Carlo Diano e la cattiva memoria della cultura italiana

Carlo Diano a Bressanone

Carlo Diano è stato un esiliato tutta la sua vita.

Da questo forse derivava quel suo carattere così fatto di contrasti. L’estrema dolcezza si alternava a momenti in cui la sua mente si allontanava, persa nelle sue speculazioni, per passare all’improvviso ad esplosioni di insofferenza o di ribellione. Il tutto senza soluzione di continuità e senza che vi fosse preavviso di quei cambiamenti.

Dell’esiliato mio padre aveva l’irrequietezza, come di chi viva tutta la vita col dolore di una perdita, di un vuoto incolmabile, che nulla potrà mai colmare, perché ciò che potrebbe colmare quel vuoto è perso per sempre. E di questo v’è consapevolezza.

Esiliato da dove? O da cosa?

A otto anni era rimasto orfano del padre, capostazione a Vibo Valentia, che allora si chiamava Monteleone di Calabria.

Era il primo di quattro tra fratelli e sorelle (altri due erano morti bambini) e sua madre si trovò improvvisamente vedova e senza mezzi. Nella  famiglia di sua madre c’erano medici e notai, ma nella Calabria di inizi ‘900, a parte la solidarietà delle sue sorelle, mia nonna si trovò a fronteggiare fatiche e sacrificio nel crescere i figli.

Quasi da sola dovette  affrontare difficoltà economiche, mancanza di un sostegno, enormi responsabilità nel crescerli quei  quattro figli.

L’infanzia di mio padre deve essere stata molto dura e difatti non ne parlava mai, come se quegli anni tanto difficili gli avessero lasciato dentro un nodo oscuro, che non era nemmeno in grado di ricordare perché così crudele. Il ricordo di un tradimento. Di un abbandono. Come figlio di suo padre e come figlio della propria terra. E dunque, chi è in esilio così dalle proprie radici, può andare ovunque, perché ovunque sarà in esilio, ché se lo porta dentro. Perché in realtà è in esilio da se stesso.

Per quanti legami possa stringere nel suo vagare, nessun legame lo strapperà alla sua solitudine assoluta. E allora, l’unico dialogo vero, autentico, profondo, può essere solo quello con la propria solitudine, che altro non è se non la scissione dolorante e dolorosa dalla patria interiore: da se stesso. Da un se stesso che si è dovuto autogenerare.

E’ questa però la condizione ideale per la creatività, come se gli occhi dell’anima, rivolti costantemente verso l’interno, attingessero alla fonte della solitudine, per creare, per capire il mondo e darne un’immagine.

Quale fosse una parte della sua patria perduta mio padre lo capì molto presto: lo capì attraverso Carlo Felice Crispo, un vibonese di famiglia aristocratica, che aveva dedicato la sua vita agli studi e alla speculazione, e che come lui si portava dentro la piaga di una separazione non sanabile. Crispo esiliato dal sogno degli Orfici. Mio padre dagli assoluti delle forme che vedeva con occhi antichi dentro di sé, prima ancora che fuori. Ma per entrambi, il luogo e il tempo a cui tornare erano scomparsi due millenni e mezzo prima. E non sarebbero tornati mai più.

Con la Calabria aveva un rapporto conflittuale. Ne era partito a poco più di diciassette anni quando, dopo la maturità classica, era andato a Roma a studiare all’università.

I soldi per il viaggio gli erano stati dati da una zia, sorella di sua madre e da Roma scriveva a casa lettere piene di nostalgia e dolore. Chiedeva che gli mandassero l’origano, le olive, i sapori e gli odori della sua terra. Perché una parte della sua casa, del suo mondo, a cui era legato non solo dalla sofferenza, ma dalle prime scoperte di se stesso e della sua vocazione, dagli affetti della famiglia e dai paesaggi incantati, fosse presente nella quotidianità dura della sua nuova realtà.

Chiedeva, con la sete della lontananza e con il desiderio di mantenere un legame con le cose note. In una realtà che era per lui ancora ostile e ignota. Dove era e si sentiva solo. E in alcune di queste lettere, a sua madre, ai suoi fratelli, trapela tra le righe il carattere di un mistico, di chi ha fatto già del dolore uno strumento di conoscenza.

Amava gli ulivi. Si era portato dentro la loro forma contorta e viva per tutta la vita. Perché l’ulivo non era solo l’albero della sua terra, ma è la prova vivente della capacità di sopravvivere ad ogni tempesta, ad ogni fulmine, ad ogni trascorrer del tempo che uccide la bellezza. Perché nell’ulivo il tempo  è bellezza, e ne modella la forma segnandola di sé. L’ulivo è la prova vivente che la sofferenza può essere anche fonte di nutrimento e di vita. E all’ulivo aveva dedicato molti dei suoi disegni e il distico che scrisse in occasione dello scempio della Piana di Gioia Tauro.

La sua terra era la sua radice, perché lì aveva scoperto per la prima volta la bellezza degli antichi padri magnogreci, anche grazie all’incontro con quell’uomo straordinario, appunto, Carlo Felice Crispo, per il quale  scrisse una bellissima commemorazione, quando Crispo morì a Roma, ucciso dallo stesso male di Epicuro. E che, come Epicuro, aveva sopportato con coraggio e nobiltà.

Crispo gli aveva reso vive le matrici greche della loro terra comune.

Mio padre non lo avrebbe mai dimenticato.

Ma da quella terra di antichi padri era dovuto partire, per affrontare da solo e così giovane un mondo che non gli era facile affrontare.

Una volta, che io avevo circa l’età in cui lui era andato a Roma, facemmo un viaggio insieme. Io e lui, a Roma. E una sera, andando al teatro Argentina, passammo davanti a un torracchione scrostato e lasciato ancora intatto dal tempo. Alto, triste, gelido.

<<Quando sono venuto a Roma la prima volta, ho abitato lì sopra>>, mi disse. Lo disse come diceva le cose che gli risvegliavano vecchie sofferenze. Per le quali non ci sono parole. Lo disse quasi casualmente, quasi sottovoce. Non disse altro. E allora mi resi conto per la prima volta, guardando mio padre come quel ragazzino di allora, di quanto dovesse aver sofferto. La fame, il freddo, la solitudine. E per la prima volta cominciai a capire. Il suo desiderio di non farci mai mancare nulla, di aiutare sempre i giovani e chi si trovava in difficoltà,  il silenzio sulla sua giovinezza, i suoi sbalzi d’umore. La sua fame di vita.

In un quadernetto a righe, datato 1918-25, aveva raccolto alcune poesie che poi, in parte, aveva pubblicato nel 1933 col titolo “L’acqua del tempo”. Ce n’è una, inedita, in forma di sonetto, che non aveva incluso nella raccolta e che sopra reca il segno di una cancellatura, forse perché gli era parsa troppo cruda, che invece esprime con una chiarezza di lama acuminata lo stato d’animo di quanto ho appena detto.

Io ti conobbi, tazza avvelenata

del disinganno, assai volte ed ancora,

sempre più amara e pur t’ho tracannata

lentamente, qual chi vino assapora.

Del tuo velen sottile ebbi malata

l’anima ed aborii veder l’aurora

prossima, e terminai la mia giornata

maledicendo attediato ogni ora.

E vissi e il tempo, nel suo molle volo

spense ogni grido,chiuse ogni ferita

e recò l’ombra di sogni novelli.

Or tu ritorni e m’aggredisci solo

quando l’ultima speme è disfiorita

e vizzo è il fiore dei miei dì più belli.

L’amarezza del disinganno sarebbe stata il leit-motiv della sua vita. Una lezione che si sarebbe ripetuta in molti dei suoi rapporti con gli altri esseri umani.

La sua era una natura in fondo ottimista e facilmente entusiasmabile, non sembri troppo facile dire “ingenua” e dunque questa sua natura lo portava non tanto a fidarsi degli altri, quanto ad affidarsi agli altri.

Se la fiducia nel prossimo è una virtù, il porre nelle mani altrui il proprio benessere, la propria serenità, la propria felicità, è un grande errore. Eppure, ad ogni disinganno, come già poco più che ragazzo aveva capito, tracannava, con coraggio. Fino in fondo.

Lo ha fatto tutta la sua vita. Quando sfidò il potere, giovane docente di Greco al Liceo Tasso di Roma,  rifiutandosi di iscriversi al Parito Fascista, come gli era stata fatta pressione, quando  compì scelte che solo un pazzo sognatore avrebbe potuto compiere, sposando delle cause ormai perse e abbandonate da tutti, che gli costarono per anni la carriera, quando mise in salvo, all’insaputa di tutti ancora oggi, molta gente ricercata dalla Gestapo a Padova, grazie al suo ruolo di Ispettore della Pubblica Istruzione, ( e nessuno ne ha fatto un eroe per questo) quando si fidò di chi non doveva fidarsi, solo per coerenza con le proprie idee. Quando giunse a mettere in palio la vita per rendere pubblicamente omaggio al suo Maestro, Giovanni Gentile, che era stato per lui il padre che non aveva avuto ed era stato assassinato in modo vile. Per commemorarlo nonostante le minacce di morte che gli erano giunte da più parti.

Era  capace di un amore senza pudori quando  trovava un uguale, chi sapesse parlare alla sua anima, abbattendo le barriere tra essere e essere. Così fu per Giovanni Gentile, per Giorgio Pasquali, per Ugo Spirito,  per Walter F. Otto, per Mircea Eliade, per Sergio Bettini. Uomini che hanno segnato la sua vita e la sua mente. Come Maestri e come amici. Uomini a cui lo legavano percorsi di conoscenza e di affetto.

Aveva, dell’amicizia, la stessa concezione di Epicuro. Non conosceva felicità più grande del trovarsi con animi affini. Non solo del presente, ma del passato. Discorreva con Parmenide e con Platone, con Epicuro, con Leopardi e con Baudelaire come con i suoi  Maestri e i suoi amici. Senza barriere. Né di tempo né di spazio.

Ma la malattia dell’anima che lo ha minato tutta la vita e che, ne sono convinta, è stata la causa del suo infarto prima e del suo cancro poi, questo “velen sottile”, era da ricercarsi proprio nei primi tradimenti della vita, quelli che, se ti segnano troppo presto, non sono facilmente sanabili.

La cura che lui aveva trovato per sé, perché in questi casi si sopravvive solo trovandosi dentro i meandri dell’anima una cura, era il viaggio dello spirito verso un mondo perduto. La Grecia nei suoi studi e nella mappa della sua anima, giunta a lui, intatta dal passato, attraverso la nascita in una terra colonizzata da quegli antichi esuli volontari.

Ma gli ultimi tre versi del sonetto sembrano essere una terribile premonizione di quella che sarebbe stata la conclusione della sua vita. Il ritorno di quel veleno che lo avrebbe aggredito alla fine.

I poeti hanno il dono della premonizione.

La Calabria era per lui una terra trasfigurata. Era la Calabria della sua fanciullezza, in cui andava a cogliere i fichi d’India dalle piante e saliva sugli ulivi e sugli alberi di fico e una volta una spina gli aveva procurato un’infezione a un mignolo, che gli aveva lasciato una cicatrice che gli teneva piegata la falange. Quel segno era in fondo il ricordo delle sue scorribande felici di ragazzo nelle campagne, ma anche il ricordo di una ferita mai guarita. Cicatrizzata, ma malamente.

Così era per lui la Calabria. Una ferita cicatrizzata, ma malamente.

E dunque, andare in Calabria, per lui, era come riaprire la vecchia ferita. Quella della perdita, quella dell’assenza. Non ci andava a cuor leggero e aveva coi suoi abitanti un rapporto conflittuale, quasi infantile. Come di chi si sia sentito tradito.

Ma dalla Calabria in cui era nato – non per caso – come mai per caso qualcosa avviene – aveva anche ricevuto una doppia eredità, dalle due stirpi che vi hanno lasciato il loro segno: i Greci e i Normanni. La mediterraneità e il richiamo delle terre del grande nord. E non a caso difatti, in lui la grecità si mischiava con l’amore per il Nord Europa e per  la Scandinavia, una terra in cui aveva vissuto per sei anni e dove, per contrasto, aveva forse ritrovato parte di se stesso.

Il suo aspetto, del resto, era quello della lunare stirpe normanna, da cui la famiglia paterna derivava. Di struttura robusta, i capelli biondi in gioventù, somigliava poi sempre più con l’età a Jean Gabin o a Spencer Tracy, di cui aveva anche lo sguardo ironico e dolce. Con un fondo di malinconia che non lo abbandonava mai.

Ma la vera patria da cui si sentiva in esilio era la Grecia.

Non so se ne avesse piena percezione. Di quanto quell’amore fosse mischiato allo struggimento e alla nostalgia di un esilio e di come, rendendo viva dentro di sé quella cultura e parlandone come ne fosse appena tornato, di fatto si comportasse come si comporta un esule, che conserva intatta dentro di sé l’immagine della sua terra d’origine.

In realtà non era un uomo ne’ di questo tempo ne’ di questo luogo.

Era come piovuto qui, intatto dal passato, e come tale non poteva essere compreso.

Lui vedeva quelle forme con gli occhi di un uomo di venticinque secoli fa. Quei testi, morti sulla carta, a lui parlavano con una voce fresca, bisbigliante, la stessa di venticinque secoli fa. Comprendeva perché conosceva. Perché sapeva. Già –  dentro di sé.

Dagli altri, da quelli del suo tempo, era separato da un muro invisibile ma invalicabile. Sia in un senso che nell’altro. Ed era un privilegio e una condanna.

Aveva questa singolare percezione del tempo. Non viveva mai nel presente, perché o la sua mente era persa nella visione abbacinante del passato, o proiettata in avanti alla velocità del fulmine. Per lampi. Comprendeva prima ancora di aver capito. Eppure mai ho visto qualcuno più capace di amare l’istante.

Non sopportava di non essere amato. Perché la ferita antica non s’era chiusa affatto e i sogni novelli, appunto, in lui forse erano solo ombra, come ebbe a intuire.

Non accettava di non sentirsi amato. E quando si rendeva conto che a volte non lo era, dentro di lui scoppiava la disperazione e forse l’angoscia. Vecchie ferite si riaprivano, l’eco di antichi abbandoni, di antiche insicurezze riaffioravano alla superficie con prepotenza. E reagiva alternativamente in modo aggressivo o infantile, ma sempre chiedendo amore e attenzione.

Era un uomo apparentemente di sentimenti estremi. Eppure  era capace di incredibili tenerezze, di delicatezze commoventi. In apparenza era poco psicologo, e invece non sbagliava mai un giudizio. Solo che i suoi giudizi anticipavano i tempi e di molto. Così tanto, che non li si potevano verificare se non in un futuro distante. Sempre precisi a tal punto, che l’avresti detto un veggente. Ma era il veggente come lo intende Baudelaire, un poeta che amava tanto da tenersene un ritratto nello studio.

Non posso dimenticare quando, il giorno successivo alla strage di Piazza Fontana, quando la stagione oscura degli anni di piombo si affacciava a proiettare un’ombra sinistra sulla storia del notro infelice paese, mio padre disse: “Sono stati loro“.  Gli chiesi cosa intendesse con “loro”. E la sua risposta, che allora era apparsa del tutto improbabile fu: “Quelli che ci governano”. Ma morì nel 1974, molto prima che tutto questo fosse chiaro.

L’aveva capito con l’anticipo di decenni. Noi lo sappiamo solo ora, dopo anni di processi che hanno umiliato la Giustizia. Quella con la G maiuscola. Quella in cui credeva Socrate, tanto da dare la vita.

Come poteva essere davvero capito? Sentirsi tra simili?

Aveva il dono dell’essenzialità e della sintesi. Ogni sua pagina è un condensato di idee, intuizioni, analisi profonde e acutissime, illuminazioni per lampi. Non diluiva. E dunque ogni sua pagina è una quintessenza, un distillato, che a voler essere compreso va diluito in cento almeno. E’ questa la difficoltà che pone la lettura dei suoi scritti. Limpidi, chiarissimi, ma densi come una sostanza densa.

Altri avrebbero costruito una carriera sul materiale di una sua sola conferenza. Perché anche in questo dava. Dava di sé senza risparmio.

Dunque anche le sue opere devono ancora essere comprese veramente. C’è ancora tutto da fare.

Sarà un lavoro lungo, per chi verrà dopo di lui.

Quel che lascia un uomo dietro di sé, nei suoi scritti, nelle sue opere, non va giudicato attraverso lo specchio di quella che è stata la vicenda della sua vita. Ecco perché chi viene dopo comprende meglio dei contemporanei. Perché nel suo giudizio non si lascia fuorviare dallo specchio deformante del rapporto emotivo.

Ma a volte è giusto rendere giustizia. Quando le azioni di un uomo, dettate dalla coerenza con se stesso, possono essere velate e nascoste nel loro impulso puro e profondo dalla fragilità nata dalla sofferenza. E la superficialità del giudizio comune non ha gli strumenti per comprendere i moti di un’anima.

Il carattere generoso e impetuoso, ma a volte in apparenza prepotente di mio padre, era solo il prodotto di sofferenze taciute con pudore, di vuoti non colmabili, del senso di isolamento in un mondo lontano dal suo mondo interiore.

Ha vissuto in modo tragico. Non nel senso scontato del termine, ma perché misurandosi costantemente col suo demone, lottando costantemente con l’ombra dentro di sé.

Un’ombra potente, che in apparenza lo ha sconfitto nel corpo.

In apparenza.

Ma le sconfitte sono spesso più onorevoli di una vittoria, quando sai che, in fondo alla tua lotta, ti attende solo la sconfitta. Ma non rinunci a combattere con coraggio. Sia pure contro la morte.

Credo che, a conclusione di questo mio tentativo di capire mio padre, non da figlia, ma da persona che ha vissuto e cercato di capire il mondo intorno a sé, un tentativo non so quanto riuscito, ma fatto con lo strumento dell’amore (non potrei usarne altri, perché è il cuore che conosce e non la mente) l’ultima parola spetti a lui. A lui con linguaggio di poeta, l’unico, insieme alla musica, capace di rivelare l’ineffabile. E difatti mio padre ha lasciato anche della meravigliosa musica da lui composta.  Con  la poesia che io giudico più intensa e rivelatrice che abbia scritto. Quando era ancora molto giovane, ma molto già aveva compreso.

Una poesia quasi leopardiana, poiché tanto amava Leopardi, un altro esiliato come lui. Del Leopardi de L’Infinito, testo che anche potrebbe a ben ragione recare il titolo di “Atman”, come quello che scelse mio padre.

ATMAN

Ho paura del silenzio della notte

e mi sento abbandonato da ogni cosa

e dinanzi agli occhi ho l’ombra del mio cuore

coi suoi mille desideri senza nome,

cui non basta il mondo, che oltre il mondo vanno

e più forti sono della stessa morte;

ed il vuoto sento intorno a quest’oscuro

mio volere, incomprensibile, solingo,

e mi par di non poter più ripigliare

la mia vita, non poterla più finire,

ma restare per l’eterno condannato,

vuota brama, nel mio nulla imperituro.

Mio padre, Carlo Diano. Giornata di studi per la commemorazione di Carlo Diano nel centenario della nascita. Padova, 2002

___________________________________________

Questo è il padre che io ho conosciuto, ma poi c’è Carlo Diano lo studioso assetato di conoscenza, il docente universitario che ha cambiato la vita a molti che lo hanno avuto come Maestro,  il filosofo rivoluzionario, il pensatore originale che ha percorso vie inesplorate, e il filologo tra i più grandi del ‘900.

Il pensiero di mio padre nell’interpretazione del mondo greco, ha aperto una strada che molti hanno percorso. Ma, come ha detto Massimo Cacciari nella giornata di studi tenuta all’Università di Padova nel 2002 a commemorazione del centenario della sua nascita, (giornata di studi piuttosto misera a dire il vero e che si è salvata solo per la presenza di Cacciari e lo straordinario ritratto che ne ha fatto) Carlo Diano è stato un outsider non solo nel panorama del pensiero italiano del ‘900, ma europeo. L’originalità della sua visione ha avuto radice nella vastità della sua cultura, nell’ampiezza e nella libertà davvero rinascimentale della sua visione e in una capacità di sintesi e di intuizione solidamente fondate su un rigore filologico di qualità unica.

I suoi studi epicurei, la sua conoscenza di Platone, di Aristotele, dei presocratici, dei tragici greci, la sua convinzione che Parmenide e Anassagora siano  alla radice del pensiero occidentale moderno, la creazione delle categorie di forma ed evento, che gli hanno permesso un’ intepretazione originalissima dell’arte e della cultura greca e la loro applicazione ad ogni epoca e ad ogni tempo con risultati ancora insuperati e ancora tutti da esplorare, hanno fatto di Carlo Diano uno dei maggiori pensatori del secolo passato.

Eppure…. su di lui la cultura  italiana tace, a parte alcune felici eccezioni, che ne tengono vivo il pensiero e l’insegnamento. Primo fra tutti, Massimo Cacciari,  che non omette mai di menzionare, quando tiene quelle sue meravigliose conferenze, o quando scrive, che moltissimo di quello che è e fa lo deve al suo Maestro, Carlo Diano.

Il silenzio degli altri non è un silenzio fatto di dimenticanza. Non era comunista, non era di sinistra, come andava e va di moda (e nemmeno di destra) era un uomo libero. Non si è mai fatto comprare o sedurre dal potere corrente e non amava chi lo faceva. Non amava le chiesucole, le conventicole, i partitelli. Non amava gli eruditi sterili, incapaci di usare le loro nozioni vaste e inutili se non come un muro di fumo. Nè gli imbonitori. Disdegnava le vie già percorse e i sentieri battuti.

La moda, tutta italiana, di dover per forza affibbiare a chiunque un’etichetta –  certo per non dover faticare a capire e pensare da individuo – non è mai riuscita a incasellare questo spirito libero.

E, come questa sua libertà di essere e di pensare l’ha pagata in vita, la paga ancora di più dopo la morte.

Certo, all’Università di Padova c’è un suo busto in bronzo, una strada della stessa città che reca il suo nome e, a Vibo Valentia, la piazza della casa in cui nacque, a lui intitolata. Certo, Boringhieri ha ristampato quella geniale storia della filosofia greca che è “Il pensiero greco da Anassimandro agli stoici”, per la cui introduzione Cacciari ha scritto le pagine più belle sul pensiero di Diano e la Lorenzo Valla seguita a ristampare  nuove edizioni della sua meravigliosa traduzione dei Frammenti di Eraclito, e molti sono stati i progetti di ristampare le sue opere ormai introvabili  sul mercato, tanto che ne circolano versioni in fotocopia. Qualche tesi di laurea sul suo pensiero, ma questo è tutto.

E’ stato un uomo scomodo in vita e ancor di più  in morte. Soprattutto per quelli che a lui devono la carriera e la fortuna. Si sa com’è la natura umana. Soprattutto per quelli che hanno cercato di usare il preziosissimo archivio delle sue carte e dei suoi inediti, un tesoro in cui non solo sono conservate opere mai pubblicate, ma anche preziosissimi appunti, un carteggio con i maggiori pensatori europei del ‘900, lettere di Giovanni Gentile, di cui una poco prima del suo assassinio, del marzo 1944 da Firenze, in cui Gentile scrive a mio padre che sa che la fine è vicina, ma non la teme.

Documenti di importanza storica unica.

Gli italiani hanno cattiva memoria, o meglio, l’hanno ottima e uno dei mezzi più efficaci per cancellare le persone scomode, quelle che non sono serve del potere o che non si vendono per 30 denari, è quello di seppellirle nel silenzio.

Un silenzio ridicolo, perché dura in genere il tempo necessario per cancellare quella generazione affondandola nella dimenticanza.

La storia dimostra come sia sufficiente una generazione o due a cancellare anche il ricordo delle invidie e dei risentimenti. Gli esempi sono numerosi nella storia del pensiero e dell’arte. La generazione di chi, temendo paragoni in cui perderebbe la faccia, o volendo rinnegare le proprie origini, sparirà nel silenzio. Non quello di stile mafioso o da Santa Inquisizione, ma del naturale ciclo della vita.

Francesca Diano

Voce Carlo Diano Wikipedia

http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Diano

(C) RIPRODUZIONE RISERVATA

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18 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Dimitri Diano
    Mag 17, 2011 @ 03:31:21

    Sono il nipote di Carlo Diano. L’ ho conosciuto e frequentato in diverse occasioni e la mia memoria mi riporta a tanti momenti bellissimi della sua presenza. Mi sara’ difficile dimenticarlo specialmente quando veniva a Roma e lo accompagnavo in giro per visitare i suoi colleghi ed amici. Era come avere non uno zio ma un persona vulcanica che sprizzava esplosioni violente ed
    anche momenti di grande dolcezza.

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  2. Franco Farina
    Nov 26, 2011 @ 16:25:18

    Condivido pienamente, gentile signora Francesca, l’amaro commento sull’ingratitudine tutta italiana per spiriti nobili e Maestri di vita. Uno di questi era CARLO DIANO. Io l’ho conosciuto e frequentato nella seconda metà degli anni 60 a Padova. Non lo dimenticherò mai. Il suo ricordo mi accompagna negli anni.
    Ho inaugurato il mio curriculum con il suo bacio accademico al primo esame di letteratura greca. Tengo una sua foto, quella di Lorenzago, qui davanti a me.
    Dopo la mia laurea su Eschilo, Agamennone, mi aveva proposto di fargli da assistente a titolo gratuito. Purtroppo però ero in ristrettezze economiche, e ho dovuto accettare il primo incarico d’ insegnamento che mi si offerse nei licei, qui nelle provincia trentina dove tuttora abito (l’anno prossimo compio 70 anni).
    Ne fu molto contrariato e ne fece parola a F.M. Pontani, che me lo riferì.
    Con lui i rapporti non erano facili: io ero un ragazzo introverso, e il Maestro Diano era a volte “dyskolos”, salvo poi dimostrare, quando c’era bisogno, una sensibilità squisita. Mi ha accompagnato almeno due volte alla stazione ferroviaria di Padova con il suo “maggiolone” per permettermi di prendere l’ultimo treno per Verona.
    Le sue lezioni erano memorabili. Anche dopo la laurea (1966, tra le acque dell’alluvione) sono andato a sentirlo a Bressanone in occasione dei corsi estivi dell’Università di Padova. Avrei tanti aneddoti da raccontare su di lui. Con me si apriva come un padre, anche se a volte lo facevo infuriare con la mia disarmante timidezza.
    Nutro per lui una sconfinata gratitudine.
    Perdoni il ritardo di questa mia testimonianza.

    Con un vivo, cordiale saluto,
    Franco Farina

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    • Francesca
      Nov 26, 2011 @ 19:20:15

      Carissimo Professor Farina,
      che gioia leggere le sue parole! Sono moltissime le persone che hanno conosciuto mio padre e, pur non avendone ricevuto alcun beneficio materiale, lo ricordano con grande affetto e lo portano nel cuore, come lei dimostra. Quando mi raccontano del segno che mio padre ha lasciato loro, per me è come ritrovarlo ancora vivo e vicino. Perché anche se le persone muoiono, se lasciano amore dietro di sé, è come se non morissero affatto.
      E’ proprio vero, a volte usciva quel tratto da dyskolos che nasceva dalla sua irruenza, da un carattere passionale. Ogni tanto pareva uno Zeus che scagliasse le sue saette e i suoi tuoni, ma lo faceva o di fronte a quella che gli appariva un’ingiustizia, (aveva l’animo di un cavaliere che volesse raddrizzare i torti contro i deboli) o con le persone a cui teneva ma che, se timide e insicure, pensava di stimolare. Immagino fosse il suo caso. Mi dispiace lei non abbia potuto seguirlo nella carriera accademica. Se mio padre l’avrebbe voluta come assistente, deve aver certo visto in lei delle speciali qualità. A differenza di molti, sia ai suoi tempi che, ancor di più ora, che si sceglievano gli allievi da aiutare perché gli facevano da lacchè o perché con la loro mediocrità non mettevano in pericolo la loro stessa pochezza, mio padre voleva accanto a sé dei giovani che avevano delle qualità e sentiva come figli. Poi, certo, alla resa dei conti non tutti ne sono stati degni. Ma così accade e questo nulla toglie a lui.
      Lei parla di Lorenzago e di Bressanone sapesse quanti ricordi… come mi piacerebbe parlarle.
      La ringrazio di questa sua bellissima testimonianza e la ringrazio anche di aver ricordato cos’è un Maestro e quale amore si debba nutrire per chi ci nutre con la conoscenza.
      Francesca

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  3. Franco Farina
    Dic 03, 2011 @ 13:54:39

    Grazie, gentilissima Signora Francesca!
    Sono commosso per le Sue parole in cui ritrovo pienamente il Maestro, alle prese con un ambiente ingrato e riottoso.
    La voce illuminata e illuminante di Diano, il suo alto magistero (corso monografico sull’Edipo a Colono, 1961/62; lezioni di storia della filosofia greca, in particolare su Epicuro…) mi hanno aperto gli occhi sull’universo del sapere… Non potrò mai dimenticarlo.
    So di avergli recato un dispiacere: avrei dovuto accettare la sua proposta (come mi consigliava Pontani) e lavorare a Padova sotto la sua guida. Ho trovato, è vero, una mia strada, ma ho perso l’occasione della mia vita, il kairòs eutychéstatos, come direbbe il Maestro!

    Avrei molto da raccontarLe anch’io.
    Tante care cose.
    Franco

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  4. Francesca
    Dic 03, 2011 @ 14:39:55

    Non so se davvero, nelle scelte che facciamo, si perda mai qualcosa, anche se, nel voltarci indietro, possono apparirci scelte sbagliate o occasioni perdute. Io non lo credo. Penso invece che il destino, che ci costruiamo con le nostre mani e con decisioni apparentemente libere, sia, anche se determinato dalle nostre scelte, esattamente quello che doveva essere. Edipo figlio della tùche. Dunque non devono esserci rimpianti. Scegliamo quello che, in quel momento, siamo in grado di scegliere. Era giusto così.
    Un saluto affettuoso
    Francesca

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  5. Franco Farina
    Dic 19, 2011 @ 10:14:28

    Nel nostro colloquio telefonico recente abbiamo fatto rivivere il Maestro… (ma avremmo potuto continuare ancora per ore e ore!). Lo riprenderemo.

    Cara Francesca, Le auguro un Natale vivo di poesia e di affetti.

    Caramente
    Franco F.

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  6. Francesca
    Dic 19, 2011 @ 12:11:55

    Caro Franco, la gioia e la commozione di ritrovare in lei un’altra testimonianza del segno profondo che mio padre ha lasciato in tante anime e i racconti così vivi che ha fatto di tanti momenti da lei vissuti, sono state un grande regalo. E’ vero, c’è ancora tanto da dire.
    Anche io le faccio i miei più affettuosi auguri per un Natale che le porti serenità e grandi progetti per il futuro.
    A presto!

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  7. Franco Farina
    Mar 02, 2012 @ 21:05:57

    Ho davanti l’Elena di Euripide nella sua traduzione…
    Come ha saputo rendere fluidamente la poesia del greco!
    Di tanto falso pathos classicista neppure l’ombra. …«Grandi i dolori, l’anima ha male! / Quale pianto e quale canto / devo in gara incominciare?»
    E risuona in ogni sillaba la voce viva…

    Franco F.

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  8. Francesca Diano
    Mar 02, 2012 @ 21:41:31

    Una voce, davvero, che non cessa di parlare e di farsi ascoltare. Da chi ha o vuole avere orecchie, certo. E’ di questi giorni l’ennesima vergogna, anzi, le ennesime e ringrazio il web che mi permette di scoprirle.
    Lui, lì dove sta, in mezzo ai suoi affetti – sua madre, suo padre, suo nipote e i suoi fratelli – e ai suoi interlocutori, sorride di queste pochezze terrene, seppure gli interessano. Non gli interessavano nemmeno in vita. E non ho dubbi che finalmente ora Parmenide, Epicuro, Platone, Euripide, Leopardi, Baudelaire e Carlo Felice Crispo, i suoi Maestri, siano con lui commensali di un Simposio dove ciascuno discorre d’amore e di sapienza.
    Grazie Franco. Grazie.

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  9. Franco Farina
    Mag 31, 2012 @ 10:29:53

    In questi giorni ha fatto scalpore in Europa l’ode civile di Günther Grass “Europas Schande” in difesa del popolo greco umiliato e vilipeso dall’autorità centrale europea…
    “Quidquid delirant reges…” Che c’entra la popolazione inerme con le infamie dei politici?!
    Cara Francesca,
    immagino come sarebbe indignato Carlo Diano in questo momento per quanto sta accadendo in Europa!
    T’invio la mia traduzione del testo di Günter Grass, che lunedì scorso ho avuto la soddisfazione di veder pubblicata – come testimonianza di solidarietà con la Grecia – nella rubrica SCHOLIA del giornale greco KATHIMERINI.

    VITUPERIO DELL’EUROPA (Apologia della Grecia)

    Ad un passo dal caos, perché inetta ai mercati, Europa,
    hai preso le distanze dalla terra che ti ha dato la culla…

    quella che sostenevi di «cercare», e trovare «con l’anima»,
    e che liquidi adesso quasi fosse un rottame.

    Messa nuda alla gogna come una debitrice, soffre la terra
    cui un luogo comune ti voleva obbligata dalla riconoscenza…

    Dannata alla miseria, la terra che i musei arricchisce
    dei suoi tesori – preda gelosamente custodita.

    Fin quelli che con la forza delle armi han funestato
    la terra cinta d’isole, con l’uniforme portavano Hölderlin dentro gli zaini!

    Ben poca tolleranza or hai per quella terra,
    eppur ne tollerasti come alleati, un tempo, i colonnelli!

    Al Paese spogliato di tutti i suoi diritti, un Potere
    prepotente fa stringere sempre di più la cintola.

    A sfida, veste Antigone di nero; per tutto un Paese
    in lutto è quel popolo, la cui ospitalità tu hai goduto.

    Fuori dai suoi confini, un codazzo di Cresi ha cumulato
    tutto l’oro che luce dentro i tuoi caveau…

    «Vuota la coppa, avanti!» ti grida la claque dei commissari.
    Ma, colma fino all’orlo, con sdegno, Socrate la respinge.

    Malediranno in coro tutto quanto possiedi
    gli dèi di cui pretendi espropriare l’Olimpo.

    Intristirà il tuo spirito, privato della terra
    dal cui spirito, Europa, tu fosti concepita.

    [Franco Farina]

    Facit indignatio versum…

    P.S. Pensi che il Maestro approverebbe?

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    Rispondi

  10. Franco Farina
    Mag 31, 2012 @ 10:33:53

    Errata corrige:
    Günter Grass, non Günther!

    P.S. Non trovo più il tuo numero di telefono!

    Amicalmente
    Franco

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    • Francesca
      Giu 01, 2012 @ 21:51:17

      Caro Franco,
      ti ringrazio moltissimo di aver condiviso sul mio blog la poesia di Grass nella tua traduzione. Trovo che sia importantissimo che un intellettuale tedesco si indigni per la vergognosa politica dell’arraffo che, in combutta con gli strapoteri economici internazionali sta distruggendo l’Europa, e proprio a partire dalla terra che ha creato le basi intellettuali e culturali del pensiero occidentale. Ci vedo in questo una volontà, che Grass mette bene in evidenza, di iniziare il lavoro di sgretolamento delle radici stesse proprio da quelle radici. Certo, la Grecia non è oggi quella di Socrate, Platone, Fidia, Euripide ecc. ma è pur sempre un simbolo. Ed è come tale, credo, che viene attaccato.
      Probabilmente mio padre direbbe qualcosa di analogo.
      Affettuosamente
      Francesca

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  11. Franco Farina
    Giu 03, 2012 @ 08:44:09

    Cara Francesca,

    ho ritenuto doveroso tradurre la poesia di Grass, perché, in tutta questa ridda di interessi grettamente materiali, ben poche sono state finora in Europa le voci autorevoli che si sono levate in difesa della Grecia umiliata e offesa!
    È vero, non è più l’Ellade di Socrate, Platone, Fidia, Eschilo, Sofocle, Euripide…
    ma resta pur sempre l’erede diretta di quella straordinaria Cultura che ha forgiato, con la terminologia del sapere, il concetto stesso di Logos!

    È tempo di smascherare l’ipocrisia di tanti esponenti della politica e della finanza che in Europa e nel mondo costruiscono le proprie fortune sulla disgrazia di interi popoli.
    Oggi più che mai dobbiamo, come Günter Grass, trovare il coraggio di essere voci che gridano al deserto, non cedere alla tentazione di rifugiarsi pro bono pacis in atteggiamenti di acquiescenza o di afasia – come fanno tanti uomini di cultura che hanno abdicato vergognosamente ai loro doveri!

    Perdona lo sfogo!

    Ti abbraccio.
    Franco

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    Rispondi

  12. Francesca
    Giu 03, 2012 @ 14:55:03

    Purtroppo la stessa cultura – o quella che viene fatta passare oggi per tale – è vergognosamente asservita ai caveau dei potenti, che stanno facendo manbassa dei tesori, materiali e spirituali, che l’Europa ha accumulato e proprio grazie a quella serva della Merkel. Hanno promesso qualcosa alla Germania in cambio dei suoi servigi? O fanno leva sul mai sopito spirito germanico? . Ciò che colpisce è la stolidità della voracità di questa gente. Perché, nel momento in cui dovessero annientare l’Europa, annienterebbero un centro essenziale agli equilibri dell’Occidente e dunque del mondo. Cina, India, Brasile stanno correndo a grandi passi verso il capitalismo, con tutti i suoi vantaggi e svantaggi, ma quello che tu giustamente metti in rilievo, la nascita del Lògos e del pensiero occidentale, non può essere liquidato in modo indolore.
    La Grecia è più che un simbolo (e ti ricordo le pagine di mio padre sul simbolo in Linee per una fenomenologia dell’arte), è quello che i Celti definivano un “centro”.
    Mai come in questi giorni le parole di Diano e di Elémire Zolla risuonano profetiche e ci ricordano che resecare ogni legame con la Tradizione e col Passato, come ora si sta facendo, è come assassinare i propri genitori e con loro le nostre stesse radici, dunque il nostro essere.
    Pare che pochi se ne rendano conto, lasciando in modo imbelle la strada libera agli assassini dell’Occidente.

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  13. Gianni Busolini
    Feb 24, 2014 @ 20:43:39

    Gentile Prof.ssa Francesca Diano, sono Gianni Busolini e mi onoro di essere stato un allievo di suo padre Carlo alla facoltà di Lettere e Filosofia di Padova dal 1970 al 1973. In particolare io ho collaborato con suo padre per la pubblicazione di un convegno tenuto a Bressanone nell’estate del 1970 o 1971, dal titolo “Il senso umano della morte”. Io avevo registrato il convegno e suo padre mi ha chiesto di sbobinare le relazioni, perchè ne voleva pubblicare gli atti. Al termine del lavoro mi ha invitato a pranzo a casa vostra a Padova e in quell’occasione ho avuto modo di conoscerla. Solo poche battute avremo scambiato insieme. Ma mi resta un bel ricordo di quel momento. Suo padre ha voluto donarmi alcune delle sue pubblicazioni con dedica. Poi ricordo il dolore che diedi a suo padre quando, assieme al comitato di agitazione di facoltà, gli abbiamo annunciato l’occupazione dell’Istituto. “Anche tu sei qui?!” mi fece meravigliato. Non posso dimenticare quel “Tu quoque Bruti fili mihi”. Mi piacerebbe sapere se è possibile rintracciare una copia della pubblicazione degli atti di quel convegno. La saluto cordialmente, Gianni Busolini

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  14. Francesca
    Feb 26, 2014 @ 11:00:16

    Gentile Dott. Busolini, la ringrazio molto. Le ho risposto privatamente

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  15. egilllarosabianca Kartine
    Gen 10, 2017 @ 19:25:44

    La storia personale di Suo padre non la conoscevo e nemmeno il suo valore
    l’ombra la conosco e anche se diverse restano, ombre.Sono più che solidale
    ovvio non mi sorpende che in questo paese grandi menti siano state oscurate.

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