L’invidia, cancro dell’anima.

Giotto, l'Invidia - Padova, cappella degli Scrovegni

L’Invidia- Giotto, Cappella degli Scrovegni

 

L’invidia è, tra le passioni umane, una delle più spregevoli e pericolose, perché i suoi  effetti sono devastanti e il suo manifestarsi sempre subdolo e coperto.  Quando i suoi danni vengono alla luce, e dunque la sua esistenza, è ormai troppo tardi per le sue vittime.

E’ il frutto di odio per se stessi, di risentimento, di senso di inferiorità e mancanza di autostima, ma anche di speranza, tuttavia a differenza dell’odio aperto, che si manifesta nell’ira e in violenza aperta, l’invidia agisce come un veleno lento e corrosivo, ledendo dall’interno il tessuto vitale di chi ne è il bersaglio.

Non è l’odio l’opposto dell’amore, ma l’invidia. Perché l’invidioso non conosce l’amore e dunque vorrebbe distruggerlo in chi lo prova, in chi lo conosce.  Il suo universo è privo di amore.

L’etimologia, dal latino invidus, da in videre , vedere con odio, vedere, e guardare,  in senso negativo, chiarisce il ruolo che l’occhio, il vedere, ha. L’invidioso secerne il suo liquido corrosivo attraverso l’osservazione ossessiva della vita altrui, nutrendo il cancro che lo rode con la convinzione che se l’altro, a suo dire, ha di più in termini materiali o anche spirituali, è perché non lo merita quanto lui, senza far conto che la ricchezza spirituale, la serenità nonostante le difficoltà, la forza d’animo, sono dure conquiste e non doni e che lui stesso potrebbe ottenere, se solo lo volesse e fosse disposto a compiere il difficile cammino che esse richiedono.

Spesso infatti, l’invidia è tanto più feroce e perniciosa, quando scaglia le sue punte velenose contro chi ha fatto della propria vita un cammino alla ricerca di un’evoluzione profonda.  Se l’invidioso si rode per qualunque cosa l’altro abbia, ancor di più il suo acido lo tormenta nel vedere chi ha scelto l’amore e non l’odio. Chi nutre di invidia la sua vita, non sa ridere. Non conosce la risata che nasce dal cuore, la leggerezza del respiro aperto che apre il petto, né mai sorride. Le sue labbra si stirano in una smorfia, il naso si arriccia in un ghigno  che vorrebbe apparire di disprezzo o di superiorità, ma cela malamente un desiderio di vendetta.  Perché l’invidioso non capisce che la vita dà ciò che noi chiediamo e scegliamo. Pensa che ciò che l’altro ha o raggiunge sia solo frutto di fortuna immeritata, una fortuna che lui non ha. Per quanto possa avere. E in questo ha ragione. Non ha la fortuna di saper amare. Ed è questo che lo spinge a vendicarsi. La sua è una vendetta contro l’universo intero.

Iago, l’invidioso per eccellenza, spia di nascosto, trama nell’ombra, sparge calunnie, distrugge e gode della distruzione. Perché lo scopo di chi invidia è la distruzione dell’oggetto che odia, per cui prova risentimento. E questa distruzione avviene attraverso la calunnia, la mala parola, il “malo sguardo”, che augura ogni male a chi si ritiene abbia qualcosa di più: benessere, felicità, forza morale, capacità intellettuali e spirituali. E non bada a mezzi o spese per annientare, anche fisicamente, l’oggetto del suo odio.

Il suo mondo è grigiastro, privo di colori, avvolto in una nebbia fumosa e greve. Il volto è teso, segnato da linee profonde, la pelle spenta, le labbra costantemente tirate nello sforzo di trattenere l’inferno che gli ribolle dentro.

L’invidioso può essere ricco, possedere molte cose, avere successo nella vita, ma tutto questo non basterà mai a sedare il demone che lo dilania. Un demone che non gli dà pace, che lo spinge a perseguire con una costanza terribile un unico scopo: annientare chi gli fa provare sentimenti tanto brucianti. Non tiene in conto che l’oggetto del suo odio nulla ha a che fare con questa sensazione intollerabile, perché nasce da un nucleo malato, dal male che è dentro di lui.

L’immagine di Giotto è terribile nella sua crudezza. Il corpo della figura femminile, dal seno macilento, perché svuotato – un seno che non nutre –  è roso alla radice da una fiamma che alimenta il suo tormento bruciante e non si estingue, il volto è devastato, nella mano regge un sacchetto che rappresenta il possesso, la materia, dunque l’identificazione dell’Io col possedere e non con l’essere e tiene ciò che ha stretto a sé.  Nulla di sé dà, ma tutto vorrebbe, poiché l’altra mano è tesa ad afferrare.

Allo stesso tempo, un’enorme serpe, che le  riempie l’intera bocca, che la soffoca, esce dalle labbra. E’ la serpe della calunnia, delle menzogne immonde che diffonde senza ritegno  per distruggere la reputazione e la vita della sua vittima. Ma la serpe gli si rivolta contro e le  acceca gli occhi. Le divora la vista e la mente.

Perché, se l’invidia può giungere fino al delitto, sia fisico che psichico, se può arrivare a ciò che oggi si definisce stalking, è pur vero che sfocia nella follia.

Vivere tutta la vita lasciando che l’invidia guidi ogni pensiero, ogni azione, contro la vittima che di volta in volta si sceglie, distrugge la mente, sconquassa  la ragione e rende l’anima una palude fetida, un  ammasso di cellule purulente e cancerose.

Ha ragione la psichiatra americana Ann Ulanov, che ha meravigliosamente trattato di questo sentimento in Cenerentola e le sue sorellastre. Sull’invidiare e sull’essere invidiati (Tridente, Saggi), che l’argomento è talmente spiacevole e inquietante, che se ne parla molto poco. Eppure l’invidia serpeggia per il mondo. Domina la storia, la cultura, l’economia, la politica, la vita di relazione e familiare.

Segnalo, a questo proposito, un post interessante e coraggioso sul mobbing e sullo stalking, esiti nefasti dell’invidia.

http://divadellecurve.blogspot.com/2011/12/gli-attacchi-alla-propria-autostima-del.html

 

(C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

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Lo stato dell’arte: rete e letteratura.

Pile of Books

Mi diverto da un po’ a seguire  le discussioni che si svolgono su vari siti letterari italiani presenti in rete, spesso senza intervenire, spinta dalla curiosità di capire se la libertà offerta dal mezzo possa riflettere un panorama più respirabile di quello a cui è stata ridotta la cultura italiana.  Mi sembrava che almeno in rete si manifestasse una vivacità intellettuale che  al di fuori è assente, almeno da noi.  Vivacità che è il frutto di una maggiore libertà di voce, di voci, non mediate dalla stretta mortale delle varie lobbies culturali, gemmazioni delle lobbies politiche, che ingessano  il nostro paese.

L’immobilismo dinosaurico, nella politica, nella vita sociale, nella cultura – insomma ovunque- a cui assistiamo apparentemente impotenti da tempo non è cosa nuova per noi.  E’ un habitus lungamente testato e, nei suoi scopi e risultati, vincente. Un meccanismo bene oliato di cui sarebbe interessante tracciare una storia di taglio antropologico. E’ da sempre la politica che la Chiesa, un’istituzione di dinosauri benedicenti, ha insegnato a un paese che ha l’ha imparata e riprodotta come nessuno.

Come dice Leopardi, agli italiani manca il concetto di “società”, dunque dell’individuo come unico responsabile delle proprie azioni e delle proprie scelte e dell’impatto che quelle azioni e quelle scelte possono avere sul tessuto sociale, che è poi quello in cui egli stesso vive.  Così – pur avendo noi l’immeritata  fama di essere degli individualisti – si rende necessario l’aggregarsi a un qualche gruppo che possa non solo proteggere l’individuo, ma avvalorare la direzione delle posizioni che assume. In realtà, l’individuo conta poco e corre grandi rischi nel muoversi da solo. E’ il vaso di coccio tra vasi di ferro trasportati sul carro traballante. L’elemento estraneo, sospetto, da estromettere perché non disturbi la compattezza del gruppo.

Allora ecco la necessità, iscritta nel DNA di questo paese, delle cricche, delle consorterie, delle conventicole, dei gruppi e dell’idea che tutto, assolutamente tutto debba avere un senso politico e, soprattutto, che tale senso sia quello di una realtà binaria. Un o/o.  Una corsa all’esclusione che genera una serie infinita di inclusioni, di recinzioni ben protette.

Analogamente, risulta impensabile  considerare le cose  in termini di libertà individuale. Essendo la struttura psicologica quella del gruppo chiuso – l’Italia non è mai uscita dalla struttura feudale –  non riesce possibile credere che qualcuno sfugga al giochetto (rassicurante, perché evita la necessità di capire ciò che non si conosce) di ritrovarsi addosso appiccicata un’etichetta di un qualunque tipo. Non c’è straniero che non si meravigli e si capaciti nello scoprire che, in qualunque campo non politico – scienza, letteratura, arte, filosofia, psicologia, meteorologia,  o quel che vi piaccia. – da noi sia necessario bollare con un’etichetta politica l’individuo di cui si parla. E’ di destra o di sinistra? Come se davvero esistesse più una destra o una sinistra. C’è persino chi ancora parla di marxismo… che tenerezza.

Proprio nel paese in cui la politica è la più corrotta, lurida, ostentata  pratica volta solo all’arraffo personale, di tutto il mondo civile, si pretende di ridurre a politica o di ravvisare risvolti politici in ciò che proprio non può o non dovrebbe esserlo.

Certo, che la letteratura sia, come qualunque altro fenomeno culturale, figlia della visione del mondo che la produce e che dunque ne segua i moti e le direzioni, è talmente ovvio da non aver bisogno d’esser detto. E se, le culture si riverberano nelle società, ciò che fa quelle società è anche la direzione politica che le segna. Ma, la politica di un’epoca o di un paese in quell’epoca, è comunque uno degli aspetti di quella data visione del mondo.  In questo senso, essendo i fenomeni culturali frutto delle specifiche visioni del mondo, non c’è aspetto di una società che non sia profondamente connesso a tutti gli altri.  Dunque, i fenomeni culturali, sociali, economici e politici non possono essere considerati isolatamente per essere compresi.

In questo senso, non c’è fenomeno culturale che non sia anche politico, economico, sociale ecc.  Ma non è che la politica ne sia la sola ed esclusiva chiave di lettura, come in molti casi si vorrebbe fare. Mi pare un taglio stalinista.

Così ho imparato da una serie di sedicenti o supposti critici militanti, molto attivi in rete, nelle case editrici e negli atenei, ( o legati tra loro o nemici giurati gli uni degli altri) che la letteratura è e non può che essere politica. Non mi è stato facile capire sempre di che stessero parlando negli infiniti commenti ai loro aggiornatissimi post, perché a un certo punto, tra paroloni, involutissimi periodi sintattici, ripetute citazioni da superatissimi maîtres à penser francesi (ancora di moda solo tra una certa genia di accademici italiani della cosiddetta generazione TQ) e qualche loro epigono americano, mi perdevo come Cappuccetto Rosso nel bosco.

Pare che tra i nostri critici letterari militanti (e che siano militanti lo si capisce dalle bombe carta di cui sono armatissimi) vadano per la maggiore francesi e americani radical-chic come padri ispiratori del pensiero critico. Ignorano – a parte alcune rare eccezioni –  tutto quello che avviene nel resto d’Europa e del mondo. Tanto che Francia e Italia si scambiano il fior fiore dei loro intellettuali e filosofi influenti. Noi ne abbiamo esportata una che, filosofa considerata oltralpe pare mente tra le più influenti non so se di Francia o del mondo, scrive profusamente sulla condizione femminile (e non solo ) in un tripudio dell’ovvio e del qualunquismo rosato degno della migliore rubrica di cuori solitari. Però, essendo comunque donna, non l’ho vista molto citata in questi blog letterari, se non in quelli tenuti da donne d’assalto, molto attive al pari dei loro colleghi maschi.

Se poi tra loro interviene qualche intellettuale (parola  e funzione desueta pare) con le idee più chiare, che usa un linguaggio chiaro e piano e parla di cose concrete usando il buon senso, lo massacrano. Confermando, di fatto, che la critica letteraria da noi, di stampo accademico e non, ben lontana dall’occuparsi di esegesi del testo, o di ermeneutica (usiamo pure, per darci un tono,  un termine che spesso ricorre in questi ambienti) seguita ad essere quella che è stata da un po’ più di un secolo a questa parte: un accapigliarsi dei parenti sul cadavere.

Ma, in tutto questo, il cadavere, la letteratura in Italia dov’è? Ma è chiaro. La Letteratura da noi è il prodotto di una generazione di giovani che vanno dai circa 25 ai 40 o giù di lì anni, (sono prevalentemente maschi, le donne sono in minoranza, come ovunque in Italia)  molto attivi sia in rete che nelle case editrici che su riviste letterarie e sulle rubriche letterarie dei giornali à la page e che sparano a zero sui premi letterari e le supermafie dell’editoria che se li spartiscono,  ma ai quali ambiscono disperatamente.  Infatti, quando li ricevono, non li rifiutano.

La loro attività pubblica è così intensa che non è ben chiaro quando scrivano. E’ vero che quando si legge cosa scrivono si comprende che  il prodotto non richiede molto tempo o lunghe applicazioni. Misurano la propria credibilità e il peso delle loro parole dai libri e dai saggi che hanno pubblicato, come se ciò che gli editori italiani pubblicano non fosse per lo più  il risultato di connessioni e intrallazzi lobbistici. Lo sanno tutti, non è una novità. E’ un tale dato di fatto da essere diventato ormai un tòpos, a discapito di qualche raro editore minore che così non fa.

Dichiarano la morte del romanzo ma scrivono romanzi – o tali sono nella loro intenzione – discutono su cosa sia la poesia – che pare sia diventata una cosa indefinibile – ma scrivono poesie – o tali sono nella loro intenzione, affermano che la critica letteraria non si può più  fare se non in termini di militanza e poi non hanno categorie da usare se non le stesse del passato botulinate e siliconate.

Le donne che scrivono (in Italia il trend è opposto a quello del resto del mondo, poiché le donne pubblicate sono in numero molto inferiore  a quello degli uomini, così come quelle che hanno peso nella cultura) sono o fatte a pezzi, soprattutto se vendono molto, o ignorate, o ammesse nel gruppo se sono delle virago molto aggressive e mascoline e dunque fanno loro paura. (Vedi sopra).

Tutto questo, è ovvio, è frutto dell’impressione generale dello stato dell’arte che mi sono fatta leggendo i blog letterari italiani più in che la rete offre.  Non è un’impressione molto edificante, perché, lungi dall’essere usata come spazio di una maggiore libertà e creatività, la rete tende a riprodurre, in questi blog, gli stessi meccanismi che si trovano al di  fuori: aggregazioni, gruppi, sette, conventicole, esclusioni, odi e invidie, rivalità, esibizione di erudizione datata e modaiola allo stesso tempo. Insomma,   un grigiore.

Non è tutto così grigio e squallido.  Le voci libere sono moltissime e alcune davvero interessanti.  Ma è strano che lo sia nei blog letterari che – così loro sostengono – hanno un’autorevolezza maggiore.  Tuttavia il meglio non è dove è più facile vederlo. I diamanti si trovano ben nascosti sotto terra. Bisogna scavare.

(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA