinds a half-wit monk
Lobs up to me with water-skins –
A wingless creature dreaming of flight
Feeling the desert cram inside me
Every loneliness I’ve ever known.

The desert’s fields of nothing
Are giant mirrors of my soul
Reflecting every scrap of sin;
The more I purge myself
The more the specks crawl out
Like ants I stamp to death in rage –
How can God love my shrinking flesh,
My frailty, lack of constancy?
Why does he wait to strike me down?
I bow a thousand times a day –
At night I stay awake to pray
And pray to stay awake.
Sometimes I wonder if I pray
To keep the Lord away?

 

(C) by James Harpur, 2007 e Francesca Diano 2017. RIPRODUZIONE RISERVATA

Anssimene di James Harpur tradotto da Francesca Diano

 

Transport XIII

Photo (C) Eric J. Heller.

La foto dello scienziato Eric J. Heller, valente studioso di fisica quantistica, rappresenta due diversi tipi di caos; il primo è l’effetto di un’onda quantica sulla superficie di una sfera, il secondo rappresenta percorsi caotici di elettroni lanciati a diverse angolazioni da un punto specifico. L’ho trovata meravigliosamente adatta a illustrare lo splendido testo di Harpur, perché è come se la scienza ai suoi albori, che si fondeva con la filosofia e la poesia, si potesse riconoscere nei suoi più recenti sviluppi, quando, come in questo caso, la scienza è arte essa stessa. Nel leggere il testo di Harpur, che non è ispirato, si badi bene, a questa immagine, sono rimasta profondamente colpita da come i suoi versi sembrino invece descriverla e commentarla. Descrivere cioè, con il linguaggio quasi mistico della sua coltissima poesia, le strutture più profonde e invisibili della materia.

F. D.

 

Anassimene

 

L’anima nostra è aria, guarda il respiro

Che entra gelido, riappare

Fantasma che s’arriccia mentre cammini all’alba

Fra boschi di pini che s’estendono

Sulle colline sulla città dormiente.

 

Come in basso così in alto. Un inverno in cui

Gli arbusti si rattrappirono in nudi agglomerati

Le querce e i faggi, gli sfavillanti salici

Lasciarono la luce scorrere lungo gli spogli rami;

Quando l’erba decrebbe, si sciolsero i cespugli

E la foresta spalancò i suoi sentieri

Come canali che dopo la meditazione si liberano

Quando il sole velato si fermò

All’improvviso ebbi la visione –

Creazione come momento non creato

Lo pneuma è un flusso ininterrotto

Di mobilità infinita e delicatezza

Che assume sempre rinnovate forme,

Una luce che nulla perde di se stessa

Mentre si materializza nel mondo

E si sposta come uno sciame d’api

Per dar forma a nuove particole di senso:

L’aria s’andò addensando in foschia

Poi lentamente s’ingrossò in pioggia

Che creò attrito, cadde a schizzi

Nei solchi e riempì le pozzanghere

Poi più s’addensò in fango e melma

Che il tempo avrebbe indurito come pietra

O per rarefazione ritrasformata in bruma

Per sollevarsi ancora diluendosi in aria

E rarefarsi ancora sempre più –

Raffinandosi e ancora raffinandosi

In oscillanti granuli di fiamma

Fluenti verso l’alto in piccole faville

Per riunirsi in pozze ardenti a risplendere

Dall’emisfero delle tenebre

In forma di stelle e di luna e di sole.

****

Anaximenes

 

Our souls are air, just watch the breath

That enters icy, reappears

A curling ghost on early morning walks

Through groves of pines that stretch

Along the hills above the sleeping town.

 

As below, so above. One winter, when

Shrubs shrank in naked tangles

Oaks and beeches, flashing willows

Let light glide through bare branches;

When grass subsided, bushes melted

And the forest opened up its paths

Like channels clearing after meditation

When the shrouded sun stood still

I suddenly saw the vision –

Creation as an uncreated movement

The pneuma in a never-ending stream

Of infinite mobility and tenderness

Assuming ever-fresher forms,

A light that loses nothing from itself

Materializing in the world

And shifting like a swarm of bees

To shape new particles of meaning:

Air was thickening into mist

Then slowly coarsened into rain

Which gathered friction, splashed

In ruts and filled up pools

Grew denser into slush and mud

That time would harden into stone

Or turn by rarefaction back to mist

To rise up thinning into air again

Then growing rarer still –

Refining and refining further

Into flickering grains of flame

Streaming up in sparklings

To coalesce in fiery pools to shine

From the hemisphere of darkness

As stars and moon and sun.

 

(C) by James Harpur – (per la traduzione Francesca Diano) RIPRODUZIONE RISERVATA

Forma – una poesia inedita di Neal Hall

Neal-1370-2 (1)

E’ con grande gioia che condivido una poesia, ancora inedita,  che Neal Hall ha scritto solo qualche giorno fa durante il suo soggiorno italiano. E’ una poesia importante, una dichiarazione di poetica, in cui Hall riflette sul valore e sul senso della Forma per l’artista: non una limitazione o una costrizione, ma la via aurea verso la libertà creativa.

Neal Hall, riconosciuto come uno dei maggiori e più originali poeti americani  viventi, sarà a Padova il 21 aprile per un incontro pubblico organizzato in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova.

F.D.

 

Forma

 

è questa crisalide –

questo crogiuolo che mette

ali alle farfalle per volare

 

questa cisterna di fiumi

che schiude mari

 

la pula da cui le granaglie

macinate vengono liberate

 

questa cista da cui l’eternità si solleva

 

la forma è disciplina,

crogiuolo grazie al quale

perdiamo la costrizione della forma

 

la forma è la via che apre i mari

la via d’uscita dalla crisalide

 

è la disciplina della forma

quella foggia di bocca

che libera le labbra per baciare

oltre la foggia di labbra e bocca

 

è il latte del seno

non il seno materno

che ci nutre, ci forma, ci fa liberi

dal seno materno

 

la forma è la via d’uscita dalla forma,

la ferrovia sotterranea

non la destinazione che libera

l’artista dai binari della via

 

forma è percorso verso il non formato,

l’essenza dell’essere; il crogiuolo che mette

ali alle farfalle per volare

in mare aperto

 

 

 

 

Form

it is this chrysalis –

this crucible that sets

wings to butterflies to fly

this cistern of rivers

that opens seas

the chaff from which ground

grist of grain are freed

this cist, eternity lifts itself out of

form is the discipline,

the crucible through which

we lose the constraints of form

form is the way to open seas,

the way out the chrysalis

it is the discipline of form,

that shape of mouth

that frees the lips to kiss

beyond the shape of lips and mouth

it is the breast milk

not the mother’s breast

that feeds us, forms us, frees us from

the mother’s breast

form is the way out of form,

it is the underground railroad

not the destination freeing the

artist from the rails of the road

form is the path to formlessness,

the gist of being; the crucible that sets

wings to butterflies to fly

through opens seas

 

(C) Neal Hall e Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Io sono il Nordest – Antologia di scrittrici del Veneto, Venezia Giulia, Trentino. Apogeo Editore

Sono onorata e orgogliosa di essere stata chiamata a far parte di questo gruppo di straordinarie scrittrici, le più rappresentative,  che raccontano un territorio, il Nordest, dalle caratteristiche uniche, in un’antologia di racconti edita da Apogeo Editore, che verrà presentata ufficialmente al pubblico il 20 marzo 2016 a Padova e successivamente in molte altre città. Io sono nata a Roma, ma Padova è la mia città da quando avevo due anni, a parte i miei soggiorni all’estero. Qui sono nati i miei figli, qui ho legami e affetti, qui ha svolto il suo magistero mio padre, qui ho legami col territorio e dunque nel mio racconto ho voluto intrecciare Nord e Sud, donne, situazioni e mentalità apparentemente diverse ma che, alla radice, hanno un comune denominatore: la forza di affrontare la vita, le sue crudeltà, le sue dolcezze e le sue bizzarrie.   Inoltre i proventi della pubblicazione andranno a un progetto che sta a cuore a tutte noi. 

Un grazie speciale a Francesca Visentin e Barbara Codogno

Francesca Diano

 

“IO SONO IL NORDEST”

Amore, violenza, lavoro, famiglia, relazioni, potere

Sullo sfondo il Nordest, territorio in bilico tra crisi e rinascita

L’antologia di Apogeo Editore

Racconti di Antonia Arslan, Isabella Bossi Fedrigotti, Irene Cao, Mary B. Tolusso, Gabriella Imperatori, Barbara Codogno, Federica Sgaggio, Michaela K.Bellisario, Francesca Diano, Elena Girardin, Anna Laura Folena, Annalisa Bruni, Antonella Sbuelz, Micaela Scapin, Maria Pia Morelli, Serenella Antoniazzi, Irene Vella, Francesca Visentin

Le voci più rappresentative delle scrittrici di Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino, raccontano 18 storie indimenticabili.

Il titolo “Io sono il Nordest” vuole rendere protagonista ognuna delle autrici, ma anche tutte le donne del Nordest, la loro forza e quello sguardo speciale che hanno sulla vita.

Ogni racconto è la fotografia di una realtà, spesso brutale o difficile.

I racconti sono legati da un percorso coerente, anche se espressioni di scrittrici diverse e sono carichi di speranza, sebbene testimoniano storie di crisi, di rapporti egoistici e strumentali tra uomini e donne, in cui alle donne è negata la possibilità di essere fino in fondo persone – scrive Marina Salamon nella prefazione del libro – . Possiamo scegliere ogni giorno di crescere, imparare, evolvere la nostra storia attraverso le testimonianze di altre vite”.

Il libro, curato dalla giornalista Francesca Visentin, nasce da un’idea dell’editore Paolo Spinello di Adria, che l’ha realizzato con la sua casa editrice Apogeo. L’immagine di copertina è dell’art director Giorgio Maggiolo e ritrae Maria Giulia Zorzato, ragazzina di 11 anni di Padova, simbolo di forza, entusiasmo, fiducia nel futuro.

La vendita del libro “Io sono il Nordest” sostiene il Centro Veneto Progetti Donna e vuole contribuire al finanziamento delle case di fuga, luoghi segreti che mettono in salvo e al sicuro le donne vittime di violenza.

Le rivoluzioni, la rinascita, possono iniziare anche dalla scintilla di un semplice “no” che innesca la svolta. Non bisogna sempre morire per essere ascoltate”, dall’introduzione di Francesca Visentin.

Corriere della Sera del 29-12-2015: “Talento, impegno, dolore, amore, resistenza nonostante prevaricazioni e discriminazioni. Le piccole e grandi battaglie vinte ogni giorno, emergono con forza e intensità in questo libro attraverso i racconti delle scrittrici del Nordest

 

James Harpur – Voci del Libro di Kells – traduzione di Francesca Diano

Libro di Kells, pagina del X Rho

Libro di Kells, pagina del X Rho

                JAMES  HARPUR

 

             Voci del Libro di Kells

 Traduzione di FRANCESCA   DIANO

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Sono da anni, da quando l’ho scoperto in Irlanda, innamorata della poesia di questo grandissimo poeta, e di suo ho tradotto vari testi. Per la Giornata Mondiale della Poesia ho deciso di rendergli omaggio pubblicando la mia traduzione, in anteprima assoluta per l’Italia, dato che nulla di lui è mai stato da noi tradotto, del suo lungo poemetto sul miracolo di sconvolgente bellezza che è il Libro di Kells. Questa è la prima di quattro parti che compongono l’opera.

Harpur è nato nel 1956 da genitori angloirlandesi e da alcuni anni si è trasferito a vivere  nella Contea di Cork a Clonakilty. Ha compiuto studi  classici, approfondendo soprattutto la storia e la letteratura irlandese ma anche latina e greca  dei primi secoli del cristianesimo e ha soggiornato per lunghi periodi sull’isola di Creta, ambiente che ha ispirato molte delle sue opere. La sua è una delle voci più originali, colte e intense della poesia irlandese contemporanea in lingua inglese e, non mi parrebbe eccessivo dire,  della poesia europea, non solo per la cultura vastissima, per  l’originalità della sua voce, ma per  i temi che tratta, che spaziano dall’Irlanda celtica, a quella protocristiana, al declino del mondo classico in occidente, alla contemporaneità. Ha pubblicato  varie raccolte di testi poetici con la prestigiosa Anvil Press e una meravigliosa traduzione di Boezio, che ha intitolato Fortune’s Prisoner. Ma traduzioni ha pubblicato anche da Dante, da Virgilio, da Tagore, da Eschilo, da Plotino  ecc.

Interessantissimo è l’uso della metrica, che spesso è quella classica; trimetro giambico, distico elegiaco ecc.

Da A Vision of Comets, a The Monk’s Dream, da The Dark Age a Oracle Bones a Voices of the Book of Kells, le sue raccolte  poetiche gli hanno guadagnato moltissimi riconoscimenti e premi. Nel 1995 ha ricevuto the British National Poetry Prize, borse dalla Cork Arts, dall’Arts Council, dall’Eric Gregory Trust e dalla Society of Authors. Nel 2009 ha vinto il Michael Hartnett Award. E’ direttore della sezione poesia  di Southword, uno dei più importanti e autorevoli  periodici letterari irlandesi e del Temenos Academy Review.  È stato poeta residente per il Munster Literary Centre e la Cattedrale di Exeter.

La sua è una poesia dalla voce forte e potente, che getta una luce del tutto nuova su un’epoca poco frequentata e sui santi irlandesi dei primi secoli dell’era cristiana, su figure di primi asceti cristiani o di aruspici di Siria e d’Egitto, su figure pagane dell’Irlanda che sta per divenire cristiana, su personaggi, temi e aspetti di diverse tradizioni e culture, ma che tutte appartengono a quei secoli insomma critici e di passaggio dal mondo antico al primo Medio Evo. Ma non mancano temi più personali e intimi, che lo vedono muoversi nell’Irlanda contemporanea. È una poesia fortemente impregnata di misticismo, dunque molto irlandese, ma un misticismo che ha una profondissima connessione con la modernità. Il travaglio del passaggio da un’epoca a un’altra infatti è l’eco del nostro, le domande  che torturano i suoi asceti, cristiani e pagani, i dubbi che attanagliano suoi uomini, i suoi indovini, i suoi monaci, sospesi tra un mondo e un altro, sono i nostri, la fine drammatica  di un’epoca che si avvia incerta verso l’ignoto è la nostra.

Ho da anni l’onore di un rapporto epistolare con James Harpur, che presento in anteprima assoluta per l’Italia per la Giornata Mondiale della Poesia e ho avuto da lui il consenso a tradurre e far conoscere la sua opera in Italia. Presento dunque oggi la prima parte del lungo poemetto Voices of the Book of Kells . Mi piacerebbe che questo grandissimo poeta irlandese, molto noto e giustamente celebrato, ma da noi sconosciuto, potesse trovare un editore.

Francesca Diano

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Storia del Libro di Kells (di James Harpur)

 Il Libro di Kells è stato associato almeno a tre luoghi: Iona, Kells e Dublino. Alcuni ritengono che fosse proprio il Libro di Kells che  Giraldus Cambrensis  vide a Kildare alla fine del 12° secolo. Ma chi  creò il libro e dove, rimane tuttora un mistero. Ora molti studiosi pensano che sia stato iniziato, se non condotto a termine, nel monastero irlandese di Iona, prima di essere portato nel monastero fratello di Kells  dopo l’incursione vichinga dell’806. Rimase probabilmente a Kells negli otto secoli successivi e infine, a metà del 17° secolo,  venne trasferito al Trinity College di Dublino, dove è ora esposto.

Il Libro di Kells è un luogo di poesia divina, scritta e visiva e, soprattutto, da una moderna prospettiva, l’archetipo, o il santo patrono di ogni libro. In ogni pagina vi si dispiega un senso di devozione amorevole, di concentrazione e maestria – è chiaro che il libro fu fatto per durare. È anche un libro di sorprendente tensione; il gusto visionario per la totalità si unisce all’ossessione per il dettaglio; il grandioso formalismo statico delle miniature a tutta pagina è bilanciato da spirali vorticose, intrecci nastriformi e fogliame, gatti birichini e topi, lontre e pesci che saltellano in angoli nascosti. Questo  libro suscita in ogni scrittore delle domande fondamentali sull’arte; il suo rapporto con l’ispirazione; la moderna preoccupazione per l’ originalità e la voce individuale; lo scopo dell’arte sacra e il suo rapporto con la  funzione dell’arte laica o con l’arte in un’epoca laica; la natura dell’immaginazione; la possibilità o meno di rappresentare in forma visibile la verità ultima, ecc.

Premessa di James Harpur  

Il poemetto è diviso in quattro parti. Ciascuna è costituita da un monologo pronunciato da un personaggio storico associato a un luogo specifico: L’Orafo (un miniatore), è associato all’isola di Iona; Scriba B (un amanuense), a Kells;   Giraldo di Cumbria a Kildare; Lo Scribacchino (uno scrittore moderno) a Dublino. Oltre ad essere imperniata su una ‘voce’ e un luogo specifico, ogni sezione si concentra su di una particolare miniatura del Libro di Kells, sulla sua immagine e sui suoi riferimenti, il tutto intessuto nella trama della narrazione. I metri e i ritmi dei versi riflettono, in certa misura, il carattere dei diversi personaggi. Ad esempio, la voce tagliente dello Scriba B è resa con un trimetro giambico ridotto e leggermente spezzettato (scazonte), mentre il raffinato ed esuberante Giraldo si esprime in pentametri pieni ed estesi.

Prima Parte. L’Orafo (Iona, AD 806)

 Nella prima parte compare un miniatore anonimo che lo studioso francese del Libro di Kells, Françoise Henry ha soprannominato l’Orafo, per la sua predilezione per l’orpimento, il pigmento minerale usato per rappresentare l’oro. L’azione si svolge a Iona, poco prima di una devastante incursione vichinga. L’Orafo racconta di come sia arrivato a Iona nel tentativo di salvare la propria vita spirituale dal lassismo di un monastero irlandese e dell’onere di creare ciò che poi diverrà (nella realtà) la famosa pagina del Chi Rho. La sua è la tensione di ogni artista; la pagina o la tela bianca rimane l’eccitante regno del possibile, dell’infinito, fino all’istante in cui il primo segno di inchiostro o di colore riducono l’astrazione del pensiero e del sentire entro i confini del mondo materiale finito. Ed in questo sta il paradosso: la spinta a creare e tuttavia la delusione di non essere in grado di rappresentare la vastità e la ricchezza del sogno. Allo stesso tempo, l’Orafo si strugge sul ruolo che ha come miniatore: è l’opera della sua vita, dedicata a Dio…ma che accadrà una volta che avrà completato il suo ultimo dipinto? Che ruolo avrà allora agli occhi di Dio? Questa  parte esplora queste tensioni, che giungono al culmine quando infine l’Orafo si impegna nella sua opera più grande: la pagina del Chi Rho.

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Pagina del X Rho, particolare

Pagina del X Rho, particolare

“Per dipingerti, o Vergine, più stelle che colori
 si dovrebbero usare, così che tu, o Porta della Luce
fossi dipinta nel tuo sfolgorare. E tuttavia le stelle
non obbediscono a voce mortale. Dunque noi ti tracciamo
 e  dipingiamo con ciò che ci può offrire la natura
e secondo le regole che chiede  la pittura.”

Costantino di Rodi, 9° sec.

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1

L’orafo

 

 

Iona 806

 

Il grado in cui la bellezza è effusa  nel penetrare  all’interno della materia,
 è tanto più debole di quanto  sia concentrata nell’Uno.

Plotino

Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo

Matteo 1. 18

Pesto il sentiero sonoro che si piega

Verso l’interno ed il fumo di casa

Lungo rocce affioranti e  felci e il giallo ginestrone,

Accanto alle incostanti pecore aurocrepuscolari

Dal muso nero come angeli caduti,

E poi giù per il colle del nostro benedetto Colombano

Finché raggiungo il vallo che m’accoglie,

Solido accanto alla riva spumosa,

Il ronzio delle celle

E solitudine fin dentro il midollo.

Nella cappella dorme la campana

Pronta a suonare  il terrore, la preghiera;

Ed oltre il suono  i monti fanno crescere

Color di primavera dai ghiacci che s’arretrano,

Gioisce il mare ruggendo di luce

E venti di ponente ci addolciscono i nervi.

Striscio dentro la mia capanna oscura

E cerco di pregare e di covare

La pace di Dio che so non si può imporre

Ma  soltanto riesco ad osservare

Il mio respiro fatto nuvolette e  ancora sento

L’abate che riprende:

<<Parti da una visione. Ricolmati i polmoni

Fino a scoppiar del vento della gioia

Lascia affiorare immagini.

Ogni cosa dipingi e poi avvertila

Come  sole da cui esploda un orizzonte nuovo,

Un’ancora che sia d’oro o d’argento

Tratta da un mare di luce sepolta,

In note di cristallo pizzicate su un’arpa

O il canto di un uccello che ammalii l’alba,

Una cometa che spazzi con la coda la notte

Come  piume di un cigno,

Una croce che sfolgori nel cielo –

Nel suo segno tu pure vincerai.

<<E falla scintillare e vorticare

Come fanno le ruote di Ezechiele

E pure aver la solida saldezza di una pianta.

Fa’ che risplenda come pelle d’angelo

O le scaglie d’un pesce, e poi profonda

Nel pozzo della propria sobrietà.

Dovrebbe rivelare i suoi segreti

Come s’apre la coda di un pavone

E sia allo stesso tempo un’arca santa

Per tutta la creazione, bestie e uomo,

Per i fiori dei campi e per le vigne

Per la lontra e il salmone

E le creature dei recessi oscuri –

Per ratti e gatti e topi in fuga lesta –

Per le presenze angeliche

La lesta intelligenza della linea

Che s’incurva, fluisce e s’attorciglia a rivestire

L’energia invisibile di Dio.>>

L’abate aveva voce sempre calma

Mai celavano gli occhi il rapimento.

Trovar l’inizio, questa è la fatica.

L’ammiccante sorriso delle pagine vergini

La cui innocenza non è che un inganno –

Poiché il nulla possiede una bellezza

Che un nonnulla d’inchiostro può violare.

Mi crogiolo nel vuoto

La promessa del non ancora nato

Ed il sollievo del non impegno

Quando ancora divergono le scelte

Come delfini balzano dal mare

Liberi d’inalare l’aria e celebrare

Il tripudio dell’esser senza peso

O come viticci a tendersi nel sole

Delicati e potenti, colmi di vita

A protendersi in spazi sconfinati.

Non riesco a capire questo luogo:

benedetto da Dio o abbandonato?

I mille trabocchetti della regola

Ed il fardello della miniatura

Accrescono la brutalità

Di tempeste e di nebbie e dello stillicidio della pioggia.

Sono giorni che la nebbia mi blocca

E annienta ogni mia immaginazione;

Ma poi uno sprazzo di sole dalle nubi

Che riveste di lamina dorata rocce  e campi

O un momento di contemplazione,

Il dissiparsi dei sensi di colpa,

Fanno robusto il perché della  chiamata.

Ho cercato un rifugio su quest’isola

Ché la vita veloce mi sfuggiva

I capelli ingrigiti e già più radi,

Le caviglie rigonfie per il vino –

Le devozioni un compito seccante;

Ogni dipinto, confessione per metà di sogni

Che il terrore mi impediva di attuare.

Avevo – ho – bisogno di afferrare, di afferrare

L’immateriale che si trova oltre

La superficie del colore, del tatto,

Cercavo un luogo di luce petrosa

Che al di là di me stesso mi portasse;

Eppure  ogni dipinto che completo

Elude l’infinito a cui anelo

E temo la mia anima si sfaccia:

Poiché che cosa sono a parte i miei dipinti?

Che valore ho per Dio?

Se non quello del gusto per il dettaglio, la forma?

E quando il mio ultimo dipinto vedrà la luce

Che scopo avrò io più?

Dovevo allontanarmi, ma mi manca la casa.

I monti Slievebloom,

L’abbazia del Campo delle Querce

Teneri soli e costanza di piogge

Le colline con i bruni lanosi e il loro verde

La compagnia, le battute bonarie –

Tutto mi spinge ancora sulla riva

A celare il convulso del dolore.

Quest’isola è un relitto, alla deriva

Ma mai per approdare sulla costa

Di un qualunque paese della terra,

I fratelli sferzati da venti ruvidi come cardi,

L’isolamento ha reso alcuni folli.

Le durezze straziano lo spirito, ma

Mi instillano un fremito nel corpo

Che mai io prima d’ora ho conosciuto.

Accendo una lucerna. Odore d’olio

E contemplo la carta pergamena.

Rinvio ancora una volta il momento

Nell’abilità, non nell’ispirazione mi rifugio.

Pratico i fori con grande attenzione

In cornici spettrali di linee e margini

E curvature di cerchi e semicerchi.

Qualunque sia il punto da cui inizio il lavoro

Non so deviare dalla simmetria;

E per quanto caotica essa sia

E’ la mappa del cielo che deve riprodurre.

Osservo la struttura che si forma

Apparendo di propria volontà

In simultanea dentro

La mia mente e sul vello lucente;

E’ come uno schema preesistente

Che m’incalza per essere incarnato.

Il flusso inizia a sembrare  una perdita

Del sé – sono preso dal panico, mi fermo, balzo in piedi.

Il sole gonfio ribolle verso il mare

Domani per davvero inizierò.

La notte ripulisce la lavagna del giorno;

Cammino sulla riva per colmare

La mia mente di onde, del flusso e del riflusso.

Uno spicchio di luna sta sospeso a colmare

L’ombra vasta della sua forma;

In principio l’oscurità è totale

Ma poi, epifania di luci

Lo scheletro d’Orione

Dal nulla si materializza.

La sua cintura di stelle triple e immobili

E silenti,  guardano come i Magi,

Christi autem generatio

E nell’eternità di questa meraviglia

L’oscurità oceanica dà  vita

Ad altre stelle che emanano scintille come pietre focaie

E a grado a grado una cornucopia

di piccoli diamanti, di zaffiri e di perle

Scintillanti, risplendenti di vita –

Un improvviso filo di seta luminoso

È lanciato da punto a punto

Mentre Dio rivela sulla sua pergamena

Che tutto nella creazione è collegato.

Lascio il mare nero-lucerna e ritornando

Trovo la notte dentro la mia cella.

In questi giorni sento che aumenta la pressione

E fa fluire più luce serotina;

Avverto una potenza che mi ingrossa le ossa

Incubi  che infiorano il mio sonno

Ricorrenti come campana d’allarme

Di serpenti che balzano nel mare

Di serpenti con giganti nel ventre.

Ed il mattino arriva con sollievo

Fino a che emerge l’opera di Dio.

Scuoto i pigmenti fuori dalle ciotole

Mischio nel verderame il bianco d’uovo

Poi gesso e lapislazzuli,

Preparo l’orpimento color oro.

La pergamena brilla come fonte di rocca

E nel suo specchio vedo l’abate;

Sta parlando; lo ascolto attentamente.

<<Voi siete i pastori di chi è cieco.

Devi evitare le derivazioni

Le separate istanze proprie della natura,

Ritraiti a contemplare, trova

Il paradigma primevo di Dio

Intatto, intangibile, abbagliante –

Questo mondo non ne è che imitazione.

Dipingere l’ombra della creazione

Solo è moltiplicazione dell’errore

Ingannare  e attirare  verso il basso lo spirito

Nel brulicame oscuro della materia.

<<La vera arte nasce della meditazione –

Quando  la mente giunge

A cancellare ogni interferenza;

Così come le stelle accrescono l’intensità

Dei loro punti nel cuore della sfera che s’inombra

Si chiariranno le vere sembianze;

Fissale con fermezza fino a quando

L’anima tua sarà tanto ricolma di luce

Da traboccare la sua testimonianza

E riversarsi in forme temporali.

Vuota te stesso dell’io ed introduci

Il labirinto dell’eternità

L’energia che fluisce serpeggiante

A connettere tutta la creazione

In spirali, in anelli ed in viluppi

In cui  l’Alfa e l’Omega

Sono ovunque e sono in nessun luogo

Perché non v’è inizio, non v’è fine,

Ma solo una e ininterrotta verità.>>

Un merlo apre la gola.

Gli auspici son propizi.

Mi siedo e guardo. Guardano le pagine

Da una polla bruciante di luce.

È  sospeso l’istante.

La procrastinazione ora mi implora

Disegnando una lontra sopra un margine

E poi ecco che sento sussurrare:

No non pensare all’enormità.

Rilassati e lascia che lo spirito emerga

Nel vuoto.

Ma come posso affidare lo spirito

Ad un pigmento inerte?

Come può ciò che è Incorruttibile

Essere reso da  corrotta visione?

Le domande intanto si moltiplicano

Per arrestare il panico e il terrore

Dell’autoannientamento; e tuttavia

Un’occasione di illustrare l’eternità

Di dispiegare il mio talento supplice –

Ma come potrà Dio esser mediato!

Egli è in ogni onda che s’infrange passando

Da un non formato a un altro non formato.

Come potrò imprigionare la  gloria?

Resta nella cornice, ti devi concentrare

Lascia fluire l’ispirazione; vai a ruota libera

Dispiega l’ingegno –

Sii altruista  in questa sacra opera

All’uomo sconosciuta ma amata da Dio

Per ogni pennellata che gli è cara.

Immergi il tuo pennello, fallo  errare

Investi in esso tutta la tua fede e penetra

Nel vuoto che è in attesa –

Basta l’inizio, il resto fluirà, lo so;

Prima il Chi, e dopo il Rho.   

(C) by James Harpur

(C) by Francesca Diano per la traduzione RIPRODUZIONE RISERVATA

Pagina del X Rho, partcolare

Pagina del X Rho, partcolare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anita Nair e il mito – di Francesca Diano

Marged Trumper - Henné rosso

Marged Trumper – Henné rosso

 

 ANITA NAIR E IL MITO

di Francesca Diano

 

Prefazione a

Magical Indian Myths

di Anita Nair

 

Il mito è uno strumento di precisione, tagliente come un rasoio, profumato e profondo come le acque dell’oceano, vasto e complesso come l’intero cosmo, per proiettare una lama di luce nella tenebra dell’animo umano e della storia della nostra specie.

Il mito è la storia prima della storia, il suo tempo è il non-tempo. Quando tra uomini e dèi non v’era separazione. Quando la natura parlava all’uomo con parole che l’uomo intendeva.

Scelgo volutamente di usare il termine al singolare, perché per la mia pur modesta esperienza di innamorata di miti,  sono sempre più convinta che non vi sia alcuna separazione tra i patrimoni mitologici che le diverse culture ci hanno lasciato, come zolle tettoniche galleggianti su un magma ignoto.

Esiste il mito ed esistono le sue proteiformi manifestazioni, che si diramano nel tempo e nello spazio in infinite direzioni e gemmazioni, che tessono trame senza fine. E  segnano di sé ciascuna cultura, tanto che forse non è una cultura che crea i suoi miti, ma l’opposto.

Sorella del mito è la fiaba. O a dir meglio, figlia. Ché ne è generata in sfilacciature e brandelli, ma il cui fine è ugualmente nobile.

Il mito è cibo per uomini dal cuore di bambini. La fiaba è nutrimento per bambini il cui cuore sarà quello di uomini.

E da sempre pare che il compito di traghettare la memoria di questi due mondi apparentemente separati sia stato quasi ovunque  accuratamente ripartito tra i due sessi: narratori di miti sono gli uomini; narratrici di fiabe sono le donne. E mi piacerebbe avanzare un’ipotesi per questa divisione di ruoli, che assegna alle donne il ruolo di psicopompo nel passaggio dall’infanzia all’età adulta.

In ogni momento liminale la donna è presente: la nascita, la morte. Sono donne le prefiche, sono le donne che preparano il defunto per il grande viaggio verso una nuova vita e ne accompagnano il passaggio con la lamentazione funebre ritualizzata. Che altro non è che la narrazione di una vita che, in quell’istante, si spoglia della sua dimensione individuale ed entra nel mito. Esce dal tempo umano per fondersi col divino.

La Grande Dea Madre dà la vita e dunque dà la morte. Ma la morte è trasformazione, passaggio da uno stato a un altro. E dunque dà la Vita.

È quindi femminile il compito di accompagnare il bambino sino alla soglia della sua trasformazione in adulto, nell’atto di morire all’infanzia e rinascere per la seconda volta, pronto ad entrare nella società degli uomini. Perché la fiaba non è altro che questo, “Vita: istruzioni per l’uso”.

Il mito dunque narra la nostra storia collettiva e anzi ancor prima che l’uomo fosse, conserva la memoria delle origini; la fiaba ci istruisce su come di quella storia entrare a far parte in modo protetto e sicuro.

Ma tutti  questi narratori, questi traghettatori della nostra identità, le cui voci, pur non tacendo, sono ormai silenziose, hanno un dono speciale che le accomuna, ed è l’abilità, l’arte di narrare.

Il dio degli antichi Celti, Oghmé, una sorta di Eracle celtico, ma anche dio dell’eloquenza e della parola, aveva catene d’oro che si dipartivano dalla sua lingua e letteralmente avvincevano chi l’ascoltava.

Dunque la narrazione non può essere separata dal suo narratore.

Ed ecco che una donna, una donna indiana, che sa usare le parole come catene d’oro nelle sue narrazioni, sceglie di raccontare ai bambini i miti dell’India.

Perché questo è nato come libro per bambini e non a caso è dedicato a Maitreya, suo figlio.

Per i bambini indiani, ai quali i nomi e le intricatissime vicende di quegli dei, di quei semidei,  di quei demoni e re mitici, di quegli animali divini non suonano affatto sconosciuti. E così è per qualunque indiano, piccolo o grande.

Qualche anno fa, una serie televisiva durata due anni e tratta dal Mahabharata, paralizzò l’intera India davanti agli schermi TV.

In India il mito, l’epopea, appassionano quanto le trame dei film di Bollywood, che non se ne discostano poi così tanto.

Donna dunque. E indiana. Che si assume il compito di tramandare ciò che è stato narrato a lei da sua madre, da sua nonna e dalla cultura che ha respirato, dal mondo in cui è nata,  parte di quello che è tra i più antichi e fecondi patrimoni di miti dell’umanità.

Ma in questa scelta, io credo, non entra in gioco solo la sua arte narrativa, che si riconosce dallo stile che le è proprio, diretto, tutto dialogo, poche descrizioni, ricco di colpi di scena, di ironia, poesia e dramma, quanto anche  la sua identità.

Anita Nair appartiene a un antico gruppo etnico, da tempo immemorabile  presente nel Kerala, che è lo stato dove è nata e dove torna spesso, quello dei Nair o Nayar, per tradizione  guerrieri, storici e viaggiatori. Una colta aristocrazia in uno degli stati indiani in cui di fatto l’alfabetizzazione è quasi totale.  Ma l’aspetto più singolare e interessante di questa  etnia dalle origini antiche e misteriose, è quello della discendenza matrilineare, che dà alla donna una posizione di grande potere e preminenza, sia all’interno della famiglia che del gruppo sociale.

I figli sono figli della madre, la figura maschile più importante all’interno della famiglia non è il padre, ma lo zio materno, la trasmissione del patrimonio è per via femminile, ecc. Una tradizione opposta a quella in genere presente nella cultura indiana, secondo cui il ruolo della donna, familiare e sociale, è assolutamente di sudditanza.

Dunque, per tradizione antica, spetta in qualche modo alla donna preservare e tramandare l’identità culturale e sociale del gruppo.

In questo Anita Nair, in un certo senso, non fa eccezione.

Nella sua premessa, Anita Nair specifica difatti  che il suo desiderio altri non è che quello di ritrovare la magia delle voci narranti che le hanno fatto amare questi miti e queste leggende ascoltate dalla madre, dalla nonna e più di recente dal maestro di danza Kathakali da lei incontrato in Kerala nel corso delle ricerche per la stesura del suo romanzo Padrona e amante.

Conosco l’opera di Anita Nair fin dagli inizi e ho della sua scrittura una visione privilegiata, come traduttrice e come lettrice. A lei mi legano  anche un’amicizia e un affetto  profondi.

Un traduttore che abbia la fortuna di seguire da sempre un autore, e ancor meglio fin dai suoi esordi, lo conosce dall’interno, ne segue i meccanismi del pensiero, ne impara la mappa mentale, ne vede l’evoluzione come nessun altro. Perché deve smontare quei meccanismi della lingua e del pensiero per ricostruire e rendere quello stile,  quella unicità. Deve dargli una voce straniera che sia all’autore familiare quanto la sua originaria.

Dunque ho imparato a conoscere anche la sua visione del mondo.

Le storie che Anita narra, storie di donne e di uomini, ma soprattutto di donne  nell’India che cambia, parrebbero lontane dal mondo della sfolgorante mitologia della sua terra.

Donne quasi sempre della media e alta borghesia,  le cui vite si scontrano con i sussulti del progresso, dei veloci cambiamenti sociali, delle tradizioni che non si vogliono o possono dimenticare.  Quello che racconta, con passione, delicatezza, ironia e un’acuminata capacità di andare al cuore delle cose, è un mondo in cui le trasformazioni sono velocissime e creano un senso di smarrimento. Storie la cui fine è con grande intuizione sempre aperta, in cui i suoi personaggi femminili devono fare i conti con le turbolenze create dallo scontro fra tradizione e innovazione.

Generalmente la tradizione è rappresentata dai personaggi maschili, mentre i personaggi femminili sono portatori di cambiamento e trasformazione. Uno scontro fra passato e futuro dunque, che non può avere una soluzione immediata o certa.

Ma il passato è sempre presente, in una sorta di contemporaneità del sentire, perché il Kerala in cui Anita Nair colloca tutte le sue storie, è un luogo ricolmo di incanto e bellezza, di magia, di vicende tratte dal Ramayana e dal Mahabharata  che i danzatori di Kathakali rappresentano davanti ai templi al tramonto, indossando i loro abbaglianti costumi. Ed è a quel passato mitico e magico che Anita Nair attinge.

In Un uomo migliore, la storia di una morte e di una rinascita spirituale è ambientata in un piccolo villaggio del Kerala, che diviene una sorta di microcosmo universale, dove una magica tecnica di guarigione, ispirata a un racconto puranico dà i suoi frutti. In Padrona e amante la vicenda amorosa dell’indiana Radha, moglie di Shyam e dell’americano Chris (i nomi rimandano agli dèi Radha e Krishna e a uno degli appellativi di Krishna, Shyamasundara, il Bello e l’Oscuro), si intrecciano con storie dalle coloriture di epopea e con la descrizione delle antichissime tecniche sacre  della danza Kathakali, che mette in scena i miti e i racconti epici.

Anita Nair rifiuta la definizione di “realismo magico”, che alcuni hanno avanzato per lo stile della sua scrittura e, dandole ragione, io lo definirei piuttosto “realismo mitico”.

Alla luce di queste premesse allora, non sarà difficile capire le ragioni di questo libro.

Il desiderio di rendere vividi e vitali i miti della sua terra trasformandoli in racconti ricchi di azione, di colpi di scena, di personaggi che parlano un linguaggio direi moderno e diretto per i piccoli lettori. Lettori che conoscono i miti della loro tradizione anche attraverso i fumetti e i cartoni animati. Tanto è presente il mito in India, che non teme di perdere forza o potenza mutando linguaggio.

Ma che questo libro sia indirizzato ai bambini non inganni, né faccia pensare a una lettura di tutto riposo, per quanto lieve e piacevole perché, sotto gli occhi dell’Occidente, il suo senso muta.

Il nostro cinismo, il nostro disincanto ci hanno fatto perdere la capacità di intendere il senso universale di quelle storie e tuttavia una nostalgia ci afferra, di ritrovare il linguaggio del mito, che ancora sussurra dall’abisso del tempo.

Ma per noi quel linguaggio non sarà più diretto. La luce del mito per noi sarà un lucore. Come la lucina nel bosco,  lontana lontana, che compare salvifica nelle fiabe. Dovremo dunque imparare ad attraversarlo quel bosco che ce ne separa.

Pensare di dedicare “qualche parola” alla mitologia indiana, o anche “qualche pagina”, in una prefazione può produrre un unico risultato: paralizzare il povero prefatore. Tanto più se questa, come me, non è un’indologa o una storica delle religioni, ma solo un’innamorata del mito. Il fatto è che la mitologia indiana, la madre di tutte le mitologie, è forse uno dei patrimoni mitologici più sterminati, compatti e antichi  che vi siano.

Miti, leggende, racconti epici si trovano nel Ramayana, nel Mahabharata, nei Purana. Letteralmente centinaia di migliaia di pagine. Narrazioni di gesta e imprese di un numero immenso di divinità, maggiori e minori, di personaggi semidivini, di animali magici, di avatar, incarnazioni di un dio. Vicende che si diramano in infiniti rivoli, intrecci, mutazioni, senza soluzione di continuità. E tutto questo macrocosmo narrativo, dai mille simboli convoluti, dai significati spesso inafferrabili, nel suo complesso, i cui confini si perdono nell’ignoto, è l’immagine dell’intero universo.

Come era, come è e come sarà. Tuttavia, in India, non esiste  una rigorosa separazione tra mito, leggenda e fiaba o, se esiste, è talmente sottile da non poterla discernere.

La fiaba, come noi la conosciamo,  è ciò che resta del mito, la sua trasformazione in racconto popolare e così è accaduto per noi in Occidente. Dove i miti sono solo materia di studio, ma non fanno parte più ormai della nostra vita quotidiana.[1] Ed è accaduto già da molto tempo.

In India non è così. E diversa è anche la concezione del tempo. Il tempo del mito, che inghiotte, trasformandoli nella sua stessa sostanza, anche avvenimenti storici, è il tempo del sacro. Un tempo circolare in cui non vi è un prima e un poi, ma tutto convive in un eterno presente e la narrazione delle vicende, che apparentemente si succedono le une alle altre, non segue un ordine cronologico, ma solo di causa-effetto, al di fuori del tempo e dello spazio.

Perché in India, così come nelle culture antiche, il mito è la storia. E questa percezione del tempo in India è ancora presente. La tradizione, con la sua ricchezza insostituibile è parte del quotidiano. Soprattutto nell’arte. Se si pensa che i musicisti e i danzatori in genere discendono da tradizioni familiari ininterrotte che possono risalire anche a seicento anni. Così come nella medicina. Patrimoni di conoscenza affidati alla trasmissione della teoria e della pratica.

Troppo lungo sarebbe e non utile in questa sede approfondire oltre questo discorso, ma ciò che è importante comprendere è che l’occhio e la mente con cui noi leggiamo questi racconti non può essere e non sarà mai quello con cui li legge un indiano, adulto o bambino che sia.

La maggior parte dei  miti che Anita Nair ha scelto per compilare questa raccolta sono tratti dai Purana, dal Mahabharata e dal Ramayana, ma con delle incursioni nei testi vedici.

La tradizione letteraria indiana comprende i 4 Veda con i relativi commentari (tra cui le Upanishad), che contengono inni, canti, riti e formule magiche. Questi testi sono noti come shruti, letteralmente “ciò che è stato udito”, perché furono rivelati in tempi immemorabili come suono attraverso l’orecchio ai rishi, sacri sacerdoti o veggenti primordiali, che a loro volta li hanno trasmessi oralmente ai sacerdoti brahmani e così passati di generazione in generazione. Il termine sanscrito  veda ha la stessa radice di video latino, dunque il suo senso è “veggenza”. Anche se furono rivelati attraverso il suono, poiché ciò che si vede si conosce. Dunque conoscenza. [2]

La smriti , letteralmente “ricordo”, è invece la tradizione orale e popolare di miti, leggende, poemi epici e comprende I Purana, il Mahabharata e il Ramayana.

Il Mahabharata è l’epopea di circa 100.000 versi in cui si narrano le vicende della lotta tra le famiglie imparentate dei Pandava e dei Kaurava per il trono. Sarà grazie all’aiuto di Krishna, auriga dei Pandava, che a questi arriderà la vittoria.

Ed è nel Mahabharata che compare la Bhagavad Gita, il Canto del Beato, il discorso di  Krishna ad Arjuna, in cui è affermato e spiegato il senso del Dharma.

Il Ramayana, composto da 27.000 versi,  narra la vita di Rama, avatar di Vishnu al pari di Krishna, dall’infanzia al suo ritorno nella città di Ayodhya.

I Purana costituiscono uno sterminato corpus  composto da 18 Purana maggiori (Maha Purana) e 18 minori (Upa Purana), la cui composizione è attribuita al mitico rishi Vyasa, o Vyasadeva. [3]

I Purana maggiori sono interamente dedicati alla Trimurti, la sacra trinità di Brahma, Vishnu e Shiva, a ciascuno dei quali sono riservati 6 Purana. Inoltre genealogie mitiche di sovrani, personaggi semidivini, asura (demoni)  e le loro vicende, che si intrecciano con quelle degli dèi. Vi si narrano la vita, le gesta, i culti e i loro avatar, o incarnazioni. Nel Bhagavata Purana ad esempio, sono elencati i  Dasavatara, i 10 principali  avatar, le 10 incarnazioni di Vishnu: Matsya, il pesce; Kurma, la testuggine; Varaha, il cinghiale; Narasimha, l’uomo-leone; Vamana, il nano; Parashurama, Rama con la scure, l’abitante della foresta; Rama, il Signore del Regno di Ayodhya; Krishna; Balarama o Buddha; Kalki, il Tempo, colui che annienta la malvagità, che giungerà su un cavallo bianco alla fine del Kali yuga, l’età oscura, la nostra epoca, dominata da materialismo, avidità e cinismo, per riportare l’umanità a ritrovare la sua identità divina dopo una catastrofe purificatrice.

Ma non si tema, perché l’inizio del Kali yuga data dalla morte di Krishna, il 18 febbraio 3.102 a.C. e gli yuga, le ere secondo i Veda, durano molte centinaia migliaia di anni. Quest’ultima durerà poco meno di 430.000 anni. Dunque siamo appena agli inizi!

Una lettura interessante e di grande fascino è che questi 10 principali avatar di Vishnu indichino i dieci stadi evolutivi dell’umanità; dagli organismi viventi nel brodo primordiale (pesce), agli anfibi (testuggine), agli stadi non ancora del tutto umani (nano e uomo-leone) fino allo stadio più evoluto in cui l’umanità troverà finalmente la sua identità divina in un’Età dell’Oro.

Come si vedrà, tra i primi miti che Anita Nair narra, ve ne sono cinque dedicati ai primi cinque avatar di Vishnu. Sono quelli in cui Vishnu scende sulla terra in forma ancora non umana o semi-umana. Il dio Vishnu, il Conservatore, mantiene la stabilità della creazione e dell’ordine cosmico, contribuendo alla realizzazione della legge del Dharma[4]. I suoi interventi, nei momenti in cui operano forze oscure e distruttive che tenderebbero a prevalere e distruggere quell’ordine, sono fondamentali perché si compia il Dharma. Ed ecco che in momenti di pericolo Vishnu discende sulla terra assumendo la forma necessaria e adatta. La legge del Dharma richiede che non solo l’Universo, ma ciascun essere si conformi a quell’armonia che sola garantisce l’equilibrio dell’Esistente.

