Andrea Zanzotto, un moderno Lucrezio.

 

 

Il 10 ottobre di quest’anno 2011, Andrea, compi 90 anni. Ti ricordi della prima volta che ci siamo visti? No, tu di sicuro no. Io sì, mi ricordo perfettamente. E’ stato a Cortina, a casa di Neri Pozza e Lea Quaretti, in una luminosissima giornata di fine dicembre.  Tu avrai avuto poco più di quarant’anni e io ero una ragazzina.

Per tutto il tempo che mio padre Carlo, Neri e Lea parlarono animatamente, tu te ne rimanesti in silenzio. Non hai pronunciato una sillaba. Eri seduto sul bracciolo della poltrona di Lea e contemplavi, quasi ipnotizzato, la sua collana. E io fissavo te ipnotizzata che guardavi la collana di Lea. In questa geometrica astrazione, tu avevi una giacca di tweed. Il fotogramma della memoria è quello. Non sapevo chi fossi, ed ebbi la precisa sensazione che tu fossi piovuto da un altro pianeta.  Da una parte mi sembrò tu ti sentissi estraneo a tutto e a tutti, dall’altra era come se tu fossi a tuo strano agio in quell’estraneità. Ero già da sempre abituata ai personaggi  singolari – tale era mio padre –  ma la tua singolarità, ai miei occhi di ragazzina, mi era nuova.

Ora hai 90 anni e tutti celebrano il compleanno del grande poeta, carico di anni e di silenzi. Tutti fanno a gara per esserci, per partecipare alla festa. Chi per affetto e chi per apparire, carpire un po’ della tua aura di Poeta Laureato, di Grande Poeta della Letteratura Italiana. Chissà se mai quel giorno a Cortina l’avresti immaginato. Non credo. Sei ancora preso nella tua geometrica astrazione.

Nel tuo silenzio e nel tuo isolamento in realtà hai parlato tanto, detto tanto, sei stato sempre presente in un mondo che non ti piace più. Se mai il mondo ti è piaciuto. Hai cercato, a tuo modo, di renderlo un po’ più bello, un po’ più dritto.  Ma, per me, tu sei l’Andrea a cui mio padre voleva bene, che Ninì Oreffice- cara Ninì capace di sognare come un’adolescente fino all’ultimo istante – aveva nel cuore, che Diego Valeri, quello che mi leggeva le poesie quando ero bambina – teneva come allievo più caro.

Tu sei Andrea che, qualche anno fa, in un teatro vicino alla tua casa, alla fine di una delle tante celebrazioni della tua vita, mi ha guardata negli occhi, sapendo della mia tragedia e nel tuo sguardo – non lo potrò mai dimenticare quello che è passato dai tuoi occhi ai miei, quello che mi hai detto con quello sguardo che non poteva essere se non silenzioso  – unito ad un abbraccio che conteneva tutti gli abbracci che mio padre mi avrebbe dati in quella circostanza terribile, c’era la condivisione e la comprensione. E io ho compreso che avevi compreso. Tutto. Tutto l’abisso. E in quell’istante ci sei sceso per un attimo insieme a  me.  Come dimenticare, Andrea, quello che sei stato in quell’istante? Lì ti ho visto nella tua verità di uomo.

E poi, l’estate scorsa, ricordi? Quando con un amico sono venuta a trovarti. Tu, convalescente da una caduta, non ti fidavi di camminare ancora senza appoggi.  Eppure, mentre Marisa, la compagna che non ti ha mai abbandonato nella vita, si dava da fare per accoglierci con la generosità che le è propria, i tuoi occhi erano sempre gli stessi di quel giorno di dicembre a Cortina: vivi, ironici, malinconici e puntati verso il futuro. Anche se, ora, carichi di un passato che forse ti meraviglia.

Poi è successa una cosa buffa e straordinaria. Il mio amico, che non accettava di vederti incerto sulle gambe, capì che ti serviva solo un po’ di fiducia. E ti ricordi cosa ti disse, fissandoti dritto negli occhi, Andrea? Ti disse: “Ma tu, ci credi alla tua poesia? Ci credi a quello che fai? ”

Non posso dimenticare con che occhi lo guardasti! Chi ti ha mai chiesto una cosa del genere? Come chiedere a Zanzotto se crede in quello che fa da tutta la vita? Sconcertato forse – la domanda era così perentoria e così inattesa – mormorasti: “Sì.”

“E allora devi credere che sei capace di stare in piedi”.  Era una sfida! E allora, Andrea, che forza hai trovato! Quasi tu stesso non credessi.  Così ci hai fatto vedere il tuo giardino, e i gatti e i fiori e i vialetti fra le aiole e il prato.

Ecco, Andrea. Ora lo sai. La velocità della luce non è più un assoluto insuperabile.  Il fascino che su di te ha esercitato la scoperta che i neutrini superano, nel loro penetrare la materia – ogni materia – la velocità della luce, ha radici nel tuo essere un moderno Lucrezio. Proprio come Lucrezio, ti sei sempre occupato dell’indicibile, del corpuscolare, di  ciò che non ha corpo, dell’eterno divenire della materia sottile e ne hai fatto parola. Verso dopo verso, opera dopo opera, hai composto un tuo De Rerum Natura.

In fondo la tua poesia è fatta di neutrini. Prima li chiamavi fosfeni.

18 Ottobre 2011

Oggi Andrea è morto.  Sono felice di averlo rivisto prima che lasciasse la sua Pieve di Soligo una volta per tutte. Ora sono certa che scoprirà davvero cosa si celava dietro il paesaggio.

(C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Advertisements

3 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. holikarang
    Ott 05, 2011 @ 00:03:09

    bellissimo, come sempre…

    Mi piace

    Rispondi

  2. Francesca
    Ott 05, 2011 @ 00:05:38

    Grazie Holika, gentile come sempre

    Mi piace

    Rispondi

  3. laura
    Set 03, 2016 @ 18:14:16

    Bellissimo ricordo.

    Mi piace

    Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: