Ennio Abate – Riflessioni su “Dinanzi al morire” di Francesca Diano

 

 Vanitas vanitatum (Ecclesiastes 1:12f) - Salvador Dali

Vanitas vanitatum – Salvador Dalì

Ospito molto volentieri alcune riflessioni di Ennio Abate a proposito del mio post sul Convegno “Dinanzi al morire”, che potete leggere qui https://emiliashop.wordpress.com/2012/09/09/dinanzi-al-morire-percorsi-interdisciplinari-dalla-ricerca-allintervento-palliativo/

riflessioni che avrebbero richiesto uno spazio troppo ampio se in forma di commento.

Francesca Diano 

Ieri sono stato ai funerali di Carlo Oliva. C’era molta gente. Nel salone in sottofondo una canzone anarchica. «Nostra patria è il mondo inter..». Sicuramente molti di questi suoi amici e amiche, oggi coi segni della vecchiaia nei corpi, saranno stati nelle manifestazioni a cui anch’io partecipai nel ’68-’69 per le strade di Milano. Invano cerco di riconoscere  qualche volto. Non siamo più quelli di allora. Tra quanti hanno preso la parola per salutare l’amico morto, le  cose più commosse e amare le ha dette Felice Accame, il libraio della Odradek di Milano, che con Carlo Oliva ha avuto un sodalizio intellettuale durato oltre un quarantennio. Ha accennato alla forza dell’amicizia e alla fiducia che si era costruita tra loro due nel tempo: quello che scriveva uno era condiviso  pienamente dall’altro. Ma ha anche detto che tutto quel lavoro  compiuto assieme in tanti anni è rimasto inascoltato: la società è andata nella direzione opposta a quella desiderata; i nemici si sono dimostrati  più forti. È un atto di coraggio, per me ammirevole, dirselo e dirlo in pubblico davanti alla salma di un amico. Poi ciascuno farà o confermerà la propria scelta: inchinarsi ai forti diventati più forti o continuare a resistere comunque.

2.

Oggi, con ancora nella mente le immagini della salma di Carlo Oliva e del suo funerale, leggo sul blog IL RAMO DI CORALLO «Dinanzi al morire – Un convegno e tre mondi a confronto». È un resoconto dei principali interventi lì tenuti, ma anche una profonda riflessione sul tema della morte che relegata da noi «nel sottoscala, come un parente di cui ci si vergogna». Francesca Diano sostiene, infatti, che «l’occidente non accetta la morte» e non la vuole «guardare in faccia», pur essendo «una delle società più violente, sanguinarie e prive di compassione». Aggiunge che da noi «il lutto diviene spesso una patologia da guarire», per il venir meno di «quelle forme e quei riti codificati che nel corso della storia e delle culture hanno accompagnato il trapasso». E conclude con una sorta di denuncia: oggi si preferisce coprire il vuoto prodotto dalla perdita di senso di quei riti con «l’ossessiva celebrazione dell’eterna giovinezza, dell’eterna efficienza, dell’eterna sopravvivenza a qualunque costo».

3.

Mi chiedo se sia davvero così. Certo, è così nella sfera pubblica dei mass media, il cui immaginario ci avvolge e ci condiziona. Ma penso che la morte  sia stata «temuta, relegata ai margini, rimossa» anche nelle epoche precedenti. Anche se in modi forse meno drastici, più “umani” rispetto alle società di massa odierne. Credo che non sia possibile costruire alcuna civiltà mantenendo o mettendo la morte in primo piano.  E se è vero che la morte «è in fondo una dimensione irrazionale», la razionalità (o meglio la ragione) a me pare sia servita a non consegnarsi totalmente alla sua “brutalità” fino a farsene paralizzare. Non mi pare, dunque, giusto sostenere che la razionalità  « a nulla serve». Né rimproverare l’Occidente o la scienza, che sulla razionalità si è costruita (non senza rischi e danni, come abbiamo potuto vedere nei secoli recenti dopo l’ubriacatura illuministica e positivista), di  aver «liquidato con poca grazia l’invisibile» e di  non avere più, per questo, «gli strumenti per rapportarsi con la morte». Direi, piuttosto, che il rapporto con la morte abbia dovuto essere fondamentalmente di ostilità: tu, Morte, sei nemica nostra. Non ti possiamo eliminare, ma faremo di tutto per tenerti a bada. Perché, infatti, dovremmo dare alla morte «quella solennità, quella dignità», di cui il mondo moderno l’avrebbe privata? L’ha, in fondo, mai avuta? O le fu data in epoche in cui l’umanità era più inerme di fronte alla sua  minaccia e, non avendo alternativa, era costretta a muoversi  nell’orizzonte del pensiero magico?

4.

Francesca Diano riferisce pure che nel convegno di Padova  il rabbino Giuseppe Laras, presidente della Comunità Rabbinica italiana, il filosofo Umberto Curi e il lama tibetano Tharchin Rimpoche, sono stati invitati a presentare ciascuno la propria visione e le proprie considerazioni sulla morte e sul come affrontarla. Leggendo il suo resoconto mi vengono spontanee alcune obiezioni sui vari interventi. Se, come dice Curi, «ciò che la filosofia può fare è mostrare l’infondatezza di ogni discorso che voglia compiutamente dire la morte», com’è possibile essere d’accordo con l’affermazione «la morte è ciò che dà significato alla vita»? Proprio il non poterla dire e farne esperienza ma l’essere costretti a “spiarne” i segni del suo approssimarsi sui corpi degli altri (e in misura minore sul nostro), mi pare che impedisca che essa dia significato – il che verrebbe a dire: fare da fondamento –  alla vita.  Se non nei modi ambigui e indiretti di cui dirò più avanti al punto 5. A me pare poi di capire (sempre dal resoconto) che l’intervento del Rabbino Laras, studioso di Moisè Maimonide e del pensiero ebraico medievale e rinascimentale, abbia di fatto posto solo domande, senza dare alcuna riposta. «Nessuno è tornato dalla morte a raccontare cosa ci sia di là» – ha detto – «tranne in un episodio narrato dalla Bibbia». L’episodio è quello che narra di un uomo morto e poi tornato alla vita. A chi gli chiedeva come fosse l’aldilà, aveva risposto che era esattamente come qui: tutto era uguale, ma alla rovescia e  quelli che erano stati ricchi sulla terra erano diventati poveri, quelli che erano potenti miseri ecc. Ora io posso trovare affascinanti sia il racconto  che una concezione rovesciata del mondo, ma cosa queste immagini aggiungono al senso comune sulla morte che tutti noi abbiamo, se sembrano confermare un nostro ben noto desiderio (infantile) di immortalità che ci accompagna da sempre? Più dubbi (inquieti e forse fecondi) mi mette – e qui il legame col discorso di Felice Accame (che ho ricordato al punto 1) è evidente – il richiamo del rabbino Laras al Qohèlet e all’Ecclesiaste  o all’antichissimo detto «vanitas vanitatum et omnia vanitas». E mi chiedo però: furono, dunque, vane le nostre lotte (nei tempi in cui fummo capaci di intraprenderle)? lo sono quelle che si stanno facendo ora o che  altri si apprestano a fare? E ancora: sono esse che forse impedirono o impediscono di dare quello che una persona dotta come il rabbino Laras sa dare (e cioè quella decisione di assistere nell’ultimo tratto del viaggio i suoi simili e «dare come viatico la propria presenza amorevole e amicale»)?

 

5.

E vengo al discorso della morte che darebbe significato alla vita. Sempre perplesso mi chiedo: perché dovrei propormi di sperimentare «tale cessazione [la morte] mentre sono ancora in vita»? o dovrei « liberare la mente da tutto ciò che la [mia] memoria ha accumulato»? Per prepararmi all’atto traumatico e misterioso della morte? Per rinvigorire paradossalmente  la mia voglia di vivere con uno stratagemma, intellettualistico, raffinato e quasi omeopatico? Insomma, a me questo suggerimento (o pretesa)  pare una sorta di gratuito esercizio di anticipazione, che ha gli ambigui caratteri dell’esorcisma popolare. (Mi viene in mente la poesia in cui Giovanni Giudici  immagina il proprio funerale). Dimostra la forza della nostra immaginazione, direi. Ma nulla più.

6. Nel passo in cui viene ripresa la posizione di Jiddu Krishnamurti: «Qualsiasi cosa siate, buddhisti, induisti, cristiani o altro ancora, siete plasmati dal passato, dalle abitudini, dalla tradizione. Siete avidità, invidia, gioia, piacere, il godimento di qualcosa di bello, l’angoscia del non essere amati, del non riuscire a realizzarsi; siete tutto ciò, ovvero il processo della continuità. Consideriamone un aspetto: siete attaccati a ciò che possedete. È un dato di fatto. Non intendo parlare del distacco. Siete attaccati alle vostre opinioni , al vostro modo di pensare», ancora mi chiedo: perché non dovrei essere attaccato a qualcosa, se appunto sono vivo? Al massimo sono disposto  a valutare se certi miei attaccamenti sono positivi o negativi, mi fanno  bene o procurano dolore ad altri; e a cercare di sostituire  quello che risultasse negativo con uno che giudico più positivo. Dire, però, che sono attaccato a qualcosa solo per paura mi pare una intimidazione. Sentirmi dire che «senza tale attaccamento non sareste nulla» mi irrita. Sono attaccato a cose  o persone che mi piacciono o mi danno piacere. È vero poi che, se me le tolgono o le perdo, sperimento qualcosa che s’avvicina alla morte. Però non è ancora la morte. Perché, se perdo certe cose e persone amate o alle quali sono semplicemente affezionato, non perdo ancora tutto. La possibilità di  sopravvivere, magari in condizioni più negative, con delle mutilazioni (corporee o affettive), rimane.

7.

Proprio perché «quando la morte sopraggiunge non ci chiede il permesso, arriva e si prende la nostra vita , ci distrugge in un sol colpo», tutti i possibili preparativi alla morte immaginati dalle varie tradizioni restano, secondo me, dubbi e semplicemente consolatori (cosa che non disprezzo: se uno ci crede non vedo perché strapparglieli). Restano, comunque, entro la logica della vita. Che un po’ si muore «ogni giorno, in ogni momento» è vero, ma è un pensiero  con cui i vivi imparano a convivere. (Anche se ammetto che si possa andare incontro – sempre da vivi – a situazione patologiche, che  annullano tale controllo o gli effetti di contenimento dell’angoscia che nasce da un apprendimento doloroso e non facile). Prospettare, invece, l’obiettivo di una «cessazione di ogni ambizione» in vista di una conoscenza di «quella condizione straordinaria che consiste nel non essere nulla, nel raggiungere, per cosi dire, l’abisso dell’eterno movimento, e oltrepassarne il confine, che è la morte» è proporre una forma di vita ascetica, ma non una sperimentazione inedita della morte. E anche confondere la morte con Dio mi pare una consolatoria menzogna che serve solo a giustificare e ad enfatizzare una conoscenza della morte che in realtà non c’è, essendo tale ascetismo solo in grado di fingere la morte.

8.

«Ecco perché voglio conoscere la morte completamente. Perciò devo morire a tutto ciò che già conosco». Questa frase esprime per me un ideale ascetico. Che rispetto a patto che sia accompagnato dalla consapevolezza che esso non garantisce nulla di più rispetto alle esperienze più “comuni”con cui gli uomini  affrontano la morte. Non mi sembra che questa operazione della mente (questo “esercizio spirituale”) renda un umano «consapevole del non conosciuto». Proprio perché, nell’eseguirlo, nel praticarlo, egli non «muore al conosciuto». Non ha, cioè, accesso allo sconosciuto in questo modo simulato. Finge solo di morire. E posso intendere tale finzione come qualcosa di positivo (come accade per l’arte). Una simulazione però non ci permette di «scoprire cosa sia la morte mentre sono ancora in vita», ma solo di fingere questa scoperta. Proprio come avviene a teatro, quando un attore recita e fa il morto. Recitare la propria morte non significa provarla. Ti liberi dalla paura della morte per  qualche istante, temporaneamente, ma subito le paure torneranno. Per provare la morte, bisognerebbe morire veramente. Ma, se muori, non puoi dire più cosa provi. Che la simulazione permetta di conoscere qualcosa a cui prima non si pensava o a cui si pensava per attimi e distrattamente è vero. Ma la morte è, resta altra cosa. Quando poi si mescolano amore e morte («Mi chiedo se abbiate mai conosciuto veramente l’amore. Penso che in realtà morte e amore vadano di pari passo. Morte , amore e vita sono la stessa identica cosa.»), ribatterei: No, non sono la stessa cosa. Noi abbiamo dovuto dividere la vita dalla morte per difenderci. E questo penso si faccia ancora anche quando si ama. «Per amare bisogna morire»? Bisogna intendersi sulle parole. Se con quel «bisogna morire» indichiamo questa ambigua simulazione della morte, questo “esercizio spirituale” che ha per tema la morte, rientriamo nel caso trattato al punto 5. È come se ci “drogassimo” con il pensiero della morte per  godere di più dell’amore. Infine, se devo credere in dio  («Il dio in cui credete è un meraviglioso espediente per sfuggire alla paura») solo per sfuggire alla paura della morte, mi pare davvero fare un torto a questo dio. Farei un uso strumentale o di dio, se esistesse o di una  mia/nostra fantasia, nel caso contrario.

(c) Ennio Abate 19 ottobre 2012 RIPRODUZIONE RISERVATA

Annunci

Andrea Zanzotto, un moderno Lucrezio.

 

 

Il 10 ottobre di quest’anno 2011, Andrea, compi 90 anni. Ti ricordi della prima volta che ci siamo visti? No, tu di sicuro no. Io sì, mi ricordo perfettamente. E’ stato a Cortina, a casa di Neri Pozza e Lea Quaretti, in una luminosissima giornata di fine dicembre.  Tu avrai avuto poco più di quarant’anni e io ero una ragazzina.

Per tutto il tempo che mio padre Carlo, Neri e Lea parlarono animatamente, tu te ne rimanesti in silenzio. Non hai pronunciato una sillaba. Eri seduto sul bracciolo della poltrona di Lea e contemplavi, quasi ipnotizzato, la sua collana. E io fissavo te ipnotizzata che guardavi la collana di Lea. In questa geometrica astrazione, tu avevi una giacca di tweed. Il fotogramma della memoria è quello. Non sapevo chi fossi, ed ebbi la precisa sensazione che tu fossi piovuto da un altro pianeta.  Da una parte mi sembrò tu ti sentissi estraneo a tutto e a tutti, dall’altra era come se tu fossi a tuo strano agio in quell’estraneità. Ero già da sempre abituata ai personaggi  singolari – tale era mio padre –  ma la tua singolarità, ai miei occhi di ragazzina, mi era nuova.

Ora hai 90 anni e tutti celebrano il compleanno del grande poeta, carico di anni e di silenzi. Tutti fanno a gara per esserci, per partecipare alla festa. Chi per affetto e chi per apparire, carpire un po’ della tua aura di Poeta Laureato, di Grande Poeta della Letteratura Italiana. Chissà se mai quel giorno a Cortina l’avresti immaginato. Non credo. Sei ancora preso nella tua geometrica astrazione.

Nel tuo silenzio e nel tuo isolamento in realtà hai parlato tanto, detto tanto, sei stato sempre presente in un mondo che non ti piace più. Se mai il mondo ti è piaciuto. Hai cercato, a tuo modo, di renderlo un po’ più bello, un po’ più dritto.  Ma, per me, tu sei l’Andrea a cui mio padre voleva bene, che Ninì Oreffice- cara Ninì capace di sognare come un’adolescente fino all’ultimo istante – aveva nel cuore, che Diego Valeri, quello che mi leggeva le poesie quando ero bambina – teneva come allievo più caro.

Tu sei Andrea che, qualche anno fa, in un teatro vicino alla tua casa, alla fine di una delle tante celebrazioni della tua vita, mi ha guardata negli occhi, sapendo della mia tragedia e nel tuo sguardo – non lo potrò mai dimenticare quello che è passato dai tuoi occhi ai miei, quello che mi hai detto con quello sguardo che non poteva essere se non silenzioso  – unito ad un abbraccio che conteneva tutti gli abbracci che mio padre mi avrebbe dati in quella circostanza terribile, c’era la condivisione e la comprensione. E io ho compreso che avevi compreso. Tutto. Tutto l’abisso. E in quell’istante ci sei sceso per un attimo insieme a  me.  Come dimenticare, Andrea, quello che sei stato in quell’istante? Lì ti ho visto nella tua verità di uomo.

E poi, l’estate scorsa, ricordi? Quando con un amico sono venuta a trovarti. Tu, convalescente da una caduta, non ti fidavi di camminare ancora senza appoggi.  Eppure, mentre Marisa, la compagna che non ti ha mai abbandonato nella vita, si dava da fare per accoglierci con la generosità che le è propria, i tuoi occhi erano sempre gli stessi di quel giorno di dicembre a Cortina: vivi, ironici, malinconici e puntati verso il futuro. Anche se, ora, carichi di un passato che forse ti meraviglia.

Poi è successa una cosa buffa e straordinaria. Il mio amico, che non accettava di vederti incerto sulle gambe, capì che ti serviva solo un po’ di fiducia. E ti ricordi cosa ti disse, fissandoti dritto negli occhi, Andrea? Ti disse: “Ma tu, ci credi alla tua poesia? Ci credi a quello che fai? ”

Non posso dimenticare con che occhi lo guardasti! Chi ti ha mai chiesto una cosa del genere? Come chiedere a Zanzotto se crede in quello che fa da tutta la vita? Sconcertato forse – la domanda era così perentoria e così inattesa – mormorasti: “Sì.”

“E allora devi credere che sei capace di stare in piedi”.  Era una sfida! E allora, Andrea, che forza hai trovato! Quasi tu stesso non credessi.  Così ci hai fatto vedere il tuo giardino, e i gatti e i fiori e i vialetti fra le aiole e il prato.

Ecco, Andrea. Ora lo sai. La velocità della luce non è più un assoluto insuperabile.  Il fascino che su di te ha esercitato la scoperta che i neutrini superano, nel loro penetrare la materia – ogni materia – la velocità della luce, ha radici nel tuo essere un moderno Lucrezio. Proprio come Lucrezio, ti sei sempre occupato dell’indicibile, del corpuscolare, di  ciò che non ha corpo, dell’eterno divenire della materia sottile e ne hai fatto parola. Verso dopo verso, opera dopo opera, hai composto un tuo De Rerum Natura.

In fondo la tua poesia è fatta di neutrini. Prima li chiamavi fosfeni.

18 Ottobre 2011

Oggi Andrea è morto.  Sono felice di averlo rivisto prima che lasciasse la sua Pieve di Soligo una volta per tutte. Ora sono certa che scoprirà davvero cosa si celava dietro il paesaggio.

(C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

La notte che il satellite cadde sulla terra

Caduta satellite: la corsa è finita nel Pacifico

Satellite UARS (Fonte NASA)

La notte che il satellite cadde sulla terra

Un racconto inedito di Francesca Diano

(C) Copyright by Francesca Diano – Tutti i diritti riservati.

Così, seguendo una sua traiettoria bizzarra, a vite – dissero – a spirale – dissero ancora – il vecchio satellite tornò a casa.

La nostalgia lo aveva macerato per tempi resi intollerabili dalla solitudine. Gli aveva corroso le giunture, i tessuti metallici, i circuiti elettronici, nelle cui pulsazioni nessuno avrebbe sospettato l’attività del pensiero. Nel cuore di berillio e titanio, che batteva con fatica sempre crescente,  palpitava però il desiderio di tornare alle origini. Era partito tanto tempo prima – quanto? Non ricordava – e del resto, che importanza aveva il tempo?  E, in ogni modo,  cos’era il tempo?

La sola misura che ne conosceva era una quantità compresa tra  due cesure: il momento in cui  s’era ritrovato a volare in uno spazio allagato di un’oscurità luminosa, dove non v’era linea d’orizzonte, né limiti segnati, né direzioni, in cui gli impulsi intelligenti delle sinapsi elettroniche lo avevano indotto a un corteggiamento perenne della curva terrestre e l’altro momento, quando il suo cuore – un ordinato aggroviglio di circuiti – aveva cessato di battere e il suo dialogo con casa, fatto di impulsi elettronici e numeri, s’era spento nel silenzio.

Era stato felice di comunicare ai Costruttori l’incantamento di quella vastità infinita, l’ebbrezza dell’esplorazione, lo slancio inarrestabile del percorso.  Ma i mutamenti della cupola invisibile che fasciava il pianeta natale erano, per i Costruttori,  oggetto di interesse puramente  meccanico. Lo aveva capito perché le raffiche di dati che trasmetteva, invece di suscitare esclamazioni di entusiasmo- così gli era sembrato  che i Costruttori manifestassero le loro emozioni  – venivano passati ad altri circuiti. “Elaborati”, dicevano. Ma i numeri che inviava loro non avrebbero potuto trasmettere quello che andava osservando con una meraviglia che s’era trasformata  prima in amore e poi  corrosiva nostalgia.

Sotto i suoi occhi attenti si volgeva la rotondità del pianeta azzurro, i vortici delle sue nubi e gli occhi maligni dei tornadi, i colori sempre mutanti della sua atmosfera, l’alternarsi di azzurri, ocra, bruni, verdi, bianchi spumosi. Il sorgere e il tramontare del sole, che tingeva di un pulviscolo multicolore la curva del pianeta, per poi sfumare in un’oscurità alleggerita dagli astri.

Cercava – ogni volta che nel suo volo  rotondo vi passava sopra – il punto da cui era partito. Casa.  Col tempo gli era stato sempre più difficile ritrovarlo. Col tempo le sue membra metalliche avevano perso il vigore degli inizi, e così i riflessi dei suoi circuiti.

Non era solo nel suo percorso perenne. Altri oggetti, molti altri oggetti, galleggiavano nello spazio sorretti dalla fedeltà dell’orbitare. Alcuni erano nuovi e pulsanti, altri ormai privi di vita, altri lasciavano intravvedere dagli oblò delle forme immobili. Forme che somigliavano a quelle dei Costruttori. Ma con quegli oggetti non aveva contatti. Tutto il suo dialogo avveniva con casa.

Quando il suo cuore e la sua mente elettronica si spensero, dopo gli ultimi impulsi debolissimi, seppe che i Costruttori lo avevano abbandonato. Dismesso come una cosa ormai inutile.  Per loro  era diventato uno di quegli oggetti morti e inservibili, catturati per sempre dall’orbita. Che mai sarebbero tornati a casa.

Da loro, dalla grande casa dei Costruttori,  non gli giungeva più nessun messaggio, né fu in grado di inviare alcun impulso.  Non riusciva a comunicare la sua nostalgia,  la sua preghiera di farlo tornare.  Quell’isolamento, quella solitudine lo terrorizzavano.

Certo, loro non immaginavano che, una volta cessato il suo compito di esploratore, una volta spenti il suo cuore e la sua mente, lui fosse ancora in grado di sentire, di vedere.  Ma, quello che per tanto tempo gli era parso meraviglioso, ora gli appariva temibile e minaccioso.  E dai Costruttori, capì, non sarebbe arrivato alcun segnale di ritorno. Capì anche che non lo avrebbero voluto il suo ritorno.

Poi accadde  un evento che non avrebbe mai nemmeno immaginato. Un piccolo frammento di asteroide lo urtò. E, nell’urtarlo, lo scalzò dal percorso obbligato che era stato fin dall’inizio il suo tracciato nello spazio.  Uscì dall’orbita. Il corpo fragile smembrato in molti frammenti. Eppure, anche ridotto in pezzi, il pensiero era unico. Comune ad ogni frammento.

Il pianeta, più compassionevole e più grato dei Costruttori, lo attrasse a sé. Con potenza sempre maggiore lo chiamava  verso il proprio centro. Ora vedeva più distintamente i profili dei continenti, i rilievi che percorrevano la terra di vene brune, i colori cangianti dei mari e degli oceani.

Ma nella felicità del ritorno non aveva previsto che la morte dei circuiti non gli avrebbe permesso di ritrovare il punto di partenza.  La sua caduta era scomposta, avvitata, deviata dai venti  solari e dalle correnti.  Non riusciva a capire dove si trovasse, come tornare a casa.

Fu allora che avvertì la paura. Non la propria, ma quella dei Costruttori. La paura che il suo ritorno imprevisto, non voluto, incontrollato, potesse danneggiarli, causare distruzione  e devastazione.

Eppure li aveva serviti fedelmente, con dedizione assoluta. E ora lo temevano. Una creatura nata dalle loro stesse mani.  Tutti i Costruttori e i loro simili parevano impazziti. Ora gli prestavano attenzione. Ora erano interessati al suo destino. Ma non con gratitudine.  Non nell’attesa di dargli il benvenuto a casa. Avrebbero preferito che il ritorno lo ardesse come mille piccoli soli e lo dissolvesse nell’atmosfera. Avrebbero voluto saperlo sospeso per sempre nello spazio vuoto e gelido.

E allora capì che sarebbe stato meglio non tornare.  Non sarebbe tornato a casa. Meglio far perdere ogni traccia, meglio lasciarsi inghiottire dalle profondità dell’abisso liquido , dove nessuno l’avrebbe più trovato.

(C) RIPRODUZIONE RISERVATA

Un cuore irlandese

Celtic Missionaries Starting on a Voyage

Missionari irlandesi all’inizio del loro viaggio. Acquaforte  (1901)

Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio si dilatano fino a mutare la loro qualità, che è quella del continuo, di uno scorrere ininterrotto che dà loro il carattere del provvisorio. Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio escono dal fiume eracliteo dell’eterno  fluire, per separare la loro natura in essenza puntiforme. Questa qualità del discreto, dell’infinitamente separato, sospende tempo e spazio, così che ogni istante/punto diviene un’entità a sé stante: diviene eternità., o meglio, assenza della provvisorietà.

Luoghi come questi sono in genere aree circoscritte e limitate; non solo luoghi geografici, come Olimpia, Capo Sunion, Pompei, alcune calli veneziane lontane dalle greggi di turisti, Machu Picchu, i circoli di pietre (tranne Stonehenge che è stato completamente ricostruito) e altri che a ciascuno verranno in mente.

Ma esiste un’intera isola in cui questo avviene e quell’isola è l’Irlanda. Non è tanto per la presenza così forte del passato, ma all’opposto.  La presenza del passato, di un passato che non è fluire del tempo, ma sospensione puntiforme del tempo,  è così potente, perché l’isola ha una qualità che la pone al di fuori dello scorrere del tempo.  Difatti, quel passato è la sostanza di cui è intessuto il presente. Ovunque si vada, che sia nel mezzo del traffico di Dublino, lungo le strade animate di Cork, lungo le coste frastagliate, nelle foreste, nelle brughiere, sulle colline o sui monti, lungo le stradine di campagna, dietro e dentro il paesaggio esiste un altro paesaggio, simile a quello visibile, ma di consistenza e sostanza  diverse. L’uno è composto di materia, l’altro di energia eterica. Il primo è l’emanazione del secondo. Come se la sostanza eterica si rapprendesse in una proiezione materiale della propria forma.

E’ il suo volto immutabile. Ed è per questo che l’Irlanda parla al cuore di chi vi arriva come pellegrino del cuore. Forse anche i turisti frettolosi, che vanno a visitare le distillerie, i pub, i negozi di souvenir, i monumenti megalitici davanti ai quali si fanno fotografare avvertono quel respiro primordiale e, pur ignorandolo con la mente, se ne sentono avvolti in modo inspiegabile. Provano forse, dentro, una nostalgia a cui non sanno dare nome né spiegazione, di cui non comprendono il significato. Ma è lì, rannicchiata in un angolino segreto.

Che cos’è un cuore irlandese? E’ un cuore che sussurra il canto che sente salire dalla terra, dalle acque, dalle rocce e lo trasforma in parole udibili.

La narrazione degli antichi miti diventa la narrazione bardica e poi tradizione orale di leggende e storie, e poi diventa la  preghiera degli antichi primi anacoreti dell’isola e  diventa un canto gregoriano con caratteristiche molto speciali  e poi diventa lamentazione funebre ritualizzata e  la poesia dei grandi poeti irlandesi della nostra epoca e poi  storytelling dei moderni seanchaì, non affatto diversi dai loro antenati e discorsi che animano il quotidiano.

Il suono e la parola sono la stessa cosa e il suono e l’immagine sono la stessa cosa. Dunque è all’origine del mondo che si deve guardare, quando l’energia non era ancora materia e la materia era già nell’energia. Quando tempo e spazio non erano separati ma l’uno era l’altro.

Fonte sacra- acquaforte

Nelle migliaia di fonti sacre disseminate sul suo suolo, l’Irlanda riversa il cristallo liquido che la nutre e l’attribuzione di qualità taumaturgiche a queste acque trasparenti, che sgorgano silenziose dal sottosuolo, meta di pellegrinaggi e offerte, altro non è che il tributo a questa verità invisibile. I fiumi in Irlanda sono vene in cui scorre la linfa che alimenta il sogno. Le fonti sacre sono uteri che riversano quella linfa vitale e come tali, in passato e ancora oggi, venerate.

L’oppressione inglese ha di fatto conservato, più che annientato, questa trasparenza della realtà. L’ha incapsulata in una teca protettiva e ha impedito che evaporasse.

Un cuore irlandese ride piangendo e piange ridendo, perché tra riso e pianto non c’è distinzione. Solo in Irlanda esiste la merry wake, la veglia funebre in cui si ride, si scherza, si raccontano storie e barzellette, si mangia e si fuma, lasciando che il fumo del tabacco salga al cielo, accompagnando l’anima, che è fatta di fumo eterico e luminoso,  nel suo viaggio. E’ questo che in apparenza rende contraddittorio un cuore irlandese, la coincidenza degli opposti.

Che cosa separa la vita e la morte? Nulla, sono la stessa medesima cosa, ma l’una è immersa nella precarietà del tempo, l’altra se ne è astratta. Essere e non-essere, essenza ed esistenza si incontrano in un unico punto. Quel punto è ineffabile e inafferrabile, ma non precario.

(C) by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

Anita Nair – The better man

Anita Nair The Better Man. Italian edition translated by Francesca Diano. Guanda 2010

Anita Nair and Francesca Diano at the Turin Book Fair (Salone del Libro) 2010

 

 

 

 

 

 

 

 

It has  recently been released a new Italian edition of The Better Man, (Un uomo migliore, Guanda, 2010)  the first novel by the Indian writer Anita Nair. It was this the work that introduced me to Anita Nair’s art and made me love her first as a writer and, later, as a dear friend.

Her first novel as I said, but not her first book. That was the short story collection Satyr of the Subway.  So, The Better Man is a transition between her first published work and the international bestseller Ladies Coupé. Still,  in this novel, all is already there: the magic, the elegance of her style, the depth of her writing, the fascination and the vastness of her literary world, even if compressed in a small Kerala village.

The story is set in the little, imaginary  village of Kaikurussi, in Kerala, the state where Nair was born and that permeates her poetic and evocative writing. In the past, Kerala was part of a region known as Malabar.

Malabar is no more but, like Anita Nair says, it is still a state of mind, a powerful feeling, arising from a longing for the past, a denial of the future, but also from a silent sense of unhappiness.

Kaikurussi is a village in the middle of nowhere, where  nothing remarkable is to be found, where  no great man was ever born, where even the road comes to an end, leading to nowhere. Just fields and hills. And souls.

In the first pages, the reader is directly addressed by Bhasi, the housepainter, speaking in the first person. He is the only character in the novel, whom we can connect with immediately, as a direct link to the heart of the narrative, and we are able to do so, thanks to this intimate relationship that his being an “I” sets right from the start.

In fact, Bhasi is the very heart of the plot, the deus ex machina, that will set off the many changes. So, he is, right from the start, an off-screen voice, the voice of the village conscience. Yet, he is inside the story, partaking of this double nature: a character and the motive; part of the village and an outsider. And this will be very clear at the end.

Bhasi has taken refuge in this far away place, running away from his past as a university lecturer and from a secret.  Hiding his very self from the world. Nobody knows about his past; to the village he is “One-screw-loose- Bhasi”. But he is a healer too. He heals crumbling walls and sore souls, aching bodies and rotting plasters. He knows herbs and techniques, he has his own bizarre methods, mixing fithotherapy, psycology, magic and homeopathy. And his desperate need to be needed, to be loved, to be accepted. This is why, in his obscure life, he feels that something great will happen one day, something that will give him “a reason to exist”. He’s waiting for it. And destiny will bring that reason to him: Mukundan.

Mukundan Nair is a man with folded wings, like the handkerchieves he meticously folds into eight parts. A man oppressed by endless fears and doubts, not well certain of who he is, crushed by a vicious, dictatorial father since he was a child.

He is a retired government official and is back to Kaikurussi because has no other place to go.

And the meeting of these two men, so different from each other, so necessary to each other, is an extraordinary meeting. The story of a deep healing and of a rebirth, of a spiritual healing and deep transformation, will go through a terrible betrayal: that of Mukundan, who will discover, in the end, that he is not better man than his father. In order to gain his place among the leading people of the small village, he deceives his friend and benefactor; he forces Bhasi to sell his house for almost nothing, so that the pompous and bossy Power House Ramakrishnan will build a useless Community Hall.

The fictious village of Kaikurussi, with its exraordinary characters, with the ghostly presences, where all the clash between the old and the new India creates subterranean currents of discontent and uneasiness, with its undercurrent of myths, magic and mystery, is actually all the world.

And, the end of the novel is no less suprising,  impressive and unexpected than the novel itself. The loosing of that knot, heavier than a boulder, requires a blast. A real one.

I’ve always thought that this explosion, this destruction of the Community Hall by hand of Mukundan, it was a symbolic explosion of a world suspended between past and present, unable to find an answer. Not an immediate one, not an easy one. So you can do only one thing: step out.

It is true, Mukundan destroys what had been Bhasi’s betrayal tangible and symbolic object. But, does he ask himself what will happen next?

Will then Mukundan find eventually the courage to break free from himself, to become a better man than his father? A man?

Anita Nair’s language is as light as it is powerful, as evocative as it is full of magic, ironic and humourous and full of drama. So limpid that you can see the darkness peeping behind.

I was given this novel to read 11 years ago, when Anita Nair was not yet the worldknown author she is now and still very young. I couldn’t believe that this mature and knowing portrait of the human soul could have been written by such a young writer. The emotion was very strong, right from page one. It was Anita Nair’s Italian debut, the book I love most.

Like it had happened for all her books, translating it was pure joy,a deep emotion and it seemed to me so easy, so natural, to find an Italian form that would render in full her style and voice. A voice that is now heard by milions of readers.

(C) Copyright by Francesca Diano

Carlo Diano “Giulietta” Un’anticipazione dell’Alcesti

(C) RIPRODUZIONE RISERVATA

Il testo della poesia che viene qui dato di seguito e che mio padre Carlo Diano aveva pubblicato nel 1933 in una raccolta intitolata “L’acqua del tempo”, (Società Anonima Editrice Dante Alighieri) mi ha spinta a un’analisi più approfondita di quanto avessi fatto in passato, perché, rileggendolo di recente, mi sono resa conto di un aspetto assolutamente nuovo e importantissimo nel pensiero di Carlo Diano. Mi sono resa conto che in “Giulietta””, è contenuta già tutta la visione che, molti anni dopo, costituirà la sua rivoluzionaria lettura dell’Alcesti di Euripide, nel bellissimo saggio “Il senso dell’Alcesti” (In Saggezza e poetiche degli antichi, Neri Pozza, 1967).
La lunga nota  che ho posto di seguito a “Giulietta”, è una lettura mai data di questo testo e contiene una scoperta che nessuno aveva mai fatto in precedenza. Sono felice di averla fatta io.

GIULIETTA

da L’acqua del tempo, 1933

Poi che, gemendo, la sua bella forma
mortal lasciata, dileguò nel buio
della morte Giulietta, corse a un tratto
un veloce pel ciel rabbrividire.
Ella fuggia con angosciosa lena
cercando l’eternal piaggia e chiamava
in suon di pianto disperato il nome
del suo Romeo. D’accanto ombre infinite
ne agguagliavano il passo e le traea
diverso affanno dalla vita vana.
Ma nessuna l’udia, ché forse suono
non avea la sua voce, e greve ognuna
dei suoi giorni terreni il carco amaro
incalzava implacabile; ed andavano
cieche e sicure per l’estrema via,
come se già fin dalla prima luce
quella percorsa avessero in un sogno.

Giulietta andava e non sentiva più
rammarico del sole e non del bianco
gelido corpo, che d’amore i primi
dolci messaggi disgelato aveva
alle speranze sue timide e ignare,
ma sì una brama, un’assetata brama
senza riposo, più che nella vita,
d’un bene eterno, immobile, infinito,
cui già tremò sognando al primo sguardo,
allora, e al primo palpito d’amore,
e pianse ignote lacrime e soffrì
dell’esser suo e desiò morire.
Ed or più forte quel dolor la preme,
unico immenso, dileguando l’ombra
rosea del mondo e le parvenze infide:
dolore incoscio, silenzioso pianto
dell’essere, indicibile sospiro
dell’uno al tutto, dell’eterno al nulla:
primo sussulto della gemma anela
dentro lo scabro ramo, ultimo grido
del cuore stanco al turbinio del mondo.

Ed ecco giunse sulla sterminata
pianura e al pigro fiume. Ivi al traghetto
nave non era e non lume e non guida,
ma un ponte v’era, dove sempre in folla
traean l’anime rapide anelando
all’altra sponda, all’immutato oblio.
Come uno sciame d’api che al suo bugno
subita pioggia incalza, una sull’altra
ondante flutto svolano, e da lunge
altre ne arriva e trepide stridendo
contro l’arnia si premono e s’accalcano;
tale di qua dal ponte il nereggiante
stuolo mareggia, e via di là s’allarga
lento e stupito per l’inferna riva,
varcata l’acqua dell’oblio, la cupa
tacita eterna corrente del Lete.
Passò Giulietta. Ed ecco a lei fluiva
entro il cavo dell’anima una pace
grande. Come  nel ciel, quando la notte
cade e il muto crepuscolo s’imbianca,
nell’alta quiete un pallido stupore
riveste il mondo: or, sull’affanno e il pianto
era silenzio e l’anima posava
in un’azzurra tenebra di sogno.
Così movea, qual trepida falena,
lieve tra le vaganti ombre dei morti.

Erano mille e mille ombre, più vane
dell’aria immota sul notturno prato
di verde smalto, cui lontan cerchiava
una cerulea tenebra silente.
Mute vagavan, senza duol né gioia
Nei volti scialbi cerei stupiti:
madri che insonni pargoli invocavano
là nella vita derelitti e tristi;
canute fronti di mestizia impresse,
ombre cui già gravò gli anni più belli
di sue vane chimere il mondo vano;
visi soavi ove l’antico lume
di giovinezza traspariva a pena,
simile a fiore in limpide cilestri
profondità marine; oscure e torve
occhiaie aperte su maligni abissi,
gravi di bieche colpe e sozze brame,
inerte popolo che l’estrema luce
fermò per sempre; e qua e là solinghe
coppie d’amanti in un eterno amplesso,
stretti nell’immutabile mistero
del lor desio cui cementò la morte.
Tutto il dolore e la miseria e il pianto
e il male e i sogni e le speranze umane
impietrava nel pallido riflesso
dei morti volti una stupita quiete.

Romeo, laggiù, pallida fronte, intente,
pupille, immote schiuse labbra, invano
come in un grido – l’ultimo più forte,
fuggendo il sangue, in un nome soave –
sedea solingo, e a lui lieve da lungi
ecco Giulietta sul notturno prato,
Giulietta sola verso lui venire.
Come la cima discoscesa e nuda
contro l’azzurro, se al potente fiato
nuvoletta trascorra e l’inghirlandi,
copre pei fianchi un subito pallore,
fresco alle sitibonde ispide rocce;
così Romeo trascorse un lento moto,
come il ricordo d’un desio già spento,
e gli occhi opachi nelle occhiaie nere
corse un baglior, come di notte l’onda
sulla buia distesa ampia del mare.
Ma non si mosse: a lui venia Giulietta,
come portata nuvola dal vento:
vento di morte, vento era d’amore.
O gioie, o affanni contenuti un tempo
nel cuor segreto, o trepide parole
fatte di nulla, o labili carezze
degli istanti d’oblio, roseo fiorire
d’inaudite primavere, incanti
d’ignoti beni e subiti desii,
palpito d’onde dal perenne fiume
della vita placata or nell’immenso
eterno mare, ove rifluttua sola
la muta e lieve immagine d’un’ombra,
la breve, azzurra linea d’un sogno.
Venia Giulietta a lui, per sempre, e il volto
suo verginale rifiorìa una luce
candida opaca, quale nelle notti
dell’estate odorosa in fondo al cielo
sale da cupe azzurrità la luna;
quieto riflesso, ove non più s’infosca
ombra d’affanno, luminoso oblio
intorno al muto suo sguardo d’amore.

E su lui s’abbatté come una lenta
onda, per sempre, nell’eterna pace.

CARLO DIANO

NOTA di Francesca Diano

La fiaba tragica di Giulietta e Romeo, non diversamente da quella di Tristano e Isotta, da cui ha origine,  è immagine della visione che la società cavalleresca dell’Occidente medievale ha dell’amore. L’amour-passion, la cui tensione estrema non può risolversi che nella morte. Non solo perché la morte è il punto di rottura di un sentimento che si fa intollerabile per la propria intensità e impossibilità di essere vissuto, ma perché solo nella morte l’amante dà  all’amato prova della sua totale fedeltà. Fa dono di sé. Appunto, oltre la vita. Così come il cavaliere fa dono di sé alla sua Dama e Signora, provando il proprio valore in imprese eroiche, a lei dedicate, sfidando la morte.
 Questa visione dell’amore, che appare in Occidente intorno al XII secolo, come il meraviglioso saggio L’amore e l’Occidente  di Denis De Rougemont analizza, viene da de Rougemont  definito “il mito della passione” ed egli ne ravvisa le origini nel mito di Tristano e Isotta, anche se le sue radici affondano in un tessuto ben più vasto: dal Manicheismo ai Catari, dalla Gnosi alla mitologia e alla religione celtica, con antichissime origini indiane, iraniche ed egiziane. 
 La matrice più forte però, per de Rougemont è quella dell’eresia catara, che al contempo trapela anche dai versi oscuri e a chiave dei poeti provenzali e stilnovisti, soprattutto in Guinizelli. La visione catara dell’amore è quella di una totale e assoluta sublimazione e negazione della materia, giungendo al rifiuto di ogni contatto fisico anche tra coniugi. L’amore più perfetto è l’amore puro e sublimato, la virtù suprema. 
 Verona è stata una delle roccaforti dell’eresia catara, contando gruppi nutritissimi di seguaci e di sicuro questo ha lasciato una traccia nella leggenda di Giulietta e Romeo che, letta sotto questa luce, svela risvolti di significato molto più vasto.

 A parte il Paolo e la Francesca di Dante tuttavia, il mito dell’amore fino alla morte, ch’è anche specchio del sacrificio di Cristo, nelle versioni che ne dà l’Occidente medievale, si ferma alla soglia del passaggio finale.
 Ciò che è importante è provare la propria fedeltà, il patto sigillato dall’offerta, che ha come beneficio l’immortalità della memoria. Non ciò che accade dopo.
 L’Occidente cristiano non ammette l’amore se non sublimato e negato nelle sue forme materiali.
 Dunque, solo Dante, che ben conosce tutto questo e al pari lo sublima, e tuttavia  non riesce a cancellare l’amore per il corpo di Beatrice, se non tentando di trasformarlo in un corpo mistico, rivede nell’unione inscindibile di Paolo e Francesca la propria. Questo è il senso della violenta sincope che lo coglie al termine del racconto di Francesca.
 Nel mito classico di Orfeo ed Euridice la vicenda si rovescia. L’amante non può tollerare la morte dell’amata, non può trovare alcun sollievo nell’idea di una vita oltre la vita. Che nell’Ade non è che esistenza larvale. E quella morte la rifiuta.
Il mondo, non genericamente  pagano, ma più precisamente precristiano, non contempla un amore che non sia lo specchio del desiderio di tutto l’essere, che in tutto l’essere non si riversi, perché non concepisce separazione tra anima e corpo. Dunque, la morte di Euridice è anche la morte di Orfeo e della sua arte.
Orfeo non può non ritrovare Euridice, perché perderebbe se stesso. E difatti, nel voltarsi verso di lei, cioè nel non credere che davvero la morte sia vinta, nella mancanza di speranza e di fede nella promessa fattagli in nome della sua arte, perde Euridice. Cioè perde se stesso.
L’amore cristiano, da questo punto di vista, è salvifico. Vince la morte. Perché del corpo ne fa un nulla.
 
Nella favola di Giulietta però, come in quella di Tristano e Isotta, questa salvezza non c’è. Eros e thanatos si sono ormai saldati insieme nel tòpos, che tanta fortuna avrà in Occidente,  dell’amore-passione come amore-sofferenza.
Ricordo che, quando uscì il meraviglioso film Orfeo Negro, di Marcel Camus, dalla piéce teatrale di Vincius De Moraes, mio padre ne fu affascinato e commosso. Ne parlò a lungo. Nella versione di De Moraes, Orfeo ed Euridice muoiono entrambi, ed anzi è Orfeo che, per una terribile disattenzione, causa la morte di Euridice. In modo analogo alla favola classica.  Ma un bambino prende il posto di Orfeo che ogni mattina, con la sua musica magica faceva sorgere il sole e, pur esitante, inizia a suonare e il sole torna a sorgere. Mio padre si era commosso alla scena finale, quando i due bambini e la bambina cantano e danzano la samba, nell’esplosione della vita che continua. Della speranza che non muore.
Il finale del film ha un chiaro significato: l’amore, l’arte, la bellezza, non sono proprietà esclusiva di un solo uomo. Sono degli assoluti di cui gli uomini raccolgono il testimone, l’uno dopo l’altro. Se ne passano la consegna perché l’amore, come l’arte e la bellezza, non muore mai e vive indipendentemente dal fatto che vi sia chi lo accolga in sé o meno. Perché la sua origine è nella sfera del sacro.

La versione che Carlo Diano dà della favola di Romeo e Giulietta è, da tutti questi punti di vista, molto nuova.
Ciò che gli interessa è l’amore che li lega dopo la morte. Quello che accade tra i due amanti  in un mondo dei morti che è però l’Ade e non l’aldilà cristiano.
Non c’è nulla del mondo cristiano in questo luogo dove le anime vagano, in attesa di varcare il Lete,  già quasi dimentiche della vita appena abbandonata, sospese tra un mondo e un altro.
Giulietta cerca Romeo che, lontano e come immerso in uno stupore trasognato, pare non ricordare. A differenza di Giulietta. L’immobilità di Romeo, già preda di quella dimenticanza che gli Orfici vincevano, secondo le istruzioni date al defunto, non bevendo “alla fonte presso i cipressi”, ma a quella di Mnemosine, è la condizione che i defunti vivono nell’Ade. E quale potenza vince la morte? L’amore. È l’amore di Giulietta che lo riscuote, che lo riporta alla vita.
Che gli si abbatte addosso come un’onda. Come una scossa che inneschi nuovamente le funzioni vitali.  E non come frutto dell’istante. Ma per sempre.
La terra da cui Carlo Diano veniva, era stata uno dei centri più importanti dell’Orfismo e al mondo degli Orfici l’aveva iniziato il suo primo maestro del mondo antico, Carlo Felice Crispo, come lui vibonese, come lui perso nella visione abbacinante del loro passato ancestrale.
Dunque, questo scuotimento che travolge Romeo, e lo ridesta dalla dimenticanza, operato dalla potenza dell’amore di Giulietta, ha le radici in quel lontano mondo di iniziati.
 
Quando Carlo Diano scrisse questi versi, quel saggio sul significato dell’Alcesti, che avrebbe rivoluzionato il senso della favola narrata da Euripide, era ancora lontano. Eppure non posso non vedere già qui tutto quello che nell’Alcesti si sarebbe ai suoi occhi rivelato. Occhi di iniziato.
L’amore oltre la morte, l’amore come salvezza. L’amore come dono di vita e sacrificio di sé. Ma, come Diano spiega , il sacrificio di Alcesti che le assicura l’appellativo generalmente destinato agli eroi morti in battaglia, di àriste, rientra nelle regole di una società cavalleresca e aristocratica, quale descritta da Euripide, per quanto inusitato sia il conferirlo a una donna. La morte gloriosa ed eroica garantisce in questo modo l’onore della memoria.
Ma nell’Alcesti Diano vede ben altro. Vede un annuncio dell’amore del  Cristo. Che dà la propria vita non solo per tutta l’umanità, ma per ciascun individuo, perché la salvezza è sempre e solo individuale. È la storia di un’anima.
Alcesti non si sacrifica per Admeto, ma dà la sua vita in cambio di quella di Admeto. Per un gesto d’amore che non obbedisce a nessuna regola sociale o cavalleresca. Ma per puro e semplice amore. L’Alcesti di Euripide si conclude in apparenza in modo simile a quello della fiaba di Orfeo ed Euridice. Eracle, per ricompensare Admeto, che lo ha accolto come ospite nella sua casa e per delicatezza e rispetto gli ha tenuto celato il lutto, scende nell’Ade  e gli riporta Alcesti. O meglio, una donna velata, come velata era Euridice.
È Alcesti? Questo suggerirebbe il testo euripideo. Il corpo tornato in vita di Alcesti, come quello di Euridice, non ha ancora compiuto il passaggio tra il mondo dei morti e quello dei vivi, finché la convinzione che sia così non è totale. Orfeo non la possiede e perde Euridice, Admeto esita, poi cede alla speranza. Dunque, serve un ulteriore atto d’amore: il credere fermamente che l’amore compia il miracolo di riportare in vita l’amata.
La particolarissima e rivoluzionaria lettura che Diano dà dell’Alcesti, è già presente in Giulietta. È Giulietta che, incapace di vivere senza Romeo, lo cerca nell’Ade e lo riporta alla vita. Lo travolge con l’onda di un amore immortale. Molti anni prima che venisse scritto Il senso dell’Alcesti.
Il concetto dell’amore che aveva Carlo Diano, e secondo il quale ha vissuto, era quello di una potenza capace di superare la morte, di una potenza capace, se necessario, di spingere a sacrificare la propria vita per quella dell’essere amato. A offrirgliela in dono. Perché questo era il dramma che aveva segnato tutta la sua vita.
Suo padre era morto quando lui aveva otto anni. Ed era morto esattamente un anno dopo che sua moglie, la madre di mio padre, Caterina, aveva rischiato di morire per una febbre puerperale. Pare che, di fronte al letto di morte della moglie, mio nonno abbia pregato che la vita di mia nonna fosse risparmiata, offrendo in cambio la propria.
Questa tragedia, che lo aveva lasciato orfano bambino, ha segnato la vita di mio padre in modo incancellabile.
È dunque alla luce di questa esperienza fondante che la lettura che Carlo Diano ha dato dell’Alcesti, assolutamente nuova, si comprende in tutta la sua potenza.
“Ella (Alcesti) si sacrifica certo da donna che ha una tradizione ed è ‘prode’ ma lo fa per amore. ‘Non volli vivere divisa da te coi figli orfani’, dice al marito. E il giuramento che, contro ogni tradizione del costume greco, gli fa prestare davanti ai figli, impegnandolo a rimanerle fedele e a non sposare un’altra donna, non è se non la prova che ella lo ama e solo per amore gli ha fatto dono della vita.”   
Dunque, quando Admeto tocca il fondo del dolore, capisce che “la scelta migliore l’ha fatta lei, perché per lui la vita senza Alcesti è peggiore della morte.”
È questa, dice Diano, la rivelazione che costituisce il culmine del dramma euripideo: la scoperta dell’amore,  che non è l’eros che i Greci conoscono e concepiscono per una donna.
“E’ qui che il sacrificio si rivela impossibile. Perché, se c’è l’amore, e la morte è la separazione per sempre dall’essere amato, o tutti e due devono morire, o nessuno dei due si può sacrificare per l’altro. ….
“E allora?
“Alcesti ha temuto di vivere, e Admeto non può sopravvivere. Allora non c’è che una soluzione, ed è che Alcesti risorga, e cioè che la morte non sia l’ultima linea delle cose, ma che nell’aldilà le anime si possano ritrovare  e ricompongano il nodo che le ha strette nella vita.
L’amore vuole la resurrezione.”  
Il tragico equivoco che spinge Romeo a darsi la morte, perché la vita senza Giulietta è peggio della morte, e la terribile scelta di Giulietta, compiuta senza timore o esitazione, perché non potrebbe vivere senza Romeo e solo la morte può appunto ricomporre il nodo che li ha stretti in vita, si placa, nei versi di Carlo Diano, in una resurrezione che l’universo di Shakespeare non può contemplare, ma può avvenire grazie al miracolo dell’immortalità dell’amore. In un aldilà che, deserto di angeli o dei, s’illumina dello sguardo di Giulietta, che cerca Romeo e lo accende della propria luce.
  
Come non vedere, in questi versi

Venia Giulietta a lui, per sempre, e il volto
suo verginale rifiorìa una luce
candida opaca, quale nelle notti
dell’estate odorosa in fondo al cielo
sale da cupe azzurrità la luna;
quieto riflesso, ove non più s’infosca
ombra d’affanno, luminoso oblio
intorno al muto suo sguardo d’amore.

già tutta quella visione, chiara, limpida, già fatta immagine, che quasi venti anni dopo tornerà a schiudere a Carlo Diano “il senso dell’Alcesti?
                      
                                                    Francesca Diano

 
   
Carlo Diano Nota biografica.
Carlo Diano (1902 Vibo Valentia – 1974 Padova) è stato uno dei più brillanti e originali pensatori del ‘900 di fama mondiale. Grande grecista, filologo, filosofo, storico e traduttore dei classici greci (Omero, Eschilo, Sofocle, Euripide, Epicuro, Eraclito, Epitteto), è stato anche poeta, compositore di musica, pittore e scultore. Uno di quei rari spiriti rinascimentali in cui la vastità del sapere si univa a un amore sconfinato per la conoscenza.
 Allievo a Roma, dove si era laureato con una tesi su Leopardi, di Nicola Festa e Vittorio Rossi, conosce Giovanni Gentile, a cui lo legherà un affetto filiale profondo e ricambiato, tanto da commemorare pubblicamente il Maestro subito dopo il vile assassinio.
 Fu lettore di italiano per molti anni nelle Università di Lund, Uppsala e Goeteborg in Svezia e a Copenhagen in Danimarca, dove imparò alla perfezione lo svedese e il danese, oltre a conoscere perfettamente il tedesco, il francese e l’inglese Nel 1950 fu chiamato dall’Università di Padova per ricoprire la cattedra di Letteratura Greca che era stata di Manara Valgimigli e dove rimase fino alla morte. A Padova fondò anche il Centro per la tradizione aristotelica nel Veneto.    
 I suoi interessi spaziavano dalle arti alle scienze matematiche e fisiche, dalla musica alla storia delle religioni, dall’antropologia alla sociologia. Le sue straordinarie conoscenze di filologia, storia,  filosofia e papirologia lo resero il maggior esperto dei testi di Epicuro ritrovati nella villa di Ercolano, di cui curò l’edizione e la traduzione.
 Tra le numerosissime pubblicazioni, due soprattutto raccolgono gli aspetti più importanti del suo pensiero filosofico originale: Forma ed evento e Linee per una fenomenologia dell’arte, in cui Diano analizza la cultura, il pensiero e l’arte dei Greci attraverso le due categorie della forma e dell’evento, che tuttavia si offrono anche come strumento di comprensione a tutto il pensiero umano.
 Numerosissime le rappresentazioni teatrali delle sue traduzioni dei tragici greci.
 Insignito di numerosissime onorificenze e premi, tra cui il Premio dei Lincei, ebbe profonde amicizie con Giorgio Pasquali, Sergio Bettini, Salvatore Quasimodo, Ugo Spirito, Giulio Carlo Argan, Carlo Bo, Bernard Berenson, Mircea Elide, Walter F. Otto, Silvio Ceccato, Gian Francesco Malipiero.
Copyright © by Francesca Diano
RIPRODUZIONE RISERVATA

Anoressia. La nuova frontiera della misoginia

Rileggendo ancora una volta quel magnifico libro che è L’amore e l’Occidente di Denis de Rougemont, una delle più profonde analisi mai scritte del concetto di amore che l’Occidente ha interiorizzato, mi sono resa conto di qualcosa che non avevo mai davvero considerato.

Muovendo dal mito di Tristano e Isotta, de Rougemont analizza il concetto che dell’amore è giunto sino e noi e che ormai la nostra società ha assorbito. Dalla vicenda dell’amore infelice di Tristano e Isotta nasce quello che de Rougemont definisce il mito della passione, cioé  quella forma malata di amore, amore NON per la persona, MA per l’amore stesso, che ha riempito migliaia di pagine di letteratura, ma le nostre stesse anime. E’ una forma di amore che celebra l’amore infelice, che salda il concetto di amore con la morte. Passione, appunto, nel suo senso originario di sofferenza.

L’amore cantato dai poeti provenzali, dai trovatori, successivamente dagli stilnovisti, l’amour de loin, l’amore lontano, l’amore per la donna angelicata è la celebrazione di un’assenza non di una presenza. E’ il desiderio per ciò che NON si vuole possedere, è l’apoteosi del desiderio fine a se stesso e che rifiuta ogni appagamento.

E’, di fatto, la celebrazione della morte. de Rougemont collega, con un’intuizione geniale, questo improvviso cambiamento del concetto dell’amore che si affaccia in Europa verso gli inizi del XII sec. nel sud della Francia, con il diffondersi dell’eresia catara e vede nei poeti provenzali, nel loro linguaggio criptico e misterioso, nel loro trobar clus, una sorta di codice tra appartenenti a una setta segreta o iniziatica. I catari rifiutavano con forza ogni forma e manifestazione di amore sensuale in favore di un amore puro, idealizzato. Insomma, la Beatrice dantesca.

Gli amanti non possono che bruciare di una passione che nega il corpo ma accende l’anima. Tuttavia, mentre colui che ama, l’uomo, è la parte attiva, la donna è colei che è amata. Che si nega, ma si lascia amare.

L’analisi di de Rougemont è ricchissima, complessa e affascinante e molto convincente e non è questa la sede per parlarne troppo a lungo (vi invito a leggere questo libro illuminante e unico), ma prosegue fino ai giorni nostri.

Il mito della passione, che da Tristano e Isotta in poi è dilagato nella letteratura fino a dominarla, è stato, proprio attarverso la potenza del racconto letterario, interiorizzato al punto da divenire il concetto d’amore che ha l’Occidente e ciascuno di noi. L’amore romantico, o romance, secondo il termine inglese.

Eppure, quella visione così alta, idealizzata, angelicata ed eterea della donna nella letteratura e nella poesia medievale era in stridente contrasto con la condizione REALE della donna nel quotidiano. Mai come nel Medio Evo dell’Occidente cristiano la donna è stata oggetto di maltrattamenti, disprezzo, odio, misoginia, paura, persecuzione. Mai la donna ha contato tanto poco nella società, in casa, a livello legislativo. E allora, come si spiega questo dualismo esaperato, per cui il corpo della donna è negato e violato mentre la sua essenza pura è esaltata fino a farne una creatura angelica?

de Rougemont ipotizza una sorta di oscuro senso di colpa, di ricerca di un bilanciamento, per quanto inconscio. Ma tutto questo, che prosegue a fasi alterne da allora, non è altro che il segno della paura della donna. E più una società cova e nutre questa paura, più il dualismo si estremizza.

Perché ho parlato così a lungo del saggio di de Rougemont? Perché mi ha illuminata su un aspetto della nostra società che ha raggiunto livelli ormai drammatici e che, alla luce di questo, mi si è improvvisamente chiarito.

Mi sono spesso chiesta se fosse davvero possibile che un disturbo come l’anoressia, che è di fatto un lento suicidio, e che sta assumendo proporzioni allarmanti in tutto l’Occidente, diffusa soprattutto fra le adolescenti, ma non solo, si possa attribuire solo al fatto che la moda impone modelli di “bellezza” che nulla hanno da invidiare ai poveri corpi ritrovati nei campi di concentramento.

Certo, riviste, catwalks, sfilate, televisione, cinema, sono pieni di scheletri femminili ambulanti spacciati per belle ragazze. E’ vero che le forme dolcemente arrotondate di una donna normale sono bollate come orribile obesità, è vero che le uniche curve ammesse e anzi ricercate sono quelle FINTE, siliconate, gonfiate artificialmente e NON naturali, è vero che  soprattutto in Italia molti uomini rifiutano come brutte ragazze e donne bellissime ma morbide in favore  di altre magari orrende ma magre. Che la magrezza è segno di bellezza e non di poca salute.

Ma tutto questo non è sufficiente a spiegare il fenomeno che dilaga e uccide. No.

Perché tutto questo è solo un EFFETTO, non una CAUSA. Non mi convinceva la spiegazione che ne viene data. Non è sufficiente, come non è sufficiente addossare tutto al rapporto madre – figlia.

No. Non è sufficiente.

Invece, se noi pensiamo che alla sua origine ci sia una vera e propria recrudescenza di paura e odio verso la donna e tutto ciò che rappresenta, soprattutto dopo le lotte femministe degli anni 60 e 70, se noi pensiamo che sono aumentate le violenze sulle donne, gli assassinii di donne, che la parità sociale ed economica – tranne rar eccezioni – è ancora una chimera, dunque che la donna si trova di nuovo in una sorta di moderno Medio Evo, ecco che allora sarà molto più chiaro ed evidente perché una creatura priva di ogni connotazione femminile, che non ha mestruazioni, che riduce se stessa a un soffio, che non ricorda nulla di una donna se non l’idea astratta, è celebrata e imposta di fatto come ideale di donna. Di fatto una donna privata della sua concretezza e carnalità, che non fa paura, che non è in grado di generare. Che nega quella vita di cui è portatrice naturale.

Poiché i miti agiscono soprattutto a livello inconscio tanto più quanto sono potenti, ecco che il mito della donna-angelo imposto dall’Occidente cristiano e misogino come misogina è la Chiesa, molti secoli fa, rispunta più potente e pericoloso che mai. Il dualismo tra corpo e anima, tra materia e spirito in una società che, come la nostra, disconosce l’anima e lo spirito, è radicato al punto ancora oggi che, di fronte al pericolo di una rinascita del potere del femminino, si è risvegliato in tutta la sua virulenza.

Così sono le stesse donne che assorbono questo veleno e, tra loro, le donne adolescenti, quelle con meno difese. Bombardate dalle immagini di morte spacciate per bellezza e fascino sensuale (mentre li negano apertamente), alla ricerca dell’approvazione di maschi insicuri e spaventati, si macerano, si affamano, si annullano negandosi la vita. Negano il proprio corpo e con esso la propria femminilità.

Basti pensare agli orrori, alle torture a cui si sottopongono molte donne violando e violentando il proprio corpo nelle sale operatorie dei chirurghi plastici, veri esecutori di un tribunale dell’Inquisizione che, invisibile, condanna le donne a mutilarsi, squartarsi, farsi infilzare nelle carni cannule per estrarre litri di “osceno grasso”, farsi tagliare seni, pance, pelle, nasi, farsi tirare lineamenti e iniettare veleni. Magari morire sotto i ferri.  Cosa ha di diverso tutto questo dalle camere di tortura in cui le streghe venivano maciullate, se non il fatto, ancora più orribile, che ora lo fanno volontariamente?

Ma insieme alle donne, anche gli uomini assorbono un veleno che li ammorba a livello incoscio. E certo spiega anche il successo che hanno i transessuali e  i travestiti. Con tutto il rispetto per la libertà di vivere la propria sessualità come meglio si crede, però è un fenomeno ben strano che migliaia (le cifre statistiche parlano chiaro) e migliaia di uomini sposati, fidanzati e apparentemente senza problemi, frequentino abitualmente uomini che assumono l’aspetto spesso esasperato di donne. 

Sono a contatto quotidiano con adolescenti e ho sotto gli occhi tutto questo. Solo le ragazze con una personalità molto forte sfuggono seppure con fatica a questo incantesimo mortifero.

E vorrei anche aggiungere che la portata di questa distorta visione dell’amore per sè e per l’altro che sfocia nella negazione del proprio corpo, è molto, ma molto maggiore di quanto si creda. Le cifre della diffusione dell’anoressia vanno lette per difetto.

Alcuni giorni fa Dacia Maraini ha scritto un breve articolo sul Corriere della Sera, in cui si poneva questa stessa  questione, avendo osservato nella vita di Caterina da Siena, di cui si è occupata per un bellissimo testo teatrale, che questo stesso rifiuto del cibo fino allo sfinimento era originato da una ricerca furiosa di ascesi e da un misticismo esasperato. Ha dunque giustamente collegato questa stessa ricerca di una spiritualità che l’Occidente ha cancellato, nei comportamenti di chi si priva del cibo fino alla morte.

La sua analisi è frutto di grande intuizione e della sensibilità che contraddistingue tutta la sua scrittura, ma, imboccata la via maestra,  si spinge solo fino a un certo punto. La privazione del cibo, i digiuni, sono sempre stati associati all’ascesi e nel Medio Evo cristiano non era solo Caterina da Siena a praticarlo. Certo, lei si spingeva fino agli estremi, ma non era un’eccezione. Tuttavia l’esempio della Maraini conferma quanto dicevo in precedenza sul concetto cataro del corpo e della materia e sulla visione idealizzata della donna in quel tempo.

Io credo si debba scavare ancora, fino a trovare il seme originario. Credo che potrebbe essere quello da me proposto.

E’ un’ipotesi e un’intuizione sorretta dall’analisi.   

Ecco, potrebbe essere questa  l’origine di questa epidemia dilagante di  anoressia. Non è altro che l’ennesima forma, in vesti moderne, di caccia alle streghe. Come si riconosce oggi una strega? Cosa la denuncia? Cosa la rende un orribile essere da perseguire? Quelli che, con la complicità di medici, nutrizionisti, mass media, stilisti, industria dello spettacolo e della moda, sono definiti “chili in più”. Cioé quelli che costituiscono i caratteri secondari sessuali del sesso femminile e sono lì a testimonianza del potenziale che ha la donna di dare la vita, di detenere quel potere arcaico e misterioso che per 25.000 anni ha visto l’esistenza di una società matriarcale, pacifica, negatrice della violenza, il cui essere speriore era configurato nel culto di una Grande Dea Madre e che fu annientata dall’avvento di una società patriarcale, guerriera, basata sul potere del più forte.

Una società che voglia imporsi tende ad annientare la società precedente e questo è avvenuto. Eppure le vestigia di quella lontanissima società non sono mai del tutto sparite. Una sapienza femminile si è conservata nei secoli, tramandata di madre in figlia. Conoscenze legate al mondo della natura e dei suoi cicli, a cui la donna è fisiologicamente legata, alle terapie naturali. E di quando in quando tutto questo è stato osteggiato e combattuto con forza feroce. Come nei 4 secoli di persecuzione delle “streghe”, semplici depositarie di quella sapienza arcaica.

Del resto, anche oggi il ritorno alle terapie naturali rivela il perdurare millenario di questa sapienza. Ecco come allora la nostra società, se da una parte ricerca l’antica sapienza ed esalta, secondo le forme che sono proprie di questa società, cioè visive ed esteriori, l’essenza più astratta del femminino, dall’altra dimostra una misoginia sinistra nei confronti della donna e dell’infanzia ed è di fatto scissa in un dualismo manicheo, malsano e generatore di sofferenza.

(C) RIPRODUZIONE RISERVATA

Voci precedenti più vecchie