Un sonetto di Paul Vangelisti per Nanni Cagnone

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Nanni Cagnone

 

 

Due grandi poeti, due grandi traduttori, una grande amicizia.

 

 

A Nanni Cagnone

 

S’accende primavera e pioggia serica

e lieve come alito d’amante. Qua e là fringuelli

su brezze di ponente, i declivi dei colli

trillano verde quiete nel sole del meriggio.

E inizia ancora: i suoni della notte giungono rari

ma costanti, addormono l’incerto acquisto di

giorni a venire più esaltanti. Con cinguettii crescenti

più giù fra i rami, emissari della stagione

incantano di nuovo, cori fuggevoli fra

bagliore di foglie. Più ancora quando

il tempo ha urgenza di fruscii lassù in alto,

la sveglia del piacere sotto quel

baldacchino di lucori. E siano dunque

questi versi fede nella pioggia imminente.

 

 

Paul Vangelisti

(traduzione di Francesca Diano)

 

 

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Paul Vangelisti

 

For Nanni Cagnone

 

Spring’s catching and the rainfall silken

and mild as a lover’s breath. Finches here

and there on westerly breezes, hillsides

ring a greeny stillness in afternoon sun.

So it starts again: night sounds to arrive few

but steady, sleep the shaky purchase of

headier days to come. With swelling chirrups

lower in the branches, the season’s envoys

charm once more, choruses fitting between

a glimmer of leaves. Especially when

time’s urgent with the rustle overhead,

the alarm of pleasure beneath all that

shimmering canopy. And so pose this

rime as faith in the approaching rain.

 

(C)Paul Vangelisti (C)2017 Francesca Diano per la traduzione RIPRODUZIONE RISERVATA

Solstizio d’inverno

 

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È sempre l’irruzione dell’evento

non annunciato l’abbaglio

della raggiunta pace l’immobile

che non sa d’essere attesa.

 

Disrupting clay walls

shattering to pieces

frail bulwarks

laboriously erected.

And now what?

 

E più spessa la creta

e più assordante

il fragore del suo crollo.

Non ha difesa il nucleo

di fronte all’invasione

del condottiero.

 

 

_ _ _ _ _ _ _ _

 

 

Convergere di mari

di ferite semisanate

correnti miscelate

di sangue non rappreso.

Lì collisione arsura

d’ansia lì è nodo il fulgore

che temo non desidero

che ardo di provare

per divenire pulsar.

 

Celati  nei silenzi

bastioni alle parole

frecce infocate accese

mai mancano il bersaglio.

Leggere il vuoto

colmare l’assenza

col silenzio del volto

col bagliore del senza.

Perché non prima o mai?

 

Craving for needs

denied  needs

to build new walls

of tenderness and will.

And now what?

 

Ora è pasto la sete

la fiamma che riaccende

acqua che non si spegne

in cenere silente nel trionfo

del non ardere. Sfera

d’annientamento non c’è

sussulto atto a contenere

l’origine né giochi ad armi pari

come fu nei tuoi giorni

come nei miei il ritorno.

 

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _

 

 

Ogni grazia è un addio

un gesto d’abbandono

volto a sé stessi all’umidore

delle cose – costanza

del danzare lievi sul filo

che unisce ardore d’acqua

e fluire di fiamma.

 

 

 

Francesca Diano

 

(C)2016 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 

 

Di iris, di savonarole, di un anziano professore e del profumo dello scrivere.

Efisio Mameli e sua moglie

Efisio Mameli e sua moglie, la chimica Anne Mannessier. (Fonte, web)

