James Harpur – San Simeone Stilita, a cura di Francesca Diano

thumbnail_1455 -

Foto di © Dino Ignani

HARPUR SAN SIMEONE

James Harpur  San Simeone Stilita, testo a fronte, a cura di Francesca Diano, Proget Edizioni, 2017

In occasione della presenza in Italia di James Harpur, a fine maggio 2017, che ha tenuto, per la prima volta nel nostro paese, una serie di incontri e conferenze, esce l’elegante plaquette con il lungo poemetto in quattro parti San Simeone Stilita, edito da Proget Edizioni e da me curato. Insieme a questo testo, sto lavorando alla ricca antologia Il vento e la creta – selected poems, 1993 – 2016, che raccoglie testi scelti dalle otto raccolte fino ad ora pubblicate e alcuni testi in prosa. James Harpur, un poeta ormai considerato fra i maggiori del nostro tempo a livello internazionale, ma che, in Italia, non ha ancora la fama che merita.

Il poemetto di circa 600 versi, è dedicato alla bizzarra, affascinante figura di San Simeone Stilita. Ne propongo qui la prima parte, con un breve estratto del mio testo introduttivo.

F.D.

***************

“La via in su e la via in giù sono una e la medesima”[1]. E veramente il basamento della colonna da cui clama lo Stilita di James Harpur potrebbe recare incise le parole di Eraclito, poiché quella colonna, che vorrebbe essere una verticale via di fuga dal mondo, ma si rivela vano, illusorio abbaglio, non è vettore unidirezionale verso l’invisibile – ascesa dall’umano al divino, dalla materia allo spirito – ma percorso inverso, anche, dal divino all’umano, ed è, allo stesso tempo, via orizzontale ché, nella tensione che tra quelle polarità si crea, vibra, e questa vibrazione ne dissolve i contorni, fino a sfarli in un alone luminescente. Una vibrazione che si dilata, in onde centrifughe, ad abbracciare lo spazio circostante, permeandolo, inglobandolo.

Fu questa, forse, l’origine dell’attrazione magnetica che colonna e Stilita, non separabile binomio, esercitarono allora, seguitarono ad esercitare dopo la sua morte, ed esercitano, se la sua particolare forma di fuga dal mondo ebbe più di un centinaio di imitatori, ancora fino a metà del XIX secolo, mentre Alfred Tennyson scrisse un poemetto di duecento versi – in realtà assai critico e ironico – sull’anacoreta e Luis Buñuel, nel 1964, girò un film, Simòn del desierto, Leone d’argento alla Mostra del Cinema di Venezia. In entrambi, l’immagine di Simeone è ambigua e contraddittoria; ma questo non deve meravigliare, ché ambiguo e contraddittorio è il rapporto di Simeone con sé stesso, col proprio Dio e con le sue creature.

La colonna, fuga e piedistallo, da lui scelta come distacco-separazione dal mondo e come diretta via d’accesso all’invisibile, è essa stessa  contraddizione, anzi, è un paradosso. In fondo non è che un supporto di pochi metri; nulla rispetto all’immensa distanza – non certo solo fisica – fra terra e cielo. Così il Simeone di Harpur anela negando, rifiuta ciò di cui ha sete, cieco di fronte all’essenza stessa di quanto desidera, s’illude di non dover fare i conti col mondo cui appartiene. A tal punto vi appartiene, da sentirsi costretto a operare una rimozione, un’escissione cruenta, di cui parla in termini chirurgici.

Per quanto Simeone si allontani dalla terra, dalla materia che ricusa con tutto l’essere, per quanta distanza ponga tra sé e la realtà, per quanto tenti, accrescendo sempre più l’altezza del suo trampolino, di farsi possessione di Dio oltre un cielo, per lui, deserto quanto il deserto di rocce e sabbia, lo Stilita è prigioniero di un inganno, di un feroce equivoco. E più Simeone nega il suo corpo (parte di quel mondo fisico da cui fugge), più quel corpo esercita una furiosa attrazione sui suoi seguaci. Il suo occhio, che rifiuta di abbracciare la sfera dell’evento per perdersi in quella della forma, se ne stacca e si solleva verso il vuoto, cercando risposta a una domanda improponibile. La crudeltà del suo auto-inganno è tanto più corrosiva, quanto più Simeone trascura l’impossibilità di eliminare uno dei due poli, la tensione dai quali è generata è la vita stessa. Il Simeone di Harpur non vede, se non alla fine, che la sua colonna è inutile; il cielo è qui, Dio è qui, su quella terra che lui si rifiuta di sfiorare, in mezzo a quell’umanità da cui fugge. Inseguito.

Non si dà forma senza evento, né evento senza forma. Non si accede al divino se non passando attraverso l’uomo. Né si accede all’uomo senza fare i conti col Sacro. L’evento primario, per ogni cristiano, è Cristo incarnato. Tu neghi la carne, neghi l’uomo, e neghi Cristo, ne fai una favoletta. Trascendere è possibile solo a condizione di accettare questa verità, e difatti, in tutto il testo, mai Simeone si rivolge altri che a Dio; solo negli ultimi tre versi, dopo l’avvenuta catarsi, nomina Cristo:

Ciascuno è Cristo

Che solo cammina fra campi di grano

O lungo il mare della Galilea.

Solo. La visione che Simeone ha dell’uomo è finalmente quella di Cristo. Solo, ma non separato. Cristo è nella relazione che dell’umanità fa una. È quella relazione. Simeone lo comprende infine quando l’amore di coloro che lo soccorrono e lo riportano in vita, dopo la quasi-morte, cui come giudice spietato si autocondanna, gli rivela da quale profonda tenebra originasse il suo errore, quando, superato il proprio abbaglio, riconosce negli altri, e dunque in sé, il miracolo, sì abbagliante, dell’incarnazione. Abbandonare l’umano per tornare all’umano, dunque.

La via in su e la via in giù sono una e la medesima. Dio, o il Sacro, come lo si intraveda, se mai lo si intravede, non è tenebra, ma è attraversando la tenebra di sé stessi che, nel cercarlo, solamente lo si può trovare, per attitudine o illuminazione. Non è fuori di noi, è in noi.

La piattaforma su cui Simeone visse era di forma quadrata (“la quadrata materia”); il simbolismo numerologico del Quattro, sia come manifestazione di tutto ciò che è concreto e immutabile, sia come manifestazione della materia, dell’ordine, dell’orientamento, torna in tutto il poemetto, a partire dalla sua stessa struttura quadripartita. A significare che la salvezza è in questo mondo, in questa realtà, nell’abbracciare la propria umanità.

[…….]  Storicamente, quel corpo che lui aveva negato, dopo la morte scatenò aspre rivalità – vere guerre fra gruppi armati – per il suo possesso. Così, l’originaria negazione del corpo, ne sancisce infine, con ironico rovesciamento, la sacralità, ne fa oggetto di venerazione, facendo del cadavere centro di culto straordinario.

Il corpo fu trasportato ad Antiochia ed esposto per trenta giorni nella chiesa di Cassiano e, successivamente, traslato nel duomo ottagonale costruito da Costantino. L’ottagono, non si dimentichi, è simbolo di resurrezione. Non è chiaro, dai testi, se il corpo o parte di esso, fosse poi portato a Costantinopoli.  Nel VII secolo però, con la caduta di Antiochia  in mani arabe, di quel corpo si perse ogni traccia.

Quel che invece rimase, come sede di culto vivissimo, fu il luogo ove sorgeva la sua colonna, a Telanissos (ora Qalat Siman, nell’attuale Turchia), e dove sorse un enorme monastero e una grande basilica, di cui oggi restano rovine. Notizie, chiaramente gonfiate ad arte, riportano che la chiesa potesse contenere fino a diecimila persone. Numero che semplicemente indica una grande pluralità indefinita, (penso all’uso di tale numero nella tradizione letteraria e filosofica cinese) ma  attesta l’eccezionalità del culto.

[…..]

Francesca Diano

[1] Eraclito, I frammenti e le testimonianze, a cura di Carlo Diano. Fondazione Lorenzo Valla.

thumbnail_1464 -

Foto di © Dino Ignani

Da
SAN SIMEONE STILITA
Traduzione di Francesca Diano

“Si collocò su di una serie di colonne dove trascorse il resto
della vita. La prima era alta poco meno di tre metri e su
di essa visse quattro anni. La seconda era alta circa cinque
metri e mezzo (tre anni). La terza, di dieci metri, fu la sua casa
per dieci anni, mentre la quarta ed ultima… era alta diciotto
metri. Lì visse per gli ultimi vent’anni della sua vita.”

Oxford Dictionary of the Saints

“Non c’è bisogno di graticole; l’inferno sono gli altri.”
Jean-Paul Sartre

“Ovunque io voli è Inferno; io stesso sono Inferno…”
Milton, Paradiso perduto, IV, 75.

1

Nell’urto del calore,
Tremano gli orizzonti di chiarità fumosa.
Il deserto è un fondale marino
Da cui tutta l’acqua sia riarsa.
Qui non ebbe potenza la creazione
Se non per sabbia, rocce,
Ciuffi d’erba e pidocchi.
Un arco di montagne, vetrose di calore,
Isola questo paradiso adamantino
Dalla profanazione del triviale.

Ho tutto il giorno per volgermi
In direzione dei punti cardinali
In armonia col sole
Osservare il vuoto che m’assedia,
Sabbia che avanza e mai sembra muoversi,
L’armata del non-essere
Che con la notte si dilegua nel nulla.
Sono il centro di un cosmo
Acceso solamente dai miei occhi.
Sono la meridiana del Signore:
La mia ombra è il tempo
Ch’egli proietta dall’eternità.

La notte facevo questo sogno:
Mi trovo a scavare in un deserto
Come scorpione in fuga dal calore;
la buca si fa così ampia e profonda
Che sono chiuso, come in un pozzo,
E sfiorato da un’ombra rinfrescante.
Ogni vangata di sabbia a espellere un peccato
Alleggerisce l’anima dall’oppressione
E illumina il mio corpo dall’interno
Ma mi fa scorgere più buio giù nel fondo
E seguito a scavare
Finché mi sveglio, colgo la luce del giorno.

Con il tempo compresi
Che questo era un sogno capovolto:
Avevo costruito un buco speculare
Ma fatto materiale da blocchi di pietra.
Qui, sulla cima, son mio proprio signore,
Il mio palazzo è una piattaforma balaustrata
Il tetto un baldacchino di sconfinato azzurro,
I terreni di caccia sono un mare di polvere.
Non odo altra voce che la mia,
A profferire anatemi, preghiere – pur solo
Per ricordare il suono,
O mi sussurra in testa, dove evoco
I chiacchierii di Antiochia
Gerusalemme e Damasco,
Di eremiti che ciarlano sui monti.

Signore, è eresia pensare
Che l’isolarsi spiani la via verso di te,
Che la gente sia corrotta ed infetta
Poiché calpesta quiete, silenzio, solitudine
Nel suo accapigliarsi per dar sollievo
Ai tormenti dell’imperfezione?
Quando alla terra ero vincolato, un penitente
Incatenato a una cornice di roccia
Non riuscivo a pregare se non pregando
Che la notte si potesse protrarre
Contro l’onda dell’alba che s’infrangeva
Contro la roccia, rivelando pastorelli
Sboccati, che scagliavano pietre,
E plebaglia di pellegrini
Che passavano da un oracolo all’altro
Condotti senza posa da domande
Lasciate prive di risposta
Per dare un senso alla vita
E far fare esercizio alle gambe.

Perdonami Signore –
Credo di odiare il mio vicino.
Pur se appartengo al mondo
Ora almeno la superficie non la tocco.
So che odio me stesso,
Della vita temo le dita che contaminano,
Pavento gli effluvi del giorno
Sguscianti attraverso sensi incontrollati
Per putrefarsi dentro la mia testa;
Con codardia crescente
Temo l’attaccamento dell’amore
Temo l’infinità della morte
Temo il sonno, l’oscurità, i dèmoni
Striscianti, i loro occhi grigi come pietra.
Lo so che devo rendere me stesso
Un deserto, un vaso ben lustrato,
Perché in me tu riversi il tuo amore
E trasformi in luce la mia carne.
La notte invece sogni immondi
Mi colmano di donne che conobbi –
Ma un po’ mutate e nude –
Che danzando tra velami di sonno
Sussurrano alla mia verginità.

Si dice che simile attrae simile.
Quanto putrido devo essere dentro
Se di continuo mi pasco
D’ira, lussuria, rancori del passato
Rievocando in crudele dettaglio
Involontarie offese che punsero il mio orgoglio,
Lasciando che la vendetta cresca
Con una tale grottesca intensità
Che la bile potrebbe intossicare l’esercito persiano.

Quasi sempre mi sento dilaniato.
Uno spirito che anela alla luce,
E un corpo con colpevoli appetiti
Che domo stando rigido e ritto tutto il giorno,
Osservando la sagoma emaciata
Ruotarmi lenta intorno
In attesa di debolezza, esitazione.
Oppongo la volontà contro la carne
Ma quando il sole viene inghiottito
Mi unisco al buio, ombra mi faccio
Nell’anarchia sudicia dei sogni;
Inerme, alla deriva, tutta notte mi volvo
Attorno alla rammemorante colonna dei miei peccati.

All’alba mi risveglio, avido di provare la letizia
Di Noè che libero galleggia verso
Un mondo incontaminato risplendente,
Ma quando il sole irrompe
Sono un corvo malconcio in un nido
Di sabbia, capelli, feci albe
E croste di pane che un monaco babbeo
Mi lancia insieme a otri –
Un essere senz’ali che sogna di volare
Sento il deserto che mi stipa dentro
Ogni solitudine io abbia mai provato.

Le distese di nulla del deserto
Specchi giganti dell’anima mia
Riflettono ogni frammento di peccato;
Più mi purifico
Più emergono macchie brulicando
Come formiche che schiaccio adirato –
Come può Dio amare la mia carne rattrappita,
La mia fragilità, l’assenza di costanza?
Perché attende per annientarmi?
Mille volte mi inchino ogni giorno –
La notte resto desto a pregare
E prego per star desto.
A volte mi domando s’io preghi
Per tenere il Signore a distanza.

ST SYMEON STYLITES

by
JAMES HARPUR

From
The Dark Age
2007

“He set himself up on a series of pillars where
he spent the remainder of his life. The first one
was about nine feet high, where he lived for four years.
The second was eighteen feet high (three years).
The third, thirty-three feet high, was his home for
ten years, while the fourth and last … was sixty feet
high. Here he lived for the last twenty years of his life.”

OXFORD DICTIONARY OF SAINTS

“No need of a gridiron. Hell it’s other people.”
JEAN-PAUL SARTRE

“Which way I fly is Hell; my self is Hell…”
MILTON, PARADISE LOST, IV.75

1

Heat struck,
Horizons wobble with clarified smoke.
The desert is a sea-bed
From which all water has been burnt.
Creation, here, was impotent
Except in sand, rock,
Spikes of grass, and head lice.
A sweep of mountains, heat glazed,
Cuts off this adamantine paradise
From profanities of the vulgar.

I have all day to turn
Towards the compass points
In rhythm with the sun
And watch the emptiness besiege me,
Advancing sand that never seems to move,
An army of nothingness
Melting away to nothing with the night.
I am the centre of a cosmos
Lit only by my eyes.
I am the sundial of the Lord:
My shadow is the time
He casts from eternity.

I used to have this dream at night:
I’m in a desert digging
Like a scorpion escaping heat;
The hole becomes so wide and deep
That I’m enclosed, as if inside a well,
And lightly touched by cooling shade.
Each spade of sand expels a sin
Relieves the pressure on my soul
And lights my body from within
But makes me see more dark below.
And so I keep on digging
Until I wake and grasp the light of day.

In time I came to realize
The dream was upside-down:
I built a mirror hole
But made material with blocks of stone.
Here, on top, I rule myself,
My palace a balustraded stage
Its roof a canopy of endless blue,
My hunting grounds a sea of dust.
I hear no voice except my own,
Exclaiming curses, prayers – if only
To remind itself of sound,
Or whispering in my head, where I revive
The chatterings of Antioch
Damascus and Jerusalem,
Of hermits gossiping in mountains.

Lord, is it heresy to think
That isolation smoothes the path to you,
That people are infectiously corrupt
Trampling silence, stillness, solitude
In their scramble to relieve
The agony of imperfection?
When I was earthbound, a penitent
Chained up on a mountain ledge
I could not pray except to pray
For night to be protracted
Against the wave of dawn that broke
Against the rock, unveiling shepherds boys
Foul-mouthed, throwing stones,
And ragtag pilgrims
Drifting from oracle to oracle
Led on and on by questions
They kept unanswered
To give their lives a meaning
Their legs some exercise.

Forgive me Lord –
I think I hate my neighbour.
I may be of the world
But now at least I do not touch its surface.
I know I hate myself,
Fearful of life’s contaminating fingers,
Dreading the day’s effluvia
That slip through each unguarded sense
To rot inside my head;
More and more I’m cowardly
Afraid of love’s attachments
Afraid of death’s infinity
Afraid of sleep, darkness, demons
Scuttling, their eyes as grey as stone.
I know I have to make myself
Into a desert, a vessel scoured,
For you to pour your love in me
And turn my flesh to light.
Instead at night foul dreams
Fill me with women I once knew –
But slightly rearranged and naked –
Who dance through veils of sleep
Whispering to my virginity.

It’s said that like draws like.
How putrid I must be inside
That I’m forever feasting on
Anger, lust, spite from years ago
Recalling in excruciating detail
Unwitting slights that pricked my pride,
And letting vengeance grow
With such grotesque intensity
The bile would poison all the Persian army.

Most days I think I’m split in two.
A spirit yearning for the light
And a body of delinquent appetites
I tame by standing stiff all day,
Watching its scraggy silhouette
Revolve around me slowly
Waiting for hesitation, weakness.
I set my will against my flesh
But when the sun is swallowed up
I join the dark, become a shade
Within the filthy anarchy of dreams;
Helpless, adrift, I’m turned nightlong
Around the memory column of my sins.

At dawn I wake, bursting to feel the joy
Of Noah floating free towards
A shining uncontaminated world.
But when the sun erupts
I am a tatty raven in a nest
Of sand, hair, albino faeces
And bread rinds a half-wit monk
Lobs up to me with water-skins –
A wingless creature dreaming of flight
Feeling the desert cram inside me
Every loneliness I’ve ever known.

The desert’s fields of nothing
Are giant mirrors of my soul
Reflecting every scrap of sin;
The more I purge myself
The more the specks crawl out
Like ants I stamp to death in rage –
How can God love my shrinking flesh,
My frailty, lack of constancy?
Why does he wait to strike me down?
I bow a thousand times a day –
At night I stay awake to pray
And pray to stay awake.
Sometimes I wonder if I pray
To keep the Lord away?

© by James Harpur, 2007 e Francesca Diano 2017. RIPRODUZIONE RISERVATA

Solstizio d’inverno

 

cf16a80ddbabbf6cf8b7c9d6006023cd

 

 

 

È sempre l’irruzione dell’evento

non annunciato l’abbaglio

della raggiunta pace l’immobile

che non sa d’essere attesa.

 

Disrupting clay walls

shattering to pieces

frail bulwarks

laboriously erected.

And now what?

 

E più spessa la creta

e più assordante

il fragore del suo crollo.

Non ha difesa il nucleo

di fronte all’invasione

del condottiero.

 

 

_ _ _ _ _ _ _ _

 

 

Convergere di mari

di ferite semisanate

correnti miscelate

di sangue non rappreso.

Lì collisione arsura

d’ansia lì è nodo il fulgore

che temo non desidero

che ardo di provare

per divenire pulsar.

 

Celati  nei silenzi

bastioni alle parole

frecce infocate accese

mai mancano il bersaglio.

Leggere il vuoto

colmare l’assenza

col silenzio del volto

col bagliore del senza.

Perché non prima o mai?

 

Craving for needs

denied  needs

to build new walls

of tenderness and will.

And now what?

 

Ora è pasto la sete

la fiamma che riaccende

acqua che non si spegne

in cenere silente nel trionfo

del non ardere. Sfera

d’annientamento non c’è

sussulto atto a contenere

l’origine né giochi ad armi pari

come fu nei tuoi giorni

come nei miei il ritorno.

 

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _

 

 

Ogni grazia è un addio

un gesto d’abbandono

volto a sé stessi all’umidore

delle cose – costanza

del danzare lievi sul filo

che unisce ardore d’acqua

e fluire di fiamma.

 

 

 

Francesca Diano

 

(C)2016 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 

 

Di iris, di savonarole, di un anziano professore e del profumo dello scrivere.

Efisio Mameli e sua moglie

Efisio Mameli e sua moglie, la chimica Anne Mannessier. (Fonte, web)

Si può vivere tutta la vita o quasi, senza sapere che l’eccezionale ti sia passato accanto o, se lo hai percepito, senza scoprirne il senso. Il senso per te.
 Quando avevo due anni, ci trasferimmo a Padova da Roma e nell’appartamento sotto il nostro abitava il professor Efisio Mameli. Era vedovo, viveva in solitudine, ed era un signore dall’aspetto elegante, il viso appuntito, piccolo di statura, i capelli bianchissimi, il pizzetto e due occhietti penetranti. Io lo vedevo molto vecchio ovviamente, ma all’epoca doveva avere 75 anni, che oggi conterebbero assai meno del passato.
Ogni tanto andavo a trovarlo a casa sua, dove mi colpivano molto delle poltroncine di un tipo che non avevo mai visto e lui mi disse che si chiamavano savonarole, come il predicatore arso vivo. Quelle poltroncine di stile medievale, con i ricchi intarsi, ma l’aria austera, perfino tetra, come tutto l’insieme dell’arredamento del resto, molto liberty, dopo questa rivelazione mi apparvero un po’ sinistre, eppure tanto più affascinanti. Anche perché ne vidi poi di simili nella casa di Petrarca, che era vissuto più o meno all’epoca – per me – di Robin Hood. Dunque figurarsi quanto antico dovesse apparirmi il professore.
Il professor Mameli era un signore molto gentile, anche se riservato, ma la cosa più straordinaria che lo riguardava, almeno per i miei occhi di bambina, erano i fiori che aveva piantato, forse due o tre anni dopo il nostro arrivo, nel giardino del nostro piccolo condominio. Grandi bocche di leone dai molti colori, che se opportunamente manovrate, potevano parlare, ed enormi iris dai colori fiabeschi: violetti con pennellate crema e dorate, bianchi con striature lilla e viola scurissimo, ocra tigrati di viola e di marrone, bruniti con sfumature iridate.  Diceva che glieli aveva regalati sua sorella e presto si moltiplicarono, orlando le aiuole rettangolari lungo il muro, a destra e a sinistra del portoncino d’ingresso.
Fiori così non li avevo mai visti e mi apparivano creature fantastiche, vive.  Quasi non fiori ma farfalle che si posavano sugli alti steli. Ogni primavera, verso aprile, rifiorivano,  diffondendo un profumo delicatissimo, vanigliato, che ancora ho nelle narici.
Per molti anni, dopo la morte del professore, questa sua eredità profumata seguitò a ricordare ad ogni primavera la sua presenza. Perché la vita, anche dopo la morte, continua, e non solo nel ricordo, ma nelle tante tracce che lasciamo di noi. Eppure a volte, quelle tracce più evidenti ne contengono altre di più misteriose. Messaggi da essere decifrati al momento opportuno.
Io bambina con gli iris della madre di Italo Calvino, Eva Mameli

Io bambina nel giardino di casa con gli iris e le bocche di leone della madre di Italo Calvino, Eva Mameli.

Ferma al ricordo di quei fiori, di quelle savonarole e di quegli occhietti penetranti di proprietà di un signore anziano che abitava sotto di noi,  solo di recente ho scoperto che in realtà Efisio Mameli è stato un grandissimo chimico e tossicologo di fama internazionale, fondatore dell’Istituto di chimica farmaceutica e tossicologica dell’Università di Padova. Che Mameli era stato un eroe di guerra nella Prima Guerra Mondiale, attivamente presente nella vita politica italiana, difensore dei diritti delle donne, studioso all’avanguardia nel suo campo.
Ma non solo; era lo zio di Italo Calvino, perché sua sorella Eva Mameli Calvino, da lui molto amata e che gli regalava le sue piante, preziosi ibridi e incroci, botanica eccezionale, era appunto la madre dello scrittore. Tra “gli zii chimici” (Efisio Mameli e sua moglie, anche lei chimica di valore), come lui li chiamava, e Italo Calvino, c’era un grande affetto e si frequentavano spesso. Infatti, alla sua morte, Efisio Mameli lasciò la sua intera biblioteca, quella che io vedevo racchiusa in solide librerie intagliate di quercia scura, alla sorella e al nipote.
Io purtroppo ero una bambina – quando Mameli morì avevo nove anni – e non facevo certo caso a chi venisse a trovare il professore, ma è possibile che mi sia accaduto di incrociare il giovane Calvino in giardino o sulle scale di casa o la sua mamma.
E così, con un gioco di immaginazione, amo pensare che il grande amore che ho per la scrittura di Calvino, il considerarlo uno dei miei Maestri, l’ispirazione che sempre ho tratto da lui sia una magia di quei fiori rarissimi. Forse il suo influsso è passato attraverso il loro profumo, le loro forme e i loro colori bizzarri.
Il Postino di Domenico Dara – e io con lui – annoterebbe tutto questo nel suo quadernetto delle Coincidenze.
§ § §
(C)2016 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Lo sguardo di mio padre

imagfile_0000_0000_0000_1999_0000_0000_0770_0211

 

 

LO SGUARDO DI MIO PADRE

 

L’ultimo sguardo

Che non fu l’ultimo

Eppure quello s’è inciso

Come vero congedo

Fu sulla soglia prima di andare

Prima di entrare in una stanza

Estranea dove saresti morto

Atrocemente

Da vincitore.

Il cappotto e il cappello

Troppo grandi e pesanti

Ormai in quel dicembre

Che mai divenne Natale

Per il ragazzo elegante

Dai capelli ondulati

Che sempre mi sorride –

Mentre lavoro e penso

E a volte mi strazio

Dentro senza lacrime –

Dalla foto di una remotissima

Primavera seppia.

Nei tuoi occhi l’addio

La consapevolezza dell’addio.

L’ultimo sguardo dalla soglia,

Alle favole che mi raccontavi

Al cavalluccio sulle tue ginocchia

Alla stella di porporina del presepio

Che andammo a comprare una sera

Di nebbia nella bottega

Dell’elettricista sotto i portici quasi deserti

E io ero stanca e mi portasti

A cavalcioni sulle spalle.

Alla tua disperazione

Quando nella nuova città

Fredda stavo quasi morendo

E passasti la notte seduto

Ostinato

Per terra accanto al mio lettino

Per soffrire con me – come dicesti.

All’amarezza di non aver compiuto

Tutto come volevi

Nella vita – il tuo pensiero

Acuminato rasoio luminoso

Veggente del passato e del futuro

Giunto dove nessuno era giunto

E s’era inoltrato lungo il percorso

Più oscuro dei tuoi padri Greci

Rivelandolo nella sua luce abbacinante

Interrotto dall’accanirsi inutile di cure

Prive di senno e senso e compassione.

L’addio allo sconforto del sacrificio

Cui t’eri crocefisso dall’infanzia aggrappato

A un perenne senso di colpa che t’ha scagliato

Dritto nelle fauci di un inferno

Travestito da Eden. Nel tuo sguardo

C’era la vittima che mai si sentì tale

Autoimmolata a una divinità

Che mai fu tale se non

Nella proiezione del tuo desiderio

O della tua speranza dura a morire

Da cui ti risvegliavi a tratti

E ti accorgevi di aver paura

Del suo vero volto

E subito chiudevi ancora gli occhi.

E c’era il discernimento che tutto t’agguantava –

E guardavi senza temere più –

Della vita che ti sfuggiva

Correndo veloce – già ricordo

Eppure amata che hai bevuta come coppa

Avvelenata fino in fondo

Padre

Della vita a cui sapevi

E temevi di lasciarmi.

E così è stato

Padre

Così è stato.

 

16/02/2016

 

Francesca Diano

 

(C)2016 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Io sono il Nordest – Antologia di scrittrici del Veneto, Venezia Giulia, Trentino. Apogeo Editore

Sono onorata di essere  parte di questo gruppo di  scrittrici che raccontano un territorio, il Nordest, dalle caratteristiche uniche, in un’antologia di racconti edita da Apogeo Editore, che verrà presentata ufficialmente al pubblico il 20 marzo 2016 a Padova e successivamente in molte altre città. Io sono nata a Roma, ma Padova è la mia città da quando avevo due anni, a parte i miei soggiorni all’estero. Qui sono nati i miei figli, qui ho legami e affetti, qui ha svolto il suo magistero mio padre, qui ho legami col territorio e dunque nel mio racconto ho voluto intrecciare Nord e Sud, donne, situazioni e mentalità apparentemente diverse ma che, alla radice, hanno un comune denominatore: la forza di affrontare la vita, le sue crudeltà, le sue dolcezze e le sue bizzarrie.   Inoltre i proventi della pubblicazione andranno a un progetto che sta a cuore a tutte noi. 

 

Francesca Diano

 

“IO SONO IL NORDEST”

Amore, violenza, lavoro, famiglia, relazioni, potere

Sullo sfondo il Nordest, territorio in bilico tra crisi e rinascita

L’antologia di Apogeo Editore

Racconti di Antonia Arslan, Isabella Bossi Fedrigotti, Irene Cao, Mary B. Tolusso, Gabriella Imperatori, Barbara Codogno, Federica Sgaggio, Michaela K.Bellisario, Francesca Diano, Elena Girardin, Anna Laura Folena, Annalisa Bruni, Antonella Sbuelz, Micaela Scapin, Maria Pia Morelli, Serenella Antoniazzi, Irene Vella, Francesca Visentin

Le voci più rappresentative delle scrittrici di Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino, raccontano 18 storie indimenticabili.

Il titolo “Io sono il Nordest” vuole rendere protagonista ognuna delle autrici, ma anche tutte le donne del Nordest, la loro forza e quello sguardo speciale che hanno sulla vita.

Ogni racconto è la fotografia di una realtà, spesso brutale o difficile.

I racconti sono legati da un percorso coerente, anche se espressioni di scrittrici diverse e sono carichi di speranza, sebbene testimoniano storie di crisi, di rapporti egoistici e strumentali tra uomini e donne, in cui alle donne è negata la possibilità di essere fino in fondo persone – scrive Marina Salamon nella prefazione del libro – . Possiamo scegliere ogni giorno di crescere, imparare, evolvere la nostra storia attraverso le testimonianze di altre vite”.

Il libro, curato dalla giornalista Francesca Visentin, nasce da un’idea dell’editore Paolo Spinello di Adria, che l’ha realizzato con la sua casa editrice Apogeo. L’immagine di copertina è dell’art director Giorgio Maggiolo e ritrae Maria Giulia Zorzato, ragazzina di 11 anni di Padova, simbolo di forza, entusiasmo, fiducia nel futuro.

La vendita del libro “Io sono il Nordest” sostiene il Centro Veneto Progetti Donna e vuole contribuire al finanziamento delle case di fuga, luoghi segreti che mettono in salvo e al sicuro le donne vittime di violenza.

 

 

Francesca Diano – Comete

1097038_La-Stoffa-dellUniverso-600x322_thumb_big

COMETE

A Saffo  a Emily D.  a Sylvia P. ad Anne S.

 

 Illusione è veleno sottile

stilema dell’anima – sorriso alla notte

che il buio stupisce e scolora.

Il cromo emana luce e le biacche

riflettono in mille bagliori

un sole andato in frantumi.

Terre di Siena assorbono come ramarri

impazziti i tentennamenti dell’Es –

Stelle congiunte si danno la mano

nel cosmo e silenzi – silenzi

si tingono d’acqua.

 

Le poetesse – sole come comete –

volvono versi stilati col sangue

– ghiaccio fuso –

Saldiamo col fuoco le sillabe

ustioni d’aceto e catrame

illuse cerchiamo risposte – illuse parliamo

sole – a noi stesse –

un monologo quieto

come la quieta follia di Ofelia

 

1985

 

(C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Agghiacciante silenzio – una poesia di Neal Hall tradotta da Francesca Diano

Neal Hall

Neal Hall

Neal Hall è un chirurgo americano, oftalmologo e poeta. Tre qualifiche completamente in armonia fra loro, perché la sua voce, che ha una potenza ipnotica, travolgente quando legge la sua poesia, è anche una voce che sonda e perfora ed estrae e rende visibile – che porta il “vedente al veduto” – il male, l’ingiustizia, i diritti calpestati, i pregiudizi, la sofferenza che l’uomo causa all’uomo. Nato a Warren, nell’Ohio, si è laureato alla Cornell University e successivamente si è specializzato ad Harvard, inoltre è stato medaglia d’oro alle Mini Olimpiadi.

Quasi del tutto sconosciuto da noi, è invece riconosciuto a livello mondiale come uno dei poeti più autorevoli e ha ottenuto moltissimi premi e riconoscimenti negli USA, in molti paesi africani, in Canada, in Nepal, in India, Jamaica e Indonesia. Vive negli Stati Uniti, dove esercita la sua professione ed è autore di quattro raccolte poetiche, Nigger for Life, Winter’s A’Coming Still, Where Do I Sit e Appalling Silence, da cui è tratta questa poesia e che è stato tradotto in telugu e urdu. E’ stato definito un “guerriero dello spirito” perché la sua poesia si ispira agli insegnamenti di Martin Luther King, Malcom X e a tutti quei profeti e anime illuminate che nei secoli hanno predicato l’abbattimento delle disuguaglianze, l’amore per il proprio prossimo, la compassione.  Quello che si può intendere, insomma, come “poeta civile”. Un tempo si diceva “impegnato”. Io lo definisco un grande poeta che crede nell’uomo. E’ anche la voce di quella che definisce unspoken America, quella parte della realtà americana che viene passata sotto silenzio, che non ha affatto cancellato il razzismo, le disuguaglianze. le differenze fra cittadini di serie A e quelli di serie B.

Eppure in lui è assente ogni retorica, inutile orpello quando la purezza della lingua, l’armonia sottilissima  dei suoni e la forza dirompente dell’amore per l’uomo rendono ogni suo testo un grande grido rivolto all’umanità.

Appalling Silence, che ho scelto di tradurre Agghiacciante silenzio, ispirata ad alcune parole famosissime di Martin Luther King, è un testo che dilania, perché dice il vero, perché così è ed è stato in ogni tempo e in ogni luogo, perché l’esperienza devastante di privare l’uomo della propria umanità o di non riconoscersela dentro. o di vedersela negata e sottratta è una atroce condizione dell’uomo, ma può essere anche un’esperienza individuale di cui si portano le ferite. E ancora più forte è l’impatto di questa poesia perché la sua forma perfetta, limpidissima, parrebbe fare a pugni con l’oggetto di cui parla, e invece proprio lo scontro di quella bellezza con quell’atrocità fa sì che si intensifichino e si esaltino reciprocamente. Hall non si sofferma a sottilizzare su quali siano i mali che l’umanità è in grado di produrre quando perde la sua umanità, l’essenza, quella che vede lògos e philìa inscindibilmente uniti insieme. Quando questo avviene, il nome collettivo  “umanità”, che indica l’insieme di coloro che condividono l’essenza dell’umano, si svuota immediatamente di senso e il nome non è più la cosa. Significante e significato vedono scardinato il legame inscindibile che li unisce e la lingua stessa perde di senso. Diviene un vuoto articolare di suoni sconnessi. Dunque si torna a una fase pre-umana, subumana. E’ questo il cammino perverso a ritroso verso cui l’uomo, quando dimentica e annienta la storia stessa della nostra evoluzione spirituale, si inoltra.

Francesca Diano

******************

Agghiacciante  silenzio

 

non è la notte

ma l’assenza di luce

non è l’ardore opprimente del deserto

ma la pioggia che manca di cadere

 

non è l’umanità che perde umanità

togliendo, negando umanità al proprio simile, ma

l’umanità che manca di trovare la propria umanità

lottando per ridare, per cedere di nuovo

l’umanità vista, presa, sottratta al proprio simile

non è il clamore stridente né le caustiche voci

dei malvagi, ma il silenzio agghiacciante

di quelli che dichiarano d’essere brava gente[1]

non è la notte,

ma l’assenza di luce

che ci tiene allo scuro

 

e in quell’oscurità non vanno ricordate

le parole dei nostri nemici, ma

il silenzio dei nostri amici.[2]

[1] Martin Luther King. “Potrà succedere che noi di questa generazione dovremo pentirci. Non solo per le parole caustiche e le azioni violente dei malvagi, ma per il silenzio agghiacciante e l’indifferenza delle brave persone che se ne stanno sedute e dicono: aspetta il momento giusto”. Martin Luther King Jr.A Testament of Hope: The Essential Writings and Speeches
[2] Ibidem

************************

Appalling Silence

it is not the night,

but the absence of light

it’s not the sweltering fervour of the desert
but the rainfall that fails to fall

it is not humanity that loses its humanity
taking, denying humanity from its fellow man, but
humanity that fails to find its humanity
fighting back to give back to grant back
humanity seen, taken, denied its fellow man

it is not the strident clamor nor the vitriolic voices
of the bad people, but the appalling silence
of those who claim to be the good people [1]

it is not the night,

but the absence of light

that keeps us in the dark

and in that darkness we must remember not
the words of our enemies, but
the silence of our friends [2]

[1] Martin Luther King
[2] ibid

(C) 2015 Neal Hall e per la traduzione Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

James Harpur – The Ascetic of Light

JAMES HARPUR: THE ASCETIC OF LIGHT

 By Francesca Diano

Poetry on the Lake Festival. October 2015

Isola San Giulio on the Lake of Orta

Isola San Giulio on the Lake of Orta

 

FOREWORD

This talk was delivered during the Poetry On the Lake International Festival 2015. It was a privilege for me to be there, among great poets and to talk about James Harpur, a poet who means a lot to me.

My special thanks to Gabriel Griffin, wonderful hostess and patron of Poetry, the mind and soul behind this unique festival, for her generous invitation and affection. The spiritual energy of the place and the universal language of poetry make this one of the most perfect poetry festivals in the world, as Carol Ann Duffy said.

****************************

At first you are dazzled, then stunned, then you fall into darkness, then you feel comforted. Finally, that darkness where he let you penetrate, is suddenly brightened, sometimes by a dim, sometimes by a flashing, but always unexpected light. This is at least how I felt when, exactly ten years ago, I came across James Harpur’s Voices of the Book of Kells and his coruscating language.

Harpur certainly needs no introduction to an English speaking public, as you will all be familiar with his name and works. I must confess I was utterly ignorant of this poet. So, to me, he was an epiphany. A sudden revelation.

At that time I was doing some research on the Book of Kells for a novel I was then writing. And, while surfing the net, I discovered Harpur’s long poem. I had seen the illuminated Gospel of Kells in Dublin and that experience had left a very deep mark on me.

So I read this poem and, the more I read, the more I couldn’t believe my feelings. There, under my eyes, a great poet that I didn’t know before had voiced with an almost overwhelming intensity and art all those feelings and emotions I had experienced in Trinity.  And much, much more. That was the work not only of a great and substantial poet. It was the work of a mystic.

In the verses I was reading, the words were conveying every possible secret meaning, the Word itself   was emerging as Lògos and, at the same time, as  the regulating power of the universe. A power that separates, differentiates, names and orders.

What I immediately did then, was exactly what I always do when I find something that captures my mind and heart: I translated the text. Translation, to me, is the most perfect and precise way to understanding and learning. Not even the most attentive  and accurate reading can show you  the very deep and inner structure of a text. Because you need to understand before you translate. And, to understand, you need to analyze. And, in doing so, you see and learn. Not only words and ideas, but the structure itself. To me, translation is the golden path to comprehension.

I have chosen to speak today about Voices of the Book of Kells, because I think that  this masterly poem is – I believe – the sum of Harpur’s poetics and philosophical views about poetry, life, himself and the world. The alchemical quintessence of everything that can be found further developed in his other works.

Today there are not many to whom poetry is a direct connection to the divine, as it was at its origin. Harpur is certainly one of them. In fact Harpur is a poet deeply connected to the original root of poetry. An Urdichter, one may say, for his poetry draws from that indistinct original magma that was at the beginning of the universe and of creation.

The role that poetry has to Harpur emerges in the four parts of  Voices of the Book of Kells, where he explores not only the genesis of this prodigious illuminated manuscript, the feelings of its anonymous illuminators and admirers, but he plunges also into the deep mechanism of creation and art.

The four parts of the poem are linked to four places and characters:  two of them creators of the manuscript, namely an illuminator and a scribe; while the other two are witnesses of the work: Iona is linked with the illuminator, known to scholars as Goldworker –  Kells with a scribe known as Scribe B – Kildare with the Anglo-Norman churchman, Gerald of Wales or Giraldus Cambrensis, and Dublin with a modern witness, whom one might suspect is Harpur himself (Scribbler). The four parts are also linked to four different historical times and to four different illuminated pages of the Book. In this perfect interconnection between places and times, men and things, nature and spirit, heart and mind, lies a perfect  symbolical architecture of what should be seen as One, as a whole:  the created universe.

That is the aim of the Book of Kells. That is the aim of James Harpur’s poetry.

The number 4, as you know, has a strong symbolic meaning  not only in the Judaic Christian tradition, but in almost all religions and esoteric traditions. On the fourth day of his “creation week” God completed the material universe. In numerology the number 4 resonates with the vibrations and energies of practicality, organization and exactitude, service, patience, devotion, application, pragmatism, dignity, trust, worthiness, endurance, loyalty, mastery, building solid foundations, determination, production and hard work. And are not all these virtues and qualities required of a scribe and illuminator? And, of course, of an artist?Four is also the number of the Gospels and of the Living Creatures in the vision of Ezekiel.The number 4 is not something to play around easily with!

So, what Harpur actually explores in all his works, but most of all in Voices, is that mysterious sphere of creation – a constant struggle between matter and spirit – a struggle that can only find its resolution by annihilating the opposition (and the Self) through the visionary power of the creative Word.

Thus, it is not by chance that the invisible, whispering voice that is heard by the protagonist in Goldworker belongs to Johannes Scotus Eriugena, or John of Ireland, the great Irish Neoplatonic philosopher and theologian, a key figure in early Middle Ages thought, in which I think we can recognize Harpur’s own voice, as well as, perhaps, the contemplations of the illuminator, Goldworker, himself.

Recently Harpur sent me a new version of the first two parts of Voices. In his previous version, the Goldworker is described as recalling his abbot’s advice in order to attain perfection in his creative process. All Goldworker’s doubts and  his fear of not succeeding, find their answer in the sage abbott’s out-of-frame voice. But in this later version, Harpur decided to introduce the voice of Johannes Scotus, who was born in AD 810, that is to say just after the Book of Kells was probably written, the Irish philosopher, a man yet to be born.

Scotus’s great work, On Nature, or De Divisione Naturae, has a four-part structure and this, again, is another mirror of the number four in the poem In this four-parted structure, in fact, Harpur recalls, in many ways, the same quadruple structure of Scotus Eriugena’s magnum opus, Περί φύσεων was its original title, later  translated in the 17th century with the title De divisione naturae (The division of Nature), a dialogue between Master and Pupil. As peculiar as the presence/non presence of Scotus may appear, yet it is crucial to understanding what Harpur’s view of art and creation is. A neoplatonic view, one should say. To him, the process of art and creativity is the same as the process of the soul seeking its way to illumination and understanding. Meditation and vision are the tools. But this process is not an easy one. The same exhausting  path, the same convoluted journey, the same search strewn with doubts and uncertainties. The same quest.  As in the following lines, addressed by Scotus to Goldworker, during a sort of trance – what Ted Hughes called, the ‘sacred trance’, a sort of guided daydream, akin to Jung’s ‘active imagination’ –  in which the illuminator appears to have fallen:

True images arrive from meditation:

As the interfering self falls away

Things surface like stars in a lake

Then fix what you see unflinchingly

And pour it molten into temporal moulds. 

 So, it is through meditation, that is through ascesis, discarding the encùmbrances of the self, that it is possible to see with crystalline clearness the truth of hidden reality, to contemplate it and then, and only then, to represent it in a visible, actual, material form. So the process can not happen through intellectual comprehension, but by attaining the void, emptying the mind, annihilating the self. An emptiness to be filled with the contemplation of the truth. A vision then, a truth that has to be fixed unflinchingly.

Be a void – the voice will in fact whisper this injunction further on. And also Let the spirit surge into the emptiness. The spirit, not the mind. But, for many, be they artists or not,  total emptiness is scary. Fear is thus the only real enemy of art and creation. But of ascesis as well. The menace of the unknown, of that void, of that non-being to be transformed into being,  which is there in front of the artist and of the ascetic, is the same. The challenge is the same.

To Johannes Scotus, true philosophy is true religion and vice versa. In reading  Harpur’s Goldworker, we could paraphrase this assertion with true religion  is true art  and vice versa.

 As the scholar Dermot Moran writes in an article on Scotus Eriugena: “Overall, Eriugena develops a Neoplatonic cosmology according to which the infinite, transcendent and ‘unknown’ God, who is beyond being and non-being, through a process of self-articulation, procession, or ‘self-creation’, proceeds from his divine ‘darkness’ or ‘non-being’ into the light of being, speaking the Word who is understood as Christ, and at the same timeless moment bringing forth the Primary Causes of all creation”

So, light is being and darkness is non-being. And, while reading Voices of the Book of Kells, we will see much of Eriugena’s  Neoplatonic cosmology, as Moran defines it, transformed into poetry and superlative beauty.

It is very interesting to observe at this point, that the  word illumination, meaning in English both a painted image on a parchment and the experience of spiritual enlightenment, has its origin in the Latin lumen, light; and the Latin noun illuminatio, comes from the verb illuminare“to throw into light, make bright, light up”. Visible, that is. In Italian instead an illuminated image is called miniatura, from minium, the red pigment used in manuscripts for the first capital letter of a chapter. What I would like to stress, is that illumination, vision, light and ascesis  are constant elements in Harpur’s poetry. There are, for example, the golden comets in the night sky in the poem, A Vision of Comets; the vision of angels moving through a wheat field in the title poem of his latest book, Angels and Harvesters.

But let’s analyze more closely the object of this talk.

The four characters of Voices of the Book of Kells, namely – Goldworker, Scribe B, Gerald of Wales, and Scribbler –  could be related to the four stages, or phases, both of the creative process and of spiritual evolution. To the eventful struggle of the artist and of the mystic. As Harpur points out, in the lecture he gave at the Loyola Institute  in Dublin, called “The way up and the way down – Two paths to poetry, art and divinity”, (and available on Youtube https://www.youtube.com/watch?v=Q8PiZY7m-1g) there are two ways through which man can approach the divine, himself and the world: the negative way and the positive way Via negativa and via positiva. And no doubt that Harpur’s way is the positive way. In Voices, Goldworker and the Scribbler follow the via positiva, while Scribe B and Giraldus the via negativa.

If we consider the four parts, we can detect in each of them the fundamental stages that the soul needs to face along its journey to salvation.

1 –  Goldworker:  THE QUESTION OF CREATION

2 – Scribe B: THE QUESTION OF LOSS AND DEATH

3 – Gerald of Wales: THE OVERWHELMING SELF (a self-obsessed and ambitious ego that prevents  comprehension)

4 – The Scribbler: INSPIRATION AND CREATION TROUGH VISION AND WORD

 If we extrapolate Scotus’ words scattered throughout Goldworker  and read them all  in a flow, we will understand what all this means:

Douse your senses, then images will stir (the awakening )

The Spirit must be clothed with line and colour

Haul up from the dark a vision of the whole (all is One. In the One is multiplicity)

Then details will cluster, like bees around clover (cfr Anaximene)

Your painting must shimmer with angels’ skin (sensual reality appears in a multiplicity

Or fish scales, but below the surface                of forms, but its real nature is unity)

Its waters must flow deeper than a well

Let it whirl with Ezekiel’s wheels

Yet be rooted as a reed in a river –        (the deep root is only one)

Let the image reveal its life

As a peacock’s tail staggers apart

And it should be an ark for all creatures

For eagle and lion, salmon and otter

And for the angels, who move unseen among us (See Angels and harvesters)

Nature flows from God, flows back to him – (these are Scotus’ own words)

The pattern will emerge of its own accord

As long as you surrender, let yourself go

You cannot see me because I’m unborn,

My name will be John of Ireland; know this

That creation flows from God, flows back;

Each stone and tree, seed and insect –

If we can see beyond their surface –

Are lanterns to help us find our way home

To where the many melts into one.

 

But ignore the different instances of nature

Shift beyond their various shapes

To the eternal patterns of the universe

And gaze on the original of every object

Then paint it live, in the splendour of its light.

 

Your drawings should be diagrams

That lead us upwards to annihilation

As they wipe out the separation of seer and seen

As iron on the anvil absorbs fire

Or sunlight permeates particles of air

True images arrive from meditation:

As the interfering self falls away

Things surface like stars in a lake

Then fix what you see unflinchingly

And pour it molten into temporal moulds

Be a void! Induct eternal life

Through spirals, twists, loops, entanglements

In which the alpha and omega are everywhere

For there’s no start or end, just seamlessness (the discretion of nature and matter is only

This is your chance to incarnate: Christi

autem generatio sic erat –

Loosen the brush and let it rove

Over the page, place trust in it

Don’t shirk from the suspended space

Just float yourself in and all will flow

First the Chi, followed by the Rho

 

That Voices is the description of a spiritual journey, is very clear when considering its first and last lines:

in Goldworker the poem starts with the voice of the illuminator:

 

I follow the path inland that fades

In rabbit light and leads to the smoke

Of home, past bracken, furze and boulders

A lurching sheep, its face lamp-black

The froth of its wool flamed by the sun.

 

And the concluding lines in Scribbler, at the end of the poem, read:

Then higher up I saw a cliff

Long grass spread-eagled by the wind

A beaten path that wound inland

A path that led me on and on.

 

At the beginning the path inland, in Iona, fades, in a light that is elusive, like the form of a fast running rabbit, leading to a place made hardly visible  by smoke. That is the beginning of a journey whose destination is uncertain.

At the end, that same path inland is clearly visible, beaten, although winding. A path that has to be followed. Thus, beginning and end coincide, the closing of a circle where the non being comes into being in an eternal rotation.

This path is flooded with light – even when light is absent, as its absence stresses its existence, like in Dante’s Divina Commedia. From darkness to light. Each of Harpur’s four characters is bound to follow this path. Each of them needs to overcome his resistance to change and evolution, but only Gerald of Wales fails. Because his fear to let go of the self is stronger than his wish to see. He desperately tries to fill the immense vastness of his inner emptiness – which it is not the void of the ascetic or of the mystic – with  worldly goods, pleasures and ambition. He’s a vain man, lacking courage and determination. Thus he cannot love. And, without love, there is neither art nor spiritual evolution. He refuses to let himself be captured and merged by the light that the Book, which he has been told, has been painted by the angels, irradiates.  He glimpses it, but is scared. To Gerald, sensation is more valuable than feeling.

What happens instead in the last section, Scribbler, is that the platonic archetype – the Word, or the Verbum of the Gospel of John – comes to life from a spontaneous bit of doodling that Scribbler is indulging in, and enters the  material world, in the form of a beautiful woman, who then begins to speak to him.

Here we are indeed in the realm of the platonic ὑπερουράνιον τόπον, the place of Forms, of Ideas. There every change, every motion is absent, as it was absent in the woman figure scribbled by the poet. But the Word starts moving when she descends into the world of matter. Contemplating and listening to her is what the artist does. But what is of fundamental importance is actually that this Form emerges from within him. It is something that wells up spontaneously in him; it does not come as an act of will, but from his subconscious, after he has seen the Book of Kells. And it is this grace-given vision that triggers the inspiration the poet had lost.

I think it’s important to observe that the apparent remoteness of the medieval world and culture that Harpur writes about, is not so remote and  has a lot to do with us. For, in writing about mystics and prophets, about saints and sinners, about oracles, diviners and philosophers from the past, Harpur is actually writing about us, about our troubled times, when great changes are taking place. And times of change are never painless. It’s like a delivery. They give birth to something new.

Harpur’s Voices, no less than the whole of his poetry, reveals in front of our spiritual eyes fearful abysses and inaccessible heights. Will we ever be able to follow him there?

But why then, don’t we take John of Ireland’s advise to the Goldworker?  Just make the start, the rest will flow….

(C)2015 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

The Sacro Monte of Orta, where part of the Festival took place

The Sacro Monte of Orta, where part of the Festival took place

 

Le mura di Ninive

La dea Ishtar

La dea Ishtar

L’Isis ha distrutto le mura di Ninive. Prima di loro lo fecero i Medi e i Caldei. Lo fecero nel corso di una guerra di conquista per distruggere il dominio assiro, che allora era uno dei più ricchi e potenti. E, come preannunciato dai profeti biblici, da Giona soprattutto, la ridussero a un cumulo di rovine. Nulla di nuovo rispetto alle guerre moderne, se non i mezzi tecnologici che permettono distruzioni più rapide ed estese. Le guerre sono tutte noiosamente – se un tale avverbio può mai adattarsi alla tragedia di ogni guerra – uguali a sé stesse. Tutte egualmente idiote. Ma le guerre hanno scopi ben precisi, che sono esclusivamente economici. Non ne hanno altri, anche se l’ignobile bugia che vi fa da copertura è sempre ideologica. Tuttavia, puntualmente sfuggono ai progetti di chi le promuove. Anche in questo sta l’idiozia della guerra, che nei millenni si ripete pari pari. Sfugge al controllo. I danni sono sempre maggiori dei ricavi. Credo la cosa abbia a che fare con quella parte guasta dell’uomo, quella falla insanabile, quel tallone d’Achille, quel difetto di fabbrica, che marchia da sempre l’umanità. La sua stupidità.

Nonostante questo, ogni guerra, anche quelle che oggi ammorbano il povero pianeta che ci ospita, ormai assai malvolentieri, ha lo scopo di produrre un qualche guadagno: potere, vantaggi economici, prestigio politico. Ma poi ci sono le variabili impazzite che sfuggono al controllo. Come in questo caso, quando si distrugge la propria ricchezza, il proprio patrimonio culturale, invece che quelli altrui. (Anche se, parlando di patrimonio culturale, non esiste un altrui. Tutto appartiene all’umanità e dunque a noi stessi.) E’ successo durante la rivoluzione culturale cinese, è successo perfino in Europa, con i roghi di intere biblioteche o con lo smantellamento di centinaia di monumenti “pagani”, con le distruzioni di Cromwell ecc. E  allora ci si chiede: perché questo avviene? Credo che la prima risposta sia: per ignoranza. Proprio nel suo senso più tragico, di cecità, di annientamento dell’anima. Lasciare nelle mani di bruti ignoranti millenni di patrimoni culturali raffinatissimi significa scatenare in chi è ignorante la rabbia e l’invidia contro ciò che non è, né mai sarà, alla propria portata e ti fa sentire inferiore, inadeguato. Rafforza in questi ciechi il senso di fallimento, di impotenza. Così la reazione è quella della rabbia bruta, del ritorno a istinti primordiali e acritici, quella della distruzione totale. Ma – e qui sta la differenza rispetto alla distruzione “normale” di una guerra in campo nemico – la distruzione è quella della propria cultura, delle proprie radici, del proprio passato, della propria storia. Vale a dire, di sé stessi. Abbattere statue del Buddha scavate nella roccia, distruggere reperti, opere che mai più si potranno ricreare, edifici pazientemente riportati alla luce nel corso di decenni di scavi e che sono la storia dell’uomo, significa negare quella parte creatrice e ideatrice di civiltà che l’uomo possiede. Ma che è la tua stessa storia. Che sei tu.

La nostra civiltà ha iniziato a promuovere  questo tipo di distruzione soprattutto dal ‘900. E seguita. Arma le mani di folle di folli ignoranti pensando di rivolgerle contro chi si oppone ai propri piani di dominio politico, dunque economico. E non si accorge che ormai, in un mondo globalizzato, le guerre sono sempre e solo contro sé stessi. Perché meravigliarsi se la bassa manovalanza arruolata per i propri sporchi scopi poi distrugge le mura di Ninive? Se poi distrugge quelle esili mura che ci separano dal ritorno alla ferinità?

(C)2015 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Le mie 11 regole per essere felici (o almeno provarci) My eleven rules for happiness

IMG_1939

 

LE MIE 11 REGOLE PER ESSERE FELICI

Premesso che la felicità è una lunga conquista e non un diritto:

1- Essere consapevoli che la vita è un dono e un’opportunità
2- Guardare il mondo e ogni sua manifestazione con incessante stupore e curiosità
3- Imparare almeno una cosa nuova ogni giorno
4- Provare piacere in ogni piccola o grande cosa
5- Dare ciò che si ha: esperienza, conoscenza, saperi, tempo, capacità di ascolto
6- Amare il passato, che sia il nostro o dell’umanità, le tradizioni, le storie e gli antichi saperi, perché noi siamo solo gli anelli di una lunga catena e ciò che abbiamo ci viene affidato. Nulla è nostro.
7- Saper distinguere fra ciò che è davvero importante e ciò che non lo è e lasciare spazio in noi solo alle cose importanti. La maggior parte delle cose non lo sono. Quelle davvero importanti sono solo due o tre.O forse una sola.
8- Essere attenti a quanto ci accade dentro ed estremamente consapevoli dei nostri pensieri. Pensare è già agire.
9- Scoprire i nostri talenti e dare loro voce e spazio nella nostra vita.
10- Agire e pensare sempre come se la persona che più amiamo e ammiriamo (anche se non c’è più) ci vedesse.
11- Perdonare

Francesca Diano

 

MY ELEVEN RULES FOR HAPPINESS (OR AT LEAST LET’S TRY)

 

Given that happiness is the result of a hard achievement and not a right:

1 – Be aware that life is a gift and an opportunity

2 – Look at the world with unceasing astonishment and curiosity

3 – Learn at least one new thing each day

4 – Take pleasure in every thing, be it important or not. Everything is important

5 – Give all that you have: experience, knowledge, time, ability to listen

6 – Love the past, be it yours or of mankind, traditions, stories, ancient knowledge, as we are only but a ring of a long chain, and  we are only entrusted with everything we seem to have. Nothing belongs to us.

7 – Be able to judge what is really important and what it is not and make room inside you for what it really is. Most things are not significant. Only two or three  in life are important. Or perhaps just one.

8 – Be aware of whatever happens inside you and absolutely conscious of your thoughts. Thinking is already an action.

9 – Discover your talents and give them voice and space in your life

10 – Always act and think as if the person you most love and respect (even if he or she is there no more) could see you all the time

11 – Forgive

 

(C)2014 foto e testo by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Voci precedenti più vecchie