Forse, leggendo questi miti, non si potrà non pensare agli dei dell’Olimpo, risplendenti di luce, ma a volte capricciosi e irosi. Anche qui, dèi e re mitici, demoni, saggi rishi e avatar, si scontrano in lotte dettate da gelosie, egoismo, avidità. Come nel mito “Come nacque il Lingam”, in cui Brahma e Vishnu litigano come bambini viziati per stabilire chi sia il vero creatore dell’Universo, incuranti che il loro dispettoso scontro rechi morte e distruzione tra gli uomini. Ed ecco: un’immagine da Guerre Stellari, da effetti speciali che nemmeno Spielberg. Emerge dall’oceano cosmico, tra esplosioni di fuoco e di lampi, una misteriosa roccia oscura, che cresce sino a proporzioni gigantesche. E cresce e cresce e cresce e poi si spacca…. E il Signore Shiva, in silenzio, sul suo trono, vi è dentro come in un tempio. La tremenda potenza del Lingam, simbolo ben più complesso e misterioso che di un semplice fallo umano, origine della vita, che è principio, ma allo stesso tempo fine, morte, trasformazione e rinascita.

Dunque è Shiva, il Distruttore, il vero creatore dell’Universo. Non Brahma, da cui tutto emana, non Vishnu, che protegge e mantiene, ma Colui che distrugge. Perché senza distruzione non v’è trasformazione e dove non v’è trasformazione è la morte di ogni cosa. Perché dove è la Fine lì è anche l’Inizio. Shiva è infatti Adianta: inizio e fine.

Allora ecco che anche l’apparente disordine dei comportamenti divini, le liti, le diatribe, le rabbie e le vendette, tutto non è altro che un mezzo per far sì che il Dharma si affermi, che la Verità si riveli.

Questo insegnamento accomuna in India mito e fiaba. Questo intendono i bambini indiani leggendo i dialoghi vivaci, le descrizioni quasi sceneggiate dei miti come Anita Nair li racconta.

Il racconto che Anita Nair ha scelto come conclusivo, “Del perché Yama non poté ignorare Nachiketa”, forse è quello che, tra tutti, più disvela con quale disposizione,  background e intendimento un bambino indiano leggerà questi testi. Una disposizione che nessun bambino occidentale potrà mai avere.

La storia di Nachiketa, che narra dell’origine delle Upanishad, è la storia di un viaggio nell’aldilà e, allo stesso tempo, ricorda come i rishi appresero la shruti. Come Buddha, Nachiketa è colpito dall’esistenza della morte e non ne comprende il senso. Per quanto chieda, nessuno sa dirgli con certezza se vi sia o meno una vita dopo la morte. Il bambino, che pure studia in una gurukula, una scuola retta da un Maestro, non trova risposta né dai maestri né dai compagni. Le circostanze vogliono che Nachiketa raggiunga, per un sacrificio offerto da suo padre, l’Aldilà, dove incontrerà Yama, il dio della morte. Ed è Yama infine, colpito dalla sete di conoscenza di Nachiketa, che gli rivelerà come dono il supremo insegnamento sulla scelta che l’uomo ha nella vita; il saggio sceglie il percorso del bene e la realizzazione del Sé, lo stolto sceglie la facile via del piacere, che lo condurrà alla prigionia della ruota incessante  di morti e rinascite. E da questa e le successive rivelazioni di Yama, ebbero origine così le Upanishad.

Questo tipo di insegnamento, trasmesso con queste parole apparirebbe davvero di difficile digestione per uno dei  nostri bambini, a cui tra l’altro non parliamo mai della morte. Sono le parole che molti adulti partiti dall’occidente si sono sentiti ripetere dai guru indiani che tanto piacciono alla nostra epoca disincantata.

Se un bambino indiano è in grado di comprendere un concetto per noi  tanto elusivo, chi tra i lettori indiani e quelli occidentali di questo libro sarà il vero bambino e chi il vero adulto?

Copyright © Francesca  Diano 2009

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[1] A questa osservazione fa eccezione l’Irlanda, dove, per molti versi, ho trovato singolari ma comprensibili analogie con la visione indiana del mito e la sua percezione. Se in Irlanda mitologia e folklore sono materia di studio scolastico e ovviamente accademico, tuttavia per un irlandese la propria identità è legata  in modo inscindibile alla tradizione orale come per nessun altro popolo in Europa.

[2] La stessa tradizione si ritrova intatta nella religiosità degli antichi Celti. La Conoscenza fu trasmessa in forma di suono emanato  ai druidi primordiali e da loro trasmessa oralmente attraverso le generazioni di druidi. Il termine druvid, sul cui significato non sempre si è d’accordo, ha comunque questa stessa radice vid- e il suo significato è “veggente”.

[3] Al brama rishi (saggio sacerdote di epoca mitica) Vyasa è attribuita la composizione dei Purana, del grande poema epico Mahabharata  e la trascrizione dei Veda, prima tramandati in forma orale.

[4] Dharma è un termine sanscrito che compare già nei Veda. Il suo significato è molteplice e assai complesso. Ciò che è Stabile, Fissato,  Legge, legge Naturale, Ordine Universale, è il concetto centrale della spiritualità e della filosofia hindu. È la Verità Ultima, il senso delle cose, Dio.

Lo si intende sia sul piano individuale, come Legge Morale, dottrina morale dei diritti e dei doveri a cui ciascun individuo deve conformarsi, che sul piano universale. In quest’ultima accezione è  il Tao dei cinesi e il Lògos dei Greci. Allontanarsi dal Dharma significa sconvolgere l’ordine delle cose, creare disarmonia, kaos. Dunque sofferenza. Il Dharma è essenziale anche nei diversi stadi della vita umana, Artha, (i conseguimenti materiali)  Kama (il piacere sesnsuale)  e Moksha (la liberazione) Nel Mahabharata è Krishna stesso a definirlo: “Il Dharma governa tutte le vicende che sono di questo mondo e fuori di questo mondo” (Mahabharata 12.110.11) Ancora Krishna, nel Bhagavad Gita, dichiara di incarnarsi ogniqualvolta e come sia necessario per annientare le forze del Male e proteggere il Bene. Non è un caso che alcune direzioni filosofiche hindu vedano in Cristo e Krishna profonde analogie, di funzione e di ruolo. Non ultimo persino nell’omofonia del nome.

 

(C) 2009  by Francesca Diano  RIPRODUZIONE RISERVATA

Intervista a Tim Parks

Tim Parks

Tim Parks

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tim Parks è, come molti sanno, un signore britannico, nato a Manchester,  che vive da moltissimi anni in Italia e, per certi versi, la conosce più di molti italiani e per due motivi: la osserva dall’interno e contemporaneamente dall’esterno. La  (ci) osserva con grandissima attenzione, acuta curiosità e cura estrema. Questa sua meticolosità (tratto che lui stesso menziona in questa intervista) è riflessa nelle attività che il suo carattere e il destino lo hanno portato a svolgere; scrittore, traduttore, docente di traduzione specialistica allo IULM e molte altre cose. I suoi molti romanzi, Lingue di fuoco, Europa, Il destino di Cleaver, Il sesso è vietato, per non citarne che alcuni tradotti in italiano, e i molti saggi, Italiani, Un’educazione italiana, Questa pazza fede, La fortuna dei Medici, Insegnaci la quiete, Italian Ways, Tradurre l’inglese, solo per menzionare pochi titoli, sono ricchissimi di questa vista acuta come un rasoio, attentissima e talvolta impietosa,  ma mitigata sempre da un’elegante ironia. Dote senza la quale la vita sarebbe pesante e forse invivibile. E di pesante in Tim Parks non c’è proprio nulla.

Ma la mia curiosità questa volta era per il traduttore. Parks ha alle spalle una ricchissima esperienza di traduttore, cioè di traghettatore di una cultura verso un’altra – che è il vero scopo della traduzione. Moravia, Tabucchi, Calvino, Calasso sono alcuni degli autori che ha tradotto dall’italiano. Ma la grande sfida per un traduttore è tradurre i grandi capolavori del passato che spesso si leggono in una lingua non più nemmeno corrente nel proprio paese e dunque complessa da affrontare oggi. Ho il sospetto che Parks, che è un grande scrittore contemporaneo, ami molto le sfide, altrimenti come avrebbe potuto affrontare prima Machiavelli e ora lo Zibaldone di Leopardi?  Roba da far tremare i polsi a chiunque. Non solo a uno straniero, per quanto profondo conoscitore della nostra cultura, della nostra lingua, della nostra letteratura e delle nostre idiosincrasie, ma perfino a un italiano, dato che questo è il paese in cui si pubblicano, assurdamente per me,  “traduzioni” in italiano moderno di grandi classici del passato.

Perciò questa sua impresa eroica di affrontare un testo che è un abisso come lo Zibaldone, mi ha spinta a porgli qualche domanda, a cui Parks ha risposto molto gentilmente e pazientemente. Da traduttrice letteraria da oltre 30 anni e come figlia del maggiore traduttore del ‘900 dei tragici greci, il tema della traduzione dei grandi mi sta molto a cuore. Voglio anche riportare un bell’articolo di Parks sul ruolo (misconosciuto e sottostimato) del traduttore, comparso su The Guardian nel 2010, in cui Parks dispiega tutto il suo acume, la sua esperienza, la sua passione e la sua ironia per sostenere il ruolo fondamentale che ha un traduttore letterario nella cultura del suo paese.

http://www.guardian.co.uk/books/2010/apr/25/book-translators-deserve-credit

Ringrazio Tim Parks per la sua generosa disponibilità e per la sua gentilezza.

F.D.

 

 

D. Nello Zibaldone (19 ottobre 1821) Leopardi afferma: “[…] una tal lingua può […] adattarsi alle costruzioni e all’andamento di qualsivoglia altra lingua con somma esattezza. Ma l’esattezza non importa la fedeltà ecc. ed un’altra lingua perde il suo carattere e muore nella vostra, quando la vostra nel riceverla, perde il carattere suo proprio, benché non violi le sue regole gramaticali. Omero dunque non è Omero in tedesco, come non è Omero in una traduzione latina letterale, giacché anche il latino così poco adattabile, pur si adatta benissimo alle costruzioni ecc. massimamente greche, senza sgrammaticature, ma non senza perdere il suo carattere, né senza uccidere e  se stesso, e il carattere dell’autore così tradotto. […] Laddove la lingua italiana […] può nel tradurre, conservare il carattere di ciascun autore in modo ch’egli sia tutto insieme forestiero e italiano. Nel che consiste la perfezione ideale di una traduzione edell’arte di tradurre.”  E, pochi giorni prima aveva scritto: La piena e perfetta imitazione è ciò che costituisce l’essenza della perfetta traduzione.” Lei sta traducendo lo Zibaldone di Leopardi. Sta dunque traducendo non solo un grandissimo poeta e pensatore, ma anche un grandissimo traduttore, le cui idee sulla traduzione sono modernissime e anticipatrici. Trova che queste parole di Leopardi si attaglino alla sua esperienza di traduttore, in particolare di grandi autori italiani del passato? Può essere, in qualche modo, una traduzione, una sorta di nuova creazione?

 R. Innanzi tutto mi sembra pertinente l’osservazione di Leopardi che anche quando una lingua accetta le forme grammaticali dell’altra, non vuol dire che la traduzione sarà bella o fedele; le forzature nella traduzione,  dove non ce ne sono nell’originale, sono una grave infedeltà. Non credo però che questa sia un’idea particolarmente nuova, né che le idee che Leopardi aveva in questo campo siano modernissime e anticipatrici. Humbolt e Schleiermacher erano tutti e due più o meno dello stesso avviso. Anzi non credo che il ventesimo secolo, con tutta la sua furia di Translation Studies, abbia aggiunto nulla di sostanziale a quello che già era stato pensato e scritto sulla traduzione.

Per quanto riguarda la mia traduzione di una selezione dallo Zibaldone, deve per forza essere una nuova creazione, in quanto deve dare voce a questi passi di Leopardi in una lingua e in un tempo piuttosto lontani dall’originale. Detto questo, ogni mio atto creativo è volto a recuperare quello che io comprendo e sento nell’originale, che è una creazione molto, ma molto più importante della mia.

 D.  Lei ritiene che si possa parlare di “teoria e scienza della traduzione”, o “traduttologia” secondo la definizione di Berman? E se sì, in che senso? Potrebbe essere un diverso modo di definire qualcosa che è sempre stato il bagaglio di un vero traduttore, e cioè un’approfondita analisi filologica, un rigore critico e una profonda conoscenza del testo, dell’autore e della cultura cui appartiene? 

 R. Non credo alla possibilità di una teoria rigorosa e sistematica. È possibile però trovare modi utili per esprimere quello che l’esperienza e l’osservazione hanno fatto capire. Devo dire che pochi traduttori ci riescono, ma qualcuno lo fa, riesce cioè a farci capire quello che è in gioco nelle infinite scelte che ogni traduzione, per quanto umile, richiede.

 

 D. Lei è un profondo conoscitore del nostro paese e della nostra cultura, ma è anche uno scrittore. Quanto incide, nella sua attività di traduttore, la sua attività di scrittore, o viceversa? Trova che questo la aiuti nel tradurre e trova delle differenze – al di là di quello che potrebbe apparire ovvio ed evidente –  fra lo scrivere i suoi testi e il tradurre testi di altri autori? E crede che, per un traduttore letterario, sia importante essere anche, se pur non solo, uno scrittore?

 R. Credo che si possa tradurre benissimo senza essere affatto uno scrittore, anche se bisogna ovviamente saper scrivere, che è tutt’altra cosa. Per uno scrittore tradurre è una forma di evasione, perché  non gli chiede di decidere cosa scrivere, ma solo di cercare di trasporre l’altro testo nella propria lingua. Per certi aspetti tradurre può essere più difficile, tecnicamente e intellettualmente che non lo scrivere, ma comunque, su un altro piano, è pur sempre più facile. Per quanto mi riguarda, tradurre mi aiuta a riconoscere  lo stile che mi è proprio, in quella tensione inevitabile che emerge tra lo stile dell’originale e il modo in cui io sono tentato di renderlo in inglese. Ho imparato moltissimo dalle traduzioni che ho fatto.

 

D.  Un suo libro particolarmente prezioso per chi si occupa di traduzione letteraria è Tradurre l’inglese, in cui lei dimostra, con metodo comparativo, come sia molto facile cadere in fraintendimenti, quando non i errori macroscopici, sia per disattenzione (il che è grave), che per poca conoscenza dell’autore, della lingua e della cultura originale (il che è ancora più grave). Ritiene che gli editori italiani siano troppo poco attenti nell’affidare certi autori a traduttori non sempre così esperti?

 R. Non solo gli editori italiani… non si fa che lodare la letteratura, si insiste nel dire che è il sommo prodotto di un’arte raffinatissima, e poi si smistano le traduzioni dei romanzi come se fossero compitini assegnati ai ragazzi in una colonia estiva. È rarissimo che un editore offra davvero il sostegno necessario a tradurre davvero bene un romanzo importante. Quando si pensa alle condizioni in cui vengono ritradotti in questo periodo i grandi classici degli anni venti e trenta del secolo scorso, ti viene da piangere.

 

D. Quali sono le caratteristiche che un traduttore letterario dovrebbe avere secondo lei?

 R. Al di là della conoscenza delle lingue e delle letterature delle due culture in questione, ho sempre pensato che bisogna possedere due qualità in evidente conflitto tra di loro: una straordinaria e rispettosa meticolosità e, simultaneamente, una grande, generosa, impazientissima creatività.

 

 (C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 

 

 

 

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