Si può vivere tutta la vita o quasi, senza sapere che l’eccezionale ti sia passato accanto o, se lo hai percepito, senza scoprirne il senso. Il senso per te.
 Quando avevo due anni, ci trasferimmo a Padova da Roma e nell’appartamento sotto il nostro abitava il professor Efisio Mameli. Era vedovo, viveva in solitudine, ed era un signore dall’aspetto elegante, il viso appuntito, piccolo di statura, i capelli bianchissimi, il pizzetto e due occhietti penetranti. Io lo vedevo molto vecchio ovviamente, ma all’epoca doveva avere 75 anni, che oggi conterebbero assai meno del passato.
Ogni tanto andavo a trovarlo a casa sua, dove mi colpivano molto delle poltroncine di un tipo che non avevo mai visto e lui mi disse che si chiamavano savonarole, come il predicatore arso vivo. Quelle poltroncine di stile medievale, con i ricchi intarsi, ma l’aria austera, perfino tetra, come tutto l’insieme dell’arredamento del resto, molto liberty, dopo questa rivelazione mi apparvero un po’ sinistre, eppure tanto più affascinanti. Anche perché ne avevo viste di simili nella casa di Petrarca, che era vissuto più o meno all’epoca – per me – di Robin Hood. Dunque figurarsi quanto antico dovesse apparirmi il professore.
Il professor Mameli era un signore molto gentile, anche se riservato, ma la cosa più straordinaria che lo riguardava, almeno per i miei occhi di bambina, erano i fiori che aveva piantato, forse due o tre anni dopo il nostro arrivo, nel giardino del nostro piccolo condominio. Grandi bocche di leone dai molti colori, che se opportunamente manovrate, potevano parlare, ed enormi iris dai colori fiabeschi: violetti con pennellate crema e dorate, bianchi con striature lilla e viola scurissimo, ocra tigrati di viola e di marrone, bruniti con sfumature iridate.  Diceva che glieli aveva regalati sua sorella e presto si moltiplicarono, orlando le aiuole rettangolari lungo il muro, a destra e a sinistra del portoncino d’ingresso.
Fiori così non li avevo mai visti e mi apparivano creature fantastiche, vive.  Quasi non fiori ma farfalle che si posavano sugli alti steli. Ogni primavera, verso aprile, rifiorivano,  diffondendo un profumo delicatissimo che ancora ho nelle narici.
Per molti anni, dopo la morte del professore, questa sua eredità profumata seguitò a ricordare ad ogni primavera la sua presenza. perché la vita, anche dopo la morte, continua, e non solo nel ricordo, ma nelle tante tracce che lasciamo di noi. Eppure a volte, quelle tracce più evidenti ne contengono altre di più misteriose. Messaggi da essere decifrati al momento opportuno.
Io bambina con gli iris della madre di Italo Calvino, Eva Mameli

Io bambina nel giardino di casa con gli iris e le bocche di leone della madre di Italo Calvino, Eva Mameli.

Ferma al ricordo di quei fiori, di quelle savonarole e di quegli occhietti penetranti di proprietà di un signore anziano che abitava sotto di noi,  solo di recente ho scoperto che in realtà Efisio Mameli è stato un grandissimo chimico e tossicologo di fama internazionale, fondatore dell’Istituto di chimica farmaceutica e tossicologica dell’Università di Padova. Che Mameli era stato un eroe di guerra nella Prima Guerra Mondiale, attivamente presente nella vita politica italiana, difensore dei diritti delle donne, studioso all’avanguardia nel suo campo.
Ma non solo; era lo zio di Italo Calvino, perché sua sorella Eva Mameli Calvino, da lui molto amata e che gli regalava le sue piante, preziosi ibridi e incroci, botanica eccezionale, era appunto la madre dello scrittore. Tra “gli zii chimici” (Efisio Mameli e sua moglie, anche lei chimica di valore), come lui li chiamava, e Italo Calvino, c’era un grande affetto e si frequentavano spesso. Infatti, alla sua morte, Efisio Mameli lasciò la sua intera biblioteca, quella che io vedevo racchiusa in solide librerie intagliate di quercia scura, alla sorella e al nipote.
Io purtroppo ero una bambina – quando Mameli morì avevo nove anni – e non facevo certo caso a chi venisse a trovare il professore, ma è possibile che mi sia accaduto di incrociare il giovane Calvino in giardino o sulle scale di casa o la sua mamma.
E così, con un gioco di immaginazione, amo pensare che il grande amore che ho per la scrittura di Calvino, il considerarlo uno dei miei Maestri, l’ispirazione che sempre ho tratto da lui sia una magia di quei fiori rarissimi. Forse il suo influsso è passato attraverso il loro profumo, le loro forme e i loro colori bizzarri.
Il Postino di Domenico Dara – e io con lui – annoterebbe tutto questo nel suo quadernetto delle Coincidenze.
§ § §
(C)2016 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Lo sguardo di mio padre

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LO SGUARDO DI MIO PADRE

 

L’ultimo sguardo

Che non fu l’ultimo

Eppure quello s’è inciso

Come vero congedo

Fu sulla soglia prima di andare

Prima di entrare in una stanza

Estranea dove saresti morto

Atrocemente

Da vincitore.

Il cappotto e il cappello

Troppo grandi e pesanti

Ormai in quel dicembre

Che mai divenne Natale

Per il ragazzo elegante

Dai capelli ondulati

Che sempre mi sorride –

Mentre lavoro e penso

E a volte mi strazio

Dentro senza lacrime –

Dalla foto di una remotissima

Primavera seppia.

Nei tuoi occhi l’addio

La consapevolezza dell’addio.

L’ultimo sguardo dalla soglia,

Alle favole che mi raccontavi

Al cavalluccio sulle tue ginocchia

Alla stella di porporina del presepio

Che andammo a comprare una sera

Di nebbia nella bottega

Dell’elettricista sotto i portici quasi deserti

E io ero stanca e mi portasti

A cavalcioni sulle spalle.

Alla tua disperazione

Quando nella nuova città

Fredda stavo quasi morendo

E passasti la notte seduto

Ostinato

Per terra accanto al mio lettino

Per soffrire con me – come dicesti.

All’amarezza di non aver compiuto

Tutto come volevi

Nella vita – il tuo pensiero

Acuminato rasoio luminoso

Veggente del passato e del futuro

Giunto dove nessuno era giunto

E s’era inoltrato lungo il percorso

Più oscuro dei tuoi padri Greci

Rivelandolo nella sua luce abbacinante

Interrotto dall’accanirsi inutile di cure

Prive di senno e senso e compassione.

L’addio allo sconforto del sacrificio

Cui t’eri crocefisso dall’infanzia aggrappato

A un perenne senso di colpa che t’ha scagliato

Dritto nelle fauci di un inferno

Travestito da Eden. Nel tuo sguardo

C’era la vittima che mai si sentì tale

Autoimmolata a una divinità

Che mai fu tale se non

Nella proiezione del tuo desiderio

O della tua speranza dura a morire

Da cui ti risvegliavi a tratti

E ti accorgevi di aver paura

Del suo vero volto

E subito chiudevi ancora gli occhi.

E c’era il discernimento che tutto t’agguantava –

E guardavi senza temere più –

Della vita che ti sfuggiva

Correndo veloce – già ricordo

Eppure amata che hai bevuta come coppa

Avvelenata fino in fondo

Padre

Della vita a cui sapevi

E temevi di lasciarmi.

E così è stato

Padre

Così è stato.

 

16/02/2016

 

Francesca Diano

 

(C)2016 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Io sono il Nordest – Antologia di scrittrici del Veneto, Venezia Giulia, Trentino. Apogeo Editore

Sono onorata e orgogliosa di essere stata chiamata a far parte di questo gruppo di straordinarie scrittrici, le più rappresentative,  che raccontano un territorio, il Nordest, dalle caratteristiche uniche, in un’antologia di racconti edita da Apogeo Editore, che verrà presentata ufficialmente al pubblico il 20 marzo 2016 a Padova e successivamente in molte altre città. Io sono nata a Roma, ma Padova è la mia città da quando avevo due anni, a parte i miei soggiorni all’estero. Qui sono nati i miei figli, qui ho legami e affetti, qui ha svolto il suo magistero mio padre, qui ho legami col territorio e dunque nel mio racconto ho voluto intrecciare Nord e Sud, donne, situazioni e mentalità apparentemente diverse ma che, alla radice, hanno un comune denominatore: la forza di affrontare la vita, le sue crudeltà, le sue dolcezze e le sue bizzarrie.   Inoltre i proventi della pubblicazione andranno a un progetto che sta a cuore a tutte noi. 

Un grazie speciale a Francesca Visentin e Barbara Codogno

Francesca Diano

 

“IO SONO IL NORDEST”

Amore, violenza, lavoro, famiglia, relazioni, potere

Sullo sfondo il Nordest, territorio in bilico tra crisi e rinascita

L’antologia di Apogeo Editore

Racconti di Antonia Arslan, Isabella Bossi Fedrigotti, Irene Cao, Mary B. Tolusso, Gabriella Imperatori, Barbara Codogno, Federica Sgaggio, Michaela K.Bellisario, Francesca Diano, Elena Girardin, Anna Laura Folena, Annalisa Bruni, Antonella Sbuelz, Micaela Scapin, Maria Pia Morelli, Serenella Antoniazzi, Irene Vella, Francesca Visentin

Le voci più rappresentative delle scrittrici di Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino, raccontano 18 storie indimenticabili.

Il titolo “Io sono il Nordest” vuole rendere protagonista ognuna delle autrici, ma anche tutte le donne del Nordest, la loro forza e quello sguardo speciale che hanno sulla vita.

Ogni racconto è la fotografia di una realtà, spesso brutale o difficile.

I racconti sono legati da un percorso coerente, anche se espressioni di scrittrici diverse e sono carichi di speranza, sebbene testimoniano storie di crisi, di rapporti egoistici e strumentali tra uomini e donne, in cui alle donne è negata la possibilità di essere fino in fondo persone – scrive Marina Salamon nella prefazione del libro – . Possiamo scegliere ogni giorno di crescere, imparare, evolvere la nostra storia attraverso le testimonianze di altre vite”.

Il libro, curato dalla giornalista Francesca Visentin, nasce da un’idea dell’editore Paolo Spinello di Adria, che l’ha realizzato con la sua casa editrice Apogeo. L’immagine di copertina è dell’art director Giorgio Maggiolo e ritrae Maria Giulia Zorzato, ragazzina di 11 anni di Padova, simbolo di forza, entusiasmo, fiducia nel futuro.

La vendita del libro “Io sono il Nordest” sostiene il Centro Veneto Progetti Donna e vuole contribuire al finanziamento delle case di fuga, luoghi segreti che mettono in salvo e al sicuro le donne vittime di violenza.

Le rivoluzioni, la rinascita, possono iniziare anche dalla scintilla di un semplice “no” che innesca la svolta. Non bisogna sempre morire per essere ascoltate”, dall’introduzione di Francesca Visentin.

Corriere della Sera del 29-12-2015: “Talento, impegno, dolore, amore, resistenza nonostante prevaricazioni e discriminazioni. Le piccole e grandi battaglie vinte ogni giorno, emergono con forza e intensità in questo libro attraverso i racconti delle scrittrici del Nordest

 

Francesca Diano – Comete

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COMETE

A Saffo  a Emily D.  a Sylvia P. ad Anne S.

 

 Illusione è veleno sottile

stilema dell’anima – sorriso alla notte

che il buio stupisce e scolora.

Il cromo emana luce e le biacche

riflettono in mille bagliori

un sole andato in frantumi.

Terre di Siena assorbono come ramarri

impazziti i tentennamenti dell’Es –

Stelle congiunte si danno la mano

nel cosmo e silenzi – silenzi

si tingono d’acqua.

 

Le poetesse – sole come comete –

volvono versi stilati col sangue

– ghiaccio fuso –

Saldiamo col fuoco le sillabe

ustioni d’aceto e catrame

illuse cerchiamo risposte – illuse parliamo

sole – a noi stesse –

un monologo quieto

come la quieta follia di Ofelia

 

1985

 

(C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Agghiacciante silenzio – una poesia di Neal Hall tradotta da Francesca Diano

Neal Hall

Neal Hall

Neal Hall è un chirurgo americano, oftalmologo e poeta. Tre qualifiche completamente in armonia fra loro, perché la sua voce, che ha una potenza ipnotica, travolgente quando legge la sua poesia, è anche una voce che sonda e perfora ed estrae e rende visibile – che porta il “vedente al veduto” – il male, l’ingiustizia, i diritti calpestati, i pregiudizi, la sofferenza che l’uomo causa all’uomo. Nato a Warren, nell’Ohio, si è laureato alla Cornell University e successivamente si è specializzato ad Harvard, inoltre è stato medaglia d’oro alle Mini Olimpiadi.

Quasi del tutto sconosciuto da noi, è invece riconosciuto a livello mondiale come uno dei poeti più autorevoli e ha ottenuto moltissimi premi e riconoscimenti negli USA, in molti paesi africani, in Canada, in Nepal, in India, Jamaica e Indonesia. Vive negli Stati Uniti, dove esercita la sua professione ed è autore di quattro raccolte poetiche, Nigger for Life, Winter’s A’Coming Still, Where Do I Sit e Appalling Silence, da cui è tratta questa poesia e che è stato tradotto in telugu e urdu. E’ stato definito un “guerriero dello spirito” perché la sua poesia si ispira agli insegnamenti di Martin Luther King, Malcom X e a tutti quei profeti e anime illuminate che nei secoli hanno predicato l’abbattimento delle disuguaglianze, l’amore per il proprio prossimo, la compassione.  Quello che si può intendere, insomma, come “poeta civile”. Un tempo si diceva “impegnato”. Io lo definisco un grande poeta che crede nell’uomo. E’ anche la voce di quella che definisce unspoken America, quella parte della realtà americana che viene passata sotto silenzio, che non ha affatto cancellato il razzismo, le disuguaglianze. le differenze fra cittadini di serie A e quelli di serie B.

Eppure in lui è assente ogni retorica, inutile orpello quando la purezza della lingua, l’armonia sottilissima  dei suoni e la forza dirompente dell’amore per l’uomo rendono ogni suo testo un grande grido rivolto all’umanità.

Appalling Silence, che ho scelto di tradurre Agghiacciante silenzio, ispirata ad alcune parole famosissime di Martin Luther King, è un testo che dilania, perché dice il vero, perché così è ed è stato in ogni tempo e in ogni luogo, perché l’esperienza devastante di privare l’uomo della propria umanità o di non riconoscersela dentro. o di vedersela negata e sottratta è una atroce condizione dell’uomo, ma può essere anche un’esperienza individuale di cui si portano le ferite. E ancora più forte è l’impatto di questa poesia perché la sua forma perfetta, limpidissima, parrebbe fare a pugni con l’oggetto di cui parla, e invece proprio lo scontro di quella bellezza con quell’atrocità fa sì che si intensifichino e si esaltino reciprocamente. Hall non si sofferma a sottilizzare su quali siano i mali che l’umanità è in grado di produrre quando perde la sua umanità, l’essenza, quella che vede lògos e philìa inscindibilmente uniti insieme. Quando questo avviene, il nome collettivo  “umanità”, che indica l’insieme di coloro che condividono l’essenza dell’umano, si svuota immediatamente di senso e il nome non è più la cosa. Significante e significato vedono scardinato il legame inscindibile che li unisce e la lingua stessa perde di senso. Diviene un vuoto articolare di suoni sconnessi. Dunque si torna a una fase pre-umana, subumana. E’ questo il cammino perverso a ritroso verso cui l’uomo, quando dimentica e annienta la storia stessa della nostra evoluzione spirituale, si inoltra.

Francesca Diano

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Agghiacciante  silenzio

 

non è la notte

ma l’assenza di luce

non è l’ardore opprimente del deserto

ma la pioggia che manca di cadere

 

non è l’umanità che perde umanità

togliendo, negando umanità al proprio simile, ma

l’umanità che manca di trovare la propria umanità

lottando per ridare, per cedere di nuovo

l’umanità vista, presa, sottratta al proprio simile

non è il clamore stridente né le caustiche voci

dei malvagi, ma il silenzio agghiacciante

di quelli che dichiarano d’essere brava gente[1]

non è la notte,

ma l’assenza di luce

che ci tiene allo scuro

 

e in quell’oscurità non vanno ricordate

le parole dei nostri nemici, ma

il silenzio dei nostri amici.[2]

[1] Martin Luther King. “Potrà succedere che noi di questa generazione dovremo pentirci. Non solo per le parole caustiche e le azioni violente dei malvagi, ma per il silenzio agghiacciante e l’indifferenza delle brave persone che se ne stanno sedute e dicono: aspetta il momento giusto”. Martin Luther King Jr.A Testament of Hope: The Essential Writings and Speeches
[2] Ibidem

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Appalling Silence

it is not the night,

but the absence of light

it’s not the sweltering fervour of the desert
but the rainfall that fails to fall

it is not humanity that loses its humanity
taking, denying humanity from its fellow man, but
humanity that fails to find its humanity
fighting back to give back to grant back
humanity seen, taken, denied its fellow man

it is not the strident clamor nor the vitriolic voices
of the bad people, but the appalling silence
of those who claim to be the good people [1]

it is not the night,

but the absence of light

that keeps us in the dark

and in that darkness we must remember not
the words of our enemies, but
the silence of our friends [2]

[1] Martin Luther King
[2] ibid

(C) 2015 Neal Hall e per la traduzione Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

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